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Telegiornaliste anno II N. 1 (33) del 9 gennaio 2006


MONITOR Manuela Donghi, la trottolina dei media di Tiziano Gualtieri

Definire Manuela Donghi non è semplice. Ragazza poliedrica, seppur giovane, ha fatto esperienze un po' in tutti i campi, prima di trovare, forse, la sua quadratura del cerchio. Trottolina dei media, ha provato tutti i diversi modi di fare comunicazione: spettacolo, radio, televisione, carta stampata. E nel suo palmares non manca neppure un'esperienza musicale. Tra breve sarà anche giornalista a tutti gli effetti.
Manuela, ti ho definita "trottolina dei media": spero non ti dispiaccia, ma è davvero difficile inquadrarti e darti una collocazione precisa. Tu cosa ti senti: showgirl, voce radiofonica, giornalista o viso televisivo?
«Certo che non mi dispiace! Anzi, con "trottolina dei media" penso tu abbia inquadrato un po' la mia figura dai tempi in cui ho iniziato a lavorare fino a qualche mese fa... oggi posso finalmente dire che, ebbene sì, mi sento una giornalista!»
Partiamo dall'inizio. 1996, una giovanissima Manuela arriva alle finali di Miss Italia. Cosa ti è rimasto di quell'esperienza? È davvero così straordinaria?
«Su Miss Italia si potrebbe aprire un enorme capitolo, che peraltro corrisponde con il primo capitolo della mia storia lavorativa, anche se ai tempi ancora non lo sapevo! Decisi di partecipare alle selezioni del concorso per caso, con una mia amica del liceo, e per caso sono arrivata alla sospirata finale di Salsomaggiore. Avevo 18 anni e ho vissuto l'esperienza forse con l'ingenuità e le paure di un'adolescente che per la prima volta in assoluto rimaneva lontana da casa per diversi giorni (3 settimane!), in mezzo a persone sconosciute. Miss Italia è un'avventura pazzesca, snervante, stancante; i ritmi sono iper-frenetici; non ti permettono di avere contatti con persone esterne, si è impegnate a volte fino a notte fonda, con la pausa pranzo e cena di mezz'ora... Molte volte penso che, a tornare indietro, avrei aspettato ancora un paio d'anni prima di partecipare, avrei avuto forse una consapevolezza diversa... pensa che la sera della finalissima, subito dopo l'elezione di Danny Mendez, sono scappata via... non ne potevo più! È comunque un'esperienza che consiglio alle ragazze. Se vissuta come un gioco come ho fatto io, però».
L'edizione del 1996 è ricordata per una cosa in particolare. Per la prima volta vince appunto una ragazza di colore, Danny Mendez, e le polemiche divampano. Come è stata vissuta dall'interno questa "novità"?
«Bella domanda. Se vivi da diretta interessata il concorso di Miss Italia, capisci che nulla è già stabilito a priori come dicono; non penso ci siano raccomandazioni o cose del genere. Semplicemente dopo un po' di giorni si cominciano ad intravedere le possibili finaliste e di conseguenza la probabile nuova Miss Italia. La vittoria di Danny Mendez era abbastanza scontata, anche se per la verità io non mi aspettavo vincesse realmente. La polemica maggiore derivata dalla sua vittoria è stata più che altro quella per cui Danny non aveva nulla a che vedere con l'Italia: era solo una cittadina "acquisita" perché la mamma si era risposata con un italiano».
L'allora presidente del Consiglio, Romano Prodi, commentò: «È l'Italia che cambia». Il Belpaese è davvero cambiato dopo quell'elezione che ha diviso critici, filosofi e semplici cittadini?
«Non so. È difficile rispondere e capire se in effetti l'Italia cambiò a partire da quel momento. Io non penso».
Nella tua carriera hai fatto anche la modella...
«Appunto... vedo che siete molto attenti e scrupolosi. Sì, le prime esperienze nella moda le ho fatte poco prima di andare a Miss Italia e ho proseguito poi a lavorare, mentre studiavo all'università. Non ho mai pensato di continuare a fare la modella per molto tempo, anche se ho avuto moltissime soddisfazioni, lavorando per stilisti come Gianfranco Ferrè o marchi come "La Perla". Però che fatica, sempre a dieta...
E poi ero un po' bassina (175 centimetri ndr)».
Poi, ti sei "innamorata" della tv. Meglio di qua o di là dalla "barricata"?
