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Telegiornaliste anno III N. 16 (94) del 23 aprile 2007


MONITOR Milena Minutoli, una mamma inviata di Giuseppe Bosso

Questa settimana Telegiornaliste ha incontrato Milena Minutoli, telegiornalista in forza alla redazione di Rai2.
Milena, nella tua carriera hai spaziato tra un giornalismo di informazione e uno di intrattenimento: in quale hai espresso meglio la tua professionalità?
«Si tratta di due ambiti molto diversi. Io, che in questi anni mi sono dedicata maggiormente all’intrattenimento, non escludo certo che un domani potrei ritornare a fare trasmissioni di approfondimento, ma tutto sommato anche quello che sto facendo oggi mi permette di essere giornalista a 360 gradi, trattandosi di una tv che va fatta in modo garbato ed elegante».
Hai collaborato con personaggi come Minoli, Giletti, Cucuzza, Bevilacqua e Di Pietro: cos'hai imparato da loro e a chi senti di dover maggiormente ringraziare?
«Posso dire di avere preso delle buone “pillole” da ciascuno di questi personaggi; di Minoli, in quanto primo “gigante del piccolo schermo” con cui ho avuto modo di lavorare, conservo un ricordo molto forte. Anche Carlo Freccero ha contribuito molto alla mia crescita professionale: è stato lui che mi ha fatto condurre La vita in diretta quando andò via Danila Bonito. Una prova di grande fiducia, soprattutto per me che allora ero davvero giovanissima!
Ma oltre a loro non posso certo dimenticare la persona a cui in questo momento sono maggiormente legata, che per me è un vero caposaldo, e cioè Michele Guardì».
Tempo fa, durante la trasmissione di Monica Setta Donne allo specchio, hai parlato delle difficoltà degli inizi, non solo come principiante ma anche come donna: nel giornalismo esistono ancora discriminazioni tra i sessi?
«Per poter far bene questo lavoro non bisogna mai mollare, avere dei crolli, e purtroppo non posso dire di assistere ancora ad una vera e propria parità di trattamento; per noi donne giornaliste mettere su famiglia è un vero e proprio lusso, obbligandoci non di rado a dover fare delle scelte molto sofferte».
Finora in tv hai ricoperto quasi sempre il ruolo di inviata, a parte la conduzione di La vita in diretta: vedremo un giorno Milena Minutoli condurre un programma tutto suo?
«Si è trattata di un’esperienza breve ma intensa. Certo, se mi si prospettasse un programma nuovo, perché no? Mai dire mai. Comunque, al momento sono molto soddisfatta di quello che sto facendo ora come inviata, è una cosa che mi diverte tanto».
Sei sposata, hai due figlie e fai un lavoro che ti porta molto spesso in viaggio: come ci riesci?
«Come ti ho detto prima, è molto difficile per una donna conciliare un lavoro impegnativo come questo e le esigenze di vita familiare. Ci vuole molta tenacia e molta determinazione. Io, per fortuna, sono riuscita a trovare un punto d’incontro con la mia famiglia, che mi è sempre al seguito durante i week-end. Non riuscirei proprio a stare lontana dalle mie bambine… E, perché no, da mio marito!».
MONITOR Valentina Boracchia, una voce fresca dalla Riviera di Silvia Grassetti

Nata nel 1977, laureanda in Psicologia all'Università di Parma, Valentina Boracchia è iscritta all'Albo dei Giornalisti della Liguria dal 2003. Tra il 2000 e il 2003 ha lavorato per le agenzie Adn - Kronos e ANSA. Dal 2002 al 2005 ha collaborato con La Gazzetta di Parma. Dal 2000 scrive per Il Secolo XIX. Dal 2001 è conduttrice e redattrice presso TeleLiguriaSud.
Valentina, come hai iniziato?
«Le cronache dell’epoca raccontano che già nel lontano 1985, all’età di otto anni, utilizzassi la cornice di un quadro per annunciare le news familiari ai parenti simulando una diretta televisiva…
La professione vera è iniziata per caso nel 2001, ed è stato subito “colpo di fulmine”. Allora pensavo soltanto a concludere gli studi universitari per poi specializzarmi in Psicologia del Lavoro e magari approdare in qualche grande azienda nel settore delle risorse umane».
E invece?
