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Telegiornaliste anno III N. 9 (87) del 5 marzo 2007


MONITOR Donatella Bianchi, la signora del mare di Giuseppe Bosso

Questa settimana, Telegiornaliste incontra Donatella Bianchi, conduttrice di Linea Blu, molto apprezzata dai nostri lettori.
Da anni ormai il pubblico la riconosce come "la signora del mare" in tv; è soddisfatta dei risultati ottenuti?
«Sì. Credo che negli ultimi anni abbiamo conosciuto una costante crescita. Trasmissioni come la nostra sensibilizzano notevolmente il pubblico per l’evidente interesse che l’argomento mare riscuote. Il mondo delle comunicazioni è sensibile alla tematica e ciò facilita la divulgazione del nostro messaggio; da sempre il mare è non solo una risorsa economica per il nostro Paese, ma soprattutto il contatto con i nostri “vicini” del Mediterraneo; e ultimamente, come il futuro dimostrerà, un’attrattiva che è testimoniata dalla crescente urbanizzazione delle zone costiere».
Come si trova a dover gestire una trasmissione che va in onda solo nei mesi estivi?
«Rispettiamo le scelte aziendali, ma al tempo stesso le subiamo. Dipendesse da me e dai miei collaboratori staremmo sempre lì, tutte le settimane su Rai1; è troppo facile parlare del mare nella stagione calda, mentre sarebbe importante conoscerne anche quegli aspetti non legati al periodo di grossa affluenza turistica».
Quali sono i posti che più l’hanno colpita e le situazioni più particolari in cui si è trovata?
«Professionalmente sono interessata soprattutto alla scoperta del “Mare nostrum”, cioè delle coste del Mediterraneo, crocevia di sviluppi per il futuro, in particolare alla scoperta delle tradizioni di popoli non molto conosciuti, come i maltesi e i tunisini, quelli che mi hanno colpita di più. Da un punto di vista personale, invece, posti molto lontani, dove ancora non si è vista, almeno in parte, la mano dell’uomo, ad esempio l’arcipelago della Galapagos, l’arcipelago di Capo Verde, un posto che consiglio vivamente di visitare per vivere un’esperienza fantastica».
Di recente è stata testimonial del “1530”, numero blu della Guardia Costiera: ritiene importante trattare in maniera doverosa il tema della sicurezza nelle acque?
«Sì, il tema necessita di una centralità che nel nostro programma trova sicuramente meglio che altrove; credo che sia importante cominciare dalle piccole cose, non necessariamente sotto forma di sanzioni da prevedere, ma piuttosto come rischi da prevenire. Non dimenticherò mai una cosa che vidi in Norvegia, dove alcuni bambini giocavano tranquillamente vicino alle banchine; oppure, e soprattutto, l’imprudenza con cui vengono guidate le moto d’acqua».
Continuerà ad occuparsi di queste tematiche oppure abbraccerà altre strade professionali?
«Bella domanda. Inizialmente, come saprà, mi occupavo di altri temi. Amo molto viaggiare e non temo cambiamenti, ma Linea Blu è una missione che vivo con piacere. Credo che bisogna essere se stessi per fare questo mestiere comunicativo, che volevo fare da sempre nella consapevolezza che non ha nulla a che vedere con lo spettacolo, in cui la mia figura viene messa in secondo piano rispetto alle persone che incontro. Certo, magari, se avessi avuto un fisico diverso, avrei potuto fare la top model (scoppia a ridere, ndr)».
Se i suoi figli (la prima nata dal matrimonio con Osvaldo Bevilacqua), volessero seguire le sue orme, li incoraggerebbe o magari cercherebbe di scoraggiarli?
«No, se riscontrassi in loro la stessa determinazione e lo stesso entusiasmo che avevo a dodici anni, quando iniziai a sognare di fare la giornalista. Sarei felicissima, in quel caso, ma al tempo stesso cercherei anche di metterli in guardia dagli svantaggi e dai rischi che comporta un mestiere comunque privilegiato e affascinante come questo». 
