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Telegiornaliste anno II N. 29 (61) del 24 luglio 2006


MONITOR Marina Presello, bellezza del Nord-Est di Giuseppe Bosso

E' uno dei volti di punta di Telefriuli. Valletta, poi conduttrice, insieme alla collega Giorgia Bortolossi, della trasmissione Poltronissima che segue settimanalmente le imprese dell' Udinese.
La domenica conduce anche la trasmissione Basket&Volley e, infine, il tg dell'emittente.
Questa settimana Telegiornaliste incontra Marina Presello, per la gioia dei suoi fans, presenti nel Nord-est, ma non solo…
Come nasce, professionalmente, Marina Presello?
«Provengo da un percorso di studi lontano da quello della professione giornalistica: sto per laurearmi in Scienze e tecnologie alimentari. Sono arrivata a Telefriuli per caso, grazie ad alcuni conoscenti iscritti all’Udinese Club che a quei tempi cercava una valletta. Poi, frequentando la redazione sportiva, mi sono appassionata al lavoro, ho fatto tanta gavetta e, grazie all'attuale direttore, Alberto Terasso, ho avuto la possibilità di andare in video a leggere i telegiornali, ampliando la mia visione, non solo sportiva, di questo mestiere».
Quali sono le sue aspirazioni per il futuro? Fare del giornalismo televisivo, magari a livello nazionale, oppure è interessata anche ad altri mezzi di comunicazione di massa?
«Riuscire a spiccare il volo da una regione piccola come il Friuli e arrivare in ambito nazionale sarebbe un risultato davvero importante. Credo che la comunicazione sia interessante in ogni sua forma; il video e la televisione sono mezzi più immediati, però la carta stampata è un mio pallino e non mi dispiacerebbe scrivere su un quotidiano o anche su magazine specializzati».
Quale ritiene possa essere il ruolo delle emittenti locali come la sua, con le nuove tecnologie che stanno cambiando le nostre abitudini?
«Il digitale aprirà orizzonti notevoli con investimenti mirati. Anche le piccole tv potranno fare grandi cose».
A Telefriuli ci sono altre due giornaliste molto apprezzate dal nostro forum, Giorgia Bortolossi, con cui conduce Poltronissima e Alessandra Salvatori: ritiene che tra colleghi giornalisti possa esserci un buon rapporto?
«Posso dire senza timore e senza piaggeria che la nostra forza è proprio il gruppo: per fortuna abbiamo caratteri compatibili e il nostro cammino a Telefriuli è stato praticamente parallelo. L'amicizia può esistere dovunque, non ci sono categorie lavorative che la precludono. Certo è che quando prevale l'ambizione sfrenata non si possono coltivare rapporti interpersonali».
Si occupa principalmente di sport, un settore fino a qualche anno fa di esclusiva competenza maschile: pensa che si sia raggiunta una piena emancipazione delle donne, oppure incontra ancora delle resistenze?
«Il numero delle donne è sicuramente salito, ma secondo me c'è ancora un po’ di diffidenza. Per fortuna, negli ultimi anni, sembra che le cose stiano cambiando. All'inizio erano in pochi a crederlo, poi lavorando seriamente e meticolosamente ci siamo rese credibili».
Come vive il suo rapporto con l’Udinese? Si sente più tifosa o cronista al seguito della squadra?
«Nasco come tifosa: a sei anni mio padre mi portava nei distinti a vedere il grande Zico, sono stata abbonata anche in curva; ora le cose sono un po’ cambiate perché le vedo da un'altra prospettiva, ma anche perché il calcio è diventato sempre meno spettacolare e avvincente. Ma sarò sempre affezionata alla squadra della mia città, questo è certo».
Cosa consiglia ai ragazzi che volessero intraprendere la sua strada?
«Tanta gavetta: è la palestra migliore. Come in ogni lavoro e in ogni fase della vita ci vogliono sacrifici per arrivare dove si vuole; bisogna studiare, applicarsi e soprattutto mai perdere l'umiltà».
Professionalità, simpatia e bellezza: nell’ordine, quali sono i fattori su cui punta principalmente?
«Questi, nell'ordine che ha messo lei... ».