«Eccomi qui: a dividermi tra tv e carta stampata ormai da più di cinque anni. E non me ne sono pentita: grazie a questa esperienza nel mondo dell’informazione ho scoperto che il giornalismo è il mestiere più bello del mondo. Perché consente di conoscere la realtà raccontandola. In questi cinque anni di corrispondenza dalla Riviera spezzina per Il Secolo XIX ho avuto l’occasione di raccontare storie, iniziative e problemi delle comunità locali e di contribuire a combattere tante battaglie “giuste”. Poi c’è la collaborazione con TeleliguriaSud che mi ha regalato tanta visibilità. Ogni volta che presento un telegiornale sento il solito “brivido della diretta”, che non mi abbandona mai».
Progetti per il futuro?
«Vorrei seguire la politica nazionale per qualche grande quotidiano e magari riuscire a condurre un programma televisivo dedicato al mondo politico, nelle sue varie sfaccettature. Una strada in salita, ma chissà che dopo questa gavetta… E poi sogno la pubblicazione del mio primo romanzo, Angeli senza ali, dedicato al ruolo della donna in amore, nel lavoro e nella società, al quale sto ancora lavorando».
Un momento della tua carriera che ricordi, in particolare?
«In realtà sono due. Sul fronte “televisione” l’intervista a Ezio Greggio nel 2003, in cui sono riuscita a divertirmi e a divertire il pubblico grazie alla vitalità e alle verve di un personaggio straordinario, che seguo fin da bambina con ammirazione e simpatia. Per quanto riguarda la carta stampata, invece, è stato indimenticabile l’incontro con lo psicologo Paolo Crepet, che mi ha rilasciato una bellissima intervista sugli omicidi passionali, dopo un drammatico caso accaduto nello spezzino».
Che ne pensi del ruolo donne nel giornalismo?
«Anche se la femminilizzazione del giornalismo ormai è un dato di fatto, e pensando al mondo dell’informazione per molti è naturale associarlo a volti noti del gentil sesso, va detto che l’ingresso delle donne in questo settore non ha affatto prodotto un’adeguata redistribuzione nei ruoli di potere. Credo che la strada da fare per superare la netta disparità sia tutta in salita in un Paese ultimo in Europa quanto a presenza di donne nelle posizioni di potere. I dati parlano chiaro: in Italia i ruoli di direttore o caposervizio sono ancora maschili per il 98 per cento. È importante comunque dare visibilità e valorizzare le capacità delle donne nel settore, anche con iniziative originali come quella di Telegiornaliste.com. Un’impresa non semplice perché, come diceva Einstein, spesso è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio».
Cosa bisognerebbe fare allora?
«Noi donne dovremmo cominciare ad allearci, a fare squadra, invece di metterci in competizione. Per qualche collega, infatti, è comodo dire che è ancora troppo difficile arrivare ai vertici per noi donne. E allora meglio che i ruoli dirigenziali siano riservati agli uomini invece che al gentil sesso, così abbiamo il pretesto per non dover ammettere che qualcuna, magari più brava e preparata di noi, ce l’ha fatta.
Si potrebbero imitare le colleghe francesi, che già da 15 anni si sono associate nella AFJ (Association des Femmes Journalistes), nata per promuovere l'informazione femminile: il punto di vista delle donne sul mondo. Intanto in Francia la proporzione di giornaliste ai vertici di quotidiani e tv non cessa di aumentare. Oggi sfiora il 30 per cento, a testimoniare un’attenzione maggiore verso le donne nei media».
Qual è il segreto del successo in questa professione?
«Tanta preparazione, impegno e dedizione. Un pizzico di umiltà, poi, non guasta. E soprattutto non bisogna smettere mai di farsi domande. Per fortuna sono curiosa per natura e credo di aver maturato senso critico, grazie a questo aspetto della mia personalità e al fatto che tendo sempre a mettermi in discussione».
E' possibile conciliare lavoro e carriera?
«È ancora molto difficile, il giornalismo è un occupazione “saturante” che è conciliabile con gli affetti solo a costo di grossi sacrifici. Personalmente non intendo rinunciare alla famiglia, soprattutto oggi che ho iniziato a sentirne il desiderio grazie all’uomo che ho al mio fianco dal 2004: Marco Bartolini, giornalista Rai - Liguria».
CRONACA IN ROSA Quote rosa in Eritrea di Erica Savazzi

Ne avevamo parlato un anno fa, del problema delle mutilazioni sessuali femminili, soprattutto nei Paesi sottosviluppati.
