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Telegiornaliste anno II N. 19 (51) del 15 maggio 2006


MONITOR Medori, paladina dei bambini di Filippo Bisleri

Serenella Medori è un volto noto per il pubblico di Tele Tuscia Sabina 2000, emittente locale di Viterbo che sta sempre più guadagnando in qualità e appeal. Serenella scrive per noi nella rubrica Format sul tema "Media & Minori". L'abbiamo intervistata per farla conoscere meglio ai nostri lettori.
Serenella, come hai scelto di fare la giornalista?
«Mi si è presentata un'occasione incredibile. Avevo cominciato a scrivere negli anni dell'università su un piccolo giornale del Lazio nord, diffusione province di Roma e Viterbo, con sede a Bracciano. Vendevo anche spazi pubblicitari disegnati da me. Quella è stata l'occasione per ascoltare la gente. Mi raccontavano tutto senza problemi e così ho cominciato a raccontare le loro storie, i loro problemi e a riportare lamentele e difficoltà della vita quotidiana. Il giornale non andava benissimo e la collaborazione terminò. Mi sono laureata e dopo qualche tempo ho cominciato a cercare un altro editore a Viterbo. Tra gli annunci economici ho scoperto che TS2000, la televisione di Viterbo, stava organizzando la redazione. Erano in città da pochi mesi e, quando ho chiesto un appuntamento, mi sono presentata con il curriculum e mi sono ritrovata davanti alle telecamere per un provino! La sera stessa è andata in onda la mia prima conduzione del tg locale. Senza saperlo avevo cominciato a seminare già dall'università. In seguito ho infatti scoperto che il mio primo editore, citato nel curriculum, era il fratello del direttore di TS2000».
Cosa ti piace di più della professione giornalistica?
«Parlare con la gente, senza distinzione. Mi piace la gente comune, mi piace parlare con i politici di politica, con gli agricoltori di agricoltura, con le donne, con gli artisti, con gli sconosciuti che hanno qualcosa da raccontare».
Tra la conduzione in studio e un servizio in esterna cosa preferisci?
«Il servizio in esterna, e se posso anche occuparmi di montaggio e tutto ciò che ruota attorno al servizio è ancora meglio. La conduzione di programmi mi diverte molto perché in una piccola tv non si sa mai fino in fondo cosa può capitare, anche quando l'argomento è serissimo e preoccupante. Mi eccita quel margine di rischio che c'è sempre».
Hai una preferenza per il giornalismo televisivo o ti piacciono anche altri media come la carta stampata o le radio?
«Non fa differenza per me se scrivo o parlo, l'importante è raccontare. Ho fatto una brevissima esperienza di radio che mi è piaciuta ma non ha nulla a che vedere con la tv o la carta stampata. Preferisco scrivere e raccontare avendo a disposizione lo spazio di un giornale o uno spazio tv, è una questione di tempi».
Nella tua esperienza professionale hai un servizio, un personaggio o un'intervista che più ricordi?
«Mi viene subito in mente una scoperta che ho fatto durante l'estate. Avevo preso la mia telecamera per fare servizi sulla Tuscia in luoghi lontani dai cosiddetti grandi eventi. Io e mio marito siamo saliti in moto e dopo alcuni chilometri siamo arrivati a Blera. Il tipico silenzio estivo di un paesino della provincia, qualche vecchina con uncinetto e centrino e noi a piedi. Vicoli stretti, case di tufo e tante piante e fiori accanto ai portoncini di legno. All'interno di un cortile in penombra, ci appaiono dei colori incredibili. Le opere d'arte di un pastore di ovini, artista, umile e molto amichevole. Davanti alle telecamere ci apre il suo mondo, orologi, campanelle, quadri, sabbie e conchiglie. Proiettati su un altro pianeta. Il servizio scritto, girato e montato da me, con musiche e intervista, è stato bellissimo».
La tua collega, Anna Maria Chiariello (Tg5), ha parlato del cronista, dell'inviato, come di colui o colei che ama sporcarsi ancora le scarpe di fango. Ti ritrovi nella definizione?
«Assolutamente sì, tuttavia capisco il concetto, ma alcune domande rimangono: quanti giornalisti si sporcano ancora le scarpe di fango? Tutti quegli inviati e cronisti che sembrano farlo ancora lo fanno davvero? Anche i giornalisti in luoghi di guerra dormono in alberghi e trasmettono dal terrazzo sul tetto, insomma è come se tra il satellite, gli alberghi e la guerra ci fosse un tacito accordo. Forse il giornalismo estremo è quello che indaga tra le pieghe della società, anche senza fare lunghi viaggi, forse è quello provocatorio e indisponente».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo?
«Tiziano Terzani. Leggerlo è come trovarsi sul posto e vedere, sentire e vivere, nel bene e nel male le vicende da lui vissute. Non solo fatti ma anche i pensieri intimi di un uomo, un giornalista grande come la sua forza di raccontare la sua malattia, l'ennesimo viaggio, senza ritorno stavolta».
Tra colleghi e colleghe chi apprezzi di più?
«Maria Luisa Busi, Cesara Buonamici anche se ultimamente sorride troppo, Enrico Mentana e, naturalmente, Claudio Brachino, di Montefiascone, provincia di Viterbo. Davvero bravi».
Quali ritieni possano essere le difficoltà, per una giornalista, nel conciliare il lavoro con la famiglia e il ruolo di mamma?
«La disponibilità. Se si creano dei problemi sono relativi alla disponibilità di recarsi sul posto a fare interviste anche all'ultimo momento. Per il resto, se c'è una buona pianificazione del lavoro, un buon rapporto con i colleghi, si può arrivare ovunque. In una provincia come Viterbo, il fatto più improvviso e imprevedibile è stato il crollo del museo civico mesi fa! Beh, per fortuna la mia passione per il giornalismo comunque l'ho messa tra le prime clausole nel contratto, verbale, di matrimonio, con obbligo di accettazione».
Molti sono i giovani che vorrebbero fare i giornalisti. Quali consigli daresti loro?
