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Telegiornaliste anno IV N. 15 (140) del 21 aprile 2008

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MONITOR Anna Di Chiara: amo il contatto con il pubblico di Giuseppe Bosso

Anna Di Chiara è giornalista professionista dal 2007. Laureanda in lettere moderne, ha lavorato in quasi tutte le principali emittenti campane. Attualmente conduce a Teleluna la trasmissione politica Agorà e il programma sportivo domenicale 90° Febbre azzurra. Vanta anche esperienze come attrice per soap, lungometraggi e spot pubblicitari.

Ti senti più modella o giornalista?
«Assolutamente giornalista. Più che modella sono stata testimonial, ma è una parentesi che ho vissuto in passato e che comunque mi ha fatto capire che quel mondo non mi appartiene. Io mi sento così, amo il contatto con il pubblico ed è quello che mi può dare questo lavoro».

Hai avuto esperienze in quasi tutte le principali emittenti campane. A quale sei legata maggiormente?
«Canale 8 mi ha dato la possibilità di iniziare e provo un profondo affetto per quell’emittente che mi ha fatto conoscere una persona straordinaria come Serena Albano. Credo che pochi sappiano insegnarti il mestiere come fa lei, così come Cristiana Barone dalla quale ho appreso come deve porsi un giornalista rispetto ai personaggi delle istituzioni. Anche Canale 21 mi ha dato molto, soprattutto perché mi ha permesso di occuparmi di sport, settore che amo moltissimo».

Che idea ti sei fatta della libertà di informazione in Campania?
«Mi ritengo fortunata perché non ho mai avvertito o subito particolari vincoli. Certo, in alcuni ambiti gli editori possono importi una certa linea, ma con me non è una cosa molto facile. Ancora adesso, per esempio quando vado al Consiglio Regionale, vedo alcuni storcere il naso perché sanno con chi hanno a che fare. Penso dia un’idea di che tipo di giornalista sono».

Viviamo un periodo di profonda crisi della politica soprattutto dal punto di vista del rapporto cittadino-istituzioni: il mondo dell’informazione potrebbe svolgere un ruolo da "paciere"?
«Certo, può e deve fare sicuramente di più, proprio a fronte di questo senso di sfiducia che la gente avverte a livello nazionale e locale. Ma è sbagliato vedere tutto nero, non ci sono solo aspetti negativi e le istituzioni penso faranno di più, soprattutto per i giovani».

Nei rappresentanti politici che intervisti per il programma Agorà, intravedi questa volontà di cambiamento?
«Sì, e vedo che ci sono anche dei politici che vorrebbero essere più vicini alla gente, soprattutto a quelle forze giovani che saranno il nostro domani. Ma non mancano, ahimè, i "baroni" che sono proprio come descrive Grillo…».

Mara Carfagna si è proposta come candidata del centrodestra in contrapposizione a Bassolino: qualcuno ha sorriso, considerando i suoi trascorsi da valletta. Ma al di là del caso specifico, avverti la mancanza di una figura femminile di riferimento?
«Non conosco Mara Carfagna e non posso esprimermi in merito, ma in effetti le donne in politica, nel nostro Paese, non hanno ancora spazi importanti, mentre la Germania ha eletto la Merkel, la Francia ha proposto la Royal candidata e in America la Clinton è in corsa per la Casa Bianca. Credo che questa carenza sia dovuta a una certa diffidenza da parte del cittadino che ancora non riesce a guardare con fiducia all’idea di una donna al potere. E' un problema che riguarda anche altri settori come l’economia e, in parte, anche il mondo della televisione».

Di fronte all’escalation di violenza continua e all’emergenza rifiuti, non hai mai pensato di andare via da Napoli?
«Mai. Non possiamo abbandonare questa meravigliosa città, pur con tutti i suoi problemi. Ciò che amo di più del lavoro di giornalista è proprio il contatto diretto con il pubblico, la possibilità di ascoltare i problemi della gente e di farmi portavoce di questo malessere».

Attualmente ti occupi di calcio nel programma 90° Febbre azzurra. De Laurentiis può riportare in alto il Napoli?
«Sì. Già quello che ha fatto in tre anni - riportando la squadra dalla C alla A - è straordinario. Era comprensibile che ci potessero essere delle difficoltà al primo anno nella massima serie, ma io sono ottimista per il futuro e i tifosi fanno bene a sognare la grande Europa della Champions. Penso che prima o poi arriverà».

