Archivio
Telegiornaliste N. 14
del 18 luglio 2005
Informiamo sulla pace. È la difesa migliore di Filippo Bisleri
Mondo ancora sconvolto dagli attentati di Londra.
Attentati vili e ingiustificabili. Così come ingiustificabili
sono apparse, nei giorni scorsi, le dichiarazioni dell’omicida
del regista Theo Van Gogh o le risa in Tribunale di donne
islamiche nel momento in cui si ricordavano i morti di Londra.
Ma questo non deve indurre a trasformare i recenti fatti
in una guerra di religione. Perché se così fosse si
innescherebbe una spirale di violenza da cui il mondo,
che ha lanciato un ottimo segnale con il Live8 e con
alcune decisioni del G8 di Gleneagles, rischierebbe di
non uscire mai.
Facendo un triplo salto mortale all’indietro come ai tempi
delle Crociate. Le reazioni italiane agli attentati di
Londra sono state tutte improntate alla solidarietà al
popolo britannico, alla ricerca di misure di difesa e tutela
del suolo italiano (in particolare le metropolitane di Milano e
Roma dove vive e transita un popolo davvero variegato e
multicolore). Ma non è mancata anche una caccia al musulmano.
Non sono mancate le iniziative a difesa (più presunta
che reale) del popolo italiano dalla minaccia islamica.
E, ancora una volta, protagonista della battaglia è la Lega
Nord che, nei giorni scorsi, ha trasformato la città di Gallarate,
vicina all’hub di Malpensa, nel polo di scontro tra
anti-musulmani e amici dei musulmani.
Il luogo di preghiera, una moschea mascherata sotto il
nome di Centro islamico, è stato chiuso cambiandone serrature e
sbarrandone i vetri. Il tutto con un’ordinanza firmata
dal sindaco gallaratese Nicola Mucci (di Forza Italia).
Un risultato che la Lega inseguiva dal 2003, ovvero da
un’altra estate torrida.
E, non contenta, la Lega chiede al Ministro
dell’Interno Beppe Pisanu di sospendere gli accordi di
Schenghen, come ha fatto la Francia. Inoltre rilancia la
battaglia della proibizione del velo in pubblico proprio mentre
le nostre tgiste (Fiorato e Petruni in testa) mostrano qualche vestito
un po’ più marinaro e le loro colleghe egiziane
ottengono di poter presentare con l’hiyab.
Nel frattempo, mentre si dibatte sulle missioni di pace
all’estero dei militari italiani, la tv nostrana sta
cavalcando la moda delle donne in divisa… Una moda che
rischia di fare informazione pro divise e stellette
proprio quando il Parlamento ha mandato in soffitta la leva
obbligatoria e, crediamo noi, la tutela del territorio
italiano e delle varie nazioni dovrebbe passare per le parole
di pace rivolte ai terroristi dal Papa: “In nome di Dio
fermatevi”.
MONITOR
In Egitto la tv (non) si svela
di Tiziano Gualtieri
Altro che articolo 18 o licenziamento senza giusta causa:
in Egitto - forse per dimostrare di essere meno radicali di
quanto in realtà non lo siano - i tribunali stanno stravolgendo il
mondo del lavoro femminile.
C'è voluto il foro di Alessandria d'Egitto per obbligare Canal
5, una rete locale della città, a riassumere tre presentatrici
televisive allontanate dall'ex ministro dell'Informazione Safuat
el-Sherif per aver indossato lo hiyab, il classico velo che
copre la testa e che viene portato lungo le vie egiziane.
Ma come: non eravamo noi, i "nemici" del velo? Non si era
scatenata in Occidente un'opera di demonizzazione delle tradizioni
vestiarie dei Paesi musulmani? Una situazione paradossale che
evidenzia ancora una volta come il terrore del radicalismo islamico,
che il velo lo impone, colpisce tutti. Anche coloro che sono abituati
a conviverci quotidianamente.
Un problema, quello legato all'hiyab , che ha radici molto
profonde. Da tempo, infatti, si registrano casi di questo tipo,
anche se mai avevano coinvolto il mondo dell'informazione: fece
clamore, due anni fa, il licenziamento della pilota Nermin
Salem - Miss Egitto 1989 - per aver deciso di indossare il velo.
