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Telegiornaliste anno III N. 39 (117) del 29 ottobre 2007


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MONITOR Giovanna Carollo: Rai International come la BBC di Silvia Grassetti

Giovanna Carollo, giornalista professionista dal 1993, in forza a Rai International, è la conduttrice di Italia News, un contenitore di un’ora, in onda dalle 13.00 alle 14.00, che cerca di analizzare l’attualità italiana e i fatti del mondo insieme a colleghi e ad esperti, ospiti in studio o in collegamento televisivo diretto.

Giovanna, cosa è cambiato in meglio e cosa in peggio a Rai International con l'arrivo del nuovo direttore Badaloni?
«L'arrivo di un nuovo direttore porta sempre delle novità e quasi mai in peggio. Piero Badaloni conosce bene il mezzo televisivo, e con lui il resto della squadra della nuova direzione di Rai International, perciò ha saputo rinfrescare il palinsesto, soprattutto gli appuntamenti con l'informazione. Oggi Rai International strizza l'occhio alle grandi, come BBC World, France 24, con approfondimenti internazionali, collegamenti con i nostri corrispondenti nelle varie capitali del mondo. Insomma: è tutto più proiettato in un'ottica globale».

Badaloni ha ribadito in diverse occasioni la sua attenzione per gli italiani nel mondo. Tu sei un'esperta in materia...
«Quando parliamo di italiani nel mondo spesso pensiamo agli emigranti di prima generazione, quelli partiti ad inizio secolo, a volte senza né arte né parte. Invece gli italiani nel mondo oggi sono in maggioranza manager, ricercatori, esperti, uomini di certa e fondata cultura, di seconda e terza generazione con un doppio passaporto in tasca e almeno due lingue madri, aperti al mondo globalizzato. Altro che valigia di cartone. Il compito di Rai International è seguire questi cambiamenti».

Commentare le notizie dal mondo è più facile rispetto al passato?
«Certamente sì. Abbiamo a disposizione maggiori strumenti, c'è anche una migliore conoscenza dei fatti e delle società: una volta capire le svolte politiche e sociali degli altri Paesi, specie se fuori dall'Europa, era un privilegio di pochi. Oggi anche la cosiddetta "casalinga di Voghera" si interessa dei fatti dell'ex Birmania o delle vicende del Kurdistan. Merito della televisione certo, ma anche e soprattutto di internet. Una finestra sempre aperta sul mondo».

Oramai il giornalista svolge il suo lavoro da dietro una scrivania: gli approfondimenti sui fatti ne risentono?
«Non sono d'accordo. Dietro una scrivania puoi confezionare un giornale, deciderne i contenuti, il giornalismo copia-incolla non è giornalismo. Io faccio parte della vecchia scuola e parlare di un fatto, raccontare una storia senza avere verificato di persona mi riesce estremamente difficile. Poi, certo, tutto si può fare. Ma a quel punto non è più giornalismo».

Quanto spazio c'è e quanta autorevolezza hanno le giornaliste che si occupano di politica rispetto ai colleghi?
«C'è spazio per tutte, ma devi avere la passione, soprattutto per seguire i fatti politici. E' come una lunga fiction, capisci gli avvenimenti se hai seguito tutte le puntate. Quanto all'autorevolezza... Beh, non credo affatto che chi si occupi di politica abbia più credito di chi invece segue la cronaca o l'economia».

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MONITOR Paola Mascioli, globetrotter della cronaca di Giuseppe Bosso

Nata a Roma il 20 agosto 1962, Paola Mascioli, laureata in Storia e critica dello spettacolo, comincia a lavorare a Rai2 nel 1991 come inviata con il gruppo di Piero Vigorelli: cronaca nera e criminalità organizzata diventano il suo pane quotidiano.
Detto tra noi dopo tre anni diventa Cronaca in diretta (negli anni si avvicendano Alessandro Cecchi Paone, Piero Marrazzo, David Sassoli).

