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Telegiornaliste anno IV N. 35 (160) del 6 ottobre 2008

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MONITOR Alice Brum Brum, la moto-telegiornalista di Giuseppe Bosso

Nata a Torino, Alice Margaria vive a Milano ed è giornalista pubblicista dal 2006. Appassionata di aerei e moto, inizia la sua carriera giornalistica sul mensile di due ruote SuperWHEELS, di cui assume anche la direzione marketing nel 2004.

E' stata opinionista fissa al programma tv Processo al Gran Premio, trasmesso da OdeonTV e all'ufficio stampa del Team Factory Superbike. Attualmente scrive di aerei, moto e personaggi sui mensili Airone e For Men Magazine del gruppo Cairo Editore.

Da tre anni Alice è telecronista del Motomondiale sui tvfonini 3 per La3, televisione gratuita, insieme ai piloti Dario Marchetti e Mauro Sanchini. Su La3 è anche conduttrice della trasmissione Motomagazine. Il suo sito è Alice Brum Brum.

Da cosa nasce il soprannome Alice Brum Brum?
«Anni fa iniziai a correre con un gruppo di motociclisti che si definivano i "Cani Malati", in cui ognuno aveva il suo soprannome particolare e che, essendo io l'unica donna, mi avevano praticamente adottata come mascotte. Uno di loro una volta mi chiamò così mentre scendevo dalla moto, e così da quel momento diventai Alice Brum Brum. In seguito ho scoperto che in realtà è la protagonista di un fumetto anni '70 che, tengo a precisare, non mi somiglia per niente!».

Negli ultimi anni grande è l'interesse del pubblico italiano per il Motomondiale: come mai secondo lei?
«Direi che dobbiamo questo soprattutto a Valentino Rossi, che nel corso degli anni è diventato il vero portabandiera di questo sport. Si sa che noi italiani quando vediamo un nostro atleta primeggiare in una disciplina ce ne scopriamo appassionati, come ad esempio capitò anni fa con Alberto Tomba nello sci».

Grande protagonista sulle due ruote, ma anche personaggio spesso discusso nelle cronache, Valentino.
«Detesto il gossip gratuito, specie quando mi fanno domande del tipo: tu che sei nel settore, hai mai visto Tizio sniffare coca o Caio evadere le tasse? Valentino ha dimostrato nel corso degli anni di essere un grande campione e tutto quello che ha vinto lo deve al suo talento, al suo impegno e ai suoi sacrifici. Quello che poi fa nella sua vita privata, dal pagare o meno le tasse o frequentare donne, sono unicamente fatti suoi. Per quanto mi riguarda, mi indigno di più nel vedere un serial killer che dopo vari omicidi riesce a farla franca con l'indulto piuttosto che una vicenda come quella legata alle tasse di Valentino, che ha "sconvolto" l'Italia».

Pensa che avere in casa un campione come lui, dopo l'ottavo trionfo, possa incitare i giovani a seguire la sua strada?
«Valentino è un grande esempio di comunicazione mediatica e di professionismo: è diventato subito un idolo e per questo ha già incitato molti giovani a seguire la sua strada, per esempio i piloti Dovizioso, Simoncelli, Lorenzo. Lui, come tutti gli idoli, ispirerà sempre la vita di qualcuno».

Da anni molte donne giornaliste si stanno affermando nel campo dei motori,come Claudia Peroni e Federica Balestrieri. Secondo lei, però, ci sono ancora resistenze maschili nei vostri confronti?
«Sì, ma le colleghe da lei citate rispetto a me hanno un grande vantaggio. Ormai tutte le donne, bene o male, hanno la patente, guidano le auto e di conseguenza il campo delle quattro ruote si è ormai aperto al mondo femminile. Nelle moto, invece, il discorso è diverso, e purtroppo mi capita ancora, quando mi metto in sella alla mia moto, di venire fermata da persone che si stupiscono nel vedermi su una motocicletta. Può anche far piacere, ma per contro ti fa capire come l'associazione donna-moto sia ancora indietro nella cultura collettiva. In ogni caso, va anche detto che la donna incontra difficoltà ancora oggi in molti campi, dal lavoro alla vita sociale... Per esempio, una donna emancipata anche sessualmente suscita ancora diffidenza anziché ammirazione».