Alle volte sono le donne impiegate nel settore servizi, che dà lavoro
alla maggior parte delle donne, ad essere obbligate a togliere il velo
sul posto di lavoro per non venire licenziate.
Questioni che già altre volte sono finite davanti al giudice che
condanna direttori e presidenti. Poco importa se, poi, decisioni di
questo tipo non siano applicate dalle autorità pubbliche che
tentano di frenare l'espansione del radicalismo islamico.
Una situazione non facile da risolvere, anche perché vista da più
parti come una voglia di rincorrere i Paesi Occidentali, di omologarsi
a loro facendo dimenticare la tradizione. Tutte situazioni che,
come è facile intuire, rischiano di rendere sempre più complessi i
già difficili rapporti con il mondo musulmano.
Zeinab Swidan, presidente della Tv governativa, ha invece affermato
che il problema sarebbe semplicemente legato alle condizioni
espresse nel contratto di assunzione. Nessuna volontà di copiare
gli Stati europei o gli USA, ma solo una piccola clausula in cui è
specificato che le presentatrici devono apparire sullo schermo in
una forma identica a quella con cui si sono presentate per sostenere
l'esame.
Chissà che succederebbe se venisse introdotta una prassi simile anche
nel nostro Paese. Chi ha orecchie per intendere, intenda...
CAMPIONATO
Diamo i numeri di Rocco Ventre
Approfittiamo
della pausa estiva per fare un bilancio numerico del 10° campionato delle
telegiornaliste vinto da Francesca Todini.
Prendendo in considerazione soltanto la regular season Luisella
Costamagna è stata la concorrente che ha ottenuto il maggior numero di voti
(525) e di punti (51), nonchè l'unica ad aver vinto 17
sfide su 17; la meno votata è stata invece Monica Setta
(257 voti) a cui spetta anche il primato delle sconfitte (ben 16
su 17) e del minor numero di punti (solo 3).
Se invece teniamo conto di tutto il campionato, Francesca
Todini ovviamente vanta il maggior numero di vittorie (18, di cui 15
nella regular season e 3 nei playoff).
Le giornaliste che hanno ottenuto più pareggi (3 a testa) sono Cannavò,
Bendicenti e Pannitteri.
Infine ricordiamo che sono in corso le nominations (dominate da Cinzia Fiorato) che permetteranno di selezionare ben 16
delle 36 partecipanti al prossimo campionato di serie B.
CRONACA IN ROSA
Come reagisce l'Italia ai fatti di Londra di Rossana Di Domenico
Alle ore 8.51 del 7 luglio 2005, la strage colpisce il cuore di
Londra. Il premier britannico, Tony Blair, in un comunicato stampa
tenuto poche ore dopo, denuncia un attacco verso uno dei valori
fondamentali dell’Europa, la democrazia.
Numerosi sono stati gli interventi da parte di politici, giornalisti
ed intellettuali, che ormai da anni cercano di spiegare cosa si cela
dietro queste carneficine. Scenario e rivendicazioni non sono
cambiate: gli occidentali sono gli infedeli.
Ma la crociata postmoderna l'ha iniziata l'Occidente nel 2001 dopo la
tragedia del WTC, dando l'abbrivio a quella che ormai si configura
sempre più come una lotta tra due civiltà molto diverse tra
loro, che sembrano non avere punti di contatto, se non, a monte,
quello degli interessi politici ed economici.
L'Italia, schieratasi dalla parte di Bush, si trova ora nel centro del
mirino: dopo Madrid e Londra, le minacce si concentrano su Roma.
Alle domande del ministro dell'Interno Pisanu sulle misure
straordinarie per la sicurezza nazionale, il Presidente del Consiglio,
Silvio Berlusconi, ha risposto: «adesso vediamo».
Il dibattito politico si fa sempre più acceso, specialmente attorno
alle proposte mediatiche di istituire una "legge di guerra
perché l'Italia è in guerra" (Calderoli, ministro per le
Riforme).