Con il passaggio a Rai1, conduttore Michele Cucuzza, il programma cambia nome in La vita in diretta. Paola continua a girare l’Italia e il mondo: segue i delitti di Donato Bilancia, quello di Cogne, intervista in carcere il serial killer Gianfranco Stevanin.
E’ inviata a New York dopo l’11 settembre, dove, tra i tanti servizi, incontra e intervista Hillary Clinton; a Buenos Aires nei giorni della grande crisi economica; in Kosovo tra i militari italiani.

Nel 2003 Paola approda a La7, dove conduce le telecronache dei giorni di Nassiryia, e poi ancora agli esteri: è inviata a Londra per le bombe del 7 luglio e realizza reportage sulla crisi del Darfur, sul Ruanda della riconciliazione post genocidio, sulle prime elezioni in Liberia, seguendo il candidato Gorge Weah, sulle favelas del nordest brasiliano, sulle Banlieues di Parigi.
L’Africa occupa un posto speciale nel suo cuore.
Dalla scorsa edizione conduce la rassegna stampa di Omnibus e dorme poco.

Paola, dica la verità, le pesa molto alzarsi tanto presto cinque giorni su sette?
«Sì, ma lo faccio con piacere perché amo il nostro lavoro; cosa dovrebbero dire altri lavoratori, per professioni anche molto più pesanti?».

La7 è una realtà televisiva affermata, grazie ai suoi programmi di alta qualità e ai grandi personaggi che ci lavorano: il successo della sua emittente potrebbe contribuire alla fine del bipolarismo Rai - Mediaset?
«Potrebbe se ci fossero realmente gli spazi per farlo. La7 ha compiuto grandi passi dalla sua nascita, come dimostrano eventi come la manifestazione del 20 ottobre a Roma, otteniamo continui riconoscimenti, eppure c’è ancora tanto da fare».

Ha trovato qualcosa di diverso quest’anno rispetto alla passata edizione di Omnibus?
«Sì, il mio partner! Scherzi a parte, non penso ci siano stati grandi stravolgimenti: il format è lo stesso di sempre, dalla rassegna stampa al dibattito inframmentati dallo spazio ricoperto da Enrico Vaime, una presenza importante per noi. Direi che questa formula è il segreto del successo di Omnibus».

Come giudica la conduzione tutta al femminile dell’edizione del weekend, con il trio Cambiaghi - Muccitelli - Panella?
«Molto buona. Direi che è una bellissima conferma della grande professionalità delle colleghe: è positivo vedere che in televisione non ci sono solo veline e vallette, ma anche giornaliste di alto livello».

Quali sono gli apprezzamenti che più le fa piacere ricevere dal pubblico?
«Il fatto che la gente in me veda una figura pacata e tranquillizzante, l’ideale per cominciare bene la giornata».

Tre anni fa, durante la parata ai Fori Imperiali, visse uno sgradevole episodio: le fu sequestrata una cassetta, fatto che suscitò le proteste anche della Fnsi. Alla luce di questo, cosa sente di dire riguardo il delicato tema della libertà di informazione nel nostro Paese?
«Fu un brutto episodio, scatenato da persone che quel giorno erano decisamente troppo nervose e che considerarono pericolosa l'ostentazione di una bandiera arcobaleno da parte di un paio di ragazze che si trovavano dietro le transenne e che così volevano manifestare il proprio dissenso alla politica estera italiana.
Brutto momento, dicevo: simili episodi li avevo vissuti altre volte ma in contesti diversi, in un paio di Paesi africani in cui mi trovavo per realizzare dei reportage.
Non mi aspettavo certo un simile trattamento nel cuore di Roma. Per fortuna tutto si è risolto nel giro di un'oretta, grazie all'intervento dei miei superiori, dell'Ordine dei Giornalisti e dei nostri sindacati, e con le scuse ufficiali da parte della polizia.
E poi, grazie anche ai miei tanti anni di cronaca nera, ho sempre avuto un ottimo rapporto con le forze dell'ordine; la libertà di informazione è fondamentale per ogni democrazia e va sempre difesa perché non è detto che i diritti una volta conquistati siano insindacabili.
Purtroppo oggi, e non solo in Italia, il pericolo non si annida nella censura di regimi passati, ma nella manipolazione del pensiero attraverso i media. Bisogna stare sempre attenti».

