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Telegiornaliste anno III N. 7 (85) del 19 febbraio 2007


MONITOR Paola Maugeri, una vita in musica di Giuseppe Bosso

Paola Maugeri, catanese, debutta nelle tv locali siciliane con programmi dedicati alla musica.
Nel 1993 inizia la collaborazione con una rete musicale scrivendo e realizzando interviste in giro per il mondo, per poi passare alla conduzione del programma cult quotidiano Segnali di fumo.
Nel 1995 passa a Italia1, dove per quattro anni è la conduttrice di 105 Night Express.
Nel 2001 diventa uno dei volti più autorevoli di Mtv conducendo varie trasmissioni e intervistando i più importanti artisti internazionali.
Giornalista pubblicista, Paola ha studiato alla Sorbona di Parigi, al Christ Church College di Canterbury e vissuto tra Chicago e Tijuana.
Su La7 conduce La 25a ora - Il cinema espanso, il programma della rete dedicato al cinema italiano e d'autore.
Cosa spinge una delle maggiori esperte di musica in Italia ad accettare la conduzione di un programma dedicato al cinema, tra l’altro malamente relegato ad un orario poco accessibile al grande pubblico?
«La curiosità. Come hai detto, mi sono sempre occupata di musica, ma anche adesso, se guardi il programma, noterai una grande componente musicale legata ai corti. 25a ora è un’occasione anche per verificare lo stato di salute del cinema indipendente in Italia; mi rendo conto che rispetto ad altre forme di arte non è molto incoraggiato nel nostro Paese».
Il corto, protagonista del tuo programma, è sicuramente un settore della cinematografia in crescita, fucina anche di talenti. Ritieni che sia valorizzato abbastanza nelle sale e dagli addetti ai lavori?
«Assolutamente no. Sarà in crescita come dici, ma bisognerebbe investire di più, magari con una direttiva ministeriale che dovrebbe maggiormente valorizzarlo».
Fin dai tempi di Night Express, che conducevi su Italia1, fino ad Mtv, è proprio la fascia notturna quella in cui siamo abituati a vederti: a quale pubblico pensi di rivolgerti e come ti poni in tal senso?
«Sicuramente non a un pubblico generalista; cerco di rivolgermi ad un pubblico dal palato fine, affamato di scoprire anche ciò che è, se così si può dire, “sommerso”, quell’arte di qualità che non appartiene certo al prime time».
A Night Express la cosa che più colpiva di te erano i capelli blu, che poi hai abbandonato. Cosa ti spinse a quel look particolare? Lo rifaresti?
«No, non lo rifarei. Sicuramente mi spinse allora ad optare per quel tipo di look l’amore per il punk, per quello stile che ho cercato di connettere ad un immagine semplice e raffinata. A ciò, come ho avuto modo di dire, scelsi quel colore per il profondo legame che ho con il mare e con la mia terra, la Sicilia, che lo ricorda molto».
La carriera di giornalista l'hai cercata fin da "piccola", o ti è capitato per caso di fare questo lavoro?
«Sì, l’ho cercata dall’inizio. Avrei anche voluto frequentare la scuola di giornalismo a Milano, cosa che non ho fatto per ragioni mie. Sono comunque riuscita a percorrere la solita gavetta iniziando a scrivere articoli sulle riviste di musica».
In passato sei stata solista di un gruppo, i Puertorico: vista la situazione attuale ritieni che l’Italia offra, musicalmente parlando, gli spazi adeguati ai giovani che cercano di farsi strada in questo campo?
«Non tanto. Direi che comunque la crisi delle grandi multinazionali potrebbe favorire, e molto, lo sviluppo della produzione indipendente, e in questo senso gli sbocchi possono essere molteplici».
Nelle interviste che hai fatto ai cantanti stranieri si nota una conoscenza quasi perfetta della lingua inglese e non solo. In futuro potrebbe tentarti un’avventura nella televisione estera?
«Perché no? Magari come la Carrà. Sicuramente mi piacerebbe farlo in Argentina, oppure nella Mtv di Francia».
Hai sicuramente una vita molto piena: pensi che le tue giornate avrebbero bisogno davvero di una 25ma ora?
«Bella domanda... Sì, certamente mi piacerebbe avere più tempo per dedicarmi allo studio del basso, rispetto ad altri strumenti, che non ho più potuto seguire».
