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Telegiornaliste anno II N. 38 (70) del 23 ottobre 2006


MONITOR Cristina Stanescu, giornalista animalista di Nicola Pistoia

Questa settimana abbiamo incontrato per i lettori di Telegiornaliste Cristina Stanescu di Studio Aperto.
Quando e come ha iniziato ad appassionarsi al giornalismo?
«Ho iniziato al secondo anno di università. Avevo lasciato da un anno la Bocconi e optato per filosofia. Conscia del fatto che una laurea in questa materia non mi avrebbe portato molto lontano, ho iniziato a collaborare gratuitamente per un giornale del Canton Ticino: La Gazzetta Ticinese, pensando di cominciare così ad accumulare esperienza. Scelta premiante perché a 23 anni oltre alla laurea potevo vantare tre anni di collaborazioni fisse, tra carta stampata e televisione (Telecampione), vantando una marcia in più rispetto agli altri neolaureati. La scelta è caduta sul giornalismo come ripiego. Ho sempre voluto scrivere ma pensavo che non sarei riuscita a campare solo con i romanzi.
Così ho coniugato la passione per la scrittura con un mestiere che mi sembrava più accessibile e sicuro... mi sembrava, perché non lo è di certo! Poi, scrivendo e scoprendo la televisione è nata la vera passione per il giornalismo, che ancora, grazie al cielo, non si è spenta».
Le piace il lavoro di inviata o anche lei aspira alla conduzione del tg?
«Ho avuto modo di condurre tante trasmissioni, da piccoli spazi locali, regionali a prodotti nazionali, da Planet a Fuego a Bellavita, su Italia1. Il video è senza dubbio un'attrattiva e dà molta soddisfazione sul piano personale.
La vita quando si è riconosciuti è molto più facile. Ma dipende tutto dal carattere. Per me quel poco di popolarità à stata un incubo. Se si è timidi credo che andare in video per condurre sia una forzatura. Nel mio caso l'innaturalità del ruolo mi faceva sentire a disagio, esattamente come se fossi su un palco
a recitare una parte che non mi corrispondeva, senza sentire d'altra parte di portare un contributo ai contenuti che esponevo. Credo insomma che il conduttore sia un mestiere a parte, per cui si deve essere tagliati. Un giornalista non deve esserlo a tutti i costi. Altra cosa andare in video per raccontare quello che si vede. Questo lo faccio volentieri perchè la mia faccia, la mia voce, i miei occhi commentano una situazione viva che ho davanti e non si rivolgono a una telecamera cieca. In questo caso la mia apparizione in video mi sembra naturale e giustificata perchè aggiunge valore al racconto, facendomi sentire maggiormente in sintonia con la realtà».
A chi ritieni di dovere di più professionalmente?
«Agli operatori di ripresa che mi hanno insegnato l'abc delle immagini».
Voi giornalisti di Studio Aperto montate i servizi da soli: è impegnativo?
«Sì, è impegnativo ma estremamente creativo e stimolante».
Come riesce a conciliare il lavoro di giornalista con la vita privata?
«Riesco perfettamente, avendo un marito giornalista che condivide i miei tempi e problemi. E poi non ho sempre la valigia in mano. Durante la gravidanza, ad esempio, sono stata sempre in redazione».
Chi apprezza di più fra le sue colleghe giornaliste, anche di altri tg?
«Non ho mai avuto muse. Guardo, imparo, cerco di non copiare e di crearmi uno stile mio».
E' nota a tutti la tua passione per gli animali...
«Sì, una passione nata da piccola e portata avanti con costanza. Il lavoro non è fine a se stesso, non dico debba essere una missione, ma il fare e l'aver fatto qualcosa per loro, denunciando maltrattamenti e abusi in televisione mi ha fatto sentire umanamente più utile e professionalmente più matura».
Un consiglio a chi volesse intraprendere questa dura strada?
«Buttarsi senza ascoltare i menagramo ma fuggire ugualmente il mito della televisione, del faccionismo, dei privilegi. Se si va in un tg solo per fare la bella statuina si rischia una vita professionale infelice».
CRONACA IN ROSA Fashionset alla Centrale Montemartini di Silvia Grassetti

La moda e il cinema hanno in comune la capacità di far sognare. Come evidenzia la mostra Fashionset. Sessant’anni di produzione della Sartoria Annamode per il set, aperta fino al 26 novembre prossimo al Museo della Centrale Montemartini di Roma.
