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Telegiornaliste anno II N. 4 (36) del 30 gennaio 2006


MONITOR Tessa Gelisio, l'ambiente in tv di Giuseppe Bosso

E' sicuramente la regina dei programmi dedicati all'ambiente e alla natura, che hanno caratterizzato la sua carriera finora. Giovane ma con alle spalle già una provata esperienza, incontriamo con piacere Tessa Gelisio, nata in Sardegna ma toscana doc.
Come hai iniziato la tua carriera?
«Dapprima ho collaborato con associazioni no profit e, a 17 anni, come modella facendo sfilate. Poi sono diventata giornalista a 21 anni, dapprima sulla carta stampata, poi sono passata alla televisione, prima a Tmc con la trasmissione Blu&Blu, poi a La7 con Oasi; Rai2 con Sereno Variabile, Rai1 con Italia che vai; fino ad oggi con Rete 4 e i programmi Solaris e Pianeta Mare».
Ritieni che, nell’epoca dei reality e dei programmi trash, ecologia e ambiente abbiano dalla televisione e dai media in genere lo spazio che meritano?
«Assolutamente no. Ed è uno sbaglio che non coinvolge soltanto la televisione. A scuola, per esempio, non si insegna come si dovrebbe ad aver rispetto di un pianeta che ci ha sempre offerto e ci offre ancora servizi come l’aria, l’acqua, eccetera. E’un errore che pagheremo in futuro, purtroppo. E proprio a tal proposito ti segnalo un’iniziativa che concerne l’associazione forPlanet, di cui sono presidente, che si chiama Foresta Italia: acquistando degli ettari di foresta mediante una donazione si decide di tutelare questi habitat da cui dipende gran parte della vita sulla terra. Ora precisamente ci stiamo occupando dell’acquisto della foresta Bombonera in Bolivia».
La tua carriera si è sviluppata finora interamente lungo il filone ambientale-ecologico: e se ti proponessero di condurre programmi musicali o di intrattenimento, come pensi ti troveresti?
«Mah, dipende naturalmente dal contesto in cui mi troverei, dal tipo di programma che mi proporrebbero. Ma non escludo questa possibilità a priori».
Che consiglio daresti ai ragazzi che volessero intraprendere la tua carriera?
«Anzitutto di formarsi culturalmente, studiando sempre e tenendosi aggiornati; ma soprattutto, avere bene le idee chiare su cosa si vuol fare nella vita».
Un recente sondaggio afferma che le giornaliste siano la categoria professionale che più difficilmente riesce a conciliare lavoro e vita privata; da “diretta interessata” cosa ne dici?
«Guarda, dipende a quale tipo di giornalista ti riferisci. Certo, per chi come me è sempre in viaggio, è molto difficile saper conciliare lavoro e affetti. Ma tutto sommato ritengo che ci siano categorie, come le show-girl ad esempio, che siano decisamente messe peggio da questo punto di vista».
Ti ringrazio davvero della tua disponibilità, Tessa, da parte di tutto lo staff di Telegiornaliste.com, che si unisce a me nel farti i migliori auguri per la tua carriera e per l’impegno che metti sempre in una cosa importante come la tutela dell’ambiente.
«Grazie a voi. Un bacio con affetto».
E grazie anche a te, Tessa, per la tua disponibilità, ma soprattutto per il tuo impegno.
MONITOR  Jill Carroll: 35° reporter rapito in Iraq di Tiziana Ambrosi