Negli ultimi giorni le forze dell’ordine hanno rafforzato la
presenza e il controllo presso aeroporti, stazioni, piazze e
luoghi pubblici, per garantire una maggiore protezione a cittadini e
turisti, ma anche per ottenere l'effetto psicologico di rilassare la
popolazione: non si può controllare tutto, sempre.
Ma le indagini hanno dato buoni frutti: in Lombardia un controllo
antiterrorismo ha portato, la scorsa settimana, all’arresto di 142
persone,di cui 82 extracomunitari; un chilo e mezzo, l'esplosivo
sequestrato, e 52 i provvedimenti di espulsione.
Fa piacere constatare che il Paese e le istituzioni si stanno
impegnando nella protezione dei cittadini: fatti e non parole, è
questa, del resto, la richiesta perenne ai politici e il presupposto
su cui la politica dovrebbe basarsi.
Ma la sicurezza assoluta non può essere garantita: di questo
dobbiamo diventare consapevoli. Senza che ciò ci terrorizzi.
CRONACA IN ROSA
Dai vertici di Gleneagles alle profondità del tube
di Fiorella Cherubini
Diverse questioni internazionali, tra cui il processo di pace in
Medio Oriente, gli aiuti per l’Africa e il protocollo
di Kyoto, sono state al centro dei dibattiti del G8 di
Gleneagles.
Tra i punti all'ordine del giorno, di certo il protocollo di Kyoto -
firmato dall'allora Presidente USA Clinton - che impegna i Paesi
industrializzati a ridurre le emissioni di gas serra, ha rappresentato
per l’attuale Presidente Bush il punto più ostico dell’intera
agenda: ricordiamo che appena eletto, Bush annullò la firma apposta
dal suo predecessore.
Non è un caso, dunque, che, tra i Paesi non aderenti all’accordo,
figurino proprio gli Stati Uniti, nonostante siano responsabili del
36,1% del totale delle emissioni.
Bush, pur avendo ammesso la necessità di apportare cambiamenti alla
politica energetica delle nazioni industrializzate, attribuisce agli
impegni di Kyoto un carattere di insostenibilità per l’economia
mondiale.
Per il Presidente americano, la soluzione sono le fonti di energia
alternativa. Bisogna crearle, sperimentarle, preferire al certo
l’incerto: il surrisdaldamento della Terra è meno
importante dell'economia statunitense.
Appaiono deboli i tentativi di impiantare una strategia che possa
funzionare anche dopo il 2012, anno che decreterà l’esaurimento
dell’intesa, che coinvolga i Paesi che non hanno ratificato il
Protocollo e quelli emergenti, come la Cina e l’India, finora
esclusi.
I no global non hanno mancato di manifestare il dissenso:
la loro marcia di protesta è sfociata in uno scontro con le forze
dell’ordine scozzesi. E' forse lecito ipotizzare che tale
dissenso scaturisca dai risultati dei precedenti vertici di Calgary
nel 2002, di Evian nel 2003, e di Genova nel 2004, tutti incentrati
sugli aiuti da destinare all’Africa e sfociati in dichiarazioni
sempre cadute nel dimenticatoio.
Il fatto che durante il G8 di Gleneagles si sia parlato ancora tanto
di Africa, con la decisa dissonanza tra le ambizioni del premier
britannico Blair, intenzionato a raddoppiare gli aiuti, e gli intenti
finanziari di Bush “l’Africano”, decisamente meno filantropici,
è un campanello d’allarme sull’ancora lontana coesione, su temi
mondiali, dei cosiddetti Otto Grandi.
Eppure la "questione africana” è sotto gli occhi di
tutti. Non occorrono esperti per capire che la politica
assistenzialista ha fatto il suo corso, apportando, tra l’altro,
più danni che utilità.
A mescolare le carte sui tavoli del G8 è purtroppo giunta anche la
notizia della strage di Londra, insieme alla minaccia di Al
Qaeda secondo cui i prossimi obiettivi saranno l'Italia e la
Danimarca.
I terroristi hanno probabilmente scelto di colpire Londra durante il
G8 scozzese perché contavano sulla distrazione delle forze
dell'ordine dalla capitale del Regno Unito verso Gleneagles.