«Provateci! Non aspettate l'occasione giusta, andatele incontro anche se si presenta come tv locale, con una redazione e una segreteria di redazione che sono praticamente la stessa cosa e lo studio è più piccolo del vostro salotto. Molti giovani si sono avvicinati a TS2000, ma spesso, prima di capire, vedere, scoprire e ambientarsi, presentavano il listino prezzi. Scrivere poche righe o portare sessanta secondi di girato dai contorni vagamente blu non sono prove di giornalismo. Spesso era solo ingenuità, a volte era proprio presunzione, quello che mancava era l'umiltà e la voglia di imparare. Intraprendevano la loro guerra personale prima di intraprendere la loro carriera. Una piccola emittente può essere una grande opportunità. Provateci e buona fortuna!».
CRONACA IN ROSA Acqua, un bene da rispettare di Tiziana Ambrosi

Il sindaco di Londra, Ken Livingstone, ha annunciato di non tirare lo sciaquone da almeno quindici mesi.
La malizia con cui una simile notizia viene rilanciata dalle agenzie di stampa internazionali mette in ombra il vero intento del primo cittadino londinese.
Non sciatteria, non scarsa igiene, non avarizia, bensì un intento di risparmio della risorsa idrica.
Per carità: forse un tantino esagerato, ma con ottime intenzioni di partenza.
Sì, perché l'acqua dello sciacquone, almeno in Italia, non è sporca o riciclata. E' pura e limpida risorsa proveniente dalla rete idrica. Ogni volta che premiamo il pulsante di scarico utilizziamo dai dieci ai sessanta litri di acqua pulita: dieci litri corrispondono a circa una confezione da sei di bottiglie di acqua minerale da un litro e mezzo. Per ogni pulizia del gabinetto, quindi, impieghiamo da sei a quaranta bottiglie di acqua minerale.
Non per esaltare "estremismi" poco praticabili (addirittura Livingstone obbliga i propri ospiti all'austerity dello sciacquone): rendiamoci conto di cosa significhi schiacciare un bottone.
Quando l'outing viene dall'estero assume sempre un fascino esotico. Tuttavia già da tempo c'è chi, anche in Italia, esprime preoccupazione nell'ambito del risparmio energetico: uno per tutti il presidente e fondatore del Wwf Italia Fulco Pratesi.
Al posto dello sciacquone, il vecchio e dimenticato secchio: si consumano al massimo una decina di litri. Per le occasioni importanti.
I servizi sanitari più moderni sono dotati di un doppio pulsante, che permette di dosare il volume di scarico. Magari quando andiamo al ristorante ricordiamocene.
A chi è portato per il fai-da-te e ama poco vedere secchi sparsi per la casa, Pratesi consiglia di fissare un pesetto al galleggiante della cassetta, che così ricaricherà a metà.
Altri accorgimenti salva-acqua: «Mi lavo i denti bagnando appena lo spazzolino, senza lasciarla scorrere. Non mi faccio la barba sotto la doccia ma nel lavandino mezzo pieno. Pensando che con quella stessa poca acqua un ragazzino delle regioni aride ci si lava, si disseta, irriga i campi», dice Pratesi.
Le stime dell'UNICEF parlano di un miliardo di persone in lotta per la sopravvivenza perché privo d'acqua potabile.
Se pensiamo poi che periodi di forte siccità e razionamento li abbiamo vissuti anche in Italia in questi ultimi anni, dovremmo riflettere un po' di più sulle risorse che abbiamo a disposizione.
Per riempire una vasca da bagno sono necessari quasi cento litri d'acqua; per una doccia, la metà.
L'acqua con cui si lavano frutta e verdura, invece che buttata nel lavandino, può essere usata per annaffiare le piante di casa: il risparmio permette di ottenere dei ritorni immediati anche in bolletta.
La situazione italiana è per alcuni aspetti disastrosa: l'acqua piovana viene convogliata all'interno di grondaie e pluviali ed inviata direttamente nelle fognature stradali. In molti Paesi quest'acqua diventa preziosissima: è utilizzabile, attraverso vari sistemi di collettamento o di accumulo per lo scarico del gabinetto, per lavare la macchina, per annaffiare il giardino e per tutte le altre azioni che non necessitano l'utilizzo di risorsa potabile.
Sicuramente dotare gli edifici di sistemi di questo tipo, già ben sperimentati, non è difficile. E' anche economico nel lungo periodo, ma forse manca la volontà.
Senza considerare che siamo tra i maggiori consumatori di acqua minerale in bottiglia. Quando la risorsa più preziosa, secondo recenti studi, scorre dal rubinetto.
Nelle prossime settimane ci occuperemo ancora di risparmio energetico. Con il petrolio alle stelle e la diminuzione delle disponibilità, cerchiamo di guardare al nostro futuro e anche al nostro portafoglio.
FORMAT MEDIA E MINORI Crisi da spot di Serenella Medori

Tutto ciò che appare in tv è amplificato, non passa inosservato, neanche uno sfuggente primo piano costituito da pochi frames. Quando il telespettatore protesta lo fa avvertendo chiaramente quel senso di impotenza nei confronti dei cosiddetti "colossi del marketing" contro i quali nulla si può.
Il potere del telecomando è grande, questo è vero, ed è grazie a questo strumento che il "teleconsumatore" può ottenere la sua vendetta. Basta cambiare canale e rifiutarsi di acquistare il prodotto, ma la sensazione di impotenza persiste. Dopo Vigorsol e Fastweb quanti altri spot si potranno permettere di entrare spudoratamente nei nostri salotti parlando la loro lingua innovativa e fuori dagli schemi senza il permesso del padrone di casa? «Dovrebbe intervenire il Garante!» tuonò qualcuno, e così fu.
A proposito di linguaggio giovane, anche la Fiat ha fatto la sua scelta. In uno spot in onda a gennaio 2006, all’interno delle auto alcuni giovani amici in viaggio cantano allegramente la colonna sonora firmata da Vasco Rossi.
