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Telegiornaliste anno IV N. 23 (148) del 16 giugno 2008

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MONITOR Myrta Merlino: l’economia è una lente per capire la realtà di Giuseppe Bosso

Incontriamo di nuovo con grande piacere Myrta Merlino, al termine della terza edizione del suo fortunato programma Economix, che da più parti ha ottenuto grande riconoscimento per il modo chiaro e semplice con cui affronta l'economia e i suoi numerosi aspetti.

Tre edizioni di Economix, grandi soddisfazioni per lei e per la Rai: come è cambiato il programma in questi anni?
«Durante l'ultimo ciclo delle 25 puntate di Economix abbiamo cercato di affiancare ai temi classici anche argomenti non strettamente economici, dalla solidarietà al cinema, dal vino al cibo. È inevitabile, l’economia è una lente per capire la realtà sotto tutti i suoi diversi aspetti. È una sfida che intendiamo proseguire in futuro».

La sua trasmissione viene definita come un’oasi felice in cui l’economia e gli argomenti a essa collegati sono affrontati con rigore ed autorevolezza, mentre c’è una scarsa attenzione generale da parte dei media. Come mai accade questo?
«È un problema che mi pongo. Che Economix sia un’isola felice lo dimostrano gli ospiti prestigiosi che riusciamo ad avere. Lo share che abbiamo ottenuto in questi anni è stato più che soddisfacente per una fascia oraria non proprio di primo grido, eppure c’è questa tendenza a isolare l’economia dall’informazione quasi fosse un corpo estraneo. Direi che buona parte di questo è dovuto alla nostra cultura cattocomunista che tende a vedere in maniera negativa tutto ciò che ruoti intorno al denaro e alla ricchezza, contrariamente a quanto accade in America, dove una giornalista come Maria Bartiromo è un personaggio considerato e temuto, tanto per dirne una. Anche l’acquisto da parte di un magnate come Murdoch del Wall Street Journal e la creazione di un business network con Fox dimostra la differente concezione che altri Paesi hanno dei temi economici. Dobbiamo superare questa mentalità perché capire l’economia significa capire il mondo che ci circonda».

Resta il problema relativo all'orario della messa in onda che non facilita il grande pubblico. Non pensa che una diversa collocazione sarebbe utile per il vostro lavoro ma soprattutto per lo spettatore?
«Naturalmente questo lo penso da tempo, ma l’azienda ha una visione diversa. Io ho un rapporto professionale consolidato ed importante con Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, ed ho deciso che mi sta bene continuare a lavorare in una nicchia di eccellenza anche con quello che comporta in termini di visibilità, piuttosto che rischiare di trasformare e snaturare la mission di Economix in cui credo molto. Meglio tardi, ma liberi di pensare».

Pensa di dedicare maggior spazio alle istanze dei consumatori in futuro?
«Sì, e lo abbiamo già fatto quest’anno in più occasioni. Si deve tener presente che la funzione del programma, al di là di presentare grandi personaggi dell’economia spesso sconosciuti alle masse, è anche quella di creare un filo diretto con loro. È un modo per uscire da quei canoni secondo i quali la televisione, alla fine, dà voce sempre e solo alle stesse persone».

L'economia è quasi sempre sinonimo di cattive notizie, tra aumenti continui, scandali vari e lavoro sempre più precario. Qual è il compito dell’informazione?
«Quello di non fare, da un lato, di tutta l’erba un fascio, e mettere in risalto anche quegli aspetti positivi che dovrebbero essere valorizzati, ad esempio la grande crescita dell’export italiano. Dall’altro, però, fare il suo dovere fino in fondo e, per quelle cose che non vanno, cercare di indirizzare bene e meglio il cittadino a come difendersi. Impariamo ad esempio a fare la spesa e a difenderci dagli inutili imballaggi che, come nel tempo si è dimostrato, incidono sul 30% del costo del prodotto e creano grandi problemi anche dal punto di vista ambientale. Oppure, per quanto riguarda il problema del costo della benzina sempre più alto, cerchiamo di capire che non si può più evitare il nucleare, una realtà ormai affermata in tutto il mondo che abbassa enormemente il costo della benzina».

