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Telegiornaliste anno II N. 18 (50) dell'8 maggio 2006


MONITOR Telegiornalista e mamma Karina Laterza, una mamma divertita e divertente di Stefania Trivigno

Nell'inchiesta di Telegiornaliste sulle tgiste che sono anche mamme, questa settimana incontriamo Karina Laterza, giornalista emergente.
Donna e mamma: un binomio tanto abusato da aver convinto tutti, donne comprese, che se non si è mamme non si è "complete": lo pensi anche tu?
«A me essere mamma diverte moltissimo, lo consiglio a tutti, ma ho visto anche esperienze diverse dalla mia: donne che non reagiscono nello stesso modo e vivono la maternità come un compito. Dunque: completi non si è mai oppure lo si è per poco, e il come è un fatto personale».
Il femminismo in Italia ha emancipato le donne: ha fatto guadagnare loro ruoli che prima erano squisitamente maschili - su tutti la "manager" - ma, allo stesso tempo, non ha fatto loro perdere quelli tradizionali, la "mamma baby sitter", la casalinga. Il coinvolgimento paterno nell'educazione quotidiana dei figli resta tuttavia secondario, e, quando è possibile, affidato di preferenza a una baby sitter. Sei d'accordo con questa interpretazione?
«Credo che in molti casi effettivamente la donna lavoratrice conservi all'interno della famiglia anche i ruoli tradizionali, spesso perché è lei che lo vuole. Il femminismo ci ha insegnato a voler conquistare ruoli maschili, ma non sempre a condividere quelli che riteniamo femminili. Poi certo anche i padri e le suocere hanno le loro responsabilità».
Come sei riuscita a conciliare la carriera e la famiglia? È stato necessario programmare l'una e pianificare l'altra?
«Non ho pianificato nulla, di volta in volta ho dato la priorità a quello che mi sembrava più importante. Finora è andata discretamente».
Capita di lavorare nei week-end o durante le festività: ti affidi all'aiuto di un familiare, una colf o una baby sitter? E come "giustifichi" le tue assenze con i figli, o coi familiari?
«Ho avuto una baby sitter, sempre la stessa, per 14 anni. Comunque ho ridotto al minimo le assenze da casa quando le figlie erano piccole e i primi tre anni li ho praticamente trascorsi al parco con loro. Mi piaceva moltissimo».
Le tue bambine hanno una baby sitter "di fiducia"?
«L'hanno avuta, e le persone in casa mia sono sempre rimaste "di casa", con grande normalità».
Che cosa hai provato la prima volta che hai lasciato le tue figlie sole con una baby sitter? E porteresti la badante con la famiglia anche in villeggiatura?
«Emozione perché erano diventate grandi. Erano in due e dunque era più facile lasciarle sole, perché voleva dire lasciarle insieme. Rosy è venuta spesso in vacanza con noi, è anche andata da sola con loro al mare dai nonni o in montagna».
La maggior parte delle donne in carriera sostiene di sentirsi in colpa nei confronti della famiglia; è così anche per te?
«No. Penso che quello che imparo interessa anche i miei familiari e avere una madre che lavora è un buon esempio soprattutto per due figlie femmine».
Ti è mai capitato di dovere, o volere, rinunciare a un incarico di lavoro per la tua famiglia? E di rinunciare a passare qualche ora in più con i tuoi familiari per motivi di lavoro o carriera?
«Naturalmente mi sono capitate entrambe le cose, ma vista da un’altra parte mi è capitato di non strafare sul lavoro perché avevo anche altro a cui pensare e di non infognarmi davanti alla televisione avendo finito di lustrare casa e fornelli».
È possibile far convivere famiglia e carriera senza eccessivo stress, sensi di colpa, rinunce? E come, secondo te?
«Certo, è possibile, lo fanno in molti, fa parte della vita. Una volta le donne zappavano i campi con i figli in grembo e a lungo i bambini hanno lavorato, anche da noi, per la famiglia. C'è spazio per un miglioramento ovviamente. La maternità è ancora considerata un bene solo personale in Italia mentre è di fatto un plus importante per la società. Bisognerebbe consentire orari più flessibili alle mamme, part-time quando i figli sono piccoli, bisognerebbe che i datori di lavoro non considerassero le loro dipendenti madri diverse dalle loro mogli. Penso che ci si arriverà con un po' di pazienza, più donne intelligenti e con famiglia al governo e meno sensi di colpa».
CRONACA IN ROSA Il piano D per l’Europa di Erica Savazzi

