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Telegiornaliste anno II N. 36 (68) del 9 ottobre 2006


MONITOR Simona Sessa, giornalista di notte di Giuseppe Bosso

Prima di approdare al giornalismo, Simona Sessa ha lavorato per tanti anni come cubista nei locali campani e di tutta Italia. Si è inoltre distinta come conduttrice tv in emittenti locali della Campania.
Poi, tante partecipazioni televisive, cinematografiche e teatrali, come showgirl e attrice.
Conduttrice della trasmissione Trendy night, in onda sul canale satellitare All tv, è anche regista, e ha da poco realizzato un corto dal titolo Il grido dell'anima.
Cubista, conduttrice e giornalista; una carriera molto variegata, ma da cosa nasce la tua scelta di occuparti principalmente della tematica legata al mondo della notte?
«Dal fatto di averlo vissuto come protagonista, il mondo della notte, avendo fatto per anni la cubista nei locali napoletani; naturalmente non potevo continuare fino a 35 anni! Mi è sempre piaciuto viverlo in positivo; iniziai a fare la giornalista, seguendo le orme di mio padre, giornalista del quotidiano Il Mattino, che lasciai, per poi riprenderlo. Mi sono quindi trasferita nelle Marche, dove inizialmente avevo qualche problema non essendoci molto da scrivere. Poi sono riuscita pian piano a impormi e a proporre la mia trasmissione, una novità per quella zona».
Cosa ti affascina del by night e come cerchi di porti nei confronti dei personaggi che intervisti?
«Cerco di andare a fondo, scoprire la persona interiormente; molti, diciamolo, sono solo personaggi di facciata, ma ho anche avuto belle sorprese, scoprendo persone interiormente ricche».
Ritieni che il futuro della televisione sia nel satellitare? E questo può aiutare ad emergere giovani promesse come te?
«Sicuramente è un ambiente diverso dalle grandi reti; c’è più spazio per chi vuole proporsi, non devi sgomitare per emergere. Oltre a scrivere per un quotidiano e a condurre il mio programma mi occupo anche della regia, e ho realizzato un corto per un festival. Mi piacerebbe affermarmi come videomaker».
Il mondo delle discoteche viene spesso guardato con diffidenza: quali aspetti cerchi di evidenziare, magari per far cambiare idea al pubblico?
«E’ importante trasmettere ai giovani valori positivi, sia di giorno che di notte; il divertimento deve essere vissuto in maniera pulita e, se vogliamo, sensibilizzante: è questo che cerco di fare nella mia trasmissione. Il lavoro, lo studio, nella vita sono importantissimi, ma occorre anche concedersi quegli attimi e quei momenti di svago per ritemprare lo spirito e il corpo».
L'immagine è davvero così importante per emergere oppure la professionalità è di gran lunga la carta vincente?
«L’immagine è fondamentale, non neghiamolo. La preparazione e la professionalità sono essenziali, ma se non hai una buona immagine con cui proporti inizialmente è dura affermarsi; poi, chiaramente, se è tutto quello che hai, rischi di diventare un personaggio di facciata, cosa che non voglio certo essere».
Quali sono le tue aspirazioni future?
«Come ti dicevo, tengo molto al mio corto: è il mio sogno per il futuro, realizzare video diretti anche al mio attuale pubblico, il pubblico del mondo della notte, per dare uno sbocco visivo, oltre che musicale, alle mie sensazioni. La storia si intitola Il grido dell’anima, e ne è protagonista una bellissima ragazza che a me ricorda molto la Claudia Cardinale dei primi tempi; la ragazza si trova catapultata nel mondo del by night in un momento di profonda confusione interiore, ne subisce gli aspetti negativi ma poi riesce a ritrovare se stessa e ad uscirne. E' così che voglio trasmettere un'immagine positiva del mondo della notte»
Come concili la vita privata con il tuo lavoro, ancora più impegnativo per via degli orari notturni?
«Io ritengo che vita privata e lavoro possono conciliarsi. Dovevo sposarmi lo scorso anno ma per un motivo gravissimo il matrimonio è saltato. Ero pronta eccome all’altare come lo sono adesso ma lui non era quello giusto. Così mi sono buttata nel lavoro a capofitto. Ovviamente se ora trovassi l’uomo giusto non esiterei a metter su famiglia».
