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Telegiornaliste anno II N. 13 (45) del 3 aprile 2006


MONITOR Cristina Fantoni, giornalista all sport di Tiziano Gualtieri

Cristina Fantoni è iscritta all'Albo dei giornalisti professionisti dal 12 settembre del 2000. Da sempre ha avuto a che fare con i media e lo sport, in particolare con il calcio.
Laureatasi alla facoltà di Scienze politiche, indirizzo Relazioni internazionali, alla Luiss - Guido Carli con una tesi sul Linguaggio verbale e non verbale del calcio, fa dello sport la sua vera passione. Entra nel mondo del giornalismo grazie a una gavetta che tocca tutti i diversi tipi di media: radio, carta stampata e tv.
Dal 1996 viene accolta nella grande famiglia di Telemontecarlo, che non abbandonerà. Scelta da Gad Lerner per condurre il telegiornale de La7 nell'edizione delle 20.00, torna poi alla sua vera grande passione: lo sport, in particolare quale esperta e inviata sui campi di gara dello sci alpino e del calcio.
Nel 1998 il Coni le ha assegnato il premio Ussi (Unione stampa sportiva italiana), categoria Giovani. Attualmente lavora alla redazione di Milano de La7 Sport, come inviata e conduttrice del nuovo canale digitale sportivo.
Segue ogni domenica sul campo le partite del digitale terrestre de La7, curando i collegamenti della vigilia e le interviste ai protagonisti del dopo match. È stata tra gli inviati delle Olimpiadi di Torino 2006. Cristina è sposata e ha un bambino.
Secondo te qual è la differenza tra uomo e donna di seguire lo sport?
«Credo che, salvo strani casi del destino, la scelta della donna sia necessariamente legata a una reale passione, che a volte viene coltivata nonostante lo scetticismo altrui. Di norma, un uomo, agli occhi degli altri, sa di sport e di calcio a priori, mentre una donna deve in partenza dimostrarlo. È un aspetto che ha un rovescio importante della medaglia, perché credo che una donna, una volta mostrata la propria competenza, abbia la possibilità di mettersi più in evidenza (anche perché siamo ancora un po' pochine)».
Il calcio è lo sport più seguito dagli italiani e, purtroppo, anche quello più controverso. Doping, violenza negli stadi, diritti televisivi...
«Io faccio di norma fatica a stare al passo con i tempi, spesso mi rammarico di non aver fatto questo lavoro vent’anni fa, quando il rapporto con i protagonisti era diretto e non filtrato da regole, addetti stampa e manager vari, quando allo stadio ti muovevi senza barriere e una manifestazione sportiva era una infinita occasione per raccontare storie e incontrare personaggi. Da questo punto di vista, la blindatura di oggi non mi piace. Per il resto, credo che di un fenomeno così radicato nella società come il calcio bisogna imparare ad accettare pregi e difetti, senza però lasciarsi andare al luogo comune “è tutto finto, è tutto comprato, è tutto artefatto”. Bisogna informarsi e saper distinguere, bisogna tener presente chi ha il potere e chi lo subisce, bisogna, insomma, come in tutte le cose, salvare ciò che è pulito e almeno conoscere ciò che è sbagliato. Comunque il calcio resta fantastico».
Secondo te c'è troppa esasperazione nel mondo del calcio?
«C'è forse esasperazione nell'importanza che certi protagonisti sanno di avere, nell'influenza che esercitano sulle persone e sugli stati d'animo della gente. Ma io capisco chi ama così tanto questo sport da far sacrifici, macinando chilometri e spendendo soldi. Anche per me la domenica è sempre stata un momento in cui spendere energie e sottoporsi a sofferenze vere. Adesso devo necessariamente vivere tutto con qualche filtro in più, ma la passione per la competizione resta, e non credo vada mortificata. Come sempre, sono gli eccessi a rovinare la media».
Cosa ne pensi della normativa che ha introdotto i biglietti nominali? Può essere davvero un deterrente per i teppisti?
«In sé può essere una delle soluzioni, a patto che insieme alle norme arrivino anche i mezzi per applicarle e il personale per controllarle. E sempre più le società, secondo me, dovranno riuscire ad essere responsabili di quanto accade dentro e intorno agli impianti, come ognuno è responsabile di quel che succede in casa propria. Quindi, impianti piccoli e vivibili, di proprietà delle singole società. Ci vorrà tempo e pazienza».