Jill Carroll è il 35° reporter e la prima donna americana rapita in Iraq.
Certo non sembra appropriato ridurre tutto a una statistica, tuttavia anche questo rappresenta un indice del grado di pacificazione di una terra martoriata da più di due anni.
Dopo le elezioni, i cui risultati, come accade in ogni Paese democratico, sono stati resi pubblici dopo settimane, si sono fatti i primi accenni di ritiro completo: dichiarazioni che hanno il sapore sia di campagna elettorale, sia dell'insostenibilità di una situazione che, come la storia ci racconta, non era stata sufficientemente studiata.
Jill Carroll, 28 anni, è una giornalista freelance del giornale di Boston Christian Science Monitor; il suo rapimento è stato tenuto entro un'alone di vaghezza per quasi due giorni.
Il mistero è presto spiegato: quella parola, "Christian", non prometteva niente di buono in un Paese in cui le tensioni religiose sono accese perfino all'interno dell'Islam.
Il direttore stesso del giornale ha chiesto una sorta di silenzio stampa, per non peggiorare una già delicata situazione.
Le dinamiche del rapimento non sono ancora ben chiare, e potranno essere svelate solamente da Jill, considerando che l'autista-interprete che la accompagnava è stato assassinato.
Jill viene descritta come una profonda conoscitrice del mondo mediorientale. Già molti mesi prima dell'inizio dei bombardamenti su Baghdad, quando il futuro appariva tuttavia ben chiaro, si era trasferita in Giordania, dove ha lavorato per un giornale locale, approfondendo le sue conoscenze di lingua e cultura arabe.
L'orientamento politico dei suoi scritti è spiccatamente pacifista: per questo la vicenda ricorda all'Italia il rapimento di Giuliana Sgrena, giornalista de Il manifesto; entrambe da sempre schierate a fianco della popolazione civile, per dare una voce a chi solitamente non viene ascoltato.
Dal giorno del suo rapimento, avvenuto il 7 gennaio, di Jill non si è saputo molto, i contatti con i rapitori sono stati scarni, e l'unico segnale è stato il video trasmesso dalla solita Al Jazeera, in cui veniva dato un ultimatum di 72 ore affinché fossero rilasciate alcune prigioniere irachene.
Da allora non si è saputo più nulla. Altre storie ritornano alla mente: i giornalisti francesi Chesnot e Malbrunot, segregati per quasi sei mesi, Florence Aubenas, il cui video fu come una frustata.
Tutte storie finite nel modo migliore; la speranza non deve mai morire. E la nostra speranza è che Jill possa presto tornare libera, a dar voce a chi non ce l'ha.
CAMPIONATO Maria Concetta concede il bis  di Rocco Ventre

Maria Concetta Mattei si aggiudica l'11° campionato delle telegiornaliste: i nostri lettori hanno votato lei come la più amata giornalista della televisione. 
E' il suo secondo titolo: aveva infatti già vinto nel luglio 2003 sconfiggendo in finale Maria Grazia Capulli
Un applauso va anche alla vera rivelazione di questo campionato Monica Vanali, che esce sconfitta a testa alta dalla finale.
La medaglia di bronzo spetta a Manela Moreno che batte Maria Grazia Capulli nella finalina di consolazione.
CRONACA IN ROSA Incontro con Debora Villa intervista di Erica Savazzi

