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Telegiornaliste N. 30 del 5 dicembre 2005


MONITOR Cocozza, giornalista con Gusto di Filippo Bisleri

Maria Luisa Cocozza, napoletana doc, giornalista e mamma di un ragazzo di 12 anni. Ha sempre sognato il giornalismo.
Dunque sei una innamorata del giornalismo?
«Innamoratissima, ho sempre voluto fare questo mestiere fin da bambina. Il mio primo articolo, pensa, l’ho scritto quando avevo solo 16 anni».
Fai tv e hai, nel tuo passato, esperienze radiofoniche e di carta stampata. Trovi differenze tra i diversi media?
«Ritengo più che altro che il messaggio sia diverso a seconda del medium che lo veicola. Ho fatto radio da giovanissima, poi la tv e ho avuto qualche collaborazione con la carta stampata, e ritengo che fare il giornalista sia sempre bello, ma diverso a seconda del mezzo di comunicazione».
Un passato nella cronaca, delle conduzioni e ora Gusto. Come ti trovi?
«Mi trovo benissimo anche a Gusto, e amo farlo. Prima ho sempre fatto cronaca, ma amavo prima la cronaca e ora sono appassionata a Gusto cui dedico le migliori energie».
Chi ti ha colpito di più nella tua carriera professionale?
«Certamente Giovanni Falcone, che era un uomo tutto d’un pezzo. L’ho intervistato quando ancora ero a Tmc e non senza lunghi inseguimenti, ma ne è valsa davvero la pena».
Chi è stato ad insegnarti di più nel mondo del giornalismo?
«Non ho dubbi: Guido Ruotolo, un napoletano verace come me. E poi cito il mio primo direttore Roberto Quintini (Tmc), un milanese che mi ha anche fatto piangere lacrime amare, ma che mi ha insegnato a fare la giornalista».
E il servizio che ricordi di più qual è?
«Certamente quello fatto in occasione della caduta del Muro di Berlino, perché mi ricordo come vestivo, le frasi della gente che mi circondava, la grande emozione del momento. Mi sentivo parte della storia pur potendone afferrare, per la limitatezza dell’uomo, solo una parte. Un’emozione indescrivibile».
Cosa consiglieresti a dei giovani che vogliono fare il giornalista?
«Il mio consiglio è di fare il liceo classico come ottima base, e poi di continuare in redazione e trovare qualche collega che insegni loro i trucchi del mestiere. E di procedere senza fretta, giornalisti si diventa piano piano».
Qualche curiosità del tuo lavoro?
«Così mi fai sorridere perchè penso subito a Gusto».
Che intendi Maria Luisa?
«Girando per i vari servizi ho notato che i cuochi sono sempre preoccupati mentre i pasticceri sono sempre felici. Sarà una questione di aromi e dolcezze, che dici?».
Conciliare il ruolo di madre e giornalista è facile?
«Assolutamente no, e lo dico per esperienza. Ma occorre sempre cercare di fare tutto al meglio e non aver paura a chiedere aiuto».
MONITOR Un nuovo "caso" per la redazione sportiva Mediaset di Filippo Bisleri e Tiziano Gualtieri

Questa volta, a scatenare le reazioni dei professionisti della redazione giornalistica sportiva di Mediaset, è la ventilata decisione dell'azienda di cancellare, visti i bassi ascolti, il reality sul mondo del calcio Campioni e di inserirlo, con strisce apposite, a danno dei servizi dei giornalisti, nelle edizioni di Studio Sport.
«Stiamo affrontando una nuova bufera - è il commento del giornalista sportivo e rappresentante sindacale, Nando Sanvito - che rischia, se realizzata, di minare la credibilità del nostro lavoro giornalistico all'interno di Studio Sport».
Nulla contro Campioni in sé o contro i suoi protagonisti («Non potrei mai prendermela con un campione del mondo come Ciccio Graziani e i suoi giocatori», è il commento di Sanvito), ma i giornalisti che seguono lo sport per Mediaset e che di anno in anno si adoperano per far crescere (con lusinghieri risultati) la qualità di Studio Sport, temono di veder vanificato il loro sforzo.
«Riteniamo questa richiesta dell'azienda pericola e lesiva, sia della qualità giornalistica del programma Studio Sport, sia di quanti vi lavorano come giornalisti. L'unica soluzione è che l'azienda receda dai propri propositi per evitare uno scontro che non farebbe il bene di nessuno ma che i giornalisti e le giornaliste Mediaset non possono evitare per tutelare la loro professionalità e il loro lavoro a favore della buona informazione sportiva».
L'allarme lanciato dai giornalisti sportivi di Mediaset, diventa ancor più importante anche in virtù delle rassicurazioni chieste del Cdr dopo il "caso Bonolis".
In quell'occasione, infatti, i vertici aziendali avevano assicurato che l'appartenenza della testata giornalistica Sport Mediaset all'area "intrattenimento" (e non come tutte le altre testate, Tg5, Tg4, Studio Aperto) all'area "news" non aveva influito nelle scelte.
«Assicurazioni che verrebbero smentite - si legge nella noda del Cdr di Sport Mediaset - se dovessimo trovarci un reality (persino in una formula mascherata) dentro un telegiornale, eventualità per noi inaccettabile».
MONITOR Moncalvo sospeso. Un Varriale-bis? di Filippo Bisleri

