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Telegiornaliste anno III N. 36 (114) dell'8 ottobre 2007


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MONITOR Anna Praderio, passione cinematografica di Giuseppe Bosso

Che bilancio puoi trarre da Venezia e quali prospettive accompagneranno la seconda edizione di Roma Film Fest?
«È stata una delle migliori edizioni degli ultimi anni, se non la migliore, a mio modo di vedere. I film che si sono aggiudicati i premi erano tutti di altissima qualità e hanno valorizzato personaggi di grande spessore, come Ang Lee e Brian De Palma. Mi è piaciuto molto anche il film su Bob Dylan, Io non sono qui, Michael Clayton con George Clooney, e poi sono contenta per i premi assegnati a un maestro come Bernardo Bertolucci e a Tim Burton, che ha una grande capacità di comunicazione con le giovani generazioni».

Le affermazioni di Quentin Tarantino che ha definito "deprimente" il nostro cinema hanno suscitato molte polemiche. Si tratta di provocazioni oppure realtà?
«Credo che quella frase sia stata più che altro frutto di un momento; i media l'hanno saputa lanciare molto bene, ma al di là di questo non concordo, e la stessa Mostra ha valorizzato alcune opere interessanti, in particolare La ragazza del lago. Non mi è piaciuto, invece, Nessuna qualità agli eroi. E per il resto, abbiamo assistito quest'anno al grande successo di film di autori italiani: Alla ricerca della felicità di Muccino, e Saturno contro di Ozpetek. Insomma, tanto deprimente non direi».

A proposito della pellicola del regista turco, o meglio della sua interprete grande protagonista alla rassegna veneziana, Ambra Angiolini: è stato giusto scegliere lei come madrina?
«Secondo me è stata perfetta nel suo ruolo di madrina, è una ragazza intelligente e spiritosa e lo ha dimostrato durante la cerimonia d'apertura: citando Chatwin e Almodovar con grande classe. Si è rivelata un'ottima attrice, con tanto talento, dopo tanti riconoscimenti è stata premiata anche a Venezia con il trofeo Diamanti al cinema».

Da anni, ormai, sei la "donna del cinema" del Tg5. Da cosa nasce la tua passione per la settima arte?
«Dagli anni di passaggio tra la scuola e l'università, quando iniziai a frequentare corsi di storia del cinema. Da sempre ho amato il cinema, perché ritengo che sia l'arte più completa e generosa, come sostiene Bertolucci, per quello che riesce a esprimere sia dalla realtà che dalla finzione».

Spesso intervisti i big di Hollywood. Hai qualche aneddoto o qualche episodio particolare che ricordi?
«Amo le persone che nel poco spazio dell'intervista riescono a esprimere una grande voglia di confrontarsi. Ad esempio, Richard Gere, che non è mai banale nelle sue affermazioni; e poi anche George Clooney, un vulcano sempre attivo, al tempo stesso impegnato e scanzonato, che ha sempre la battuta pronta e riesce a fare sempre film di grande interesse».

Nuove leve come Giovanna Mezzogiorno, Riccardo Scamarcio e Luigi Lo Cascio possono contribuire alla rinascita del cinema italiano?
«Sono giovani promesse che vanno aiutate e seguite. Scamarcio, ad esempio, al di là del fatto mediatico che ha un grande seguito presso le adolescenti, quest'anno è riuscito a entrare nella classifica dei dieci film più visti con ben tre pellicole, tra cui Mio fratello è figlio unico, che ha ricevuto grandi consensi anche a Cannes. Ripeto, seguiamoli questi giovani!».

Questa estate abbiamo pianto la scomparsa di due maestri come Antonioni e Bergman e un grande attore come Michel Serrault; il pubblico e i media tendono a ricordarsi di questi personaggi solo in occasione della loro morte?
«Tieni presente che attori e registi sono seguitissimi fintanto che sono in attività, e Bergman da anni purtroppo aveva lasciato il set. Antonioni, invece, è sempre stato seguito con affetto e interesse; ho apprezzato molto le parole di Francesca Comencini quando a Venezia ha ricordato suo padre, Luigi Comencini: Il nostro Paese deve conservare il ricordo dei grandi maestri del passato, non per nostalgia, ma perché dalla loro lezione può rifiorire il nostro presente».