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CRONACA IN ROSA Al lavoro con Emergency di Erica Savazzi

«Kabul ha un fascino esagerato: i colori, i volti, la gente... Ogni gesto ha una cultura millenaria. Le montagne sono stupende e ogni angolo è una sorpresa, pur essendo una città ancora in gran parte distrutta. Khartoum, beh, è senza fascino... Il prodotto interno lordo del Sudan cresce al 9% l'anno, il modello a cui stanno puntando: quello di Dubai. Una città senz'anima».

Chi parla così è Davide Costa, 25 anni, un ragazzo dal viso gentile e allegro. Il suo ultimo anno e mezzo è stato piuttosto movimentato: prima in Afghanistan, a Kabul, poi a Khartoum. A lavorare per Emergency. C'era quando Daniele Mastrogiacomo è stato rapito, c'era quando è stato liberato. Ora coordina il reparto amministrativo del nuovissimo centro cardiochirurgico costruito da Emergency a Khartoum.

«Il centro si chiama Salam, che in arabo vuol dire pace, Center for cardiac surgery. E lo slogan di Emergency qui è: High quality, free of charge health care in torn areas». Alta qualità, cure gratuite.

«Emergency si è sempre occupata di civilian war victims, cioè di chirurgia di guerra. Ora lancia una sfida ancora più grande, la sanità gratuita in Africa con standard uguali a quelli dei migliori centri di cardiochirurgia dei Paesi occidentali. Il progetto riguarda in totale circa 320 milioni di persone: non solo i sudanesi, ma anche gli abitanti dei nove Paesi confinanti: Libia, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenia, Uganda, Congo, Repubblica Centrafricana e Ciad. In questi paesi verranno aperte nove cliniche pediatriche e per lo screening cardiaco che seguiranno i pazienti visitandoli, e se necessario inviandoli al Salam Center e poi seguendoli dopo il ritorno a casa. Il progetto è molto costoso, in Italia è in corso in questi giorni una campagna di raccolta fondi: Diritto al cuore».

Il centro Salam è stato inaugurato il 3 maggio scorso. A pieno regime metterà a disposizione degli ammalati venti medici e sessanta infermieri, tutti altamente specializzati. Emergency gestirà la struttura occupandosi anche della formazione del personale locale. Una volta che le conoscenze necessarie alla gestione saranno state trasmesse alle comunità locali, Emergency consegnerà loro il centro.
«Tra l'altro l'ospedale è stato progettato da un geniale architetto veneziano», racconta ancora Costa: Raul Pantaleo. «E' stupendo, mozzafiato, una delle cose più belle di Khartoum, sicuramente».

«Il Salam Center è vicino a a Khartum, a Soba, verso sud, lungo la sponda occidentale del Nilo Azzurro. Noi abitiamo per il momento in due grandi case a Khartoum, ribattezzate Mamoura e Riyad, in base al quartiere dove si trovano. L'anno prossimo partiranno i lavori per costruire le residenze degli internazionali nel compound dell'ospedale, a Soba. Per il momento facciamo venti minuti di minubus per venire al lavoro. Qui in Sudan la maggior parte dello staff internazionale è composta da italiani. Nelle altre missioni almeno il 50% sono non italiani. Qui adesso siamo una quarantina, di cui una greca, tre serbi, un pachistano e un'americana. La lingua di lavoro è comunque l'inglese, e dopo un po' si comincia a masticare anche qualche parola di arabo».

Davide ha iniziato a lavorare per Emergency quasi per caso, grazie alla sua ragazza, che aveva già partecipato a diverse missioni:
«Ovvio che sono partito per motivi umanitari e che la cosa più bella del mondo è vedere un bambino che sorride quando se ne va dal nostro ospedale, ma la verità è che la decisione di partire ha molto a che fare anche con se stessi. Sono sempre stato affascinato dai posti selvaggi, dalle terre di frontiera e dalla storia. Mi piace da morire quando si deve prendere una direzione e si dice "nord", o "sud", invece che "verso Torino" o "verso Milano". E' il senso dello spazio, dell'esplorazione, del non certo. E c'entra anche la sfida professionale. Se fossi rimasto in Italia non avrei mai avuto la possibilità di avere le responsabilità che ho ora prima di dieci anni, almeno».

