Il rientro delle novità di Silvia Grassetti
Ritorniamo online con una novità a grande richiesta: la rubrica
Vademecum, che accompagnerà i nostri lettori alla
scoperta della professione giornalistica. Il nostro esperto,
Filippo Bisleri, di settimana in settimana illustrerà
agli aspiranti colleghi l’osannato mondo del giornalismo.
Un mondo che, oltre agli aspetti intriganti, fin troppo spesso
richiede il sacrificio estremo a chi fa del compito di informare
la propria missione di vita. Come Enzo Baldoni, rapito e
ucciso in Irak, i cui resti sono finalmente stati identificati,
anche se i suoi famigliari non possono ancora piangere sulla sua
tomba.
Con il rientro generale dalle vacanze, dopo un’estate i cui
avvenimenti hanno lasciato poco spazio ai consueti gossip,
facciamo il punto sulla nostra coscienza europea, sui gialli
calcistici “all’italiana”, e soprattutto ricordiamo i
bambini di Beslan, nel primo anniversario dell’odio che
portò alla loro morte e a quella di tanti genitori.
Il dovere di ricordare non ci impedisce però di osservare un
altro dei nostri doveri: raccontare il mondo del
tele-giornalismo. Lo facciamo ironizzando su certe
“uscite” a proposito delle telegiornaliste… ma
soprattutto intervistando una stella nascente: Alessia Tarquinio. Un volto sempre più noto, un’ottima speranza
per il futuro della professione.
E il nostro occhio attento non poteva tralasciare la
"rivoluzione" dell'ultimo mese: l'ennesimo aumento
del prezzo di copertina dei quotidiani. Un incremento passato,
colpevolmente, sotto silenzio.
MONITOR
Alessia Tarquinio, la “caciara”
intervista di Filippo Bisleri
Alessia Tarquinio è senza dubbio, a 29 anni da poco compiuti,
uno dei volti giornalistici più apprezzati e di grande futuro.
L’abbiamo raggiunta mentre era impegnata a Roma a seguire le vicende
del calcio-scommesse legate a Genoa-Venezia.
Alessia, come sei arrivata al giornalismo? Per vocazione o per
caso?
«Diciamo che ci sono arrivata per caso. In realtà una certa
vocazione per la scrittura l’ho sempre avuta, ma non avevo mai
pensato seriamente a fare la giornalista. Poi, dalla mia Cinisello
Balsamo mi sono decisa a varcare al soglia della redazione di Nuova
Sesto per propormi come collaboratrice. Arrivavo da una famiglia
sportiva, avevo giocato per 8 anni a pallavolo e poi ero entrata nel
calcio femminile da atleta. Ho così cominciato a scrivere di calcio
femminile e poi, siccome Eurosport aveva bisogno di supporti
tecnici per i mondiali femminili negli Usa ho cominciato a collaborare
anche con loro e quindi è arrivata anche l’opportunità di Telenova».
Hai mai provato a scrivere pezzi non di sport o a condurre
trasmissioni non sportive?
«No. Ho sempre fatto solo sport».
Il luogo comune vuole che i giornalisti sportivi siano meno
preparati dei loro colleghi…
«L’hai detto tu: è un luogo comune. Nella realtà dei fatti non è
assolutamente così. Non è vero che i giornalisti sportivi siano meno
bravi o siano quelli che hanno cercato la scorciatoia. Credo solo di
poter dire che molti giornalisti sportivi fanno il loro lavoro con
coscienza e dedizione. La fortuna del giornalista sportivo è di poter
fare della sua passione il proprio lavoro».
Cosa ti piace di più del lavoro giornalistico?
«La cosa che più apprezzo è la continua ricerca di novità.
Personalmente vivo una battaglia quotidiana contro i luoghi comuni e
nella ricerca di offrire alla gente, parlando delle più svariate
discipline sportive, occasioni di sano divertimento».
Quali personaggi ti hanno più colpito nella tua carriera
giornalistica?