Ti sei laureata con una tesi sul “Linguaggio verbale e non verbale nel calcio”. Spesso le telecamere "pizzicano" i giocatori rivolgere frasi poco rispettose verso avversari e arbitro. Non rischia di diventare diseducativo per i più piccoli?
«Difficile non essere fraintesa su questo argomento, ma non appartengo alla schiera dei santarellini, perché anch'io ho praticato sport a livello agonistico (ho giocato fino in Serie B in una squadra di pallavolo a Roma) e so cosa succede quando si è in campo. Non avrei mai voluto avere telecamere puntate addosso, come credo non l’avrebbero desiderato i calciatori di vent’anni fa, che non erano più bravi o educati di quelli di oggi. Ecco, questa ad esempio, la considero un'esasperazione: credo che comunque i protagonisti di oggi debbano adeguarsi al "grande fratello" che ci controlla tutti dall'alto, evitando gesti e frasi plateali, ma senza pretendere che il campo di calcio diventi una cena tra commensali ingessati. Non è quest'aspetto che allontana dal calcio. Molto peggio può fare l'arroganza, ad esempio, il comportarsi in un modo perché si sa di poterlo fare. Questo a me fa davvero rabbia, nel calcio come nella vita!».
Agganciandosi ancora alla tua tesi, che ne pensi dei giocatori che in campo si abbandonano a gesti politici come il braccio teso di Di Canio o il pugno chiuso di Lucarelli?
«Non voglio entrare nel merito, che peraltro accosta due gesti che a livello costituzionale non pesano allo stesso modo. Diciamo che non mi piace tutto quello che mi appare costruito, pensato, poco spontaneo. Non mi piace l'esultanza che suona come ostentazione, qualunque cosa si voglia ostentare. Come non mi piace sentire giocatori che con settimane d'anticipo annunciano che esulteranno in quel modo, o che non esulteranno da ex. Se si toglie spontaneità anche alla gioia del gol, allora sì che siamo nei guai».
Tu hai viaggiato molto, soprattutto in Inghilterra e negli Usa. Gli eventi sportivi, in quei Paesi, vengono vissuti in maniera differente?
«Molto dipende dallo sport di cui parliamo. In generale, però, gli americani di un avvenimento sportivo prendono tutto, si godono la vigilia, si immergono nell'atmosfera, comprano, spendono, spandono, bevono e mangiano prima, durante e dopo! In Inghilterra, invece, la partita è un rito inviolabile, con le sue regole non scritte che nessuno si azzarda a disattendere. L'anno scorso, a Twickenham, Inghilterra-Italia di rugby è stato uno spettacolo che difficilmente dimenticherò. Eri in uno stadio e ti sentivi immerso nella storia».
Sei sposata con collega (Carlo Vanzini di SkySport, ndr), anche lui giornalista sportivo. Vi è mai capitato di seguire lo stesso avvenimento? Se sì, quale?
«Siamo marito e moglie grazie ai Mondiali di sci di Vail (nel 1999 in Colorado). Avevamo fatto qualche telecronaca di sci insieme (io da Roma, lui dal posto per le interviste), quindi ci conoscevamo solo "via cavo". Poi a Vail ci siamo "dati una faccia". Diciamo che un Mondiale così bello non potranno mai riorganizzarlo! Adesso siamo entrambi stati impegnati alle Olimpiadi, io con La7 a Torino, lui con Sky al Sestriere. Beh, in casa c'è quel pizzico di eccitazione misto a rivalità. Qualche "buco" dovremo darcelo. Le notizie, in questo caso, non si possono condividere come tutte le altre cose della nostra vita».
Quando tu e Carlo siete a casa, discutete di sport?
«È uno dei problemi legati al fatto di condividere la stessa professione. Stessa quotidianità, stessi colleghi, stessi problemi. È un continuo, a volte casa nostra sembra una redazione un po' sui generis. Meno male che il nostro bimbo ci distoglie sempre più dagli impegni lavorativi! Però, a forza di ascoltarci, nonostante abbia solo due anni, credo abbia già manifestato amore per lo sport e passioni ben chiare. Anche sulla squadra di calcio per cui tifare gli ho già spiegato quel che deve sapere. E, su questo, Carlo non è riuscito a intervenire».
Ti dà fastidio essere ricordata soprattutto per il tuo impegno sportivo, piuttosto che per aver condotto il telegiornale?