CRONACA IN ROSA Un muro ci salverà di Erica Savazzi

Se ventisette anni fa i muri si abbattevano con ogni mezzo possibile, oggi i governi i muri li costruiscono in nome della sicurezza. E’ di pochi giorni fa il via libera del Senato americano alla costruzione di una barriera lunga più di mille chilometri lungo il confine messicano. Scopo dichiarato: mettere un freno all’immigrazione clandestina che si riversa soprattutto in California.
Aveva destato scalpore nel 2002 la decisione di Israele di costruire un muro di separazione nei territori palestinesi della Cisgiordania: Gerusalemme tagliata a metà, bambini per cui era diventato quasi impossibile andare a scuola, famiglie separate. Grandi polemiche e un ricorso alla Corte internazionale di giustizia de L’Aia che ha dichiarato illegale la barriera. Anche in questo caso i miliardi spesi nella costruzione sono considerati investimenti nella sicurezza: il muro dovrebbe impedire attacchi terroristici in Israele.
In Italia, nel nostro piccolo, abbiamo il muro di Padova a separare spacciatori e cittadini per bene. E’ durato poco però: il sindaco ha annunciato il suo abbattimento quando tutti gli abitanti dei palazzi di via Anelli saranno stati trasferiti altrove.
Un muro ci salverà? Ci sarà sempre qualcuno che troverà il modo di superare l’ostacolo fisico. Ma la barriera di cemento rappresenta un modo semplicistico di risolvere un problema, una sorta di “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”: se non vedo l’immigrato clandestino non vedo neanche la povertà che lo ha spinto ad attraversare un continente per trovare un lavoro.
La storia insegna che l’isolazionismo e l’autarchia non hanno mai pagato. L’esperienza dice che più si rifiuta il confronto più si rischia lo scontro. Il muro è una soluzione semplice, populistica – a volte anche popolare – che indica debolezza e paura.
FORMAT Lo showman rubato al giornalismo di Nicola Pistoia

Marco Liorni nasce come giornalista, ma sono la sua passione per la tv e il mondo dello spettacolo a prevalere. Dopo qualche trascorso come inviato e conduttore del rotocalco Verissimo, alterna la conduzione di programmi giornalistici a quelli d’intrattenimento come Angeli, Trenta ore per la vita, Medici, Amici e Modamare a Capri. Da cinque anni è l’irriducibile inviato del reality show Grande fratello.
In attesa di rivederlo nuovamente impegnato fuori dalla porta della casa più spiata d’Italia, Marco Liorni è tornato al suo grande amore: la radio. Ogni fine settimana, infatti, conduce un programma su Rds.
Come e quando è nata la tua passione per il giornalismo?
«E' genetica. Mio padre è stato giornalista per una parte della sua vita. Anche io l'ho fatto, solo per un periodo, perché da qualche anno faccio il presentatore».
Un uomo a 360 gradi, prima la carta stampata, poi la tv e ora la radio: dove ti senti a tuo agio?
«In realtà nella carta stampata ho avuto pochissime esperienze. E dire che scrivere è la cosa che mi piace di più! In radio e televisione mi trovo bene, ma sono due mezzi molto diversi: in tv sei più al servizio dello show, in radio puoi esprimere meglio quello che vuoi comunicare».
Nonostante questo non sei più giornalista: ci puoi spiegare come si sono evolute le cose?
«L'Ordine dei giornalisti ha le sue sacrosante regole e io da molti anni non vi appartengo più per l'ottima ragione che non pratico quel mestiere. Non posso e non voglio fregiarmi dell'appartenenza alla categoria quando il mio lavoro è un altro. Certo però resta in me la formazione giornalistica, un certo modo di vedere le cose e di trattarle che ti rimane anche se non sei iscritto all'ordine».
Un pregio e un difetto per ognuna delle donne con cui hai lavorato: Cristina Parodi, Daria Bignardi, Alessia Marcuzzi e Barbara D'Urso.
«Cristina Parodi è rassicurante, Daria Bignardi acuta, Alessia Marcuzzi effervescente, Barbara D'Urso materna. Lo so, i difetti non li ho detti e sono quelli che forse interessavano di più, ma sono stato giornalista anche io...» (ride, ndr).
Come vedi il tuo futuro?
«Ho una sensazione: sarà diverso dal presente».
Un sogno nel cassetto?
«Poter portare in tv il linguaggio che si riesce a usare in radio. In parte ci sono riuscito con Angeli».
Cosa consiglieresti alle nuova generazione: entrare nel mondo del giornalismo o in quello dello spettacolo?