Quanto è difficile, secondo la sua esperienza, conciliare lavoro e affetti?
«Grazie al mio lavoro ho trovato un uomo meraviglioso che gioca a pallacanestro, in serie B e con il quale ho un bellissimo rapporto. Se si vuole che le cose vadano in un certo modo è sufficiente impegnarsi e credere in quello che si fa. Le priorità cambiano quando si crea una famiglia, ma ci sono tante donne in carriera che riescono a gestirsi bene ».
CRONACA IN ROSA Sulla bellezza di Erica Savazzi

L’estate scorsa eravamo rimasti stupiti da una pubblicità di prodotti per il corpo che aveva come testimonial il viso grinzoso di una anziana signora. Anche quest’anno la Dove, la casa produttrice che ha lanciato la campagna pubblicitaria, ha continuato su questa strada, ponendo allo spettatore-lettore un quesito “filosofico”: che cos’è la vera bellezza?
La bellezza può essere rappresentata da modelle magrissime, capelli biondi, occhi azzurri? Per il mondo occidentale loro sono un’icona da seguire e imitare, soprattutto per le donne più giovani. Chi non si è mai sentita inadeguata alla prima prova costume? Chi non ha mai provato l’ultima dieta suggerita da una rivista?
Oggi, forse, ci si sta rendendo conto che un’altra concezione di bellezza è possibile. Forse ragazze anoressiche o signore depresse a causa del proprio aspetto fisico hanno stufato un po’ tutti.
Per ora solo Dove ha deciso di seguire questa strada alternativa. Una strategia di marketing che fa discutere: c’è chi ama le pubblicità patinate, con donne “dalle vere curve”, formose, e c’è chi si sente preso in giro. Ma dimostra anche che l’alternativa esiste, basta avere il coraggio di sceglierla.
Esiste un’antitesi? Sì, e tocca ad un settimanale femminile infarcito di pubblicità con modelle magrissime e perennemente arrabbiate ospitare lettere che criticano i canoni occidentali di bellezza. Concita de Gregorio, nella sua rubrica su D, inserto di Repubblica, dà voce alle mamme preoccupate perché le figlie non mangiano, a ragazze tristi perché la loro amica col fisico perfetto si sottopone a diete massacranti, a donne che, dopo anni di sacrifici, hanno accettato il loro corpo carnoso. Con tanto di lamentele per gli stilisti che creano abiti indossabili solo da chi ha una taglia 38.
Di bellezza si discute, di bellezza si muore. Sarebbe ora di andare oltre e, per le donne che non fanno le modelle di professione, imparare a fregarsene della prova costume.
FORMAT MEDIA & MINORI  di Serenella Medori

Alcuni pubblicitari ritengono che il telespettatore vada educato al linguaggio degli spot. Alcuni spettatori, al contrario, ritengono che agli spot debba essere insegnata l’educazione, ma a parte questo è molto difficile tenere sotto controllo gli effetti del linguaggio pubblicitario. Più semplice potrebbe essere il compito di osservare la pubblicità come un comune prodotto televisivo. In effetti si sta assistendo, da parte dei telespettatori, a una crescita della capacità critica, ma anche di una "volontà critica" che preferirebbe il silenzio piuttosto che l’imposizione martellante di spot troppo invadenti.
Questo circola sulla rete e a farlo circolare sono i telespettatori stessi, che si danno la pena di lasciare le loro opinioni anche quando non percepiscono la forza del gruppo di critici di cui fanno parte. Anche quando si sentono soli di fronte al colosso del marketing, i telespettatori moderni fanno sentire la loro forza critica. Tra le prime piccole conseguenze, già significative, c’è stata la comparsa negli spot di figure maschili in impermeabile e con pochissimi capelli. È come se la pratica della realtà avesse richiamato all’ordine il culto dell’apparire predicato dalla pubblicità.
«Va promossa una vasta opera formativa per far sì che questi strumenti (i media, ndr) siano conosciuti e usati in modo consapevole e appropriato. Questo vale in particolare per i giovani che vanno educati a un approccio critico». Queste le parole pronunciate da Giovanni Paolo II nella primavera del 2005 sui rapporti tra media e uomo.