Qual è il futuro dell’Europa? Cosa pensano dell’Europa i suoi cittadini? Quali sono le priorità da affrontare?
L’Europa riflette su stessa, ed è una riflessione importante, dalla quale si capirà se il processo di integrazione potrà proseguire. E soprattutto come dovrà proseguire.
Dopo la bocciatura da parte di Francia e Olanda, due dei membri fondatori dell’Ue, della Costituzione firmata a Roma il 29 ottobre 2004, la Commissione europea ha deciso di dare la parola ai cittadini.
Secondo un’indagine di Eurobarometro il 53% della popolazione comunitaria ritiene che la propria voce non conti nulla: proprio da qui bisogna ripartire, perché se si vuole arrivare a una vera integrazione economica e politica i cittadini devono sentirsi partecipi ed essere consapevoli dell’intero processo.
Ecco allora il Piano D per la democrazia, il dialogo e il dibattito. Ecco allora il sito internet Debate Europe, dove i cittadini possono dire la propria opinione sull’Europa ed esprimere speranze e preoccupazioni. Tre le tematiche principali: sviluppo economico e sociale, percezione dell’Ue e ruolo nel mondo. Il 9 maggio, durante le celebrazioni per la Giornata dell'Europa, la Commissione riflette sui primi risultati.
«So che molti dicono di aver perduto la fiducia nell’Unione europea perché, a loro parere, essa si è assunta troppe responsabilità ed è diventata molto complessa e difficile da capire – ha dichiarato Margot Wallström, vicepresidente della Commissione europea e responsabile delle relazioni istituzionali e della strategia delle comunicazioni - Ma quando nei nostri sondaggi chiediamo l’opinione degli europei, sentiamo dire che l’Unione europea dovrebbe occuparsi di questioni come la disoccupazione, la globalizzazione, le pensioni, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’ambiente».
Se oggi l’Ue è guardata da molti con sospetto, la campagna di ascolto e di comunicazione sulle istituzioni comunitarie non potrà che avere effetti positivi, e anzi, forse giunge troppo in ritardo: se i cittadini si fossero sentiti più coinvolti e informati probabilmente l’esito dei referendum confermativi sulla Costituzione Europea sarebbe stato diverso.
FORMAT MEDIA E MINORI Spot trash e linguaggio giovane di Serenella Medori

L’obiettivo degli spot è quello di accendere la fantasia del telespettatore, di alimentare i suoi sogni. Molti studiosi però ritengono che non colpisca il bersaglio ciò che è di cattivo gusto: dita nel naso, rumori sospetti e allusioni pesanti che toccano la sfera intima, come deformazioni di alcune zone sensibili del corpo.

Se è vero che all’estero il sesso non va più di moda è anche vero che Vigorsol aveva puntato proprio su una deformazione fisica con evidenti allusioni al sesso (mammelle deformi) e che Fastweb ha superato l’impercettibile limite tra creatività e cattivo gusto quando ha ingaggiato uno spermatozoo vagabondo in cerca di rifugio, rifugio trovato poi in un’avvenente signorina.

Ciò ha portato ad una valanga di commenti e critiche, testimoniati dai forum di discussione su Internet. C’era chi indignato protestava per la volgarità dello spot, ma erano comunque le immagini a parlare e, come spesso capita, a colpire più delle parole. «È disgustoso!», tuonavano altri, «Veramente orribile!», «Uno spot abominevole!», «Fa veramente pena!», «Un insulto alla natura umana!»; «Siamo offese!» affermavano alcune interlocutrici, oppure «È uno spot stupido», «Fa impressione».

Il trash non diverte. Il trash non è trasgressione, o almeno non più. Semplicemente non piace. Il linguaggio dello spot può osare, può varcare la soglia, ma una volta oltrepassata la linea rossa i pubblicitari non hanno più il vero controllo della situazione. Chi corre questo rischio lo sa.

