Archivio
Telegiornaliste N. 12 del
4 luglio 2005
Il guardonismo catodico
di Silvia Grassetti
Dev’essere la foschia causata dall’afa a ostruire lo sguardo di Panorama:
altrimenti non ci spieghiamo come mai una redazione tanto affermata sul
“panorama”, appunto, italiano, si sia sporta, incosciente, dalla rupe del pregiudizio.
Tante volte hanno dimostrato di sapere, i redattori della rivista, che chi fa il
nostro mestiere con cognizione di causa ha il dovere morale di controllare,
indagare, ricercare le informazioni, prima di riferirle all’ignaro lettore,
che proprio per questo acquista un settimanale pagandolo: perché il lavoro
“sporco” lo facciano per lui. Il che, naturalmente, non vale solo per la
pubblicazione cartacea, ma anche per quanto si pubblica sul web.
Ma, forse per colpa del caldo, dicevamo, Panorama pubblica online un articolo su Ilaria
D'Amico partecipante al nostro campionato, e ci accusa di fare del “guardonismo
catodico”.
Troppo facile citare, per tutta risposta, le copertine "guardonistiche"
di Panorama: non facciamo il giornalismo dei colpi bassi, noi.
Stendiamo pure un pietoso velo sul neologismo, che al solo pronunciarlo si
rivela una cacofonia molesta anche all’orecchio meno esigente.
Piuttosto, chiediamo al Direttore e all’incauto redattore, probabilmente alle
prime armi, da quanto tempo l’articolo giaceva inutilizzato nel cassetto di
una scrivania in odor di “ferie”: Lorenzetto commenta il campionato delle
tgiste n. 8 (e siamo arrivati al decimo, Lorenzetto!); lo commenta
dimostrando di non sapere come si svolge né quali siano le regole della nostra
competizione; non si accorge nemmeno dei cambiamenti avvenuti nel frattempo,
come la registrazione della testata giornalistica.
Direttore, il suo Lorenzetto, almeno una sbirciatina per vedere se qualcosa è
cambiato, prima di andare in ferie, la poteva dare.
Vi invitiamo entrambi a leggere www.telegiornaliste.com
magazine, sito e forum, cosicché in futuro possiate dare informazioni
precise ai vostri lettori, i quali, non è da escludere, potrebbero aver voglia
di votare la loro tgista preferita.
E state tranquilli: non sarebbe guardonismo internettiano.
MONITOR
“Chi l’ha visto?”: un successo di Filippo Bisleri
Non era facile, per il Cavaliere della
Repubblica (tale l’ha nominata il Presidente della Repubblica Francesco
Cossiga dopo un viaggio presidenziale nel quale era l’unica telegiornalista
presente), Federica Sciarelli, tuffarsi nell’avventura di “Chi
l’ha visto?” e conquistare subito il pubblico. E invece la
Sciarelli ha centrato subito il suo obiettivo, riscuotendo, settimana
dopo settimana, un meritato successo.
Questo grazie anche al suo stile affabile e cordiale di porsi nei
confronti dei telespettatori, come pure delle persone che si affidano al
programma per ricercare un congiunto di cui non hanno più notizie. La Sciarelli,
poi, a nostro giudizio, ha portato, come nelle primissime edizioni del
programma, una ventata di giornalismo investigativo. Certo, non quello
ben noto di Milena Gabanelli in “Report”, ma certamente una
più curata veste dei servizi. Con il risultato che le storie anche più
complicate sono spesso arrivate ad un felice epilogo.
