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Telegiornaliste anno II N. 20 (52) del 22 maggio 2006


MONITOR Katiuscia Laneri, la tv a 360° di Giuseppe Bosso

Probabilmente i lettori non campani non la conosceranno, eppure Katiuscia Laneri, giornalista pubblicista da ormai dieci anni, nella regione del Vesuvio e della tarantella è un volto abbastanza noto.
Dopo gli inizi alla redazione napoletana de Il Tempo, ha iniziato una promettente carriera televisiva non solo come giornalista e conduttrice, ma anche come produttrice, in qualità di presidente della Kappaelle, una società che, pur operando in ambito locale, ha delle strutture e delle potenzialità considerevoli, degne di un bacino d’utenza animato come quello partenopeo.
Giornalista e produttrice televisiva: un caso più unico che raro il suo, almeno per quanto riguarda la Campania: cosa l’ha spinta a questa scelta e quali erano le sue aspettative?
«Anzitutto per necessità, nel vero senso della parola: purtroppo, a livello di emittenti locali, è necessario autoprodursi per fare informazione, non ci sono molte possibilità di inserimento per i giornalisti; e poi anche perché è una cosa che mi piace, produrre quelle che sono le mie idee. Negli anni sono riuscita a creare un valido staff di collaboratori che curano ogni aspetto della realizzazione delle trasmissioni: non ci occupiamo solo del programma in sé, ma anche di aspetti come il montaggio e le riprese».
Special, una delle sue creazioni più note,tratta vari temi legati alla regione campana, dalla gastronomia agli eventi culturali, passando per l’attualità: quali sono gli eventi e i personaggi che più le sono rimasti impressi?
«Mentre di solito in ambito giornalistico la parola “special” viene impiegata per definire servizi di approfondimento legati ad un particolare tema, questo programma che porto avanti da ormai quattro anni(testata registrata al tribunale di Napoli), vuole portare a conoscenza del pubblico le persone, appunto, “speciali”; per me, dopo ogni puntata, tutto quello che ho trattato è importante e mi rimane impresso, tutti per me sono meritevoli».
Nel sito della sua casa di produzione, la Kappaelle, si evince, tra gli scopi, quello di coinvolgere, anche attraverso l’impiego delle nuove tecnologie, l’utente durante la visione del programma e di essere informati sempre e comunque: ritiene che in futuro queste nuove tecnologie (Internet,telefonino, eccetera) soppianteranno la tradizionale informazione televisiva?
«La tv rimane sempre la regina della comunicazione. Più che soppiantare credo piuttosto che queste tecnologie possano coprire quegli spazi in cui la televisione non interviene. Ad esempio, in quei frangenti in cui non si è potuto seguire un programma o un tg, attraverso l’utilizzo del pc scaricarlo, o col digitale terrestre scegliere quando vederlo, senza sottostare a forzature di orario o di palinsesto».
Il giornalismo sta attraversando una fase piuttosto travagliata quanto la libertà di espressione: secondo lei come potrebbe realizzarsi veramente un informazione libera e imparziale?
«È sempre stata una delle prerogative che ho seguito nel mio mestiere. Ho cercato sempre di mettermi nei panni del pubblico che mi ha seguito e nella mia attività non ho mai permesso a nessuno di intaccare il mio lavoro, nemmeno quando ho fatto informazione. Se poi ci sono colleghi che lo fanno…».
Ma in ogni caso non è facile per un giovane inserirsi in questo ambiente che sembra a rischio precarietà: lei cosa suggerirebbe ad un ragazzo o ad una ragazza che volessero seguire la sua strada?
«Il giornalismo è un lavoro fatto di nottate, e richiede grande passione; consiglio sicuramente di rimboccarsi le maniche e cercare sempre di proporsi, perché le occasioni non ci vengono fornite, ma siamo noi a crearcele, giorno per giorno».
Un recente sondaggio ha affermato che le giornaliste sono le lavoratrici che poco riescono a conciliare lavoro e vita privata. Lei cosa sente di dire a riguardo?
«Non sono d’accordo con questo sondaggio. Tutti i lavori portano via del tempo, anche quello di casalinga. Credo che il non riuscire a conciliare vita professionale e privata sia più una questione caratteriale che di professione, altrimenti nemmeno cantanti e attrici riuscirebbero ad avere una loro vita privata».
CRONACA IN ROSA Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica di Stefania Trivigno

Eccolo qui l'undicesimo presidente della Repubblica italiana.
Eletto al quarto scrutinio con 543 voti, Giorgio Napolitano si è insediato al Quirinale lunedì 15 maggio.
Il neopresidente ha dedicato l’intera vita alla politica, agli ideali di democrazia e di libertà. Ha militato nell’allora PCI e ai tempi duri dell’occupazione tedesca si è messo in gioco personalmente prendendo parte all'organizzazione della Resistenza.