Molti grandi attori negli ultimi anni si sono spesso cimentati nella fiction televisiva, tra cui Giancarlo Giannini nel riuscito Generale Dalla Chiesa. È da interpretare come un segnale positivo o negativo per il nostro cinema?
«Assolutamente positivo: Giannini è uno straordinario interprete, davvero adatto a questa fiction dedicata ad un personaggio come il generale Dalla Chiesa. La fiction ha un linguaggio che nasce dal cinema, e spero proprio che il grande pubblico che segue queste serie riempia poi altrettanto numeroso le sale».

Tra il serio e il faceto, se potessi interpretare un film, di quale genere sarebbe e in che ruolo ti vedresti?
«La commedia romantica: è il genere che adoro, dalle pellicole di Woody Allen, soprattutto Io e Annie ai grandi classici del genere come Vacanze romane, Sabrina, Colazione da Tiffany».

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MONITOR Mariangela Pira, missione economia di Giuseppe Bosso

Mariangela Pira è iscritta all'Albo dei giornalisti professionisti dall'ottobre del 2003. Muove i primi passi nel mondo del giornalismo all'Ansa di New York, sotto la guida di Marco Bardazzi, seguendo alcuni processi e la prima "Inauguration Week" di Bush. Mentre lavora a Class, nel 2004, vince una borsa di studio per la Cina e vi si reca per imparare la lingua. Da là corrisponde anche per Class e per Panorama. Collabora sul Paese asiatico anche per Mf. Cura per i tg di Canale5 e La7 le finestre su borsa e mercati.

Mariangela, da che cosa nasce il tuo interesse per borsa, mercati e finanza?
«Tutto è cominciato per caso. Ho iniziato all'Ansa a New York con la politica estera e uno dei primi maestri è stato Marco Bardazzi. Lo seguivo mentre si occupava dei processi a Bin Laden per le bombe alle ambasciate Usa in Kenya e in Tanzania. Io seguivo anche il processo a Puff Daddy per la sparatoria in discoteca. Al mio rientro in Italia, con il lavoro a Class, ho pian piano scoperto che la finanza mi piaceva».

Negli ultimi anni non sono solo gli addetti ai lavori ad essere attenti all'economia: sei d'accordo?
«Certo. Ormai l’informazione economica non è indirizzata solo agli esperti: come possiamo purtroppo constatare sulla nostra pelle, sono fenomeni che incidono molto sulla nostra vita. L’aumento del petrolio che si ripercuote sul costo della benzina; il rincaro dei generi alimentari. È importante essere informati su aspetti come l’andamento dei mercati o il Tfr».

La vicenda dei mutui subprime ha suscitato un aspro dibattito tra chi punta il dito contro le banche e chi accusa chi ha usufruito di quelle condizioni: dove sta la verità?
«Nel mezzo. Ultimamente ho assistito a Cernobbio a una conferenza in cui, da un lato, le banche negavano la presenza di una crisi, e dall’altro c’erano le associazioni dei risparmiatori o ex commissari Consob che dicevano tutt’altro. In questi casi io credo che, senza generalizzare, non poche siano le colpe di chi non informa adeguatamente i piccoli risparmiatori nell’acquisto di titoli che possono presentare alti rischi. Lo abbiamo visto nel crak della Cirio o nella vicenda dei bond argentini: molte persone hanno sottoscritto condizioni di acquisto probabilmente senza nemmeno rendersi conto delle “trappole” che poteva nascondere quel presunto facile guadagno. È una prassi scorretta anche da parte delle banche. Che investono in mercati a rischio cercando - è successo con i tango bond - di spalmare questi titoli sui propri clienti».

C'è voluta la denuncia di un comico, Beppe Grillo, perché scoppiasse il caso Parmalat. Al di là dei risvolti legati all'economia, quella vicenda non rappresenta una sconfitta per il mondo dell'informazione che non ci era arrivato prima?
«Sì, ne parliamo spesso in redazione. Troppo spesso non riusciamo a fare il nostro mestiere come dovremmo, accettando forzatamente delle condizioni che non ci permettono di fare quegli approfondimenti e quelle inchieste che, invece, andrebbero fatte nell’interesse di chi ci segue. Io stessa nelle mie finestre al Tg5, trovandomi in diretta, sono tenuta ad assumere un atteggiamento pacato anche quando succede qualcosa di allarmante.
Grillo ha fatto scalpore non solo nel caso Parmalat ma anche nel suo famoso intervento all’assemblea degli azionisti Telecom, e anche lì, col senno di poi, l’informazione si è scatenata. Ma il punto è un altro: è troppo facile parlare a posteriori del crak Parmalat e Cirio, difficile è farlo prima, in modo da mettere in guardia chi ha investito i risparmi di una vita in operazioni avventate. Non ha senso parlare della crisi di queste grandi aziende quando, invece, sarebbe stato meglio farlo nel momento in cui avevano fatto sparire miliardi di euro all’estero».