Si è parlato molto dell’attività di Emergency a Kabul durante i giorni del rapimento dell’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo: l’attività di negoziazione, poi la liberazione del giornalista e la morte del suo interprete Ajmal e dell’autista Saeed Agha, l’arresto del collaboratore di Emergency Rahmatullah Hanefi, la decisione di lasciare l'Afghanistan per poi ritornarci a fine giugno dopo la sua liberazione.
«Alla fine dall'Afghanistan sono stato evacuato due volte», racconta Costa. «Dopo che in aprile le condizioni di sicurezza sono venute meno ci siamo trasferiti tutti e quaranta a Dubai. In seguito siamo tornati in cinque a Kabul, per poi essere evacuati definitivamente in Sudan, dove stava per essere inaugurato il Salam Center. In entrambi i casi la sensazione era quella di incredulità: possibile che dopo tutto il lavoro che Emergency ha fatto per anni siamo costretti ad andarcene così? Ci tornerei, sì. Anche se come lavoro preferisco quello che faccio qui in Sudan, dove c'è un po' più "sistema". Ma l'Afghanistan ti resta nel cuore».

Quando gli si chiede di parlare di una persona in particolare, Davide Costa sceglie un ragazzo che è stato ospite dell’ospedale di Kabul per tutto l’inverno scorso: «Nasrullah era la nostra mascotte. E' stato dimesso il giorno stesso che ho lasciato per l'ultima volta l'Afghanistan. Gli abbiamo regalato un pupazzo a forma di leone. In dari, "leone" si dice sher. L'abbiamo salutato così: Hodofis bacia, hodofis sher: arrivederci ragazzo, arrivederci leone».

E infine un commento su Gino Strada, il chirurgo di guerra per eccellenza: «E’ un leader, indubbiamente, ma il suo lato migliore è quello culinario. Da segnalare i suoi tagliolini fatti in casa con il ragù».

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FORMAT La tv di tutti e di Nessuno di Giuseppe Bosso

Il 29 gennaio dell’anno prossimo spegnerà tre candeline sulla torta, ma ha già dimostrato carattere da adulta. Nessuno tv è anzitutto la risultante di diverse esperienze, più o meno riuscite, in particolare quella di Bruno Pellegrini su Planet, durata all’incirca sei mesi con le trasmissioni Insider e A schiena dritta, e quella di Iride tv, nata nel 2003 per raccontare la Festa de l’Unità e ancora oggi parte attiva della programmazione.

Nel gennaio 2005 Nessuno tv inzia a trasmettere sul canale 890 di Sky da un sottoscala di viale Mazzini. Partenza precaria, certo, ma con uno staff di grande livello, dal direttore Claudio Caparra a Paolo Mondani, da Aldo Torchiaro al polivalente Mario Adinolfi e Andrea Soldani, regista pionere della tv evento a Taxi Channel.

E’ chiaro che occorre inventare qualcosa di innovativo per poter farsi strada nell’ormai variegatissimo mondo della tv satellitare, e cosa c’è di meglio che coinvolgere direttamente il pubblico mediante quella forma di comunicazione che sta pian piano facendosi largo anche dalle nostre latitudini, ossia il blog?

L’ingresso nella società del gruppo milanese Digital Magics e di Dol - momento essenziale, questo, per la vita del canale - permette di sviluppare la suggestiva idea di creare un contatto continuo tra l’emittente e lo spettatore, e nasce quindi BlogTv, il programma e la tv fatta dai bloggers, dalla rete al piccolo schermo.

Contemporaneamente, dal piccolo sottoscala gli studi si spostano in un locale aperto al pubblico di 1000 metri quadrati in via Ostiense, sempre a Roma, dando così un segno ulteriore della connotazione di Nessuno Tv, che non tarda ad affermarsi come primo canale di approfondimento politico in Italia, che ospita numerosi convegni e manifestazioni e, poco prima delle elezioni politiche dell’aprile 2006, segue passo passo i giorni precedenti alle votazioni.