Educare alla tv può avere certo molti significati, non basta usare questo termine per assumere il ruolo di formatore e fa paura sentirlo pronunciato dai pubblicitari. L’educazione per avere un valore deve anche essere sostenuta dalle più semplici e basilari buone intenzioni. Niente profitto, niente manipolazione, niente ammaestramenti circensi. Potrebbe vivere lo spot senza profitto, manipolazione e ammaestramenti? Potrebbe vivere nella realtà senza deludere il telespettatore consapevole? Quali spot ci tornano alla mente? Quelli educativi, a scopo sociale? O quelli colorati e accecanti che ci trascinano per qualche secondo lontano dalla realtà? Avete presente il tuffo nella vasca da bagno che si trasforma nel Mar dei Caraibi?
FORMAT Fenomeno Griffin! di Nicola Pistoia

Sono strampalati, ironici, pericolosi, ma tanto simpatici. Si amano alla follia e talvolta si odiano. Da qualche tempo riempiono i caldi pomeriggi estivi di Italia 1.
Stiamo parlando di una delle famiglie più bizzarre d’America. Stiamo parlando dei Griffin: papà, mamma, tre fratellini incorreggibili e un cane parlante.
La loro vita è scandita da episodi più o meno divertenti che si alternano alla numerose beghe familiari, ai continui litigi con gli amichetti e alla voglia del cane Brian di emergere a tutti i costi, trascinando, puntualmente, la famiglia in un mare di guai.
Per non parlare poi delle manie omicide e terroristiche del piccolo Stewie: il suo chiodo fisso è quello di vendicarsi di tutto e tutti e lo fa in modo spietato. Papà Peter e mamma Lois sembrano cadere ogni volta dalle nuvole, inconsapevoli di tutto quello che accade intorno a loro.
I Griffin hanno preso il posto dei Simpson, che continuano a rimanere nel cuore di milioni di fans in tutto il mondo.
Ancora una volta la società americana mostra pregi e difetti attraverso gli occhi, i volti e le parole di pupazzi animati.
Un programma per tutta la famiglia, spensierato e divertente, ma con un pizzico di malignità che non guasta mai.
ELZEVIRO Miró a Taormina di Antonella Lombardi

1893, Barcellona: qui nasce Joan Miró, artista visionario, teorico e interprete autentico del Surrealismo, secondo le stesse parole dello scrittore Andrè Breton, fondatore di tale corrente artistica.
Dopo aver scoperto la pittura dei fauve, l’artista catalano conosce Picasso e il circolo dadaista di Tristan Tzara; attraverso questi incontri elabora una cifra stilistica personale che lo porta a un’inclinazione sempre più accentuata verso un immaginario visionario, surreale, caratterizzato da un’ astrazione onirica via via più forte. I suoi segni grafici, le figure fantastiche e fortemente evocative, propongono una visione quasi “fabulistica” della realtà, gioiosa, ricca di memorie e di richiami all’inconscio.
Miró ha un rapporto speciale con le opere su carta. Dichiara di esprimersi con maggiore libertà nelle litografie e nelle incisioni in generale.
Dal 7 luglio all’8 ottobre sarà possibile ammirare in una mostra, a Taormina, presso la Chiesa del Carmine, una selezione accurata di 63 rarissime incisioni, litografie e acqueforti create da Joan Miró dal 1960 sino al 1980.
La mostra è realizzata da Taormina Arte in collaborazione con la Galerie Maeght e costituisce un’occasione unica per conoscere meglio l’artista; il gallerista Aimé Maeght è stato infatti un amico intimo di Miró, ma anche il suo mercante, con l’esclusiva per tutta l’Europa sin dal 1947.
Quello tra Maeght e Miró fu un rapporto inossidabile e le incisioni dell’artista catalano, realizzate appositamente per la Fondazione Maeght, ne sono una testimonianza unica e straordinaria.
Nel 1947 Miró realizza la sua prima litografia a colori per il manifesto della mostra sul Surrealismo, proprio alla Galleria Maeght. E’ da quel momento che comincia il rapporto con il gallerista poi fondatore del museo, un rapporto che lo accompagnerà sino agli ultimi istanti della sua vita, conclusasi a Palma di Maiorca nel 1983.