CRONACA IN ROSA Una domenica tra stadio e chiesa di Erica Savazzi

Pippo Baudo, durante la trasmissione di Simona Ventura Quelli che il calcio, ha espresso pubblicamente la propria indignazione per la mancata condanna da parte di Benedetto XVI dell'uccisione dell'ispettore di Polizia Filippo Raciti, avvenuta il 2 febbraio scorso al termine del derby Catania - Palermo.
Il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha risposto alle accuse dicendo che già da sabato la Santa Sede «aveva manifestato il proprio biasimo per il gravissimo episodio». Si è poi saputo - lunedì - che il Cardinale Bertone, segretario di Stato, aveva inviato a nome di Benedetto XVI un telegramma alla famiglia Raciti, non si sa se prima o dopo la polemica di Baudo.
Nel frattempo la festa dedicata alla patrona di Catania, Sant'Agata - che secondo la devozione popolare avrebbe preferito il martirio piuttosto che concedersi - è continuata, pur se in tono minore. Impossibile fermare la processione lungo le strade della città, impossibile fermare la corsa dei devoti per conquistare i posti di prima fila in chiesa, pur sapendo che tra i giovani vestiti di bianco, come da ammissione degli altri partecipanti alle cerimonie, potevano celarsi i responsabili dei gravi fatti accaduti al Massimino.
E mentre la giornata di campionato veniva sospesa e si scatenavano polemiche sulle responsabilità dell'accaduto, il Pontefice, durante l'Angelus di domenica, preghiera che raduna in Piazza San Pietro migliaia di fedeli, non faceva cenno alla morte di Raciti, scatenando le irose dichiarazioni del Pippo Nazionale, catanese doc.
«Mi sembra assolutamente naturale - ha dichiarato Padre Federico Lombardi rispondendo alle accuse - che il Papa abbia parlato di temi importanti per la società italiana, nel giorno in cui a questi temi la chiesa italiana dedicava una giornata specifica». In particolare Benedetto XVI aveva colto l'occasione della "giornata per la vita" per parlare di aborto ed eutanasia.
Forse la vita di un poliziotto, marito e padre di famiglia, non vale quanto la vita di un embrione, per il quale si fanno discorsi e appelli ogni giorno? Proprio perché si celebrava la vita, una ferma condanna dell'omicidio Raciti e delle violenze che l'hanno causata non sarebbe stata fuori luogo. Condanna che, se non altro, è arrivata da parte dell'arcivescovo di Catania durante le celebrazioni della festa patronale.
Pippo Baudo con le sue dichiarazioni ha probabilmente espresso il pensiero di molti cattolici che, ancora una volta, hanno visto la Chiesa e il suo massimo rappresentante lontani dal sentire della gente.
E per dirlo Pippo Baudo, cattolico dichiarato, forse una parte di verità c'è.
FORMAT Veronica Maya, una "stella" in giro per il mondo di Giuseppe Bosso

Veronica Maya, conduttrice della trasmissione Stella del sud - in onda ogni sabato su Rai1 - porta anche i lettori di Telegiornaliste alla scoperta dei luoghi più suggestivi del mondo.
Veronica quest'anno ha anche condotto l'edizione dello Zecchino d'oro al fianco di Cino Tortorella e Nino Frassica.
Da due anni sei al timone di questa trasmissione dedicata ai viaggi intorno al mondo: ti senti un po' una "Indiana Jones in gonnella"?
«Perché non Calamity Jane? Scherzi a parte, per portare avanti un programma come questo ci vuole un grande spirito d’avventura e molto coraggio, e penso di avere entrambe le cose, sebbene, come potete vedere, cerchiamo di evitare i posti pericolosi. Ritengo che sia importante toccare con mano i luoghi che vengono presentati allo spettatore, proprio perché è il modo migliore in cui si possono fare queste trasmissioni dedicate ai viaggi intorno al mondo: niente è più rappresentativo dell’esperienza diretta».
Giri per tutto il mondo, tra deserti e foreste, alla scoperta di scenari lontani e suggestivi: quali sono le esperienze che più ti sono rimaste impresse?
«A parte la bellezza dei posti in sé, la cosa che più mi piace è il contatto umano, scoprire il calore degli incontri; e molte delle esperienze più belle sono legate ai bambini: riescono anche solo con uno sguardo a lasciarti qualcosa impresso. Per esempio, ti racconto una cosa che mi è capitata negli ultimi tempi in Senegal, in un villaggio dove stavano facendo un rito di iniziazione. Io ero lì per fare le riprese, e mi sono trovata coinvolta in quell’atmosfera, perché mi misero in braccio la bambina che stavano battezzando, nata da tre giorni, alla quale però non era stato ancora messo un nome. Indovina un po’ come l’hanno chiamata? Veronica! E così mi sono trovata ad avere una "figlioccia" all’improvviso... Esperienze come queste le puoi vivere solo in quelle zone dove il progresso e la mano dell’uomo non sono ancora arrivati, e tutto è ancora conservato come in passato, mentre se ti sposti verso la città, ad esempio Dakar per restare in tema di Senegal, le cose cambiano. E di molto».