Non si può negare, però, che il Napoli calcio stia attraversando una stagione non facile anche dal punto di vista extrasportivo tra giustizia sportiva accanita e tifosi sempre nell’occhio del ciclone. Ma sono proprio così violenti i tifosi azzurri?
«Assolutamente no. Gli episodi spiacevoli, certo, non sono mancati, ma non mi pare che siano stati diversi da quelli che hanno vissuto altre città. Il tifoso napoletano non rientra nel prototipo dell’ultrà violento. Concordo sull’accanimento della giustizia sportiva, e mi pare che i risultati si siano visti».

Da irpina avrai sicuramente visto con piacere la squadra di Avellino di basket vincere la Coppa Italia. E' un segno che il mondo dello sport, pur tra tanti mali e tanti problemi, riesce ancora a raccontare belle storie?
«Certo, ma lo sport è bello per questo, per le emozioni che ti può trasmettere. A maggior ragione quando riguarda noi gente del Sud».

Cosa farai da grande?
«Spero di continuare a fare ancora questa professione. Già a 14 anni, ricordo, mi chiedevano: "Cosa farai da grande?" e io rispondevo senza dubbio: "La giornalista!". Se proprio posso esagerare (ride, ndr) mi piacerebbe condurre Controcampo. Scherzi a parte, sarebbe bello vedere una donna al timone di un programma sportivo così importante e di richiamo».

Inevitabile chiedertelo: quanto conta l’immagine nel lavoro di giornalismo?
«Sarei ipocrita a dire poco. L’estetica è fondamentale, a maggior ragione per una donna. Ma se non è accompagnata da una professionalità di livello, la bellezza è fine a se stessa. La gioventù prima o poi finisce e quello che farai in seguito è frutto di quello che hai saputo costruire. Nelle tv locali e non solo, ad esempio, tante belle ragazze hanno avuto il loro momento di gloria e poi sono man mano sparite per lasciare il posto ad altre…».
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CRONACA IN ROSA Quanto vale la vita di una donna in India? di Federica Santoro

Ogni giorno, in India, migliaia di donne si sottopongono alla pratica dell’aborto selettivo del feto femmina, proibito per legge dal 1994. Non si tratta, però, di una loro scelta: sbaglia chi pensa che le indiane abortiscano esercitando una loro libertà. Basta pensare al numero enorme di infanticidi commessi dalle famiglie fino a qualche anno fa, quando le tecnologie non erano ancora in grado di determinare il sesso del nascituro. Spesso gran parte della vita di una donna indiana è segnata da ristrettezze economiche e dalle dure regole patriarcali, che le impongono di generare un figlio maschio per consentire al nome del padre una discendenza.

Secondo una ricerca pubblicata dalla rivista medica britannica Lancet, «gli aborti selettivi e la preferenza culturale per il figlio maschio potrebbero essere la causa della mancata nascita di dieci milioni di bambine negli ultimi vent'anni. Ovunque nel mondo la media naturale dei concepimenti è di 103-107 femmine ogni 100 maschi. Ma quando si passa a contare i nati in India le femmine risultano molte di meno». I numeri più bassi di bambine si trovano nelle città e negli stati più ricchi: Haryana, Gujarat e Punjab.

Nella cultura indiana, il maschio viene preferito alla donna perché trasmette il nome, porta guadagno grazie al lavoro e come capo famiglia può occuparsi dei genitori quando invecchiano. La femmina è destinata a lasciare la casa materna e a prendere marito. La nascita di una bambina viene vissuta come un peso insopportabile soprattutto per la costosissima dote che, secondo tradizione, dovrà accompagnare il suo matrimonio. L’aborto è spesso l’unica soluzione.

L’infanticidio dei feti femminili comporta una diminuzione del numero di ragazze che diventa in percentuale notevolmente minore rispetto a quello dei maschi. Sono milioni i giovani indiani che, per sposarsi, sono costretti a comprarsi una moglie. Il prezzo di una donna in età da marito varia dalle 7.500 alle 10.000 rupie (ossia da 100 a 150 dollari), quasi il doppio di un salario medio. Queste donne vivono spesso una vita senza amore, senza diritti e nell’isolamento, odiate dai familiari e dagli amici del marito, a cui sono spesso invise.