Che tra Ferrario e Moncalvo non corresse buon sangue, almeno negli ultimi tempi, era risaputo. Lo stesso Moncalvo non era graditissimo a molti colonnelli leghisti quando dirigeva la Padania, oggi nelle mani del battagliero Gianluigi Paragone.
Ora, però, Moncalvo, cui la Lega aveva garantito un’ottima fuoriuscita dal quotidiano con l’assunzione in Rai come capostruttura responsabile di Quelli che il calcio, è stato sospeso da Ferrario dal suo incarico. E nel Carroccio scoppia la bufera.
Moncalvo ha inviato una memoria alla direzione generale per chiedere tutela: «Ferrario non mi ha fornito nessuna valida motivazione, solo un generico "la tua presenza genera attrito e innervosisce la conduttrice Simona Ventura"».
Moncalvo teme di essere la vittima numero due, dopo Enrico Varriale, del programma di Simona Ventura al centro anche della delicata controversia Lega calcio - Mediaset per violazione del diritto di esclusiva.
Il duello Ferrario-Moncalvo è già un caso politico. Al giornalista è arrivata la solidarietà del capogruppo An in Commissione Vigilanza Rai, Alessio Butti, e di Giuseppe Giulietti (Ds). Moncalvo chiama in causa il nodo dei diritti sportivi: «L’azienda mi aveva incaricato di tutelare la Rai dopo le diffide della Lega calcio e dopo le due lettere di Massimo Cellino, presidente del Cagliari. Avrei poi dovuto arricchire di contenuti giornalistici la trasmissione per impedire che fosse solo intrattenimento. Non l’ho potuto mai fare. Infine ho capito che qualcuno, in quel programma, lavorava per far raggiungere alla concorrenza Mediaset il proprio obiettivo: costringere la Rai a riacquistare i diritti del calcio nella fascia dalle 13.30 alle 18.00».
E Moncalvo punta il dito contro Simona Ventura e la sua gestione accentratrice della trasmissione.
Moncalvo ricorda infatti di aver inviato a Ferrario e all’azienda una serie di lettere-relazioni e otto denunce al comitato etico «per presunte violazioni della pubblicità occulta».
Massimo Ferrario, direttore di Raidue, fa sapere di non voler commentare.
Telegrafica la "giornalista professionista" Simona Ventura dopo il mini strip dell’ultima puntata dell’Isola dei famosi: «Sto festeggiando i risultati di Quelli che il calcio e dell’Isola dei famosi. Non ho tempo né voglia di fare polemiche. Guido con orgoglio una squadra molto unita».
Infine la consigliera Rai di area leghista, la gallaratese Giovanna Bianchi Clerici: «Spero solo che Ferrario e Moncalvo si parlino e risolvano serenamente il problema». Intanto, però, in Rai infuria la bufera e pare che, a farla da padrona, siano solo alcuni. In barba a segnalazioni e codici etici e comportamentali.
E, trattandosi di Lega, occorrerà vedere chi, tra Ferrario e Moncalvo sarà più duro e quanto potere, all’interno della disfida del Carroccio, avrà Simona Ventura, nostra signora del reality e del calcio parodiato. Ma la parodia deve avere un limite e il rispetto per le persone e le professionalità deve essere garantito. Specie se si lavora nel servizio televisivo pubblico. Chissà che direbbe il buon Bonolis di questa vicenda… chi sarebbe “Er penombra”?
CAMPIONATO La rivincita di Monica  di Rocco Ventre

Se l'avvento di Mentana alla trasmissione Serie A aveva fatto svanire i sogni di conduzione solitaria per Monica Vanali, la bionda giornalista si è presa la sua rivincita e conduce tutta sola la Serie A... quella del campionato delle telegiornaliste. Non solo: con largo anticipo è già sicura della qualificazione ai play-off, così come Maria Grazia Capulli  subito dietro di lei. 
Laura Cannavò  vince la sfida con la Costamagna e sembra l'unica in grado di insidiare Maria Luisa Busi  giunta alla sua quinta vittoria consecutiva. 
In fondo alla classifica solo la matematica tiene ancora vive le speranze di Maria Leitner.
Serie B: eliminate De Medici e l'ex campionessa Eleonora de Nardis; la più votata del turno è stata ancora una volta Maria Cuffaro.
CRONACA IN ROSA Una pillola che non va giù di Valeria Pomponi