Amico di Bonnard e Matisse, Aimé Maeght sposta a Parigi, nel 1945, la galleria che aveva creato e che diventerà negli anni a venire una delle gallerie d’arte più importanti nel mondo.
Per esporre una parte della sua collezione inaugura, quasi vent’anni più tardi, la Fondazione Maeght che oggi possiede una delle più prestigiose collezioni di arte moderna in Europa: un numero incredibile di dipinti, sculture, disegni e opere grafiche che ogni anno richiamano quasi trecentomila visitatori nel Museo a Saint Paul de Vence.
Tra gli artisti di cui la Fondazione Maeght annovera il maggior numero di opere, naturalmente Miró, ma anche Giacometti, Bonnard, Braque, Chagall, Léger, Kandinsky e Calder.
La mostra di Taormina racconta la storia incredibile di questo sodalizio e l'evoluzione delle tematiche di Miró attraverso una sequenza di opere che scandiscono un percorso che arriva fino al 1980.
Per informazioni, consultare il sito dell’evento.
DONNE Hirsi Ali, non sottomessa di Erica Savazzi

Il ministro all’immigrazione olandese, Rita Verdonk, voleva ritirarle la cittadinanza rilasciata negli anni ’90 come rifugiata politica. Lei, Ayaan Hirsi Ali, è diventata famosa anche in Italia per aver scritto la sceneggiatura di Submission, cortometraggio di denuncia sui maltrattamenti subiti dalle donne islamiche. Il film è costato la vita al regista Theo Van Gogh, ucciso nel 2004 da un estremista religioso che non aveva apprezzato il tema di Submission.
In realtà Hirsi Ali è molto di più. È una donna che ha lottato per la propria libertà assumendo su di sé dei rischi per esprimere il suo pensiero con grande schiettezza. Questa indipendenza di giudizio le ha portato molte difficoltà: non può rientrare in Somalia, dove è nata nel 1969, perché le sua posizione sull’Islam non è gradita; non può restare in Olanda, sua terra adottiva, in parte per aver mentito sul rilascio della cittadinanza – circostanza resa pubblica già nel 2003 - , in parte perché critica nei confronti del comportamento riservato ai gruppi islamici residenti nel paese, secondo lei troppo permissivo.
Hirsi Ali ha subito sulla sua pelle il trattamento riservato alle bambine somale: l’infibulazione in tenera età. A sei anni, a seguito del padre, oppositore di Siad Barre, si trasferisce prima in Arabia Saudita, poi in Etiopia e infine in Kenya. Da lì, a 22 anni, deve partire per il Canada, per sposare un cugino. Allo scalo aereo in Germania decide di non proseguire il viaggio e di prendere invece il treno per i Paesi Bassi. Impara l’olandese e si laurea in scienze politiche, diventando poi parlamentare con il partito liberale.
Partendo dalla propria esperienza personale, denuncia senza sosta la violenza subita dalle donne musulmane e il silenzio dei governi sul tema, documenta abusi e stupri e lamenta l’inerzia della polizia; combatte per aiutare le donne nei paesi in via di sviluppo. Scrive un libro, Non sottomessa, appunto, con le sue riflessioni sulla fede islamica.
Per avere rinnegato e criticato aspramente la religione – si autodefinisce “ex-muslim” - è bersaglio di una fatwa, come già è successo allo scrittore Salman Rushdie.
Dopo l’omicidio di Theo Van Gogh è costantemente sotto la protezione di una scorta. Questo non ha impedito il sorgere di polemiche nei suoi confronti, soprattutto a proposito del rilascio del passaporto, polemiche che l’hanno portata a definirsi «incompresa e sopportata».
A settembre Hirsi Ali si trasferirà negli Stati Uniti, dove godrà dalla protezione prevista per i collaboratori di giustizia.
