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Telegiornaliste anno IV N. 8 (133) del 3 marzo 2008


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MONITOR Marta Cattaneo, portavoce della gente di Giuseppe Bosso

Giornalista professionista dal 2007, Marta Cattaneo muove i primi passi sulla carta stampata scrivendo per il quotidiano Cronache di Napoli. Successivamente approda all’emittente ItaliaMia (Sky 919) dove conduce il programma Onorevole cittadino.

In Onorevole cittadino sei portavoce del malessere della gente di Napoli. Le istituzioni recepiscono queste richieste?
«Sì, abbiamo avuto dei buoni riscontri. Alcuni casi portati alla nostra attenzione sono stati affrontati e risolti».

Qual è stata la vicenda che più ti ha colpito tra quelle che hai seguito?
«Per carattere tendo ad affezionarmi un po’ a tutte. Sicuramente ricordo l’incontro che ho avuto con dei ragazzi di un centro di recupero per tossicodipendenti a Ponticelli, e poi un viaggio nelle chiese chiuse del centro storico».

Italia Mia è visibile anche sul satellite. Questo vi comporta un maggiore lavoro?
«Sicuramente comporta più responsabilità per una redazione, ma in ogni caso la serietà e l’impegno sono gli stessi di come se lavorassimo solo in ambito locale».

Siani e Anna Politkovskaya sono due casi in cui il giornalismo è diventato una missione che ha poi portato al sacrifico della vita. Cosa ne pensi?
«Ogni mestiere ha i suoi pro e i suoi contro. Per alcuni aspetti, la nostra è più una missione che un lavoro, anche se ritengo estremi i casi citati. La cosa più importante è non lasciarsi prendere troppo ed essere consapevoli di quello che si fa. Per quanto mi riguarda, cerco di non subire condizionamenti. Se ho qualcosa da dire la dico: nel nostro lavoro non bisogna porsi freni sotto questo punto di vista».

E’ importante l’affiatamento perché una redazione funzioni bene? Trovi più in sintonia con i colleghi uomini o con le donne?
«Tra di noi c’è una buona intesa. Nessuna differenza, vado d’accordo con entrambi».

Quale immagine ti ha più colpito delle ultime vicende?
«Il problema dell’emergenza rifiuti a Napoli, che spero possa risolversi al più presto anche perché continuiamo a dare al mondo questa immagine così deturpata. Inoltre, mi ha colpito la vicenda dei monaci della Birmania di qualche mese fa».

Che programma sogni per il futuro?
«Mi piacerebbe condurre una trasmissione dedicata alla riscoperta delle tradizioni popolari di Napoli, ma soprattutto qualcosa che mi permetta di fare inchieste sempre sui problemi della gente, come Report su Rai3».

Colleghi come modello?
«Ammiro molto Milena Gabanelli proprio per le sue inchieste accurate. Anche Santoro è un professionista da prendere come esempio. Sarebbe un sogno poter lavorare con loro».

Quali difficoltà hai trovato nel passare dalla carta stampata alla televisione?
«Il confronto con la telecamera è una cosa ben diversa dal lavoro sul giornale che spesso ti pone quasi nell’ombra a meno che tu non sia una grande penna. Se si è timidi di carattere, sicuramente s'incontra maggiore difficoltà nel contatto con il pubblico».

Quale notizia ti piacerebbe dare?
«Una Napoli più vivibile per le persone e con meno problemi».

Quali sono le maggiori difficoltà che incontra una giovane giornalista come te nel conciliare lavoro e vita privata?
«Mancanza di tempo e difficoltà nel ritagliare spazi in cui dedicarmi agli affetti, alla famiglia e alle amicizie».

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CRONACA IN ROSA Contro la tratta di esseri umani di Erica Savazzi

Prostituzione, sfruttamento lavorativo, adozioni illegali, traffico di organi, pedofilia: attività illecite che si alimentano con la tratta di esseri umani, con l’allontanamento forzato di uomini, donne e bambini dalle loro terre di origine per farne gli schiavi del terzo millennio.

Per cercare di porre fine a questo “commercio”, a febbraio è entrata in vigore la Convenzione del Consiglio d’Europa contro la tratta degli esseri umani. Approvata a Varsavia nel 2005, è stata ratificata da 14 stati tra i quali, però, non figura l’Italia, nonostante il governo l’avesse sottoscritta all’atto della stesura.