Le sue missioni nelle più alte cariche dello Stato iniziano nel lontano 1953 quando viene eletto deputato per la prima volta. Verrà riconfermato a ogni legislatura fino al 1996, quando Romano Prodi, eletto presidente del Consiglio, lo chiama nel suo governo per guidare il ministero dell'Interno.
Nel 1999, in seguito alla caduta del governo Prodi, Napolitano si trasferisce nei palazzi dell'UE dove, da europarlamentare, ricopre la carica di presidente della Commissione Affari Costituzionali.
Nel 2005 il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi lo nomina senatore a vita.
Nel messaggio pronunciato davanti alle Camere riunite in seduta comune, il presidente Napolitano cita per primi i «diritti inviolabili dell’uomo» senza distinzione di sesso, di razza e di età.
Parla poi dell’«unità e indivisibilità della Repubblica» e della necessità di tutelare le minoranze linguistiche perché fonte di ricchezza del Paese.
Conclude esprimendo «il più sentito e convinto omaggio a Carlo Azeglio Ciampi per l’esemplare svolgimento del suo mandato» e ribadisce, riprendendo gli ideali del suo predecessore, che «l'Europa è e deve essere la nostra seconda patria».
Giorgio Napolitano, che abiterà al Quirinale per i prossimi sette anni, si è inoltre impegnato a essere il presidente di tutti e a operare nel rispetto dei poteri che gli assegna la Costituzione.
Buon lavoro, dunque, con l'augurio che possa essere amato così come lo è stato il suo predecessore.
FORMAT MEDIA & MINORI Cinema, sono troppi questi spot di Serenella Medori

Al cinema qualcosa forse cambierà. Venticinque minuti di spot prima di Harry Potter, ma di solito tutto si aggira attorno ai quindici, venti minuti.
Si va dai trailers di altri film alle diapositive di esercizi pubblici come pizzerie o simili. In alcuni multisala sembra ci sia un biglietto, con posto prenotato e numerato, che indica anche l’ora di inizio del film, dopo la pubblicità, e si può evitare di entrare nei primi venti minuti.
È del 2005 un articolo di Repubblica in cui si parla di una sentenza che riconosce il risarcimento a due spettatori che, entrati puntuali in un multisala, hanno dovuto subire una lunga serie di spot, prima e durante il film, cosa che ha prolungato la loro permanenza al cinema. In America, a New York, è iniziata a giugno del 2005 una sperimentazione che prevede di dare agli spettatori la comunicazione chiara dell’inizio reale del film, spot e trailers a parte. Lo spettatore pagante può così scegliere se vedere o meno la pubblicità. A dare inizio a questo progetto è stato John Mc Caulay senior, vice presidente marketing di Loews Cineplex Entertainment, società proprietaria di 198 sale cinematografiche nella sola città di New York, tutte partecipanti all’esperimento.
Lo spettatore lotta e lo fa contro l’invadenza degli spot, un’ invadenza che è essa stessa considerata linguaggio, e il suo effetto è ora più potente del messaggio. È come cercare di mettere a tacere un logorroico e invadente Alberto Sordi in Mamma mia che impressione.
Alcuni addetti ai lavori intervenuti nei blog e nei forum considerano il flusso pubblicitario come l’occasione indispensabile per educare il telespettatore alla comprensione del linguaggio degli spot: è dunque altresì probabile che, a breve, a proporsi come educatori saranno proprio loro, i pubblicitari, i guru del travestitismo video-verbale!
Possibile scenario futuro? Lo spettatore denuncia il proprietario della sala per la troppa pubblicità; il proprietario si rifiuta di mandare spot e trailers prima e durante il film; i pubblicitari devono trovare altri luoghi o altri trucchi. Chi vince, lo spettatore o lo spot? E se vincesse lo spot integrato, fino a diventare il nucleo centrale del film sul quale adattare l’intera trama? Se lo sceneggiatore dovesse scrivere con l’obbligo di esaltare un prodotto per due ore? Sarebbe il totale capovolgimento di Carosello. Ancora una vendetta del codino.
(8-continua)
FORMAT Buona domenica flop, le ragioni di una crisi di Giuseppe Bosso

C’era una volta un reame felice, dove regnavano una bellissima regina bionda dagli occhi azzurri e un simpatico re con i baffi. Ma un brutto giorno la felicità di questo reame venne turbata dall’avvento di un nuovo sovrano, anche lui baffuto ma non altrettanto simpatico, che in poco tempo portò distruzione e caos.
Così potrebbe, metaforicamente, ma non tanto, riassumersi la storia dell’ultimo decennio di Buona Domenica, un tempo amatissimo contenitore dei pomeriggi domenicali del popolo italiano, che con la vincente accoppiata Cuccarini - Columbro era riuscita a infastidire e scalzare un must come Domenica In.