MONITOR Carola Carulli, la verità di Nicola Pistoia

«Il giornalismo non è in crisi: sono in crisi le idee. Nessuno ha più il coraggio di inventarne di nuove». Così Carola Carulli, giornalista in forza alla redazione Spettacoli del Tg1, racconta il mondo dell'informazione di oggi a Telegiornaliste.
«Si segue "il sistema", come a Napoli», continua Carola. «E' così che gli articoli e i servizi diventano omologati a se stessi, se non addirittura guidati da mani più grandi di noi. Il giornalismo alla Terzani o alla Fallaci, che adoro, non esiste più, perchè non ci sono più persone libere. Credo che non ci sia modo di sfuggire al sistema, e chi lo sa meglio di me che lavoro in Rai, massima espressione di un sistema assurdo fatto di tante cose sbagliate. In primis la situazione dei precari, discorso troppo spinoso da affrontare in poche parole. Io vado avanti - prosegue Carola - perché ci credo, perché credo che il nostro compito debba continuare ad essere quello di far vedere alla gente da un buco della serratura, quello di descrivere ciò che loro non possono vedere e raccontarglielo senza remore né limiti».
«I veri e bravi giornalisti ad un certo punto si staccano - vedi Fallaci, Terzani, Kapuscinski, Biagi, Saviano e tanti altri - e volano da soli. Solo allora sono privi di filtri, e solo allora dicono la verità».
Questa è l'aspirazione di Carola Carulli: «Non aspiro al potere o a diventare direttore di un giornale, troppi compromessi, quello è un lavoro da manager e non ha niente a che fare con il giornalismo. Mi basterebbe sapere che qualcuno trovi un foglio scritto dove narro una storia, magari di un bambino africano morto di aids. Forse questa persona la farebbe leggere a tante altre e diventerebbe un fatto di cronaca. Il giornalista deve far conoscere al mondo il mondo stesso. Non dando solo una notizia, di flash siamo pieni, ma descrivendone i punti oscuri».
Carola, come e quando è nata questa passione per il giornalismo?
«Da piccolissima direi: Da grande voglio fare la giornalaia, dicevo ad un padre basito. Inconsapevole ancora della differenza tra giornalaia e giornalista - avevo quattro anni - non facevo che ripetere questo. Portavo a casa mille riviste, come il mitico Corriere dei piccoli. Non sapevo leggere, ma cercavo di capire attraverso le fotografie e i disegni. Già intuivo la forza dell'immagine senza il supporto delle parole.
Da grande ho capito. Ho iniziato a scrivere e a descrivere le cose che vedevo, le persone che incontravo e quello che succedeva nei vicoli di casa mia. Vivevo e vivo tuttora nel centro di una città come Roma, che somiglia ad un piccolo paese dove tutti sanno di tutto e dove anche un barbone diventa un personaggio da descrivere. Una volta scrissi un racconto e lo mandai ad un giornale. Non vinsi niente, ma capii allora che volevo scrivere. Era vitale esprimermi attraverso le parole. Niente poesie però, racconti e pensieri».
E in particolare quella per lo spettacolo?
«La passione per lo spettacolo è stata una conseguenza. I miei genitori da piccola mi prendevano sulle gambe e invece di cantarmi le solite ninna nanne mi cantavano l'Otello, la Boheme, e mi recitavano poesie. E invece delle favole mi leggevano i racconti di Zola e di Verga. Insomma la passione per l'arte in genere me l'hanno trasmessa loro. La prima volta che andai a teatro fu a vedere Sei personaggi in cerca d'autore: ero estasiata. Il palco, i costumi, gli attori, tutto era sogno e lì è cominciata...».
Non hai mai pensato, magari nei momenti difficili, di aver fatto la scelta sbagliata, facendo questo lavoro?