«Il consiglio è ascoltarsi, capire bene quello che si è e poi intraprendere con decisione la strada che si sente più vicina alla propria natura. Altri calcoli sono quasi sempre inutili e sballati».
Prossimi appuntamenti con la tv?
«Mi rivedrete alla conduzione della nuova stagione di Medici e come inviato al Grande Fratello. Tutto però nel nuovo anno».
ELZEVIRO Il Premio Elsa Morante 2006 di Giuseppe Bosso

Si è tenuta nel tardo pomeriggio di sabato 30 settembre, nel suggestivo scenario del Teatro di Corte del Palazzo Reale, in una Napoli in fermento per la Notte bianca, la ventesima edizione del Premio Elsa Morante. Un appuntamento ormai consolidato, che raduna in Campania le più prestigiose firme della nostra letteratura e che anche quest’anno non ha tradito le attese.
La giuria, presieduta da Dacia Maraini e composta da altri illustri firme quali Francesco Cevasco, Santa Di Salvo, Tjuda Notarbartolo, Maurizio Costanzo e Paolo Mauri, ha premiato i personaggi che si sono distinti nella narrativa, con un premio assegnato ex aequo a Elena Pianini Belotti per Pane amaro e a Boris Biancheri per Il quinto esilio.
Per la letteratura impegnata il vincitore è stato Gomorra di Roberto Saviano; per la comunicazione, a furor di popolo, il conduttore di Ballarò, Giovanni Floris, che ha ricevuto il premio dal presidente della Giunta Provinciale Dino Di Palma e ha interloquito con la presidente sul tema della politica nei media.
Per la carriera teatrale, Gigi Proietti; e, per la rappresentatività della regione, il direttore del centro Rai partenopeo, Francesco Pinto.
Non sono mancati gli ospiti illustri, tra i quali Lucio Dalla e le attrici Piera Degli Esposti e Deborah Caprioglio, che durante la manifestazione hanno letto alcuni passi delle opere premiate e un’introduzione dell’illustre scrittrice a cui è intitolata la rassegna. E anche le istituzioni, nella persona del sindaco Rosa Russo Jervolino e del governatore Antonio Sassolino, non sono state da meno.
Sono anni difficili, questi, per la città di Eduardo e Totò, alle prese con problemi spesso drammaticamente portati alla ribalta dalle cronache: i delitti di camorra e le incertezze che con frequenza spingono i giovani a cercare fortuna altrove. Ma dietro questa facciata ce n’è anche un’altra, combattiva e propositiva, che non vuole rassegnarsi al declino, e lotta per emergere giorno per giorno. Ed è proprio questo l'aspetto che il Premio Morante vuole portare alla ribalta, come la stessa Maraini ha avuto modo di affermare nei giorni scorsi.
«Il Premio Elsa Morante - ha detto la scrittrice - celebra la grande narrativa, ma non solo. La scelta di lavorare intorno ad un concetto di cultura molto ampio ci ha portato, quest’anno, a riflettere intorno al tema italiano della comunicazione, a quello mondiale dell’emigrazione, dell’esilio, dell’altro, e, visto il momento delicato della città ospite, anche sulla questione Napoli, che, come tutte le civiltà, può essere nutrita e salvata dalla comprensione e l’azione, la tolleranza e cultura».
Cultura che trova indubbiamente nei vincitori validi esponenti, a dimostrazione di un legame consolidato con questa città che negli anni più bui necessita di importanti segnali di luce per il presente e per la speranza del futuro.
DONNE L’India in bollicine di Erica Savazzi

Dal primo di ottobre, Indra Nooyi, è a capo di una delle aziende americane più conosciute al mondo. Il Consiglio di amministrazione della Pepsi Cola l’ha infatti chiamata alla carica di amministratore delegato e presidente della società, nella quale lavora dal 1994.
Indra Nooyi rappresenta l’India in fase di sviluppo, quella degli ingegneri, dei programmatori di software richiesti in tutto il mondo, delle rinomate università scientifiche. Non a caso si è laureata in matematica e fisica a Madras, ha ottenuto un master in marketing a Calcutta e successivamente ha concluso la sua formazione negli Stati Uniti, alla prestigiosa Yale.
Fortune l’ha inserita tra le (sole) dieci donne alla direzione di una delle imprese più importanti degli USA e un’altra rivista, Forbes, l’ha annoverata tra le cinquanta donne più influenti del mondo.
Pur avendo molte esperienze internazionali è orgogliosa della sua origine indiana e sottolinea il ruolo determinante dell’educazione ricevuta in patria nel suo successo.