Viaggiare da anni è una passione consolidata degli italiani, che però negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti con problematiche come terrorismo ed epidemie. Ti sarà capitato sicuramente di visitare questi "Paesi a rischio": quali sono le precauzioni da adottare?
«Mi ritengo coraggiosa e amante dell’avventura - come ti dicevo - ma non certo incosciente. Premetto che, comunque, sono una viaggiatrice tutelata: gli spostamenti che faccio per la trasmissione sono organizzati con la massima cura, per cui personalmente non mi sono capitate situazioni pericolose. La cosa più importante è evitare colpi di testa, avventurandosi in zone dove ci sono conflitti o contrasti religiosi. La prudenza non è mai troppa in questi casi.
A parte questo, però, in molti casi ci sono dei pregiudizi decisamente fuori luogo. Ad esempio per quanto riguarda lo Yemen, dove sono stata recentemente e dove ho girato tranquillamente per le città venendo sempre trattata cordialmente. Per molto tempo di questo Paese si è parlato tanto male, per i sequestri di nostri connazionali che hanno creato molta paura e scoraggiato dall’andarci, quando poi alla fine si è scoperto che nella maggior parte dei casi erano tutte operazioni concordate con i rapiti - che venivano trattati comunque molto bene - soltanto per attirare l’attenzione sulle problematiche della zona».
Nasci come attrice e ballerina, hai preso parte a spettacoli teatrali come Amici miei: quanto hai cercato di portare di questa tua formazione artistica nella conduzione di Stella del sud?
«Mi fa piacere che tu mi faccia questa domanda. Tengo sempre a sottolineare che quello che sono oggi lo devo soprattutto a quello che ho appreso negli anni: la danza mi ha dato rigore, disciplina, tutti principi che seguo scrupolosamente ancora oggi nel lavoro che faccio. E non solo per quanto riguarda la conduzione strettamente intesa, anche come ritmi di vita. Viaggiando tanto devo fare i conti con continui cambi di fuso orario, e perciò è importante tenere una certa regolarità di stile di vita per poter reggere questi ritmi: è proprio questo che mi hanno trasmesso anni di studio di danza e recitazione».
Ti abbiamo vista di recente nelle vesti della "fatina" dello Zecchino d'oro: come hai vissuto questa parentesi?
«E' stata un’esperienza molto bella, anzitutto perché per la prima volta ho dovuto fare i conti con la diretta e la sua immediatezza, contrariamente a quanto faccio per Stella del sud, che è registrato e quindi mi da la possibilità di correggere eventuali errori. Questa parentesi mi ha poi permesso di affrontare altre dirette, come Telethon e lo speciale di Linea verde con Vissani e Ossini. E poi, ovviamente, è un’esperienza che ricorderò per il calore dei bambini dell’Antoniano, che ti lasciano qualcosa di magico nel cuore».
Dopo il tormentone estivo legato a "Vallettopoli", credi che sia cambiato qualcosa per le ragazze che lavorano nel mondo dello spettacolo?
«Penso che sia stata una parentesi importante, perché pare essere riuscita a scuotere molte coscienze e a indurre a una maggiore attenzione nelle scelte e sulla qualità. Non so dirti se sia cambiato qualcosa, ma il problema fondamentale per chi lavora in tv è essere consapevole che il pubblico è molto vario, e riuscire ad accontentare tutti non è facile».
Viaggiare molto è conciliabile con una normale vita privata?
«Per adesso sì, soprattutto grazie alla fortuna di avere un marito molto comprensivo che accetta i miei ritmi e i miei tempi. E' una situazione che per il momento riesco a vivere bene anche perché, finché si è giovani, è giusto e importante cogliere queste occasioni, che magari ti impongono delle rinunce, ma poi col passare degli anni diventa inevitabile cercare altre strade».