Telecronista del Motomondiale su tvfonino, come crede che abbia cambiato e potrà ancora cambiare il mondo della comunicazione questo mezzo di comunicazione?
«Inizialmente La3 ha incontrato non poche difficoltà, legate non solo alla percezione da parte del pubblico ma anche di natura tecnica, come la distribuzione del segnale. Col tempo si sta affermando e ora, come saprà, la tv sul tvfonino è diventata gratuita. Certo il tvfonino non sostituisce un 40 pollici guardato comodamente dal divano, ma senz'altro rappresenta uno strumento utile per chi magari si trova bloccato in autostrada, in treno, o al mare sotto l'ombrellone. Per rispondere con dei dati, le nostre telecronache del motomondiale su La3 stanno ottenendo a livello di audience risultati notevoli, persino superiori ad un evento di grande richiamo come la Champions League!».

Nel suo sito, oltre alle sue esperienze di lavoro, racconta anche aneddoti di vita privata, dalle "Ginate" al rapporto con i suoi nipotini: non la imbarazza l'idea che milioni di sconosciuti possano accedere anche a questi aspetti della sua vita?
«Assolutamente no. Anzitutto perché nel sito racconto solo ciò che voglio; sono molto riservata e quello che non desidero far sapere non lo sa nessuno. Non parlo dell'uomo che frequento e nemmeno di quanto guadagno, per esempio.
Trovo carino condividere con chi desidera conoscermi anche questi momenti della mia vita, e il pubblico che mi segue ha molto apprezzato, tanto che ricevo frequenti email di spettatori che mi richiedono di pubblicare i miei racconti di vita vissuta scritti in tono ironico, perché leggendoli si divertono. Quanto alle foto che ci sono, poi, ritorno al discorso che le stavo facendo su Valentino Rossi: penso che sia di maggior interesse per chi consulta il sito di un suo beniamino poter vedere una foto carina, che ha voluto inserire per ricordare un momento piacevole, piuttosto che le tante foto rubate a tradimento sui rotocalchi di gossip!».

Nella sua carriera di "moto-telegiornalista" ha mai avuto incidenti di percorso?
«Se intende nel senso che qualcuno mi ha messo il bastone tra le ruote, è capitato, sì. Se intende come imposizioni di dire o di fare sul lavoro, direi assolutamente di no. Questo forse anche grazie al fatto che non sono un personaggio famoso e non lavoro per emittenti colosso... Nel mio piccolo ho totale carta bianca, e io cerco di usare il buon senso. D'altronde, dagli amici ai colleghi, chi mi conosce sa che il mio essere molto diretta è il mio peggior difetto e anche il mio miglior pregio».
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CRONACA IN ROSA Mi vendo... la grinta che non hai! di Camilla Cortese

Renatone l’aveva capito nel lontano 1977. Chi vende, molto spesso, vende sogni e illusioni. E chi pubblicizza usa proprio questa materia impalpabile, batte sui sentimenti e le insicurezze del consumatore. Che spesso è una consumatrice.

Peccato, niente lustrini, struzzo e paillettes (e supponiamo niente “sorcini”) il 3 settembre scorso al Parlamento Europeo, che ha approvato una relazione che condanna le pubblicità in cui si esaltano o approvano le discriminazioni tra i sessi, in cui si incita alla violenza sulle donne o si propongono modelle anoressiche.

Tante grazie. Non vedo l’ora di godermi la Rimmel che licenzia Kate Moss per affidare il London look a una cicciona. O la casalinga di Voghera che occhieggia per L’Oréal. Perché lei vale. Tanti brand si sono già fatti furbi, e chiamando come testimonial procaci dive come Monica Bellucci e Maria Grazia Cucinotta hanno messo le mani avanti, proponendo modelli di bellezza inarrivabili, ma incontestabili perché mediterranei. Una botte di ferro.