 Alla manifestazione di Milano in difesa della Legge 194 sull’interruzione di gravidanza abbiamo incontrato Debora Villa, cabarettista e attrice. È attualmente ospite fissa in Glob, condotto da Enrico Bertolino, ma ha acquisito grande notorietà interpretando il ruolo di Patti nella sit-com Camera cafè. Ecco che cosa ci ha detto.
Perché hai deciso di partecipare a questa manifestazione?
«Ho deciso di partecipare perché, anche se questa legge contiene moltissime lacune, credo che per le donne sia l’unica cosa esistente in Italia che possa tutelarle e dare loro la libertà di scegliere se abortire o meno. Io credo che questa sia una grandissima libertà che nessuno si deve permettere di ostacolare. Credo che sia una cosa fondamentale per ogni donna decidere del proprio destino e della propria vita, e non significa che tutte corrono alle ASL per interrompere la gravidanza. Anche i PACS sono un diritto sacrosanto: non si può impedire alle persone di essere felici».
Alcuni uomini sono qui oggi, altri magari ritengono che la questione non li riguardi.
«Tutti gli uomini che ci sono vedono la donna come un essere umano indipendente e capace di scegliere, di volere, di decidere della propria vita. Sono qua a manifestare per dirlo. A tutti quelli che non ci sono perché disinteressati io vorrei dire: occupatevi della vita dei vostri fratelli e delle vostre sorelle, dei vostri parenti, perché le donne non sono una realtà disgiunta da voi, vi ha partorito una donna, ve la sposate, una donna, avrete delle figlie che sono delle donne, quindi pensate a loro e date loro la possibilità di scegliere».
La visione che delle donne danno i media forse non aiuta.
«Soprattutto nelle nuove generazioni c’è come unica e preziosissima meta quella di spogliarsi davanti a tutti gli italiani, fare dei calendari e sposarsi un calciatore. Io credo che la televisione abbia tolto a tantissimi giovani i propri sogni. Secondo me una ragazza non si domanda più che cosa desidera realmente, ma siccome tutte hanno quel sogno, che è un modello imposto, si adegua. Anche perché è l’unico modello oggi in Italia. In questo vedo tantissime similitudini, parlando di cose estremamente opposte, con l’integralismo mussulmano che vuole la donna con i veli: noi la vogliamo assolutamente nuda. È la stessa cosa, si tratta di una finta libertà. La vera libertà, che è quella per cui siamo qui a manifestare, ce la vogliono negare. E non è che se una ragazza decide di sostenere questa legge finisce in consultorio dopo due minuti esatti. Ma perché nessuno vieta a una minorenne di mettersi mezza nuda in tv, come mai? Noi dobbiamo stare lì zitte, mute e belle, piuttosto disponibili, ma poi se dovesse venire un pensiero in testa, questo ce lo vietano».
Cosa pensi degli uomini politici che abbiamo sentito più volte esprimersi sulla 194?
«Vorrei che evitassero di dire stupidaggini, le lascino ai comici. Vorrei che si occupassero della vita delle persone, di amministrare, e non di imporre le proprie idee, facendo in modo che anche coloro che non la pensano come loro siano liberi e tranquilli di poter vivere in questa società».
Non è che si è attaccata la 194 per sviare l’attenzione da altri problemi?
«Qualunque cosa va benissimo per depistare e toglierci dalla testa i problemi principali del Paese. La regola fondamentale di questi giochi è “divide et impera”, quindi finché ci divideranno su queste cose facendoci sentire nemici, vinceranno sempre e costantemente».
A trent'anni dall’approvazione della legge siamo di nuovo in piazza.
«Questo è un passo indietro. Ratzinger sta facendo un passo indietro con la Chiesa, lo Stato segue la Chiesa cattolica perché si sente forte di tutti questi “valori” che ci vengono imposti, la famiglia ma non i conviventi, il padre, la madre, i figli. Poi non importa se il padre è un alcolizzato che picchia i familiari, l’importante è che ci sia questa istituzione in apparenza. Ecco, credo che sia gravissimo, oltraggioso, stiamo andando verso il Medio Evo, mentre invece dovremmo andare verso il futuro».
Bisogna far nascere i figli, ma poi chi aiuta le famiglie?
«Non c’è prevenzione, non c’è cultura della famiglia, non c’è aiuto alla famiglia. Non c’è lavoro, non c’è occupazione, non c’è futuro. Credo che veramente siamo arrivati al limite. Bisogna tutelare gli individui. Sono aumentati tantissimo gli stupri di gruppo: lo Stato dovrebbe occuparsi del maschio, non della donna, la donna già bada a sé. Ce l’ha fatta da sola per più di 2000 anni. Lasciateci stare, ché noi badiamo a noi stesse, occupatevi voi invece dei vostri problemi che poi si riflettono a livello negativo su tutta la società. Pensate bene a quello che fate, dite e pensate. Noi ci pensiamo sa sole».
CRONACA IN ROSA IL MONDO DELLE DONNE Michelle, la presidenta di Erica Savazzi