ELZEVIRO Roberto Rossellini, arte e scienza dell’Umanesimo di Antonella Lombardi

«Il cinema non è il mio mestiere. Il mio è un mestiere che bisogna apprendere quotidianamente e che non si finisce mai di descrivere: è il mestiere di uomo. E che cos’è un uomo? E’ un essere eretto che si alza sulla punta dei piedi per guardare l’universo». Così Roberto Rossellini prendeva le distanze dalla sua figura di regista, rivendicando il primato dell’uomo anche nel suo cinema.
A cento anni dalla sua nascita, il regista è noto al grande pubblico soprattutto per quei film che hanno composto la cosiddetta "trilogia della guerra": Roma città aperta, Paisà, Germania anno zero. Eppure il suo cinema ha cercato di osservare e penetrare, con estremo acume e tenerezza, tutti gli uomini, dal più umile a Luigi XIV.
Un amore incondizionato e un’indole da studioso instancabile e assetato di conoscenza che lo hanno spinto a viaggiare, conoscendo anche alcuni tra i più grandi uomini del Novecento, come Ghandi, Chaplin, Allende. Da cittadino del mondo, si è interessato alle questioni politiche dell’America Latina tentando, con un progetto enciclopedico, di coinvolgere i Paesi del Terzo mondo distribuendo gratuitamente alcuni suoi film.
Adesso, in un viaggio ideale tra l’opera di Rossellini e quella dei grandi umanisti suoi maestri e ispiratori, il museo di Roma in Trastevere ospiterà, fino al 1° aprile, la mostra Roberto Rossellini. Arte e scienza dell’Umanesimo.
Un percorso che si articola in diverse sezioni che, attraverso manoscritti, sceneggiature, locandine, foto di scena, bozzetti, filmati e note di regia, vogliono ricercare un punto di continuità tra le ricerche del grande regista e quelle degli umanisti classici. Un impianto interdisciplinare che intreccia il punto di vista di Rossellini con quello dei suoi personaggi, in un dialogo ideale tra la ricerca scientifica e artistica del secolo del cinema con quella del Rinascimento di Leon Battista Alberti. Un ambiente multimediale che permetterà allo spettatore di capire come testi e universi tra loro cronologicamente distanti siano in realtà vicini per le idee espresse.
Al centro l’uomo, in un labirinto che esplora le riflessioni di Rossellini e quelle dei suoi interlocutori storici sulla scienza e l’arte. Come ha detto lo stesso regista: «E’ la debolezza umana che è commovente, non la sua forza. Nella vita moderna l’uomo ha perduto ogni sentimento eroico della vita. Bisogna restituirglielo, perché l’uomo è un eroe. La lotta quotidiana è una lotta eroica. Per poterla ritrarre, occorre partire dal basso».
Il progetto conclude il primo anno di celebrazioni del centenario della nascita di Rossellini e da maggio sarà allestito anche al museo del cinema di Torino. Completano l’esposizione una retrospettiva dedicata alle storie leggendarie dei protagonisti dell’Umanesimo raccontate da Rossellini, un ciclo di seminari sui temi e i testi che hanno composto la biblioteca ideale del regista, e una mostra del fotografo di scena Gianni Assenza, con cui Rossellini ha lavorato.
DONNE Vedove col tricolore sottobraccio di Tiziana Ambrosi

Vedove di mafia, vedove di guerra e di guerriglia, vedove della stupidità umana. Vedove di servitori dello Stato che hanno pagato la dedizione al lavoro a un prezzo altissimo.
Il 5 febbraio viene ucciso l'ispettore capo di Polizia Filippo Raciti.
Una partita di pallone finita in guerriglia urbana, probabilmente organizzata. Le agenzie di stampa battono la notizia: ucciso poliziotto, 38 anni, sposato, due figli. Ormai carta di identità, perché forse, in una sorta di immedesimazione, il pensiero corre a chi resta. Con magari anche un inconscio sospiro di sollievo, perché non è toccato a noi.
Donne forti nel loro dolore. Ne abbiamo conosciute molte nella storia del nostro Paese, ed alcune immagini, alcune persone rimangono indelebili.
Rosaria Schifani, vedova di Vito, uno degli agenti di scorta uccisi nella strage di Capaci. Dal pulpito di una chiesa gremita, sorretta dal sacerdote e con la voce rotta dal pianto, coraggiosamente disse: «Uomini della mafia, io vi perdono, però voi vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare». E, lasciando andare le lacrime, con lucidità concluse: «Ma loro non cambiano, non vogliono».