Chi non ricorda le simpatiche gag che vedevano protagonista la coppia più affiatata dell’universo Fininvest, gli appassionanti giochi che coinvolgevano gli ospiti di puntata, e le performance della ballerina più amata dagli italiani?
Questa è stata sostanzialmente la ricetta che per un biennio seguirono i sostituti di Marco e Lorella, Gerry Scotti e Gabriella Carlucci, i quali, pur forse non con lo stesso seguito degli illustri predecessori, riuscirono a mantenere alti gli ascolti del contenitore domenicale di Cologno Monzese.
Poi, dieci anni fa, la svolta della trasmissione, con l’avvento del re del talk show, Maurizio Costanzo, "mister" di una squadra esplosiva che aveva in Fiorello e Paola Barale le sue punte di diamante. Le prime stagioni furono soddisfacenti fino al "terremoto-reality", sancito dall’avvento di programmi come Grande fratello e Uomini e donne, creatura della signora Costanzo Maria De Filippi.
In questo momento inizia la rovinosa involuzione che porta, progressivamente, Buona Domenica a trasformarsi in una sorta di Processo al reality di biscardiana ispirazione; due anni fa un’edizione che registra i suoi principali ascolti nell’ultima ora consacrata ai due fidanzati (veri o presunti non si è mai capito, sinceramente) Costantino e Alessandra, la presenza costante degli ex inquilini della casa più spiata del piccolo schermo e meno spazio al vero e proprio intrattenimento che da sempre aveva caratterizzato il programma.
Infine (o quasi...), l'ultima annata, quella del decennale della gestione Costanzo, in cui i reality show di Mediaset l’hanno ancora fatta da padroni, con i vari contadini, fratellini e tronisti sempre al centro delle puntate. E il pubblico, come ha reagito? Ascolti sempre alti, ma lo stesso non si può dire del gradimento, e non solo da parte degli spettatori: pare anche da parte degli stessi vertici di Canale5 (e a tal riguardo non paiono casuali le dichiarazioni rese da Barbara Berlusconi a Le invasioni barbariche, non lusinghiere tanto nei confronti di Costanzo quanto di Buona Domenica) e persino degli stessi protagonisti.
Eleonora e Patrizia, figlia e mamma nella "casa", in un' intervista rilasciata alle Iene ammettono di vergognarsi di partecipare al programma, beccandosi l’inevitabile accusa di sputare nel piatto ove si sta mangiando, da parte di un Costanzo che nel frattempo deve quasi sedare una rissa tra i reduci dalla Fattoria Mastelloni e Cugini di campagna, e replicare a una Lucarelli che annuncia di non voler prendere parte alla trasmissione una volta conclusa l’esperienza marocchina, sostenendo che il contratto non prevede nulla in tal senso.
Insomma, da fiera dei sogni a fiera degli incubi il passo è stato breve, fin troppo, tanto che qualcuno auspica, dopo un abbondante doppio lustro, un cambiamento radicale legato al clamoroso allontanamento del papà del talk show più longevo del piccolo schermo della nostra storia.
Ma probabilmente non è tanto nel cambiamento dei volti che Buona domenica potrà risollevarsi da questa crisi, quanto dalla mentalità e dalla gestione dei suoi contenuti. A settembre ne sapremo di più.
ELZEVIRO Intervista a Pierre Sorlin di Francesco Pira

Nello scorso numero di Telegiornaliste, abbiamo parlato di Pierre Sorlin, professore emerito dell'università Sorbonne, grande storico e sociologo, scrittore.
Piccolo di statura con due occhi azzurri che brillano, parla e scrive perfettamente quattro lingue: francese, italiano, inglese e spagnolo, ma ha il rammarico di non conoscere bene il tedesco.
Oggi, da professore emerito dell’università Sorbonne, può permettersi di parlare a ruota libera. Ma lo fa soltanto delle cose che conosce, evita di fare il tuttologo.
Per rompere il ghiaccio ti chiede subito di dargli del tu e ti spiega anche che evita con piacere i giornali ed i giornalisti. Pochi giorni fa non ha potuto evitarli, quando ha incontrato gli studenti francesi che protestavano per le strade di Parigi.
In Italia viene spesso perché dirige il dipartimento audiovisivo dell’Istituto storico della resistenza di Bologna Ferruccio Parri. Tiene alcuni seminari per l’università di Firenze dove ha un grande amico, il professor Alessandro Bernardi. Un mese fa è andato anche a Udine per parlare di cinema, mentre a maggio è intervenuto al convegno internazionale Scienza e coscienza, organizzato dall’Istituto internazionale fiorentino Lorenzo De Medici, a Tuscania (Viterbo). Qui ha rilasciato un'intervista al giornalista Francesco Pira.