Dopo le proteste di femministe e medici, soltanto di recente le autorità indiane religiose e di governo hanno preso in seria considerazione la pratica dell’aborto selettivo con iniziative mirate per evitare ciò. Sono stati stanziati per ogni nuova nata centomila rupie, utili al pagamento degli studi e al sostentamento delle bambine, per restituire dignità alle donne in un Paese dove la maggior parte delle unioni sono combinate e una vita può essere comprata come merce al mercato.
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FORMAT Arrivano le Kat's angels! di Giuseppe Bosso

Quando l’abbiamo incontrata due anni fa, ci colpì per determinazione e creatività: giornalista e produttrice tv attenta ad ogni minimo dettaglio dei suoi programmi. Insomma, una tipa davvero tosta. Abbiamo continuato a mantenere i contatti con Katiuscia Laneri che, tra uno Special e un altro, ci confidò un suo sogno: «Vorrei metter su un team tutto al femminile». A scanso di equivoci, non una squadra di calcio o di pallacanestro, ma un’équipe televisiva! Un gruppo rosa che imperversasse sul piccolo schermo (e non solo) dalla conduttrice alla cameraman, dalla produttrice all’addetta al montaggio.

I sogni son desideri, cantava Cenerentola, ma non è di sogni che vive la nostra instancabile Katiuscia. Infatti è riuscita nel suo intento e ha creato l’agognata squadra composta dalla conduttrice Valentina Arpaia, dalla cameraman Beatrice Polizzi, dall’assistente alla produzione Joanna Buoninsegni e, ovviamente, dalla stessa Laneri che si occupa del montaggio dei servizi e si è posta a testa di questo agguerrito e dinamico gruppo. La loro prima apparizione è stata in occasione della Borsa Mediterranea del Turismo, alla Mostra d’Oltremare di Napoli: nel corso delle tre giornate, le quattro intrepide "spice girls" partenopeo-capitoline (due napoletane e due romane) hanno raccontato minuto per minuto l’importante rassegna. I filmati, oltre che trasmessi in quell'occasione attraverso quattro monitor, sono visibili sul sito della società di Katiuscia, Kappaelle.

E’ davvero un periodo denso di impegni e soddisfazioni per Katiuscia che sta dirigendo anche il primo network di tv web, Romaneapolis, che ha visto la luce il 18 gennaio scorso. «La tv al tuo servizio - ci racconta - in cui lo spettatore può realmente decidere cosa vedere e quando vedere collegandosi al sito, formato da tanti canali che operano in maniera indipendente. Per esempio, il canale Destinazioni consente al teleutente, a differenza degli altri, di organizzare il viaggio nelle località proposte in video acquistando o prenotando direttamente i servizi offerti; c’è il canale delle News, del Benessere, dei Trasporti. La cosa che tengo a sottolineare è che Romaneapolis è soprattutto una grande e ampia comunità in cui è lo stesso utente a diventare protagonista mandandoci i suoi filmati, promuovendo i suoi servizi e i suoi prodotti, registrandosi al canale News». Insomma, una vera web tv a tutto tondo, che trasmette su una piattaforma unica in Europa e per la quale la Kappaelle realizza gran parte dei contenuti.

Editore dell’iniziativa è Salvatore Lauro, armatore e uomo politico che vede in questo progetto importanti possibilità di sviluppo per Napoli e il Mezzogiorno, al centro della grave crisi economica e sociale che sta attraversando il nostro Paese e bisognoso di idee all’avanguardia. «Non posso fare a meno di ammettere - afferma Katiuscia - che Lauro è il primo ad aver capito la mission della Kappaelle. Quando si guarda al futuro prima degli altri, si ha poi difficoltà a farsi seguire... Ma io sono fiduciosa e con Romaneapolis, i Lauro e le Laneri sono già duplicati».
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CULT Schermi d’Amore 2008, Verona s’innamora ancora di Camilla Cortese

Si è appena concluso Schermi d’Amore, il festival scaligero dedicato al cinema mélo e sentimentale: ospiti internazionali, convegni, premiazioni e grande successo di pubblico nella kermesse che ha visto l’incontro in sala tra classico e moderno, il tocco di maestri e contaminazione dei nuovi linguaggi. Tutto sotto il segno della rosa rossa, simbolo della manifestazione.