Come giornalista economica, le è capitato di pensare che il fatto che ci sia voluto un comico, Grillo, per far scoppiare casi eclatanti come quelli Parmalat e Telecom rappresentasse una confitta per il mondo dell’informazione "istituzionale"?
«Sì, è stata davvero una sconfitta per l’informazione totalmente assente in quel contesto. Paradossalmente ritengo che sia molto più facile fare, per così dire, le pulci alla politica che non all’economia, e questo perché mentre i personaggi della politica operano alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti e quindi meglio censurabili, i signori dell’economia sono quasi sempre sconosciuti ai più, operano nel chiuso delle stanze dei bottoni e non hai quasi mai modo di interagire con loro. Quello che ha fatto Grillo è stato sicuramente utile, ma è compito dei giornalisti fare inchieste e denunciare questi scandali prima che scoppino e causino la rovina di tanti piccoli risparmiatori come purtroppo è accaduto».

Nell’introduzione del suo libro Gli affari nostri sottolinea come nel mondo economico italiano non esista una figura femminile importante. Per il futuro quali sono le sue prospettive?
«Questo è un problema che, da donna, sento molto. Nel libro ho cercato di dare spazio a personaggi chiave e purtroppo, al momento, non esiste una donna che possa dire di avere questa posizione. Quanto alle prospettive future, ho salutato con ottimismo l’elezione di Emma Marcegaglia alla presidenza di Confindustria. È un passo importante, ma non decisivo perché c’è ancora molto da fare. Le donne devono faticare ancora il triplo per poter occupare gli spazi ancora saldamente in mani maschili».

Quali sono gli apprezzamenti che ha gradito ricevere?
«L’anno scorso al Festival dell’Economia di Trento ho intervistato un importante banchiere americano che mi ha detto "You are a brany blond", cioè una bionda con il cervello. Ecco, mi fa piacere sentir dire che con me si è superato quello stereotipo fastidioso secondo cui una donna bella non può anche essere intelligente e capace nel lavoro. In genere si pensa che le due cose non siano conciliabili e per questo molte donne sono state costrette, loro malgrado, a imbruttirsi per acquisire - o pensare di acquisire - maggiore autorevolezza rispetto agli uomini. Questa è una cosa che non ho mai condiviso. Mi ha fatto piacere, tra le altre cose, leggere un articolo in cui mi hanno definito "aspetto da pin up, testa da secchiona", cosa che sono sempre stata! E poi la mail di un telespettatore dove mi scriveva: "Belle gambe ma soprattutto gran cervello".

A una rivista ha raccontato che una volta un ministro francese che doveva intervistare cercò di portarla nella sua camera d’albergo: le sono capitati altri episodi simili?
«Pochi per fortuna. A tal proposito vorrei dire una cosa: le molestie alle donne sono una cosa brutta e sgradevole, ma io ho l’impressione che molto spesso siano loro che si mettono in situazioni sbagliate. Nei rapporti con gli uomini si possono creare relazioni civili e professionali riuscendo a fissare quei paletti oltre i quali non si può andare. Che poi ti possano capitare anche persone insistenti o fastidiose ci può stare, ma anche in quel caso bisogna avere fermezza. Per quanto riguarda l’episodio citato, il personaggio in questione è Dominique Strauss-Kahn, che allora era ministro delle Finanze in Francia e che recentemente è stato nominato direttore generale del Fondo Monetario Internazionale. Beh, mi è capitato tempo fa di leggere un articolo in cui si affermava che il suo tallone d’Achille è proprio questo atteggiamento con le donne…».