«Ci sono stati momenti difficilissimi. A 24 anni diventai professionista e avevo i miei bei sogni da realizzare. Paradossalmente nessuno mi dava da lavorare nonostante l'agognata conquista del tesserino bordeaux. Ma avevo cominciato a 18 anni, e sapevo che non era facile. Credevo nel giornalismo raccontato senza filtri, raccontato fuori dalle redazioni fumose dove tutto esce uguale e privo di personalità. Credevo che il giornalista facesse solo l'inviato, e non un frullatore di pezzi riciclati da "Anse" e quotidiani.
Mi resi conto che esisteva anche questo e mi ribellai. Facevo la gavetta e non potevo pretendere di uscire subito e criticare uno spettacolo o indagare su un fatto di cronaca. Mi misi da parte ad osservare quei giochi, ma poi capii che comunque dovevo imparare a fare anche i lavori di ufficio, come stampare un'Ansa e farne un pezzo. L'ho fatto. Ma poi ho sempre scritto quello che volevo e qualcuno ha creduto in me. Per prima la mia famiglia che mi ha sempre appoggiato, nonostante avrei potuto avere un bel posto caldo in banca o in un ministero. Sarei morta e loro lo hanno capito».
Si sa la professione di giornalista è molto impegnativa: come riesci a conciliare lavoro e famiglia?
«Chi fa il giornalista sa che non ha orari. E’ un po' come il medico: se c'è un'emergenza bisogna correre. Ma bisogna darsi dei limiti, sempre, altrimenti ti risucchiano e come un vortice vieni schiacciato. Non ho ancora figli ma so che non toglierei mai a loro troppo tempo. Ci sono stati un paio di anni in cui lavoravo come una matta, e ho trascurato me stessa prima di tutto, e poi gli altri.
Una sera, tornata a mezzanotte stanchissima, dopo aver preso due aerei in un giorno e scritto centinaia di parole, precaria senza alcuna copertura, andai a letto senza dare da mangiare al mio cane. Mi svegliò in piena notte piangendo, indicando con il muso la sua ciotola vuota. Lì ho capito che non era giusto e ho messo un punto. Ci deve essere sempre uno strappo forte per capire le cose. E quello lo è stato per me: avevo dimenticato di fare una cosa automatica da anni ormai, come lavarsi i denti. Ero esaurita. Oggi non lo farei più. Non vivo per lavorare. Vivo per scrivere. Questa credo sia la vera passione».
Come è nata l'idea di voler introdurre, nel tg del mattino, le rubriche di cultura e spettacolo?
«L'idea è nata un paio di anni fa. Il mio caporedattore, Maria Rosaria Gianni, persona splendida, propose a Clemente Mimun di creare un vero servizio pubblico. Con informazioni, certo, su spettacoli vari ma anche con consigli di cosa vedere e perché. Furono subito un successo. La lotta fu durissima per lei: tutti i colleghi volevano diventare i responsabili di almeno una delle rubriche, eppure sono rimaste tutte compito della sola redazione cultura. Una conquista».
Un consiglio a chi vorrebbe diventare giornalista.
«Un consiglio? Leggere tanto, tantissimo, i libri sono la mia vita, mi hanno insegnato tutto e pure a scrivere. E crederci, avere tanto coraggio e fregarsene dei “si dice che...”.
Oggi ci sono molte possibilità di fare giornalismo anche sul web. Provare da lì. E’ una piccola parola ma ha milioni di finestre e quindi di possibilità».
CRONACA IN ROSA Severino Di Giovanni: l'italiano che amò l'America
dalla nostra corrispondente Silvia Garnero

BUENOS AIRES - Non voglio ingannare i lettori. Non voglio scrivere né invitare a letture su “cuori ardenti” e “balconi fioriti”, su quelli che spesso sono usati per appendere lenzuola lavate di recente con lacrime di tradimento. Tanto meno, però, possono passare inosservate le storie che dimostrano che l'amore esiste, eccome, sebbene in questi giorni tutto si riduce a spargere e consumare un amore dolciastro e borghese, espresso sotto forma di regali materiali.
Se a molti apparirà discutibile ricordare le vicende di un anarchico italiano, è però indubitabile che la sua storia d'amore ha trasceso il tempo e le frontiere, poiché si è diffusa, come anche la sua vita, in Italia e in tutta l'America Latina con grande interesse da parte del giornalismo e della letteratura.