Quattro i percorsi di quest’anno: dagli schermi dei maggiori festival internazionali, Panorama ha proposto come di consueto film cult, preziose anteprime e capolavori restaurati, presentando le esperienze di Nicholas Ray, Raoul Walsh, Joseph Losey e Rainer Werner Fassbinder.

Spazio alla doppia rassegna monografica su George Cukor e François Ozon: Il cinema è femmina – Omaggio a George Cukor, una retrospettiva dedicata al grande maestro del cinema classico e “regista delle donne” a 25 anni dalla morte; 5 x 2 – Dieci film di François Ozon, celebrazione di un autore molto amato dalle proprie attrici, che ha raccolto l'eredità di Cukor.

Tante novità multimediali con le sezioni MiniLab e I Love You Too, in un’edizione che per la prima volta è stata seguita sulla Web Television di Schermi d'Amore. Infine Amori in (con)corso, consueta sezione dedicata alle opere in concorso che ha mostrato come il melodramma sia in grado di celarsi dietro generi insospettabili.

I premi sono andati a La soledad di Jaime Rosales che si è aggiudicato il Premio Calzedonia, mentre Roser Aguilar con A Lo mejor de mí ha conquistato il Premio Speciale della Giuria. Ancora, miglior interprete a Woody Harrelson per The Walker, un ex aequo per il Premio Stefano Reggiani tra Hallam Foe di David Mackenzie e Lo mejor de mí di Roser Aguilar (anche Premio del Pubblico). Per la Giuria Giovani, vittoria di Hallam Foe di David Mackenzie e menzione a Never Forever di Gina Kim.

Abbiamo scambiato due parole con Valentina Lodovini, attrice emergente definita “la meglio gioventù del cinema italiano” e affascinante madrina della serata d’apertura.

Credi molto nelle iniziative che fanno conoscere i nuovi talenti?
«Tantissimo. Sono veramente emozionata e fiera di essere qui, lusingata di esser stata scelta come madrina. Questo festival è veramente speciale tanto da sembrare un festival europeo. Credo ci vogliano molta passione e fatica per organizzare eventi così, ed è una cosa da salvaguardare e proteggere».

È vero che consideri il lavoro dell’attrice come una necessità?
«(Ride, ndr) Io ho proprio l’urgenza, il bisogno di fare questo lavoro. Lo amo profondamente, è una fede».

Cosa cerchi in un copione quando lo leggi? Empatia o realismo?
«Dipende. Mi piacciono le storie che fanno riflettere e ammiro i registi di rottura. Sono fiera di aver lavorato con Sorrentino, Comencini e Mazzacurati perché sono autori che non si adagiano sul loro passato glorioso, ma rischiano e creano uno stile ricco di sfaccettature».

In La giusta distanza di Carlo Mazzacurati ti hanno definita “la faccia giusta nel film giusto”. Secondo te è corretto? Cosa significa questo per un attore?
«Secondo me non è vero, il mio mestiere consiste nel diventare tante cose diverse. Ho avuto la fortuna di lavorare con persone che hanno visto in me sempre qualcosa di differente e mi hanno proposto ruoli dissimili. Cerco sempre di sfuggire agli stereotipi e faccio delle scelte. Ora sto aspettando un film che mi trasformi fisicamente perché finora la mia immagine è rimasta uguale».

Sei nelle sale con Riprendimi di Anna Negri. In scena, un triangolo amoroso in cui tu sei l’altra...
«È un ruolo carico di passionalità e sensualità, di irruenza e cinismo. L’ho fatto anche perché non risulterà tanto simpatico alle donne, però non mi spaventa, anzi mi serve fare l’antipatica».
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DONNE Hannah Arendt, tra bene e male di Martina Barin

Hannah Arendt, tedesca di nascita e americana di adozione, visse sulla propria pelle l’intrecciarsi del trauma del nazismo con l’esperienza dell’esilio. Da questi due fattori emerse il filo rosso che lega le sue opere: il desiderio di comprendere la catastrofe storico-politica del Novecento.