Se non fosse stata appassionata di economia, a quale settore del giornalismo si sarebbe dedicata?
«Amo molto la storia e forse non mi sarebbe dispiaciuto condurre una rubrica come Correva l’anno o La storia siamo noi. Diciamo che non mi sento una giornalista come Travaglio, specializzato in denunce. Punto molto sull’aspetto divulgativo, e da questo punto di vista posso dire di non aver mai avuto alcun tipo di condizionamento».

Tra i ragazzi con cui ha avuto modo di interagire in questi anni, ha notato qualche suo potenziale successore?
«Alcuni di loro sono molto bravi e man mano si sono affermati, ma non ho nessun trono da cedere…».

Non è insolito, durante il programma,vederla cimentarsi in battute con gli ospiti che intervista: è il suo carattere o si tratta di una scelta editoriale per sdrammatizzare gli argomenti che trattate?
«Entrambe le cose. Sono allegra e alla mano. Comunque trovo importante anche fare ogni tanto una battuta proprio per stemperare quel clima di austerità che, a prima vista, potrebbe suscitare l’idea di una trasmissione dedicata all’economia».
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CRONACA IN ROSA Ora di pensione per la Legge Merlin di Camilla Cortese

Ci voleva lei. Le hanno spiato nel guardaroba e inventariato i gioielli, ci hanno tenuti aggiornati sulla dimensione dei suoi occhiali da sole. Qualunque dichiarazione facesse, era sempre preceduta dall’immancabile e fondamentale descrizione delle sue scarpe. Il tutto molto poco politically correct. Dopo la candidatura a premier e la sconfitta alle ultime elezioni, Daniela Santanchè è rimasta fuori dal Parlamento, intraprendendo però un nuovo progetto: il 28 maggio 2008 ha presentato in Cassazione una richiesta referendaria per una modifica alla cosiddetta Legge Merlin (L. 20 feb. 1958, n.75 Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui).

Alla testa di un comitato promotore tutto al femminile e alla ricerca di un consenso bipartisan, Daniela Santanchè annuncia che se la questione della prostituzione non rientrerà nel “pacchetto sicurezza” del ministro dell’Interno Roberto Maroni, avvierà una raccolta di firme sul sito stradeprotette.com, dove sarà possibile aderire online con firma certificata.
Il ministro Maroni ha già mostrato di tenere in considerazione la proposta, mentre la ministra per le Pari opportunità Mara Carfagna non parla di referendum, ma dice sì alla prostituzione libera e autogestita.

Se abrogare è una parola grossa, a 50 anni dalla sua nascita la Legge Merlin necessita sicuramente di una revisione e di un restyling: cambiamenti culturali e sociali sono tuttora in atto, la prostituzione sulle strade dilaga e viene colpita con provvedimenti “tampone” che non risolvono il problema alla radice. Se nei Paesi di provenienza delle donne sfruttate i governi proteggono i trafficanti di schiave, in Italia l’assenza di una regolamentazione e di una efficace persecuzione degli sfruttatori dà di fatto campo libero a chi obbliga le irregolari a prostituirsi sulle strade.

Il problema, quindi, non è riaprire le case chiuse "ante-Merlin", nelle quali le prostitute erano sottoposte a violenze e dove non potevano rifiutare i clienti. Oggi è necessario superare le ipocrisie cattoliche e maschiliste, liberare le strade dal degrado e dall’illegalità punendo duramente i papponi e tutta la relativa criminalità organizzata, e dare contemporaneamente una speranza di riscatto alle ragazze sfruttate, spesso minorenni. Infine, regolamentare l’esercizio della prostituzione per coloro che desiderano farlo, permettendo la nascita di eros-center su modello olandese, dove le prostitute pagano le tasse, si uniscono in cooperative e hanno un proprio sindacato. Fantascienza?
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FORMAT Cinzia Profita: «Tra tv e cinema scelgo la tv» di Mario Basile

Cinzia Profita è uno dei volti più conosciuti e apprezzati di TeleCapri. All’emittente partenopea la bella conduttrice è arrivata dopo un’esperienza nel mondo del cinema, che ha però preferito lasciare per dedicarsi esclusivamente alla televisione. Telegiornaliste l’ha incontrata per parlare della sua carriera e dei suoi progetti futuri.