A giugno del 2006 assistiamo, tuttavia, alla “separazione consensuale” tra Pellegrini, determinato a intraprendere una nuova iniziativa incentrata sullo user generated content televisivo - TheBlogTv che prende corpo di lì a poco - e Nessuno Tv, che tuttavia non ne risente.

Anzi, continua a crescere ed espandersi progressivamente sotto la direzione di Claudio Caprara e la presidenza di Luciano Consoli, continuando la strada dell’approfondimento politico italiano e internazionale, sempre con il massimo coinvolgimento del pubblico attraverso la rete e le nuove tecniche di videopartecipazione.

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CULT David Lynch, da regista a guru di Antonella Lombardi

Da regista visionario e perturbante a guru della meditazione trascendentale. A David Lynch, Leone d'Oro alla carriera, regista capace di raccontare atmosfere e personaggi inquietanti, i temi che interessano e le parole che ripete ossessivamente sono “beatitudine”, “pace”, “coscienza”. «Il livello più profondo della vita è la pura coscienza. La vita migliora man mano che si espande la coscienza».

Difficile riconoscere in queste parole il regista di film come Mulholland Drive, Elephant Man, Velluto blu, nonché l’autore di alcuni episodi della serie televisiva I segreti di Twin Peaks, un cult che ha incollato undici milioni di spettatori, tutti a chiedersi che fine avesse fatto Laura Palmer. Il sessantunenne regista dal ciuffo bianco spettinato, di passaggio a Palermo per parlare della sua "Fondazione Paese globale della pace mondiale", non è qui per raccontare il lato oscuro della città.

E nemmeno della sua vita, che adesso divide con una compagna di trent'anni più giovane. Non c’è spazio per il cinema, il doppio, l’inconscio e la borghesia sapientemente analizzata, sezionata e criticata da uno dei registi più visionari d’America. Un regista che, al pari di altri grandi autori, era diventato un aggettivo identificativo di uno stile. E’ successo con Fellini, Bunuel e anche con Lynch. Cinema dell’abisso, lo ha definito il critico Enrico Ghezzi, volutamente contro «una narratività lineare».

All’autore di Cuore selvaggio proviamo comunque a strappare qualche battuta su temi diversi. Cosa pensa del conferimento del Nobel per la pace ad Al Gore?
«Ne sono lieto - risponde Lynch - penso che Al Gore dovrebbe candidarsi alla Casa Bianca e che la stampa italiana lo dovrebbe appoggiare». E come fa un regista che per anni ha narrato il doppio e l’inquietudine a parlare di pace interiore e meditazione? «Nella vita sono diverso dai miei personaggi. I contrasti e i conflitti fanno parte della vita, ma non è detto che l’artista per descrivere la sofferenza debba soffrire». Ma Lynch torna ancora una volta sulla meditazione e annuncia l’imminente apertura, a Roma, della prima scuola che parlerà di “pace dinamica”.

A rompere gli schemi, inaspettato e insperato, l’intervento di Philippe Daverio, critico d’arte e conduttore della trasmissione Passepartout che, dopo uno scambio col regista sulla sua ultima esposizione artistica alla triennale di Milano, chiede, a mo’ di provocazione: «Scusi, è vegetariano?». E Lynch, finalmente, si scalda: «Non rinuncio a niente – tiene a precisare – ho sempre fumato, amo il vino rosso e il cappuccino. Bevo molti cappuccini».

E dopo aver rilasciato una battuta sulle nuove tecniche digitali che nulla «tolgono alla creatività del regista, ma che sono più flessibili e meno costose», Lynch si sofferma sulle delizie della cucina italiana.
Meditate gente, meditate. Più che in versione Cuore selvaggio, Lynch in Sicilia arriva in versione “spaghetti e mandolino”.

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DONNE Marie Trintignant, vittima di un amore di Valeria Scotti

Avrebbe voluto fare la veterinaria. Ma con un padre attore, Jean-Louis Trintignant, e la madre regista, Nadine Marquand, Marie Trintignant si accorse presto che avrebbe lavorato nella grande casa del cinema.
Fu proprio la madre a liberarla dalla timidezza e a dirigerla, per i primi piccoli ruoli, nelle pellicole francesi Mon amour, mon amour, Tempo d'amore, L'uomo in basso a destra nella fotografia e Le voyage de noces.