Nella scheda si legge che la campagna pubblicitaria, grazie al suo linguaggio giovane e fresco, aveva come obiettivo quello di confermare la simpatia che gli italiani nutrono verso il marchio automobilistico nazionale. Lo spot è piaciuto e la Fiat sta vivendo un periodo di incremento delle vendite, basta guardarsi intorno: siamo invasi dalle Fiat Panda e anche le Punto in circolazione stanno diventando numerose. Sarà per il linguaggio giovane e fresco dello spot?
C’è chi coltiva la speranza di vedere un giorno Carosello, redivivo, che anima gli schermi al plasma e si moltiplica e si rigenera magari nella banda larga, ma Carosello è tale anche grazie al suo linguaggio un po’ antiquato.
Allora un Carosello del terzo millennio non rinuncerebbe al colore e all’interattività del digitale terrestre, dovrebbe fare i conti con i banner su internet e con la mobile advertising, avete presente quegli "spottini" sul cellulare? Sarebbe un Carosello diverso ma potrebbe mantenere lo spirito e la comicità espressi da Proietti e De Sica.
Tuttavia Carosello non perde tempo ed entra in rete con Carmencita per pubblicizzare uno spot più lungo che va in onda in tv, restando al passo coi tempi. Carmencita è anche sui telefoni cellulari! Aiuto! Spengo il cellulare per difendermi dagli spot?! Anche da quelli di Carosello?! Cancello mms tenendo il telefono in una mano mentre con il telecomando nell’altra faccio zapping tv? Crisi da spot.
(7-continua)
FORMAT Quando la tv racconta se stessa di Nicola Pistoia

Raccontare la tv è qualcosa di inimmaginabile. Bisognerebbe andare indietro di oltre cinquant'anni per capire come è cambiata, per trovare risposte sulla nuova televisione e, perché no, ricordare un passato che forse non ritornerà più. Bei ricordi sicuramente.
L'attuale tv non piace a nessuno, o forse piace a pochi. Quei pochi che però continuano a far esplodere i dati auditel davanti a programmi come i reality o come le interminabili fiction. Quei pochi che, al cosiddetto “quarto potere”, affidano tutto: i loro momenti liberi, le loro aspettative e, per certi aspetti, il loro futuro.
Anni Luce, in onda ogni domenica pomeriggio su La7, si propone di raccontare la verità e la genuinità della televisione di una volta, di porre l’accento su quella moderna, sempre più legata alla faziosità e al compromesso, e di aprire, chissà, uno spiraglio sul passato, sperando che serva da esempio.
Filmati in bianco e nero che evocano nella mente dei telespettatori più longevi ricordi emozionanti, e in quelli più giovani uno spettacolo puro e sopratutto fatto di professionalità. La trasmissione mescola piccoli e grandi eventi, approfondisce il significato di famose storie nazionalpopolari con voci, immagini e suoni che ne restituiscono la dimensione, il fascino e l’importanza. Sviluppa un collage di documenti eterogenei e li incastra in una composizione semplice da seguire.
Personaggi come Totò, Mina, Alberto Sordi ma anche grandi uomini della storia come Mussolini, Kennedy e Pertini, tutti insieme per raccontare una tv che oggi pare essere fuori da ogni schema intellettivo. Anni Luce è fatto di ironia e attenzione, di sguardo rilassato e fermo sul Paese bello e sfaccettato, con ospiti gradevoli, che rendono il programma molto meno impegnativo di quanto si voglia immaginare. Una garbata leggerezza si sovrappone a sentimentalismi lacrimosi.
Sarebbe quindi opportuno che la televisione raccontasse se stessa più spesso.
ELZEVIRO La primavera lisboeta di Nicola Pistoia

La suggestiva e affascinante Lisbona spalanca le sue porte al turismo mondiale grazie ad una serie di iniziative che onorano la bella stagione e che rendono ancora più interessante la capitale portoghese.
Si riscoprono quartieri che profumano di mare, vivaci e popolari, come il Barrio Alto e l’Alfama, intrigo affascinante di stradine che regala visioni da brivido a picco sulla città.
Si percepiscono le sensazioni vive e sfuggenti delle armonie calde e sensuali del fado, che risuonano ovunque. E si condividono le emozioni di un popolo che ha voglia di vivere e confrontarsi con un nuovo mondo, da cui sembra essere stato, perennemente, lontano.
Fino al 21 maggio, il Centro Culturale di Belém ospita la rassegna più importante mai dedicata prima alla pittrice messicana Frida Kahlo, vissuta nella prima metà del secolo scorso e moglie di un altro mito dell’arte: Diego Rivera. Una mostra vivace che si mescola con l’austerità dell’arte barocca, di cui i palazzi di Praça do Imperio sono pregni.
La città continuerà ad offrire emozioni forti ed autentiche, grazie agli oltre cento palcoscenici, allestiti in giro per i quartieri della capitale. Dal 26 maggio al 4 giugno il Parco Bela Vista ospita un megaconcerto dove saranno protagonisti cantanti del calibro di Sting e Anastacia.
Da una parte il rock, dall’altro la magica atmosfera del fado. Dal 12 al 30 giugno, infatti, le caratteristiche stradine si animeranno di musicisti, cantastorie, sensuali ballerine e si potranno gustare le immancabili sardine alla griglia.
Dopo il tramonto, la folla invade le stradine e i marciapiedi, illuminate dalla Biennale internazionale della Luce (dal 1 al 9 giugno), alla ricerca di un bar o una terrazza, dove potersi rilassare per affrontare un nuovo giorno fatto ancora di feste, musiche e tanto mistero. Locali come il Fragil o il Pavilhão Chinés, caffé cult ubicati in palazzoni stile liberty nel cuore del Barrio Alto, frequentati da modelle, pubblicitari, giornalisti e gente comune, offrono coktails gustosi davanti ad un panorama indimenticabile.