Professor Sorlin, Lei è un esperto di media: dove va questa tv?
«Beh, in Italia non molto lontano. In Francia tutto è molto simile. L’unica oasi felice è il canale Artè che produce tantissima cultura. Ma ha il 4% d’ascolto. E’ triste vero? In Italia ho visto cose molto belle su Rai Educational, anche se ha un modo di narrare la storia troppo giornalistico. Non è il modo che preferisco. E’ un canale pedagogico. Noi in Europa abbiamo ancora il mito della Bbc. La tv di Stato inglese è peggiorata, la qualità costa e quindi ce n’è sempre di meno».
Immaginando un'Europa divisa, spaccata come l'Italia di oggi, come vede il futuro dell'Europa, ritiene possa funzionare?
«Non funzionerà. C’erano tre possibilità: fare una federazione, creare una zona di libero scambio o creare una nuova entità politica. Questa terza possibilità era la più coraggiosa, ma nessuno ha voluto percorrere questa terza via. E’ tutto adesso molto complicato. Lo abbiamo visto con la Costituzione Europea. E’ passato troppo tempo ed i risultati sono stati esigui».
Lei è sceso dalle stanze dell’università Sorbonne ed è andato a parlare con gli studenti in sciopero. In tanti credono che la protesta studentesca monterà in Europa, anche in Italia.
«Io penso proprio di no. Ho parlato con loro. Non avevano una strategia. Non avevano un progetto. I sindacati li hanno spinti verso una protesta che non aveva una sua dimensione vera. E’ stato un movimento, non una grande protesta».
Cosa pensa dell’Italia di Silvio Berlusconi?
«In Italia è accaduto quello che presto accadrà in altri Paesi. Silvio Berlusconi è riuscito ad avviare un processo pericoloso. E’ la fine delle divisioni di tipo ideologico. La divisione è sul mito e sull’immagine. Chi lo appoggia e chi invece lo combatte. Berlusconi ha saputo creare un mito di se stesso. E’ diventato l’icona di un individualismo assoluto. L’uomo più ricco d’Italia che diventa presidente del Consiglio. E soprattutto l’uomo che non ha mai rivelato da dove viene il suo capitale. E su questo non parla neanche la sinistra e non capisco il perché!
Ho visto di recente il film di Moretti Il Caimano; lui ad un certo punto fa arrivare dal cielo i soldi, ma anche lui ci lascia nel dubbio. Da dove vengono?».
Quindi lei non crede, come invece scrivono i giornali internazionali, che il Berlusconismo sia una parentesi chiusa.
«Affatto. Noi assistiamo, nell’argomentare dell’icona Berlusconi e dei suoi seguaci, ad una tendenza che colpirà l’Europa: il rifiuto dello Stato. Nel senso che lo Stato è un ladro e la ricetta è cercare di fare da solo e quindi di aggirare le regole».
In una trasmissione televisiva Berlusconi si è paragonato a Napoleone, ma poi ha detto che era una battuta...Lei da storico francese vede qualche somiglianza?
«Assolutamente. Napoleone era un vero uomo di potere. Lo cercava a tutti i costi. Aveva bisogno di un potere assoluto, di comandare davvero. Berlusconi ha bisogno di ampliare la sua immagine, e per farlo deve conquistare tutti i mezzi a disposizione. Lui è un mito e come tale deve essere celebrato. Altro che sparire, come i miti rimarrà immortale».
Continuano a morire soldati italiani ed in Iraq si combatte una brutta guerra. Perché Berlusconi e l’Italia hanno aderito al patto con l’America...
«Secondo me Berlusconi non voleva la guerra. Aveva però bisogno di farsi vedere forte, di rafforzare il mito. Di essere il braccio destro di Bush che è l’uomo più potente del mondo.
Che lo ha invitato al Congresso e che è suo amico. E il mito continua».
ELZEVIRO Il ciclista di Antonella Lombardi

«Ci sono bambini che non fanno altro che urlare, dalla mattina alla sera. Questo invece è silenzioso come una notte del deserto. O meglio, lo sarà finché non lo introdurremo di soppiatto nell'albergo dove detonerà...».
Sono le parole del protagonista de Il ciclista, ricoverato in ospedale dopo un grave incidente in bicicletta, e il "bambino" a cui fa riferimento altro non è che una bomba da consegnare al Grand Hotel di Beirut. Il protagonista di questo romanzo è un terrorista.
In letteratura esistono dei ritratti di terroristi molto affascinanti: basti pensare a L'agente segreto, di Conrad, da cui Hitchcock trasse l'omonimo film, o, ancora, ai Demoni di Dostoevskij.
Queste ed altre figure di terroristi, fuori dai cliché narrativi, presentano tratti interessanti, sfaccettati, in grado quasi di esercitare un discreto fascino sul lettore.