L’iniziativa è presentata nell’ambito della festa internazionale del cinema di Roma.
Fashionset vuole attirare l’attenzione sul rapporto di confidenza e scambio reciproco fra moda e costume, protagonisti incontrastati dell’alto artigianato italiano, l'italian style, che tutto il mondo ancora ci riconosce: la moda sia come fonte di ispirazione sia come prodotto finale per il film, e il costume sia come riproduzione fedele sia come interpretazione artistica della moda di un periodo.
Claudia Cardinale nel Bell’Antonio, Sophia Loren di Matrimonio all'italiana, Liza Minnelli e Ingrid Bergman di Ninà, fino a Scarlett Johansson e Helen Hunt in A good woman: attrici italiane e straniere, interpreti del cinema d’autore e dei grandi classici della cinematografia nazionale e internazionale hanno indossato gli oltre cinquanta costumi di scena ideati dai costumisti per il grande schermo, capolavori di artigianato sartoriale, frutto di una ricerca sullo stile e sulla moda del ventesimo secolo.
L’allestimento, che si sviluppa su isole poste al centro dello spazio espositivo, permette al visitatore di percorrere una sorta di viaggio attraverso il tempo, alla riscoperta di mode, storie e personaggi di film ambientati nel secolo scorso. Corpo centrale di queste installazioni sono i pannelli, sui quali le immagini di scena dei film e le informazioni di regia fanno da suggestivo sfondo ai costumi.
Ogni spazio delle isole è dedicato ad un'epoca, corrispondente a quella dell'ambientazione del film, dai primi del ‘900 agli anni ‘60. Sulle pareti scorci della moda di quel periodo: fotografie, rotocalchi, immagini delle sfilate: i pannelli esplicativi raccontano come e perché è cambiata la moda e l’utilizzo degli accessori.
Ma anche, più in generale, grazie alla segnalazione di curiosità, che tipo di influenza hanno avuto la musica, l’arte, l’architettura, la politica, sul mondo della moda e del costume.
FORMAT L’arte dell’affabulazione di Nicola Pistoia

Quando davanti alla tv una piccola luce segna l’inizio del programma e illumina quella figura buffa e simpatica, che sembra uscita da un film anni '50; quando inizia lo show con parole che ti trasportano subito in un’altra dimensione o semplicemente in un’altra storia, allora improvvisa arriva la certezza che nessuno è come Philippe Daverio.
Un cantastorie affascinante, unico e incantatore che, partendo da elementi apparentemente minori, racconta l’arte e la storia come se fossero una favola, e che, un po' maestro un po' compagno di giochi, ti prende per mano e ti conduce in un mondo ignoto ma sempre più interessante.
Passepartout, il programma condotto dal brillante critico d’arte, arricchisce la mente con argomenti e discorsi semplici ed emozionanti, solleticando quella voglia di cultura che, remota, vive in ognuno di noi. Daverio, attraverso i suoi racconti e la sua passione per tutto ciò che è bellezza, è riuscito a far appassionare all’arte milioni di telespettatori, proprio grazie a un approccio nuovo e diretto.
Dopo averci portato in giro per tutta l’Italia alla scoperta di ville, palazzi e dimore storiche con Passepartout - Viaggia in Italia, lo rivedremo a partire dal 29 ottobre su Rai3. Ritornerà a raccontare l’arte come ha sempre fatto, seguendo quel filo invisibile che lega passato, presente e futuro. Ritornerà a incantarci con il suo amore, quasi filosofico, per l’arte, accompagnandoci sino al mondo dei sogni. Un mondo ovattato in cui tutti potranno entrare, grazie al suo geniale “passepartout”.
ELZEVIRO Non solo grappa di Antonella Lombardi

Da vecchio distillato con cui correggere il caffé e vincere i rigori invernali a selezione pregiata, coltivata e inseguita con caparbietà, tra fatica e tentativi andati a vuoto. La grappa Monovitigno© prodotta dalla famiglia Nonino è il prezioso distillato frutto delle vinacce di un solo vitigno, il Picolit.
Ma è anche il frutto di una battaglia culturale, affrontata e vinta nella propria terra, il Friuli, contro vecchi pregiudizi che consideravano la grappa un prodotto di scarso valore, legato al mondo contadino. Fino al giorno in cui l’auto di Giovanni Agnelli non si fermò presso gli uffici della famiglia Nonino per ordinare 48 bottiglie di grappa…
Telegiornaliste incontra Antonella Nonino che, ai nostri microfoni, svela il segreto del successo di un’azienda guidata, in gran parte, da donne.