Secondo i dati del Consiglio d’Europa sono più di 600.000 le vittime della tratta all’interno dei confini continentali. Quasi l’80% sono ragazze e donne. Una triplice azione è quindi necessaria: prevenire la tratta, proteggere i diritti delle persone che ne sono vittime e perseguire i trafficanti. Al centro, i diritti umani e la dignità delle vittime, alle quali devono essere assicurate assistenza e protezione senza alcuna discriminazione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, originale nazionale o sociale.

Le vittime della tratta, e in particolare donne e minori, una volta identificati potranno ottenere un permesso di soggiorno rinnovabile e ricevere assistenza per un recupero fisico, psicologico e sociale, che prevede anche l’accesso al mercato del lavoro, alla formazione professionale e all’istruzione. A tutti viene garantita una consulenza legale, ed è previsto un fondo di assistenza per il reinserimento della persona o nel Paese di provenienza o nello Stato di accoglienza.

Per scoraggiare la tratta, proteggere le vittime e intervenire penalmente per perseguire i reati previsti dalla Convenzione – con aggravante se si tratta di bambini – i Paesi firmatari si impegnano a cooperare fra loro con maggiori controlli alle frontiere e uno scambio capillare di informazioni. Le autorità statali sono inoltre invitate a collaborare con organizzazioni non governative e con la società civile.

L’attuazione della Convenzione verrà costantemente verificata da un gruppo di esperti composto in modo paritario da uomini e donne, GRETA, che elaborerà periodicamente alcuni rapporti valutativi delle misure prese dai firmatari.

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FORMAT Pagellone di febbraio di Giuseppe Bosso

Mentre scriviamo è in corso di svolgimento il Festival di Sanremo sul quale rimandiamo a marzo la nostra valutazione.

10 con lode a I migliori anni. Carlo Conti sbanca il sabato sera con un programma che mette a confronto le generazioni e i protagonisti degli ultimi decenni, e il risultato è a dir poco vincente. La Lotteria Italia, preoccupata dopo il flop del Treno dei desideri di non ricevere un adeguato abbinamento televisivo, ringrazia di cuore.

9 con merito a Niente di personale. Dopo Exit, La7 centra ancora la prima serata del lunedì con Antonello Piroso: piazza il colpaccio dell’intervista al figlio di Bin Laden e riesce ad affrontare temi delicati e d’attualità senza sfociare nella tv urlata che, altrove, imperversa.

8 con plauso a Don Matteo 6, finora vincitore - anche se per poco - della sfida degli ascolti del giovedì contro i Ris di Canale5. Da segnalare il positivo innesto di Simone Montedoro: pian piano è riuscito a non far rimpiangere Flavio Insinna nei panni del capitano della caserma dei carabinieri, unico componente del cast storico ad aver lasciato.

7 pieno a Mattino cinque, vera sorpresa di inizio anno per Canale5. Non era facile confrontarsi con un colosso come Uno Mattina in una fascia oraria che l’emittente ammiraglia di Mediaset riservava alle repliche degli show targati Maurizio Costanzo. Ma la coppia D’Urso-Brachino è riuscita nella sua missione.

6 di grande sorpresa alla nuova veste di Buona Domenica. Paola Perego decide finalmente di darci un taglio: meno tv trash, meno personaggi e protagonisti di reality show e più spazio a storie vere, alle problematiche dei nostri giorni come la crisi economica generale e l’emergenza rifiuti in Campania. Speriamo non si tratti solo di un momento effimero di lucidità.

5 con rammarico alle vicende ambientate nell’Agro Pontino di Questa è la mia terra vent’anni dopo, decisamente sottotono rispetto alla prima serie. Malgrado la bravura degli interpreti, il pubblico non ha molto gradito questo secondo capitolo che ha in buona parte stravolto una storia arrivata, due anni fa, a totalizzare anche sei milioni di spettatori.

4 di delusione a La sai l’ultima. Il grande ritorno della "più amata dagli italiani" a Mediaset ha vita breve. Per quanto la Cuccarini e Boldi ce l’abbiano messa tutta, è il programma a non andare: stesse scenografie, stesse ripetitive e non sempre divertenti barzellette, stesse poche idee. La chiusura anticipata è stata logica conseguenza.

3 di disapprovazione a chi ha pensato bene di scritturare Fabrizio Corona per una fiction che andrà in onda l’anno prossimo. L’ennesimo schiaffo a quelli che, con professionalità e fatica, cercano un piccolo posto al sole nello spietato show business e si vedono scalzare dal personaggio di turno noto non certo per vicende edificanti.