Dopo l'11 settembre, però, la situazione è cambiata anche in letteratura. Ci si è preoccupati più del contesto psicologico delle vittime e meno del terrorismo. Viken Berberian, autore libanese che vive tra New York e Marsiglia, ha scritto per Minimum Fax Il ciclista. Terminato nel 1998, il libro è uscito in America dopo l'11 settembre.
 Il protagonista di questo interessante romanzo non è una vittima, ma un terrorista che si muove in un contesto assurdo, dai tratti surreali.
Il libro si apre con una citazione tratta dal testo Sorvegliare e punire, di Michel Foucault, un saggio che analizza la funzione sociale della pena per estendersi alle forme della visibilità del potere (quanto più è "marchiante" e pubblico un supplizio, tanto più sarà palese il potere dell'autorità).
Appare pertanto evidente come il terrorismo sia usato, ne Il ciclista, per raccontare qualcos'altro, per tentare di penetrare una realtà complessa qual è quella del Medioriente; realtà che ci viene restituita anche da altre considerazioni del protagonista, come le sue descrizioni accurate della cucina mediorientale, cui si ricorre in diverse metafore: «Invece di omelette ripiene di formaggio, sgranocchieremo i fichi d'india della zona, spinosi all'esterno ma teneri all'interno, un po' come la popolazione di questo posto polveroso».
O ancora: «Nel Medioriente persino le papaye sono permeate di politica». Riferimenti al cibo che risultano calzanti, persino quando si tenta di spiegare la convivenza tra Occidente e Medioriente: «Molti locali qui hanno ancora nomi americani. Sembra che la città dica: sono le truppe straniere che non ci vanno giù. Ma le vostre icone culturali, le vostre patatine fritte raffinate e unte, i vostri splendidi pancake cotti sulla piastra (...) sono più che gustosi. Colonizzateci col vostro cibo».
I profumi della cucina mediorientale, la sensualità di un mondo arcano, l'amore per il sesso da parte del protagonista fanno irruzione nella realtà asettica di una stanza d'ospedale, ma rendono anche più credibile una figura come quella del kamikaze, mai idealizzata, ma anzi percorsa da dubbi e angosciose domande: «Come ha fatto la furia della violenza, casuale o pianificata (...) a imbrattare la nostra visione del mondo?».
Il ciclista colpisce per una vena d'ironia spiazzante, sempre presente, piena di paradossi che non si risolvono in una completa assoluzione del personaggio.
L'ambiguità della situazione, mantenuta fino alla fine, fa intravedere uno spiraglio di speranza.
Un libro da leggere, per cercare di capire meglio una realtà complessa con un approccio non convenzionale.
DONNE Ritratto d’artista di Erica Savazzi

Moglie e madre, come le sue coetanee vissute nell’Ottocento. Ma anche artista, e per di più di genio. Berthe Morisot era la perfetta rappresentante della sua epoca e del suo mondo: figlia di ricchi borghesi, istruita, elegante.
Ma con qualcosa in più: il talento. Per fortuna sua - e nostra - i genitori la educano alla pittura, e ne riconoscono subito le capacità. Allora - Berthe nasce nel 1841 - alle donne non era consentito ricevere un’istruzione superiore. Ma grazie alla sua costanza (sua sorella, Edna, con la quale studiava, smette di dipingere per sposarsi) e all’incontro con personaggi che credono in lei e la fanno progredire nella sua arte, i quadri di Berthe oggi sono opere d’arte riconosciute.
Inizia a studiare con Joseph Guichard, un pittore accademico che le presenterà Corot. Ed è proprio Corot che la inizierà alla pittura en plein air. Per più di dieci anni espone al Salon, storica istituzione artistica diventata col tempo espressione della chiusura accademica.
Diventa amica e modella di Edouard Manet, che la immortala in undici ritratti e la fa posare nel dipinto Il balcone, rielaborazione del tema delle donne sedute sul terrazzo già utilizzato da Goya. Sposa poi Eugène, fratello di Edouard, dal quale avrà una figlia, Julie.
Contravvenendo al giudizio di Manet, nel 1874 partecipa alla prima mostra impressionista nello studio del fotografo Nadar, unica donna fra uomini del calibro di Monet, Pissarro e Renoir. Entrata a far parte del gruppo impressionista, espone le sue opere in ogni edizione della mostra.
Essendo una donna le è difficile dipingere en plein air come gli altri suoi colleghi, quindi si dedica a una pittura più intima, casalinga. Ritrae quasi solo donne, la madre, la sorella, le signore dell’alta borghesia. L’ambiente di cui fa parte.
Con delicatezza racconta storia di madri e figli, di neonati e di ragazze in abito da sera. Racconta di cura filiale, di donne sole, e molto spesso pensose, concentrate, intente alla lettura o appena sorridenti: tutte comunque tranquille, silenziose, quasi in un mondo a parte, dove la presenza maschile è solo intuita, suggerita.