 Incalza il balletto mediatico sulla sperimentazione della pillola abortiva RU486.
Mentre un numero sempre maggiore di strutture ospedaliere avanza la richiesta di inserirsi nel protocollo di sperimentazione, la politica reagisce schierandosi su due fronti, anche se le posizioni di alcuni giungono inaspettate.
Da una parte, le brigate antiaborto, capeggiate dal tenace ministro della Salute Storace, che avanza l'ipotesi di inserire nei consultori volontari del Movimento per la vita, con il compito di convincere le donne che hanno deciso di abortire a non farlo - con buona pace del diritto alla privacy.
Sostegno dal mondo cattolico: il cardinal Ruini considera positiva un'azione di tutela del diritto della vita. Appoggio anche dal centro-destra: il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini difende sia l'altolà del ministro Storace sia la sua battaglia contro la sperimentazione.
Posizione che non piace alla Prestigiacomo, ministro delle Pari Opportunità, che ricorda a Storace come sulla RU486, la sua battaglia sia già persa e di retroguardia.
Sulla stessa linea di pensiero la sinistra e i laici, che accusano Storace di oscurantismo, e ritengono ingiusto, e pericoloso, trasformare i consultori in campi di battaglia tra quelli pro e quelli contro l'aborto.
Per quanto attualissima, la polemica in atto ricorda gli scontri tra i guelfi e i ghibellini. Leggi, articoli, sentenze: ciò che non fa altro che banalizzare il problema.
In tutto questo vociare, tra anticlericalismi e moralità timorosa dei comandamenti, alle donne chi ci pensa?
CRONACA IN ROSA Il presepe scandaloso di Napoli di Rossana Di Domenico

Napoli: la città famosa in tutto il mondo per il presepe, viene brillantemente rappresentata in tutte le sue sfaccettature dal genio artigianale dei fratelli Scuotto. Accanto alle classiche figure pastorali della Natività, sul presepe dei fratelli Scuotto ritroviamo donne nude che si offrono allo sguardo dei passanti, bambini rom che chiedono l’elemosina e guappi ben vestiti.
Tutto ciò, definito come uno scandalo da alcuni, rappresenta il vivere di una città meravigliosa, dove ai quartieri finto borghesi si contrappongono i vicoli degradati, che racchiudono però una cultura secolare.
Salvatore Scuotto, a nome dei fratelli Emanuele, Raffaele e Anna, dice: «è più scandaloso vedere una Lecciso sul presepe che un nudo femminile», replicando alle polemiche seguite alla presentazione della mostra Il mondo sospeso tra presenze e assenze nel presepe”. Pomo della discordia sono state alcune scene di nudo inserite accanto alla Natività: come una donna, intenta a lavarsi, alcune signore sdraiate sulla riva di un fiume, e anche un uomo orientale rappresentato senza veli.
«Queste scene appartengono alla realtà - spiega Scuotto - e quindi possono essere inserite in un presepe nel rispetto dei canoni settecenteschi. Il museo nazionale è pieno di nudi e non mi pare che gli siano stati messi i sigilli perché si confonderebbe con una "casa d'appuntamenti". L'intenzione non è quella di scandalizzare, ma di lanciare una provocazione culturale: credo che lo scandalo vero sia piazzare sul presepe una statuetta di Bin Laden o Bush, Berlusconi, Al Bano o la Lecciso. Operazioni commerciali, fatte ormai quasi su commissione, che possono al massimo strapparci un sorriso, ma che ormai non incuriosiscono nemmeno più. Noi abbiamo cercato di lavorare sulle idee e di rappresentare semplicemente delle scene di vita» .
La mostra è stata inaugurata lo scorso 26 novembre nella chiesa museale di San Severo al Pendino, e chiuderà i battenti l'8 dicembre prossimo, per trasferirsi a Roma fino al 7 gennaio in una cornice speciale: la basilica di San Giacomo in Augusta. L'opera sarà impreziosita dai testi di Pietro Gargano, dalla mostra fotografica di Sergio Siano e da un videoclip di Cesare Abbate che ha come protagonista Patrizio Rispo.
Il presepe dei fratelli Scuotto è il filo conduttore di un saggio dell'antropologo Marino Niola illustrato con le fotografie artistiche di Sergio Siano.
Il laboratorio di artigianato artistico La Scarabattola nasce nel marzo del 1996 da un’idea dei fratelli Salvatore e Raffaele Scuotto. A loro si aggiungerà in un secondo momento il fratello più giovane Emanuele.
Il nome ha un chiaro riferimento alle scatole (o mobiletti) in legno e vetro contenenti la scena della Natività (mistero) che nel ‘700 e in gran parte del secolo successivo arredavano le case dei napoletani.
All’interno di questi preziosi scrigni si organizzava un impianto scenografico in cui erano disposti i personaggi principali legati alla nascita del Cristo.
Da rilevare che sia le scarabattole come anche il vero e proprio presepio (scoglio) presentavano sempre un'armonia unitaria, che possiamo ben considerare teatrale, nell’organizzazione dei pastori.
Questa caratteristica è stata oggi un po’ smarrita sia per lo smembramento dei maggiori impianti di questo genere, avviato già nel secolo scorso, sia per la mancanza di veri e propri scultori e scenografi che dicono di non trovare più, ai giorni nostri, in questo tipo di artigianato artistico, il presupposto per esprimersi.
CRONACA IN ROSA 8 per 1000, un aiuto per le ricerca di Erica Savazzi