«Assolutamente no, anche perché alle spalle ho tanti anni di giornalismo sportivo, mentre la conduzione del telegiornale news delle 20.00 è stata una avventura su cui ho investito molto, ma dovendo imparare tutto molto in fretta! So che sono migliorata col tempo, avevo riscontri positivi e mi sono divertita (soprattutto nei mesi in cui conducevo col pancione e leggevo sul vostro sito commenti sulla mia linea), ma il mio cuore è, e resta, tra palloni e piste da sci, davvero».
Radio, carta stampata, televisione. Tutte esperienze che hai fatto: quale butti dalla torre?
«Carta stampata, sicuramente. Soffrivo un po' la quotidianità dello scrivere al giornale, l'obbligo di doverlo fare sempre e comunque, indipendentemente dal peso delle notizie. La radio era fantastica, cerchietto in testa e tuta da ginnastica, senza l'obbligo di apparire in ordine. E poi, con questa "erre" strana, chi mi ascoltava da casa si faceva film improbabili sul mio aspetto».
Un'ultima domanda: la maternità ha influito sul tuo modo di lavorare? E sul rapporto che gli altri colleghi hanno con te?
«La maternità ti stravolge, nel senso più positivo del termine! Però credo di essere più equilibrata adesso, il lavoro resta una parte fondamentale della mia giornata, ma l'ho ricollocato nella graduatoria della mia vita, e penso di averne tratto beneficio. I colleghi? Quando sono in trasferta (e capita comunque spesso) la battutina su dove ho lasciato il mio piccolo Luca esce sempre. Quando la stessa battuta la faranno anche a mio marito, vorrà dire che abbiamo fatto qualche passo avanti anche nel nostro ambiente».
CRONACA IN ROSA IL MONDO DELLE DONNE Le quote rosa della camorra di Silvia Grassetti

Mentre il Parlamento italiano non riusciva a non boicottare le “quote rosa”, c’erano settori della società dove il talento femminile nell’amministrazione della cosa comune veniva riconosciuto e valorizzato.
Peccato che, nella fattispecie, succedesse all’interno di un clan mafioso.
A Bari, Mimmo La Luna, alias Domenico Strisciuglio, capo del clan omonimo, aveva intuito da un pezzo che per la propria ascesa al potere contro il clan rivale Capriati c’era bisogno di fare le cose per bene: amministrare le risorse e i fondi economici in modo equo, distribuendo gli “stipendi” ai camorristi con generosità e puntualità.
Per essere certo che questo avvenisse – e gliene venissero sempre maggiori consensi – Mimmo La Luna aveva affidato la gestione amministrativa alle mogli dei boss: «Noi uomini decidiamo la strategia, alle donne lasciamo la distribuzione dei guadagni».
Sfruttamento femminile? Macché: le donne non erano semplici ragioniere, ma veri e propri direttori amministrativi. Funzionava: benessere per gli affiliati, azzeramento dei conflitti interni, nuove leve ad arricchire le fila del clan Strisciuglio. Mentre la faida con il clan Capriati insanguinava le strade di Bari (otto omicidi e sessanta ferimenti), le donne camorriste pagavano gli stipendi, ascoltavano i desideri dei carcerati del clan, recapitavano extra ai detenuti e alle loro famiglie: hashish, camicie, scarpe.
La prima nota tenuta dalle mogli camorriste avrebbe superato il vaglio di qualsiasi ispezione del fisco, tanto che ora che sono finite in carcere, in seguito al blitz della Procura e dei Carabinieri, è diventato difficile conservare il controllo sulla “contabilità” del clan: incassi, pagamenti, benefits e extra.
Le indagini hanno messo fine a questa amministrazione femminile. L’esempio è in negativo, ma forse se ne può prendere spunto, la prossima volta che si parlerà di quote rosa al Parlamento.
CRONACA IN ROSA Studere studere… quid valere? di Stefania Trivigno

Dicono che fino a venti anni fa una laurea fosse davvero importante. Un laureato aveva infatti concrete possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro, in quanto gli veniva riconosciuto lo sforzo fatto sui libri e il conseguente livello di istruzione al di sopra della media.
Oggi tutto è cambiato: i dati sulla disoccupazione sono noti, così come sono tristemente conosciute anche le leggi che regolano le assunzioni. Per un’azienda, ad esempio, costa meno assumere personale con un contratto a tempo determinato, e se poi ci sono risorse sufficienti per assumere a tempo indeterminato, i laureati sono spesso esclusi perché troppo cari.
Per i poveri laureati, infatti, i sindacati impongono un minimo salariale più alto. Giusto, un po’ di meritocrazia non guasta, ma purtroppo la nostra società riconosce meriti che sono ben diversi dall’istruzione.