Ecco la risposta della Perfetti Van Melle, casa produttrice delle gomme Vigorsol: «È dal 1996 che affidiamo il nostro budget pubblicitario all’agenzia inglese BBH, che per noi ha sempre realizzato campagne estreme. Ricordiamo quella dell’incantatore di serpenti con il cobra che balla la break dance, oppure il vincitore del Bingo che viene schiacciato da una vettura che cade dal cielo. Si tratta sempre di un linguaggio giovane, innovativo e fuori dagli schemi, come quello usato questa volta». Poi aggiungono: «Scegliendolo sapevamo che saremmo andati incontro a critiche negative, ma anche a critiche positive».

Un linguaggio giovane, ecco qual è stato il motore di questa scelta. Accanto a un rischio calcolato, a dare valore all’investimento fatto sarebbe stato proprio un linguaggio definito innovativo e sicuramente fuori dagli schemi. La Tv la vedono tutti, non solo i giovani, eppure a partire dai sedici anni in su tutti avevano qualcosa da dire a proposito di Vigorsol, soprattutto i giovani.
(6-continua)
FORMAT Sottocasa, Rai1 riprova con la soap di Giuseppe Bosso

C’era una volta un genere televisivo appositamente riservato alle signore. Genere che, almeno per quanto riguarda il nostro paese, era quasi interamente incentrato su un’unica emittente: Retequattro, e che soprattutto era piombato sui nostri schermi come una tempesta dall’altra sponda dell’Atlantico, dal nord con produzioni di successo come Quando si ama,Santa Barbara e le immortali Sentieri e Beautiful; dal sud con una lista talmente lunga che ci limitiamo a ricordare i volti più famosi che per anni hanno stregato le tante appassionate degli sceneggiati latini, come Andrea Del Boca, Grecia Colmenares e il compianto Eduardo Palomo.
Poi la soap opera ha cominciato a trovare terreno favorevole anche nella mente degli sceneggiatori nostrani, e dopo qualche tentativo più o meno riuscito, come Edera, la svolta e l’inizio della stagione felice sono giunte dieci anni fa con Un posto al sole, prima vera produzione di lunga durata del Belpaese. Sono seguite, su sponda Mediaset, in vero e proprio pendant ad un classico come Beautiful, Centovetrine e Vivere.
L’ultimo (per ora) capitolo di questa storia sta per avere inizio, precisamente agli inizi di maggio, proprio quando la stagione televisiva volge al termine: Rai1 presenta, in risposta ai “titani” schierati da Cologno Monzese all’ora di pranzo, Sottocasa.
Ambientata in un quartiere romano, la nuova soap vede come protagonisti principali Giovanni Guidelli (ex protagonista di Incantesimo), Angela Melillo (ex soubrette del Bagaglino e vincitrice della prima edizione del reality game La Talpa), Fabio Testi( che però comparirà soltanto nelle prime puntate, per poi, con la sua morte, dare il via alla trama principale su cui sarà incentrata la prima serie), e un nutrito gruppo di giovani e validi attori, tra i quali Edoardo Velo, già nel cast di Vivere, la giovanissima e promettente Martina Pinto, e Alberto Gimignani, che era tra gli interpreti di Ricominciare, la prima soap prodotta dal primo canale, che anni fa ebbe breve e non proprio fortunata vita.
I temi sono sostanzialmente gli stessi che hanno sempre contraddistinto le soap nostrane: non solo storie di intrigo e di passione, ma anche attenzione alle problematiche di ogni giorno, in modo che lo spettatore, riconoscendosi nei personaggi, si affezioni e segua con interesse le vicende che coinvolgeranno i protagonisti. Appuntamento a maggio dunque!