Un risultato che la Sciarelli si era riproposta di conseguire nelle interviste
rilasciate ai più importanti quotidiani nazionali dopo la decisione di
affidarle il timone del programma. «Voglio fare inchieste giornalistiche
– aveva detto la bionda conduttrice – per contestualizzare il più
possibile le diverse storie e coinvolgere il pubblico nelle vicende di
sofferenza di quelle famiglie che ci chiameranno alla ricerca di un aiuto per
ritrovare un congiunto scomparso». Dopo l’annata di “Chi l’ha
visto?” targata Sciarelli occorre senza dubbio ammettere che il Cavaliere
della Repubblica ha mantenuto quello che aveva promesso: lei il suo
personalissimo “Contratto con gli italiani” l’ha rispettato, e continua ad
impegnarsi per migliorare il programma e ridargli quel forte carattere di
giornalismo e di inchiesta con cui era nato e che però, nel corso degli
anni, si era smarrito. Grazie Federica, un bell’esempio di come il giornalismo
vero esista ancora e di come la Tv di Stato sia ancora in grado di fare il
servizio pubblico vero senza spendere milioni di euro.
CAMPIONATO
Francesca Todini nuova regina di Rocco Ventre
Alla fine ci è riuscita. Francesca Todini
da sempre nel cuore di tantissimi
appassionati, è riuscita a vincere il trofeo che premia la più amata
giornalista della TV. Classe 1965, professionista dal 1995, laureata in
Scienze Economiche, giornalista di punta del TgLa7, seria e
preparata, ma anche donna di grandissimo fascino, Francesca non si è mai
tirata indietro nel confronto con gli utenti del forum dove da oltre un
anno tiene un filo
diretto. Francesca è la terza giornalista de La7 a vincere il prestigioso
titolo.
Un plauso anche alla sconfitta
Manuela Moreno del Tg2, che giungendo in finale ha
comunque ottenuto il suo risultato più prestigioso.
Infine una nota di merito a Maria Concetta Mattei che, vincendo la finalina di
consolazione, sale sul gradino più basso del podio.
CRONACA IN ROSA
Sulla riforma dell'Ordinamento Giudiziario di Marina Iurillo
Approda alla Camera, dopo il sì del Senato, la riforma che sembra destinata a
stravolgere l'attuale struttura del potere giurisdizionale, portando giudici,
avvocati e opposizioni sul piede di guerra.
Il punto più controverso del Decreto di Legge 4636 bis riguarda la carriera
dei magistrati, che non sarebbe più determinata dall’anzianità di
servizio, ma attraverso un criterio tutto nuovo: un concorso.
In questo modo, spiegano i sostenitori della riforma, sarebbe finalmente la
meritocrazia a permettere una carriera veloce ai magistrati migliori,
privilegiando le giovani leve troppo a lungo penalizzate da un sistema vecchio
di 60 anni.
E aggiungono che, non appena la riforma diverrà legge, sarà molto più difficile
assistere all'uso politico della giustizia, così come è successo in
particolar modo dal '92 ad oggi.
L'ordinamento attuale, compresa la carriera automatica dei magistrati, nacque
nel 1941 con un obiettivo ben preciso: l'indipendenza del giudice.
Tali preoccupazioni sono dunque eccessive, poiché frutto di un clima e di
sospetti ormai non attuali?
Non la pensano così i magistrati, che vedono nella riforma la reazione della
politica a Mani Pulite: un mezzo per introdurre un efficace sistema di controllo
politico sui giudici.
Non meno dura la posizione ufficiale dell'ANM (Associazione Nazionale
Magistrati), che getta ulteriori ombre sul Ddl, sottolineando come si tenti di
introdurre norme procedimentali e disciplinari tali da consentire un possibile uso
discriminatorio della giustizia disciplinare.
Sotto il profilo procedimentale, infatti, l’incolpato potrà restare sotto la
spada di Damocle del procedimento disciplinare sino a 7 anni: e per tutto
questo lasso di tempo la sua carriera rimane congelata.
Solleva inoltre molte perplessità fra i magistrati la disposizione secondo cui non
tutti saranno ammessi ai concorsi per gli avanzamenti di carriera, ma solo
coloro che avranno superato un preventivo test d'idoneità psico-attitudinale.
L'ANM conferma quindi tutti i sospetti e le forti accuse mosse dai magistrati a
questa riforma; commenti e dure lamentele che da qualche tempo - addetti ai
lavori e non - possono udire nelle aule e nei corridoi dei tribunali.