«Donna e anche straniera: bisogna essere più intelligenti di tutti gli altri», ha dichiarato Indra, che ha brillantemente superato gli handicap iniziali dell'essere donna in una società caratterizzata dal “soffitto di vetro” e per di più straniera in un Paese estero.
Tra tutte le sue doti la più apprezzata è la capacità strategica: un’intelligenza acuta le permette di analizzare la realtà e di visualizzare le possibilità future di crescita dell’azienda. E’ stata infatti lei a portare PepsiCo sulla via della differenziazione del prodotto tramite l’acquisizione di alcune società operanti nel mercato degli snack.
Indra ce l’ha fatta: speriamo che come lei ce ne saranno molte altre.
TELEGIORNALISTI Antonio Pascotto, l'amore per la radio e la tv di Nicola Pistoia

E’ iniziato tutto con la radio. Una passione che non ha mai veramente accantonato. Era il 1976, aveva solo 14 anni. La radio lo affascinava moltissimo: il potere della voce, il suono della parola, l’energia della musica. Iniziò a condurre programmi per i più piccoli in una radio della sua città, Avellino. E in quegli anni si consolidarono le prime amicizie professionali con personaggi oggi alla ribalta nazionale: Gigi Marzullo, Salvatore Biazzo, Gianni Porcelli. Oggi tutti giornalisti Rai. Aveva 18 anni quando gli rimase impresso il racconto di una tragedia improvvisa e terribile: il terremoto del 1980. Attraverso le trasmissioni radiofoniche Antonio metteva in contatto gli irpini che vivevano all’estero con i familiari in provincia. Fu la sua prima vera palestra di giornalismo. Poi l’esperienza con quotidiani e settimanali locali. Le televisioni private. Nel 1993, dopo anni di gavetta, arriva il Tg4, dove oggi svolge le funzioni di vice caporedattore.
Antonio, ti sei mai pensato in panni diversi da quelli del giornalista?
«Ritengo utile ogni tipo di esperienza. Sono sempre alla ricerca di cose diverse, di stimoli nuovi. Si, ogni tanto ci penso. Sempre in ambito televisivo mi piacerebbe organizzare un settore come quello delle innovazioni tecnologiche. Tv digitale, Iptv, la televisione via Internet. Credo molto nello sviluppo tecnologico. Per il conseguimento della laurea in Scienze della Comunicazione ho presentato una tesi su televisione e pubblicità nell’era digitale».
Come vede il futuro del giornalismo italiano?
«Il futuro è legato, come dicevo, alle nuove tecnologie. Internet ha modificato spazio e tempo. Poi i blog, i giornali telematici, la tv on demand e quella che l’utente può costruirsi su misura, personalizzata. L’hanno capito i guru della televisione come Murdoch, che ha investito tantissimo su Internet. E anche in Italia Mediaset punta molto sul digitale e su Internet. Si parla sempre di più di comunicazione circolare, in cui tutti i media svolgeranno il loro ruolo. Tv, radio, giornali, Internet, si cercano, si incontrano, si intrecciano gli uni con gli altri. E’ questo il futuro. E i giovani devono approfittarne, e sfruttare le potenzialità di questo modo nuovo di comunicare».
Che ricordo ha del suo primo articolo?
«Era un pezzo pubblicato da un settimanale locale, edito da un gruppo radiofonico. Parlavo di Edoardo Bennato. Dovevo commentare un suo concerto. L’emozione era forte. Anche perché sono sempre stato un fan del cantautore napoletano. Conservo ancora l’articolo, come una reliquia. Il mio primo servizio. Da custodire, gelosamente, nell’archivio personale dei ricordi».
Cosa risponde a chi giudica il tg in cui lavora troppo “di parte?”
«Il Tg4 è un notiziario equilibrato, misurato, equidistante. Chi lo dice che è troppo di parte?
Scherzo, ma mica tanto. Schierarsi apertamente, come hanno fatto alcuni autorevoli quotidiani in occasione delle ultime elezioni politiche, è espressione di grande onestà e professionalità. Il resto sono solo chiacchiere. Dietro ogni redazione ci sono uomini che hanno le loro idee, esprimono pareri, commentano. Il Tg4 è il primo tg italiano che ruota attorno a un direttore anchorman. Succede anche in America con programmi di grande successo condotti da personaggi come Dan Rather. Prendere posizione, in questi casi, è inevitabile»
Quali sono i tg, che guarda con particolare attenzione e ammirazione?