E’ arrivata una buona notizia: l’Eritrea, Paese dell'Africa orientale, uno dei più poveri del mondo, ha messo fuori legge questo genere di violenza sulle donne. Chi non rispetta la normativa rischia fino a dieci anni di carcere.
Una rivoluzione legislativa e culturale: in Eritrea il 90% delle donne ha subito l’infibulazione, spesso gli interventi vengono praticati su bambine anche di pochi mesi, col rischio di infezioni e morte e con la prospettiva di difficoltà e dolore durante i rapporti sessuali e il parto.
L’Eritrea è uno Stato sovrano dal 1993, indipendenza conquistata con anni di lotte, prima contro i colonizzatori (anche italiani), poi contro gli occupanti etiopi. In trent'anni di battaglie contro Addis Abeba più del 30% delle donne ha combattuto o ha ricoperto ruoli di supporto ai combattenti. Come avvenuto in Europa durante la prima guerra mondiale, con le donne chiamate a sostenere il “fronte interno” mentre gli uomini erano in guerra, così anche in Eritrea è maturata la consapevolezza dell’importanza di coinvolgere le donne nella vita dello Stato.
La Costituzione, approvata nel 1997, prevede all’articolo 5 che non ci siano differenze di applicazione della legge nei confronti di uomini e donne, e all’articolo 7 proibisce ogni atto che possa violare i diritti delle donne o limitare la loro partecipazione alla vita pubblica. La parità tra i sessi viene ribadita nell’articolo 48 del Codice Civile e Penale: «Le donne contraggono matrimonio liberamente, e godono degli stessi diritti degli uomini». Nella stessa Costituzione sono previste anche le “quote rosa”: il 30% dei parlamentari deve essere donna. L’Eritrea ha aderito a diverse convenzioni internazionali sui diritti delle donne e dei bambini.
E proprio sull'educazione di donne e bambini e sulla formazione professionale il Paese ha scelto di intervenire, con l’obiettivo di migliorare la posizione economica femminile ma anche la “consapevolezza” di genere e dei diritti individuali.
La povera Eritrea è quindi caposcuola dei diritti delle donne in Africa, con la speranza che sia esempio anche ai vicini più avanzati (come l'Egitto), che trascurano di occuparsi delle proprie cittadine.
FORMAT La sposa imperfetta di Nicola Pistoia

Ci risiamo. Nonostante le dichiarazioni - o forse le speranze - del presidente della Rai Petruccioli, che nei giorni scorsi aveva chiesto la cancellazione di tutti i reality dai palinsesti, ritenendoli poco adatti al servizio pubblico, Rai2 torna all’attacco. Nell’attesa di rivedere a settembre naufraghi più o meno famosi alle prese con fame, sete e mosquitos, la seconda rete “delizia” i telespettatori con un nuovo reality show. Come se ce ne fosse bisogno.
Il titolo del programma è La sposa perfetta condotto da una imbellettata Roberta Lanfranchi e dal sempreverde, o quasi, Cesare Cadeo, in onda ogni mercoledì sera alle 21.00. Uno show che, già dalla prima puntata, non ha convinto né critica né pubblico.
Scialbo, monotono e potremmo dire inutile, La sposa perfetta davvero non piace. Anche il prestigioso Daily Mail è intervenuto a criticare il programma, sostenendo il giustificato malessere dei giornalisti italiani che ritengono che «la Sposa Perfetta sia un insulto alle donne e mostri come la tv italiana, già infarcita di altri reality come il Grande fratello e L'isola dei famosi, stia cadendo in nuovi baratri di banalità».
Della stessa idea è anche l’onorevole Vladimir Luxuria che parla di un ritorno delle donne all'età di Roma, con mariti padroni e suocere aguzzine.
E le femministe dove sono? Tacciono, una volta ancora - nemmeno le battaglie più urgenti, come quelle in difesa del diritto di scelta delle donne, hanno del resto stimolato una reazione da parte di chi bruciava i reggiseni.
Lo scopo del gioco è proprio quello che le donne avevano quasi dimenticato, distratte dal lavoro, dalla carriera e dalla propria qualità di vita: alcuni concorrenti uomini, accompagnati dalle perfide madri, sono alla ricerca della donna ideale.
Un velo pietoso dovremmo stendere anche sugli ospiti del format. Surreale l'anziana madre di Brosio che, abbandonata la guida dell'auto mentre il figlio pedalava trafelato, è passata opinionista. La "signora" ha avuto il coraggio, o la sventatezza, di chiedere a una concorrente con quanti uomini fosse "andata a letto".