«Incontro fatale, quello con la televisione. Mi ricordo come se fosse ieri. Avevo 20 anni, stavo partecipando come figurante speciale al programma A tutta festa (1998) condotto da Lorella Cuccarini e Marco Columbro, e non ti so dire cosa mi sia successo: le telecamere, le luci, i microfoni...
Insomma, lì ho capito veramente cosa avrei voluto fare nella mia vita... o perlomeno ai tempi era un sogno!»
Prima alcune apparizioni in Rai e Mediaset (La sai l'ultima, giusto per ricordarne una), poi presentatrice, infine autrice. Voglia di fare esperienza, oppure tentativo di fare una vera e propria ricerca?
«Hai centrato il discorso! La mia è sempre stata una sorta di ricerca. Fin da piccola ho sempre desiderato fare la giornalista tv: guardavo i telegiornali e, con i libri di cucina di mia mamma, imitavo i conduttori che leggevano. Mi sono iscritta a lettere moderne con l'intenzione di fare giornalismo. Poi però il destino ha voluto che io facessi mille altre esperienze, ed è stato un bene, perché ho cominciato così ad ambientarmi nel settore. Ho imparato prima a sorridere davanti alla telecamera, poi a muovermi e infine a parlare, senza rischiare di "bruciarmi". Anche perché una giornalista troppo giovane non è tanto credibile».
Nel 2002 l'incontro con l'unico media che manca alla "collezione": la radio. Sbarchi su Radio Italia Network. Prima come voce ufficiale di Ritratto d'autore nel programma condotto da Marco Biondi, poi come conduttrice di un programma di informazione cinematografica, Sedici Noni, insieme ad Andrea Gelli. Cosa ti ha spinto ad accettare questo nuovo confronto?
«Sempre la solita voglia di ricerca. Ho accettato per iniziare forse una sfida e devo dire la verità: ho scoperto un nuovo mondo! L'approccio con la radio per me è stato complicato, all'inizio ci mettevo due ore a registrare mezz'ora di programma; pensavo "Oddio, forse non è il mio lavoro", ma poi ce l'ho fatta... e sono riuscita ad andare in onda per tre ore di fila in diretta!»
La leggenda narra che tu girassi per i corridoi di Rin cantando...
«Mi piace far scappare la gente (ride ndr)».
E tra il 2003 e il 2004 nasce il "Trio Maluma": Marco Biondi, Dj Speciale e Tony H si riuniscono sotto la voce di una certa Manuela; nasce Again.
«Ecco, a proposito di far scappare la gente: ebbene sì, ho anche cantato! Il disco in realtà è molto simpatico (non sono decisamente una cantante) ed è nato per caso durante un trasloco. Cantiamo io, Dj Speciale e Marco Biondi: da qui TRIO MA (Manuela), LU (il nome di Dj Speciale è Luigi) e MA (Marco), e non puoi immaginare quanto ci siamo divertiti quella sera! Da un gioco è nato poi il seguito di Again: I like to party».
Ti manca Rin?
«Tasto dolente. Non l'ho mai detto a nessuno. Sì, mi manca moltissimo».
Dopo la riorganizzazione di Rin, sei comunque rimasta nel giro e ora graviti attorno a PlayRadio, emittente nuova che sta cercando di imporsi nell'etere italiano. Una nuova sfida anche per te.
«Infatti. PlayRadio è la nuova radio del gruppo RCS, una nuova realtà che sono sicura farà grandi cose. Io mi occupo della redazione e della stesura dei testi per il programma di Natasha Stefanenko (Play Style in onda la mattina tra le 9.00 e le 10.00). Diciamo che è sempre fondamentale l'esperienza anche dietro le quinte».
Nella tua già lunga carriera, hai affrontato anche il mondo dei motori. Quanto è difficile, per una donna, inserirsi in un mondo considerato ancora ad appannaggio solo degli uomini?
«Non eccessivamente. Forse lo scoglio maggiore è rappresentato dai capelli biondi, dagli occhi azzurri, dalla taglia 42, etc etc: se sei una bella ragazza, allora passi subito per quella che deve per forza mettersi la minigonna e che deve ammiccare in modo malizioso. Il problema maggiore è riuscire a farsi prendere sul serio. E ti dirò: ancora oggi ho delle difficoltà in questo senso».
Cinema, motori, musica. Ma scrivi anche di arte. Sei un'appassionata?
«Di arte ho scritto quando lavoravo a Telecity per Starmarket. Conducevo una rubrica giornalistica con contenuti di arte. Non ritengo di essere necessariamente una appassionata; diciamo che sono convinta che una brava giornalista deve essere in grado di scrivere un pò su tutto, "specializzandosi" poi in un campo ben definito, se vuole fare il grande salto».