Che la laurea abbia poco valore sul mercato del lavoro lo dimostrano, oltre ai dati statistici, anche la semplicità con cui ad alcuni viene regalato il titolo di «dottore».
In questi giorni a far parlare di sé è la Libera Università degli Studi San Pio V di Roma, che, stipulando una convenzione con il Viminale, proclama dottori personaggi illustri del panorama politico italiano al prezzo di una decina di esami.
A questo punto occorre fare chiarezza e dare a Cesare la sua proverbiale parte.
I giornali nazionali si sono espressi in modo polemico nei confronti della San Pio V come se la convenzione con il Viminale l’avesse imposta, e non firmata a seguito di un accordo fra le parti.
Lontani da pregiudizi la domanda sorge spontanea: esattamente, il marcio dove si colloca?
In una università privata che, vista la possibilità di farlo, prende una decisione che porta prestigio al suo nome, o nel Viminale, nello Stato, nel governo e nelle pubbliche istituzioni che dovrebbero garantire che di favoritismi non se ne verifichino?
Facendo un ragionamento inverso, sembra che alla base ci sia una contraddizione di fondo, che fa riflettere e alla fine scoraggia: da una parte, ci ritroviamo ad avere giovani brillanti con alle spalle un numero stratosferico di esami sostenuti, ma disoccupati o "schiavi" di contratti a termine. D'altro canto, persone con un reddito pari a quasi 5.000 euro mensili che occupano le più alte cariche istituzionali, ma non hanno una laurea ma, se la vogliono, non devono sudare poi tanto.
Come sempre, piove sul bagnato.
FORMAT MEDIA E MINORI Da Carosello allo spot cult, ovvero: la vendetta del codino di Serenella Medori

Cosa hanno in comune Calimero e Gandhi? Nulla all’apparenza, eppure la magia della Tv ha reso possibile l’impossibile, e a volte anche l’assurdo.
Calimero e Gandhi hanno avuto l’onore, per così dire, di essere stati entrambi oggetti e soggetti pubblicitari. E l’assurdo?
 L’assurdo sta nel fatto che Calimero è apparso in pubblicità prima di Gandhi e dunque è più vecchio! A rendere possibile tutto questo non è stata la Tv in sé, bensì l’uso che se ne fa.
Tutto iniziò il 3 febbraio del 1957 quando alle 20.50 fu mandato in onda il primo Carosello, immagini in bianco e nero su pellicola 35 millimetri.
Alle 21.00 il primo Carosello era terminato ed era iniziata l’era della pubblicità televisiva. Il successo fu immediato. Nel '55, nonostante la nascita di programmi di intrattenimento, gli ascolti erano altissimi, avevano superato i sette milioni di telespettatori.
Secondo millennio, 1957. Fermiamo il tempo alle 20.50 circa di un giorno qualsiasi di programmazione televisiva della Rai. E’ appena finito il Tg, va in onda Carosello e poi il palinsesto potrebbe aver previsto un’opera lirica o teatrale, oppure un film drammatico.
Che ruolo gioca Carosello? E' la prima trasmissione di intrattenimento televisivo, dai contenuti non impegnativi, adatta a tutte le età. Ormai tutti, grandi e bambini, aspettavano le 20.50 per vedere Carosello, proprio come se fosse un qualsiasi programma televisivo.
Terzo millennio. Ore 20.50. Il telespettatore segue curioso la fine di Striscia la notizia su Canale5, o il Gioco dei pacchi su Rai1; attende per le 21.00 l’inizio di un film d’azione, quasi sempre americano, e sa con assoluta certezza che gli spot pubblicitari lo inseguiranno ovunque, qualsiasi canale egli scelga.
Questa è solo una foto della realtà contemporanea. Ne potremmo scattare molte altre e la pubblicità non verrebbe mai a mancare. L’allora Ministero delle Poste aveva dato in concessione alla Rai le frequenze televisive, e aveva raccomandato vivamente che la pubblicità fosse presentata nelle «forme più convenienti per non recare pregiudizio alla bontà dei programmi».
I comunicati commerciali potevano essere semplicemente letti, come già avveniva alla radio, o introdotti da scenette. La pubblicità italiana nacque così, navigando a vista tra raccomandazioni, regole e imposizioni. Una sfida e tutto ebbe inizio.