Cosa rappresenta Class nel panorama della nostra informazione?
«Una realtà rispettata nel giornalismo economico, anche grazie alla partnership con CNBC che ci ha permesso di acquisire maggiore visibilità e intervistare anche personaggi di rilievo del mondo della finanza: cito Alan Greenspan. Siamo una redazione giovane e volenterosa, diretta da un esperto come Andrea Cabrini, che ha alle spalle una lunga parentesi nel Tg4, e che nel suo campo ha pochi eguali. Non era facile tentare la strada di un canale tematico dedicato all’economia, ma nel nostro piccolo siamo una realtà davvero giornalistica».

Quali sono i tuoi modelli?
«Christiane Amanpour, Bob Woodward, Carl Bernstein. Ci sono molti giornalisti che stimo, soprattutto della carta stampata. Ma non ho un mito in particolare, un modello a cui ispirarmi; posso dirti che ammiro tanto le giornaliste d’inchiesta come Anna Politkovskaya».

Tante finestre nei grandi tg: non ti stanno un po' strette? Non vorresti puntare alla conduzione?
«Beh,magari non proprio quella. Però spero di andare avanti e pormi nuovi obiettivi, anche magari nella carta stampata».

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CRONACA IN ROSA I cartelloni della discordia di Erica Savazzi

Alla fine hanno vinto. I cartelloni pubblicitari verranno rimossi, hanno assicurato dall’azienda di abbigliamento che si era avvalsa della collaborazione di Oliviero Toscani per la sua ultima compagna pubblicitaria. Dopo le polemiche, dopo l’ordine di Letizia Moratti di rimuovere dagli spazi pubblicitari gestiti dal Comune quelle immagini – salvo poi scoprire che erano state tutte affisse su spazi privati – tutto torna come prima. L’oggetto dello scandalo è rimosso, possiamo rimetterci a dormire sonni tranquilli.

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, dice un proverbio: basta non vedere, basta che la difficoltà, la bruttezza, la malattia sia nascosta ai cittadini che camminano per le vie di Milano. Proprio nei giorni della settimana della moda, che sfrontatezza.

Perché Milano è fashion, Milano sono i “danè”, Milano è la città del Pirellone su cui viene proiettato un gigantesco telefonino, con buona pace del rispetto delle istituzioni, Milano è la città dei ponteggi dei restauri del Duomo ricoperti di pubblicità, Milano è i cartelloni che coprono i suoi palazzi.

Si grida allo scandalo per la modella anoressica che alla fine fa il suo mestiere pur se malata, e anzi, lo sfrutta per un messaggio che va oltre l’apparenza, il bel vestito e il bel fisico, con un bel cortocircuito semiotico: la moda che si autocritica tramite l’immagine di una adepta. Oliviero Toscani, nonostante siano passati anni dalle scandalose pubblicità della Benetton (il prete che bacia la suora, il malato di Aids), mantiene intatta la sua "verve".

E dopo la mezza rivoluzione a Miss Italia per la fascia assegnata a una ragazza troppo magra, e le sfilate dove ogni stilista faceva il mea culpa rivestendo le modelle taglia 38, bisogna togliere i cartelloni che mostrano l’anoressia vera, perché una cosa è parlarne a livello teorico, un'altra è mostrarla.

Dopotutto è vero: quell’immagine dava fastidio. Aveva molto in comune con le immagini di carestie e di bambini che muoiono di fame nel cosiddetto Terzo Mondo: basta versare l’obolo su un comodo conto corrente postale e la coscienza si tranquillizza.

Ma quella ragazza non vive a migliaia di chilometri dal Duomo. E non c’è obolo che tenga. Quella ragazza, anzi, quell’immagine di una ragazza brutta (è proprio questo il problema, la bruttezza), mette in discussione la Milano delle PR e degli aperitivi, aprendo temi che è meglio - sicuramente più facile - non affrontare.

E ora, la casa di abbigliamento che aveva osato tanto ha dato alle stampe una nuova pubblicità. Una modella nella stessa posa di Isabelle ma vestita, truccata, capelli biondi e labbra turgide.
Ci si potrebbe coprire la facciata di un palazzo.