Tante esperienze, ma un filo sottile comune che le unisce: il cinema. È questo il tuo vero amore?
«No. Non è il mio vero amore. È uno degli amori della mia vita».
Ora è possibile seguire le tue gesta sull'emittente televisiva regionale "Più Blu Lombardia" dove, in pratica, racconti gli eventi lombardi con particolare attenzione agli aspetti culturali. C'è ancora spazio per la cultura nella televisione del 2005?
«Spazio per la cultura in televisione ce n'è sempre stato. Solo che, in base ai dati Auditel, i programmi più impegnati vengono spostati in fasce orarie minori. Però io penso una cosa: esiste il videoregistratore; se alla sera non c'è nulla di interessante si può sempre vedere qualcos'altro, magari registrato nel pomeriggio. E poi oggi esiste Sky: quanti canali tematici ci sono!
E non sottovalutiamo le realtà regionali e locali. Molte volte, con pochi mezzi a disposizione, si possono fare delle grandi cose; questo perché una tv più piccola può sperimentare mille idee senza il terrore dei dati d'ascolto del giorno dopo. A Più Blu Lombardia c'è il clima ottimale per crescere e migliorare, proprio quello che voglio!»
Sei laureanda alla Statale di Milano in Lettere Moderne con preparazione di tesi sul linguaggio televisivo. Possiamo dire che sei un'esperta, se non altro per la grande preparazione sul campo. Radio, musica, televisione, riviste. Cosa vuoi fare da grande?
«Grazie per avermi dato dell'esperta. Non vorrei con questo titolo insultare chi lo è veramente. In ogni caso posso risponderti che da grande sarò una giornalista televisiva. Ne sono sicura».
CAMPIONATO Maria Luisa per un soffio  di Rocco Ventre

Nell'ultima giornata della prima fase Maria Luisa Busi non va oltre il pareggio con la Morelli, ma riesce comunque a guadagnarsi l'ultimo posto utile per i play-off grazie alla sconfitta di Laura Cannavò
Gli accoppiamenti del primo turno di play-off vedono dunque di fronte Moreno contro Busi e Costamagna contro Mattei.
Già qualificate per le semifinali Maria Grazia Capulli (che ha ottenuto il primo posto) e Monica Vanali (seconda). 
Retrocedono direttamente in serie B Marica Morelli e Monica Gasparini.  Si giocheranno la salvezza negli spareggi dei play-out Bianca Berlinguer contro Maria Leitner e Cristina Parodi contro Irma D'Alessandro.
CRONACA IN ROSA Il 2006 delle donne di Erica Savazzi

Inizia un nuovo anno: le donne, nel bene o nel male, saranno ancora protagoniste, anche se non quanto meriterebbero. Vediamo alcuni nomi che incontreremo sicuramente nel corso del 2006.
Carolina Kostner: si è detto che rappresenta l’Italia migliore, bella e vincente. Sarà lei, la pattinatrice altoatesina, il portabandiera della nazionale alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Torino 2006. Il talento e la personalità non le mancano, speriamo in una bella medaglia.
Rita Borsellino: candidata dell’Unione alla presidenza della regione Sicilia, sa che cos’è la mafia e come affrontarla. E’ il volto nuovo che dà fiducia e speranza ai cittadini.
Ségolène Royal: sfidante del presidente Chirac alle prossime elezioni presidenziali francesi del 21 aprile e del 5 maggio (si vota con doppio turno), è già stata ministro della Famiglia e dell’Infanzia.
Angela Merkel: la cancelliera tedesca, prima donna a ricoprire questo ruolo, ha davanti a sé mesi difficili, con una Germania in crisi economica e la necessità di effettuare pesanti tagli allo stato sociale. Deve inoltre tenere unita la grosse Koalition che sostiene il suo governo.
Karita Bekkemellem: ministro norvegese per le Pari Opportunità. E’ entrata in vigore il 1° gennaio 2006 la legge, da lei fortemente voluta, che obbliga le grandi aziende pubbliche e private a nominare consigli di amministrazione composti per il 40% da donne.
Aiko del Giappone: per permettere alla principessina di regnare si prepara una svolta epocale. Una commissione modificherà la Costituzione per eliminare la legge salica, secondo la quale il trono spetta ai soli eredi maschi.
Condoleeza Rice: uomo di ferro dell’amministrazione Bush. Nonostante scandali, polemiche e un’opinione pubblica non proprio favorevole, lei resiste. E’ ancora convinta della giustezza della guerra in Iraq. Molto (forse troppo) sicura di sè.