ELZEVIRO L'altare ritrovato di Antonella Lombardi

Secondo la leggenda, Romolo avrebbe fondato la città di Roma il 21 aprile del 753 a.C.
In una data non casuale, il 21 aprile scorso, tra ultimi ritocchi, lavori da ultimare e polemiche, sono stati inaugurati a Roma l'Ara Pacis e il suo nuovo museo nella teca progettata dall'architetto Richard Meier.
Il museo rappresenta la prima opera di architettura realizzata nel centro storico di Roma dalla caduta del fascismo ai nostri giorni. In un progetto che tiene conto sia della necessità di valorizzare che di conservare, si sono usati materiali e tecnologie che potessero proteggere l'altare da agenti atmosferici e inquinanti.
Si entra, dunque, e si viene colpiti dalla prospettiva e dalla luce: un immenso edificio trasparente, inserito nel preesistente tessuto urbano, da cui godere di una vista inaspettata.
Si accede da una scalinata centrale da cui si può contemplare, ad una distanza davvero ravvicinata, la facciata della chiesa barocca di San Girolamo degli Illirici e la vicina chiesa di San Rocco.
All'interno, una galleria con copie dei ritratti della gens augusta, un albero genealogico per far conoscere al visitatore i complessi intrecci della dinastia dei giulio-claudii e un plastico con l'originaria situazione dell'Ara.
Oltre la galleria, 500 metri quadri di cristalli fanno da cornice all'altare isolato, sgombro da ogni ostacolo fastidioso per la visione, mentre gli alberi del lungotevere, fuori, visibili dai lati, ci riportano al presente. Uno spazio immenso, destinato a trasformarsi ancora per ospitare un auditorium, una biblioteca e un'opera d'arte contemporanea appositamente realizzata da Mimmo Paladino.
Anche i materiali usati rappresentano la sintesi tra passato e futuro: il travertino proviene dalle stesse cave utilizzate per la realizzazione di piazza Augusto Imperatore negli anni Trenta, mentre il vetro temperato ha delle caratteristiche tali da permettere resa estetica, fonoassorbenza e isolamento termico. «La capacità di creare il bello non è finita 500 anni fa. Qui abbiamo l'immagine di una Roma insieme antica e moderna», ha detto il sindaco di Roma, Walter Veltroni.
Storicamente, la costruzione dell'Ara fu decretata dal Senato romano per onorare il ritorno di Augusto dalle province di Gallia e Spagna e per celebrare la “pace augustea”, cioè il raggiungimento di un percorso trentennale, dalla morte di Cesare alla pacificazione vittoriosa.
Di qui i rilievi dell'Ara inneggianti alla prosperità, alla religione e al buon governo, garantiti da un uomo predestinato.
Un antico senso della progettazione prevedeva inoltre una disposizione particolare: l'ingresso dell'altare si apriva su una meridiana; su questa, l'ombra di un obelisco (situato oggi in piazza Monte Citorio) segnava il tempo e percorreva i simboli dello zodiaco; nel giorno della nascita di Augusto l'ombra puntava al centro dell'altare, a sancire un vincolo astrale tra la nascita del principe e una nuova era di pace.
Per informazioni e approfondimenti, è possibile visitare il sito www.arapacis.it.
DONNE Margaret Thatcher, the Iron Lady di Stefania Trivigno