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FORMAT I primi della radio di Nicola Pistoia

Dopo la tv e il cinema, anche la radio celebra, in pompa magna, i propri beniamini. La settimana scorsa al Casinò di Saint Vincent, in Valle D’Aosta, si è svolta la prima edizione delle Radio Grolle, sorelline dei celeberrimi premi dedicati al cinema, le Grolle d’Oro, appunto.

La giuria, presieduta da Maurizio Costanzo, ha votato soprattutto tenendo conto dei giudizi degli ascoltatori, della simpatia dei personaggi… e anche della propensione di alcuni giurati.
I premi più importanti, miglior voce maschile e femminile, sono andati rispettivamente a Gerry Scotti di R101 ed ex equo ad Anna Pettinelli di Rds e Platinette di Radio Deejay.
E proprio intorno a quest’ultima premiata sono sorte le immancabili critiche: il presidente di giuria non è altro che il papà artistico di Platinette.

Più difficile è stata la scelta per la trasmissione dell’anno. In lizza c’erano Viva Radio2, Deejay chiama Italia con Linus e Sbanca 101, sempre con Gerry Scotti. A vincere è stato il duo Fiorello e Baldini. Grazie alle loro gag e soprattutto alle imitazioni dello showman numero uno in Italia, Viva Radio2 è diventata la trasmissione più seguita tra tutte le radio nazionali.

Premiati anche il Morning Show di Rds come migliore trasmissione del mattino, Lo zoo di 105 per il pomeriggio, Caterpillar di Radio2 come migliore trasmissione della sera, e per la notte Onorevole Dj di Pierluigi Diaco sulle frequenze di Rtl 102.5.

Come in tutte le premiazioni che si rispettano, anche per le Radio Grolle c’è il personaggio rivelazione dell’anno: è Daniele Battaglia di Radio Italia. Secondo la giuria, migliore redazione giornalistica è quella di Radio 24. Migliore trasmissione d’informazione, invece, è Radio Anch’io di Radio1. Tra le centinaia di radio locali presenti in Italia, la Grolla d’oro è andata a Radio Subasio.

Per concludere, premi speciali a Gigi e Ross di radio Kiss Kiss, Neri Marcorè e Federico l’olandese Volante di Rtl 102.5.

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CULT Il nuovo sound di Max De Angelis di Valeria Scotti

Lo scorso giugno è uscito 37 minuti, l’ultimo lavoro di Max De Angelis. Una svolta decisiva per il cantautore romano, che ha esordito nel 2004 con il singolo La soluzione, seguito poi dall’omonimo album. Max è decisamente cresciuto e lo dimostra con nuove sonorità e un atteggiamento più maturo verso la musica. Perché sia di qualità.

37 minuti. Perché questo titolo?
«Abbiamo scelto il numero 37 per una questione di numerologia e scaramanzia. La durata dell’album coincide. E tre più sette fa dieci, che è il mio numero fortunato. All’inizio pensavo anche di chiamare l’album 37 non è febbre per un particolare aneddoto. Un giorno, un musicista che ha lavorato nel disco, ha dato forfait perché malato con 37 di febbre. E mi sono ricordato di mia madre che mi diceva 37 non è febbre ma alterazione, quando da piccolo provavo a non andare a scuola».

Hai definito questo tuo ultimo lavoro «molto meno furbo a livello commerciale». Cosa pensi di chi sceglie invece di essere furbo, di puntare più alle vendite che alla qualità?
«Ho dato questa definizione non perché abbia fatto il mio primo album (La soluzione, ndr) in maniera furbesca. Quell'espressione è arrivata in seguito da parte della stampa e degli addetti ai lavori perché, obiettivamente, aveva delle caratteristiche molto radiofoniche e – come diciamo a Roma - paracule. Mi sono allacciato a questo per definire il nuovo lavoro un po’ meno furbo. Inoltre mi piaceva addentrarmi nell’ambiente musicale più suonato e acustico, che è anche quello che mi appartiene di più. Vengo dalle esibizioni live con il mio gruppo da una vita. Dover riproporre dal vivo le canzoni, utilizzando l’80% di sequenze, mi sembrava una mancanza di rispetto verso la musica stessa».

Più volte hai dichiarato che c’è molto di autobiografico nei tuoi testi. Fino a che punto vale per Nevica e E’ così, i due singoli estratti da 37 minuti?
«Mi piace fotografare le situazioni intorno a me. La maggior parte dei pezzi del nuovo album – così come per il primo lavoro - sono autobiografici. E’ più facile mettere in musica qualcosa che si prova sulla propria pelle. Non escludo di raccontare anche esperienze che non ho vissuto in prima persona e che ho la fortuna di vedere e di analizzare esternamente da spettatore».