Come stimolare la ricerca scientifica nel nostro Paese? Le finanziarie sempre più povere e i tagli a enti locali e università non aiutano di certo una situazione problematica: l’Italia spende in ricerca solo l’1,33% del PIL contro l’1,9% della media europea e il 2,7% degli USA. E questo nonostante la ricerca e l’innovazione siano state più volte indicate da politici e scienziati come l’unica soluzione fronteggiare la perdita di terreno della nostra economia nei confronti della Cina e delle altre potenze tecnologiche.
La soluzione potrebbe trovarsi nell’idea di un giornalista, Enzo Mellano, che propone di finanziare la ricerca tramite l’8 per 1000 del gettito IRPEF. Il problema è che è necessario modificare la legislazione vigente: secondo l’articolo 71 della nostra Costituzione i cittadini possono promuovere un’iniziativa popolare, che prevede la raccolta di 50.000 firme, per presentare una nuova normativa. Ecco allora che per far conoscere la proposta, sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere le adesioni è nato un sito internet, www.clubfattinostri.it/8x1000. Se in quattro mesi si raggiungerà il numero previsto di firme, il testo che illustra la nuova istanza verrà presentato al Parlamento.
Ma come si è arrivati a questa iniziativa? Si è partiti da una considerazione puramente numerica: secondo i dati del 2001 del ministero delle Finanze (gli ultimi diffusi) solo il 39,62% dei contribuenti decide a chi destinate il proprio 8 per 1000.
Attualmente il secondo comma dell’articolo 47 della Legge 222/85, che regola la materia, prevede che la quota possa essere destinata a «scopi di interesse sociale o di carattere umanitario». Il risultato è che il cittadino può scegliere solo tra due categorie: Stato o enti religiosi. In particolare, sempre secondo i dati riferiti all’anno 2001, il 10,28% viene destinato allo Stato, l’87,25% alla Chiesa Cattolica (CEI), l’1,27% alla Tavola Valdese, l’1,2% ad altre fedi (Chiese Avventiste, Assemblee di Dio, Comunità Ebraiche, Chiesa Luterana).
E le quote del 60% dei contribuenti (circa 22 milioni di persone) che non esprimono una preferenza? Al contrario di quello che si potrebbe pensare, l’articolo 47 della legge prevede che vengano ugualmente distribuite secondo un criterio di proporzionalità rispetto alle scelte effettuate: anche se non decido, magari perché le alternative non mi convincono, i miei soldi vengono comunque distribuiti. Da qui una semplice considerazione: gli astenuti potrebbero decidere di appoggiare una causa laica, magari proprio quella della ricerca, che, ricordiamo, riguarda non un solo gruppo, ma il benessere di tutta la collettività.
Per permettere l’inserimento della ricerca scientifica tra gli elementi da finanziare, la proposta modificherebbe la dicitura dell’articolo 47, che permetterebbe così di distribuire le risorse a «scopi di interesse sociale, di carattere umanitario e scientifico».
Una richiesta giusta e onorevole, di cui Telegiornaliste.com si fa portavoce.
FORMAT Arrivederci al Distretto di Polizia di Giuseppe Bosso

E così, dopo oltre due mesi di suspense e grandi ascolti, battendo anche concorrenti agguerriti come Il Maresciallo Rocca, sciaguratamente mandato nell’occasione allo sbaraglio da viale Mazzini, e da ultimo i grandi successi di Benigni, per la quinta volta dal 2000 ad oggi il Decimo Tuscolano ha chiuso i battenti, con quasi 8 milioni di spettatori, mantenendosi in media per la gioia della Taodue, casa di produzione della quale Distretto di polzia" è fiore all’occhiello, che ora spera di ripetersi con la seconda serie di RIS-delitti imperfetti.
Il finale, però, ha un po’ lasciato l’amaro in bocca ai fedelissimi della squadra guidata dalla coraggiosa Giulia Corsi-Claudia Pandolfi, al passo d’addio dopo tre serie (non volendo legare troppo la sua immagine ad un preciso personaggio, scelta già compiuta al tempo della dolce Alice di Un medico in famiglia), con la scoperta, nemmeno tanto insospettabile, della colpevolezza del procuratore Altieri, personaggio mai troppo amato dai fans fin dalla sua comparsa nel cast.
Al di là di questo, comunque, confermato il successo di un gruppo ormai consolidato ed affiatato, che a gennaio si ritroverà per il sesto capitolo. Uscita la Pandolfi, il timone del comando passa al veterano Ardenzi - Giorgio Tirabassi, dopo essere stato nelle mani di due donne di ferro come la Pandolfi e Isabella Ferrari; probabile l’abbandono di un altro personaggio storico, l’agente gay Luca Benvenuto (Simone Corrente), mentre non è certa la permanenza dell’altro “romanaccio de Roma” Ricky Memphis, contrariamente agli altri personaggi, tra i quali i simpatici Ingargiola (Giovanni Ferreri), e Lombardi (Marco Marzocca). Si è parlato in questi giorni di una possibile new entry scoppiante, Corrado Guzzanti, che però, pur ringraziando dell’interessamento, ha declinato.
Il successo di questa serie è stato determinato, oltre che dalla ovvia bravura degli interpreti, dalla scelta dei temi: una linea gialla principale accanto alle altre storie che si sono succedute di puntata in puntata; se nelle prime due serie tema centrale era la mafia e la vicenda personale di Giovanna Scalise, con l’arrivo della Pandolfi si è cambiata musica, senza per questo perdere, anzi aumentando, i consensi; prima, nella terza edizione, il giallo legato alla tragica morte della moglie di Ardenzi, poi la pedofilia nella quarta, segnata dalla traumatica uscita di un divo ormai acclamato come Giorgio Pasotti, e in quest’ultima un tema quanto mai attuale e concreto: l'ecomafia, che pare caratterizzerà anche Distretto 6.
FORMAT Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i – di Filippo Bisleri