Cinzia, cosa preferisci tra cinema e tv?
«Indubbiamente la televisione. Ho cominciato nel cinema e ho fatto film anche importanti che mi hanno gratificata, come Anni 90 – Parte Seconda, Perdiamoci di vista, Cari fottutissimi amici. Però, sarò sincera, mi annoiavo un po’ sul set, non era un qualcosa che mi spronava ad andare avanti. Certo, mi piaceva perché erano le prime esperienze e tutto ciò che è nuovo ti coinvolge, ma in cuor mio avevo già deciso di non continuare la carriera in quel campo. Quando poi sono stata inserita in un contesto diverso, ovvero quello relativo allo spettacolo e alla televisione, mi sono sentita subito a mio agio, appagata, tranquilla, serena. Questo perché facevo, e faccio tuttora, un qualcosa che mi piace davvero».

Come è iniziata la tua avventura in televisione?
«Per gioco. Non ho mai cercato di fare tv e nemmeno credevo di avere questa grossa propensione. Infatti non ho mai abbandonato gli studi, mi sono laureata e ho superato anche diversi concorsi. Fin quando poi un caro amico di famiglia mi propose di seguirlo a Roma in occasione delle esperienze cinematografiche di cui ho detto prima. Lì sono stata notata da alcuni produttori importanti di trasmissioni che andavano in onda su emittenti nazionali. Parte delle cose proposte le ho fatte; altre, invece, le ho rifiutate perché ero impegnata con gli studi. Sono tornata a Napoli, mi sono laureata e poi ho avuto modo di lavorare presso alcune emittenti locali e ora sono a TeleCapri dove mi trovo molto bene».

Una delle trasmissioni che conduci si chiama EccoCi e offre aggiornamenti in tempo reale sulle partite delle squadre campane della terza serie. Va in onda in diretta e la gestisci praticamente da sola. Ti sei abituata subito a questi ritmi serrati?
«Sì, sono riuscita ad abituarmi presto. In trasmissione sono praticamente sola, investita di belle responsabilità, però mi sono trovata in corso d’opera, e questo mi ha fatto un grande piacere, con validi collaboratori che mi hanno aiutato molto, come Gianluigi Noviello, Gaetano Cuomo e, nella prima parte della stagione calcistica, Vincenzo Mele. Quindi mi ritrovo, a fine campionato, molto soddisfatta della mia trasmissione».

Pensi che le donne trovino più difficoltà a farsi accettare in questo ruolo dal pubblico? A parte pochissime eccezioni, non partecipano attivamente alle trasmissioni sportive.
«Io penso che la professionalità non abbia sesso. Una persona preparata e professionale lo è al di là del fatto di essere uomo o donna. E durante la mia carriera televisiva, ho incontrato più “prime donne” uomini che non donne. Mi spiego: nella vita è tutto relativo. Una donna può essere preparata in tema calcistico, ad esempio, così come un uomo può esserne totalmente estraneo. Tutto sta nell’avere passione, propensione, essere convinti di ciò che si fa e farlo con amore. Un qualsiasi lavoro, se lo si fa con passione, riesce sempre bene».

Nel tuo futuro ci sono dei nuovi progetti oppure continuerai su questa strada?
«Ci sono dei progetti importanti che mi sono stati proposti e vorrei realizzare. Preferisco non parlarne, ma solo perché sto valutando con estrema attenzione. Tutto ciò che nella mia vita comporta dei cambiamenti radicali mi spaventa. Per cui, prima di prendere una qualsiasi decisione purtroppo, e dico così perché forse è un difetto, ci penso per un bel po’. Sono molto razionale. Comunque, proposte importanti sono arrivate e questo già mi gratifica, poi se riuscirò a realizzarle e a portarle a termine, ben venga».
 