Margaret Thatcher viene eletta Primo Ministro inglese nel 1979 e non c’è da stupirsi che sia proprio la Gran Bretagna, il Paese che per la prima volta nella storia chiama una donna a governare.
In quegli anni, infatti, si assisteva a una lunga serie di riforme che, oltre a far balzare il Regno Unito in testa alla classifica dei Paesi europei più evoluti socialmente, preparavano il terreno a una forte emancipazione femminile.
Negli anni fra il 1965 e il 1970, fra le altre riforme è abolita la pena di morte, si legalizza l’aborto, si modifica la legge sul divorzio e, soprattutto, si stabilisce che in una condizione di parità di prestazione, una donna percepisca lo stesso stipendio di un uomo.
Quando la Thatcher inizia a governare la situazione economica e sociale che si trova a fronteggiare non è affatto semplice. La Gran Bretagna, infatti, è alle prese con il cosiddetto periodo del Winter of Discontent che vede la classe operaia e i sindacati alleati in una forte stagione di scioperi che culminerà nel 1985 con il grande sciopero dei minatori. Peter Gabriel dedicherà all’evento la sua Don't give up.
In ambito economico il Primo Ministro mira a una lotta all’inflazione più che alla disoccupazione.
Secondo la Thatcher, infatti, in un Paese in cui la disoccupazione è fisiologica, bisogna puntare in primis al controllo dell’inflazione, per poi occuparsi della piena occupazione che verrà da sé come diretta conseguenza dell’abbattimento dell’inflazione.
Secondo il governo Thatcher, inoltre, una volta eliminate le industrie statali e abbattuti gli oneri fiscali, sarebbero rimasti sul mercato solamente gli operatori più validi e più competitivi. Forte di questa convinzione, il governo vara una politica fiscale tesa a ridurre le aliquote massime e minime delle imposte sui redditi, ma per bilanciare aumenta l’IVA dall'8% al 15%.
La conseguenza è evidente e negativa: i prezzi aumentano, i prodotti inglesi non esportano più perché troppo cari e nasce un vero e proprio conflitto sociale dovuto al fatto che il 10% dei lavoratori della fascia più alta ottiene un aumento di stipendio pari al 137%, mentre per la fascia più bassa l’aumento è del 93%.
Se in un Paese la disoccupazione è fisiologica e non rientra nei punti principali del programma di governo, è necessario fare in modo che questa risulti meno grave di quanto non lo sia nella realtà.
Nel 1980, primo anno di governo Thatcher, la Gran Bretagna conta circa due milioni di disoccupati; fra il 1983 e il 1986 (fine del primo mandato e inizio del secondo) dopo le varie riforme fiscali i disoccupati sono più di tre milioni, ma inspiegabilmente qualche anno dopo torneranno a essere 2 milioni, poi addirittura 1,6 milioni.
Dunque, se la disoccupazione si vince con l’abbattimento dell’inflazione, ma quest’ultima non è stata assolutamente abbattuta, come mai i numeri sono calati così drasticamente?
Semplice, si cambia il metodo di rilevamento: risulta inattivo solo chi è iscritto alle liste di collocamento e percepisce il sussidio di disoccupazione.
Chi è alla ricerca del primo impiego e non ha sussidi non rientra fra i disoccupati.
Nonostante il malcontento generale e la crisi economica e sociale Margaret Thatcher ha governato la Gran Bretagna ben tre volte, ma costretta alle dimissioni nel 1991 quando era a metà del terzo mandato.
Oltre al sistema elettorale britannico, che non necessitava di una maggioranza per la vittoria, sicuramente mancava una figura altrettanto forte da opporre.
È stata definita dagli storici The iron Lady, la donna di ferro, perché è riuscita a tenere la testa alta anche quando, a livello internazionale, si è vista costretta a dissociarsi dalle politiche economiche europee.
Senza dubbio in Europa, almeno finora, è l’unica donna politica "forte" a essere ricordata.

DONNE ...perché non ci porti pure me di Tiziana Ambrosi

Consoliamoci. In Italia il problema - assai difficile - è quello di non far entrare i violenti negli stadi. In Iran quello di riuscire a far entrare le donne.
Con un coup de théâtre il logorroico presidente della Repubblica Islamica Ahmadinejad ha ordinato alle autorità che le donne siano ammesse agli stadi.
A quanto pare quello di donne e calcio dev'essere un annoso problema, se già 40 anni fa la nostrana Rita Pavone smaniava per le partite della domenica. Ironia a parte, se per la peperina cantante torinese il problema erano le scappatelle coniugali, qui siamo piuttosto ad una fase embrionale: non si chiede di andare a vedere la partita di pallone, al massimo di potersi avvicinare allo stadio.
Ahmadinejad ha affermato che «con una corretta pianificazione che rispetti la dignità e l'onore delle donne, i migliori posti negli stadi vengano riservati a donne e famiglie in occasione di partite del campionato nazionale di calcio e altri importanti incontri».
Altro che discriminazione, anche i posti migliori!
Il barbuto presidente tuttavia non ha fatto i conti con la scarsa elasticità mentale dei mullah sciiti: la maggioranza ha criticato la dichiarazione, qualche baldanzoso si è spinto più in là con un'immancabile fatwa.
Nemmeno da ricordare che la legge di divieto della presenza femminile allo stadio vide la luce alla nascita della Repubblica teocratica khomeinista nel 1979.
Considerando i già farraginosi rapporti con la diplomazia internazionale non è sembrato il caso di inimicarsi anche i capi spirituali della stessa estrazione ultraconservatrice del presidente stesso.
E quindi ben vista è stata l'affrettata rettifica delle dichiarazioni.
Mohammad Aliabadi, capo dell'organizzazione iraniana per l'educazione fisica, ha spiegato: «Il programma di aprire gli stadi alle donne è riservato unicamente alle famiglie e non vale per le donne non sposate, per le quali sarà ancora in vigore il divieto di ingresso negli stadi».
Ecco. Senza considerare che non saranno ammesse promiscuità di alcun tipo e verranno allestiti appositi spazi separati per le spettatrici.
L'inquadramento forse risulta ancora più chiaro se si considera che questa apertura avviene solamente qualche giorno dopo l'inasprimento delle punizioni contro le violazioni su abbigliamento e comportamenti in pubblico.
A conti fatti quindi nessuna grande novità. Solo un giro di parole per non cambiare la realtà delle cose.
Con la speranza che queste coreografiche "aperture" non facciano passare in secondo piano le fanatiche prese di posizione sul nucleare e le farneticanti dichiarazioni su Israele.
TELEGIORNALISTI Andrea Pamparana, giornalista multitasking di Nicola Pistoia