Studentessa tra il 1924 e il 1929 nell'università di Marburgo, in Germania, fu allieva di Heidegger, con il quale ebbe una relazione giovanile semi-clandestina e con cui sperimentò il massimo dissidio sul piano politico, quando egli aderì al nazionalsocialismo. Nel 1933 visse una svolta decisiva: il riconoscimento delle sue origini ebraiche. Da quel momento ebbe inizio la sua attività politica che non derivava tanto da un’affiliazione ideologica, bensì dall’appartenenza al popolo ebraico e dalla necessità di non essere semplicemente spettatrice dell’ascesa del nazionalsocialismo. L'essere ebrea divenne, dunque, un fatto politico, in quanto espressione della sua identità più profonda, e la inserì nel contesto storico e sociale in cui viveva.

Arrestata nel 1933, fuggì a Praga, poi a Ginevra e a Parigi e, nel 1941, a New York. A partire dal 1943 concepì il progetto di un libro sul totalitarismo dal titolo appunto Le origini del totalitarismo. Curò la pubblicazione dei Diari di Kafka e insegnò presso numerose università americane, oltre a ricevere diversi riconoscimenti, tra cui il premio Lessing.

Nel 1960, a Gerusalemme, seguì come corrispondente di un giornale il processo ad Adolf Eichmann, colui che aveva coordinato i trasferimenti degli ebrei verso i campi di sterminio. Eichmann le apparve un piccolo borghese ligio agli ordini, un uomo incapace di distinguere tra bene e male. Nella sua opera più famosa, La banalità del male, Hannah Arendt si rivolse a tutti coloro che, durante il periodo della "soluzione finale", si riconoscevano in una massa di uomini perfettamente normali, ma che avevano poi eseguito atti aberranti. Incapaci, secondo la pensatrice, di emettere giudizi personali su una tendenza storica e di dialogare con sé stessi. La libera facoltà di giudicare apparve, ai suoi occhi, l’unica soluzione per discernere il bene dal male, teoria sviluppata nell’opera incompiuta La vita della mente.

Hannah Arendt si spense nel 1975 a causa di una crisi cardiaca, lasciando ai posteri un’ampia riflessione sull’urto catastrofico della politica con la storia, le cui conclusioni sono applicabili ancora oggi nei numerosi scenari mondiali che incarnano la "banalità del male".
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TELEGIORNALISTI Fabio Santini: club italiani, puntate sui giovani! di Giuseppe Bosso

Fabio Santini, milanese, è giornalista professionista dal 1980. Alle spalle, una lunga esperienza: collaboratore per Il Giorno, redattore di Sorrisi e Canzoni TV. Nel 1992 arriva a l'Indipendente come caporedattore. Ancor oggi collabora con Vittorio Feltri a Libero per spettacoli, attualità, economia e sport. Varie parentesi nella radio e nel teatro, fino a Il processo di Biscardi e a Diretta Stadio su 7 Gold dove attualmente è ospite fisso.

L’ennesima vittima del calcio violento è la dimostrazione che ci stiamo abituando a queste tragedie?
«Assolutamente no. L’indignazione del momento è sempre forte, come nei casi di Raciti e di Sandri, ma sono episodi che esulano completamente dal calcio che è - e deve rimanere - uno sport e un gioco. Piuttosto, questi episodi nascondono un grave problema che è fortemente trascurato e cioè un grande disagio giovanile. Da qui nasce la violenza, non certo dal calcio».

Per il secondo anno consecutivo abbiamo tre squadre inglesi semifinaliste in Champions League. Quale deve essere l’insegnamento che può trarne il calcio italiano?
«L’Italia è campione del mondo come nazionale, ma non ha vinto quasi nulla a livello di club, a parte i trionfi del Milan dell’ultimo anno; l’Inghilterra va male come nazionale, eppure i suoi club riescono ad andare avanti nella massima competizione europea. Il problema è che le nostre squadre, in questi anni, hanno speso tanto per acquistare stranieri che, a lungo andare, si sono rivelati deludenti, salvo qualche eccezione, e hanno trascurato quella indispensabile e fondamentale risorsa che è il settore giovanile. Ci sono squadre come l’Atalanta e il Napoli che hanno in questo senso una grande tradizione, ma i grandi club hanno seguito un altro tipo di politica gestionale e i risultati che abbiamo visto ne sono stata la logica conseguenza. Spero che nei prossimi anni, per colmare il gap che attualmente ci separa dalle squadre d’oltremanica, si torni a puntare di più su questi ragazzi italiani che vogliono emergere».