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CULT Paolo Borghi, il mio mondo Hang di Valeria Scotti

Paolo Borghi, artigiano falegname, è da sempre appassionato all'arte di strada e alla musica, in particolare alle percussioni. La sua svolta artistica arriva nel 2007 con l'acquisto di un Hang, percussione melodica inventata da due artigiani svizzeri, Felix Rohner e Sabina Schärer della PANArt Company. Tra le esperienze di Paolo, la partecipazione al Creo contest nella trasmissione Your Noise di Mtv e a numerosi festival del Nord Italia.

Venticinque anni e un grande amore per le percussioni, tanto da aver collaborato a dei progetti particolari...
«Dopo la formazione autodidatta alle percussioni africane, sono entrato a far parte di una banda specializzata in pezzi legati alla samba. Il primo anno è stato caratterizzato da esibizioni con strumenti veri, poi siamo passati a suonare per strade e palazzetti con strumenti riciclati. Da quel momento è iniziata la mia personale ricerca verso suoni particolari. Oggi collaboro con vari gruppi locali e non, dove vengo impiegato come solista nei vari eventi. La fortuna di aver a disposizione una falegnameria e di saper lavorare il legno mi permette di costruire e sperimentare nuovi strumenti, sostituendo ad esempio - dove presenti - le pelli di animali con multistrati legnosi, o creando strumenti con materiale di recupero».

Poi è arrivato l’Hang che ti ha fatto conoscere a più persone. Uno strumento dalla storia affascinante sia per la sua nascita che per come sei arrivato ad “adottarlo”.
«Assistendo ad uno spettacolo di giocoleria in strada, ho scoperto una percussione melodica, la Steel Drum (o Steel Pan). Dopo varie ricerche su internet, ho "incontrato" questo magico strumento, l'Hang. In occasione del primo raduno di 5 Hang player a Milano, me ne sono innamorato subito e, dopo due giorni, ho spedito una lettera a Berna per farne richiesta. E' solo lì, infatti, che viene prodotto. Pochi mesi dopo, l'azienda produttrice mi ha fissato la data per intraprendere il mio viaggio per la Svizzera. Felix e Sabina, i creatori, mi hanno accolto molto bene e grazie a loro sono diventato uno dei pochi eletti a poter possedere un Hang».

E il tuo fedele strumento ti ha ispirato per Viaggio clandestino… ma ben organizzato, il tuo primo album. Qual è stata la genesi di questo disco?
«Dopo sei mesi che possedevo l'Hang ho sentito il desiderio di registrare i miei pezzi, sperando di regalare alle persone che mi ascoltavano in strada, la possibilità di ricordare in privato le emozioni provate. Ho cercato di creare una situazione di rilassamento, una musica sottile, morbida, pura, cristallina, armonica, che si lascia ascoltare senza prestare particolare attenzione, ma che allo stesso tempo con le varie ritmiche influenza lo stato in cui ci si trova».

Sei un'artista di strada, ma la strada spesso non dà molte opportunità per esibirsi...
«Mi definisco un musicante di strada: i termini "artista" e "musicista" non mi si addicono per niente. Per me è un modo per crescere e aver la possibilità di esprimere quello che ho creato, avendo un riscontro immediato dal pubblico che ascolta. Purtroppo le persone che fanno spettacoli itineranti in strada sono considerati barboni, accattoni, che non hanno voglia di lavorare. Spesso sono pregiudizi: io faccio ben due lavori oltre a suonare. Sono nate quindi leggi e regolamenti comunali dove viene bandita l’attività artistica o è quasi impossibile aver il permesso per esercitarla. Ogni Comune ha il suo regolamento: bisognerebbe perdere giornate su internet per scovare informazioni utili e poi recarsi nei vari posti per il rilascio dei permessi. Venezia, dove mi trovo io, è una cosa a parte: sembra infatti una caccia al tesoro, una corsa ad ostacoli».