Si avvicinano tempi duri per una giustizia indipendente?
CRONACA IN ROSA
Dalla pena di morte a Castelli di Fiorella Cherubini
Due secoli sono bastati a traghettarci dal sistema giudiziario vigente ai
tempi di Montesquieu, a quello attuale, in cui, ai sensi
dell’art. 609 octies, la violenza sessuale di gruppo è punita con la
reclusione dai 6 ai 12 anni, e che spesso si rivela ipergarantista; tanto
da sollevare aspre critiche fra i cittadini.
Da Cesare Beccaria, l’autore del famoso saggio Dei delitti e delle pene,
fautore della soppressione di leggi ancora medioevali (come la tortura e la pena
di morte), siamo passati ad un Codice Penale che prevede fin troppe norme minus
quam perfectae, che non prevedono cioè una sanzione adeguata alla violazione
commessa; il tutto sotto lo sguardo pacato di una magistratura che – per
quanto spesso criticata - non manca di affermare: «Ci limitiamo ad applicare la
legge».
In altre parole, dura lex sed lex. Ma dura per chi?
I casi di stupro, commessi da extracomunitari ai danni di giovani coppie,
con il ragazzo malmenato e derubato e la ragazza violentata dal branco, hanno
impegnato le cronache recenti e riaperto il dibattito sull’espulsione degli
extracomunitari dal nostro Paese.
Ma la violenza sessuale è un cancro sociale e culturale che non ha
niente a che vedere con il Paese di origine del criminale che la commette; la
diatriba politica che è scaturita dalle cronache non solo è fuori luogo, ma
anche tendenziosa: secondo dati Istat, sono ben 520 mila le donne italiane che
hanno subito uno stupro o un tentativo di stupro nella loro vita. Carnefici i
loro compagni, i loro datori di lavoro, i loro amici, i loro ex fidanzati.
A cavalcare, e forse sponsorizzare, l’onda xenofoba sui mass media, sono stati
esponenti della Lega Nord e politici di An, notoriamente contrari alla presenza
di extracomunitari in Italia. Tra le diverse prese di posizione si sono distinte
le tesi del ministro per le Riforme Calderoli e del guardasigilli Castelli: la
prima a favore della castrazione chimica come pena per il reato di stupro, la
seconda a difendere le leggi vigenti. Se Calderoli vive come al solito dei suoi
eccessi, Castelli sottovaluta il sentire civile e morale di molti.
Non crediamo, infatti, che le vittime di uno stupro possano stimare
proporzionale al reato una pena che prevede al massimo 12 anni di carcere. 12
anni per un reato perpetrato ai danni dell’anima prima ancora che del corpo.
Conveniamo piuttosto con il ministro dell’Interno Pisanu: non bisogna fare di
tutta l’erba un fascio; extracomunitario non è uguale a delinquente o
a stupratore. In tutti i casi, un inasprimento delle attuali pene
sarebbe opportuno.
Le leggi sono promulgate dagli uomini, e come nel tempo cambiano gli uomini e la
società, così dovrebbero cambiare le leggi, adeguandosi.
Allo stato dei fatti - e nell’attesa di una revisione sistematica
dell’intero Codice Penale - sembrano ancora attuali le parole di Agnese, ne I
promessi sposi, a un Renzo insoddisfatto delle leggi del suo tempo: «La
legge l’hanno fatta loro, come gli è piaciuto; e noi poverelli non possiamo
capir tutto. E’ come lasciar andare un pugno a un cristiano. Non istà bene,
ma, dato che glielo abbiate, neanche il Papa glielo può togliere».
CRONACA IN ROSA
Iran: un passo indietro di Tiziana Ambrosi
Per due settimane il mondo è rimasto col fiato sospeso per i risultati delle elezioni
iraniane, che vedevano come Presidente uscente il moderato Khatami.