DONNE Marilyn, istantanea di un mito di Antonella Lombardi

Marilyn
, l’unico nome che, in ogni angolo del pianeta, evoca un mito, tuttora presente nell’immaginario collettivo. Se fosse viva, oggi sarebbe una donna di ottant’anni. Ma i miti non invecchiano, non ad Hollywood almeno. Marilyn Monroe resiste al passare del tempo e all’evoluzione del costume, supera ogni altra icona sexy che la fabbrica dei sogni chiamata cinema ha prodotto, prima e dopo di lei. Ammalia lo spettatore che scopre per la prima volta il suo sguardo dolce e allo stesso tempo sensuale, il viso da diva bambina e il corpo dalle forme generose, simbolo dell’America degli anni Cinquanta.
Quando il suo nome è ancora Norma Jean Baker, il successo non bussa alla sua porta.
La sua infanzia sembra una storia di Dickens: infelice, vittima di abusi, abbandonata dalla madre psichicamente instabile, sposa ad appena sedici anni del proprio vicino di casa. Lei, la ragazza della porta accanto, sogna un’ancora cui aggrapparsi, in una vita finora avara di affetto.
Ma la svolta, inaspettata, è vicina. Un fotografo dell’esercito, incaricato di riprendere il lavoro femminile nell’America di quegli anni la nota e di lì a poco sarà la volta del celebre calendario, in cui lei, nuda, su drappi di velluto rosso, ha ancora i suoi boccoli scuri. In seguito schiarisce i capelli, frequenta dei corsi di recitazione, si lancia in alcune piccole parti di film.
Il successo arriva nel 1950, con Giungla d’asfalto. Di lì in poi, le copertine dei giornali di tutto il mondo e l’ingresso ufficiale ad Hollywood: Eva contro Eva, Niagara, Come sposare un milionario, Gli uomini preferiscono le bionde, Quando la moglie è in vacanza (che inaugura la felice collaborazione con il regista Billy Wilder), Il principe e la ballerina, A qualcuno piace caldo, Gli spostati, sono solo alcuni dei film che l’hanno resa celebre.
La diva che andava a letto con indosso solo qualche goccia di Chanel n.5, come lei stessa ebbe a dire, conosce frattanto i suoi alti e bassi nelle relazioni con l’altro sesso. «I cani non mi hanno mai morsicata, gli uomini sì», e lo show continua, mentre ogni storia d’amore viene fagocitata dalla stampa mondiale, sempre più avida e invadente nei confronti di un’attrice emotivamente fragile, ma sempre più consapevole della propria fama e del proprio talento.
Burrascosa la relazione con il giocatore di baseball Joe Di Maggio, inferocito per la scena, ormai leggendaria, del film Quando la moglie è in vacanza: basta una brezza per sollevare una gonna e alimentare le fantasie erotiche di un intero universo maschile. Eppure il giocatore burbero e violento sarà l’unico a portare, ogni anno, una rosa rossa sulla tomba di Marilyn, omaggio di un amante ostinato e a suo modo fedele.
Seguono altri legami brevi, intensi e clamorosi: con Marlon Brando, Frank Sinatra, il fotografo Douglas Kirkland, Yves Montand, il giornalista Robert Slatzer, Arthur Miller. Quest’ultima storia fu lapidariamente salutata dalla stampa come l’unione tra “Il corpo e la mente”. Facile indovinare quale dei due fosse Marilyn. Pochi capiscono l’intelligenza e la sensibilità dell’attrice solo apparentemente svampita e considerano quest’unione un’altra bizzarria di una diva dal temperamento instabile.
Infine gli amanti più discussi, John e Robert Kennedy. Indimenticabile il sensuale "Happy Birthday" per JFK che la Monroe sussurra stretta nel suo vestito di paillettes, poi battuto all’asta da Christie's per un milione di dollari. Segreti i fascicoli che riguardano scenari e confidenze di cui Marilyn sarebbe stata a conoscenza grazie ai Kennedy.
Luci e ombre circondano la fine di una star, avvenuta tragicamente il 5 agosto del 1962. Suicidio, omicidio, mafia e Kgb. Nessuna di queste ipotesi è mai diventata certezza, complici i ritardi nella segnalazione della morte e le ultime crisi della diva: abusi di alcool e barbiturici, ritardi continui sul set del suo ultimo film, Something’s got to give, umore altalenante. «Sparì come una bianca ombra d’oro», scrisse Pasolini pensando a lei, Marilyn, icona di Andy Wahrol, diva insicura e immortale.