Sei anche tra i protagonisti del progetto Armònia con il lettino del massaggio sonoro. Ce ne parli?
«Armònia è un progetto innovativo legato al benessere psico-fisico, un lettino inventato, studiato e prodotto da Alfredo Miti. E’ un letto costituito da un sistema audio vibroacustico che emette basse frequenze e suoni olofonici tridimensionali per il benessere psico-fisico. La cosa incredibile è che agisce come un massaggio meccanico, sia superficiale che profondo per effetto delle risonanze armoniche (biosonica). E' una sorta di anti stress, aiuta la muscolatura, la circolazione, la respirazione e combatte l'ansia. Collaboro con Armònia offrendo la mia esperienza come falegname per lo sviluppo tecnico del lettino, mentre a livello musicale, durante gli eventi, faccio massaggio sonoro. Creo performance live con Sansula, Tamburi, Hang, Didgeridoo e con altri strumenti minori».

I tuoi prossimi progetti?
«Ultimamente ho avuto l’occasione di comprare un Hang di prima generazione, un caso davvero fortuito, e spero che questo strumento mi possa aiutare, con le sue “nuove” sonorità, nella creazione di altre melodie. E poi vorrei girare un po’ quest'estate, toccare il Sud Italia, conoscere posti e persone nuove: vorrei andare in Salento e in Sicilia».
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DONNE La Nobel svedese di Erica Savazzi

Storie che sono quasi miti, personaggi che sembrano usciti da una fiaba, racconti che nascono dal particolare ma che sono universali, storie di cadute e di rinascite, di ricerche e di redenzioni. A 150 anni dalla nascita di Selma Lagerlöf, le sue opere restano attuali, immortali come il premio Nobel per la Letteratura che l’Accademia di Svezia ha voluto assegnarle nel 1909, prima donna e prima svedese a ottenere questo riconoscimento.

Influenzata dalla Svezia delle saghe nordiche, ma anche da quella dei poeti romantici, cresciuta ascoltando leggende e miti tramandati oralmente dalle donne della famiglia, Selma è stata subito riconosciuta come un talento della letteratura.

Inizia tardi a scrivere, a quasi trent’anni. E’ una insegnante, e viene scoperta solo grazie alla partecipazione a un concorso letterario con alcuni capitoli del suo primo romanzo: La saga di Gösta Berling, la storia di un giovane ex sacerdote che viene accolto e salvato dalla Signora di Ekeby, regina di un microcosmo quasi fantastico. Il libro viene pubblicato ed è un successo in Svezia ma anche all’estero. L’accademia di Svezia e la famiglia reale decidono di garantirle un supporto finanziario perché possa dedicarsi completamente alla scrittura. Ed è quello che farà fino al 1940, quando morirà stanca e rassegnata a causa della guerra e delle persecuzioni naziste.

In tutte le sue opere emerge il tema dell’amore di una donna come unico mezzo di redenzione per gli uomini, visti sempre come incapaci di integrarsi nella società e nella famiglia. Questa posizione si modificherà poi in senso più pessimistico successivamente alla Prima Guerra Mondiale: sono anni in cui Selma non scrive nulla, impressionata dalle mattanze della guerra di trincea.
Sostenitrice del diritto di voto per le donne, ritiene però che le donne non debbano assumere ruoli di potere, secondo lei esclusivamente maschili, ma che il loro compito sia di affiancare coloro che decidono e di indirizzarli verso giusti obiettivi.