Questa settimana abbiamo incontrato Andrea Pamparana, vicedirettore del Tg5 e radiogiornalista "Indignato speciale" per Rtl 102.5.
Come ha iniziato ad appassionarsi a questo mestiere?
«Nel 1978, lavoravo in una piccola ma gloriosa rivista, Critica Sociale ed eravamo nel pieno del caso Moro».
Andrea Pamparana si sente un giornalista televisivo o radiofonico?
«Sono un giornalista. Scrivo su quotidiani, faccio tv e radio da 25 anni, scrivo libri».
Quali sono le differenze tra il giornalismo televisivo, quello radiofonico e quello della carta stampata?
«In tv devi conoscere il mezzo, saper fare anche la regia e il montaggio del servizio. In radio devi conoscere i tempi, il ritmo, usare anche la voce. Sui giornali devi saper scrivere. Mixa il tutto ed è fatta».
In una recente intervista a Telegiornaliste, il collega Fabio Guadagnini di Sky Sport ha affermato che gli unici giornalisti liberi da giochi di potere o di share sono quelli che svolgono la professione per i canali satellitari: è d'accordo?
«No. Fox è satellitare ed è di Murdoch e negli Usa ha una precisa linea politica. Solo qui in Italia, per convenienza, Sky è terzista. Quanto allo share lo saranno fino a quando Murdoch non farà l'accordo con l'Auditel».
Oltre al Suo, quali altri telegiornali apprezza?
«Sky Tg24 diretto dal mio amico Emilio Carelli».
Nella Sua carriera c'è un servizio o una notizia che ricorda con più partecipazione?
«Un'inchiesta sul caso Orlandi nel 1986. Ne parlarono anche all'estero».
Il mondo del giornalismo di vent'anni fa e quello di oggi, un confronto.
«Noi avevamo, venti anni fa, grandi maestri: Zucconi, Levi, Montanelli, tanto per fare tre nomi. Oggi non ci sono, e noi non siamo a quel livello».
La conduttrice di Verissimo, rotocalco da poco non più del Tg5, non è giornalista ma presentatrice televisiva: come cambia il lavoro della redazione, in casi come questo, per consentire al programma di mantenere lo standard di qualità
a cui ha abituato i telespettatori?

«Cambia al punto che Verissimo ora non è più sotto la testata Tg5. Ed è meglio così, per tutti».
Probabilmente l'arrivo di Piero Vigorelli, vicedirettore con delega al programma, aveva contribuito a mantenere inalterato lo standard qualitativo di Verissimo dal punto di vista giornalistico...
«Vigorelli è un professionista di grande esperienza e capacità, un cronista vecchio stampo».
Un consiglio ai tantissimi giovani che vorrebbero diventare giornalisti?
«Studiare, leggere e scrivere. Tanto lavoro e altrettanta umiltà. E consumare la suola delle scarpe per interpretare la gente, senza pensare di fare a poco più di vent'anni l'editorialista».
OLIMPIA Pianeta Donna Sport, il talk show del calcio rosa di Mario Basile