Questa settimana assegniamo il primo gradino del podio a Toni Capuozzo. Sempre brillante nei suoi servizi dai “fronti caldi” del mondo, il vicedirettore del Tg5 sta offrendo servizi sempre più qualificati anche sul fronte dell’approfondimento con Terra!. Aggiungiamo poi che è un grande e meticoloso professionista, uno di quelli che piacciono per il modo di raccontare il mondo: ed è presto giustificato il suo primo posto in classifica. Con un bel “9”.
Secondo gradino del podio per Annamaria Chiariello. Preparata giornalista che racconta con precisione e grande accuratezza i fatti del meridione d’Italia, in particolar modo della Campania e della sua Napoli, Annamaria si conferma come una grande realtà del giornalismo italiano. È una vera professionista dalla classe cristallina. I cui servizi sono sempre pervasi di pathos e di elementi che spiegano gli eventi e offrono alcune chiavi di lettura. Brava. “8.5”.
Al terzo gradino del podio collochiamo Luca Rigoni, mente della redazione Esteri del Tg5. I suoi servizi, che hanno analizzato le ultime settimane della travagliata vita politica americana, comprese le contestazioni a Bush al vertice panamericano e la trasferta del leader Usa in Cina, sono di grande valore. Per uno che anni fa era balzato agli onori delle cronache per dei “fuori onda” di Striscia la notizia questa è la più brillante risposta sul campo: quella di un giornalista di grande professionalità. Complimenti. “8”.
Gradino più basso del contropodio per Fabio Caressa. Non ci siamo, ogni sua telecronaca che vede protagonista la Juve lo manda in defaillance. Bisogna informarlo che la Juve non è più sponsorizzata da Sky e che vince perché è una squadra solida e ben organizzata. Non servono le sue giustificazioni agli errori arbitrali che, in qualche circostanza, potrebbero sembrare agevolare il cammino delle zebre di Torino. Respinto. “4.5”.
Secondo gradino del contropodio per Benedetta Parodi. Le ultime performances in conduzione e in servizi a Studio Aperto non sono state tra le migliori. Lei ha qualità e professionalità per fare meglio e con più precisione. Specie se si considera che può anche sbizzarrirsi, lavorando in un tg montato in digitale, nella costruzione del suo servizio, e che quando conduce ha colleghi sul campo di grande pregio. Da rivedere. “5”.
Lo collochiamo sul gradino più alto del contropodio, ma non per demeriti. Solo che Emilio Fede, per una volta molto gradito ai nostri occhi nel modo di gestire il suo Tg4, si è scontrato con una settimana in cui i suoi colleghi del Tg5 l’hanno fatta da padroni e con grande classe. Rispetto a classifiche del passato lo troviamo decisamente migliorato e lo incoraggiamo a proseguire. Per ora un buon “6”.
TELEGIORNALISTI Luca Rigoni, giornalista del mondo di Filippo Bisleri