La delicatezza delle sue protagoniste è anche la leggerezza del colore: bianco, soprattutto, in miriadi di sfumature diverse. La luce gioca col bianco degli abiti e della pelle, col passare del tempo le pennellate diventano sempre più veloci: dalla precisione della lezione accademica, all’attenzione per luci e ombre, alle veloci pennellate di colore.
Oggi i quadri di Berthe Morisot, vissuta in un’epoca di vitalità artistica che riesce a interiorizzare e personalizzare, sono sparsi in musei e collezioni private di tutto il mondo: il Musée Marmottan di Parigi e la National Gallery of Arts di Washington sono le istituzioni che ne ospitano le collezioni più vaste.
DONNE L’uomo che aiuta le donne di Erica Savazzi

Per una volta deroghiamo alla linea editoriale di questa rubrica e trattiamo di un uomo. Un uomo che però nel suo lavoro tiene sempre ben presenti le donne, i loro bisogni e i loro diritti. Parliamo di Christian Dupont, ministro belga della Funzione Pubblica e dell’Integrazione Sociale.
Nato nel 1947, laureato in filologia germanica, Christian ama l’insegnamento e la cultura. Ha iniziato tardi a occuparsi di politica: alla fine degli anni ’80 è stato eletto consigliere comunale e poi Borgomastro a Pont-à-Celles; deputato dal 1995 al 2003, ha occupato la carica di ministro della Cultura, della Funzione pubblica, dei Giovani e dello Sport per la Comunità francese.
Nel febbraio 2005 ha presentato una proposta di legge per consentire le pari opportunità nella pubblica amministrazione. Pari opportunità fra uomini e donne ma anche per stranieri e invalidi, cominciando dalla formulazione del bando di concorso (ad esempio evitare denominazioni prettamente maschili per alcune posizioni) e dalla sua divulgazione (creare enti che informino gli stranieri sulla possibilità di accedere alla selezione).
«Il piano d’azione contiene più di ottanta provvedimenti precisi, concreti e realisti. L’obiettivo non è di favorire alcune persone a discapito di altre, ma di dare a tutti le stesse possibilità», ha dichiarato Dupont in una intervista.
In collaborazione con l'Institut pour l'égalité des femmes et des hommes, associazione che mira a combattere ogni forma di discriminazione, il ministro ha creato una Carta con la quale gli uomini si impegnano a sostenere attivamente l’uguaglianza tra uomini e donne.
Presentata il 7 marzo 2006 durante la conferenza Ensemble vers l'égalité: les hommes, porteurs de changement?, il documento sostiene che per costruire una società veramente paritaria sia necessaria la partecipazione di tutto il corpo sociale, uomini compresi. I firmatari del documento (sia singoli che associazioni) si impegnano attivamente a promuovere l'uguaglianza sociale, economica, politica e professionale dei sessi, compreso un riequilibrio dei ruoli sociali e del tempo dedicato alla sfera privata e a quella pubblica.
Sacrosanta l’introduzione di una reale parità di tutti i soggetti nella pubblica amministrazione, molto apprezzabile l’opera di sensibilizzazione della popolazione maschile sulle problematiche femminili, ma forse nel secondo caso sarebbe stato meglio vedere il ministro lavare i piatti o fare la spesa: alle dichiarazioni d’intenti non sempre segue l’azione concreta nel quotidiano.
TELEGIORNALISTI Intervista a Enzo Barlocco di Mario Basile

Enzo Barlocco non si definisce un giornalista sportivo, ma uno sportivo giornalista. E' quello che emerge dall'intervista che ha rilasciato in esclusiva a Telegiornaliste.
Come ha iniziato a fare questo mestiere?
«Direi molto per caso, perché in realtà io, venendo dallo sport attivo - ho giocato a pallanuoto, in nazionale, ho fatto un’Olimpiade, diversi campionati europei, eccetera, ero stato contattato per fare “l’esperto” quando partì la vecchia Telemontecarlo. Circa, se non sbaglio, ventidue o ventitré anni fa. E c’era un programma che parlava di vari sport tra cui la pallanuoto: io illustravo tecnicamente le partite. Poi mi è stato chiesto se me la sentivo di commentare le Olimpiadi di Los Angeles del 1984, naturalmente non sul posto ma un po’ da Montecarlo e un po’ da Milano, da un bugigattolo che avevamo nella sede Rai. E quindi è nata così la cosa. Poi sono stato ancora per molti anni a fare il collaboratore, finché non sono entrato come dipendente nel ’91».
Che cosa la affascina maggiormente del suo lavoro?