Partecipando a questa atmosfera, ci si dimentica del tempo e, al calar della notte, scende un sipario naturale che lascia il posto ad una vita fatta di suoni, ombre e tantissime stelle.
ELZEVIRO Fotografia, uno sguardo sul mondo di Antonella Lombardi

Il Novecento e la "necessità della fotografia": è l'idea che anima il Festival internazionale di fotografia di Roma e che sembra legare in un filo rosso anche altre due mostre tuttora in corso a Venezia e a Milano. Tre percorsi interessanti in tre città diverse che colpiranno l'attenzione di semplici curiosi, ma anche degli appassionati e dei "cultori" di quest'arte.
La mostra Venezia 1948-1986: la scena dell'arte, alla Collezione Peggy Guggenheim, condurrà il visitatore in un viaggio straordinario per immagini attraverso scatti inediti e sorprendenti che ritraggono artisti e protagonisti delle Biennali di Venezia dal 1948 al 1986 come Picasso, Matisse, Dalí, Fontana, Rauschenberg e altri.
Un viaggio nel tempo attraverso le fasi storiche, i momenti, le atmosfere che hanno segnato la scena artistica internazionale riunita a Venezia in occasione delle Esposizioni Internazionali.
Il bianco e nero della mostra si fa colore della memoria e, grazie alle storie che le immagini raccontano, diventa una sorta di guest book, di quelli usati da Peggy per chiedere agli ospiti di lasciare un segno, passando dalla sua casa-museo. Le fotografie costituiscono un compendio e insieme un controcanto alle opere presenti nel museo, restituendo l’intensità del clima artistico di quei decenni tra contestazione e arte impegnata.
Una scena non solo italiana che stava cambiando velocemente e che, grazie a nuove correnti artistiche, posizioni radicali e contestatarie, stava progettando il suo futuro.
Per visitarla, c'è tempo fino al 21 maggio.
A Milano, invece, alla Fondazione Antonio Mazzotta, è in corso una mostra dedicata a tre straordinari fotografi del cinema e dello spettacolo, Sam Shaw, Tazio Secchiaroli e Chiara Samugheo, e alla lettura che essi hanno dato dell'immagine del divo: Vicini alle stelle. Marilyn & Marlon, Sofia & Marcello e il loro mondo.
Oltre 300 scatti che celebrano icone e protagonisti del cinema degli anni Cinquanta (Shaw), Sessanta (Secchiaroli), Settanta (Samugheo).
Tra i numerosi soggetti, spiccano gli omaggi a quattro icone degli anni Cinquanta e Sessanta: due divi assoluti americani, Marilyn Monroe e Marlon Brando, e due volti italiani molto amati, quali Sofia Loren e Marcello Mastroianni. In mostra, a Milano, fino al 25 giugno.
Chiudiamo il nostro percorso ideale a Roma, dove la quinta edizione del Festival internazionale di fotografia dà, attraverso il suo fitto programma, una rilettura articolata del Novecento. Si va dal lavoro ironico di Martin Parr sul turismo di massa ai reportage fotogiornalistici di Mario Dondero, alle opere del World Press Photo (il massimo riconoscimento del settore), alla fotografia intesa da Giuseppe Cavalli come opera d'arte svincolata dalla sua originaria funzione documentaria, ai ritratti di registi e personaggi come Pasolini e Orson Welles, icone del Novecento, e a molto altro ancora.
Storia, cronaca e personaggi del mondo per ricostruire contraddizioni e tendenze di un secolo interessante come il Novecento. Per informazioni è possibile visitare il sito della mostra.
DONNE Una donna alla Knesset di Erica Savazzi

Dalle elezioni israeliane del 23 marzo scorso è nato il diciassettesimo Knesset, ovvero il diciassettesimo Parlamento israeliano. E all’unanimità i deputati hanno eletto una donna come loro presidente.
Dalia Itzik è membro del partito vincitore della consultazione elettorale, Kadima, nuova formazione centrista nata poco prima della grave malattia che ha colpito il suo fondatore, l'ex Primo Ministro Ariel Sharon.
Nata a Gerusalemme nel 1952, laureata in letteratura, Dalia ha alle sue spalle una lunga carriera politica: questa è la sua quinta legislatura.
Ministro dell’Ambiente, dell’Industria e del Commercio e, nella sedicesima Knesset, della Comunicazione, Dalia è la prima donna a ricoprire la carica di presidente dell’assemblea parlamentare. Nel frattempo è anche riuscita a formarsi una famiglia: è infatti sposata e madre di tre figli.
I 120 deputati hanno applaudito alla proclamazione; l’ex presidente del parlamento, il deputato di destra Reuven Rivlin, si è detto convinto che sarà un’autorità super partes. Un ottimo risultato, considerando che le donne elette in Parlamento sono state solo diciassette, e che il governo presieduto da Ehud Olmert può contare solo su due donne: il ministro dell’educazione Yuli Tamir e il vice Primo Ministro e ministro degli Esteri Tzipi Livni.
Non sarà una legislatura facile da affrontare per Dalia: dopo la vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi il dialogo fra i due Stati si è fatto ancora più difficile e la violenza, con tanto di attentati kamikaze palestinesi e attacchi dell’esercito israeliano, continua.
Ma i problemi emergeranno anche all’interno del Parlamento: il Primo Ministro Olmert, per accelerare il processo di pace, propone infatti una strategia di real politik che comprende lo sgombero delle colonie israeliane in Cisgiordania, sulla scia di quanto già iniziato da Sharon nella striscia di Gaza. Non sarà facile far accettare a tutti questa scelta.
DONNE Elma Gardner, la prima donna in tv di Tiziana Ambrosi

Ci sono persone che entrano a far parte della nostra quotidianità, spesso anche a nostra insaputa. Una di queste è Elma Gardner, affettuosamente soprannominata Pem.
Pem sposa nel 1926 un giovane e capace inventore, Philo T. Farnsworth. Il suo nome rimane nella storia come colui che mise a punto la prima televisione elettrica.