(1-continua)
FORMAT La rivoluzione del digitale terrestre di Nicola Pistoia

Dopo una partenza non convinta, dovuta al dubbio dei telespettatori, il digitale terrestre sta trovando la sua strada, grazie anche alle numerose offerte che vengono proposte quotidianamente.
 Un esempio potrebbe essere il passaggio del reality Grande Fratello da Sky a Mediaset Premium (canale a pagamento).
Un passaggio che ha determinato un’impennata nella vendita di decoder.
E' anche per questo motivo che la Dgtvi, l’Associazione che si propone di promuovere lo sviluppo del digitale e che proprio in questi giorni ha cambiato il suo presidente, nominando Piero De Chiara di Telecom Italia, sta tentando di compiere il grande balzo.
Infatti, tramite un accordo, le regioni (a statuto speciale) della Sardegna e della Valle d'Aosta si affideranno totalmente alla nuova tv. Questo significa che le due regioni, le prime in Europa, potranno continuare a vedere i programmi televisivi, i film, i telegiornali e quant’altro, solo attraverso l’utilizzo del decoder.
 Sebbene la legge prevedesse questo "passaggio" già diversi mesi fa, si tratta comunque di una scelta importante e, soprattutto, coraggiosa, che in futuro potrebbe interessare le restanti regioni. I vantaggi di passare, in modo totale e definitivo, al digitale terrestre, sono tanti e proprio su questi la Dgtvi pone la sua attenzione.
Senza dubbio un maggior numero di canali: dagli otto nazionali ai 28, con l’aggiunta di quelli locali; una migliore qualità dell’audio e dell’immagine; l’introduzione dell’interattività, ossia la possibilità di partecipare, da casa, ai programmi televisivi preferiti, utilizzando il telecomando. Infine la possibilità di rendere il proprio televisore indispensabile per i servizi di utilità.
A questo punto verrebbe da chiedersi se è davvero tutto gratis. A quanto pare sì. Attualmente tutte le emittenti diffuse in digitale sono gratuite, ma non si può escludere che in futuro nascano nuove televisioni a pagamento. In realtà, Paesi come l’Inghilterra e la Spagna (dove il digitale è arrivato per primo) ci portano a comprendere che la tv digitale terrestre si sviluppa soltanto in presenza di un'offerta completamente gratuita, finanziata dalla pubblicità. A pagamento, quindi, rimarrebbe solo la chiamata effettuata per accedere ad alcuni servizi interattivi (a discrezione dell’utente).
L’auspicio, quindi, è di quelli importanti. Si spera che anche gli altri Paesi, non solo l’Italia, possano seguire l’esempio della Sardegna e della Valle d’Aosta e quindi passare, in modo definitivo e gratuito, al digitale terrestre, che sembra essere la tv del futuro.
FORMAT Se il paese diventa un reality di Giuseppe Bosso

Come sarà la tv del futuro? È una domanda ricorrente, nell’epoca della sperimentazione del digitale terrestre, delle nuove tecnologie e dei reality-show che tanto hanno cambiato, non sempre in meglio, la nostra quotidianità.
La televisione, ieri come oggi, vive di esperimenti, di prove, ma probabilmente quello di cui stiamo per parlarvi non ha precedenti, almeno per quanto riguarda il Belpaese: un’intera comunità cittadina chiamata a indossare la “toga” di “sommo giudice” di una fiction, prodotta in via sperimentale.
Le “cavie” di questo singolare progetto, chiamato La cittadella, sono i residenti di Alatri, poco più di trentamila anime nel cuore della Ciociaria. Cinquecento selezionati assistono ad una puntata pilota di due fiction (una Rai e una Mediaset, sugli schermi di Lazio Tv a circuito chiuso), e, quando non gradiscono un particolare, nella trama e nei personaggi, prontamente lo segnalano alla produzione per una generale “correzione”, proiettata poi nel vecchio cinema del comune laziale.
Un’esperimento sicuramente innovativo che è sintomo di quanto sia reale e significativo il ruolo e il potere di fatto detenuto dallo spettatore, vero giudice della feroce guerra degli ascolti, banco ultimo di prova per personaggi e trasmissioni.
Sugli esiti, per dirla alla Manzoni, ai posteri l’ardua sentenza; a noi, al presente cioè, solo qualche considerazione: c’è da sperare davvero che questo ricorso ad una “giuria popolare” possa incidere in senso positivo verso una migliore qualità del servizio, che negli ultimi anni, soprattutto, ha lasciato spesso, troppo spesso, a desiderare?