Meno simpatici i detersivi, con donnine casa-e-lavoro che canticchiano mentre lucidano pavimenti, con massaie sciatte e dai marcati accenti regionali che si lamentano per la lavastoviglie incrostata. Il fico che toglie calcare dalla mattina alla sera rimorchia guarda caso una tardona, e Mister Muscolo è uno sfigato mingherlino: a noi piaceva tanto Mastro Lindo, dov’è finito? Ridatecelo!

E poi tanto clamore nel 2007 per quella campagna di Dolce & Gabbana con la donna sottomessa da cinque evidentissimi gay, unti e depilati, cui i due volponi hanno sarcasticamente risposto, la stagione seguente, con donne in abiti-armatura che scudisciavano uomini nudi. E nessuno ha difeso quelle povere natiche benedette!

Un Oliviero Toscani qualunque viene lapidato quando prova a combattere l’anoressia per il brand Nolita, fotografando una donna di 30 chili e esibendola al mondo per mostrare alle ragazzine l’altra faccia del glamour.

Ci domandiamo se, dall’alto della loro saggezza, tutti questi personaggi angosciati per le «manipolazioni adoperate a favore di un marketing sempre più agguerrito che trasformano la donna in un manichino privo di dignità» sappiano che ancora oggi le donne che lavorano guadagnano meno degli uomini, che la maggior parte delle violenze sessuali avviene fra le mura domestiche e che tutti i giocattoli di emulazione casalinga dal Dolce Forno in poi hanno ancora sulle scatole una bambina. Femmina.
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FORMAT Banca della memoria: un viaggio multimediale nella memoria collettiva di Federica Santoro

Probabilmente tutti da ragazzi ci siamo seduti ad ascoltare i racconti dei nostri nonni, provando l’ebbrezza di vivere attraverso la loro memoria un’avventura unica e irripetibile. Esperienze vissute sul filo di un’altra epoca che racchiudono i valori di una vita.
Dalla volontà di quattro giovani professionisti, (Franco Nicola, Lorenzo Fenoglio, Valentina Vaio e Luca Novarino) interessati a raccogliere questo immenso mondo di esperienze in un unico contenitore, nasce Banca della memoria, dove le storie di persone comuni sono raccontate dagli stessi protagonisti attraverso il video.
Valentina Vaio ci ha parlato di questa iniziativa.

Il vostro progetto invita a trovare il tempo per sedersi ad ascoltare un mondo di memorie che ci riportano indietro per riscoprire un passato ricco di fascino e di saggezza. Perché avete scelto proprio il video come mezzo di trasmissione di questo messaggio?
«Ci sono due motivi per cui abbiamo scelto il video. L'obiettivo primario è quello di riportare le persone anziane verso il ruolo che la società del passato ha sempre loro riconosciuto: essere il centro della conoscenza e della saggezza. Per ottenere questo obiettivo pensiamo che il video trasmesso attraverso Internet possa essere il media con cui la generazione dei giovani meglio si relaziona e quindi possa essere maggiormente attratta e invogliata ad ascoltare questi ricordi. Il secondo motivo è invece legato alla nostalgia che il ricordo dei racconti fatti dai nostri nonni suscita in ognuno di noi. Un ricordo e una memoria acquisiscono un valore maggiore se è possibile cogliere le emozioni che suscita nella persona che lo sta raccontando. Il video è quindi il mezzo migliore per poter trasmettere questi sentimenti a per valorizzare le memorie».