Prima donna a divenire membro dell’Accademia di Svezia nel 1914, si è dedicata anche alla letteratura per l’infanzia con Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson, le avventure di un bambino che, rimpicciolito, viaggia alla scoperta del proprio Paese, la Svezia.
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TELEGIORNALISTI Il giornalismo itinerante di Domenico Marocchi di Valeria Scotti

Giornalista praticante, Domenico Marocchi è redattore e conduttore del tg TVP Notizie di Nuova TVP, emittente delle Marche, Abruzzo ed Emilia Romagna. Voce di alcune radio locali, è stato anche tirocinante presso la redazione del Tg1 (cultura e spettacoli) e presso la redazione giornalistica di Uno Mattina.

Quali sono stati i tuoi esordi?
«Ho iniziato con la radio, un po’ per la musica e per gli incontri che puoi fare in quel campo. Però poi ti accorgi che c’è sempre un pubblico che ti ascolta e che vuole essere informato, indipendentemente dalla notizia relativa al cantante o al gossip. Da quell’esperienza sono arrivati i radiogiornali e poi la laurea. I primi impegni come ufficio stampa sono stati per dei progetti musicali e teatrali a livello nazionale. Con alcuni cantanti è successo che da semplici interviste siano nati dei veri e propri rapporti di lavoro e di amicizia. Insomma, mi piace mescolare un po’ tutte le carte e vedere i risultati».

La tua vita professionale, comunque, non è incentrata solo sulla musica…
«Assolutamente no. Da quando sono in tv mi occupo principalmente di cronaca. Anche se il mio sogno restano gli esteri perché sono laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche. Quando sono arrivato al Tg1, ho avuto la fortuna di lavorare la prima settimana proprio nella redazione esteri; certo è che in questo settore uno stagista alle prime armi non ha l’opportunità di fare molto. Poi però ho avuto la possibilità di continuare lo stage alla cultura con Maria Rosaria Gianni, una professionista che sa farti apprezzare questo lavoro. In quell’ambiente impari come si deve scrivere un pezzo o un intro che possa essere convincente, come ad esempio i lanci che i telegiornalisti dovranno leggere in onda, come farina del loro sacco…».

Come hai vissuto l’opportunità della Rai?
«Ricordo che ho iniziato lo stesso giorno in cui era arrivato il nuovo direttore, Gianni Riotta. Quest'ultimo decise di far partecipare anche gli stagisti alle riunioni di redazione. Paradossalmente, più che in noi giovani, vedevo preoccupazione nei redattori e nei capo redattori che, per la prima volta, conoscevano il nuovo direttore. Una cosa che mi ha impressionato in Rai è che ci sono davvero tanti precari, giovani giornalisti che ogni anno lavorano alcuni mesi in una redazione e poi – quando va bene - vengono trasferiti in un’altra».

Non è certo un segnale positivo...
«Sì, soprattutto se si considera che per “giovani giornalisti” spesso si intendono i professionisti di circa 35 anni. In una situazione come questa non c’è possibilità di nuove assunzioni, ed in più aleggia anche lo spettro della cosiddetta raccomandazione. Purtroppo ho visto anche giornalisti anziani prodigarsi poco per i giovani: in genere io dico che “non è che ti sbattano la porta in faccia, si mettono davanti e non ti permettono nemmeno di citofonare!”. Forse hanno questo atteggiamento perché sono rimasti ancora alla concezione del posto fisso statale e non capiscono che esiste anche il ricambio generazionale».

Si può parlare di giornalismo giovane?
«In questo periodo sto studiando la deontologia e le varie regole per l’esame da giornalista professionista. L’approccio teorico al giornalismo è sempre lo stesso: occorre conoscere i fatti, accertarsi sempre di tutto, non prendere le cose alla leggera e lavorare con la massima professionalità. Certo è che il giornalismo televisivo si può svecchiare con delle accortezze, per lo più tecniche, per dare una facciata più giovane al prodotto. Un esempio sono i tg di Sky dove lavorano molto sui contenuti e sanno come catturare l’attenzione. Penso al tg interattivo dove, con un tasto, selezioni la notizia che vuoi sentire. Anche la conduzione può essere moderna, ma la notizia no, altrimenti cominciamo tutti a prenderci alla leggera».