2 senza appello alle due - più che sufficienti - puntate di Uomo e gentiluomo. Stavolta la brava Milly Carlucci incappa in un passo falso dopo quelli vincenti di Ballando con le stelle e Notti sul ghiaccio. Malgrado la presenza nel cast di veterani della canzone (Albano, D’Angelo) e di attori emergenti (Brugia, Simioli), il reality non lascia tracce significative.

1 di rimprovero ai telecronisti ex calciatori che imperversano su tutte le reti. Sorprende e amareggia vedere come, pur avendo alle spalle anni di esperienza sui campi di gioco, non riescano a leggere le partite con quel piglio e quella prontezza che gli spettatori-abbonati (ma anche del servizio pubblico) meriterebbero.

0 ai leader dei principali schieramenti politici che non sembrano intenzionati a confrontarsi in un faccia a faccia che, invece, sarebbe doveroso in questo momento di grande incertezza. Auguriamoci che cambino idea.

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CULT La bellezza italiana secondo Stephen Gundle di Valeria Scotti

Una fotografia del fascino italiano tra l'Ottocento e i nostri giorni. La bellezza, parte integrante del patrimonio storico e culturale del nostro Paese, è protagonista tra le pagine di Figure del desiderio. Storia della bellezza femminile italiana, l’ultimo libro di Stephen Gundle, edito da Laterza. Professore inglese di Storia dei Mass Media e profondo conoscitore della lingua e della cultura del nostro Paese, Gundle ha analizzato l’universo delle donne italiane che, per il mondo, costituiscono un ideale di femminilità.

Sono tante le donne-simbolo che sfilano lungo le pagine del suo libro. In che modo il fascino italiano ha caratterizzato e influenzato l'Ottocento sino ai giorni nostri?
«Il fascino italiano per gli stranieri è sempre stato legato alla bellezza, allo stile di vita del Paese e alla promessa di felicità offerta. Alla stesso modo, la bellezza delle donne italiane è sempre stata vista come calda, bruna e naturale, diversa dalla bellezza fredda e studiata delle donne del Nord Europa. Si tratta di uno stereotipo molto sfruttato dal cinema del dopoguerra e che è stato un una trampolino di lancio per attrici e modelle. All'estero, l'attrice italiana è sempre stata rappresentante della femminilità mediterranea. In passato, la femminilità italiana piaceva perché era rassicurante: la bella italiana era una donna tradizionale che accettava il suo destino biologico. Da diversi decenni, queste idee hanno subito una notevole modernizzazione. La Loren, la Bellucci ed altre spesso parlano contro la magrezza estrema, contro la chirurgia plastica, a favore del buon cibo e così via. In un periodo in cui gli ideali della bellezza del mondo occidentale hanno sempre meno a che vedere con la natura, c’è la richiesta di una via meno artificiale e più in sintonia con la vita normale».

Lina Cavalieri, soprano e attrice cinematografica, fu definita da d’Annunzio "la più conturbante espressione di Venere sulla Terra". In cosa consisteva il suo fascino?
«La Cavalieri è un personaggio chiave perché era una popolana dal portamento regale. Univa quindi le qualità estetiche, da lungo tempo associate alle italiane, alle ambite qualità di classe e di eleganza. Era nata a Trastevere, ma ben presto divenne un'italiana di Parigi, lavorando alle famose Folies Bergère prima di intraprendere una nuova carriera come cantante lirica. La sua bellezza tipicamente italiana fu molto discussa, quasi innalzata a bandiera nazionale. A suo tempo fu chiamata "la donna più bella del mondo" e questo divenne poi il titolo del film sulla sua vita interpretato dalla Lollobrigida. La Cavalieri è emersa proprio nel momento in cui la riproduzione fotografica diventava comune: fu spesso raffigurata nelle riviste e in migliaia di cartoline. Inoltre aveva una vita privata piuttosto movimentata, essendosi sposata quattro volte. Al contrario di altre bellezze, aveva sempre un'aria malinconica, un po' come la Bellucci oggi».