E cosa pensare della giornalista Maria Giovanna Maglie, volto storico del giornalismo italiano in era craxiana, brava però, all'epoca, che si è lasciata invischiare in un gioco al massacro della dignità femminile.
Non ci resta che piangere, o non ci rimane che sorridere di fronte a cotanta tv.
Anche perché, l’alternativa sarebbe cambiare canale e allora sì che dalle "stelle" di Rai2 andremmo a finire, dritti dritti, nelle stalle di Canale5.
CULT Percorsi di luce alla Reggia di Valeria Scotti

La Reggia di Caserta, storica dimora della famiglia dei Borboni e simbolo di magnificenza, è protagonista di annuali rendez-vous serali con Percorsi di luce, l’itinerario - spettacolo giunto alla quinta edizione.
La scelta di realizzare una manifestazione fuori dagli orari consuetudinari si è rivelata una sfida dal risultato positivo. L’evento in corso, Tempo reale, realizzato dalla Soprintendenza per i beni e le attività culturali di Caserta e Benevento, è in programma fino alla fine di maggio.
I segreti del Giardino, Gli Svaghi Reali, La Notte dei Re e Il Destino dei Miti - questi i titoli dei passati appuntamenti - hanno offerto giochi di luci e di ombre, performance d'autore e animazioni virtuali tra le fontane e le numerose bellezze architettoniche nel parco della Reggia. Illuminati dal chiarore delle fiaccole, i visitatori hanno partecipato a suggestivi percorsi di due ore tra i maestosi viali del parco e gli artistici sentieri del Giardino inglese che circondano la costruzione settecentesca progettata e realizzata da Vanvitelli.
Quest’anno Percorsi di luce si sposta all’interno, nelle eleganti sale degli appartamenti regi. Tempo reale, la nuova iniziativa, fonde il concetto del contemporaneo in Real Time e dell’epoca antica dei regnanti in Royal Time. Scopo della manifestazione è regalare, nelle tiepide serate primaverili, un surreale viaggio dove i due aspetti di un medesimo significato temporale s’incontrano.
Gli attori in costume, nelle vesti di Carlo III di Borbone, Ferdinando IV, Luigi Vanvitelli e Maria Carolina, accompagnano i visitatori nelle dimore reali. Il benvenuto del re, padrone di casa, sullo Scalone d’Onore; l’incontro con i quadri viventi e parlanti che prendono vita prima di dissolversi come statue di cera in fiamme, nelle stanze; poi le abitudini e gli stili dell'epoca e la grande sala del trono illuminata a festa dove tutti possono prendere parte alle danze finali. Questo attende i visitatori della reggia.
Il progetto, che mescola teatro, interventi d’avanguardia e musiche d'epoca, vede 400 particolari soluzioni illuminotecniche e 40 punti per la diffusione audio installati nei dodici ambienti della reggia. Inoltre la voce fuori campo, prestata dall’attore Giancarlo Giannini, accompagna i visitatori lungo l’intero percorso fantastico.
DONNE Matilde Serao: l’inventario del mondo di Nicola Pistoia

Polemica, popolare, discussa e moderna. Quattro semplici aggettivi che descrivono in modo esaustivo tutta la vita di Matilde Serao.
Greca di nascita ma partenopea di adozione, la Serao si trasferì ben presto in Campania dove compì i primi studi fino a diplomarsi presso l’Istituto Magistrale di Napoli. Una qualifica, quella di maestra elementare, che non volle mai mettere in pratica: l'amore per il giornalismo era molto più forte.
Iniziò a collaborare con alcune delle principali riviste dell’epoca: Il Corriere del Mattino, Il Capitan Fracassa e il Fanfulla, diventando così la prima giornalista donna d’Italia. Dopo aver diretto Il Mattino con il marito Edoardo Scarfoglio, Matilde passò alla direzione de Il Giorno, un giornale politico - letterario che non abdicava al suo ruolo di oppositore politico. La giornalista, consapevole dei suoi limiti, affidava i commenti politici ai suoi redattori, scelti con cura, e si riservava il compito di controllare il quotidiano.