Le donne di Africa e Asia: passa attraverso di loro la lotta all’AIDS. Educandole a proteggersi dal virus e aiutandole a partorire bambini sani e a non infettare i propri figli (ad esempio tramite l’allattamento), si potrà cercare di tenere sotto controllo la malattia.
Donne violate e sfruttate: troppo spesso, anche nel nostro Paese, le donne vengono uccise, violentate, private dei diritti. Ricordiamo l’impressionante serie di omicidi di mogli e fidanzate degli ultimi mesi.
Purtroppo questi fatti non spariranno dalle pagine di cronaca dei giornali neanche quest’anno.
CRONACA IN ROSA Famiglia o carriera? di Valeria Pomponi

Dati alla mano, carriera e famiglia non sembra un binomio semplice.
A certificarlo è una ricerca di Federmanager, federazione nazionale dei dirigenti di aziende industriali, che in occasione dei propri 60 anni di attività, ha realizzato una ricerca su un campione di 1.200 donne con ruoli dirigenziali.
I dati parlano chiaro: nelle aziende, le donne con famiglia sono maggiormente penalizzate rispetto ai colleghi uomini.
Se il 90% degli uomini è coniugato o convivente, la percentuale delle donne che si trovano nella medesima situazione scende al 73%.
E mentre solo il 13,9% dei dirigenti uomini non ha figli, le donne "obbligate" a non averne sono il 43%.
Sacrificare, nella totalità o solo in parte, la famiglia diventa determinante.
Donne senza figli, single o separate, hanno uno stipendio superiore rispetto le colleghe con famiglia e prole a carico.
La retribuzione media del dirigente italiano è di 95.000 euro lordi l'anno. Per le donne, invece, si ferma a 83.000 mila euro. Scende a 81.000 per quelle coniugate, mentre le dirigenti single arrivano a 92.000 euro annui.
Tutto ciò delinea una situazione paradossale: quasi che una donna con famiglia e figli abbia meno bisogno di uno stipendio rispetto a chi marito e prole non li ha.
Nonostante i numeri, le donne continuano ad impegnarsi per emergere. A sostegno, l'identikit della donna manager italiana: ha un'età media di 45 anni ed è arrivata al top della carriera a 38. Nel 70% dei casi ha una laurea, e un'esperienza lavorativa ventennale.
Per gli uomini, l'età media è di 50 anni, e solo il 62% possiede una laurea.
Il piccolo esercito delle donne dirigenti, nella maggior parte dei casi, proviene da famiglia di alto livello sociale: il 50% del campione intervistato dichiara che il padre, a sua volta, era dirigente.
Il punto è: la carriera al posto della famiglia e dei figli?
Il dilemma sarebbe risolvibile se gli interventi sociali fossero mirati alla rimozione degli ostacoli, individuando strutture di supporto quali asili nido (magari aziendali) e assistenza domiciliare per figli minori e anziani.
Provvedimenti finora adottati solo da poche, grandi aziende, ma di difficile attuazione per quelle piccole e medie, che costituiscono la stragrande maggioranza del panorama aziendale italiano.
Il lavoro femminile non è soltanto uno strumento di realizzazione e autonomia personale: rappresenta piuttosto un'opportunità di crescita sociale. Forse è ora che gli assisi al potere se ne rendano conto.
CRONACA IN ROSA Il calcio di Mediaset di Danila Di Nicola

Anno d'oro quello di Mediaset: ha acquistato i diritti tv sul calcio per tre stagioni a 61 milioni di euro, dopo il ricorso della Rai che vantava un accordo precedente con la Lega.
L'antivigilia di Natale arriva l'altro colpo della tv di Berlusconi: si è assicurata i diritti televisivi della Juventus per le stagioni 2007-2008 e 2008-2009, più l'opzione per il 2009-2010 a 248 milioni di euro.
L'accordo riguarda la trasmissione tramite qualsiasi piattaforma distributiva delle partite interne del campionato italiano, per l'Italia in forma criptata e per il resto del mondo anche in chiaro; la trasmissione tv di un trofeo amichevole e altri diritti legati agli impegni della società torinese.
Mediaset cederà a terzi i diritti di sfruttamento sulle piattaforme trasmissive su cui non svilupperà una propria offerta commerciale. Così Sky e tutti gli operatori di Internet o telefonici, dovranno trattare con Piersilvio Berlusconi se vorranno avere ancora la principale società calcistica italiana, la Juventus, terza squadra più seguita al mondo dopo Real Madrid e Manchester United.