Anche se il successo che avete riscosso nel mondo della cultura può considerarsi il segno di una ritrovata attenzione verso la memoria collettiva, legare la memoria ad un mezzo simbolo di un mondo così frenetico e in movimento è una delle peculiarità di questa società, poco preoccupata di dimenticare il proprio passato troppo in fretta. Quanto è giustificata questa paura?
«Il progetto nasce proprio dalla paura che il nostro mondo, magari senza volerlo, si dimentichi del suo passato e delle persone che lo hanno caratterizzato. Speriamo che attraverso la scoperta di realtà così diverse si possa aiutare la nostra società ad evolversi e migliorarsi. Dal canto nostro, cerchiamo di regalare ogni giorno cinque minuti di tempo a chiunque abbia voglia di fermarsi e ascoltare il ricordo di una vita vissuta in modo totalmente diverso e così lontano dai nostri canoni attuali».

Molti giornalisti, dalle pagine dei maggiori quotidiani nazionali, hanno visto nel vostro progetto un’iniziativa dalla forza particolare perché rappresenta qualcosa di moderno e di antico allo stesso tempo.
«Siamo molto soddisfatti del fatto che sia stata riconosciuta fin da subito l'importanza di un archivio in cui ognuno può ricercare le proprie radici. Il nostro obiettivo è quello di stimolare le persone, in particolar modo i giovani, ad andare dai propri parenti e nonni per intervistarli, indagando e ascoltando i loro ricordi. Quando riceveremo il primo video registrato da un nipote o pronipote spontaneamente, allora potremo dire che la Banca della Memoria ha aiutato la nostra società a migliorarsi. Pensiamo che la Banca della Memoria sia una valore per l'Italia che si accrescerà con il passare del tempo e l'aumentare dei filmati caricati dagli utenti».

Appena nata, Banca della Memoria approda già su Sky: anche un traguardo divisibilità è stato raggiunto, dopo la collaborazione con Scatole Cinesi, il programma radiofonico di Radio 2.
«L'esposizione mediatica cha la Banca della Memoria ha avuto fin'ora è stata del tutto inaspettata e ci ha riempito di orgoglio e soddisfazione. Non nego che ci aiuta a portare avanti questo progetto che sta crescendo ogni giorno e ogni settimana. Speriamo adesso di sviluppare collaborazioni con nuovi modelli televisivi».

Quali sono i risultati che vi aspettate di ottenere a breve?
«Il prossimo obiettivo è l'esportazione del progetto nei principali Paesi europei e negli Stati Uniti. Abbiamo già dei collaboratori che stanno raccogliendo per noi interviste in Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna. In parallelo stiamo consolidando la Banca della Memoria italiana per poter raggiungere chiunque abbia voglia di raccontare i propri ricordi pur con mezzi tecnici limitati. Abbiamo così aperto alcune redazioni locali che possono aiutarci a raccogliere queste interviste. In Italia stiamo stringendo accordi di partnership con associazioni interessate a preservare i ricordi delle persone anziane e a sviluppare progetti specifici di approfondimento sul territorio».
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CULT Le donne di Boldini in mostra di Chiara Casadei

Un uomo circondato da affascinanti donne. Un sogno nell’immaginario collettivo maschile, ma per Boldini, pittore ferrarese di stampo macchiaiolo e importante rappresentante dell’Ottocento, questa era la pura realtà. L’uomo visse infatti un particolare legame con l’intero universo femminile e fu sedotto da diverse donne alle quali dedicò la maggior parte delle sue opere.

La bellezza e l’eleganza sono state appunto protagoniste di un suo studio estetico e psicologico. E oggi è possibile analizzare quelle riflessioni in una grande esposizione a lui dedicata, Boldini. Mon Amour. A Montecatini Terme, nelle sale del Polo Espositivo ex Terme Tamerici, fino al 30 dicembre saranno esposti 110 dipinti, olio su tela, e 60 disegni su carta, provenienti dalle più prestigiose raccolte pubbliche. I visitatori potranno inoltre ammirare 60 fotografie inedite, lettere mai pubblicate e materiale originale del pittore.