Come possiamo descrivere la bellezza di due icone del cinema italiano come la Loren e la Lollobrigida?
«Negli anni Cinquanta si diceva che la Lollobrigida era la più amata dagli italiani mentre all'estero la Loren godeva di maggiori favori. La prima era forse più bella, ma meno esuberante e originale. La Lollobrigida ha presto abbandonato i ruoli di popolana ma la Loren, che del resto poteva fare leva sulle sue origini partenopee, ha semplicemente aggiunto altre sfaccettature al suo personaggio. Ha sempre parlato delle sue origini umili e delle sue lotte e ha coinvolto il mondo intero negli anni Sessanta nel suo tormentato tentativo di diventare madre. All'estero, erano viste un po' come la Marilyn Monroe e la Jayne Mansfield del cinema italiano e come queste non hanno mai recitato insieme. Ma nel tempo, la Loren che aveva dalla sua parte un produttore importante, Carlo Ponti, e un regista come De Sica, si è rivelata un'attrice superiore. Per gli stranieri non rappresenta tanto il cinema italiano o la moda italiana, quanto l'Italia stessa».

La bellezza italiana ha concorrenti nel mondo?
«Alla fine dell'Ottocento - il periodo in cui i confronti internazionali tra i tipi di bellezza andava per la maggiore - si diceva che i modelli forti erano la francese, l'inglese, l'italiana, la spagnola e l'americana. Nei decenni successivi, la bellezza spagnola subì un declino, mentre la francese perse molti dei suoi connotati specifici. La bellezza americana era più legata a qualità tipo la sportività, la salute, l'emancipazione. La figura della "rosa inglese" forse resiste, ma è interamente legata a donne specifiche tipo la principessa Diana o l'attrice Kate Winslett. Solo l'italiana è rimasta un modello forte in cui certe idee vengono prima delle donne che le incarnano. Ma nell'era della globalizzazione, i discorsi intorno a modelli nazionali di bellezza hanno sempre meno senso e corrono anche il rischio di sembrare un po' arretrati se non addirittura razzisti».

Miss Italia e gli altri concorsi: quanto sono cambiati nel corso degli anni e quanto ancora rispecchiano realmente la bellezza italiana?
«Miss Italia gode di una visibilità che manca a molti altri concorsi. Da sempre sono in gioco due modelli: la bellezza della tradizione, apprezzata da molti giurati, e la bellezza corrente, che è quella a cui aspirano la maggiore parte delle concorrenti. La seconda è meno nazionale e più aperta alle suggestioni della moda e della televisione. A mio parere, il concorso cerca di mantenere un equilibro tra questi modelli, facendo presiedere la giuria alle bellezze più rappresentative del Paese come la Loren, la Cardinale, la Bosè, ma alternando le vincitrici: un anno la bionda, un'altro la bruna tradizionale e così via. E' comunque un equilibrio difficile da mantenere. Tutta la controversia intorno a Denny Mendez nel 1996 ne è la prova. Da allora, nessuna candidata di colore ha avuto più serie possibilità di vincere».

Perché spesso è difficile liberarsi dai modelli imposti dall’industria della bellezza?
«Perché l'industria della bellezza si propone come amica delle donne e offre prodotti dall'utilità immediata. Promette qualcosa che affascina anche se poi, nella realtà, è impossibile da ottenere: l'eterna giovinezza, o almeno la sembianza di essa. Nella società moderna le apparenze contano molto e il potere dell'industria della bellezza ne è una delle conseguenze».

Ha ricevuto più testimonianze maschili o femminili dopo la pubblicazione del suo libro?
«Avevo messo in conto che avrei ricevuto delle critiche per aver affrontato un tema ritenuto da alcuni troppo frivolo per un esame storico, da altri più adatto a una donna che a uno studioso a causa della pesante eredità di maschilismo che c'è in ogni discorso sulla bellezza delle donne. In realtà ho trovato più disponibilità tra le donne e credo che un numero maggiore di copie del libro - sia in Italia che all'estero - siano state comprate dalle lettrici».

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DONNE Lina Wertmüller, un complicato intrigo di donna, cinema e vitalità di Camilla Cortese

Una donna piccola piccola, un nome lungo lungo, la celebre montatura bianca, carisma da vendere. Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich, regista e sceneggiatrice italiana, nasce a Roma nel 1928. Inizia a lavorare in teatro, radio e televisione e per alcuni anni è animatrice e regista dei celebri spettacoli di Maria Signorelli, la mamma dei burattini italiani.

Ragazza un po’ scugnizza nella meravigliosa Roma degli anni Sessanta, dei paparazzi in via Veneto, della dolce vita. Nel 1963 lavora come aiuto regista di Federico Fellini in Otto e mezzo, firmando poi nello stesso anno sceneggiatura e regia de I basilischi, ritratto impegnato dei giovani borghesi meridionali. L’anno seguente, per confondere i critici che stavano già per aggiudicarle il titolo di regista impegnata, gira un grande successo televisivo, Il giornalino di Gian Burrasca.