Contro Mediaset è in corso un'indagine dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato per restrizioni della concorrenza nell'acquisizione dei diritti calcistici. Nel giugno del 2004 Juventus, Inter, Milan e Roma hanno sottoscritto una carta privata con la tv di Berlusconi dove hanno ceduto anche i diritti di prima negoziazione e di prelazione dal 2007-2008 al 2015-2016. La legge europea non consente infatti contratti più lunghi di tre anni, sui diritti calcistici, proprio per evitare di mettere fuori gioco la concorrenza.
In merito alla questione Juventus si è espresso Roberto Sommella, direttore delle relazioni esterne dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato: « Il contratto che Mediaset ha stipulato con la Juventus è legittimo e noi non possiamo fare nulla. Credo che il problema vada risolto all'interno della Lega calcio».
Probabilmente presto al club degli Agnelli si uniranno anche Milan e Inter per garantirsi accordi milionari. E i piccoli club? «La Juventus vende i diritti e intasca un sacco di soldi, ma alle altre squadre rimangono le briciole — afferma Maurizio Zamparini, presidente del Palermo e vicepresidente della Lega — Questa situazione è insostenibile e presto scoppierà un caso».
I presidenti dei piccoli club chiedono il ritorno alla vendita dei diritti collettivi. I dirigenti di otto società, tra le quali Fiorentina, Sampdoria e Palermo, hanno chiesto un intervento immediato della Figc in materia.
I club calcistici oggi vivono soprattutto di diritti tv. Se si proseguirà su questa strada cambieranno completamente i rapporti di forza in campo televisivo. Solo con la vendita dei diritti collettivi si potrà colmare la distanza tra i piccoli e i grandi club, evitando la disfatta del calcio.
FORMAT  Antonella Clerici: macchinista del treno dei sogni di Nicola Pistoia

Lo scorso 7 gennaio, dal binario Uno della Rai, è partito Il treno dei desideri. Un "convoglio" che non è un reality, ma un «people show», come vuole definirlo la sua conduttrice Antonella Clerici.
Di strada, la spumeggiante Antonellina ne ha fatta molta. Incominciando a lavorare per la tv di Stato come giornalista sportiva in Dribbling, per poi passare alla conduzione di tanti altri programmi, come Uno Mattina, Domenica In, Adesso sposami.
Fino ad arrivare al reality show Il Ristorante e al prestigioso palcoscenico del Festival di Sanremo, insieme a Paolo Bonolis.
Da cinque anni ci fa compagnia ogni mezzogiorno con la sua Prova del Cuoco, combinando i suoi tanti, divertentissimi guai.
Il nuovo programma, prodotto dalla Endemol, ha lo scopo di esaudire i desideri della gente, di persone comuni che non hanno velleità di divismo, ma solo sogni da realizzare. La particolarità sta proprio nel fatto che non si fa affidamento sui soliti "famosi in cerca di notorietà", ma sulle emozioni spontanee dei viaggiatori di questo incantevole treno. Sicuramente un programma in controtendenza.
La redazione è stata presa d’assalto da migliaia di lettere e telefonate con richieste di sogni più o meno importanti. I più comuni sono richieste di denaro, case e viaggi. Non tutti, o molto pochi, potranno essere accontentati, soprattutto nel primo caso.
In ognuna delle sei puntate previste, che con tutta probabilità verranno portate a nove, verranno realizzati desideri diversi ma con un elemento in comune: la sorpresa.
Il tutto corredato dalla consueta verve della padrona di casa…pardon, macchinista.
ELZEVIRO Guerra al cinema di Antonella Lombardi

Il cinema ha bisogno della guerra? Secondo certe esigenze hollywoodiane, spesso a caccia di drammi e di una morale edificante, sembrerebbe di sì.
La guerra in generale, ma anche le singole battaglie storiche, sono sempre state presenze forti nella storia del cinema.
E come in un copione già scritto, ogni conflitto contiene in sé, cinicamente, tutti gli ingredienti necessari per una storia appassionante: l’eroe, l’amore, la tragedia.
Negli ultimi anni numerose guerre hanno stravolto fisionomia, destini ed equilibri di diversi Paesi: dall’Iraq ancora lacerato, alla guerra del Golfo, al Rwanda e ai mille altri conflitti dimenticati nel resto del mondo.
La possibilità di essere costantemente informati, insieme alla tecnologia moderna, sono fattori che hanno permesso di aggirare almeno in parte le censure dei governi e che hanno influenzato, di riflesso, il cinema e i suoi registi. Non mancano, infatti, titoli e tentativi (alcuni lodevoli, altri meno) che hanno rappresentato in maniera diversa la guerra offrendo nuovi punti di vista sull’argomento.