Fuor di dubbio un evento storico c’è stato: purtroppo non il risultato, bensì
il primo ballottaggio della Repubblica Islamica.
I candidati presentatisi erano in totale 7, selezionati con molto scrupolo dal Consiglio
dei Guardiani della Rivoluzione, che ha scartato più di 1400 candidati, tra
cui 93 donne.
Gli schieramenti si mostravano piuttosto variegati, dagli ultraconservatori ai
progressisti.
Vincitore annunciato della vigilia, l’ex presidente Rafsanjani,
accreditato tra i moderati, che ha puntato su una campagna elettorale rivolta ai
giovani.
Unico bastone tra le ruote sembrava essere Mehdi Karroubi, delfino di Kathami,
che invece è stato battuto dall’ultraconservatore Ahmadinejad, eletto
tra la sorpresa generale, dopo il ballottaggio, Presidente della Repubblica.
Fin troppo chiaro il suo primo discorso, che non fa presagire grandi aperture
verso l’Occidente, e nessuna verso gli Stati Uniti e il vicino Israele, nemico
storico, ancor più dell’Iraq di Saddam Hussein.
L'affluenza non è stata alta: attorno al 60%. Ha contato moltissimo il voto di
coloro che vivono in situazioni di disagio e che non sono stati toccati
dai primi benefici delle aperture politiche ed economiche del precedente
governo.
La domanda che ci si pone è però dove siano quei giovani che in più
occasioni hanno manifestato contro il conservatorismo e la chiusura al mondo del
loro Paese. Forse stanchi, forse sfiduciati, non hanno risposto come ci si
aspettava a quest’ultima sfida.
I problemi, dal punto di vista diplomatico e politico, erano già presenti, ma
oggi si presume che alcuni di essi si acuiranno: come l’utilizzo del nucleare,
che, per quanto a scopi pacifici, risulta indubbiamente un elemento di
pericolosità, senza la tecnologia adeguata e l'addestramento del personale.
Per l’ennesima volta, l’Iran, punto di riferimento dei vicini paesi arabi,
rimane quindi un pentolone in ebollizione, sempre sul punto di scoppiare.
Senza un cambiamento epocale nel Paese, le brezze democratiche provenienti dal
Libano (che, dopo la manifestazione record di un milione di persone, ha dato
l'impulso a richiedere la fine dell’occupazione decennale delle truppe
siriane) e dall’Egitto (sono giunte notizie di dissensi nei confronti del
Presidente Mubarak, da anni candidato unico alle elezioni) difficilmente
potranno creare quell’effetto domino che ci si aspettava di ottenere
abbattendo il regime di Saddam.
Ad aggravare la situazione una notizia di pochi giorni fa: cinque testimoni
americani avrebbero riconosciuto nel neopresidente iraniano uno dei
terroristi che nel 1979 tennero in scacco, per 444 giorni, 66 dipendenti
dell’ambasciata americana a Teheran.
Certo questo mandato non inizia sotto gli auspici migliori.
FORMAT
Cosa è rimasto di "Non è la Rai"
di Giuseppe Bosso
Qualcuna ce l’ha fatta (su tutte Ambra Angiolini, ma anche Laura
Freddi, Miriana Trevisan, Antonella Mosetti, per citarne alcune);
qualcun’altra si è data alla recitazione con brillanti risultati (Nicole
Grimaudo, Romina Mondello, Claudia Gerini); altre hanno puntato sul genere
comico (Sabrina Impacciatore e Lucia Ocone); c’è chi, allora bambina o quasi,
mosse lì i primi passi e pian piano sta facendosi strada (Alessia Barela,
Stella Rotondaro); e naturalmente non mancano le stelline che, vissuto il
momento di massimo fulgore, si sono bruciate, scomparendo dal dorato
mondo dello show business, ma non dai cuori dei tantissimi fans: come
Mary Patti, Roberta Modigliani, Pamela Petraolo, Alessia “Terminator” Gioffi.