Torno all'amore e senz'altro credo che non sempre questo è compreso al di sopra delle convenzioni, i momenti, le collocazioni geografiche o le diversità, di qualunque tipo. Comunque, in questa storia ho una gran passione in comune: la lotta per la giustizia attraverso l'Anarchia, che tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX si diffuse in Argentina tramite alcuni europei esiliati dalle loro dittature, come nel caso di Severino Di Giovanni, che giunse fuggendo dall'Italia di Mussolini.
Di Giovanni era arrivato in America con la prima moglie, Teresa Mascullo, e tre figli. A forza di calpestare terra Argentina, però, e ad appena 24 anni, s'innamorò perdutamente di América Scarfò, di 15 anni, che apparteneva ad una famiglia cattolica della locale classe media. Il che non le impedì di innamorarsi dell'italiano e delle sue idee rivoluzionarie.
Recentemente, nel 1999, il governo argentino ha divulgato le lettere dell'italiano, che erano state confiscate dalla polizia, e le ha dedicate ad America Scarfò nel Museo di questa istituzione, in un atto che tutti i media considerarono come una rivendicazione e su cui ella stessa si espresse con emozione: storici, curiosi, politici e confiscatori hanno conosciuto questi testi prima della loro stessa destinataria.
Secondo Osvaldo Bayer, autore del libro Severino Di Giovanni, l'idealista della violenza, «le lettere parlavano di un amore che potremo qualificare puro, profondo, senza quasi alcun riferimento di tipo carnale o sensuale, dato che per le sue idee, sentiva un profondo rispetto per il genere femminile».
In un altro libro, scritto dalla giornalista Maria Luisa Magagnoli, Un caffè molto dolce, che narra la vita della Scarfò, il primo dialogo tra il rivoluzionario e il suo amore adolescente avvenne nel giardini della sua casa: «Come stanno le begonie?», chiese Di Giovanni. «Sono tristi», rispose lei.
Come già si sa, e non è nello spirito di questa nota rimarcarlo, Di Giovanni fu fucilato per ordine dell'allora presidente (di fatto) José Felix Uriburu in un penitenziario politico che funzionava dove oggi si trova l'attuale Plaza de Las Heras, il 1° Febbraio del 1931, accusato per le sue attività anarchiche svolte in Argentina, tra le quali risultano alcuni attentati come quelli alla Citibank, al Consolato italiano e alla cattedrale di Buenos Aires.
Dal repertorio di lettere d'amore che è stato pubblicato attraverso diversi media e nello stesso libro di Bayer, noialtri abbiamo estratto due frasi che a nostro parere sintetizzano la profondità di quell'amore ribelle:
«Ti dissi, in quel caloroso abbraccio, quanto ti amavo, e ora voglio dirti quanto ti amerò».
«Conosco l'angelo celeste che mi accompagna in ogni ora allegra o triste di questa mia vita d'intruso e di ribelle».
Prima di giustiziarlo, i militari gli permisero di vedere América (era anche lei detenuta) e di scriverle quella che sarebbe stata la sua ultima lettera d'amore:
«Carissima, più che attraverso la penna, il mio testamento ideale è germogliato dal cuore oggi, quando conversavo con Te: le mie cose, i miei ideali. Bacia mio figlio e le mie figlie. Sii felice. Addio unica dolcezza della mia povera vita. Molti baci. Pensami sempre, Tuo Severino».
Scegliamo questa storia d'amore per celebrare o ricordare la festa in cui coloro che sono innamorati - e non solo - e si regalano l'illusione dell'amore, che a volte è reale e dura tutta la vita, come in questo caso.
«Prima di morire, voglio tenere le lettere d'amore e stringerle al mio petto», disse a Bayer América Scarfò, prima di riceverle, con i suoi 86 anni ben portati. Sicuramente le lesse fino all'anno scorso, quando nel mese d'agosto morì, a 93 anni.