Tra le presenze più recenti: Private (scelto per rappresentare il nostro Paese agli Oscar, poi scartato), sul conflitto israelo-palestinese dove la tragedia incombe, sospesa, tra il diritto a una normalità impossibile e l’incomprensione, anche linguistica, con il nemico.
Per certi versi lo sguardo del regista Saverio Costanzo sembra rimandare a quello sulla trincea bosniaca di un altro film, No man’s land di Danis Tanovic dove c’è posto anche per l’ironia surreale.
E poi Il pianista, film struggente di Roman Polanski, sulla rivolta del ghetto di Varsavia vissuta attraverso gli occhi di un pianista scampato all’olocausto; Paradise now, di Hany Abu-Assad, sul dramma interiore di un aspirante kamikaze; o il polemico Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, Palma d’oro a Cannes.
E ancora l’ultimo lavoro di Benigni, La tigre e la neve, purtroppo meno riuscito de La vita è bella.
Interessante l’esordio cinematografico di Katia Ricciarelli per la regia di Pupi Avati nel film La seconda notte di nozze, con uno straordinario Antonio Albanese; qui la povertà e l’arte di arrangiarsi nel dopoguerra italiano è fatta di chiaroscuri e la dedica, iniziale e finale, ai «bambini che fecero una gran luce» ricorda le vittime delle mine abbandonate nei campi.
Così come di infanzia, mine e diritti negati si parla in Viaggio a Kandahar, dove una pioggia di protesi artificiali rappresenta una speranza cui guardare al di qua di un burka opprimente.
Infine i conflitti che si sono svolti sotto lo sguardo distratto di un Occidente incurante, come Hotel Rwanda, racconto del genocidio del 1994 degli Hutu contro i Tutsi in cui si distingue una sorta di Schindler africano, pronto a salvare diverse vite.
Senza contare i film usciti dopo l’11 settembre 2001, inevitabilmente intrisi dell’ansia collettiva e nei quali si sono affermate due opposte tendenze: rimuovere i simboli della tragedia o riferirsi continuamente alla realtà attuale.
Accanto a 11 settembre 2001, composto da diversi episodi sulla tragedia firmati da altrettanti registi, è da ricordare La 25ªora di Spike Lee, dove, tra macerie ed escavatrici al lavoro, viene mostrato il ground zero, controcanto dolente di una città improvvisamente vulnerabile.
Ma Hollywood non sta a guardare e, se in Spiderman rimuove le inquadrature relative alle Twin Towers, ne La guerra dei mondi di Spielberg i riferimenti sono più sottili: l’alieno è il nemico e alla prima comparsa di lampi, tuoni e mostruose macchine extraterrestri, la piccola attrice Dakota Fanning chiede al padre (Tom Cruise): «Sono terroristi?».
TELEGIORNALISTI  Paolo Chiariello, giornalista “all news” di Filippo Bisleri

La sua massima è: «Molti di noi fanno un mestiere bellissimo, e siamo pure pagati per farlo». Parliamo di Paolo Chiariello, giornalista di Sky Tg24 che abbiamo incontrato all’indomani dell’infuocato scontro di Coppa Italia Napoli-Roma.
«Io e il mio cameraman eravamo gli unici operatori del mondo dell’informazione presenti – ci racconta Paolo – e tutte le tv, anche Rai e Mediaset, ci hanno comprato le immagini e mi hanno chiesto i racconti, anche perché diversi colleghi non hanno voluto essere presenti, prevedendo il clima infuocato. Ai colleghi ho raccontato quello che ho visto, ma le emozioni, che ho messo nel mio servizio, non erano trasmissibili».
Pare di capire che tu fai il mestiere che sognavi di fare da ragazzo.
«Lo sognavo da sempre e, ripeto, sono anche fortunato a farlo e ad essere pagato per farlo. Pensa che mio padre mi diceva che volevo fare il giornalista perché non sapevo fare altro. Ma ora è felice della mia carriera».
Hai una persona da indicare come tuo maestro di giornalismo?
«Sicuramente Francesco Landolfo, che è stato vicedirettore a Roma e che è stato il primo a leggere un mio pezzo, facendomelo rifare tre volte. All’apparenza un personaggio un pò burbero, ma un uomo che mi ha aiutato a crescere molto a livello professionale. Poi non posso dimenticare che la stessa città di Napoli è maestra di giornalismo ogni giorno».