Sono passati dieci anni da quando calò il sipario su uno dei programmi
più amati (dai giovanissimi) e discussi (dagli adulti) della storia della
televisione italiana, firmato Gianni Boncompagni.
“Non è la Rai”, prima striscia giornaliera rigorosamente in diretta
passata sulle reti del Biscione, esordì su Canale 5 nell’autunno ’91,
avendo come illustri traghettatori delle prime due edizioni Enrica Bonaccorti
e Paolo Bonolis, per poi spostarsi su Italia 1, dove divenne il
“regno”di Ambra, ben presto diventata un vero e proprio fenomeno
di costume, corteggiata e invidiata, osannata dai fans e demonizzata dalla
critica: un mito per i teen agers, una ragazzina montata per i seniores,
incapace di alcunché senza le preziose indicazioni impartitele dal suo
pigmalione attraverso il celeberrimo auricolare.
Ma cosa è stato davvero questo programma? L’ennesima fabbrica di illusioni
per adolescenti sognatrici, per non parlare del fiorente merchandising
generato(quaderni, magliette e quant’altro) o una ventata di freschezza in
un’epoca in cui il piccolo schermo, quando il reality non aveva ancora
fatto la sua comparsa, era in cerca di qualcosa di nuovo?
Come sempre ognuno giudica secondo il suo punto di vista, per il modo in cui
guardava (o non guardava) quella marea di ragazze scatenate che animavano
con canti, balli e giochini ogni pomeriggio televisivo.
Si sa, ogni generazione ha i suoi miti e le sue speranze, e come allora
si sognava Ambra e si faceva la fila ogni estate nella speranza di un provino
per “Non è la Rai”, oggi si sogna Costantino e si fanno file per il
“Grande fratello” o per “Amici”, segno che le cose non sono tanto
cambiate.
Sia come sia, è certo che, a dieci anni di distanza, il ricordo dello show
è ancora vivo e stampato in coloro che hanno seguito (e seguono ancora)
quella combriccola tutta rosa: non si spiegherebbero altrimenti gli ascolti che
hanno avuto le repliche trasmesse dal canale satellitare “Happy
channel” e - dato ancor più rilevante - la miriade di siti e fans club
creati nella rete dai tanti ammiratori che non hanno dimenticato le ragazze di “Non
è la Rai”.
FORMAT
Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i - di Filippo Bisleri
Il podio più alto della classifica lo assegniamo, questa settimana, alla brava Cinzia Fiorato:
le ultime conduzioni delle redattrice notturna del Tg1 continuano ad
accreditarla di spazi più ampi all’interno della programmazione di mamma Rai.
Davvero una telegiornalista brava, capace, volitiva anche se, forse, a
dispetto di quel che si dice, molto timida. Grande la sua prestazione
nell’ultima settimana di conduzione. Un modello. Ottima performance. “9”.
Sul secondo gradino del podio la “nostra” Chiara
Ruggiero. Dagli schermi di Antenna3 Lombardia, la bellissima Chiara è
tornata, con una breve striscia in terza serata, a raccontare il nuovo Consiglio
Regionale della Lombardia. Brava e bella, alla carissima Chiara Ruggiero,
una del forum in attesa che sia anche una del “magazine”, l’unico appunto
di sembrare un po’ troppo preoccupata di rispettare i ferrei tempi dei lanci
delle interviste. Calma, la gente ascolta. Buon proseguimento. Secondo gradino
del podio e un bellissimo “8”.
Terzo gradino a Beatrice Ghezzi. La milanese ex hostess dell’Olimpia, come
la compagna di stacchetti, ai tempi delle cheerleaders guidate da Laurene D’Antoni,
Chiara Ruggiero, sta dedicando grandi prestazioni giornalistiche da
ottima professionista qual è. Un vero peccato (ma il motivo è così bello che
è ben più di una giustificazione) che tra qualche mese la brava Beatrice,
campionessa anche nell’atletica, lascerà il suo pubblico per un po’ per
dedicarsi alla sua più bella impresa. Brava e auguri. “7.5”.