«Mah, per me devo dire da un certo punto di vista, essendo sempre stato all’interno dello sport - che poi fosse pallanuoto, calcio o altro, alla fine ci sono sempre delle radici comuni – è un modo... è stato un modo di prolungare la mia permanenza all’interno dell’ambiente sportivo».
Lei si occupa di sport. E’ vero quello che si dice dei giornalisti sportivi: meno preparati degli altri?
«(Ride, ndr) Ora qui è una bella lotta secondo me. Nel senso che ci possono essere giornalisti sportivi poco preparati, ma ce ne sono molti anche che si occupano di cronaca, di politica o di altre cose. Io vedo invece una cosa: molti giornalisti sportivi che poi sono passati alla politica e alla cronaca con ottimi risultati. Mi viene in mente Antonio Ghirelli, che era direttore del Corriere dello Sport e poi è stato anche un giornalista politico di buon livello. Ho visto meno giornalisti provenire da altre branche occuparsi di sport. Quindi secondo me non è vera questa cosa».
Lei è un esperto di sport d’acqua. Per quale motivo questi sport, nonostante abbiano dato tanto all’Italia a livello di successi, sono meno seguiti rispetto a discipline che ci hanno riservato meno soddisfazioni?
«Mah…un po’ perché sono stati commessi molti errori nel passato, diciamo agli albori delle sponsorizzazioni, agli albori dell’interesse della tv nei confronti dei vari sport. Si sono persi degli autobus, dei treni. E quindi poi rimontare è stato difficile. Un po’ perché forse c’è anche una difficoltà oggettiva. Intanto in un’epoca in cui naturalmente è importante e prevalente l’influenza delle sponsorizzazioni, gli sport da piscina hanno ben poco da mettere in mostra. Perché purtroppo quello che spunta è soltanto la testa, ecco. Perciò è difficile che lo sportivo che viene da uno sport acquatico possa trasformarsi in un uomo sandwich, se non quando è al di fuori della sua attività».
Nella sua esperienza professionale, quale personaggio dello sport l’ha colpita maggiormente?
«Devo dire che ce ne sono tanti. Io posso ricordare con grande partecipazione il fatto di essere stato presente nello stadio di Città del Messico quando John Carlos e Tommy Smith alzarono il pugno con la mano nera, con la mano guantata, che ormai è entrato nella storia… questo mi colpì molto. Anche se poi la conoscenza diretta nei loro confronti non c’è stata, nel senso che ci si incontrava casualmente al villaggio, oppure si faceva qualche partita a ping pong. Ma questo è un episodio che mi aveva colpito molto, ecco. L’atleta che in assoluto mi ha colpito di più è stato Mohammed Alì».
Chi sono stati i suoi modelli di giornalismo? Ne ha avuti?
«Direi di no, anche perché essendo venuto da altre esperienze non è che mi sono mai ispirato… Potrei dire che quando ero ragazzo mi piaceva leggere gli articoli di Gianni Brera, ecco. Però non posso dire che mi sono ispirato a lui, anche perché ho seguito percorsi completamente diversi».
Tra i suoi colleghi chi apprezza di più?
«Ce ne sono parecchi. Diventa un po’ antipatico fare dei nomi».
Risposta diplomatica.
«No, ma potrei dimenticarne qualcuno e questo non mi piace. Poi ce ne sono alcuni che sono apprezzabili: parlando di televisione, ci sono alcuni che sono molto bravi come telecronisti; magari lo sono meno come giornalisti in sé, alcuni che sanno stare bene davanti al video, altri che invece non si vedono mai ma riescono a costruire dei servizi e a presentare le notizie in un modo molto bello».
Ci sono tantissimi giovani che sognano di fare i giornalisti. Lei cosa consiglierebbe loro?
«Sembra una frase scontata, ma direi che la cosa più importante è studiare. Prima di tutto in senso lato, perché avere cultura è fondamentale in una professione come questa, sennò si rischia di non capire l’importanza delle notizie, di sopravvalutarne alcune e sottovalutarne altre. Poi di non scoraggiarsi alle prime contrarietà, perché questa è una professione che è abbastanza anomala e non segue dei percorsi lineari. Ci sono alcuni che riescono a trovare subito la strada, altri che si massacrano in interminabili liste di attesa. Non è un momento facile questo, sicuramente no. Perché le leggi, cioè i nuovi contratti, sono abbastanza penalizzanti. Non vedo un futuro molto luminoso. Questo aldilà della professione, che invece è stimolante».
OLIMPIA L'ultimo Processo di Mario Basile

Calciopoli ha travolto anche lui. Aldo Biscardi, il padre del Processo del Lunedì, ha lasciato La7 e si è preso una pausa di riflessione. Ha dichiarato che gli servirà per meditare sul futuro. O sugli errori? Chissà.
Sembrava essere morto così il Processo, trasmissione culto del giornalismo sportivo del Belpaese, dopo venticinque anni di onorato servizio. Ucciso dallo scandalo che cambierà il calcio italiano.