Le donne coinvolte nella sua vita e immortalate su tela partono dall'amante francese, l’aristocratica modella Berthè, passando per Madame Ferguson, Madame Lanthème, la Contessa de Rasty fino ad arrivare, ovviamente, alla moglie Emilia Cardona, la "sua" Milly. Interessante è il ritrovamento di una testimonianza epistolare e fotografica che ha permesso di ricostruire alcuni tratti fondamentali sulla convivenza fra il famoso maestro italo francese e la giovane letterata piemontese, impegnata in una relazione sentimentale parallela.

La mostra vuole regalare non solo la visione delle opere del pittore nel loro grande valore artistico, ma mostrare anche lo studio sulla femminilità e sulla rappresentazione ritrattistica personale da parte di un uomo che vi ha dedicato tutto se stesso.
L’invito è per tutte le donne e per coloro che ne sono affascinati, nelle loro diverse e numerose forme.
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DONNE Margaret Mead, antropologa anticonformista di Federica Santoro

Se oggi possiamo rivendicare, anche in campo scientifico, una parità tra uomo e donna lo dobbiamo a una celebre antropologa americana, Margaret Mead, che con le sue ricerche pionieristiche sulla personalità maschile e femminile nella comprensione delle società umane ha dato il via agli studi sulla differenza di genere.

Margaret Mead nacque a Filadelfia nel 1901, in una famiglia colta di religione quacchera. Il padre era un professore di economia e la mamma una sociologa. Entrambi furono per la Mead dei saldi riferimenti nella sua crescita intellettuale, fino alla laurea in psicologia e l’incontro con Ruth Benedict, sua più grande amica e collega. Fu proprio da quest’ultima che la Mead venne persuasa a diventare antropologa.

Compì le sue prime ricerche nelle isole Samoa, un arcipelago della Polinesia, a partire dal 1927. Aveva solo 23 anni quando lasciò gli Stati Uniti per avventurarsi nell’etnografia, spinta dalla volontà di dare il proprio contributo per risolvere uno dei dilemmi allora centrali per la scienza sociale americana, quello dell’adattamento degli individui ai valori espressi dalla società in cui vive.

Il primo studio, dal titolo L’adolescente in una società primitiva del 1928, si focalizzò sul periodo di vita adolescenziale della donna samoana: riscosse un notevole successo presso il pubblico colto americano, ponendosi come un punto di rottura nei confronti della mentalità ristretta di certi ambienti. Dimostrò infatti che l’espressione della libertà sessuale a Samoa era parte del ruolo dell’adolescente, a differenza di quello che avveniva nella cultura occidentale in cui, secondo la Mead, c’era un’interruzione innaturale tra interessi dell’infanzia e il ruolo di adulto.

Il suo studio senza dubbio più importante fu però Maschio e femmina: uno studio sui sessi in un mondo che cambia del 1949, nel quale espresse le sue teorie sullo sviluppo dei ruoli sessuali, confrontando gli atteggiamenti sessuali delle popolazioni del Pacifico con quelli dei moderni americani. L’idea centrale di questo lavoro è che i tratti del carattere maschile e femminile sono determinati più dalla cultura che da una predisposizione naturale, e che i ruoli maschili e femminili sono risultati di influenze culturali e non biologiche.

Il libro fu un bestseller e diede alla Mead una grande fama. Per il resto della sua vita lavorò per l’American Museum of Natural History di New York. Insegnò al Vassar College (1939-41) e alla Columbia University (1947-1978). Fu presidentessa della Society for Applied Anthropology e della American Anthropological Association, nonché la prima donna a capo dell’American Association for the Advancement of Science.

Tra i suoi interessi la giustizia, l’educazione, il femminismo e l’emancipazione sociale delle minoranze. Sosteneva infatti che fossero i pregiudizi culturalmente appresi a portare al razzismo, alle intolleranze, alle guerre, e che «i membri di una società potevano/dovevano lavorare insieme per modificare le loro tradizioni e costruire nuove istituzioni». Per questo affermava l’importanza di imparare dagli altri popoli: «Le diversità umane sono una grande risorsa, non un ostacolo, e gli esseri umani sono tutti in grado di apprendere e insegnare l’un l’altro».