Un mistero, cosa voglia dire Giuliano Torlontano con i suoi monologhi
parlamentari: spesso è un mistero. Quando poi vuole osannare a tutti i costi
quello che, in effetti, è il suo datore di lavoro, il Presidente del
Consiglio, supera anche Emilio
Fede; anche perché Fede si sa dove vuole andare a parare, Torlontano quasi
mai appare chiaro. Rimandato. “4.5”.
Dopo Campioni ora starebbe per arrivare anche Verissimo. Per Ilaria
D'Amico sembra iniziata la brutta stagione nella quale si diletta ad entrare
alla guida di dubbi realities come Campioni (meglio conosciuto come
“Pipponi” vista la bassa audience: certamente più bassa dei tacchi della
D’Amico) o a prendere il posto delle colleghe trasferite. Benché non ci sia
ancora certezza sul trapasso a Verissimo della D'Amico, anticipiamo un “5”.
Gradino più alto del contropodio per Carlo Rossella. Il direttore del
Tg5 ha richiamato nella redazione Cristina Parodi,
smorzando così l’effetto di rilancio del contenitore gossiparo-notiziaro del
pomeriggio della rete ammiraglia Mediaset. Rimandiamo Rossella con un “6-”
in attesa di vedere quali ruoli avrà riservato alla Parodi (sempre che a Verissimo
la lascino andar via), fresca di ritorno in serie A nel campionato
di www.telegiornaliste.com.
TELEGIORNALISTI
David Messina, dalla
giudiziaria allo sport di Filippo Bisleri
Nato il 7 febbraio 1932 a Palermo, David Messina si laurea in
Giurisprudenza e poi comincia, quasi per caso, a fare il cronista giudiziario
per L’Ora di Palermo. Le sue capacità, grazie a cui diventa
professionista sul finire del 1965, non vengono trascurate dai big del
giornalismo e, ben presto, il popolare Messina approda alla Gazzetta dello
sport, dove diventa una delle firme più prestigiose del mondo del calcio.
Una lunga militanza, quella sulle colonne della “rosea”, in un’epoca in
cui il giornalista che faceva calciomercato era davvero un segugio e doveva
saper evitare i trabocchetti dei vari presidenti e allenatori.
Non senza qualche polemica, Messina lascia la Gazzetta dello sport e si
avventura nel mondo del telegiornalismo non prima di essere diventato un pezzo
da novanta all’interno dell’Ordine regionale della Lombardia.
Nascono così, con il suo beneplacito e la costante e rassicurante presenza, le
trasmissioni sportive di Telelombardia (l’attuale QuiStudioaVoiStadio)
e di Italia7 Gold, sempre affiancato da Giorgio Micheletti) e da
opinionisti doc che rappresentano il grande passato del calcio italiano per
Milan, Inter e Juventus.
Nel mentre, però, Messina trova anche il tempo di dedicarsi, con un’apposita
rivista, al suo amore per l’hockey. Top Hockey, questo il nome della
pubblicazione, viene realizzato per alcuni anni a poche centinaia di metri dalla
stazione centrale di Milano, poi naufraga travolta dalla crisi dell’hockey su
ghiaccio milanese.
Intanto, però, David Messina è anche diventato il numero uno del Gruppo
lombardo giornalisti sportivi, un gruppo che, sotto la sua spinta, si
professionalizza sempre più e diventa tra i più attivi a livello nazionale.
Messina, proprio come numero uno dei giornalisti sportivi lombardi e come
alfiere dell’Ussi (Unione stampa sportiva italiana) appare sempre più
spesso a fine gara al Meazza per premiare il “migliore in campo”
dell’allora “Tele+”.
Compare al Processo, inventa Cartellino rosso, scova grandi
telegiornaliste come Roberta
Ferrari (oggi in Rai a Pole position), o l’emergente Nagaja
Beccalossi.