Già negli anni venti erano stati effettuati diversi esperimenti con apparecchi televisivi funzionanti con sistemi di tipo elettromeccanico.
Quello di Farnsworth fu il primo completamente elettrico: sulla base di questo "canovaccio", la tecnologia ha permesso di sviluppare apparecchiature sempre più sofisticate ed economiche.
In un'intervista rilasciata nel 2002 al San Francisco Chronicle Elma Garner ricorda «come fosse ieri» la mattina in cui nel laboratorio del marito apparvero le prime immagini: «Era uno schermo molto piccolo, delle dimensioni di un francobollo. Subito, rimanemmo stupefatti. Era troppo bello per essere vero. Poi Phil disse: Bene, ce l'hai, la televisione elettrica»
La prima immagine mai trasmessa fu di Elma, ritratta con gli occhi chiusi. Era il 1929, Elma la prima donna in tv.
Oggigiorno siamo talmente abituati ad avere a portata di mano televisione, radio, telefono, che spesso dimentichiamo la portata storica e le mutazioni sociali e culturali che invenzioni di tale portata hanno generato.
E' difficile immaginare l'emozione per quelle prime immagini nel laboratorio di casa Farnsworth. Come il treno dei fratelli Lumière, che tanta paura provocò, o la prima trasmissione transatlantica di Marconi.
Affascinanti storie di persone caparbie ed ingegnose, che molto spesso non ebbero vita facile o il giusto riconoscimento.
L'invenzione del primo apparecchio televisivo elettrico fu infatti reclamata dalla RCA, che attribuiva l'innovazione al proprio ingegnere capo, Vladimir Zworykin.
Una sorte simile a quella che toccò all'italiano Meucci, che solo dopo 113 anni è stato infine dichiarato dalla Corte statunitense come il padre del telefono, a discapito di Bell.
Da sempre Elma ha combattuto perché la storia attribuisse gli onori alla giusta persona. Più caparbia del marito, timido e maggiormente interessato alla scienza che alle battaglie.
Pem, la prima donna della tv, ormai novantottenne si è spenta a fine aprile in una casa di riposo nello Utah.
Anche grazie alla sua tenacia, Philo Farnsworth rimane il padre di uno dei più potenti mezzi di comunicazione esistenti.
TELEGIORNALISTI Andrea Pancani, giornalista e comunicatore di Mario Basile

Da bambino la sua massima aspirazione era quella di fare il giornalista. Andrea Pancani è riuscito a coronare il suo sogno. Oggi è uno dei volti di Omnibus, il talk-show di La7. La sua grande esperienza nella carta stampata, nelle radio, in televisione e nel campo dell’informazione via web, l’hanno reso un profondo conoscitore dei mezzi di comunicazione.
Andrea, quando hai deciso di fare il giornalista?
«L’ho deciso, come dire, involontariamente quando ero piccolissimo. Non ho una memoria storica, ma me l’hanno raccontato i miei genitori perché, ma questo è vero non è una battuta, ero un ragazzino piccolissimo, un bimbo, che mangiava i giornali. Cioè i miei dovevano nascondere i giornali sui ripiani alti delle librerie o su altri mobili perché io strappavo i giornali e mi mangiavo le pagine. Adesso è chiaro che io lo dico ironicamente, però probabilmente era un po’ un mestiere predestinato nella mia vita, evidentemente».
Raccontaci dei tuoi inizi.
«La prima cosa che ho fatto è stato un giornalino insieme a mio fratello e mia sorella, considera che mio fratello ha due anni meno di me e mia sorella ha sei anni meno di me. Quindi da ragazzino, potevo avere nove o dieci anni, mia sorella quattro e mio fratello ne aveva otto, io ho deciso di fare a casa un giornalino. E già mi sentivo, come dire, direttore di questo giornalino, insomma, perlomeno promotore, coordinatore. E avevo assegnato loro degli articoli, tipo a mia sorella “Con che cosa ti piace giocare?” o “Come ti trovi col papà e la mamma?”, e a mio fratello “Come va la scuola elementare?”, non lo so, o “Come va con i tuoi amici?”. Abbiamo fatto questo giornalino che aveva anche molti disegni, ovviamente essendo dei bambini, e pochissimo testo scritto. E poi aveva altre cose ritagliate da altri giornali o fumetti che avevamo, che poi incollavamo sopra. Questa è stata la mia vera prima prova giornalistica, “autonominandomi” direttore. Naturalmente i miei sono stati molto contenti perché questo per loro rappresentava anche la calma familiare: eravamo tutti presi da questo giornalino e non potevamo rompere le scatole ai genitori. E questa è stata la prima esperienza.
Dal punto di vista serio, invece, qualche anno dopo, da più grande, io ho fortemente sentito che questo era il mio mestiere, la cosa che potevo saper fare. E molti anni fa, ma moltissimi anni fa - ahimé ho un’età – io seguivo molto la musica come tutti i ragazzi: sono cresciuto a pane e rock. E quindi grandi gruppi rock, band dell’epoca – sono del ’61, ho quasi quarantacinque anni – e ci fu un giornale che nacque a Roma che si chiamava Nuovo sound, ovviamente esistevano i giornali storici musicali come Ciao 2001, nacque questo giornale grazie alla volontà di un vecchio giornalista musicale che io conoscevo di nome. Quando ho scoperto che aveva tirato fuori questo giornale, scrissi, io non vivevo a Roma, dicendo che volevo collaborare. Non mi fu data nessuna risposta. Finché però questo giornale poi, decise di mettere le recensioni dei lettori. Io andai a un concerto di Venditti nella zona in cui abitavo. Mandai una recensione e mi fu pubblicata. Questo fu il più grande orgoglio della mia vita, ma soprattutto dimostrare ai miei genitori, ai miei amici, a chi frequentavo che io questo sogno lo potevo coronare. Certo, era una cosa molto piccola, come ti puoi rendere conto. Molto simbolica. Però per me fu l’inizio della carriera giornalistica. E difatti non è un caso che io sono stato un giornalista musicale all’inizio. Una delle mie prime esperienze - non la primissima, ma una delle prime – è stata lavorare proprio allo storico Ciao 2001. Ho avuto questa grande fortuna, quindi sono molto felice di aver lavorato per questa rivista che è stata un must dell’editoria musicale in Italia».