Oggi è il caporedattore della redazione Esteri del Tg5 Mediaset, ma Luca Rigoni arriva al giornalismo da una grande passione per il mondo dello spettacolo. Praticamente, per il suo 27° compleanno si è regalato la qualifica di giornalista professionista.
Lo abbiamo incontrato a Roma qualche giorno fa.
Insomma, Luca, il giornalismo ti è sempre piaciuto?
«Molto, ne sono innamorato. Ho scelto di fare il giornalista perché mi piaceva molto questo mondo. Beh, mi piace ancora. Pensavo di fare il giornalista di cinema, poi ho cominciato a collaborare con l’Adige per la cronaca. Quindi sono stato a New York per Rai Corporation e sono approdato al Tg5 nel 1992, quando ancora non c’erano scrivanie per tutti».
Una carriera giornalistica divisa tra carta stampata e tv
«Beh, in effetti è così, perché dopo l’Adige ho collaborato con riviste di spettacolo di livello nazionale e quindi ho scritto per Il Mattino di Napoli. Arrivato al Tg5, però, ho cominciato a fare qualche conduzione di tg prima notturna e poi in orari serali o di pranzo fino a cominciare ad occuparmi di esteri della cui redazione sono ora caporedattore. Grazie al mio precedente direttore Enrico Mentana ho potuto seguire molto il mondo americano intervistando presidenti Usa, Colin Powell e Condoleeza Rice. Ma sono stato anche in Medio Oriente e ne ho seguito le dinamiche così come ho avuto la fortuna di condividere lo stesso alberghetto con la mitica Ilaria Alpi, davvero una grande giornalista».
Trovi che il modo di lavorare in tv e nella carta stampata abbiano grandi differenze?
«Sono estremamente diversi come mondi. In tv devi saper valorizzare le immagini, sulla carta stampata devi saper scrivere bene. Il giornalista della carta stampata spesso può raccontare senza avere per forza le immagini, mentre la tv vive di immagini e ti costringe sempre a stare in prima linea o a non poter realizzare un servizio. Anche perché, senza immagini che tv sarebbe?».
Un passato da conduttore e ora molti servizi in esterna. Hai preferenze tra studio ed esterna?
«Nessuna preferenza. In questa fase sto coordinando il lavoro della redazione Esteri e lo faccio con molta tranquillità grazie a valide colleghe e altrettanto validi colleghi oltre ad un bravo direttore come Carlo Rossella. Personalmente seguo molto la vita politica americana e, pensando a questo aspetto, devo dire che l’emozione dei servizi in esterna è decisamente superiore a quella dello studio. Che, invece, chiede una grande capacità di coordinamento perché, in quel momento, sei tu il rappresentante di tutta la redazione».
Quali servizi e personaggi ti hanno emozionato di più?
«Direi il viaggio sulla “barca dei monatti” dopo l’alluvione a New Orleans, ma anche la tristezza e l’angoscia di dover raccontare, a Ramallah, l’uccisioen del fotografo italiano Raffaele Ciriello. Non posso poi dimenticare le interviste ai segretari di Stato Colin Powell e Condoleeza Rice».
Chi ti ha insegnato di più a livello giornalistico? Hai qualche modello?
«La gran parte di quello che so, forse tutto, lo devo a Enrico Mentana, anche se pure con Carlo Rossella sto imparando molto. O, almeno, ci provo. Al pubblico dire se i nostri servizi di esteri sono ben fatti e documentati. Tra i miei modelli di giornalismo cito gli americani. Il primo che mi viene in mente è Ted Koppel, conduttore della trasmissione di approfondimento, Night line fino a due anni fa. E poi Dan Rather, conosciuto in tutto il mondo. In Italia apprezzo il lavoro di Sergio Zavoli e tanti giornalisti della carta stampata».
Caporedattore Esteri, dunque autore della scaletta del tg?
«Contribuisco portando le mie proposte come tutti i colleghi che coordinano altri settori della redazione, anche perché poi le decisioni le prendono direttore e vice direttori. Ma, certamente, la riunione di redazione, una per ogni edizione del tg, è il motore del nostro lavoro che ha il suo “cuore” nelle vicende di cronaca».
Quali consigli daresti ad un giovane che vuole fare il giornalista?
«Non sono bravo a dare consigli, ma avverto tutti che, solo rispetto a pochi anni fa, questo mestiere è cambiato radicalmente. Non so se, come ragazzo, deciderei di intraprendere questa carriera, anche perché oggi il lavoro si fa sempre più difficile, è sempre più faticoso, per un ragazzo, trovare spazi e, soprattutto, il posto di lavoro. Aprono nuove testate, ma le assunzioni latitano. Sembra che anche i grandi quotidiani non assumano più e il giornalismo rischia sempre di più la precarizzazione. Non a caso editori e Fnsi (il sindaco giornalisti, ndr) stanno avendo un vivace scontro sul rinnovo contrattuale con il sindacato, che vuole evitare che i giornalisti siano precari e condizionati nel loro importante lavoro di informazione».
VADEMECUM Il dizionario del giornalismo/1 di Filippo Bisleri