Tra le sue creature anche Giorgio Micheletti, cui trasmette il suo stile
di commento pacato, e Fabio Ravezzani, oggi direttore della redazione
sportiva di Telelombardia (con il gruppo che comprende Antenna3 e Telelombardia2
e che si avvale della presenza della mitica Alessandra Magni).
Messina tiene anche a battesimo il “Premio nazionale Cantello” (oggi
divenuto “Bernascone d’oro”) nel 1999. Attualmente è impegnato come
commentatore su Canale Italia, e forma i nuovi giornalisti professionisti di
Milano all’interno del corso di preparazione all’Esame di Stato predisposto
dall’Ordine regionale lombardo.
EDITORIALE
Il mondo della contraddizione di Tiziano Gualtieri
Perché scrivere un pezzo criticando chi afferma come le informazioni
sul web siano le migliori? Perché farlo proprio su un sito che fa
delle notizie dalla rete la linfa vitale?
Per due motivi: il primo, e più valido: ribadire che questo tipo di studi
(nello specifico quello condotto dalla SWG), spesso, sono soltanto una
conferma della complessità di una società, difficilmente
"incasellabile" in schemi preordinati. Il secondo motivo, più banale,
è che l'editoriale - spesso - è una voce fuori dal coro, e la mia, in
questo momento, lo è.
Era scontato che la rete, in un mondo che ormai viaggia sempre più lungo
le autostrade telematiche, iniziasse a prendere il sopravvento sugli altri
mezzi di comunicazione.
In principio fu la carta, poi il telegrafo, quindi la radio e la televisione.
Ora tocca alla quarta generazione: il web. Con tutti i suoi controsensi.
Ma come? Fino a ieri si parlava di una rete "cattiva", ove tutto è
finzione e in cui chiunque può scaraventare ogni tipo di informazione senza che
questa possa essere, in qualche modo, controllata. Ora, invece, si scopre che le
news su web sono le più affidabili mentre giornale e tv vengono bocciate?
Sarò pignolo, ma qualcosa non quadra.
Nei giorni scorsi, la diffusione dello studio che ha evidenziato come sia
proprio il grande demonizzato tecnologico a dare maggior fiducia. Un vero e
proprio controsenso soprattutto se si pensa che gli stessi soggetti, dirigenti,
imprenditori e liberi professionisti che hanno eletto il World Wide Web come
detentore della (quasi) verità, sono quelli che poi ribadiscono come sia
assolutamente necessario che i cronisti non nascondano mai nulla di ciò che
sanno.
E allora via con chiarezza, onestà e trasparenza nelle informazioni che sono
migliori se giungono dal web. No, non è il nuovo motto di chissà quale forza
politica, bensì le indicazioni fornite da parte di chi, per lavoro o diletto,
è assetato di notizie.
Se per quanto riguarda la vita comune, la grande rete viene vista
come qualcosa di pericoloso, di incontrollabile e che può nascondere
qualsiasi cosa, risulta davvero difficile capire perché il giudizio si
ribalti se si analizza Internet dal punto di vista della capacità informativa.
Fino a ieri il mondo "parallelo" dell'online, era universalmente
riconosciuto come il luogo in cui era possibile trovare di tutto e il contrario
di tutto, oggi sembra tendere al "paradiso della verità".
Ma Internet è ancora "malvagio"? Si, no, però, circa meno quasi.
Allora cosa può spingere a un giudizio così contrapposto a seconda che si
parli di vita normale o di informazione?
Forse il tutto risiede nel fatto che è molto diminuita la fiducia che
riponiamo negli altri: truffe, furti, furberie, sono all'ordine del
giorno; tutti - almeno una volta - siamo rimasti "scottati" a causa
dell'incontro con un personaggio che è riuscito a fregarci. Così, se
dall'altra parte del monitor si materializza la figura della persona
qualunque, automaticamente il mezzo - Internet - diventa cattivo.
Al contrario, se è un giornalista, tutto diventa più rosa.
Perché se l'abito non fa il monaco, (per ora) la posizione professionale sì.
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