TELEGIORNALISTI Intervista ad Alberto Brandi di Filippo Bisleri

Abbiamo incontrato Alberto Brandi, caporedattore della redazione sportiva Mediaset, e ne abbiamo approfittato per indurlo a raccontarsi ai lettori di Telegiornaliste.
Alberto, come hai scelto di fare il giornalista?
«E’ sempre stata la mia grande passione. Soprattutto nell’ambito sportivo. Da ragazzino, mi divertivo a riscrivere sui quadernoni tutti i risultati di calcio aggiungendo un mio commento».
Cosa ti piace di più della professione giornalistica?
«La soddisfazione quando dai una notizia prima degli altri».
Cosa significa essere il primo giornalista che, in chiaro, porta gli italiani nel vivo del campionato di calcio?
«Guida al Campionato, dopo dieci anni di conduzione, è un po’ la mia seconda casa. Torno alla risposta precedente: essere in onda per primi ci dà la possibilità di dare le ultime notizie dai campi. Prima degli altri. Cosa c’è di meglio?».
Hai una preferenza per il giornalismo televisivo o ti piacciono anche altri media come la carta stampata o le radio?
«Sono nato e cresciuto nelle radio private. Ma è un bel ricordo, legato agli inizi della carriera. La televisione ha rappresentata la naturale evoluzione di questo mestiere».
Nella tua esperienza professionale hai un servizio, un personaggio o un'intervista che più ricordi?
«Mi ricordo il mio primo servizio televisivo: per Tg5 sulla morte di un giocatore di hockey su ghiaccio. E l’ultimo scoop: quando grazie al lavoro di Paolo Bargiggia abbiamo mostrato a Guida il dossier-arbitri che l’Inter aveva preparato contro la Juve. Calciopoli era ancora lontana».
Raccontaci un episodio curioso della tua vita professionale...
«Ce ne sono tanti, mi ricordo quando, ad Appiano, io, Gentile e il mio collega Daniele Dallera, attuale capo dello sport al Corriere della Sera, abbiamo spinto il maggiolone in panne di Gianfranco Matteoli. Era il 1989…».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo?
«Tanti. Tutti i miei direttori, Bartoletti, De Luca, Rognoni, mi hanno insegnato qualcosa. Il mio primo caporedattore, Massimo Corcione, mi ha formato professionalmente, indicandomi un modello da seguire: Sandro Piccinini. Aveva ragione».
Tra colleghi e colleghe chi apprezzi di più?
«Mi ripeto, Sandro Piccinini. E per l’organizzazione redazionale Nicola Calathopoulos».
Molti giovani vorrebbero fare i giornalisti. Quali consigli daresti loro?
«Fare come me: partire dal basso, fare esperienza in ambito locale. Anche senza guadagnare un euro. Seguire quelli che riteniamo più bravi di noi. Il resto lo fa la fortuna. Nel mio piccolo, ne ho avuta molta».
OLIMPIA Francesco Pezzella: «Via chi ha preso in giro i telespettatori» di Mario Basile

«E’ un problema di etica e deontologia professionale che dovranno risolvere gli editori e i direttori di testata.
Chi ha preso in giro i telespettatori modificando la realtà dei fatti per ingraziarsi i potenti del calcio, deve essere invitato a cambiare mestiere».
E’ questo il commento di Francesco Pezzella, volto noto dell’emittente campana Telecaprisport sul coinvolgimento dei giornalisti nello scandalo di “calciopoli”.
Uno scandalo che non lo ha sorpreso e che ha portato, al momento in cui scriviamo, alla retrocessione in serie B di Juventus, Lazio e Fiorentina, con relative penalizzazioni.
«In questo triste momento per il calcio italiano – prosegue Francesco - sono tra quelli che possono parlare. Da anni dicevo che questi personaggi stavano portando il calcio alla rovina. Ho sempre criticato fortemente le iniziative della Gea e di Luciano Moggi, la sudditanza psicologica degli arbitri e lo strapotere del duopolio Milan-Juventus. Chi mi segue da tempo lo sa. I telespettatori di Telecaprisport ricorderanno le mie violente critiche alla Gea in occasione dell’organizzazione della partita di addio al calcio di Ciro Ferrara».