Signora Nonino, lei è a capo di un’azienda guidata in gran parte da donne, una felice eccezione nel panorama imprenditoriale italiano. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di una scelta del genere, soprattutto per chi si occupa di un prodotto che, nell’immaginario collettivo, sembra proprio dell’universo maschile?
«Per le mie sorelle e per me è stata una cosa molto naturale: da bambine per stare con nostra madre andavamo in distilleria o nella vigna. Da grandi abbiamo potuto dare un contributo sempre più importante, fino a trovarci parte integrante dell’azienda di famiglia. Lavorare in distilleria non solo è faticoso ma molto affascinante, e da grandissime soddisfazioni. Le prime volte che nostro padre ci ha lasciato in mano la conduzione degli alambicchi artigianali ai nostri collaboratori sembrava strano prendere indicazioni da delle ragazzine ma poi, dimostrando capacità e preparazione, non è più stato un problema. Mia madre, Giannola Nonino, è stata un pioniera anche in questo campo e crescendo con il suo esempio non ci siamo mia poste il problema di essere donne in un universo, per così dire, maschile».
Lei ha detto: «alla fine degli anni '60 il ceto medio non avrebbe nemmeno tenuto la grappa nell’armadietto dei liquori, ci si sarebbe vergognati». Come siete riusciti a vincere pregiudizi e luoghi comuni che vedevano la grappa come un prodotto rustico, legato prevalentemente al mondo contadino?
«E’ stata la rabbia di vedere la grappa snobbata perché ricordava il mondo contadino e la miseria, a tutto favore dei distillati di produzione straniera come il whisky e il cognac: mia madre, iniziando a lavorare con il papà in distilleria, si è innamorata della grappa e ha trovato il coraggio di iniziare un lavoro di riabilitazione non solo qualitativa ma anche culturale della grappa, e con essa di tutto il mondo contadino, tanto che, dopo alcuni anni di sperimentazione, ha inventato, nel dicembre del 1973, la grappa di singolo vitigno: l’ormai famoso monovitigno, appunto. I miei genitori iniziarono l’esperimento con il vitigno Picolit, il più nobile e rappresentativo del Friuli, proprio per sottolineare il legame alla loro terra e alle tradizioni di cui erano profondi conoscitori .
Nei primi anni, anche se la grappa Monovitigno Picolit Nonino era di ottima qualità, la famiglia si è trovata contro tutta la categoria dei distillatori friulani, che hanno cercato di fermarci in ogni modo anche con denunce anonime. Ma poi il successo del Monovitigno Nonino è stato tale da spingere i distillatori italiani a seguire l’esempio Nonino».
Cosa vuol dire oggi promuovere un prodotto artigianale affrontando costi di produzione sicuramente superiori a quelli della nuova concorrenza asiatica?
«Per dire la verità non si tratta di grappa di produzione asiatica. Il vero dispiacere per la famiglia Nonino, dopo aver trasformato la grappa da Cenerentola a regina dei distillati internazionali, è di non essere ancora riusciti ad ottenere una legge che regolamenti la produzione italiana che ancora oggi è per l’80% una produzione industriale. Non solo non c’è regolamentazione di produzione ma sull’etichetta: la legge permette all’imbottigliatore che compera la grappa dai produttori industriali, trasformandola di qualche grado alcolico, di figurare anche lui come produttore, per cui il consumatore finale non può distinguere la grappa di qualità da quella industriale.
Noi proseguiamo seguendo la nostra filosofia, che è sempre stata volta alla ricerca della qualità. Oggi abbiamo una distilleria unica al mondo, con 66 alambicchi discontinui a vapore, dove distilliamo con metodo artigianale in concomitanza alle vendemmie nel rispetto della tradizione e dei ritmi dell’artigianalità, e riusciamo ad ottenere una grappa qualitativamente insuperabile».
Non solo grappa, comunque. Nel 1975 nasce il Premio Nonino, un premio letterario che diventa un vero riferimento nel panorama letterario internazionale, rigorosamente autofinanziato per evitare ogni pressione. Tra i suoi premiati: Leonardo Sciascia, Peter Brook, Jorge Amado, Hans Jonas, Ermanno Olmi, Mario Soldati, Claudio Abbado, Raimon Panikkar e altri ancora.