Altre connessioni fra i due avvenimenti non dovrebbero esserci: il
G8 sarebbe finito con l'ormai consueto buco nell'acqua, bome
o non bombe.
CRONACA IN ROSA Il
popolo sotterraneo di Tiziana Ambrosi
Metropolitana, subway, underground, U-Bahn, metrò: tanti nomi diversi
per indicare lo stesso mezzo di trasporto, che snoda i propri binari sotto il
suolo delle città e delle metropoli.
La più antica è quella di Londra, the Tube, come gli stessi londinesi
affettuosamente la chiamano, che venne inaugurata nel lontano 1863.
Potente mezzo di collegamento tra punti della città difficilmente raggiungibili
viaggiando sulla superficie, a meno di pazientare tempi geologici, e sicuro
rifugio contro i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il Tube, ma anche le
metropolitane in genere sono un mondo a parte.
Le stazioni delle grandi metropoli ospitano negozi di qualsiasi genere:
alimentari, farmacie, banche e perfino dei fiorai. Insomma un vero e proprio
microcosmo 20 metri sotto terra, che riecheggia le enigmatiche atmosfere dei
romanzi di Philip K. Dick.
Per chi non è abituato, che sia un turista o un "provinciale",
l’impatto con le cartine delle metropolitane è inebriante: una selva di
linee colorate che si intersecano. Ma attenti: quando si scommette sul
percorso più breve per arrivare in un certo punto, sempre tenere a mente che
cambiare linea troppe volte non fa guadagnare tempo - le diverse linee si
incrociano, sì, ma a distanze da corsa podistica!
I neofiti, dopo aver pianificato, come Napoleone a Waterloo, la tabella di
marcia, scendono per scale mobili apparentemente dirette verso il
centro della Terra.
Un consiglio: tenete rigorosamente la destra in Inghilterra, ma anche a
Milano, se non volete incappare nelle ginocchiate dei/delle manager che
scendono di corsa, condite da qualche insulto, incomprensibile forse a Londra,
ma molto chiaro nel capoluogo lombardo).
Alcune stazioni sono dei veri e propri gioielli, arricchite con murales o
mosaici, moderni o storici (una su tutte, la fermata Bastiglia a
Parigi), ma quando le porte si chiudono e il treno imbocca la galleria, un
po’ di angoscia sale, e sicuramente gli incidenti e gli attentati, che
riempiono le pagine di cronaca, non sono di conforto.
Ma basta osservare la moltitudine dei pendolari (li potrete riconoscere dal
fatto che stanno sempre leggendo un libro o un giornale), per rassegnarsi e
darsi pace.
Una volta rilassati, lo sguardo può posarsi curioso ad osservare il popolo
variopinto che anima i treni: ogni passeggero con i propri comportamenti, i
propri tic e le proprie abitudini, che non possono sfuggire all'occhio impietoso
dell'osservatore, dato che non c'è panorama da sbirciare al finestrino. Il
manager, il turista, lo studente, il cameriere, che freneticamente, stretti come
sardine all’ora di punta, si muovono in un mondo sotterraneo senza
differenze di classe.
FORMAT
Fiction: vanno forte le donne in divisa di Giuseppe Bosso
In principio erano poliziotte: da Claudia Koll di Linda e il
brigadiere, alle protagoniste di La Squadra e Distretto
di polizia. Poi, non appena l’Arma ha aperto le porte al gentil
sesso, carabiniere: come Manuela Arcuri e Alessia Marcuzzi,
senza dimenticare la rivelazione Roberta Giarrusso e la Nicole
Grimaudo di R.I.S.
Da ultimo anche finanziere: Gabriella Pession ne Il Capitano.
Ora è in arrivo una pompiera: Ilaria Spada, protagonista
femminile di Codice Rosso, a settembre sugli schermi Mediaset.
E magari in futuro ci sarà spazio anche per le soldatesse.
È un dato di fatto: nel palinsesto degli
sceneggiati televisivi made in Italy, da almeno una decina
d’anni, grande successo riscuotono le storie che ruotano
intorno alle forze dell’ordine, e grande è il successo che
riscuotono proprio le donne in divisa.