Prima di arrivare in tv, hai lavorato in radio. Attualmente curi sul sito di La7 la rubrica Aperte virgolette. Quali sono le differenze tra questi diversi modi di fare informazione? Tu quale preferisci?
«Io sono nato nelle radio, però prima di arrivare in tv sono passato per i giornali. Nel senso che io poi sono nato in una cooperativa di giornalisti che facevano pubblicazioni per le regioni. E’ stato il primo gruppo editoriale italiano che si era inventato i giornali regionali con una parte nazionale, fatta a Roma dove io lavoravo, uguale per tutti questi giornali e poi una parte, invece, solo locale. Quindi io sono nato giornalisticamente nella carta stampata.
In verità, è curioso dirlo: io credo di essere un buon animale televisivo. Mi riconosco uno che in televisione è se stesso. Non ho pose, non ho atteggiamenti finti, non sono il giornalista che dice “Cambiamo decisamente pagina…” perché prova imbarazzo a passare da una notizia all’altra. So fare bene gli slalom tra le parole, diciamo così. Quindi mi ritengo un buon giornalista televisivo. Però tra tutti questi mezzi quello che io adoro di più è la radio. Io credo che come la radio non ci sia nulla. Lo dico mio malgrado, essendo un giornalista televisivo, insomma.
Mi chiedi qual è il linguaggio che preferisco…internet mi piace moltissimo. Non solo perché potenzialmente hai un bacino di utenti immenso, sterminato. Chiunque ti può leggere da qualsiasi parte del mondo, quindi questo è molto bello saperlo. Poi magari non succede, ma potenzialmente è bello saperlo. Mi piace internet anche per un altro motivo: puoi usare un linguaggio più moderno, più diretto, più fresco, più disinibito, anche più accattivante per certi versi. Questo perché non devi essere necessariamente o istituzionale, comunque non parli a un pubblico televisivo, o troppo imbalsamato».
Oggi sei uno dei volti di Omnibus, il talk show di La7. Nonostante l’orario “proibitivo”, poiché va in onda alle sette del mattino, riesce ad avere un ottimo seguito di pubblico. Qual è il segreto del vostro successo?
«Il segreto del successo del programma nasce dal successo di una formula che ormai è collaudata da molto tempo in televisione. E soprattutto in una televisione di nicchia come la nostra, funziona tutto quello che crea abitudine. Vale per tutte le televisioni, ma per la nostra in particolare. Non solo: per una televisione piccola e di nicchia come la nostra, prima che un prodotto si affermi, non ci vogliono tre mesi come in una grande tv. Ci vogliono tre anni. Difatti noi dopo tre anni circa che esiste Omnibus, pur se con dei cambiamenti e delle correzioni, oggi raccogliamo i risultati e il successo di tutto questo con ascolti molto importanti, non solo per Omnibus, ma nei confronti proprio di quella che è la media della rete. Quindi un successo che nasce: dalla tenacia di fare un programma tutti i giorni sempre uguale, ma sempre diverso, perché fortunatamente i fatti sono diversi; da un buon affiatamento di squadra, ma più che affiatamento di squadra direi dal fatto che ognuno sa cosa deve fare e lo fa al meglio. C’è un buon lavoro di squadra nel senso che ognuno sa che ruolo riveste e come lo deve rivestire. Questa è la cosa positiva.
Se dovessi fare una critica, direi che probabilmente ci dovrebbe essere uno sforzo maggiore da parte di tutti di Omnibus di trovare personaggi nuovi, di proporre temi nuovi e di variare qualche cosa. Perché è vero che squadra vincente non si cambia, ma è anche vero che nella vita soprattutto se una formula funziona qualche correttivo lo devi fare. Devi fare qualche esperimento».
Molti pensano che in Italia non esista una vera libertà di stampa e che, di conseguenza, solo nei blog si può avere un’informazione veramente libera. Tu stesso sei un blogger. E’ vero? E quali sono i pregi e i difetti di questo nuovo modo di comunicare?
«Io non mi allineo assolutamente, non mi iscrivo tra quelli che dicono che in Italia non c’è la libertà di stampa. L’Italia è uno dei Paesi che ha più testate in assoluto. Parlo di tutto: quotidiani, periodici, eccetera. Abbiamo una ricchezza a entrare in edicola che per chi non è pratico, intanto è imbarazzante perché non sa cosa scegliere. Poi ormai insieme ai giornali c’è di tutto, quindi entrare in un’edicola è come entrare in un supermercato. Io credo che la nostra ricchezza di testate sia straordinaria. Non è una ricchezza finta, fasulla, solo di testate: è una ricchezza di voci, di opinioni, di settori, di tutto. Quindi non credo proprio a chi dice “La libertà di stampa è in pericolo…il regime, i pochi gruppi...”. No, credo piuttosto che il vero problema dell’Italia sia che gran parte della stampa, soprattutto dei grandi giornali, siano omologati, che siano molto uguali tra loro, siano abbastanza istituzionali, siano paludati. Ma soprattutto hanno un grande difetto: i grandi giornali non sono fatti per un pubblico e una generazione giovane, ma io direi moderna. La rete perché funziona? Perché sempre più giovani si informano sulla rete? Perché interessa anche loro. Perché sa proporre temi stimolanti. Perché intercetta alcune delle cose vere che viviamo tutti i giorni. Mentre i giornali sono per la classe dirigente del Paese. Però non fotografano quotidianamente questo Paese, o meglio, lo fotografano, ma molto parzialmente. La rete, invece, nella sua offerta straordinariamente grande e anche col suo modo di scrittura, la sua tecnica, il suo linguaggio è molto più vicina alle persone.