Morì per un cancro a New York il 15 novembre del 1978. Scrisse 44 libri e oltre 1000 articoli, pubblicati in diverse lingue.
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TELEGIORNALISTI Alessandro Tiberti, occhio allenato per lo sport di Giuseppe Bosso

Nato a Roma, Alessandro Tiberti è giornalista professionista dal 1993. Muove i primi passi in alcune radio romane conducendo diverse trasmissioni sul basket. Prima di approdare a Raisport ha lavorato anche a Teleroma 56, Videomusic e Persona tv.

Che bilancio puoi trarre, per quanto riguarda Raisport, su Pechino 2008?
«Assolutamente positivo, malgrado qualche critica dovuta alla programmazione per le "sporcature" relative ad alcuni risultati inaspettati (ma graditissimi) di atleti italiani che hanno portato a qualche variazione del palinsesto. È successo, per esempio, con la lotta greco-romana, una medaglia sulla quale forse nessuno avrebbe scommesso. Ma al di là di queste piccole cose, siamo assolutamente soddisfatti».

Dopo anni di esilio, è tornato un appuntamento canonico della domenica degli italiani, 90° minuto.
«C’è un detto: "la messa si ascolta in chiesa", e probabilmente può essere esteso a 90°. Da sempre quello dei gol della domenica sulle reti Rai era un appuntamento tradizionale, una di quelle cose che ti rallegrano la vita. In questi anni ha fatto probabilmente effetto vederlo, in altro formato, sulle reti Mediaset».

Le prime giornate di campionato sono state contrassegnate da un grande equilibrio e dal rendimento notevole di squadre come Lazio, Catania, Udinese e Napoli, che non sono propriamente ritenute da scudetto. Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?
«Credo che alla lunga emergeranno i valori di forza delle grandi, dall’Inter con il suo gioco al Milan con le sue stelle, e anche la Juve dopo l’anno di apprendistato seguito alla parentesi in serie B può assolutamente ritenersi da scudetto. La Roma magari sta attraversando un momento di difficoltà, a cui fa da contraltare lo straordinario rendimento della Lazio e del Napoli, anche. Ma credo che alla lunga saranno le grandi a caratterizzare la lotta scudetto, magari però ci sarà spazio anche per qualcun altro».

Da un po’ di tempo molti atleti vengono risucchiati dal mondo della tv, dalla Granbassi che imperversa ad Annozero a Magnini inviato all’Isola dei famosi. Come ti spieghi questa tendenza?
«Non penso siano loro a cercare notorietà, quanto la televisione che offre loro questa possibilità. Già in passato il binomio atleta-tv ha portato a buoni risultati, vedi Montano. Margherita Granbassi, per come l’ho vista io, se l’è cavata bene nelle prime puntate di Annozero, malgrado qualche piccola imperfezione. Magnini, per contro, per ora mi sembra un pesce fuor d’acqua».

Dopo le grandi soddisfazioni degli ultimi anni, il basket italiano vive un momento di grande difficoltà: come mai secondo te?
«Per tante ragioni. A cominciare dalla crisi economica, dopo la festa degli anni ’80 in cui i club potevano contare su una grande disponibilità. Adesso si investe solo in realtà consolidate come Treviso, Siena, Milano. Aggiungi le difficoltà che crea la rivalità tra Lega e Federazione e il poco sostegno che incontrano i ragazzini che cercano di interessarsi a questo sport. I pochi talenti che abbiamo, ormai, sono sempre più attratti dall’universo Nba… Insomma, un quadro non certo positivo. Bisognerebbe fare qualcosa per il futuro».

Ha stupito l’esclusione dal campionato di due realtà come Napoli e Capo d’Orlando, in particolare per il rigore che la giustizia sportiva ha saputo avere nel basket. Al contrario, con Calciopoli, si è assistito ad una sorta di buonismo da parte degli organi di giustizia. Concordi?
«Mah, non penso. Ogni federazione sportiva ha le sue regole e cerca di adottarle come può. Nel ciclismo abbiamo potuto vedere come i controlli rigidissimi abbiano portato alla squalifica di un nome importante come quello di Riccò; nel calcio la Juventus è incappata in quella situazione ed è stata punita, ma non mi sembra esatto parlare di una maggiore severità verso il basket rispetto ad altri sport».