Parafrasando Severino Di Giovanni, mi chiedo, pochi giorni dopo San Valentino: come stanno le begonie, lettori?
FORMAT Casa Mediashopping, sit-com televendita di Giuseppe Bosso

Era il 2001 quando sui teleschermi italiani approdò Home Shopping Europe, nato dalle ceneri di Rete Mia: una grande emittente dedicata 24 ore su 24 alle televendite, che negli anni si è trasformata prima in Canale D e poi in MediaShopping. Novità importante per i nostri palinsesti, nei quali da anni le telepromozioni costituivano un vero e proprio fenomeno di costume che aveva contribuito a creare dei veri e propri personaggi, dai celeberrimi Vanna Marchi e Roberto Baffo fino a Cesare Ragazzi e Giorgio Mastrota.
L’esperimento ad oggi si può dire riuscito, anche con il passaggio al digitale terrestre: proprio negli anni in cui il fenomeno televendita attraversa una fase travagliata - vuoi per le difficoltà legislative a individuare una disciplina ordinata, vuoi per i fin troppo noti guai giudiziari che hanno coinvolto alcuni dei suoi maggiori esponenti - Mediashopping è riuscito progressivamente ad imporsi per lo stile innovativo con cui vengono presentati i prodotti.
Buona parte del successo è dovuta alla simpatia e alla professionalità dei conduttori, ormai volti noti al pari degli altri “big” del piccolo schermo, dalle sensuali Veronica Cannizzaro e Loredana Di Cicco, ai veraci Andrea Spina e Nino Graziano, fino alla statuaria Jill Cooper, la più famosa body builder televisiva.
Conduttori che, da quest’anno, sono protagonisti di una simpatica novità che in poco più di un mese di programmazione ha già riscontrato ampi consensi: Casa Media Shopping, la prima, originale, sit-com che, tra una risata e l’altra, propone allo spettatore le ultime offerte del canale. Così una discussione tra marito e moglie può diventare l’occasione per visionare un nuovo elettrodomestico, una chiacchierata tra due amiche davanti allo specchio è l'occasione per scoprire le ultime novità del make-up, un litigio tra fidanzati può essere risolto attraverso un gioiello, e via dicendo.
Trasmesso tutte le mattine su Rete4 e replicato sul digitale terrestre, Casa Media Shopping si ispira ai successi del genere sit-com come Casa Vianello, e si avvale proprio di autori specializzati come Giorgio Vignali (in passato attore comico di successo), Gianluca Dell’Atti e Federico Centofanti, abili nello sviluppare trame intrecciate all’interno di un contesto domestico in modo che lo spettatore, oltre a divertirsi, abbia anche un consiglio, si spera valido, su come orientare i propri acquisti.
ELZEVIRO Dentro il carcere italiano di Antonella Lombardi

Vivere dentro il carcere. Inventarsi ogni giorno una “nuovaora d’aria, tra attività culturali e sportive, magari pregando, lavorando o parlando con i propri familiari durante i colloqui previsti.
La quotidianità dei detenuti da Nord a Sud Italia è ora raccontata in settantacinque scatti realizzati dal 2001 ad oggi da Mauro D’Agati per la mostra Dentro il carcere italiano.
Ad essere riprese le scene di vita dei reclusi, all'interno delle celle e durante l'ora d'aria di dodici case circondariali, quattro manicomi criminali e un istituto penale minorile. Le fotografie sono state infatti scattate, fra le altre, nelle carceri di Milano, Pisa, Roma, Napoli, Porto Azzurro, Castiglione delle Stiviere.
Una sezione della mostra è dedicata agli ospedali psichiatrici giudiziari, mentre un ulteriore spazio è riservato alle immagini realizzate nel 2007 all’interno dell’istituto di pena "Luigi Daga" di Laureana di Borrello. A completare il racconto complesso e variegato della vita nelle carceri italiane, un volume fotografico.
La mostra, curata dall’associazione Architectural Noise e patrocinata dalla Provincia regionale di Palermo, si tiene nel capoluogo siciliano fino al 16 marzo allo “Spazio B quadro” di via XII gennaio, 2.