Ha vinto le elezioni presidenziali con il 53,6% dei voti, stracciando lo sfidante di centro-destra Sebastian Pinera. Una donna agnostica, due volte divorziata, con tre figli, è stata eletta alla guida del Cile, Paese tradizionalmente religioso, dove il divorzio è previsto nell’ordinamento legislativo solo dall’anno scorso.
La maggior parte dei suoi elettori sono state donne: con questo voto hanno chiesto un nuovo corso della politica, che dedichi maggiore attenzione alle tematiche sociali. E infatti, come promesso durante la dura campagna elettorale, i primi provvedimenti del suo governo, composto per il 50% da donne, saranno infatti dedicati alle fasce più deboli della popolazione: aumento degli asili nido, gratuità delle cure mediche dopo i 60 anni, borse di studio per i bambini più poveri, assegni alle ragazze-madri, maggiore tutela delle donne sul posto di lavoro.
La storia personale di Michelle Bachelet rispecchia quella di molti suoi connazionali e al contempo dell’intero Paese. Quand’era una studentessa del migliore liceo di Santiago sosteneva il presidente Allende, appoggiando le sue riforme moderate. La dittatura di Pinochet l’ha costretta a fuggire all’estero, prima in Australia, poi a Berlino. Al suo rientro in patria, laureata in medicina, ha lavorato per aiutare gli orfani dei desaparecidos.
Fu segnata dalla dittatura in prima persona: il padre, generale dell’aeronautica, è morto dopo le torture subite dagli aguzzini di Pinochet, un suo innamorato è misteriosamente scomparso, lei stessa e sua madre sono state rinchiuse e torturate nel tristemente famoso lager di Villa Grimaldi.
La carriera politica della presidenta inizia nel 2000, quando il presidente Lagos la chiama a dirigere il Ministero della Sanità, e nel 2002 la nomina ministro della Difesa. La sua candidatura alla presidenziali non era stata programmata all’interno del partito socialista e all’inizio ha suscitato molte critiche: Michelle veniva accusata di sembrare una qualunque casalinga e di non avere né la forza né le capacità per battere il rivale Pinera, magnate della tv. I suoi colleghi di partito si sono dovuti rassegnare dopo aver letto i sondaggi sulla popolazione: a lei andavano più del 40% delle preferenze. E così, grazie alla candidatura “dal basso” di una signora di 54 anni, il Cile ha la sua prima presidenta.
FORMAT La notte dei Telegatti di Giuseppe Bosso

Dicono sia il sogno di tutti i protagonisti dello star system del Belpaese, degno “fratellino d’Italia” del premio Oscar. È il riconoscimento del pubblico che, da 21 anni a questa parte, premia i migliori personaggi e i programmi più seguiti con una serata di gala.
E per il suo ventunesimo compleanno, il Telegatto cambia decisamente look: dopo due edizioni trasmesse in diretta, come sempre dalle telecamere di Canale5, quest’anno si torna alla tradizionale differita che aveva caratterizzato la storia del premio, ma con due novità significative: anzitutto, se fino al 2004 il premio veniva assegnato a maggio, come suggestiva conclusione della stagione televisiva, ora gli spettatori votano (attraverso gli sms e le schede del settimanale Tv Sorrisi e Canzoni, “padre” della manifestazione) i migliori in riferimento a tutto l’anno solare 2005.
Ma il gattone dorato tanto ambito ha pensato bene anche di cambiare sede, spostandosi da Milano a Roma, precisamente all’Auditorium di via della Conciliazione.
La manifestazione non ha mancato spesso di riservare sorprese, e non solo per le premiazioni: chi non ricorda la clamorosa sfuriata di Alessandro Cecchi Paone in occasione della vittoria del Grande Fratello nel 2001? Nell’occasione il focoso presentatore fu riportato alla calma dal padrone di casa dell'edizione, Pippo Baudo, mister tv, già più volte conduttore della rassegna, nell'occasione affiancato dalla spumeggiante Michelle Hunziker.
Personaggio dell'anno Simona Ventura, regina di Quelli che il calcio e dei reality di mamma Rai, che con questo premio mette la parola fine al suo periodo no, segnato dalla rottura del matrimonio con Stefano Bettarini e dalle caterve di gossip che ne è seguito; non riesce, invece, a fare il bis la Simo con L'isola 3, che nella categoria "migliore trasmissione" viene battuta da Striscia la notizia.
Mediaset porta a casa anche le statuette dell'informazione, con Terra!, e della fiction con Distretto di polizia 5.
Oltre alla televisione, quest'anno premiati anche cinema, musica e sport; mentre realizzava una doppietta al Messina, Luca Toni veniva premiato come sportivo dell'anno; Christian De Sica vince come attore e Biagio Antonacci come cantante.
Oltre alle statuette d'oro,assegnati anche i Telegatti di platino a big quali Paolo Maldini, Vasco Rossi ed Enzo Biagi.