Metti un talk show con opinionisti esperti, due brave conduttrici, ospiti importanti e, soprattutto, un argomento apprezzato dal grande pubblico. Et voilà: il successo è garantito. Lo è ancor di più se si parla di sport e in particolare di calcio.
Diventa invece difficile, o quantomeno un’incognita, se il tema trattato è solo ed esclusivamente il calcio femminile. Un mondo ancora troppo trascurato dai media nazionali.
Proprio per far luce su questa realtà, da un’idea dei giornalisti Andrea Mantovani e Ivan Bertani è nato Pianeta Donna Sport: il talk show del calcio in rosa.
Entrambi i giornalisti siedono ogni settimana nel salotto del programma in qualità di opinionisti. La conduzione, tutta al femminile, è affidata a Stefania Scamperle e Silvia Spillare. Mentre l’altra giornalista della squadra, Camilla Buìn, si occupa della carta stampata.
A completare il tutto ci sono gli ospiti. Il salotto di Pianeta Donna Sport accoglie atlete, dirigenti di squadre, giornalisti specializzati ed altri personaggi illustri del calcio femminile.
Grande spazio dedicato alle immagini, con i servizi sulle partite e le interviste dagli spogliatoi a cura di Silvia Spillare e Stefania Scamperle. Ed ancora: aneddoti e curiosità su tutto ciò che ruota attorno al mondo del "pallone rosa".
In onda dal gennaio scorso sull’emittente satellitare Punto Sat, Pianeta Donna Sport ha subito raggiunto ottimi ascolti.
Molto soddisfatte le atlete che, grazie al programma, sono riuscite a conquistare una buona visibilità.
Come hanno affermato gli stessi ideatori della trasmissione, per il progetto è stato fondamentale l’intervento e il sostegno di personaggi del calibro di Natalina Ceraso Levati, presidente della Divisione Calcio Femminile, e Sante Zazza, organizzatore della Italy Women’s Cup.
L’appuntamento con Pianeta Donna Sport è tutti i venerdì alle 20.30 su Punto Sat, canale 866 del circuito Sky.
EDITORIALE La meglio gioventù di Antonella Lombardi

Certe cose, invecchiando, acquistano pregio e valore. Altre, invece, soffrono il passare del tempo senza per questo migliorare le proprie qualità: la politica italiana è una di queste. Da troppo tempo incapace di esprimere un vero ricambio generazionale e rompere vecchi tabù.
Lo ha ricordato, con una battuta, il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, commentando la candidatura di Andreotti alla presidenza del Senato: «E' una settimana particolare, perché all'insegna della gioventù».
All'estero questa incapacità di rinnovamento della classe dirigente italiana ha colpito molto (Clinton, in America, concluse il suo mandato presidenziale che era cinquantenne).
Una situazione politica, quella italiana, dove gli animi non si sono affatto rasserenati. Alle votazioni per il presidente del Senato si è parlato di “pizzini”, e il primo commento del dimissionario presidente del Consiglio, tra elettori scatenati come tifoserie avversarie, è stato un «Mi rimpiangerete», come se stare all'opposizione volesse dire sparire dalla scena politica. Segno di una visione monca della democrazia.
Nonostante la vittoria alle urne, seppure risicata, ogni scelta sembra una concessione strappata illegittimamente all'avversario. Un messaggio pericoloso e sempre più sottile. Le polemiche non si spengono, tra soliti vecchi nomi e poltrone solidamente attaccate al... proprio spirito di servizio.
In fondo, per dare un messaggio diverso al Paese, basterebbe dimostrare di poter raggiungere l'accordo su un nome per il dopo Ciampi. Magari una donna.
Di candidate illustri ce ne sono, e non sono affatto da meno rispetto ai loro colleghi uomini. Ma chissà per quale oscuro retaggio, le donne italiane in politica sembrano seguire le sorti delle sirene di Ulisse: si teme sempre che quando aprono bocca, lo facciano solo per causare problemi.
L'emancipazione femminile oggi sembra una questione datata, tanto più che molti si dicono solidali con le donne. Lo ha dimostrato Roberto Castelli, dicendo di vedere «con piacere» una candidatura femminile al Colle. Peccato che subito dopo abbia aggiunto: «Non credo che ora ci sia un Ciampi in gonnella».
E, così, ancora una volta, sembra opportuno scegliere nel segno della continuità, per calmare i bollenti spiriti. Si è proposto perfino un Ciampi-bis.
Apprezzamento per l'operato svolto o paura di cambiare?
A volte, le sirene, non riescono proprio a tacere.
COLPO D'OCCHIO La politica italiana vista da Pierre Sorlin di Antonella Lombardi