Rosa Calipari, vedova di Nicola, ammazzato a Baghdad da una sentinella americana, dopo il brillante rilascio e il recupero dell'ostaggio Giuliana Sgrena. E il grande Paese, faro della democrazia, ci insegna che i colpevoli non vanno estradati e processati. Ma questa è un'altra storia.
Rosa Calipari, che decide di incontrare la Sgrena, nonostante sia stata "causa" della morte del marito, che dispensa sorrisi malinconici e strette di mano nella camera ardente. Che fa coraggio, e sostiene i figli davanti alla bara del padre.
Le stesse immagini, solo pochi giorni fa. Marisa Raciti, vedova di Filippo, ucciso negli scontri del dopo partita a Catania. Anche lei forte nel suo dolore, con accanto i figli, l'abbiamo vista più volte lanciare appelli contro la violenza e partecipare in prima fila a manifestazioni organizzate.
Donne costrette con la forza ad affrontare da vicino quanto ci sia di peggio nella società e nel mondo. Portate a perdere nel peggior modo possibile una persona amata e a vedersi anche private della libertà e del diritto di rimanere in silenzio. Donne che trasformano il dolore nella speranza: che il mondo diventi, domani e per tutti, un mondo migliore.
TELEGIORNALISTI Dario Maltese: una passione innata di Nicola Pistoia

Dario Maltese è nato ad Erice, in provincia di Trapani, il 13 febbraio del 1977, ed è giornalista professionista dal 2003. Dopo aver conseguito la laurea in Scienze Politiche presso la LUISS di Roma, nel 2000, ha iniziato a collaborare con Uomini e affari, società per la fornitura dei contenuti dei siti Mediasetonline e Tgcom.
Ha condotto il Tg Fin, striscia quotidiana dedicata al mondo dell’economia e della finanza in onda in seconda serata su Rete4. Ha collaborato con il mensile Capital e con il settimanale A. Nel 2003 ha vinto il Premio internazionale Ischia di giornalismo come “Miglior giornalista under 35” nella categoria “Testate online”. Dal maggio 2006 è vice caposervizio presso la redazione esteri del Tg5.
Come e quando è nata questa passione per il giornalismo?
«Sin dai tempi della scuola ho sempre avuto un forte interesse per il mondo della comunicazione, in particolare per la comunicazione televisiva. E il giornalismo è una forma di comunicazione affascinante perchè permette di raccontare i fatti attraverso il filtro della propria personalità , sensibilità e stile senza per questo cadere nel rischio di un'informazione parziale.
Sei uno degli ultimi arrivati al Tg5: è stato difficile ambientarsi in una redazione già ben collaudata ed affiatata?
«In realtà sono al Tg5 da quasi due anni, non è tantissimo tempo ma neanche così poco! Ho cominciato nella redazione politica e adesso invece sono nella redazione esteri. Nel mezzo c'è stata un'esperienza di nove mesi a Verissimo quando era ancora un rotocalco del Tg5. Vi sono arrivato in un anno particolare, di transizione, perché Cristina Parodi era tornata alla conduzione del tg delle 20.00 e al suo posto sono subentrati Giuseppe Brindisi e Benedetta Corbi - e poi a stagione in corso è arrivata Paola Perego. Personalmente l'ho vissuto come una bellissima esperienza sia dal punto di vista professionale che umano. E lo stesso sta accadendo al Tg5, sicuramente una redazione ben collaudata dove credo e spero di essermi inserito bene».
Cosa avresti fatto se non avessi scelto la strada del giornalismo?
«Sicuramente sarei rimasto nell'ambito dei media e della comunicazione. Sono contento di avere questa passione e soprattutto di avere avuto la possibilità di esercitarla e coltivarla».
Se avessi la possibilità di decidere, in quale ambito sceglieresti di lavorare tra politica, sport, economia, cronaca, spettacolo? E credi sia importante che un giornalista si "specializzi" in un settore?
«Mi piace molto ciò di cui mi sto occupando in questo momento, gli esteri, anche perché credo che ormai sia necessario avere una visione delle cose globale, non circoscritta ai confini nazionali. E' importante anche che un giornalista trovi un suo settore e una sua collocazione, ma bisogna pure essere in grado di passare dal caso di cronaca nera alla notizia più leggera: bisogna avere una certa elasticità».
Cosa pensi dei tantissimi tuoi colleghi che, partiti dai tg, poi hanno intrapreso strade diverse, come quella dello spettacolo?