FORMAT Salemme Show vs Zelig Circus di Nicola Pistoia

Siamo abituati a vedere Rai e Mediaset schierare nei rispettivi palinsesti, l’una a discapito dell’altra, programmi di grande importanza e, nello stesso tempo, originali, per risultare vincenti nella dura lotta dell’Auditel.
E anche stavolta i due poli televisivi non si sono fatti mancare nulla: dopo il sabato sera, che vede come protagonisti Il treno dei desideri di Antonella Clerici (Rai) e La corrida di Gerry Scotti (Mediaset), anche il venerdì sera dovremo rassegnarci a fare zapping in continuazione, per non perdere le esilaranti battute degli amici griffati Zelig Circus, da una parte, e le irriverenti gag dei familiari di Salemme, dall’altra.
Infatti proprio da venerdì scorso, e per dieci settimane, i comici del tendone più famoso d’Italia, capitanati da Claudio Bisio, sono ritornati con lo stesso entusiasmo e la stessa simpatia della passata stagione, ancora una volta uniti nell’intento di far ridere e divertire il pubblico presente in sala e quello a casa.
Sul primo canale, invece, Vincenzo Salemme, insieme alla sua strampalata famiglia, partecipa, suo malgrado, ad uno show di cui, nel corso delle settimane, diventerà protagonista. Sul palco i compagni di sempre: Carlo Buccirosso, Maurizio Casagrande e Nando Paone, che lo accompagnano in questa strana avventura.
Mentre, al fianco di Bisio, anche quest’anno, oltre a vecchi e nuovi comici, ci sarà la bella Vanessa Incontrada, vittima prediletta di questa banda di matti.
In quel di Napoli (lo spettacolo viene trasmesso dall’Auditorium), invece, fresca del successo di Ballando con le Stelle, Hoara Borselli, che per la prima volta potrà mettersi in gioco seriamente cantando, ballando e recitando.

ELZEVIRO Vera Drake e i segreti dolorosi delle donne di Antonella Lombardi

Nella Londra anni '50 c'è chi si nutre a pane e grasso d'arrosto, chi baratta calze di nylon per sigarette, chi ricorda ancora le bombe di una guerra trascorsa da poco, e chi cerca di sopravvivere dignitosamente arrabattandosi tra mille lavori.
Vera Drake è un'alacre e solerte domestica che si spende in continuazione per gli altri. Così, dopo una dura giornata di lavoro, passata a lucidare e pulire case di famiglie agiate, accudisce anche la mamma e un vicino, entrambi malati.
Mai un lamento, ma sempre una parola di conforto e una tazza di the bollente per chi ne ha bisogno. Ama, ricambiata, la sua famiglia: il marito Stan, meccanico, il figlio Sid, tipo sveglio e allegro che fa il sarto, la figlia Ethel, goffa e bruttina operaia in una fabbrica di lampadine, in cerca di un marito.
Vera ha un'empatia naturale per chi è nei guai. E di ragazze nei guai, a Londra, nel 1950, ce ne sono parecchie. Giovani o mature, usate come oggetti o tormentate dalla miseria, vittime di violenza o di indifferenza: è l'universo femminile silenzioso e angosciato che a Vera si rivolge per affrontare un aborto clandestino.
«Se non puoi sfamarli, non puoi amarli», si dice nel film. Dal 1861 a Londra una legge vieta l'aborto. Non che ciò impedisca lo si pratichi ugualmente: se si è ricchi basta pagare medici compiacenti, dichiarare inesistenti turbe psichiche ed essere ricoverate in cliniche discrete e costose. Ma se si è poveri, c'è la miscela rudimentale preparata da Vera: una grattugia per frantumare in scaglie una saponetta, acqua calda, disinfettante e una peretta. In fretta, di nascosto, tra stanze sudicie e in condizioni precarie.
Più raramente a lei si rivolgono anche donne benestanti che non vogliono pubblicità. Tra sguardi assenti, sofferenti, rabbiosi, si praticano aborti. Finché qualcosa va storto e una ragazza rischia di morire. La polizia risale a Vera, alle sue piccole mani svelte e alla sua borsa degli attrezzi segreta, tenuta nascosta persino all'amata famiglia.
Si sgretolano serenità e certezze conquistate negli anni, mentre la polizia irrompe in questa casa umile, dove tra una tappezzeria opprimente e interni squallidi si festeggia il Natale e l'agognato fidanzamento della figlia Ethel. Incredula e sgomenta, Vera balbetta parole confuse. Inizialmente non dice di praticare aborti ma di «aiutare ragazze in difficoltà». Non ha mai accettato soldi per questo e finora i suoi gesti sono stati svelti, senza incertezze.
Ma di fronte al carcere, la cosa che le riesce più difficile è sfilare dal dito la propria fede nuziale per consegnarla, insieme ad altri effetti personali, alla polizia. «Se la legge non è giusta è lecito infrangerla?», si dice in un uno dei momenti più laceranti del film. Il figlio Sid stenta a credere che la propria madre, benvoluta da tutti, abbia potuto commettere un reato. E dal passato di questa donna emerge l'ombra di un aborto affrontato a suo tempo, in silenzio.
Ispira compassione la storia di Vera Drake, resa più credibile dall'ottima interpretazione dell'attrice Imelda Staunton. Ma si ha anche sollievo per tutte quelle donne che non dovranno affrontare un evento doloroso come l'aborto, con l'ausilio di una grattugia, poche scaglie di sapone e disinfettante. Il film, del regista Mike Leigh (autore di Segreti e bugie), ha vinto il Leone d'oro a Venezia nel 2004.