Pierre Sorlin, professore emerito della Sorbonne, grande storico e sociologo, è uno che non le manda a dire. E sul "caso Berlusconi" ha le idee molto chiare.
Intervenuto al convegno internazionale Scienza e coscienza, tenutosi a Tuscania, nel cuore della Maremma laziale, ha rilasciato alcune dichiarazioni forti sulla politica italiana.
Sulla divisione del nostro Paese, ad esempio, non ha dubbi: «Silvio Berlusconi ha spaccato il Paese in due. E' un fatto storico che non accadeva dai tempi della guerra fredda. Anche se in maniera diversa. Allora c'era una divisione ideologica, oggi invece Berlusconi, grazie alle televisioni, è riuscito a creare il mito di se stesso».
E sulla spaccatura elettorale, Sorlin profetizza: «Quello che è accaduto in Italia, il Paese diviso in due, accadrà anche in altri paesi europei molto presto. Leggo sui giornali internazionali che l'era Berlusconi è finita. Ne dubito fortemente, anzi, molti altri in Europa seguiranno il suo esempio».
E se il presidente del Consiglio uscente si è paragonato prima all'unto dal Signore, poi a Napoleone, Sorlin ribatte: «L'imperatore francese cercava il potere vero. Berlusconi cerca l'affermazione personale e ha creato tanti piccoli berlusconini».
Sorlin, studioso di sociologia del cinema e autore di diverse opere sull'argomento, ha visto anche il film di Moretti, Il caimano, e della pellicola sottolinea come «a un certo punto fa arrivare i soldi e ironizza sulla ricchezza del mito Berlusconi. Invece, in Italia, un incredibile silenzio impedisce di capire come l'uomo più ricco del Paese ha fatto tanta fortuna».
Quando arriva la notizia dell'ultimo attentato contro il contingente italiano a Kabul, Pierre Sorlin commenta: «Berlusconi non voleva la guerra in Iraq ed è stato trascinato da George Bush. Si è messo al suo fianco per far vedere in tv, a tutta l'Italia, che lui è amico di un potente».
Che all'estero la figura di Berlusconi fosse oggetto di dibattito quanto e forse più che in Italia si sapeva già; ma in un Paese come il nostro, che ha introiettato la censura, e che è abituato a gaffe ed esternazioni spiazzanti poi puntualmente smentite, non si è più abituati a sentire opinioni così schiette, come se certe vicende fossero una parte “fisiologica” e naturale della vita politica del Paese. Le spaccature e le polemiche restano forti, mentre si è assopito il senso di indignazione e protesta del cittadino.
E a proposito di proteste, Sorlin ricorda anche l'esperienza dell'incontro con gli studenti in sciopero a Parigi: «Non ho trovato in loro una strategia seria, ma soltanto la spinta emotiva da parte dei sindacati a riprendere il movimento. Dietro non c'era e non c'è un progetto. Dubito che questa protesta, come hanno scritto i media italiani, potrà contaminare anche il vostro Paese».
La storia degli ultimi anni del nostro Paese torna, così, a far discutere di sé. Il tempo sarà in grado di fornire ancora altri giudizi.
Lo scrittore Roland Barthes ha affermato: «La storia è isterica. Essa prende forma solo se la si guarda, e per guardarla bisogna esserne esclusi».
Intanto, in alcune case italiane, c'è ancora traccia di un'altra piccola storia, un album che è arrivato a molti italiani prima delle elezioni, facendo discutere giornalisti, politici e gente comune: Una storia italiana. Quasi un “fotoromanzo” è stato detto.
Forse è ancora presto, ma è storia anche quella, storia di cui ci si dovrà ricordare.
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