Io sono uno di quei giornalisti che non è favorevole alla rete, ma di più! Io sono una di quelle persone che insegna pure giornalismo all’università e ai ragazzi dice “La rete è fenomenale…meno male che esiste il web…e poi il blog…il videoblog …e tutto quello che la rete offre”. Io sono assolutamente favorevole alla rete, ai suoi linguaggi e tutte le novità che ha portato. Però non credo che la rete abbia avuto tutti questi vantaggi perché non esiste libertà di stampa nei mezzi tradizionali in Italia. No, è una cosa in più, che arricchisce, diversa, complementare o alternativa, dato che molti ragazzi si informano solo sulla rete e non leggono un giornale. Ma non è che la rete è forte perché non c’è libertà di stampa».
Professionalmente parlando, hai qualche sogno ancora da realizzare?
«Redazionalmente io credo che questo sia l’ultimo anno che faccio Omnibus. Io a giugno chiudo questo ciclo che dura da dieci anni, perché non si può dimenticare che lo faccio da Telemontecarlo. Dopo dieci anni di questa vita da sveglia alle 4:15 tutte le mattine - chiariamo, è un lavoro che faccio con una passione estrema ancora perché adoro questo mestiere - però aldilà di tutto, credo che professionalmente uno abbia voglia di misurarsi con altre cose, altre sfide. E quindi pur essendo affezionatissimo al programma, ma soprattutto a un programma che ho contribuito a costruire perché io sono stato uno di quelli che ha contribuito alla nascita di Omnibus, oggi credo di aver bisogno di altre sfide. Quindi spero che ci siano queste altre sfide. Poi se saranno nella mia televisione, o sulla carta stampata, o in un grande network radiofonico, o in un’altra tv: questo non lo so».
C’è qualche collega che stimi particolarmente?
«Stimo molto quei colleghi, ma ne vedo sempre meno, che hanno voglia di sfide, di misurarsi con cose diverse. Lo dico io che pure da tanti anni faccio la stessa cosa. Però io adoro chi ha voglia di provare le cose. Chi sa che questo mestiere è talmente cambiato che oggi bisogna parlare di comunicatori e non di giornalisti, forse, e gli piace provarsi in tutti i campi della comunicazione: la tv, internet, la radio, i giornali, le piccole sfide editoriali, e magari insegnare anche, come è capitato a me, o tentare di insegnare. Io lo faccio naturalmente nel mio piccolissimo perché lo faccio come addetto ai lavori, non sono ovviamente un docente di ruolo. Però provarsi con le tante cose della comunicazione. Quindi io adoro chi si mette sempre alla prova, chi ama le sfide, chi ama cambiare posti di lavoro, misurarsi con altre cose. Perché non credo che questo sia indice di irrequietezza, credo che sia indice, invece, di una grande vivacità intellettuale. Il giornalista può fare tante cose. Ed è bello che si provi in tante cose.
Invece questo è uno dei grandi problemi di questo Paese: noi abbiamo un mercato imbalsamato. Quindi, aldilà del fatto che uno debba essere bravo e debba avere dei talenti, passare da una tv all’altra o da un giornale all’altro sono eventi rari. E’ molto difficile. Non c’è flessibilità in questo mestiere. E questa è la cosa che a me fa più male. Perché pensare che in altri mestieri c’è e in questo no, me la dice lunga anche su quanto è imbalsamato questo mestiere, quanto è arretrato, quanto è poco innovativo. Mentre dovrebbe essere uno dei mestieri più innovativi del mondo, visto che ha la presunzione di raccontare il mondo».
Quindi per te le doti principali che deve avere un giornalista sono saper comunicare ed essere pronto a nuove sfide?
«Ti rispondo con una brevissima classifica, naturalmente un po’ provocatoria. Le prime due doti che deve avere un giornalista sono: l’elasticità mentale e la curiosità. Ma l’elasticità mentale ancora di più. Poi deve conoscere un po’ di psicologia e un po’ di sociologia, oltre ovviamente l’inglese, internet e tutte queste cose qui. E poi deve essere proprio un curioso del mondo. Saper scrivere? Oggi conta molto meno rispetto a prima, soprattutto se lavori in tv. Ma deve avere il gusto della curiosità. E il gusto soprattutto di rapportarsi agli altri, di starli a sentire. Diceva Kapuscinski, il grande reporter polacco, che “il cinico non è adatto a questo mestiere”. Smontando tutto quello che si è sempre detto dei giornalisti. Ovvero che dovevano essere freddi, cinici sennò non potevano raccontare le cose. Lui prende questo concetto dall’altro punto di vista. Lui dice che se si è cinici non ci si può mettere in sintonia con le persone. Quindi non riesci a capire come vivono, cosa fanno, quali sono i loro desideri, i loro sogni: non li sai raccontare.
Io credo molto in questo comandamento di questo grande reporter. Devi essere lucido, pronto, preparato, determinato, ma non cinico che è un’altra cosa».
Per chiudere: molti ragazzi sognano di fare questo mestiere. Quale consiglio daresti loro?
«Di provarci fino alla morte. Io sono una persona che non scoraggerà mai nessuno che vuol fare questo mestiere. Io non sono figlio di giornalisti, non sono parente di giornalisti e ce l’ho fatta con i miei mezzi. A chi lo vuol fare dico soltanto di provarci fino alla morte. Tanto. Se lo si vuol fare, nonostante l’accesso alla professione difficile, i problemi e tutto quello che sappiamo, ci si arriva. Ho visto che la vita fa una grande selezione naturale, ma se c’è la tenacia e si hanno, magari anche in embrione, quelle qualità che dicevo prima, alla fine ci si arriva a fare questo mestiere».
OLIMPIA Se telefonando di Mario Basile

Tempi duri per i furbetti. Dopo Ricucci & Co. a cadere nella trappola delle intercettazioni telefoniche stavolta è un furbetto pallonaro: Luciano Moggi.