Divenne “paladina della giustizia” dopo la pubblicazione del romanzo - inchiesta Il Ventre di Napoli, che suscitò molto clamore perché fu considerato il primo vero reportage che fosse mai stato pubblicato, anche se la Serao lo realizzò quando era a Roma. La gente di Napoli iniziò a fidarsi di lei. Nel romanzo la Serao accusava i politici e le istituzioni, condannando la situazione difficile in cui vivevano gli abitanti della sua amata città. Lottò con tutte le forze affinché venissero ristrutturati gli orfanotrofi, dove ogni anno morivano più di mille bambini.
La vita di Matilde Serao fu però caratterizzata da molte contraddizioni. Fu a sostegno della guerra, della monarchia, dell’antifemminismo e del fascismo. Allo stesso tempo denunciò lo stato di sfruttamento delle donne lavoratrici.
Matilde Serao morì a Napoli il 25 luglio 1927, al tavolo di lavoro, per un attacco cardiaco. Oggi, tra i vicoli della città campana, il ricordo della Signora continua ancora a vivere.
TELEGIORNALISTI Luca Colantoni, animo sportivo di Silvia Grassetti

Luca Colantoni, nato a Roma nel 1967, ha iniziato la sua carriera nei giornali locali e nelle radio private della capitale, dove è presto divenuto uno dei più stimati cronisti al seguito della AS Roma.
Radiocronista per le gare della Roma per alcune emittenti private, e collaboratore di diverse agenzie di prestigio, oggi Luca è redattore e telecronista per Sportitalia – Eurosport, dove si è distinto per le sue doti di cronista durante la vicenda Calciopoli. Luca è anche telecronista per le gare della serie A per Alice Tv, e cura un originale blog.
Sei da poco giornalista professionista: complimenti e auguri. Cosa è cambiato nello svolgimento della tua professione adesso?
«Essere diventato professionista adesso, dico la verità, è un motivo d'orgoglio dopo tanti anni di carriera (dal 1994). Non ho fatto scuole, ma ho sempre lavorato a stretto contatto con tanti professionisti e da ognuno di loro ho cercato di imparare delle cose. Cosa è cambiato? Mah, forse c'è meno serenità di qualche anno fa: a volte noto che, specialmente nei giovani, c'è una scarsa riflessione sulle cose da fare, agiscono d'impulso alla forsennata ricerca di una notizia, anche se non c'è».
La tua carriera è iniziata al seguito della Roma e ti ha portato a Sportitalia - Eurosport: chi meglio di te può dirci com’era e com’è il calcio italiano?
«Classico domandone, ci vorrebbe una pagina per rispondere. Stare per sette anni a stretto contatto con una squadra di calcio ti fa capire un sacco di cose intorno a questo mondo dorato. Il fatto di essere cresciuto professionalmente non cambia la sostanza: le differenze sono sotto gli occhi di tutti e nel corso degli anni sono sempre state evidenti. Ma per un romantico come me il calcio, nonostante tutto, era, è, e sarà sempre il gioco più bello del mondo».
Calciopoli rappresenta un grande scandalo non solo per il calcio, ma anche per il ruolo dei giornalisti coinvolti, che spesso invece di raccontare la realtà si sono mossi da ingranaggi perfettamente integrati nel sistema. Condividi questa lettura? Come si può evitare che succeda di nuovo?
«Premetto che per Sportitalia ho seguito come inviato tutta Calciopoli. Purtroppo poteva essere nelle cose un coinvolgimento di alcuni media. Verrebbe da dire che ognuno alla fine si comporta secondo la propria coscienza. Secondo il mio punto di vista, la realtà citata nella domanda andrebbe sempre evidenziata, specialmente se si fa questo mestiere. Evitare che succeda di nuovo? Beh, dopo tutto quello che è successo... non credo accadrà di nuovo».
Qual è la funzione del giornalista, nello sport ma non solo?
«Nasco come inviato e cronista e quindi: informare prima di tutto. Poi criticare in maniera costruttiva, cercare la verità e se un tuo articolo o un tuo servizio serve anche ad insegnare qualcosa, ben venga: vuol dire che hai colpito nel segno e sei sulla strada giusta per essere un buon giornalista».
Cosa ti piace di più della tua professione?
«Sono talmente innamorato di questo mestiere che ogni cosa dica, sarei di parte. Mi piace l'odore del giornale appena comprato e non ancora sfogliato, mi piace il contatto con le persone, il rapporto con telecamera e microfono... E soprattutto so già che mi innamorerò della prossima esperienza lavorativa che andrò a fare. Troppo?».