Facciamo un passo indietro: fine 2003. Il tuo primo singolo, La soluzione, ti ha visto debuttare con un video dove non apparivi di persona. Come mai la scelta di non mostrarti subito al pubblico?
«Per due motivi. Io e il mio staff pensavamo che il pezzo fosse talmente forte che non andava contaminato con un’immagine. Tuttora non mi piace confondere il messaggio in musica con quello che si può dare con il proprio aspetto, a volte fuorviante. Successivamente, in fase di accettazione dello storyboard del video, era prevista per alcune scene una controfigura, uno stuntman che avrebbe dovuto sporgersi dal cornicione del sesto piano di un palazzo. Visto che ci piaceva la scena come ce l’aveva raccontata Giangi Magnoni (il regista, ndr), abbiamo deciso di girarlo interamente così, senza puntare al mio viso».

L’estate appena trascorsa ti ha visto impegnato su vari fronti. Prima di tutto il tour. Come è andata?
«Quest’anno ho fatto tutte le tappe del Battiti Live organizzato da Radio Norba, un tour impressionante: sia per la gente che ha raccolto, che per il calore dimostrato da quelli che vi hanno partecipato. Credo molto nelle kermesse che si sviluppano in estate perché danno la possibilità a tante persone di conoscere la musica. Il fatto che siano gratuite e in piazze così grandi contribuisce alla sensibilizzazione sia per chi è affermato che per chi lo è di meno. In queste tappe sono state superate anche le 80mila presenze. Non credo che un artista in Italia oggi, a meno che non si chiami Eros o Ligabue, possa raccogliere tante teste, tante anime tutte insieme».

A fine agosto, hai concluso anche l’esperienza come speaker radiofonico per Radio Norba nel programma Il bello della diretta, insieme ad Antonio Malerba. Utilizzare la voce, anche in quest’occasione, come strumento principale, ma non per cantare. Come mai?
«Non credo si possano fare delle distinzioni tra una forma d’arte e l’altra. Anche la radio è una forma d’arte. Non l’ho fatta prettamente da speaker. Ero Max che conduceva un programma insieme a uno speaker radiofonico professionista. E ho mostrato la mia persona senza filtri, senza imposizioni, a disposizione di chi si è divertito ad ascoltare il nostro programma. L’ho vissuta come un’esperienza molto libera e credo che, se si parla di arte, tutto debba esser fatto così».

Quante soddisfazioni ti ha dato 37 minuti in questi mesi? E i tuoi progetti futuri?
«Sapevo che 37 minuti sarebbe stato un disco difficile da far metabolizzare. Quando si cambia, si va sempre incontro a delle difficoltà. E’ un salto nel vuoto. Per questo, sono ancora più contento dei riscontri: che ho definito turbo diesel. Non c’è stata un'esplosione immediata con l’uscita del disco, ma adesso ho delle conferme, anche negli acquisti, che vanno man mano aumentando nel tempo. Ho raggiunto uno dei miei scopi, quello di far concentrare le persone sul messaggio e non sulla forma del disco stesso. Quanto ai progetti, sto organizzando per l’autunno - inverno un mini tour acustico nei club. Ho intenzione di farlo, anche gratuitamente, per appagare la mia voglia di suonare, per tornare in quei posti che da tre, quattro anni non frequento e dove non mi è stata data la possibilità di esibirmi.
Mi piacerebbe tornare nei club di duecento persone e far ascoltare, senza pretese, anche solo mezz’ora della mia musica».

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DONNE Donne in politica di Erica Savazzi

Il 2007 è l'anno europeo delle pari opportunità ma, almeno in Italia, non si sono visti cambiamenti. Un esempio su tutti: la candidatura di Rosy Bindi, ministro delle Politiche per la famiglia, alla presidenza del Partito Democratico. L’accoglienza è stata per lo meno glaciale, accompagnata da un moto di fastidio, anche da parte del suo stesso partito.
Le chance, non di vittoria, ma di una competizione reale, basata sulle idee, è stata fin da subito rimossa. Evidentemente una candidatura femminile non è ancora accreditabile.

Non fa di certo bene alla causa della rappresentanza femminile in politica la discesa in campo di Michela Brambilla. Avere un aspetto piacevole è un vantaggio, ma mostrare in ogni occasione l’elastico delle autoreggenti non aiuta la causa femminile.