Come nasce l’idea del Premio Nonino e come si trasforma in un richiamo internazionale così autorevole?

«Dopo aver distillato la Grappa Monovitigno Picolit, i miei genitori, ricercando le vinacce degli antichi vitigni autoctoni friulani, scoprirono che i più rappresentativi, come il Ribolla, sono in via di estinzione, essendone vietata la coltivazione. Nel 1975, con lo scopo di farli ufficialmente riconoscere dagli organi nazionali e comunitari, istituiscono il Premio Nonino Risit d'Âur, da assegnare annualmente al vignaiolo che mettesse a dimora il miglior impianto di uno o più di questi vitigni. Dopo tre anni riuscimmo ad ottenere l’autorizzazione per questi vitigni, e nel un regolamento CEE li raccomanda.
Così, con il netto proposito di sottolineare l’attualità della civiltà contadina, al Premio Nonino Risit d'Âur i miei genitori affiancano il Premio Nonino di Letteratura: la Giuria era presieduta da Mario Soldati e composta, fra gli altri, da Padre David Maria Turoldo, Gianni Brera e Luigi Veronelli, tutti amici della famiglia.
Negli anni il premio letterario diventa sempre più importante. Oggi la giuria oggi è presieduta da Ermanno Olmi e composta tra gli altri da Claudio Magris, dal premio Nobel Naipaul, Peter Brook e dal poeta Adonis. La mia famiglia sostiene il premio e lo organizza direttamente, perciò la giuria non subisce la pressione delle case editrici ed è una giuria libera».
Nell’ultima edizione del Premio i riconoscimenti sono andati allo scrittore Gavino Ledda, autore di Padre padrone, ma anche all’associazione Madri di Plaza de Mayo, guidate da Evel Aztiarbe De Petrini. Quale il significato di questa scelta?
«Con queste scelte il premio Nonino ha voluto celebrare coloro che per sete di giustizia mettono a repentaglio eroicamente la loro esistenza. Le madri di Palza de Mayo, e lo stesso Gavino Ledda, sfidando l’arroganza e la protervia del potere sono diventati un simbolo».
In particolare, la testimonianza di Evel Aztiarbe ha commosso l’intera platea. Che ricordi ha dell’evento?
«Un momento emozionalmente molto forte, un esempio di coraggio che non potrò mai dimenticare e come sottolineato da Claudio Magris durante la premiazione, uno dei momenti più altri della storia del Premio Nonino».
DONNE Una vita accanto al Fuerher di Tiziana Ambrosi

Alcune donne sono indissolubilmente legate al nome dell'uomo che hanno scelto di avere accanto, nel bene e nel male.
E se l'uomo è Adolf Hitler, il nome che subito colleghiamo è quello di Eva Braun. La prima domanda che viene in mente è come una donna possa decidere di vivere accanto ad una persona che, storicamente, è quella che più si avvicina all'idea di Male.
Fatto sta che Eva ricercò in maniera quasi disperata il legame con Hitler, arrivando per due volte a tentare il suicidio.
Nacque in una famiglia piuttosto semplice nel 1912 in una cittadina bavarese. Viene descritta come piuttosto frivola, interessata più alla moda e ai trucchi che non alla disciplina o alle arti verso le quali i genitori la spingevano.
Dopo un breve periodo in un istituto cattolico, torna a casa decisa a rivendicare la propria indipendenza.
Risponde a un annuncio economico e inizia a lavorare per un fotografo, Heinrich Hoffmann, molto vicino a un partito astro nascente, il partito nazionalsocialista.
E' proprio grazie a Hoffman che Eva Braun conosce il Fuehrer, con il quale inizia ben presto una relazione, di nascosto dalla famiglia, che non vedeva di buon occhio gli estremismi del giovane austriaco.
Il partito cresce, Hilter è sempre più impegnato e ricerca le attenzioni di altre donne, spesso intellettuali. Eva si sente trascurata e tenta di spararsi, ma viene trovata ancora cosciente dalla sorella.
Nel 1939 le truppe tedesche entrano in Polonia. E' l'inizio della Seconda Guerra Mondiale. Eva sa che non c'è più tempo per le altre donne e ormai trasferitasi accanto al suo uomo, comincia un'altra vita. Passa le giornate comprando vestiti, cosmetici, prendendo il sole e facendo ginnastica.