TELEGIORNALISTI Claudio Pagliara, corrispondente per vocazione di Nicola Pistoia

Di corrispondenti preparati e sensibili al contesto che li circonda, sparsi in tutto il mondo, ce ne sono tanti.
 Tra questi c’è, senza dubbio, Claudio Pagliara. Nato a Frosinone il 2 giugno 1958 e giornalista professionista dal 1984, Pagliara inizia la sua carriera in Rai, prima come inviato e poi come corrispondente da Parigi per il Tg2. Sempre per il telegiornale della seconda rete ha ricoperto il compito di responsabile del settore esteri. Da diversi anni dirige l'ufficio di corrispondenza della Rai di Gerusalemme e ha da poco rinnovato, per altri due anni, il contratto per la sua permanenza in Medio Oriente.
Il suo lavoro di giornalista in queste zone è quotidianamente scandito da difficoltà, tensioni e paure che scaturiscono da una guerra perenne e straziante in atto da troppo tempo.
Fin dal primo giorno, il 19 agosto del 2003, Pagliara ha dovuto fare i conti con una terra lacerata dall’orrore e dai continui attentati: essere corrispondenti da Israele, piuttosto che da altre zone come Stati uniti, Inghilterra e Spagna, dove la situazione è obiettivamente più distesa, è impegnativo e complesso. Si tratta di luoghi dove più che altrove si è sotto osservazione, sottoposti ad una pressione professionale e personale non indifferente.
Quella di Pagliara, come dei tantissimi altri corrispondenti di tutto il mondo presenti nelle zone ad alto rischio, è una sfida interminabile: confrontarsi con la sofferenza delle persone, con i loro umori, con le loro lacrime, con le loro speranze; lavorare con la consapevolezza che anche le parole più insignificanti e i più piccoli gesti possono essere interpretati in modo sbagliato e cercare, quindi, di essere ancora più obiettivi e imparziali, soppesando le parole senza dimenticare che si sta informando il mondo.
Claudio Pagliara da questa sfida esce vincitore. Ogni giorno ci racconta storie, talvolta terribili, che riguardano la morte di un bambino israeliano o il ritiro di qualche colone dalla striscia di Gaza; lo fa utilizzando un senso di responsabilità innato ed una delicatezza forzata, perché nessuno può rimanere impassibile davanti a tali situazioni.
Il Medio Oriente, fortunatamente, non è solo questo. Ci sono storie interessanti ed affascinanti che spesso non vengono raccontate, perchè un servizio giornalistico tende a privilegiare l'hard news. E lo stesso Pagliara auspica che anche la Rai, come fanno già altre emittenti europee, realizzi approfondimenti che mettano in luce anche gli aspetti migliori di questa terra così martoriata.
Lo scorso anno Pagliara è stato insignito di un riconoscimento (Premio Ciociaria) per l’alta professionalità acquisita sul campo e per il valore della corretta ed obiettiva informazione.
VADEMECUM La storia del giornalismo/1 di Filippo Bisleri