E potrebbe servire a fare “piazza pulita” di alcuni soggetti, dei quali, all’unanimità o quasi dei pareri, il piccolo schermo potrebbe benissimo fare a meno?
ELZEVIRO Il caimano siamo noi di Antonella Lombardi

«Il cinema ingrandisce», urla Bruno, produttore cinematografico caduto in disgrazia.
La politica dilata, verrebbe da rispondere.
Se il cinema attraversa tempi di magra, perché, dice Bruno, non usare il modellino di una caravella per girare un film su Cristoforo Colombo? E la politica? La politica intreccia pubblico e privato e un film può mostrarlo parlando della crisi del cinema, della famiglia, dell’Italia di oggi divisa tra coppie gay e fecondazione assistita, separazioni dolorose, bambini contesi e confusi.
Tra boicottaggi, polemiche e dibattiti, Il Caimano è arrivato nelle sale italiane e le ha riempite, facendo discutere ancora prima che uscisse.
Perché “il caimano”? Franco Cordero, in un suo articolo su Repubblica, ha definito così Silvio Berlusconi.
E’ un film su Berlusconi? Anche, ma è più corretto dire che è un film che parla dell’Italia di Berlusconi. Il Premier è una figura appena accennata e usata come pretesto per parlare d’altro.
La realtà ha superato da un pezzo la fantasia, Moretti non vuole fare il verso a Michael Moore, piuttosto gioca col cinema e i generi facendo un film nel film.
Bruno (interpretato magnificamente da Silvio Orlando) è famoso per i suoi vecchi B-movie: Mocassini assassini, Maciste contro Freud, Cateratte (sic!), ma la sua vita cambia quando una giovane aspirante regista (Jasmine Trinca) gli sottopone una sceneggiatura, Il caimano, appunto. Peccato che Bruno non abbia capito subito che si parli di Berlusconi, lui che lo aveva anche votato!
Come spiegare alla Rai che i soldi servono per finanziare un film su Berlusconi e non un film su Cristoforo Colombo? Quale attore accetterebbe di interpretarlo? E poi, «perché fare il solito film che dice quello che la sinistra vuole sentirsi dire! Si sa già tutto di Berlusconi, chi voleva capire ha capito», dice lo stesso Moretti nel film, strizzando l’occhio allo spettatore.
Si cita persino il cinema pulp di Tarantino, c’è posto per i tormentoni cari al regista, tipo: «E’ meglio Dida o Buffon?», e ci sono anche camei di tanti registi, tra gli altri: Paolo Virzì, Carlo Mazzacurati, Matteo Garrone, Paolo Sorrentino.
La vicenda procede, tra problemi, imprevisti e farsa, continuando a intersecare la vita privata di Bruno con quella pubblica del Caimano, anche se in certi punti si ha l'impressione che i due piani narrativi non sempre siano coesi.
Si ride molto nel film, ma si graffia poco. I momenti politici più forti sono affidati alla cronaca: si mostra la seduta del Parlamento europeo con la gaffe del Kapò e le rivelazioni al processo sui regali alle mogli dei manager del gruppo.
Nel film si accenna anche alla voce critica di un giornalista, metafora di Montanelli e controcanto del Caimano, in un’Italia entusiasta e conquistata dalla nascente tv commerciale.
E poi ci sono le parole dell’unico produttore, polacco, disposto a finanziare un film come questo per parlare di «un’Italietta che non si stanca di toccare il fondo e scava ancora… e un popolo sospeso a metà tra orrore e folklore». Ma i soldi scarseggiano, la sceneggiatura va rivista; si gira solo una giornata della vita del Caimano, immaginando un processo conclusivo.
Tra rifiuti degli attori e colpi di scena, il volto finale del Caimano è quello di Moretti: duro, impietrito, solenne. Cade la maschera, finisce la farsa, non si ride più. La forza degli sguardi e l’eco di parole già sentite fanno il resto.
Sentenza. Il Caimano va via, rimangono la sua sagoma e un futuro inquietante. Alle sue spalle i fuochi di una rivolta del “popolo bue”.
La forza del film risiede tutta in questo finale, pensoso e pessimista, con un pensiero rivolto alla magistratura in un momento in cui sono ancora vivaci le polemiche sulla giustizia e rare, ma forti, le inchieste giornalistiche sui problemi dei tribunali.
Povera patria, cantava Battiato.