Ma per la Germania le cose cominciano a girare per il verso storto, l'umore e la salute del Fuehrer ne risentono. In un veloce crescendo la situazione precipita, la nazione tedesca è accerchiata sui tutti i fronti. Hitler torna a Berlino e si rifugia nel bunker della Cancelleria.
Eva decide di seguirlo di sua volontà.
La fine è ormai chiara, la Germania è sull'orlo della disfatta. Eva ottiene quel che più ha cercato nei lunghi anni della sua relazione con Hitler: nel bunker finalmente diventano marito e moglie. Anche se per un solo giorno.
Sotto una Berlino ormai ridotta a un cumulo di macerie, li attendono due capsule di cianuro.
TELEGIORNALISTI Andrea Sarubbi, televisione da pensare di Giuseppe Bosso

Incontriamo con piacere Andrea Sarubbi, conduttore della trasmissione A sua immagine e vecchio amico di Telegiornaliste.
Da un anno hai sostituito Lorena Bianchetti nella conduzione di A sua immagine: sei soddisfatto di questa esperienza?
«In realtà faccio parte dello staff della trasmissione dal ’99; prima che Lorena lasciasse l’anno scorso, ci alternavamo nella conduzione; adesso, ovviamente, è aumentato il mio impegno con la Rai, per cui ho lasciato Radio Vaticana e ora lavoro in televisione a tempo pieno, non solo come conduttore ma anche come autore».
La tua trasmissione è ormai un punto forte della programmazione Rai come programma dedicato alla fede: che ruolo possono ricoprire questi temi in tv negli anni consacrati al reality e all’immagine esibita a tutti i costi?
«La nostra trasmissione serve a far pensare. La televisione, quando fu inventata, inizialmente svolgeva principalmente un ruolo educativo, soprattutto con Alberto Manzi, che con il suo programma insegnava l’italiano a tutti. Negli anni, ahimé, questo ruolo è andato progressivamente perdendosi; ma noi della Rai, come servizio pubblico, dobbiamo svolgere proprio un lavoro in tal senso, ed è quello che fanno, ad esempio, programmi come Mi manda Raitre. Come puoi vedere, la nostra trasmissione cerca anche di venire in aiuto di chi ne ha bisogno, per esempio le strutture che si occupano di disabili. Ultimamente abbiamo fatto una puntata sul Libano mostrando le difficoltà che incontrano i cristiani di questo Paese. Una cosa molto bella e che mi piace sottolineare è la grande disponibilità del pubblico e soprattutto la fiducia che ha in noi: un signore barese di 88 anni mi ha mandato un assegno che abbiamo girato alla Caritas».
Quali sono le testimonianze e i personaggi che più ti hanno toccato, tra i tanti che hai avuto modo di incontrare?
«Sicuramente ammiro molto i preti e le suore missionari. Quest’estate ho intervistato una suora delle “Poverelle di Bergamo” che aveva lavorato in Uganda, con cinque consorelle che malgrado la diffusione del virus Ebola si erano recate lì senza paura; purtroppo morirono, e solo lei si salvò, venendo a raccontarci la sua esperienza coraggiosa. Un altro personaggio che mi ha colpito è il parroco di Scampia, don Aniello Manganiello, per il suo impegno quotidiano in questa zona difficile. Ma sicuramente conserverò un ricordo speciale di Cristina Acquistapace, una ragazza down di Sondrio di cui si è parlato molto quest’estate perché ha preso i voti, primo caso in Italia, per una frase che mi disse circa la sua decisione: non posso rovinarmi la vita perché ho un cromosoma in più».
Il tuo approdo alla conduzione di A sua immagine coincide, quasi, con la scomparsa di Papa Woytila e l’avvento di Papa Ratzinger; credi che il pontefice tedesco riuscirà almeno in parte a raccogliere l’eredità di Giovanni Paolo II, che ha lasciato una traccia incancellabile nella storia non solo della Chiesa?
«Credo che da lui dobbiamo aspettarci le stesse cose, sebbene stiamo parlando di due persone molto diverse. Malgrado possa apparire duro, credo che Ratzinger sia molto diverso e sicuramente lascerà il segno. Come il suo predecessore ha capito che prima di affrontare il mondo è importante rendere la Chiesa più santa».
In riferimento agli ascolti che la tua trasmissione ottiene, ritieni che la collocazione nella fascia mattutina della domenica e del pomeriggio del sabato sia giusta oppure penalizzante?