«Tutti. Li guardo tutti, indistintamente. E devo riconoscere che in Italia i telegiornali sono confezionati davvero bene. Da quelli Rai a quelli Mediaset. Anche a La7 e a Sky News 24 fanno un ottimo lavoro».
Quali tra i suoi colleghi e le sue colleghe anche di altri tg apprezza maggiormente?
«L’elenco è lungo. Non è una questione di nomi. In Italia ci sono davvero ottimi giornalisti».
OLIMPIA Intervista a Rita Guarino di Mario Basile

«Il calcio ha rappresentato un’esperienza di vita, un percorso di crescita, un terreno fertile sul quale sperimentarmi ed esprimermi. Nel mio sito internet, RitaGuarino.com, scrivevo che la visione che ho del calcio e dello sport in generale è simile ad un grosso teatro, dove gli attori inscenano drammi di vita quotidiana assaporando gioie, accettando sconfitte e prendendo coscienza delle molte contraddizioni. Ed è per questa ragione che nello sport, a mio parere, si crea quello spazio educativo ed emotivo che ci aiuta a crescere e ci prepara alla vita, offrendoci la possibilità di sperimentarci dentro confini protetti». Risponde così, Rita Guarino, a chi le chiede cosa ha dato il calcio alla sua vita.
Attaccante dal grande fiuto del gol, secondo gli esperti è stata una delle più grandi giocatrici italiane. La sua carriera si è chiusa quest’estate, sedici anni dopo l’esordio in A con la maglia della Juventus. Sei anni prima invece, sempre in maglia bianconera, era arrivato l’esordio assoluto. Adesso Rita insegna calcio ai ragazzi del Torino.
Un mondo complicato quello del calcio giovanile, dove i ragazzi molto spesso, caricati di grosse responsabilità dai propri cari, perdono il gusto di divertirsi giocando. «Questo è un tema molto delicato e controverso. Purtroppo non riguarda solo il calcio, ma coinvolge tutto lo sport giovanile. Secondo un dato Istat del 2000, circa la metà dei ragazzi e delle ragazze tra gli undici e i quattordici anni che praticano un’attività sportiva, abbandonano intorno ai diciotto anni. Questo fenomeno, che si chiama drop out, è causato da vari fattori, come le crisi adolescenziali, le difficoltà scolastiche, la monotonia degli allenamenti, ma soprattutto la mancanza di divertimento».
«E’ mio parere - prosegue Rita - che, specialmente per chi lavora nei settori giovanili, uno degli obiettivi principali nei programmi di allenamento sia quello di sviluppare e mantenere un livello elevato di desiderio nella partecipazione alle attività, insieme ad una migliore gestione e informazione rivolta alle famiglie sugli effetti positivi dello sport orientato alla crescita personale e non alla vittoria a tutti i costi».
Un compito decisamente arduo quello dell’allenatore. Conquistare la fiducia di un gruppo non è semplice. Figuriamoci se una donna si trovasse a guidare una squadra maschile. Ne sarebbe capace? «Da un punto di vista “meritocratico” le donne potrebbero sicuramente assumere ruoli guida all’interno di team maschili, ma in termini pratici questa possibilità viene negata a priori. A tale proposito Salvini, nel 1982, scrisse: Quando si voglia giustificare l’inferiorità sociale di un gruppo umano si ricorre all’espediente di invocare la naturalità di tale condizione».
Rita Guarino è anche una psicologa. E nello sport, si sa, l’approccio mentale è alla base di tutto. Un’eccessiva pressione può essere fatale. Viene da chiedersi, però, se uomini e donne la vivano allo stesso modo. «In passato sono stati effettuati diversi studi al riguardo - ci dice Rita. La pressione sportiva, correlata al concetto di stress, causa ansia da prestazione che si può manifestare sottoforma di ansia, insicurezza, e talvolta palpitazioni e tachicardia. Alcune ricerche hanno dimostrato che le donne sono più inclini alla paura di perdere, in quanto la previsione di un possibile insuccesso comporta sempre il timore di una ferita narcisistica, una diminuzione dell’autostima e una svalutazione sociale. Più di quanto non accada negli uomini».