Nell’affascinante storia del giornalismo è necessario prendere le mosse dalla stampa a caratteri mobili di Gutemberg, nella metà del XV secolo. Da quel periodo iniziano a comparire i primi fogli, gli avvisi stampati: documenti che, pian piano, prendono il posto del “giornalismo verbale” che era alla portata anche del grande pubblico perché, occorre ricordarlo, in molti non sapevano leggere.
Va però tenuto presente che nell’antica Roma si era già tentato un tipo di “giornalismo ante litteram” con gli “acta diurna”, sorta di tavole sulle quali venivano riportati i provvedimenti delle autorità. Ma è solo alla metà del XVI secolo, precisamente nel 1563, chi si ha notizia della prima “gazeta” (proprio con una zeta sola).
La gazeta era una moneta della Repubblica Serenissima con la quale fu acquistato un foglio di avvisi.
Il primo giornale a stampa apparve in Italia nel 1636 a Firenze; quindi nel 1640 a Roma e poi in Piemonte. Possiamo tranquillamente definire il Seicento il “secolo delle Gazzette”. Gazzette vengono stampate ad Ancona, Bologna, Ferrara, Forlì, Foligno, Rimini, Milano, Modena, Messina, Mantova, Parma, Piacenza e Spoleto.
Se in Europa il primo quotidiano è francese e data 1777, in Italia sono due i quotidiani che, ancora in edicola, si contendono il primato di giornale più anziano: la Gazzetta di Parma e la Gazzetta di Mantova.
Del primo quotidiano, che la maggior parte crede essere davvero il primo quotidiano pubblicato in Italia ancora attivo, si ha una copia del 1735 ma senza intestazione (cosa comune per l’epoca), mentre la testata compare nel 1759.
Mantova, invece, vanterebbe un foglio notizie del 1664 ma può esibire la testata attuale solo dal 1804. Certamente si sa che il primo quotidiano italico fui il Diario Veneto, nato a Venezia nel 1765 e chiuso dopo soli 3 mesi.
Il Settecento si caratterizza quindi per la nascita e la proliferazione dei giornali letterari mentre l’Ottocento vede, nel 1824 a Genova, la nascita del quotidiano Corriere Mercantile e, nel 1848, anno di sommosse, la nascita, a Torino, della Gazzetta del Popolo che chiuse le pubblicazioni nel 1974.
(19 – continua)
VADEMECUM L'esperto risponde

Riceviamo da un anonimo lettore
:
Se l'OdG, sei anni fa, aveva stipulato una convenzione con l'università, nella quale veniva garantito agli studenti il praticantato di 18 mesi, e oggi rompe tale convenzione, noi studenti iscritti sei anni fa non abbiamo diritto (sino ad esaurimento) ad accedere al praticantato per il quale ci
eravamo iscritti? È vero che decide su ciò l'OdG di Roma e nessun altro
?
Risponde Filippo Bisleri:
Non conosco nel merito la convenzione, ma gli iscritti in periodo di vigenza della convenzione stessa dovrebbero avere tale diritto. Della questione si può informare anche l'Ordine nazionale.
Maria Concetta da Roma ci chiede:
Se frequento e mi diplomo alla "London school of journalism" a Londra, in Italia ho un valido titolo per svolgere la professione di giornalista?
Risponde Filippo Bisleri:
Direi di sì, ma occorre verificare se l'Ordine professionale riconosce questo titolo.
EDITORIALE Forse non tutti sanno che… di Silvia Grassetti

Una citazione di enigmistica memoria. Giustificata dal fatto che, davvero, forse non tutti sanno che il senatore a vita Giulio Andreotti, totem della prima e pure della seconda Repubblica, è giornalista professionista dal lontano 1945.
La notizia di questi giorni è che l’Ordine ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti del collega: Andreotti non avrebbe dovuto prestare la sua immagine per la campagna pubblicitaria di una nota marca di telefoni cellulari.
Nei prossimi giorni il senatore giornalista sarà ascoltato dall’Ordine per aver violato la “carta dei doveri” della categoria, che sancisce in modo netto come i colleghi non possano pubblicizzare alcunché a fini di lucro, ma solo per scopi umanitari, culturali o religiosi.
Un illustre collega di Andreotti, Francesco Cossiga, aveva in precedenza rinunciato alla campagna pubblicitaria: «L'Ordine dei giornalisti del Lazio e del Molise - affermò l’ex presidente della Repubblica - ha richiamato cortesemente la mia attenzione sul fatto che una simile prestazione, non retribuita o retribuita, anche se il compenso eventualmente percepito fosse poi devoluto in beneficenza, sarebbe in contrasto con il mio essere iscritto all'Ordine».
Noi colleghi meno illustri, infinitamente meno, ringraziamo: in tempi in cui i richiami alla “questione morale” si fanno più numerosi (probabilmente perché il problema, nei diversi campi, c’è sul serio), fa piacere constatare che, una tantum, l’Ordine dei giornalisti vigila.
 
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