Le conversazioni al telefono del dg bianconero, intercettate dagli inquirenti, hanno confermato quella che era la sensazione di tutti: il sistema calcio in Italia era tutto, o quasi, nelle sue mani. Designatori, arbitri, procuratori, perfino giornalisti e moviolisti figuravano tra i cortigiani di Re Luciano. Tutti gli obbedivano pena l’esclusione dal clan degli amici, che in parole povere voleva dire restare fuori dall’elite del pallone. Ne sanno qualcosa Zeman e Simoni.
Luciano Moggi sembra un personaggio uscito dalla penna di uno scrittore. Sul suo conto fioccano da sempre numerose leggende. Uomo scaltro e ambiguo, da giovane fa il ferroviere fino a quando non diventa dirigente di calcio a tempo pieno. Come abbia fatto è un mistero che alimenta il suo mito.
Piccoli scandali offuscano i grandi risultati ottenuti al Torino e al Napoli, ma Luciano ne esce indenne e tutto viene presto messo da parte. Il calcio sa dimenticare in fretta quello che deve dimenticare. I successi ottenuti con la Juventus sono storia recente, ma per molte persone sono macchiati dal doping. Accusa dribblata al termine di un estenuante processo.
Ma stavolta tra arbitri da istruire, Maserati da consegnare, squalifiche da cancellare e segretarie da accontentare perché depositarie di scomode verità, Re Luciano ha abdicato. Gli sono costate care quelle chiacchierate al telefono. Adesso è perfino indagato da due procure, insieme ai vertici della Gea, gestita da suo figlio Alessandro, per associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva.
Sull’onda della vicenda Moggi si è abbattuto un terremoto su tutto il sistema calcio. Il cosiddetto “palazzo” si sta sgretolando. Le indagini sulla Gea, che coinvolgono anche Chiara Geronzi in corso a Roma e a Napoli hanno subito una brusca accelerata. La società che controllava oltre duecento calciatori, sia ufficialmente che ufficiosamente, ha già annunciato la sua chiusura definitiva entro la fine di Giugno. E’ la fine di un monopolio costruito sul metodo “ sii dei nostri e diventerai qualcuno”.
Neanche il tempo di stupirsi che l’accusa di frode sportiva si estende anche alla classe arbitrale. Tra questi ultimi anche nomi importanti come quello di Massimo De Santis, la cui partecipazione al mondiale è sfumata, e di Tullio Lanese, presidente dell'Aia, che si è autosospeso dalla sua carica.
Pochi giorni prima erano arrivate le dimissioni di Franco Carraro da presidente della FIGC. Atto doveroso secondo alcuni. Di certo è una decisione coraggiosa lasciare quando c'è un’indagine da gestire, un mondiale da affrontare e la candidatura a Euro 2012 ancora aperta. Ma cosa ha spinto Carraro ad andarsene? Probabilmente ha capito di non essere più credibile in quel ruolo. Oppure anche lui è invischiato in questa brutta storia? La sua successiva iscrizione nel registro degli indagati della Procura di Napoli conferma quest’ipotesi. Le indagini hanno poi rivelato il coinvolgimento di altri club come Milan, Lazio e Fiorentina.
Dulcis in fundo completano il quadro la vicenda scommesse che vede protagonisti il bianconero Buffon e i suoi ex compagni Chimenti, Maresca e Iuliano e l'accusa di falso in bilancio per Antonio Giraudo.
E se i tifosi s’indignano, i diretti interessati non sono da meno. Il primo commento di Moggi è stato: « E’ una buffonata». Il campionato lo era sicuramente. Giraudo, a proposito delle intercettazioni, si è scagliato contro gli inquirenti: « Sono stati violati i nostri diritti». E quelli dei tifosi invece?
EDITORIALE Armi e libertà di Stefania Trivigno

Questa volta è successo in Florida.
Una donna di 65 anni è stata uccisa da due poliziotti perché, con coltello e pugnale, minacciava di morte i familiari che in quel momento erano a casa con lei. I due agenti accorsi hanno utilizzato contro la vittima la stun gun, un aggeggio che libera forti scariche elettriche. La donna, inoffensiva perché costretta su una sedia a rotelle, è deceduta all’istante.
Si tratta solo dell’ultimo fatto di cronaca che vede coinvolte le forze dell’ordine in casi di violenza gratuita; come gratuito, e stolto, sarebbe generalizzare su un presunto abuso di potere da parte della polizia, o sul fatto che spesso si sia preferito ricorrere alla violenza come migliore difesa.
Tuttavia, in una società sempre più costruita su basi quali reality show e Playstation, Pokemon e Power rangers, in cui bambini e adolescenti, per crescere, necessitano di prendere esempio da determinati modelli (scelti con criteri spesso consumistici), il singolo neo rappresentato dal poliziotto violento può diventare indice di un serio problema sociale.
L’America è grandiosa, l’America è freedom, è meltin’ pot e democrazia. In America la Statua della Libertà ed Ellis Island al suo fianco danno il benvenuto ai milioni di turisti e stanno lì a dire che, da quelle parti, bianchi e neri e gialli e rossi convivono. Ma quella stessa America vende armi nei supermercati senza chiedere il porto d’armi a chi le acquista. È l’America di chi dorme con la pistola sotto il cuscino per stare più tranquillo e di chi preme il grilletto per difendersi.
Solo per legittima difesa, però.
Ma la mattina del 20 aprile del 1999 ai giovani autori del massacro della Columbine School, le bombe a mano, i fucili da guerra e varie armi automatiche non sono servite per legittima difesa.
In quel caso, come in altri, si è parlato di rabbia, odio, razzismo, rancore e risentimento.
Se è vero che i ragazzi spesso imitano, emulano, perché come cuccioli di belve stanno imparando come si vive nella giungla sociale, c’è da interrogarsi su chi sono stati i loro maestri. E se come risposta al disagio sociale che crea, un Paese esalta l'efficacia della pena di morte, forse le domande da porsi richiederanno una riflessione più profonda di quanto non sembri in superficie.
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Telegiornaliste: settimanale di critica televisiva e informazione - registrazione Tribunale di Modena n. 1741 del 08/04/2005
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