Il giornalismo è un mondo affascinante e, come tutti gli universi ha i suoi termini, il suo gergo. Con qualche omaggio ai padri del giornalismo e della stampa, ma anche più di una concessione ai neologismi, ai termini derivazione inglese o francese.
Cominciamo il nostro viaggio all’interno di alcuni dei termini comunemente usati nel giornalismo.
Per agenzia di stampa si intende un’impresa giornalistica che raccoglie ed elabora le informazioni - a pagamento - per conto degli organi giornalistici.
L’ apertura è invece l’articolo che apre la pagina; mentre l’ articolo è lo scritto redatto da un giornalista che fa prevalere l’elemento critico.
Il capocronaca è il pezzo forte della pagina di cronaca, mentre il capocronista il numero uno dei cronisti in senso gerarchico.
Carattere è il simbolo grafico, e può essere numerico, alfabetico o speciale. Da ricordare che il carattere mobile fu un’invenzione di Gutemberg nel 1438 a Magonza. Ogni carattere ha il nome del suo inventore (Bodoni, Elzeviro, Garamond), o quello che gli è stato assegnato dal suo inventore o dalle industrie (vedasi gli esempi di egizio o elvetico).
Civetta è il nome tecnico della locandina, mentre coccodrillo è l’articolo già redatto e continuamente aggiornato su personaggi importanti dei vari settori, e a cui si può attingere immediatamente in caso di morte del vip.
La colonna è l’unità di base, in larghezza e in altezza, di una pagina di giornale. Il corpo è l’altezza del carattere e viene misurato in punti. Il punto (il punto Didot dal nome del suo inventore) è l’unità di misura tipografica: ogni millimetro contiene 2,66 punti.
Corsivo è la nota polemica o di commento solitamente pubblicata come breve rubrica. Talvolta è composta in corsivo.
Esiste poi una differenza tra cronaca nera e cronaca giudiziaria intendendo con la prima i fatti di sangue e con la seconda le indagini.
Notizia, poi, è la comunicazione scritta, sommaria, di un evento. Le fa da contraltare il servizio, che è un racconto più ampio dell'evento, mentre l’ inchiesta è l’approfondimento che impegna il giornale.
Infine, spieghiamo che elzeviro sta ad indicare un genere di scrittura su argomento culturale vario, che ha caratterizzato, alla sua comparsa, l’elegante Terza pagina. Il carattere di stampa si deve al tipografo olandese Ludovico Elzevir.
(13 – continua)
VADEMECUM L'esperto risponde

Ale ci scrive da Sant'Antioco:
Vorrei avere notizie più dettagliate sull’elenco speciale dei giornalisti, anche perché mi piacerebbe aprire una rivista di letteratura nel cui campo sono molto ferrato. Premetto che non sono un giornalista, sono un poeta, ho già pubblicato vari libri e ho in cantiere anche due romanzi, di cui un saggio romanzato, questo mi potrebbe far rientrare nella categoria dell’elenco speciale. La legge è veramente poco chiara a riguardo.
Risponde Filippo Bisleri:
L'elenco speciale contiene i nominativi di quei direttori responsabili di rivista che, pur non avendo tesserino da pubblicista o professionista, curano una pubblicazione di tipo settoriale rispettando i vincoli deontologici dei giornalisti. Ti invito a contattare il tuo Ordine dei giornalisti regionale (www.odg.it, e quindi link Ordini regionali) per l'aggiornata documentazione. L'iscrizione comporta il versamento di una quota per cui consiglio di definire la domanda ad inizio 2006.
Enzo di Napoli ci chiede:
Io sono un biologo, PhD, attualmente Post-Doc negli Stati Uniti in una prestigiosissima organizzazione di ricerca, dove rimarrò fino all'età di 32 anni. Ho sempre ammirato il giornalismo - divulgazione scientifica, e sarebbe per me importante sapere cosa devo fare per poter diventare un giornalista scientifico, e soprattutto se è possibile con i miei titoli.
Risponde Filippo Bisleri:
Con i tuoi titoli è certamente possibile fare il giornalista scientifico. Contatta qualche redazione giornalistica e invia il tuo curriculum. Credo che il settore abbia oggi buone prospettive.
EDITORIALE Gente come noi di Tiziano Gualtieri