E invece no: il giorno dopo il benservito di Tronchetti Provera, arriva la notizia che ripartirà su Odeon Tv.
Aldo Biscardi è un uomo dotato di un’intelligenza fine. Aver ideato un programma rimasto sulla cresta dell’onda per oltre un quarto di secolo lo testimonia.
Anche negli anni Ottanta l'Italia era Paese di santi, poeti, navigatori e appassionati di calcio.
Il buon Aldo lo sapeva e così nel 1980 inventò il Processo. Il successo fu enorme.
Il pubblico amò da subito le dominanti chiacchiere da Bar sport, gli ospiti famosi e non che ogni settimana popolavano l’aula del Processo, e lo stesso personaggio Aldo Biscardi, prima coordinatore e poi conduttore dalle gaffes e dalle frasi sgrammaticate.
I risultati non cambiarono neanche quando il programma traslocò dalla Rai a Tele+, da qui a Telemontecarlo, e quindi a La7.
Adesso la storia del Processo, e forse anche quella del settantaseienne Biscardi, nella tv che conta è giunta al termine. Troppo grave ciò che è successo. Le conversazioni telefoniche tra lui e Moggi hanno svelato che i dibattiti che tanto appassionavano la gente, la moviola e perfino il televoto, facevano parte di un copione riveduto e corretto a suo piacere da Big Luciano.
Non è bastata a Biscardi l’ultima puntata del suo Processo, in cui ha tentato di svestire i panni dell’accusato e indossare quelli dell’accusatore. Purtroppo per lui i vertici di La7 non si sono impietositi e hanno deciso di chiudere il programma, costringendo così il giornalista ad autosospendersi.
Evidentemente Tronchetti Provera non ha gradito che una trasmissione in onda sulla sua rete fosse accusata di essere uno dei mezzi con cui Luciano Moggi giostrava i suoi interessi. Questo proprio non lo ha sopportato.
EDITORIALE Il dolore non ha titolo dalla nostra corrispondente Silvia Garnero

BUENOS AIRES - La discussione riguardo la pubblicazione, di qualche giorno fa, della foto del figlio di Jennifer Zacconi, assassinata al nono mese di gravidanza, dal suo ex amante di 34 anni, ha scatenato in Italia una polemica che a mio giudizio dovrebbe rimanere in secondo piano. La foto che mostra Hevan, il bambino morto, vestito di bianco pubblicata sul Gazzettino di Venezia, ha suscitato disgusto e approvazioni commuovendo il giornalismo italiano, che ha dibattuto sul significato più o meno etico della foto.
A parte questo, e senza voler togliere alcuna importanza a tale discussione, che rimarrà eterna, credo che il principale motivo etico, civico e urgente di questa discussione sia quello di capire il tema di fondo, molte volte raccontato dal nostro portale; la violenza brutale, in molti casi assassina, commessa contro le donne, e la doppia morale di molti uomini, che termina appena inizia il duplice impegno.
In questo caso, negando una paternità mai desiderata, Lucio Niero ha deciso di percorrere la strada più dura, quella della morte, certo non sua. Ma chi sa quanto e come riuscirà a vivere dopo aver commesso questo duplice omicidio e dopo che la società italiana e quella mondiale si è resa conto del gesto crudele che ha compiuto, guardando in faccia quel bambino a cui ha tolto la vita, spezzando anche quella di una ragazza seppellendola viva.
La foto è stata scattata dalla nonna del bambino, dopo l’autopsia della ragazza. E questa vicenda non è soltanto una discussione giornalistica, bensì interessa anche la Chiesa che ha sempre considerato il feto come un essere umano, al contrario di quelli che difendono l’aborto e si schierano in una posizione diversa.
Ma cadere su questi temi, per ora secondari, significherebbe togliere debita importanza alla vicenda che vorrei considerare come principale, ossia cercare di capire il perché di tanta violenza. Una violenza che mesi fa ha tolto la vita ad un altro bambino: il piccolo Tommaso Onofri.
Se la società non è capace di riconoscere e curare i propri mali, allora dovrà rassegnarsi a vederli crescere.
Tornando al caso di Jennifer Zacconi, i genitori della ragazza sono stati favorevoli alla pubblicazione della foto, con l’intento di spingere la legge e la società a rendersi conto che si è trattato di un duplice omicidio (confessato), quello della ventenne e di suo figlio, e che quindi auspichi ad una pena dura, come il carcere a vita.
La condanna sociale e giuridica non dovrebbe dimenticare che esistono milioni di casi simili a questo, che si commettono quotidianamente per la mancanza di una ferrea politica di educazione, diffusione e prevenzione della non violenza contro le donne e i bambini.
Purtroppo, succede molto spesso che ci ascoltano quando ormai è inutile.
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