Molto diverse, Rosy Bindi e Michela Brambilla. La prima, politico di lungo corso, ministro della Sanità nel 1996, cattolica credente e praticante, derisa - a volte pesantemente - per l'aspetto che non corrisponde allo stereotipo della donna. Sicura e decisa, sostiene la famiglia ma è anche convinta che i diritti delle coppie di fatto debbano essere sanciti per legge. Insieme al ministro delle Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, ha scritto la legge sui Dico, caduta nel vuoto dopo settimane di polemiche per il tiro incrociato di opposizione e di "nemici interni".

Viene dal nord industrializzato, invece, Michela Brambilla, responsabile dei Circoli della libertà da lei stessa fondati su mandato berlusconiano. Un passato da modella, dirige l'acciaieria di famiglia e altre due imprese di commercio alimentare, fa la presidente dei Giovani Imprenditori di Confcommercio e perfino la giornalista: secondo alcuni sarà lei a prendere le redini del centrodestra. Non è ancora ben chiaro in cosa consista il suo pensiero politico, nel frattempo punta sulla sua immagine da pin-up.

In Italia la donna in politica è più che altro una caricatura. O la "zia zitella" – Rosy Bindi, Letizia Moratti, Livia Turco – o la belloccia su cui si spettegola – Michela Brambilla, Stefania Prestigiacomo, Maria Rosaria Carfagna. Una citazione particolare merita Elisabetta Gardini: avvocato di fama, da quando si è dedicata alla politica balza all'onore delle cronache per le sue uscite. Dalle polemiche con Vladimir Luxuria nella toilette di Montecitorio alla "confidenza" sull'apparecchio spara-supposte dell'allora ministro Tremonti.

Eppure avere più donne coinvolte nell'amministrazione dello Stato è uno degli obiettivi primari a livello europeo. «Arrivare a una partecipazione equilibrata di uomini e donne a decisioni politiche e che riguardano la sfera pubblica» è l’obiettivo ambizioso delineato nel 2003 dal Consiglio d’Europa, e ribadito con forza da Thomas Hammerger, Commissario per i diritti umani.

Pur essendo passati quattro anni non si può di certo dire che la presenza femminile nelle “stanze dei bottoni” sia aumentata in maniera significativa. Secondo i dati raccolti dal Consiglio d’Europa, solo in Svezia e in Finlandia è stata raggiunta la quota prevista di una rappresentanza per ognuno dei due sessi non inferiore al 40%. Negli altri Stati membri, la quota è un lontano miraggio.
E, ovviamente, l'Italia fa parte di questi ultimi.

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TELEGIORNALISTI Fabrizio Failla: i campioni sono barbari di Giuseppe Bosso

Fabrizio Failla, inviato di Raisport, è di recente balzato alla ribalta nelle cronache per aver querelato il capitano della Roma Francesco Totti che l'aveva apostrofato "cazzaro" in un'intervista. La vicenda si è conclusa l'estate scorsa con l'archiviazione da parte del gup di Roma nei confronti del calciatore romanista.

Fabrizio, che sensazione ti ha lasciato l'archiviazione del procedimento a carico di Totti da parte del gup di Roma?
«Profonda ingiustizia e amarezza. Si rischia di legalizzare l'insulto e di incentivarne l'utilizzo non solo nei confronti del prossimo, il che è di per sé grave, ma, come nel mio caso, anche verso chi, per professione, usa la parola come strumento imprescindibile del proprio lavoro. E non credo che in tal modo si soddisfi il bisogno di giustizia e di un’applicazione della legge in maniera uniforme. Mi chiedo infatti se sarebbe stato considerato “normale esercizio di un diritto di critica” utilizzare il termine “cazzaro” con riferimento a un medico, o a un avvocato o, ancora, a un giudice».

Ritieni che questa vicenda sia una sconfitta per il giornalismo?
«Ho paura che costituisca un precedente pericoloso».

Sembra di assistere ad una degenerazione di comportamento da parte di personaggi amatissimi, come Totti stesso: le prime due giornate ci hanno “regalato” i casi Baldini e Zebina, abbiamo visto persino il ct del Portogallo Scolari colpire un avversario.
«Più che di degenerazione parlerei di imbarbarimento, proprio da parte dei protagonisti di uno sport in cui la gente cerca da sempre uno svago e uno stacco; soprattutto è preoccupante che questi fatti possano costituire un cattivo esempio per i giovani, che nello sport si spera trovino una fuga da distrazioni pericolose. Ci vorrebbe davvero un momento di silenzio e di riflessione, per poi ricominciare daccapo».