Visti come extraterrestri, idolatrati o - in alcuni casi - paragonati a vere e proprie star. I giornalisti televisivi, soprattutto per il fatto di entrare nelle case degli italiani tutti i giorni, rischiano questo: di vedere la propria immagine inflazionata e paragonata a uno qualsiasi delle migliaia di personaggi televisivi che quotidianamente finiscono sul piccolo schermo.
Una cosa che, ovviamente, non dovrebbe accadere, anche perché, poi, si richia davvero di fare di tutta l'erba un fascio e di vederli tutti come delle star.
In realtà, così non è. L'idea, però, passa a causa di qualcuno che ha l'indole da protagonista, o di altri cui piace cavalcare il fatto di essere sul piccolo schermo; così la nomea del telegiornalista stella dell'informazione - e a volte non solo di quella - si diffonde, e con essa anche il sentirsi in diritto di fare ciò che si vuole.
Il mondo televisivo rischia di trasformarsi in una droga, della quale non puoi più fare a meno. A quel punto ogni occasione è buona per andare in tv. Purtroppo, in tal modo, questi colleghi e colleghe dimenticano il ruolo che hanno nella società e che dovrebbe essere ancora fondamentale.
Le persone, a casa, si identificano in quel volto - o meglio - identificano il telegiornale (a volte anche la stessa rete) in ciò che emerge in quella mezz'ora quotidiana. E così se c'è chi - senza fare nomi, anche perché ognuno ci metterà quello che vuole - ligio al dovere e alla professione, non si fa trascinare in mezzo al mare dalle voci delle sirene della celebrità, per contro c'è anche colui che inebriato da tutto ciò, perde la bussola e finisce in balìa delle onde.
Ma sarà davvero tutta colpa dei giornalisti smaniosi di fare le star?
Credo che la colpa non sia da attribuirsi interamente a chi ha deciso di intraprendere una carriera che implica tanti sacrifici, ma è innegabile che un po' dipenda anche da loro. Se una persona ha quale unico obiettivo quello di finire in tv, di essere riconosciuto e fermato per strada oppure elevato a guru dell'informazione, il mondo della tv (e in particolare quello dei notiziari) è il paradiso; a chi, invece, tutto ciò non interessa e si limita a fare - bene - il suo lavoro, allora la televisione non dà nessun valore aggiunto.
Noi, con il lavoro che settimanalmente svolgiamo sulle pagine virtuali di Telegionalise.com - perdonateci la possibile piaggeria - cerchiamo di riportare a livello umano questa figura professionale che, molte volte, viene vista come qualcosa di eccezionale. I telegiornalisti e le telegiornaliste sono persone come noi, con i loro successi e i loro fallimenti, con le loro soddisfazioni e le loro frustrazioni. Gente con cui può capitare di andare a cena o di incontrare al distributore.
Persone che, molte volte, finiscono in tv solo per semplici "incidenti di percorso". Sperando - per noi - che non tutti i mali vengano per nuocere.
COLPO D'OCCHIO Filosofia dell'aborto di Silvia Grassetti

Lo scorso giugno, anche qui in redazione, tacciavano, piccati, noi sostenitori del sì al referendum, allarmati da un oscuro senso di minaccia che credevamo aleggiare sopra la legge sull’aborto, di fare demagogia per mancanza di argomenti corretti, ed eticamente condivisibili, a favore della procreazione assistita.
E’ arrivato dicembre. E constatare che avevamo visto giusto, sinceramente, non ci fa piacere.
Dopo le “toccate e fuga” sulla questione dell’aborto di inizio estate, sono arrivate le bordate più consistenti del coriaceo ministro Storace, anch’egli piccato, a suo dire nel voler proteggere la salute delle donne, con maggior probabilità, però, in quanto uomo, sconcertato dal fatto che basta un poco di zucchero per mandare giù una pillola abortiva.
Come dire: donna, sei nata per partorire con dolore, e casomai abortire con il massimo della pena.
Ed è arrivato e passato il mese dei morti, che ha visto, indignati, svegliarsi da un finto torpore autunnale i porporati cattolici, impersonati dal cardinal Ruini che, in un maldestro tentativo di “picconamento” di cossighiana memoria, ha citato la devolution per poi scagliarsi contro il vero obiettivo: l’aborto. O meglio, la legge sull’aborto: da cambiare, modificare, stralciare nelle parti che non tutelino il millantato “diritto alla vita” del concepito.
Del quale, una volta nato, non si preoccupa più nessuno. O quantomeno, nessuno degli uomini che, lancia in resta, si eran fatti, man mano, fino allo scadere dell’ultima settimana di gravidanza, protettori del concepito, dell’embrione, del feto. Ma mai del neonato, e men che meno del bambino.
Stupiranno allora le considerazioni che vogliamo fare sul “concetto di aborto” come totalmente disgiunto dal “concetto di moralità”.
La vita e la morte hanno a che fare con la natura, non con la morale. La vita non è sacra e la natura, che è anch’essa madre, uccide i molti perché i pochi abbiano vita e maggiori possibilità di sopravvivenza. Il ciclo naturale è morte e vita, e, se qualcuno ha l’ardire di definirlo crudele, subito dopo aggiungerà che è pure necessario.
In natura l’individuo non ha importanza: ne ha la specie. Per la nostra cultura, permeata dal cattolicesimo che ha aperto la strada e proliferato sul concetto di individuo, tanto che oggi siamo una società individualista dove nessuna forma di associazionismo ha la meglio sull’egoismo di ciascuno (vedasi quella giungla che è diventato il mondo del lavoro), l’individuo ha il diritto all’autodeterminazione.
Ha il libero arbitrio.
Ma non se è una donna che valuta di abortire.
Perfino Dio stesso chiese a Maria se era d’accordo con un certo disegno divino, duemila anni fa. Oggi invece, secondo gli uomini di quella stessa Chiesa e i timorati di Dio, le donne non avrebbero il diritto di decidere del proprio corpo. Né avrebbero il diritto di rifiutare di sottostare al corso della natura, mentre questa muove le sue pedine per la conservazione della specie.
Perché, senza riconoscere la dinamica sottesa, le brigate antiabortiste pensano alla vita della natura, non alla vita dell’individuo. Del quale la Chiesa ha inventato il concetto; per sottrarre alla bieca “naturalità” la persona e renderla a immagine e somiglianza di Dio.
 


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