L’autore Mauro D'Agati ha trattato in altre sue esposizioni i temi del nomadismo, del circo, della prostituzione, ma anche della musica jazz. Collabora con i settimanali italiani D, Il Venerdì di Repubblica e altre testate italiane e estere.
Dal 2002 è membro dell’agenzia tedesca Focus. Nel 2001 ha scritto anche un libro, Detenuti.
Dall’introduzione, scritta da Adriano Sofri, citiamo un passaggio sul rapporto tra carcere e fotografia: «Delle foto dei detenuti che mi è capitato di vedere fanno impressione soprattutto i tentativi di sorridere (…). Non pensate che i detenuti siano vanitosi, non più di voi comunque. Oltretutto in galera non ci sono specchi: c’è bensì uno specchietto di non so quale materiale, che più che a specchiarsi serve a non tagliarsi le vene, ed è piuttosto opaco di suo, e spesso deformante in modo più o meno lusinghiero, sicché quando uno esce dopo qualche anno alla prima vetrina scopre di essere diventato un’altra persona. Secondo il dettato costituzionale».
DONNE Un Nobel alla Presidenza di Tiziana Ambrosi

Dopo il Nobel per la Pace, ottenuto nel 1992 «in riconoscimento dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la riconciliazione etno - culturale basata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene», Rigoberta Menchù si prepara ad una nuova sfida: si è infatti candidata alle prossime elezioni presidenziali del Guatemala, previste per il 9 settembre.
Una faccia rotonda, sempre aperta al sorriso, rassicurante ma con alle spalle una giovinezza fatta di sofferenza e fatica. La sua infanzia è macchiata dalla guerra civile che sconvolse il Guatemala per 36 anni, dal 1960 al 1996. Di etnia Maya Quiché, Rigoberta nel 1981 fu costretta all'esilio, per sfuggire agli abusi e alla sistematica violazione dei diritti umani perpetrata dai militari nei confronti della popolazione indigena.
La sua esperienza è stata raccolta in un libro pubblicato nel 1987, Mi chiamo Rigoberta Menchú. I detrattori sostengono che il libro sia infarcito di fatti inventati o non veri, i sostenitori, di contro, che le eventuali fantasie rimangono sullo sfondo rispetto all'importanza che lo scritto assume nella denuncia della soppressione della popolazione indio guatemalteca.
«Non siamo miti del passato - così affermava il premio Nobel - né rovine nella giungla o zoo. Siamo persone e vogliamo essere rispettati, e non essere vittime di intolleranza e razzismo».
Attivista per la difesa delle vittime della guerra, nei primi anni '90 partecipò alla stesura di una dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni indigene. In prima linea anche in campo giudiziario, quando nel 1999 cercò, senza esito, di portare in tribunale il dittatore candidato presidente Efraín Ríos Montt, per crimini commessi contro cittadini spagnoli e genocidio della popolazione indigena.
In una relativa stabilità politica, la Menchù ha annunciato la sua candidatura. C'è ancora molto lavoro da fare per presentare un progetto politico, comunque mirato alla difesa delle fasce più deboli, e per allargare la base del consenso. Se dovesse vincere, Rigoberta sarebbe la prima donna indigena a guidare il Guatemala.
Una prospettiva che seguirebbe di poco l'elezione di Michelle Bachelet alla guida del Cile. Perdonateci la parzialità, ma la nostra speranza è che il mondo politico spalanchi sempre più di frequente le porte alle donne.
TELEGIORNALISTI Ciao, Giorgio di Silvia Grassetti

«Con Giorgio Tosatti non scompare soltanto un grande giornalista sportivo, tra i più competenti e autorevoli: il calcio perde un amico sincero, intelligente e schietto nella critica, interprete generoso e appassionato delle vicende degli ultimi 50 anni»: così il commissario straordinario della Federcalcio, Luca Pancalli, e così Telegiornaliste si unisce al cordoglio per la morte di uno dei pochi, veri, amici del calcio e dello sport.