Nel 1979, la prima occasione da protagonista nel film drammatico Il fascino del delitto del regista Alain Corneau. E subito dopo, il confronto con registi importanti: Pierre Salvadori, Michel Deville e l’italiano Ettore Scola, che nel 1980 la portò su La terrazza.

Arrivarono presto le soddisfazioni. Marie fu nominata cinque volte per il Premio César, partecipò a numerosi serial e film per il piccolo schermo, si dedicò al doppiaggio in occasione di un lungometraggio d'animazione dedicato a Corto Maltese e tenne sempre vivo l’impegno politico a favore delle donne.

Marie aveva occhi verdi, lo sguardo di una donna malinconica. Tanto versatile nel suo lavoro - si divideva tra film d’avventura, genere horror e scene di guerra – quanto nelle questioni sentimentali. Tre matrimoni, quattro figli, e un ultimo sfortunato incontro con Bertrand Cantat, il cantante ribelle del gruppo musicale Noir Desire.

Un amore durato sei mesi e sfociato nella tragedia una notte del luglio 2003. Un violento litigio in una suite d’albergo di Vilnius, in Lituania, la penultima scena. E la morte, dopo alcuni giorni di coma, di Marie. Era appena quarantunenne.
Una fine che ha chiuso quegli occhi verdi, verdissimi, per sempre.

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TELEGIORNALISTI Mario Mattioli, a tutto campo di Giuseppe Bosso

Incontriamo questa settimana Mario Mattioli, uno dei veterani di Rai Sport, passato alla ribalta delle cronache per aver pestato il noto teledisturbatore Gabriele Paolini - non a caso è uno dei principali telecronisti di boxe...

Mario, dà soddisfazione picchiare Paolini? E' pentito di quella situazione, ancora oggi tra i video più cliccati di Youtube?
«È stata una situazione molto fastidiosa, dal punto di vista fisico e professionale, connaturata del resto a questo sgradevole personaggio. Lo rifarei, certo, ma credo che sia lui stesso, ora, a stare alla larga da me…».

Qualche settimana fa abbiamo assistito all’arresto di un ultrà della Juve per il lancio di un petardo: sta cambiando qualcosa dal punto di vista della sicurezza negli stadi?
«Ho la sensazione che sia stata una vicenda amplificata dai media. Le cose non sono cambiate nel calcio, né dal punto di vista della sicurezza, né nel resto della gestione. Certo è che questi personaggi sono e rimangono dei piccoli delinquenti che non vanno confusi con i veri tifosi che vivono il calcio e lo sport come una sana passione».

I tanti scandali che hanno riguardato il mondo dello sport, da Calciopoli alla Formula 1 fino al doping nel ciclismo, sono una piaga che si potrà sconfiggere? Non si rischia di allontanare il pubblico?
«Il pubblico fa presto a dimenticare, anche se l’amarezza è tanta. Quanto al ciclismo, direi che la vicenda che ha coinvolto Danilo Di Luca sia stata molto strumentalizzata e ingigantita. La semplice frequentazione di un medico squalificato dalla Federciclismo di per sé non è una prova certa di colpevolezza: pensare di squalificarlo solo per questo mi sembra una stupidata.
Quanto alla Formula 1, la spy story di cui si è tanto parlato non è altro che un’ennesima prova di come lo sport stia diventando sempre più solo business: girano tanti, troppi soldi, e quella che dovrebbe essere una normale rivalità sportiva il più delle volte finisce per diventare una concorrenza tra aziende, come nel caso Mc Laren - Ferrari».

Come giudica la presenza di grandi allenatori nelle vesti di opinionisti nei programmi sportivi, da Capello a Lippi?
«Capello è stato sicuramente un importante innesto per Rai Sport: pochi sanno spiegare il calcio come fa lui, riesce a intuire quelle che potranno essere le decisioni dei suoi colleghi in panchina e riesce a cogliere quegli spunti tattici che magari in un primo momento sfuggono a noi telecronisti. Direi che il pubblico ha molto apprezzato, nelle prime telecronache della nazionale, i suoi interventi».