Belle, decise, determinate, non hanno niente da invidiare alle
tante vallette che spopolano sul piccolo schermo, e i consensi
ottenuti dal pubblico, maschile e femminile in ugual misura, lo
dimostrano.
I tempi del b-movie, di cui grande espressione è stata Edwige
Fenech nelle sue interpretazioni delle varie poliziotte, soldatesse e
dottoresse, sono lontani, e di certo tutt’altra cosa rispetto a
questo fenomeno.
Perché, dunque, tanto successo? Cos’è che attira tanto in
questi pubblici ufficiali in gonnella, in prima linea nel
pericolo e passionali dentro le mura domestiche?
Oltre le gambe c’è di più, cantavano Jo Squillo e Sabrina
Salerno a Sanremo. Adattandola al caso, si potrebbe dire oltre la divisa,
ed è questo che evidentemente intriga il pubblico: il giusto mix
di azione e sentimento, di brivido e passione che caratterizza le
storie, unito a quel particolare fascino che da sempre è
legato all’immagine del personaggio d’azione, che vale tanto se si
parla al maschile quanto al femminile.
Qualcuno, soprattutto le dirette interessate, cioè le
esponenti reali delle forze dell’ordine, storce il naso: sono
rappresentazioni distorte; sono stereotipi che non corrispondono al
reale; la realtà è ben diversa; non siamo tutte bellissime e
statuarie come ci vogliono rappresentare, e lo spazio per i
coinvolgimenti personali non è come mostrato dalla tv.
Sarà. Ma il fenomeno persiste e continua; le produzioni
crescono, gli ascolti quasi sempre premiano, e per tante la divisa per
fiction è un buon trampolino di lancio per il successo - o
tappa intermedia per il completamento, vedi soprattutto Arcuri e
Marcuzzi, che hanno mostrato di non essere solo bellezze da calendario
ma anche di "saperci fare" con la recitazione. Di questo
passo, presto diremo che hanno imparato a recitare davvero.
FORMAT
Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i - di Filippo Bisleri
Brava, immensa, stupenda: una grande professionista sempre all’altezza
delle conduzioni del notturno Tg1 che le viene riservato (a quando conduzioni in
orari meno marzulliani?). Stiamo parlando di Cinzia Fiorato che, nell’ultima settimana di conduzione ha
offerto prove sublimi delle sue grandi doti giornalistiche. La Fiorato si
conferma come una delle sicure protagoniste del mondo del giornalismo
futuro anche se, in qualche lancio di servizio, sembra aver studiato le
“mosse” della sua collega Busi. Le attribuiamo un ottimo 9+.
Palio di Siena da urlo con una lunga “mossa” di quasi un’ora che ha gestito
da grande professionista dell’informazione, poi la conduzione del Tg1
dell’ora di pranzo nel giorno dell’attento al cuore di Londra. Brava ancora
una volta la bionda Susanna Petruni a
dimostrarsi una delle migliori giornaliste sulla piazza. Forse poco
sponsorizzata, ma certamente di gran classe e professionalità. Per lei il
secondo gradino del podio con un bel 8.5.
Ultimo gradino del podio per Roberta Noè di Sky. Le sue conduzioni
di “Sport time” sono sempre di gran livello, qualsiasi collega sia la
sua spalla nella conduzione a due voci che caratterizza da sempre il notiziario
sportivo della tv di Rupert Murdoch. Brava la Noè che mette in campo
tutti gli anni di gavetta giornalistica nelle tv del triveneto prima, in quelle
lombarde poi e ora nei canali del digitale. Ottima professionista. Per
lei un meritato 8.
Non ci siamo, ora riesce anche a farsi silurare prima di partire con un
programma. Stiamo naturalmente parlando di Ilaria D'Amico
che è riuscita a farsi cacciare da “Verissimo” prima ancora di
sedersi sulla poltrona che fu della Parodi… Qualcuno dice che abbia
addirittura dato delle indicazioni al direttore Carlo Rossella… Non sappiamo
se questo sia vero, sicuramente è vero che non le importa di provare, con
l’Esame di Stato, di essere una professionista dell’informazione. Per lei il
gradino più basso del contropodio con un 4.