«Sinceramente non me la sento di criticarli perché le carriere individuali possono evolversi e prendere strade diverse, l'importante è seguire ed assecondare le proprie inclinazioni. Comunque accetto di più un giornalista che passa all'intrattenimento, purché questo non leda la sua credibilità, piuttosto che un giornalista che si dia alla politica: lo ritengo un passo irreversibile e che può gettare una macchia sulla propria buona fede nella precedente carriera giornalistica».
Sei molto giovane: cosa consiglieresti a tutti quei ragazzi che come te hanno voglia di intraprendere questo difficile percorso del giornalismo?
«Per prima cosa individuare l'obiettivo che si vuole raggiungere e averlo ben chiaro. Imparare benissimo almeno una lingua straniera, l'inglese. Mettere in pratica la politica del passo dopo passo: partire anche da realtà piccole, locali, purché queste siano esperienze che servono a crescere e formarsi. Prima o poi la grande occasione capita: bisogna farsi trovare pronti».
OLIMPIA Voci dentro lo stadio di Mario Basile

Sono passate più di due settimane dai tragici fatti di Catania. Abbiamo assistito alle manovre del governo per frenare l’emergenza violenza, l’emergenza ultras.
Ma chi sono questi ultras? Questa settimana, dopo l'intervista a un collega dell'ispettore Raciti, Telegiornaliste ha incontrato uno di loro.
In molti usano il termine ultras senza sapere veramente di chi si sta parlando. Chi è davvero un ultrà?
«L’ultrà è il tifoso vero. Quello che soffre ed è vicino sempre e comunque alla sua squadra. La sostiene allo stadio, in casa e in trasferta, a volte sacrificando molto della sua vita privata. Senso di appartenenza e fedeltà alla maglia: questi sono i valori fondamentali di un ultrà».
Spesso gli ultras vengono considerati veri e propri disagiati sociali. I fatti invece sembrano dimostrare il contrario: in curva si trovano persone di diversa estrazione sociale…
«Assolutamente sì. In curva c’è di tutto».
Ma ultrà è sinonimo di violenza?
«No, chi lo pensa non ha capito nulla. Certo è innegabile che talvolta uno scontro ci possa stare».
Perché spesso ci sono incidenti con le forze dell’ordine? Anni fa ci si scontrava tra tifoserie, ora pare che il nemico sia solo chi indossa la divisa…
«Perché esiste una situazione di tensione generata dalle forze dell'ordine stesse. La polizia è prevenuta contro l'ultrà e lo Stato crea una situazione di repressione: l'ultrà va condannato a prescindere e la polizia è il tramite per porre in essere la condanna. Per preservare la passione comune che va oltre le tifoserie ci si coalizza contro le forze dell'ordine. Per difendere l’esistenza dei gruppi».
E’ possibile che alcuni gruppi ricattino le società per ottenere agevolazioni?
«E' possibile, ma non ne sono a conoscenza. D'altronde le mele marce esistono ovunque, non è questo il rapporto tra ultras e società. Chi lo fa tradisce i proprio colori. Gli uomini vanno, i colori restano».
Che idea ti sei fatto degli scontri di Catania? Che ne pensi dei provvedimenti presi dallo Stato e dal mondo del calcio?
«Che i media nascondano la realtà. Chi sono gli assassini di Raciti? Ultras? Non credo. Teppisti o ragazzini esaltati. Per di più di una città con forti problemi mafiosi e delinquenziali. Mica tutte le curve sono politicizzate, come a Roma sponda Lazio e Livorno, mica tutte sono dominate da gruppi mafiosi. E questo è stato utilizzato per andare contro una volta di più a chi popola le curve, generalizzando. Senza ricordare che i morti in curva sono decine, quelli tra le forze dell'ordine uno in trent'anni. Ma il tifoso non è pianto da nessuno. E' un cretino, uno spostato, un ultras. Per i poliziotti non è così».
Cosa rispondi a chi pensa che si risolva tutto sciogliendo i gruppi ultras?
«Che non conosce il calcio né il tifo organizzato. Che non ha mai visto una partita in vista sua, non ha né tifo né passione. E viene fuori solo ora, quando è bello e comodo scandalizzarsi. Non appena questa storia sarà finita, si tornerà a parlare di Cogne e della strage di Erba».
Come si elimina il problema violenza negli stadi? La legge Pisanu è veramente utile?
«No alle limitazioni su striscioni e quant'altro. Non fanno male, è un modo per esprimersi. Per il resto concordo che petardi e quant'altro vadano estirpati dallo stadio, concordo sui biglietti nominali e tutto. Però non si possono troncare le gambe all'ultrà pulito».
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