Pensa che sia il caso di rivedere l’argomento dei diritti televisivi sul campionato?
«Si parla già di un possibile riacquisto da parte della Rai, e personalmente me lo auguro. Abbiamo sicuramente ottenuto buoni risultati l’anno scorso con la Champions League, ma certo non compensano le carenze che registriamo da tre anni a questa parte. Io, ad esempio, sto cercando di far riprendere una storica rubrica come Domenica Sprint: sarebbe davvero ottimo se riuscissimo a riprendere i diritti sul campionato».

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SPORTIVA Decreto Pisanu: funziona? di Mario Basile

Sono passati due anni dall’approvazione del famoso, e per alcuni famigerato, Decreto Pisanu: la disposizione parlamentare il cui nome per esteso è «Norme di sicurezza per la costruzione e l'esercizio degli impianti sportivi».
La stessa legge che, in parole povere, ha introdotto l’obbligo dei biglietti nominali per accedere agli stadi, severi controlli all’entrata, l’installazione di tornelli e di aree destinate al “prefiltraggio” dei tifosi. Anche se, ad onor del vero, gli ultimi due aspetti hanno visto la luce nella totalità degli impianti italiani dopo i tragici fatti di Catania: per oltre un anno si era andati avanti a suon di deroghe.

Con l’entrata in vigore della legge si pensò di porre fine, con semplici accorgimenti, all’annoso problema della sicurezza negli stadi. Ma il sistema denunciò subito le sue falle: nel 2005, a Modena, un tifoso riuscì ad entrare allo stadio facendosi intestare il biglietto ad Al-Zawahiri, ex braccio destro di Bin Laden.
Poco tempo dopo, ad Ascoli, una tifosa della Sampdoria fu ferita da un razzo lanciato dalla curva dei tifosi di casa.
La morte dell’ispettore Raciti, il caso Roma-Manchester e la bomba carta che due domeniche fa ha stordito il cagliaritano D’Agostino, hanno confermato che i problemi sono tutt’altro che risolti.

Ma come può accadere tutto ciò? Per capirlo abbiamo preso in esame Napoli – Juventus: una delle partite di cartello della nona giornata di Serie A.

Com’era prevedibile, i biglietti, la cui prevendita era iniziata il 15 ottobre, sono terminati in meno di una settimana. I tagliandi, però, non sono finiti nelle mani dei tifosi napoletani e juventini, ma quasi tutti in quelle dei bagarini: personaggi che il Decreto Pisanu si era prefissato di cancellare.

In effetti, l’introduzione del biglietto nominale neutralizzerebbe con facilità il bagarinaggio, se all’ingresso si controllasse il documento di tutti coloro che entrano. Non è così. Nelle partite di cartello, con l’avvicinarsi del fischio d’inizio, la ressa al varco è tale che gli addetti ai controlli sono costretti a sorvolare per evitare che le cose degenerino.

In questa situazione di caos totale, anche gli steward deputati al controllo degli oggetti pericolosi chiudono un occhio e lasciano passare senza problemi. Del resto, anche il controllo “vero” col metal detector è facilmente aggirabile: il dispositivo suona la maggior parte delle volte, basta avere un mazzo di chiavi in tasca, ma se si dichiara la non pericolosità degli oggetti in possesso, gli steward lasciano passare senza verificare nemmeno.

Dicevamo degli affari d’oro dei bagarini, che sono sempre i più “veloci” a comprare i tagliandi. Ne hanno a dozzine, anche se la regola vuole che ogni persona possa acquistarne – presso i rivenditori autorizzati – un massimo di quattro presentando altrettanti documenti d’identità.

Il loro raggio d’azione è nei pressi del botteghino dello stadio. In molti convincono i clienti all’acquisto, assicurando che non saranno controllati per via della forte affluenza. Altri, invece, scelgono la via della “legalità”: raccomandano al tifoso, una volta tornato a casa, di effettuare il cosiddetto “cambio utilizzatore” dal sito stesso della società azzurra. Così facendo, egli legittima la proprietà del biglietto con un attestato, scaricabile dal web, che al momento dell’ingresso presenterà all’addetto ai controlli insieme al biglietto originario e al documento.

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