Dopo l’anno del monologo nerazzurro, questo campionato sarà più equilibrato?
«Direi che le prime giornate sono state così; l’Inter l’anno scorso ha davvero dominato e anche quest’anno la ritengo la squadra favorita, ma di certo sarà un’altra musica. La Juve è tornata in serie A, il Milan è partito senza penalizzazioni, la Roma è forte e sono tornate piazze importanti come Napoli e Genova. Il pubblico avrà sicuramente modo di divertirsi».

Donadoni è in grado di portare la Nazionale agli Europei?
«Sì, la classifica ci vede in buona posizione e rispetto alle altre squadre del nostro girone siamo decisamente superiori. La cosa più importante è che il ct venga lasciato tranquillo nel suo lavoro e non si trovi a dover fronteggiare, oltre quelli in campo, altri avversari al di fuori, e mi riferisco naturalmente ai media e alle pressioni esterne».

L’anno scorso Raisport ha chiuso bene con la Champions League; mantenere i diritti sulla nazionale e aver riconquistato quelli della competizione internazionale più prestigiosa vi ha compensati dalla perdita dei diritti sul campionato?
«Discorsi diversi: per la televisione di Stato, la nazionale e la Champions League sono passaggi obbligatori. La vicenda del campionato e dei diritti, da un lato, rappresenta una sconfitta soprattutto per lo spettatore; dall’altro, l’epilogo di una vicenda mal gestita negli anni, in cui forse tante cose si sono date per scontate senza rendersi conto che anche per il campionato di serie A ormai siamo in presenza di un vero mercato. La Rai si trova a dover fronteggiare una concorrenza molto agguerrita. A parte questo, c’è anche un problema di spazi, di collocazione per Raisport che non sempre sulle tre reti è stata appropriata».

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SPORTIVA Prisca Taruffi: la F1 dalla spy story al trucco di Nuvolari di Pierpaolo Di Paolo

La McLaren è stata recentemente condannata con la perdita del mondiale costruttori e cento milioni di dollari di multa. Una sentenza che potrebbe determinare la bancarotta per la scuderia inglese, se si considera che la maggior parte degli introiti proviene proprio dal mondiale costruttori, che gli sponsor - per ragioni di immagine - potrebbero ora abbandonare la squadra, e che i rapporti nel team sembrano seriamente compromessi a seguito della collaborazione di Alonso con la giustizia sportiva.

E’ il periodo più nero che la Formula 1 abbia mai attraversato in tutta la sua storia. Chiediamo un’opinione a Prisca Taruffi: figlia d’arte, campionessa italiana di rally e giornalista.

Cosa pensa dello scandalo della spy story che ha sconvolto il mondo della F1?
«Sono sorpresa, anche se purtroppo il mondo dello sport - e il calcio insegna - ci ha già amareggiato con precedenti molto gravi. Per la F1 è una fase sicuramente delicata in cui si stava cercando, anche attraverso nuovi regolamenti, di recuperare quello spettacolo che si é un po' perso negli ultimi anni.
Questa vicenda cade proprio nel momento meno opportuno, colpendo gravemente l'immagine di un mondo che stava lavorando al suo rilancio.
Purtroppo quando girano così tanti soldi gli interessi in ballo sono tali che alla fine vengono fuori queste brutte storie.
Ha proprio ragione Montezemolo: questa é veramente una brutta storia».

Un aiuto insperato é arrivato proprio dalla collaborazione del "nemico" Alonso, non trova molto strano questo aspetto? Ron Dennis ha lasciato intendere che alla base di tutto ci sarebbe stato un ricatto proprio di Alonso...
«Alla base del rapporto incrinato tra Ron Dennis e Alonso c'è sicuramente il fatto che Hamilton, nonostante Alonso sia il due volte campione del mondo, è stato ed è un pilota molto protetto in casa McLaren. Se a ciò aggiungiamo che Hamilton si é rivelato una vera e propria sorpresa in questo campionato, ne viene fuori una miscela esplosiva, generatrice di forti squilibri nella squadra e inevitabili tensioni in tutto l'ambiente. Per Alonso dev'essere un momento sicuramente difficilissimo.
Detto questo, io non gli getterei tutta la croce addosso per via delle email, sono pilota anche io e posso dire che in casi come questi i piloti c'entrano molto poco, nel senso che se certamente Alonso sapeva, allo stesso modo sapeva tutta la squadra».