Le imitazioni che gli sta riservando Teo Teocoli ce lo stanno rendendo un
po’ più simpatico ma, ribadiamo, sono imitazioni. Che caratterizzano il
personaggio calcando su qualche aspetto. Anche le ultime uscite di Maurizio
Costanzo non gli fanno guadagnare simpatie. E lo portano ad occupare un
gradino del contropodio. Con un 5.
Emilio Fede ha fallito l’ennesima rivoluzione per rilanciare il suo
Tg4. Di “meteorine” o di altre innovazioni non ne possiamo più. Chiediamo
informazione. Emilio Fede la potrebbe fare avendo un team di redattori e
redattrici. Lo mettiamo sul gradino più alto del contropodio sperando
che raccolga la nostra provocazione. Per lui un 5.5.
EDITORIALE
Balliamo sul mondo di Tiziano Gualtieri
Live 8, ovvero: quando dei miliardari, amanti della
musica, incontrano chi non ha mai avuto nulla ma è
innamorato della vita.
E' un peccato che quelli sui palchi di Tokyo, Edimburgo, Johannesburg
e Roma, tanto per citarne qualcuno, non abbiano idea di cosa voglia
dire patire la fame, fare a pugni con la morte per poter riaprire gli
occhi dopo il sonno, vedere i propri parenti e amici consumati dalle
malattie.
Una delle frasi più sbandierate è stata che "almeno, loro,
qualcosa fanno". Sì, vero. Quello che conta è il pensiero,
come si dice quando ci si aspetta un regalo e se ne riceve un altro.
Una macchina organizzativa che ha speso, nel complesso, circa 20
milioni di euro. Perché non immaginare, invece, cosa
sarebbe successo se anche solo la metà fosse stata impiegata per
qualcosa di concreto: senza farsi travolgere da questo buonismo
diffuso che coinvolge tutte le 10 città del mondo che hanno ospitato
i concerti.
La realtà è che una grandissima percentuale di chi è salito sui
palchi in cui campeggiava la scritta "We don't need our
money" non ha mai visto una favela, non ha mai stretto la mano a
nessuno che fosse costretto a vivere con meno di un dollaro al giorno.
Poveri, sì, ma secondo il nostro criterio di vita. È la civiltà
occidentale che ha creato la povertà di quelle popolazioni
che ora si vogliono aiutare. Ma se farlo così non va bene, che si
deve fare? Lasciarli soli?
No, assolutamente. Ma lo spettro che il fare qualcosa per loro non sia
altro che un modo "gentile" per lavarsi le coscienze è
sempre dietro l'angolo. «Questi concerti sono il punto di partenza
del Lungo Cammino Verso la Giustizia - dice Bob Geldof - il
solo modo in cui possiamo far sentire le nostre voci all'unisono».
Ma mentre Geldof è rimasto per diverso tempo in Africa e conosce la
situazione, gli altri che fanno, oltre a sensibilizzare i grandi del
mondo sul problema della povertà africana?
Al mondo c'è troppa gente normale che preferisce girarsi dall'altra
parte e far finta di non vedere, e parlare o cantare
dell'Africa (o per l'Africa) rischia di servire solo a
lavarsi le coscienze.
Intanto, mentre c'è chi accusa Geldof di parlare per delirio di
onnipotenza senza sapere ciò che dice, le popstar non pensano che la
necessità di annullare il debito sancisce ufficialmente il fallimento
di cinquanta anni di assistenza/sussistenza da parte degli Stati
Occidentali.
Tutto - o quasi - ciò che è stato fatto fino a ora non è servito a
nulla, anzi, se possibile, ha aggravato ancora di più le differenze e
i problemi di chi non è nato nella metà "giusta" del
mondo.
Chissà se gli stessi che cantano dai palchi del Live 8, si ricordano
il primo (e forse unico) Live Aid. Vent'anni sono passati e le cose
non sono cambiate, ma poco importa. Si continua a ballare e
cantare lo stesso. Sperando che qualcuno si allontani dai concerti
e dalle tv e vada davvero a fare del bene in quei luoghi, a volte,
dimenticati da Dio.
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