Servizi più belli o ricordi migliori della carriera?
«Certamente la partecipazione ad un blitz dei carabinieri con diversi arresti, e uno speciale sul Tribunale di Torre Annunziata, dove ho potuto evidenziare, presente in studio il ministro Guardasigilli Roberto Castelli, che lì le norme di legge non venivano rispettate. Ne seguì un’ispezione ministeriale, ma le cose, oggi, sono come io le avevo denunciate».
Che tipo di redazione è Sky?
«Una realtà meno burocratica con contatti più agevoli tra i corrispondenti e il forte nucleo di redattori centrali. Gli strumenti che ci sono messi a disposizione per lavorare, poi, valorizzano le nostre professionalità. Ad esempio, grazie alla tecnologia satellitare noi siamo in grado, in pochi secondi, di seguire gli eventi su tutto il territorio nazionale (ma anche la vicenda tsunami dimostra come Sky abbia grandi capacità a livello internazionale) anticipando sempre i colleghi di Mediaset e Rai».
E vincoli sulle cose da dire ne avete?
«No, il fatto di non avere padrini politici consente a Sky e ai suoi giornalisti di essere liberi da lacci e lacciuoli vari. Sky Tg24 è una redazione molto giovane che ha assunto oltre cento giornalisti, senza puntare sui grossi nomi, ma badando a far crescere le nuove generazioni dell’informazione. Mi ritengo fortunato a far parte di questa squadra di bravi giornaliste e giornalisti».
Consiglieresti ai giovani di intraprendere la carriera giornalistica?
«Lo consiglio nella misura in cui, dopo l’università, hanno la possibilità di fare giornalismo in strada, tra la gente. Se possono far parlare la gente, sentire le loro storie ed emozioni, allora credo che i ragazzi debbano fare questo mestiere. Dove mi trovo ora, a Sky Tg24, posso raccontare i fatti con pacatezza e commento appropriato come avvenuto l’8 dicembre 2005 per Napoli-Roma di Coppa Italia».
Vedi dei rischi nella professione giornalistica?
«Vedo il rischio “veline”, ma non quelle di Striscia la notizia. Mi riferisco alla comunicazione ufficiale che non è più solo quella di ministeri, regioni, province e comuni, ma anche di carabinieri e altre realtà. Ti faccio un esempio: giorni fa, in Campania, è stato trovato il corpo evirato e bruciato di un uomo. Essendo sul posto e parlando con gli inquirenti ho potuto appurare che si trattava di un omicidio. I colleghi, invece, hanno dato conto, seguendo la “velina” dei carabinieri, di un suicidio. Ebbene, mentre i giornali parlavano di suicidio con poche righe in cronaca, a Sky Tg24 avevamo già detto che era un omicidio e dato, praticamente in presa diretta, l’arresto del fratello dell’ucciso che aveva compiuto il reato, per una vicenda di donne, aiutato da un secondo uomo».
Sei il marito di Anna Maria Chiariello, una giornalista famosa e brava. È difficile essere una coppia di giornalisti?
«Non è complicato come si potrebbe pensare. È vero che Anna Maria è più famosa di me e spesso mi prendono per il fratello invece che per il marito, ma questo non importa, ormai ci sorrido. Tra me e Anna Maria c’è una sana competizione che aiuta entrambi a lavorare meglio, anche perché il tg “generalista” in cui lavora mia moglie è diverso da quello “all news” in cui sono immerso io. Comunque non litighiamo certo per il giornalismo, e nemmeno per altro, perché siamo una coppia affiatata. La sfida è professionale ma estremamente corretta, come è giusto che sia tra veri professionisti dell’informazione che devono avere a cuore la verità e il telespettatore - o lettore che sia».
VADEMECUM Contratto, risorsa fondamentale di Filippo Bisleri

La professione giornalistica è regolata, per quanto riguarda la carta stampata (e la nuova normativa dovrebbe includere anche le testate online), dal contratto nazionale di lavoro sottoscritto dalla Fieg (Federazione italiana editori giornali) e dalla Fnsi (Federazionale nazionale della stampa italiana).
Il contratto regola e disciplina sia la parte economica della professione sia quella organizzativa all’interno delle redazioni, disponendo l’obbligatorietà della presenza della figura di un direttore responsabile i cui poteri sono ben definiti all’interno dell’articolo 6 del contratto.