Una vicenda del genere sarebbe sembrata fantascienza ai tempi di suo padre? Certo, essere considerato il pilota più importante di un team doveva avere anche allora un grande peso...
«Io che sono figlia di un campione d'altri tempi posso dire che sono due realtà diversissime.
Innanzitutto non c'erano i soldi che ci sono adesso, mia madre fa sempre la battuta che se mio padre avesse corso nella F1 odierna noi ora andremmo in giro in elicottero!
Ma non era solo questo: quando i piloti partivano si salutavano, perché si sapeva in quanti si partiva ma non si sapeva mai in quanti si arrivava, né come. Il livello di sicurezza non era certo quello attuale e questo contribuiva a creare tra i piloti un senso di solidarietà, di rispetto, un savoir faire che oggi non esistono».

I piloti attuali sono quindi meno cavalieri e solidali rispetto a prima, ma è vero che hanno anche meno personalità? Campioni come Taruffi e Nuvolari erano circondati da un carisma che oggi non si avverte, come se lo spiega?
«E' verissimo, ma è determinato dalla diversa realtà del pilota attuale.
Senza risalire fino ai tempi di mio padre, ancora Senna e Prost sono due figure inarrivabili per i campioni attuali.
Negli Anni '80 il pilota scendeva ancora dalla macchina con le piaghe alle mani, sudato, distrutto fisicamente.
Gli incidenti erano mortali, le auto prendevano fuoco, e quando uno di loro ne usciva indenne il pubblico lo guardava come si guarda un eroe.
Oggi il livello di sicurezza è elevatissimo, i piloti si vanno a schiantare a 300 all'ora uscendone praticamente illesi e lo sviluppo tecnologico delle auto è tale che quando entrano in un abitacolo sembrano più esperti di computer che piloti veri: questo rende il rapporto col pubblico molto più distaccato, é tutto sicuramente meno coinvolgente».

Piloti meno carismatici e meno importanti nella corsa: allora è vero che vince soprattutto la macchina?
«Nel complesso il pilota ha perso il ruolo predominante, adesso c’è un insieme di fattori che devono coincidere per ottenere una vittoria.
Il pilota più forte del mondo se non ha l’auto competitiva non può emergere, mentre anni fa faceva ancora la differenza. Vinceva da solo».

Ma erano così forti che potevano guidare una macchina da corsa solo con i piedi? E' entrata nella storia la corsa in cui Nuvolari fece due giri sventolando il volante alla folla.
«No, quello era un trucco. Nuvolari era sicuramente un pilota fortissimo, un temerario o - come diceva spesso papà - uno scavezzacollo; ma era anche un divo, uno cui piaceva tanto fare scena.
Quando toglieva il volante ne rimaneva sempre un pezzo che gli consentiva di guidare lo stesso, ma di questo la folla non poteva accorgersi e andava in visibilio.
Col tempo la storia è entrata nella leggenda, ma è solo una fiaba: neppure un grande di allora come Nuvolari poteva guidare senza volante».

Piero Taruffi ed Enzo Ferrari, due amici ma anche due personalità molto forti: è stato tutto rose e fiori?
«E' stato un rapporto caratterizzato da rispetto reciproco ma anche forti contrasti. Mio padre era ancora solo un pilota di moto quando Ferrari lo notò e gli diede la sua prima grande occasione, e di questo papà gli è sempre stato grato.
Certo erano due personalità molto forti, e di contrasti ce ne furono parecchi: quando arrivavano certi ordini di scuderia o quando Ferrari dava la macchina migliore ad un altro pilota mio padre ci rimaneva male, oppure una volta mio padre rifiutò di fare una corsa perché si doveva sposare e Ferrari non era certo un tipo molto comprensivo».

Ma oltre che pilota Piero Taruffi era anche un ingegnere: anche questo ha avuto un ruolo nel loro rapporto?
«In pochissimi ricordano mio padre per questo, ma è vero, lui era ingegnere e scriveva relazioni molto dettagliate cui Ferrari era interessatissimo. Taruffi diceva sempre la verità, ed era sicuramente un uomo poco malleabile, quindi anche questo campo diventava sovente scenario di scontri e discussioni».

E i tuoi obiettivi per il futuro?
«Sono in partenza per una gara molto importante. Come mio padre, anche io ho amato di più le gare su strade che quelle su pista, e sono tre anni che corro in questa affascinante competizione sul deserto, il Rally dei Faraoni. Devo sicuramente ringraziare di questo il mio fantastico team Leaseplan, che ha reso possibile questa mia nuova avventura.
Poi uno dei miei prossimi obiettivi sarà quello di partecipare alla Parigi Dakar, magari non quest’anno ma spero tanto l’anno prossimo».

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