Nato il 18 dicembre 1937 a Genova, Giorgio Tosatti è stato per anni direttore del Corriere dello Sport – Stadio. Figlio di Renato, giornalista deceduto nella sciagura aerea di Superga del 1949, Tosatti, ex presidente dell'Ussi (Unione Stampa Sportiva Italiana), è noto al pubblico televisivo come opinionista in vari programmi sportivi del piccolo schermo, sia sulle reti Rai che Mediaset.
Lo scorso 11 ottobre, Tosatti si era sottoposto a un trapianto di cuore, ma nell’ultimo periodo alcune complicazioni avevano costretto il popolare giornalista a un nuovo ricovero ospedaliero.
Benché coinvolto nelle polemiche seguite allo scandalo di Calciopoli, sulla base di alcune intercettazioni telefoniche poi non ritenute atti illeciti dalla magistratura, Giorgio Tosatti è stato una voce autorevole del giornalismo e dello sport italiani, ancora più poveri, ormai, dopo la recente scomparsa di un’altra voce importante, quella di Alberto D’Aguanno, scomparso il dicembre scorso.
OLIMPIA L’Italia del rugby di Mario Basile

«Chissà se ne vinceremo almeno una». Eccolo qui, l’augurio travestito da dilemma che i tifosi italiani del rugby si facevano pensando al Sei Nazioni. Già, il Sei Nazioni: la competizione principe dello sport della palla ovale. Un olimpo a cui i nostri azzurri sono approdati nel 2000, portando le squadre da cinque a sei.
In sette edizioni, l’Italia ha pagato lo scotto di dover affrontare squadre superiori e dalla grande tradizione rugbistica quali Inghilterra, Galles, Scozia, Francia e Irlanda. Traduzione: dal 2000 quattro cucchiai di legno – vale a dire ultimo posto in classifica, tante sconfitte, e tre vittorie tutte casalinghe. Fino al Sei Nazioni 2007. Fino a sabato scorso, quando i nostri azzurri guidati da Lo Cicero e Troncon hanno sbancato Murrayfield, tempio della nazionale scozzese.
Vittoria storica, la prima in trasferta, ma soprattutto netta: 17-37. Tre mete in sei minuti. Solo i mitici All Blacks hanno fatto meglio. Scozia annichilita. A fine gara, trionfo e meritato giro di campo per festeggiare insieme ai seimila tifosi venuti dall’Italia.
Sì, perché il rugby sta facendo breccia nel cuore degli italiani. Lo testimonia l’ottimo dato di ascolto della partita: oltre un milione di spettatori e share del 9,77%. Musica per le orecchie di La7, che ha trasmesso il match in diretta. L’avreste mai detto? L’Italia, paese di poeti, santi, navigatori e… ”calciofili”, che si appassiona al rugby: da sempre considerato dai più variante brutale e meno riuscita dell’amato pallone.
Riusciranno i nostri eroi rugbisti a scalzare gli idoli pallonari dal cuore delle masse? Improbabile, se non impossibile: il calcio è parte integrante della cultura italiana. Ma è anche vero che si sta affossando con le sue mani tra violenza, intrighi e business all’ennesima potenza. E allora spazio al rugby. Al coraggio e alla lealtà di questi atleti che, dopo essersene date di santa ragione, a fine gara scarichi delle tensioni festeggiano insieme nel famoso “terzo tempo”. Spazio allo spettacolo sicuro in un luogo aperto senza tornelli obbligatori e biglietti nominali.
Al ritorno in patria, gli azzurri sono stati accolti da una folla in delirio. Anche il mondo politico non ha fatto mancare gli elogi alla truppa del CT Berbizier. Si godano il momento questi ragazzi.
L’Italia purtroppo sa anche dimenticare in fretta. Ne sanno qualcosa il curling e la vela, sedotti e abbandonati dagli sportivi italiani. Il rugby non merita il dimenticatoio. Non lo meritano questi ragazzi. Non lo merita la loro voglia di vincere.
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