È sempre il contratto a regolare contratti a termine, modalità di assunzione, periodi di prova, incentivi per l’assunzione di disoccupati, l’orario di lavoro (compreso quello della chiusura), i minimi di stipendio con i relativi scatti di anzianità e qualifiche, il lavoro notturno, i giorni festivi e di riposo settimanale, ferie, malattie, matrimoni e maternità, servizi militari, pensionamenti, Comitati di redazione (fiduciari per i giornali più piccoli) e risoluzione del rapporto di lavoro. Il tutto oltre a definire e inquadrare le figure e le mansioni di redattori, praticanti e collaboratori.
Per quanto riguarda invece radio e tv locali è stato sottoscritto (per la prima volta il 3 ottobre 2000) un contratto collettivo tra Fnsi, Aer, Anti e Corallo che ha portato anche in questo settore le regole già in uso con il contratto della carta stampata.
Il contratto Fnsi-Aer-Anti-Corallo prevede minimi di stipendio più bassi rispetto a quelli del contratto nazionale Fnsi della carta stampata ma offre garanzie importanti sul piano occupazionale e di sopravvivenza anche delle emittenti locali più piccole.
Il contratto Fnsi-Aer-Anti-Corallo prevede la regolamentazione delle materie già citate per il contratto nazionale e, con importi diversi, anche la corresponsione della tredicesima mensilità e dell’indennità redazionale (che viene corrisposta in giugno quando i giornalisti della carta stampata ricevono la quattordicesima).
(16 – continua)
VADEMECUM L'esperto risponde

Vito di Trapani ci chiede:
Perché dietro i giornalisti Mediaset che leggono il tg ci sono degli schermi? A cosa servono? Io credo che la loro utilità sia uguale a zero, poiché la loro visione a volte mi distoglie dal discorso.
Risponde Filippo Bisleri:
In studio non c'è (o non ci sono) solo il conduttore, ma anche dei colleghi, pronti ad intervenire per segnalare notizie dell'ultima ora che possono arrivare dai tg delle tv del resto del mondo, o dalle reti locali italiane.
Flavia di Roma ci scrive:
Un grafico che ha lavorato per una casa editrice, impaginando per più di 5 anni le testate della stessa, può accedere all'esame di Stato di giornalista professionista?
Ho letto su una nota rivista che è possibile
.
Risponde Filippo Bisleri:
Certo che lo è, purchè ti venga riconosciuto il trattamento di praticante giornalista professionista per almeno 18 mesi. Occorre vedere il tuo contratto e se l'azienda ti concede il praticantato. Insieme a me, hanno sostenuto l'esame di Stato almeno 30 grafici.
EDITORIALE Ricominciamo di Tiziano Gualtieri

O almeno ci proviamo. Sì, perché potrà sembrare strano (o forse no), ma davvero rientrare operativi dopo una pausa rischia di essere davvero più stressante di lavorare.
La frase banale che sempre si sente quando finisce il lungo periodo festivo è che si torna al lavoro più stanchi di prima. Nella semplicità di quelle poche parole è davvero racchiuso il senso del discorso.
Fare il giornalista, oppure tentare di fare un qualcosa che ci si avvicini, è frutto della passione: questa professione non si fa per caso. Il trucco per riuscire al meglio non è "fare" il giornalista, ma "essere" un giornalista. Molti lo fanno, ma pochissimi lo sono. Io non so se, tra coloro che dal nulla - ognuno chiuso nella sua stanza, senza un contatto diretto con gli altri - ci siano dei giornalisti, ma è indubbio che per fare questo lavoro non basti saper scrivere.
Un testo scritto in italiano perfetto non è niente se non trasuda di passione, tenacia, e capacità di "sofferenza": il trucco del giornalismo - credo - risieda qui. Fare il giornalista è come essere innamorato di una donna lontana: sai che lei è lì, che ti aspetta e tu vorresti essere con lei, ma non sempre puoi.
E così ti svegli ogni mattina con il pensiero rivolto a lei, nella speranza che possa coglierlo.
A volte accade, altre no. Eppure devi continuare a combattere, a batterti anche per tirare fuori quella cosa che - a uno sguardo disattento - è insignificante, ma che ai tuoi occhi e a quelli della tua amata vale molto. Ecco, il giornalismo è proprio questo: un amore che va vissuto fino in fondo, intensamente, ogni istante. Chi non prova tutto ciò è meglio che abbandoni la scena.
La speranza che ho, ma credo di poter tranquillamente parlare per tutti coloro che scrivono su queste pagine virtuali, è che tutto ciò traspaia agli occhi di chi legge. Solo così potremmo dire di aver fatto un buon lavoro. Proprio per questo motivo noi, umilmente, ricominciamo.

 
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