A chi aspira a una carriera giornalistica, conviene sfruttare le potenzialità delle nuove tecnologie?
«Oggi quelli della mia generazione si stanno facendo le ossa nei portali, nei quotidiani online e questo è importante per avere un primo approccio con la scrittura. E’ anche vero, però, che se hai scritto solo sul web, il tuo curriculum viene guardato con diffidenza. Credo comunque che sia solo questione di tempo: tra 5, 10 anni sarà tutto diverso. Anche io ho sempre scritto sul web e continuo a farlo perché offre una libertà non indifferente».

Ti senti più a tuo agio in uno studio, in una redazione o sei un giornalista più “in movimento”?
«Mi sento abbastanza itinerante: stranamente ti senti più coperto mentre sei in giro rispetto a quando la sera sei in studio a condurre e rappresenti le numerose persone che hanno lavorato con te. Una cosa che mi ha colpito proprio della mia esperienza in Rai è che di giorno lavorano centinaia di persone e, la sera, sono rappresentate dall’unica persona che conduce e che ha una grande responsabilità. L’ideale per me è un conduttore che sia anche un ottimo reporter: penso a Monica Maggioni. E’ una donna molto attiva, sempre in viaggio tra America, Iraq, e nei momenti in cui conduce mostra le sue capacità e le sue conoscenze. Insomma, credo in un giornalismo itinerante e dinamico, che possa darti un valore aggiunto nel momento in cui ritorni in studio».
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SPORTIVA L’addio al golf di Annika Sorenstam di Mario Basile

«Ho preso questa decisione perché ho altre priorità nella vita. Compreso avere una famiglia, alla quale intendo dedicarmi come ho fatto nel giocare a golf». Le parole sono di Annika Sorenstam, la golfista più famosa del mondo. La decisione di cui parla è quella più difficile che un atleta possa prendere: il ritiro dall’attività agonistica. Appenderà il borsone al chiodo a fine stagione, tanti soldi guadagnati a suon di vittorie e un posto d’onore nella storia del golf. Già, perché in pochi ricordano che la Sorenstam è stata la prima donna a prendere parte ad un torneo maschile dal 1945.

Un bottino niente male per una che, fino a 12 anni, del golf ne sapeva poco o nulla. Perché il primo amore di Annika Sorenstam era il tennis. Poi decise di avvicinarsi al golf, lo sport che sua sorella Charlotta già praticava a livello agonistico. Ci si mette poco per capire che la campionessa della famiglia è lei. La conferma arriva a 22 anni, quando va in America e vince il mondiale dilettanti.

Il 1992 è l’anno in cui diventa professionista e segna l’avvio della grande carriera di Annika. Un successo dopo l’altro, la bionda di Stoccolma si guadagna la fama e la ribalta mondiale, tanto da essere considerata dai grandi esperti di golf la migliore di sempre. Un giudizio confermato dagli straordinari record ottenuti tra il 2000 e il 2002.

All’apice della carriera, la Sorenstam inanella una serie di risultati straordinari: quattro vittorie consecutive nei tornei LPGA, 59 colpi in un solo giro e la migliore media di sempre 69,42. L’anno dopo, invece, vince 13 titoli in una sola stagione, eguagliando il record di Mickey Wright, che l’aveva ottenuto trentotto anni prima.

Quest’anno, dopo tre tornei vinti in stagione, l’annuncio dell’addio. Lascerà la ribalta alla messicana Lorena Ochoa, già designata da molti come sua prossima erede. Annika, invece, si dedicherà alla famiglia e alla sua scuola di golf. Nella sua accademia, la Sorenstam segue da vicino i talenti del suo paese, insegnando loro tutti i trucchi del mestiere. Perché campioni non si nasce, ma si diventa.
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