L’Inter di oggi è più antipatica della Juve dell’era Moggi?
«No, l’antipatia per le vittorie dell’Inter di oggi, così come quelle della Juve di Moggi, è frutto di quell’umano sentimento che nasce sempre nei confronti del trionfatore. In ogni caso, come i nerazzurri stanno vincendo con merito, altrettanto con merito i bianconeri hanno ottenuto i loro successi in passato».

Dopo Calciopoli, comunque, non può dirsi che il clima nel nostro campionato sia dei più sereni: basti pensare alla “classifica senza errori arbitrali”...
«Quell’iniziativa fa parte di una battaglia che da anni Aldo Biscardi e il suo Processo stanno conducendo nella speranza di estendere anche al calcio, come già succede nelle altre discipline, l’impiego in campo della moviola. E' un progetto che sostiene anche Diretta Stadio che ha dedicato alcune puntate all’argomento. Gli errori arbitrali, a mio giudizio, alla fine bene o male si compensano, anche se ci sono squadre come la Reggina che sono state penalizzate più di altre. I primi a volere l’impiego della tecnologia in campo sono proprio gli arbitri, ma questo rimarrà utopico fino a quando i signori del governo del calcio, la Fifa, faranno orecchie da mercante…».

Ti gratifica di più la partecipazione ad un programma storico come il Processo o la conduzione di Mai visto alla radio, ogni domenica su Rtl 102.5?
«Radio e televisione sono due strumenti completamente diversi, a dispetto di quanti sostengono il contrario. Il programma radiofonico mi vede in veste di conduttore, mentre al Processo partecipo come opinionista: due spazi differenti, ma entrambi gratificanti perché permeati sulla mia personalità professionale».

Sempre a proposito di Biscardi e del Processo, spesso vi rimproverano per i toni accesi in trasmissione…
«Sì, ma è una cosa che fa parte del Dna del programma, e Aldo sa benissimo che la dialettica, anche se impostata in termini accesi, fa audience. Ma questo non toglie che tra di noi ci sia una grande stima reciproca».
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SPORTIVA Tania Cagnotto, nata per vincere di Mario Basile

Figlia d’arte, ventitré anni tra meno di un mese e un sogno nel cassetto: l’oro olimpico, ma anche ripetere il bronzo vinto già due volte ai mondiali non sarebbe male. È questo l’identikit di Tania Cagnotto, la tuffatrice azzurra più famosa del momento.

Una fama conquistata col tempo, nonostante la giovanissima età: da quando faceva il pieno di vittorie tra gli juniores alla conquista dell’oro ad Eindhoven, agli europei di un mese fa. In mezzo, come già ricordato, i due bronzi ai mondiali (2005, 2007), un altro oro agli europei di Madrid (2004) e un secondo e terzo posto a quelli di Berlino due anni prima.

A tutto questo si aggiungono le ultime vittorie ai campionati italiani di tuffi tenutisi a Torino: Tania si è dimostrata la migliore sia dal trampolino di uno che da quello di tre metri.

Merito del suo talento e del DNA da vincente trasmesso dai suoi genitori. Negli anni 70, infatti, papà Giorgio a suon di vittorie diventava il migliore tuffatore italiano di sempre; sua madre, Carmen Casteiner, invece vinceva per cinque volte il titolo italiano.

Ed è stata proprio lei la prima allenatrice di Tania, dopo aver “ceduto” alla passione di sua figlia per i tuffi. «I miei genitori ce l'avevano messa tutta per portarmi a scegliere un altro sport – ha raccontato in un’intervista - mi hanno iscritto al corso di tennis, hanno cercato di farmi innamorare dello sci. Ero anche bravina, ma io mi volevo tuffare e basta».

Oggi è suo padre a seguirla da vicino, dopo un anno trascorso a Houston per sperimentare nuovi metodi di allenamento. Un’esperienza non troppo felice che le è costata un anno, il 2006, difficile dal punto di vista agonistico.

Un periodo messo alle spalle come hanno confermato le vittorie del 2007 e di quest’anno, che è anche quello delle Olimpiadi. Ed è alla kermesse olimpica che Tania vuole stupire. A ventitré anni sarà già alla terza partecipazione, ma non è riuscita ancora a vincere una medaglia. È ora di sfatare questo tabù.
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