«Il sabato è da anni una fascia molto penalizzata, soprattutto per la concomitanza del campionato di serie B, a maggior ragione quest’anno che per me (ride, ndr) da buon juventino è una sofferenza; il calcio del sabato assorbe quasi il 35% di share, per cui siamo decisamente svantaggiati. La domenica, per contro, riusciamo a fare meglio anche perché fungiamo da spartiacque tra l’Angelus e la messa, che rendono favorevole il momento per gli ascolti. Penso che in futuro la nostra sfida sarà proprio cercare di aumentare gli ascolti del sabato».
In futuro continuerai a seguire il filo legato alla fede e alla religione oppure cercherai nuove strade?
«Il mio scopo è fare cose interessanti, programmi che servano alla gente per riflettere. E spesso mi chiedo se quello che faccio riesca a giungere a questo scopo. Di sicuro non potrei mai trovarmi a mio agio in un varietà o in programmi privi di contenuto, non mi ci vedo proprio».
Anche tua moglie Solen è giornalista; l’esercitare la stessa professione come si ripercuote nella vita di coppia?
«Beh, intanto c’è da dire che non ci saremmo mai incontrati se non avessimo fatto lo stesso lavoro, in quanto lei conduceva la versione francese del programma radiofonico Jubilaeum, che io conducevo per l’Italia. Tra noi c’è un continuo confronto, ad esempio la sera quando seguiamo la politica estera dei tg; viviamo un momento molto sereno, soprattutto perché aspettiamo il nostro primo figlio».
OLIMPIA Ondina, la piccola meraviglia italiana di Mario Basile

6 Agosto 1936, Stadio Olimpico di Berlino. Alle Olimpiadi “hitleriane” Ondina Valla ha appena firmato la sua impresa: è medaglia d’oro negli 80 metri a ostacoli. E’ lei la prima campionessa olimpica italiana. In un Paese come l’Italia di allora, ancora attanagliato da antichi pregiudizi sulle donne, il trionfo di Ondina suonò come una rivalsa per tutto l’universo femminile nostrano.
Aveva vent’anni Ondina all’epoca. Vent’anni e il mondo ai suoi piedi. Nella semifinale del giorno prima aveva eguagliato il record del mondo della Engeihard: undici secondi e sei decimi.
L’amore per lo sport era iniziato nove anni prima, quando undicenne, nella sua Bologna, stupì tutti ai campionati studenteschi di atletica leggera. In quegli anni veniva ancora chiamata col suo vero nome, ovvero Trebisonda. Gliel’aveva messo suo padre, in onore della città turca. Fu lui per primo a scorgere le grandi qualità della figlia. Per questo motivo non esitò ad incoraggiarla ad allenarsi e a partecipare alle gare nonostante le lamentele di sua moglie, fortemente contraria alla carriera agonistica di Ondina.
Questo diminutivo, Ondina, arrivò quindi in seguito. Fu Marina Zanetti, responsabile della squadra femminile di atletica, a decidere di sostituirlo a quello di battesimo.
Simpatico e meno “pesante”, Ondina tuttavia non rispecchiava affatto le doti atletiche della Valla. Più che una piccola onda, la bolognese somigliava a un mare impetuoso. Infatti, che si trattasse di una gara ad ostacoli o di una gara di velocità, i suoi risultati rimanevano stupefacenti.
Le radiose giornate berlinesi del ’36 furono la consacrazione. In finale Ondina si tolse anche lo sfizio di battere Claudia Testoni, sua rivale storica. All’indomani la ventenne bolognese fu per i giornali di allora “Il sole in un sorriso” e “ La piccola meraviglia italiana”.
Ondina Valla si è spenta lo scorso 16 Ottobre all’età di novant’anni. Dal 1940 aveva abbandonato le gare per problemi alla schiena, poi nel ’44 si era trasferita col marito Guglielmo a L’Aquila dove ha trascorso tutto il resto della sua vita.
Significativo il ricordo del presidente del CONI Petrucci :« E' stata l’apripista al femminile di altre campionesse olimpiche. La sua vittoria ai Giochi Olimpici di Berlino nel 1936 rappresentò l’inizio di una nuova era per lo sport italiano in rosa».
Ciao Ondina, d’ora in poi ogni vittoria di un’atleta italiana sarà anche un po’ tua. Ma forse in fondo è sempre stato così.
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