TELEGIORNALISTI Gandolfo, da volontario a giornalista di Filippo Bisleri

È un volto noto del Tg5, uno degli inviati di punta del tg di Carlo Rossella. Stiamo parlando di Giuseppe "Beppe" Gandolfo che abbiamo raggiunto dopo la sua esperienza professionale alle Olimpiadi.
Beppe, come hai scelto di fare il giornalista?
«L'ho scelto incontrando, all'età di sedici anni, un sacerdote giornalista mentre mi trovavo in Friuli come volontario durante il dopo terremoto».
Cosa ti piace di più della professione giornalistica?
«La varietà degli argomenti da affrontare e l'incontrare ogni giorno persone nuove, diverse».
Sei un inviato: ti ritieni uno dei giornalisti che, per dirla con un'espressione di Anna Maria Chiariello , ama "sporcarsi le scarpe di fango"?
«Le notizie non arrivano sul computer: devi andarle a cercare, devi essere presente sul posto dove accadono per poterle raccontare, almeno per quel che concerne la cronaca».
Quali sono gli argomenti che preferisci affrontare?
«Non ho particolari preferenze. Mi piacciono le storie, il risvolto umano dei fatti».
Hai una preferenza per il giornalismo televisivo o ti piacciono anche altri media come la carta stampata o le radio?
«Ho lavorato per anni in agenzia e collaboro da decenni col quotidiano Avvenire, ma la tv è il mezzo che prediligo per la commistione fra scrittura, immagini e audio».
Nella tua esperienza professionale hai un servizio, un personaggio o un'intervista che più ricordi?
«Non ne ho nessuno in particolare, ma tanti. Ripensandoci, sono molti i volti che mi tornano alla mente di persone che ho incontrato in esperienze tragiche o gioiose, quasi tutte mi hanno lasciato qualcosa, anche se spesso si tratta di incontri fuggevoli».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo?
«In questo mestiere non esistono maestri. Certo ci sono colleghi che hanno maggior esperienza, ma ho capito in questi anni che ogni volta che si arriva in un luogo per raccontare una vicenda dobbiamo essere tutti nella medesima condizione, praticanti alle prime armi, pronti a raccogliere tutte le notizie necessarie per fare il pezzo».
Tra colleghi e colleghe chi apprezzi di più?
«Sono in molti, ma il mio mito è Toni Capuozzo. È per me una fortuna poter lavorare, ogni tanto, al fianco di Toni Capuozzo».
Molti sono i giovani che vorrebbero fare i giornalisti. Quali consigli daresti loro?
«Di non arrendersi alle prime difficoltà. Io ho fatto quindici anni di gavetta prima di avere un contratto. Consiglio poi di non settorializzarsi, ma di essere voraci e curiosi, di non credersi mai arrivati, di voler sempre imparare, ricominciare daccapo».
OLIMPIA Il trionfo dei più abili di Mario Basile

Resteranno per sempre nella nostra mente: i loro occhi, i loro sguardi, la loro grinta. Gli atleti delle Paralimpiadi non hanno solo dimostrato di essere dei veri sportivi. Sono andati oltre.
Ci hanno insegnato che nulla è impossibile, basta crederci. Alla vigilia dei Giochi, erano in molti a pensare che il motto “dove non arriva il corpo, arriva la mente” fosse una delle tante frasi fatte. Hanno dovuto ricredersi.
Altri si chiedevano come avrebbero potuto imitare i movimenti dei loro colleghi normodotati. E, perfino, se fosse corretto considerarli atleti.
Ecco, è qui il punto: l’atleta non compie solo gesti atletici. L’atleta lotta, si esalta, cade e si rialza. I ragazzi delle Paralimpiadi non sono stati da meno. Non si sono tirati indietro e si sono comportati da atleti veri.
Sbaglia chi li definisce “diversamente abili”. Sarebbe giusto chiamarli “più abili”: perché solo chi ha una marcia in più trova la forza di essere atleta a tutti gli effetti pur senza la piena efficienza fisica.
L’Italia ha imparato ad amare questi ragazzi. Oltre 4.000 persone hanno affollato il Palazzo delle Esposizioni per seguire la nazionale di ice sledge hockey. Una cifra da record. I risultati non sono stati dalla parte di Chiarotti, Magistrelli e compagni, ma non importa: il loro sorriso a fine gara vale più di un podio.
Niente medaglia anche per Melania Corradini. La nostra giovane portabandiera ha dato forfait dopo una brutta caduta nel Super G. Per adesso si è guadagnata la notorietà, ma ha già dato appuntamento ai prossimi mondiali: vuole vincere.