Il bello e il brutto del giornalismo secondo te?
«A mio giudizio sono due aspetti che tendono a coincidere: il bello è sicuramente il fatto che noi, almeno teoricamente, con il nostro lavoro possiamo scoprire anche quello che non va e portarlo alla luce, ma per contro non sempre (ormai potrei dire quasi mai...) ci è permesso di farlo al meglio. Ci sono sempre maggiori ostacoli al nostro lavoro, e ci accontentiamo per lo più di riportare le notizie dalle agenzie… Dovremmo ricordarci di essere ficcanaso, come si diceva un tempo».

Il tuo sogno nel cassetto?
«Ce l’ho, ma se te lo dicessi, che sogno sarebbe? Quando lo realizzerò, sarai il primo a saperlo!».
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SPORTIVA Cecilia, una campionessa speciale di Chiara Casadei

Cecilia Camellini non è semplicemente una studentessa emiliana (modenese per la precisione), impegnata come tante tra studio e famiglia, ma si confronta giornalmente con il suo handicap: la cecità. Al di là di questo, ciò che la rende veramente speciale è il suo essere un'eccellente nuotatrice. Dall’età di tre anni, infatti, pratica con dedizione questo sport, diventato con gli anni un impegno sempre più serio. Dal 2003 i diversi allenatori che l'hanno costantemente seguita, l’hanno ben preparata per le sfide nazionali e internazionali. A suon di vittorie, si è guadagnata il primo posto ai mondiali 2007 nei 400 metri stile libero. L’ultima sua grande conquista è stata una doppietta di medaglie d’argento, rispettivamente nei 50 e 100 metri stile libero, alle Paralimpiadi di Pechino 2008, regalando anche agli appassionati il miglior tempo a livello europeo (1.09.65).

Cecilia, al termine della finale, ha rivelato: «Pensavo di mollare, non riuscivo a concentrarmi, a nuotare come al solito. Improvvisamente alla virata dei cinquanta metri tutto è tornato normale, sono anche riuscita a fare un bel tempo». Mentre a Vincenzo Tota, il presidente della delegazione reggiana del CIP (Comitato Italiano Paralimpico), ha raccontato le emozioni pre-gara: «È stata una vigilia molto nervosa, i risultati nel nuoto non venivano come tutti noi del club Italia ci aspettavamo, la storia di Filippo Bonacini e di quella famosa pacca sulla spalla che gli è costata la squalifica avevano lasciato un segno. È inutile negarlo, da me tutti si aspettavamo qualcosa. Mi sentivo responsabilizzata ma anche molto carica. Quindi ho detto a Gianni: "Qui non c'è da fare nessun calcolo, vado in acqua e le spacco tutte". Mi ero fatto crescere anche le unghie per queste olimpiade. È andata benissimo. Non potevo fare di più. Sono contentissima per questa medaglia: tutta mia, di mia madre, di mio padre, della mia famiglia, della Tricolore Reggio Emilia, di Ettore Pacini, di Gianni Pala».

Nella vita, oltre ad allenarsi nella piscina locale con l’aiuto di un assistente - la segue lungo la vasca battendo con una bacchetta sul bordo, per farle capire a che distanza si trova e aiutarla a tenere la direzione - è anche una brillante studentessa del Liceo Classico Muratori di Modena. Le sue materie preferite sono il greco e il latino. Ama la musica, lo sci, la lettura e il suo ragazzo, anche lui non vedente, che le sta vicino e la supporta nelle difficoltà che incontra ogni giorno sul suo buio cammino. Cecilia riesce a dimostrare, ogni giorno, che tutto è davvero possibile.
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