Carattere da vendere, raffinatezza nelle ambientazioni grazie alla collaborazione con il marito Enrico Job e un gusto barocco per i titoli sempre più lunghi e ridondanti, inventati per contrariare i produttori, e per giocare a confondere il pubblico, che non li ricorda per intero e li storpia. Chi terrebbe a mente Film d’amore e d’anarchia ovvero: stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza (1973)?

Quest’ultima pellicola, insieme con Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972) e Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) compone la trilogia della coppia comica Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, due grandi attori della commedia all’italiana che si prestano per la Wertmüller a esasperare la commedia stessa, a dilatarne i canoni classici nei toni della satira grottesca e dell’ironia.

Lo stile inconfondibile, quasi gretto, la regia eccitata e arrogante, il linguaggio popolare, le scelte avallate dal favore del pubblico, valgono a Lina Wertmüller il pollice verso della critica italiana. Amatissima, invece, in Giappone e in America, dove il suo Pasqualino settebellezze (1975) riceve - la prima volta per un film non di lingua inglese - quattro nomination all’Oscar tra cui miglior regista. Lei, la prima donna regista candidata all’Oscar.

Alcuni film degli anni Novanta vedono la collaborazione con Sophia Loren e uno sguardo un po’ stereotipato su Napoli. Forse viene meno la freschezza, ma non il suo impegno politico e sociale, i suoi protagonisti aderenti all’anarchismo, al comunismo, al femminismo, ai conflitti socio-economici dell'Italia. Un’autrice a tutto tondo, grintosa, sanguigna, una donna di spettacolo che è stata anche regista televisiva, di teatro, di opera lirica, scrittrice di canzoni.
Nell’anno del suo ottantesimo compleanno non si può che essere fieri di lei.

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TELEGIORNALISTI Pino Maniaci, la mia lotta alla mafia di Giuseppe Bosso

Questa settimana incontriamo Pino Maniaci, il direttore dell'emittente siciliana Telejato, balzato di recente all'attenzione delle cronache per aver subito a Partinico un'aggressione da un gruppo di giovani tra cui il figlio di un boss.

Era già stato coinvolto in simili manifestazioni d'insofferenza?
«No, questa è la prima aggressione fisica. In passato ci sono stati, però, episodi intimidatori come le gomme tagliate alla mia auto».

Ha ricevuto piena solidarietà dalla FNSI. E le istituzioni?
«E' giunta solidarietà anche da persone come Bertinotti e Veltroni che mi hanno incoraggiato a non demordere nelle mie battaglie».

Esperienze come questa la spronano ad andare avanti?
«In un primo momento lo sconforto è tanto, ma è naturale che sia così. L’importante è avere la forza di reagire immediatamente e continuare».

Quali sono le maggiori difficoltà che incontra il direttore di una emittente siciliana?
«Telejato è una televisione comunitaria che ho creato quasi dieci anni fa anche grazie alla collaborazione e al sostegno della mia famiglia, mia moglie e i miei figli. Pian piano ci siamo affermati, ma i problemi sono tanti, soprattutto di natura economica. Poche le risorse, la pubblicità è ridotta e il budget ne risente. Penso siano problemi comuni a tante altre piccole emittenti, ma la volontà di insistere nella nostra missione è sempre la stessa».

Ritiene che ancora oggi ci siano giornalisti pronti anche a sfidare la mafia e la criminalità organizzata?
«Certo, e avverto un grande risveglio da parte del giornalismo inteso come missione al servizio del cittadino. E' importante che si affronti il mestiere con questo spirito».

I casi Cuffaro e Mastella rappresentano la punta dell'iceberg di una profonda crisi politica che, da decenni, vive il nostro Paese?
«La nostra politica sta vivendo una fase di profonda crisi in generale, al di là dei casi citati. La cosa più grave, secondo me, è che si è verificata una scollatura vera e propria tra politica e società civile, ed è normale che il cittadino abbia finito per disamorarsi delle istituzioni. Occorre recuperare un dialogo e in Sicilia questa esigenza si avverte ancora di più visto che ci apprestiamo a ben quattro tornate elettorali tra amministrative, elezioni nazionali e referendum».