Riprendiamo il tema “calcio femminile”: una disciplina che in Italia cerca a tutti costi di guadagnare visibilità. Secondo Rita «nel nostro Paese il calcio femminile può migliorare dappertutto. Devono farlo la federazione, le società, i dirigenti, gli staff tecnici, le atlete. Come? Non lo so, ma provocatoriamente potrei azzardare delle ipotesi: importando nuovi concetti, nuove metodologie, nuovi strumenti operativi ma soprattutto nuove risorse umane da altri sport o da altre nazioni, un tempo considerati minori e che oggi si possono definire all’avanguardia. Manca la cultura sportiva, ma questo non solo nel calcio femminile. Un altro modo è quello di rendere obbligatorio, alle società professionistiche, il settore giovanile femminile e almeno una squadra iscritta ad un campionato nazionale».
Qualche tempo fa Gaucci voleva ingaggiare una donna per farla giocare nel campionato maschile col suo Perugia.
«Perché mai una donna dovrebbe giocare a calcio con gli uomini? Non possiamo neanche parlare di pari opportunità in quanto le donne, “morfologicamente” meno forti, partirebbero svantaggiate. Direi fantascienza allo stato puro, è evidente, in questo caso, la strategia strumentalizzante e manipolativa costruita a scopo pubblicitario».
Un calcio, quello dei colleghi uomini, che in Italia sta attraversando un momento delicatissimo: «Gli eventi degli ultimi mesi hanno aperto una grossa crepa, una ferita che per molti appassionati non si è ancora rimarginata. Non oso e non voglio pensare a ulteriori ripercussioni, preferendo fissare, in una memoria indelebile, il mondiale appena trascorso in cui un gruppo vincente, guidato da un grande leader, ha saputo esprimere forza, tenacia e volontà nel perseguire i propri obiettivi».
Chiudiamo la nostra chiacchierata con Rita chiedendole un piccolo bilancio della sua carriera e qualche ricordo. «Un aneddoto che ricordo con piacere? Nel 1990 quando ero alla Juventus, eravamo in viaggio per la trasferta dell’ultima di campionato a Faenza. Una gara importante che, nel caso di vittoria, ci avrebbe permesso l’accesso alla fase finale di Roma contro l’Acireale per il passaggio in serie A. Dopo una breve sosta in autogrill, tutta la squadra era salita sul pullman e aveva preso il largo in autostrada per proseguire il viaggio. Il tutto accadeva sotto i miei occhi sbigottiti: ero appena uscita dal ristoro! Ero incredula. A bordo c’era anche mio padre, all’epoca dirigente, eppure non era uno scherzo: si erano dimenticati di me. Sedici anni fa, il telefono cellulare era un privilegio per pochissimi eletti, di conseguenza non potevo contattarli né essere contattata. Mi sono seduta sui gradini e ho aspettato per più di un’ora fino a quando da lontano ho visto arrivare con fare affannato due dirigenti che, dopo aver corso o camminato frettolosamente per cinque o sei chilometri, erano venuti a ripescarmi. Al mio ritorno in pullman sono stata assalita e caricata dalle più scanzonate delle prese in giro con cori e canzoni create ad hoc per l’ennesima disavventura, stavolta capitata a me. Pare che l’aneddoto, ricordato a più riprese, portasse bene, ma per mia fortuna la trasferta di Roma fu fatta in treno e senza nessun autogrill nei paraggi conquistammo la serie A».
Rita conclude la nostra chiacchierata così: «Cosa ho dato io al calcio femminile? Spero e mi auguro di aver lasciato qualcosa, sia in qualità di atleta sia in qualità di “persona” dentro l’atleta stessa. Apprendere dall’esperienza e trasferirla al servizio degli altri credo sia il modo migliore per restituire ciò che abbiamo ricevuto».
Rita Guarino è nata a Torino il 31 Gennaio 1971. Ha giocato nella serie A femminile dal 1991 al 2006 con le maglie di Juventus, Reggiana, Monza, Cascine Vica, Lazio, Verona e Torres. Con la squadra sarda ha chiuso l’attività agonistica. Nel 2000 ha partecipato alle gare finali del campionato 1-A Womens League con il Maryland Pride (USA).
In carriera ha vinto cinque Campionati Italiani, sei Coppe Italia, due Supercoppe Italiane, una Italy Uefa Women's Cup.
In Nazionale ha collezionato 99 presenze e realizzato 35 reti. Con la maglia azzurra ha partecipato ai Campionati del Mondo del 1991 e del 1997, agli Europei del 1993, 1997 e 2001.
Laureata in psicologia, oggi, oltre a collaborare col centro studi interdisciplinare Keiron, allena i ragazzi del Torino Calcio.
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