OLIMPIA Giuliana Salce, il coraggio di una donna di Mario Basile

«Non bisogna avere coraggio per poter dire Io l’ho fatto, ma bisogna averne per non farlo. Vale per gli atleti con le fiale, ma anche per voi giovani quando vi vengono offerte l’erba da fumare o una pasticca in discoteca. Ricordate sempre che avete un grande patrimonio nelle vostre mani: non sprecatelo». Si rivolgeva così Giuliana Salce, l’ex campionessa di marcia e di ciclismo degli anni ’80 e ‘90, agli studenti intervenuti circa un mese fa alla conferenza “Gioca di Testa”.
L’argomento è di quelli scottanti: il doping. Un tema duro, difficile. Molto meglio parlare di vittorie e dei sorrisi nello sport. Invece no, c’è chi ancora ama talmente questo mondo da trovare il coraggio di informare i giovani su una piaga che sta pericolosamente facendosi spazio. Anche a costo di metterci la faccia e facendo un mea culpa che per molti è ancora un ostacolo insormontabile.
Una di questi è Giuliana Salce. Nella sua storia di sportiva e di donna il doping è stata una presenza forte che ha le ha lasciato un’eredità pesante: un tumore alla tiroide e il ricorso per lungo tempo agli antidepressivi. Quello che è certo, è che Giuliana ha vinto la sua battaglia.
Una ventina di anni fa era una stella dell’atletica italiana. La sua specialità era la marcia. Nel 1987 aveva vinto l’argento ai campionati mondiali, due anni prima li aveva addirittura vinti. Un palmares di tutto rispetto arricchito da 17 record stabiliti.
Poi, i problemi: durante gli ultimi campionati italiani vengono fuori degli illeciti. Giuliana è toccata da questa situazione: da tempo ha notato che nell’ambiente girano troppe sostanze strane. Allora decide di esporsi: insieme a sei colleghi firma e consegna alla federazione un documento in cui si dissocia dal doping.
Da allora il calvario. I suoi colleghi cominciano ad evitarla. Lo stesso fanno i dirigenti e i tecnici della federazione. Persino coloro che avevano firmato il documento si tirano indietro e la lasciano sola a combattere. Arriva così, l’anno successivo, l’inevitabile ritiro a soli 33 anni.
Gli anni che seguono sono difficili, segnati da problemi familiari. Si separa dal marito e va a vivere ad Ostia con suo figlio. Per mantenersi insegna ginnastica.
Ma nel 1999 ecco arrivare la svolta. Giuliana riceve la proposta di Adriano Bevilacqua, dirigente della federazione ciclistica amatoriale, di correre in bicicletta con la nazionale over 30 di ciclismo. A 44 anni suonati è un’occasione più unica che rara per tornare in corsa a dimostrare il proprio valore.
Il primo anno si chiude senza infamia e senza lode, con un sesto posto ai campionati italiani. Intanto loschi personaggi, alcuni anche facenti parte della federazione, cominciano a fare pressione su Giuliana. Le suggeriscono di farsi delle fiale per «recuperare dalla fatica su un corpo già avanti con l’età» come spiegherà lei stessa.
L’anno seguente Giuliana cede. Accetta di doparsi. Proprio lei, che quasi quindici anni prima aveva rinunciato al meglio della carriera perché l’atletica si stava macchiando di doping. Le prime infiltrazioni le provocano dolori atroci, ma chi la segue da vicino le consiglia di andare avanti. Ai mondiali, la Salce non vince di poco, però migliora sensibilmente i suoi tempi.
Non bastano però i risultati confortanti. Giuliana dopo quattro mesi crolla: smette col doping e col ciclismo. Il magone dentro, però, è ancora forte, si sente tradita da se stessa. Vorrebbe parlare, ma teme possibili ritorsioni.
Il coraggio lo trova nel 2004, all’indomani della morte di Marco Pantani. La fine del campione romagnolo smuove l’animo di Giuliana che racconta tutto, denunciando sé stessa e chi l’aveva portata su quella strada. La confessione innesca un’indagine dei Nas che porta a svariati arresti nel mondo del ciclismo amatoriale e ad un processo che oggi è in corso.
Nel frattempo Giuliana Salce continua la sua lotta al doping. Ha raccontato tutto in un libro verità, ma le porte dello sport si sono definitivamente chiuse. Ha più volte detto che se tornasse indietro tornerebbe a rifare nomi e cognomi. Senza esitazione. La dignità viene prima di tutto.
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