Per fortuna in casa azzurra sono arrivate anche le vittorie. L’Italia ha migliorato il nono posto di Salt Lake City ottenendo complessivamente otto medaglie: due ori, due argenti e quattro bronzi. Singolare il fatto che siano state vinte da soli tre atleti: Silvia Parente, Gianmaria Dal Maistro e Daila Dameno.
Dal Maistro, 26 anni non vedente, ha vinto l’oro insieme alla sua “guida”: l’inseparabile amico Tommaso Balasso. Insieme hanno conquistato la simpatia dei tifosi, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Tom e Jerry”. Per loro anche un argento nello slalom gigante.
Stessa sorte per Silvia Parente. La trentasettenne milanese si è piazzata prima nello slalom gigante femminile per disabili visivi. Guidata da Tommaso Migliari, è riuscita anche a vincere due bronzi.
Il bottino finale di Daila Dameno, invece, è stato un secondo e un terzo posto. Rispettivamente nello slalom gigante femminile categoria “seduti” e nello slalom femminile categoria “seduti”. L’italiana ha vinto la medaglia d’argento proprio nell’ultimo giorno di gare con una splendida prova.
Le Paralimpiadi di Torino 2006 si sono concluse due settimane fa nel tripudio di colori della cerimonia di chiusura, e qualcuno ha nostalgia della bandiera paralimpica già consegnata al sindaco di Vancouver, sede dei prossimi giochi nel 2010. Meritano un plauso la città di Torino, i tifosi e l'organizzazione.
Lo merita un po’ meno la Rai, che ha preferito non mandare in diretta la cerimonia di chiusura, scegliendo di trasmetterne solo la sintesi in differita. Nonostante questo però, va riconosciuto che i media hanno dedicato molto spazio ai giochi.
Gli organizzatori e gli atleti delle Paralimpiadi stanno cercando di sfruttare quest’ondata di popolarità per gettare le basi di un futuro migliore. Il sogno è quello di coinvolgere grossi sponsor e di ottenere una visibilità quotidiana. La paura di essere presto dimenticati è viva. Non è un caso se i campioni delle Paralimpiadi, nelle dichiarazioni del dopo-evento, abbiano quasi tutti chiesto di non finire nel dimenticatoio. Stiano tranquilli: quelli che riempiono di emozione il cuore della gente, non si dimenticano facilmente.
EDITORIALE Noblesse oblige di Silvia Grassetti

Finalmente, la campagna elettorale lunga un anno, cruenta, sì, ma in maniera analoga alle precedenti, volge al termine.
Ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori, in tv, in radio, sui giornali e nelle piazze.
Quello che forse colpisce di più, senza entrare nel merito politico di programmi e promesse dei partiti, è stata una caduta di stile generalizzata.
Se ne sono resi protagonisti quasi tutti: i politici, naturalmente, ma anche i giornalisti, i direttori di testata, gli opinionisti da pulpiti più o meno traballanti, i professionisti del marketing “politico”, i ministri della Repubblica e gli ex ministri accusati di spionaggio, gli “attivisti” dalle piazze italiane.
In tivvù, durante la puntata di Ballarò del 28 marzo scorso, e non è stato un caso isolato, abbiamo assistito impotenti a una serie di prepotenze su più fronti: la claque sullo sfondo che applaudiva di default al risuonare del timbro di voce amico, le urla sovrapposte dei leader politici che si accavalcavano, la tentata moderazione di Floris, che un po’ per forza, e un po’ per contratto, si prestava ad essere bollata come non del tutto equilibrata.
Eppure in questa campagna elettorale essere Giornalisti non era impossibile: lo ha dimostrato Ferruccio De Bortoli durante il faccia a faccia Fini – Fassino, andato in onda su Rai1 lo scorso giovedì: domande eleganti, puntuali.
Precise nel focalizzare il particolare scomodo nei programmi di governo dei due candidati.
C’è da aggiungere che gli intervistati si prestavano a un confronto sereno: nessuno ha perso la calma e nessuno s’è scaldato. Nessuno si è permesso di accusare, vinto dalla propria incapacità dialettica, i giornalisti presenti di essere faziosi.
Non è mancato il botta e risposta acre sui temi scottanti delle tasse e dell’immigrazione: ma con stile e rispetto dell’intelligenza dei telespettatori, sia da parte di Fassino e Fini, sia da parte di De Bortoli.
Una bella pagina di giornalismo e di servizio pubblico, che resta impressa, perché è stata la goccia, in un oceano di sguaiatezze.
 
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