La nomina di Guido Rossi a capo della FIGC può restituire credibilità all’ambiente. Anche se, nonostante la vittoria del mondiale, dopo la sentenza di primo grado del maxiprocesso per calciopoli, qualcuno non è rimasto contento del suo operato.
«Ho fiducia nel commissario Rossi, anche se non mi è sembrato del tutto lineare il comportamento nei confronti di Lippi e dei calciatori della Nazionale coinvolti, anche se solo marginalmente, nelle attuali inchieste. Probabilmente mi sbaglio (abbiamo incontrato Francesco prima della fine dei mondiali, ndr), ma avrei mandato in Germania una Nazionale al di sopra di qualunque sospetto, anche a costo di indebolire la squadra. In fondo De Santis pur essendo per il momento solo un sospettato è stato fatto fuori dal mondiale. Perché i calciatori e il ct sono stati trattati in maniera diversa?».
L’amarezza di Francesco Pezzella è quella di un giornalista che da anni si occupa di sport con passione e dedizione. Da oltre dieci anni lavora a Telecaprisport, il primo canale locale interamente riservato allo sport.
«L’idea di creare una rete televisiva tutta dedicata allo sport è stata del direttore Costantino Federico perché individuò un vuoto nel settore dell’emittenza locale. Siamo stati i primi e siamo tuttora gli unici ad offrire una programmazione sportiva locale 24 ore su 24 e soprattutto gratis».
Ed è stato subito un grande successo nonostante la concorrenza agguerrita delle altre tv locali…
«Il successo è stato immediato perché abbiamo aggredito una fascia di telespettatori assetata di sport. Il calcio è stato ed è l’elemento trainante, ma noi diamo spazio anche alle altre discipline che trovano visibilità grazie a Telecaprisport. Le emittenti nazionali, a pagamento e non, seguono solo i grandi eventi, i campionati maggiori, i grandi campioni, ma non danno e non potrebbero dare spazio alle realtà locali. Questo ci ha portati a diventare il punto di riferimento per lo sport in televisione in Campania».
Un consenso di pubblico confermato anche dai numerosi utenti che seguono le vostre dirette in streaming sul sito di Telecaprisport. In molti però vorrebbero vedervi sul satellite. Saranno accontentati?
«Credo che i tempi siano maturi per un lancio del nostro canale sul satellite. Previsioni non voglio farne, perché non è un settore che curo io; posso solo sollecitare chi di dovere, ma non impegnarmi in prima persona con i telespettatori».
Il forum di Telecaprisport è sempre molto attivo. C’è anche una sezione dove tu stesso rispondi alle domande degli utenti e una volta a settimana dialoghi con loro in chat. Quanto è importante essere vicini al pubblico? E come consideri uno strumento d'informazione come Internet?
«E’ importantissimo e gratificante. Molte volte la gente si fa una idea sbagliata di chi vede in tv o di chi ascolta alla radio, perché conosce solo il lato professionale di quella persona. La chat mi aiuta a far conoscere meglio il mio carattere. Sono consapevole di essere un privilegiato perché faccio un lavoro che amo profondamente e che rappresenta il sogno nel cassetto per molti giovani che frequentano il forum e seguono le nostre trasmissioni, ma sono anche una persona estremamente disponibile con tutti».
C'è qualche progetto che intendi realizzare in futuro?
«Sono soddisfatto di quello che faccio adesso, ma in futuro vorrei occuparmi, con maggiore frequenza e coinvolgimento, anche di altri settori dell’informazione. Per esempio la politica o la cronaca. Mi sono divertito molto a condurre la diretta elettorale su Tcn (Telecaprinotizie) per le elezioni amministrative. Vorrei cimentarmi in queste “escursioni fuori tema” più spesso».
Molti pensano che il Sud offra pochi sbocchi per chi vuole intraprendere questa professione e che conviene quindi spostarsi verso città che offrono più opportunità come Roma e Milano. Tu che ne pensi?