Cosa pensa della forte polemica che hanno suscitato le fiction Mediaset su Provenzano e Riina?
«Ho avuto modo di assistere alla prima a Corleone de Il Capo dei Capi qualche mese fa e ho intervistato il regista e alcuni degli attori protagonisti. Chiedendo loro se il film potesse apparire come esaltazione di quello stile di vita, mi è stato risposto di no. I fatti, invece, dimostrano che questa fiction ha diviso fortemente i ragazzi delle scuole: alcuni si sono schierati con Riina, altri con il suo rivale dello sceneggiato. Penso che, alla fine, quella che avrebbe dovuto essere una rappresentazione della realtà è stata invece una rappresentazione di fantasia che ha suscitato non poca confusione».

La vicenda Cuffaro cosa rappresenta per la Sicilia?
«Un momento di grande sorpresa, al di là della vicenda processuale e di quello che ne è seguito, con la storia dei cannoli. A spingere il nostro ex governatore alle dimissioni è stata soprattutto la sua intenzione di candidarsi al Senato e, per farlo, doveva ovviamente lasciare questa carica».

Quali sono i consigli che darebbe ai giovani aspiranti giornalisti?
«Dire sempre e comunque la verità. Non è facile quando si deve rendere conto a un editore e c’è una linea editoriale che deve essere seguita. Ma le prime regole del nostro mestiere sono quelle della trasparenza, dell’obiettività e dell’imparzialità, anche se questo può portare a degli scontri con la propria redazione».

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SPORTIVA Le mani a posto di Mario Basile

Nel novembre scorso, la storia di Amy Rayner aveva destato scalpore in Inghilterra. Arbitro donna, era stata oggetto di dichiarazioni di scherno da parte dell’allenatore del Luton, squadra di seconda divisione inglese, dopo una partita della sua squadra in cui la Rayner aveva fatto da guardialinee. Ai media britannici ha spiegato: «L'uso delle donne come guardialinee, un formalismo per idioti del politicamente corretto. Non dovrebbe essere qui. So che suona sessista, ma io sono sessista. Va già abbastanza male con gli arbitri e con i guardialinee uomini incapaci che abbiamo, ma se cominciamo a portare anche le donne, avremo un grosso problema. Questo è il campionato di calcio, non calcio da parco».

Parole forti condite di maschilismo. In Italia, invece, il fenomeno delle donne arbitro funziona più che bene: Cristina Cini, simbolo delle donne arbitro, è stimata da colleghi, calciatori e addetti ai lavori. Lo stesso si può dire delle altre. Fare l’arbitro da noi, però, vuol dire ricoprire un ruolo delicato. Chi non è convinto può sempre domandare a Collina, che i suoi grattacapi ce l’ha pure da designatore, viste le continue polemiche.

Polemiche che fino a poche settimane fa non avevano mai visto protagonista un direttore di gara donna. Nel calcio però, così come nella vita, c’è sempre una prima volta. La data è quella dello scorso 17 febbraio. Il luogo: un campetto di calcio di Bruzzano, piccolo quartiere milanese. I protagonisti: un diciassettenne degli allievi della Novaffori e un arbitro. Donna.

Il motivo del “fattaccio” è uno di quelli visti e rivisti sui campi di pallone. L’arbitro fischia il fallo, il giocatore non ci sta e protesta. Nella concitazione, tocca l’arbitro al petto. Espulsione e squalifica di sei mesi. Lui si è dichiarato innocente. «Ho solo involontariamente sfiorato con le nocche il petto dell’arbitro tentando di spiegare la dinamica dell’azione» dirà poi il ragazzo alla Gazzetta dello Sport. Il referto, però, parla chiaro: «Il calciatore, a seguito di una decisione arbitrale contraria, si avvicinava all'arbitro e prima le rivolgeva gravi offese e frasi volgari, poi, ridendo beffardamente, le appoggiava le mani su una parte intima del corpo femminile in segno di evidente disprezzo per l'autorità e per la persona che la rappresentava».

Palpeggiamento sì, palpeggiamento no: la storia del diciassettenne è finita su tutti i giornali e lui è passato per un molestatore, o peggio un maniaco. Il Novaffori ha preferito allontanarlo, la Federazione gli ha comminato i sei mesi di squalifica e addirittura il prete dell’oratorio che frequenta non lo vuole più per difendere l’onorabilità del ritrovo parrocchiale. Solo i compagni sono con lui. Alcuni si chiedono se l’arbitro avesse usato questo pretesto per ottenere visibilità.

Insomma, storia strana e difficile da giudicare, al limite tra il grottesco e l’ignobile. Il calcio ci regala anche questo.

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