«Penso che sia vero, perché Roma e Milano sono più grandi e le emittenti e i giornali sono più numerosi. Purtroppo al giorno d’oggi se non hai una raccomandazione difficilmente riesci a fare questo lavoro. Spesso faccio attenzione ai cognomi dei giornalisti che firmano i servizi sulle emittenti nazionali e scopro che sono tutti cognomi noti. Per alcuni si tratterà di omonimia, ma per altri non c’è dubbio che si tratta di nepotismo. Io sono stato fortunato perché ho iniziato a lavorare a Capri e ti assicuro che non c’è stata nessuna raccomandazione per farmi entrare. Nell’azienda in cui lavoro sono cresciuto e maturato professionalmente. Sono comunque soddisfatto perché i risultati che ho raggiunto con Telecaprisport non li avrei raggiunti altrove e sono fiero di non essere un raccomandato. Se sono diventato giornalista lo devo solo a me stesso e al mio editore-direttore, Costantino Federico. Non devo ringraziare nessuno».
EDITORIALE Venti di guerra di Tiziana Ambrosi

Beirut, marzo 2005: un milione e mezzo di persone sfila per le vie della capitale - ad un mese dall'assassinio dell'ex Premier Hariri - per manifestare contro l'ingerenza siriana nella politica del paese.
Beirut, luglio 2006: le sirene squarciano il silenzio surreale della città, bombe e razzi più o meno intelligenti cadono incessanti.
Com'è possibile che in un anno la situazione sia precipitata? In un Paese oltretutto, il Libano, che stava facendo le prove generali di democrazia? Che nessuno se l'aspettasse appare evidente dal fatto che i turisti, e non solo lavoratori e residenti, siano rimasti letteralmente bloccati.
L'offensiva israeliana è scaturita dal rapimento di alcuni soldati al confine con il Libano e dal lancio di razzi verso Haifa, terza città dopo Gerusalemme e Tel Aviv. Massiccia. Beirut, dopo la guerra civile, e dopo la ricostruzione, ricomincia ad avere paura.
La minaccia che il conflitto si allarghi - USA, Siria, Iran - non è così remota.
Le operazioni dureranno ancora settimane, secondo i vertici militari israeliani.
In questi ultimi tre anni si è molto sentito parlare di democrazia come merce d'esportazione, di effetto domino. Appare difficile pensare, che in un continente, in cui i confini degli Stati sono stati tracciati con righello e goniometro, la libertà e i fondamenti di una nazione possano essere trattati come fossero zucchero.
Culture, religioni e diversità tenute insieme dal dittatore o signore della guerra di turno, non certo per la carità (cristiana?).
Ma in tutto questo, il resto del mondo, ed in particolare l'Europa come si pone? Molti di quei righelli sono passati per le mani dei grandi Stati colonialisti dell'Ottocento.
La nascita di Israele passa attraverso la diaspora, i pogrom, la Shoah. Un "risarcimento" ma anche una pulizia di coscienza collettiva, col senno di poi cieca delle conseguenze. Cioè la nuova diaspora delle popolazioni arabo - palestinesi.
La questione palestinese diventa la scusa - spesso sfruttata a regola d'arte - per tutte le tensioni, le rivendicazioni e le battaglie in una terra che non conosce pace.
Lo sguardo è rivolto verso l'ONU, il pacificatore di coscienze per eccellenza. Dopo la guerra in Iraq il suo potere è ridotto a poco altro che una facciata. Già prima tuttavia, con le centinaia di risoluzioni disattese da tutti in Medio Oriente, non appariva più molto forte. Parole, quasi più d'obbligo che convinte, che vengono spazzate dal vento delle esplosioni che continuano ad Haifa e Beirut.
Gli Stati Uniti rimandano ogni decisione per consentire ad Israele di proseguire l'offensiva contro gli Hezbollah. L'Europa, Francia e Spagna soprattutto, gridano alla sproporzione di forze in campo, dimenticando forse che lo stato ebraico non è attorniato da Portogallo, Germania, Belgio o Olanda, ma da Siria, Iran, Iraq.
L'unica via d'uscita? Due stati sovrani tra loro indipendenti. Ma far seguire alle belle parole i fatti è arte assai difficile.
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