«Dei personaggi che ho incontrato – risponde pensandoci un po’
– direi Hermann Maier per quello che gli è capitato e per come si
è ripreso, e Bode Miller che è davvero istrionico e un po’
“fuori registro”, come si vede durante le gare. Apprezzo i
numerosi calciatori intelligenti e mi ha molto colpita la ripresa di
Maradona che, dopo essersi fatto vincere dalla droga ha saputo
risollevarsi… Complimenti».
E un servizio cui sei particolarmente affezionata?
«Certamente la mia prima telecronaca di calcio femminile. Ma non
posso trascurare di citare l’esperienza di Milan Channel che
mi ha fatto conoscere il Milan e uno stupendo personaggio, come uomo e
come calciatore, qual è Paolo Maldini. Per me Maldini è un mito. È
grazie al contatto con persone come lui e a Milan Channel se, a
22 anni, avevo imparato qualche segreto del mestiere dell’inviata. A
Milan Channel facevamo di tutto, conduzioni, redazione testi,
scalette dei servizi… Insomma, è stata una vera palestra di
giornalismo».
Qual è il tuo sogno giornalistico?
«Non ho dubbi: fare l’inviata ai Mondiali di calcio. O, perché no,
condurre il Tg5 delle 20.00».
Hai un modello giornalistico?
«Devo essere sincera sincera? Beh, da bambina ero una fan sfegatata
di Lilli Gruber, ma poi mi sono accorta che lei è più impostata di
me che sono un po’ “caciara”. Io cerco di imparare anche i
sorrisi, i modi di porgere le notizie. Tra le colleghe apprezzo molto Annalisa Spiezie e Cristina Fantoni e mi
spiace che, nel campionato di Telegiornaliste.com siano
retrocesse in B. Meritano il ritorno in serie A».
CAMPIONATO
Si riparte di Rocco Ventre
Il campionato delle telegiornaliste è un concorso per eleggere la telegiornalista più amata dal
pubblico. Gli esiti del campionato vengono determinati votando le telegiornaliste preferite in base
a criteri soggettivi del pubblico: estetici, professionali, caratteriali, ecc.
Per telegiornalista si intende giornalista della televisione, quindi non solo la conduttrice di telegiornale, che sia iscritta in Italia a uno qualunque degli albi
dell'Ordine dei Giornalisti.
Lunedì 29 agosto parte l'11ima edizione.
In 17
contenderanno il titolo a Francesca Todini che parte però
svantaggiata dalla tradizione: nessuna giornalista è mai
riuscita a confermarsi nella stagione successiva a quella della
vittoria.
Novità importante di questo campionato è la riduzione del
numero delle partecipanti alla serie A: il torneo sarà dunque
molto combattuto e incerto.
Buon campionato a tutti.
CRONACA IN ROSA
Testimone di Genoa. Intervista a Sangre Moreno, genoano e grafomane
di Silvia Grassetti
Come ci si sente ad essere tifosi del Genoa oggi?
Mi sento come una persona a cui è stata rubata un’estate attesa 10
anni, e mi sento vittima di una profonda ingiustizia. Non si può che
provare indignazione quando si pensa che le sentenze più dure che la
“giustizia sportiva” ha emesso in casi analoghi (Vicenza nel 1986,
Perugia nel 1993) sono state infinitamente più lievi.
Indignazione che cresce se si pensa al “liberi tutti” decretato
dalla giustizia sportiva l’anno scorso nell’ambito di
un’inchiesta sulle scommesse e i risultati accomodati che
coinvolgeva in pieno almeno 4 squadre (Chievo, Modena, Sampdoria e
Siena) e se si pensa che il Tribunale di Torino, in data 26 novembre
2004, ha sentenziato che la Juventus ha vinto 3 scudetti e varie coppe
grazie all’uso sistematico del doping e la giustizia sportiva non si
è mai mossa.
E che dire di Lazio e Parma? Avrebbero dovuto fallire e ripartire
dalla C come il Napoli, invece sono rimaste lì e si permettono anche
di acquistare giocatori con i soldi dello Stato (Parma) o dilazionando
il pagamento dei debiti con il Fisco in 23 anni (Lazio).
E’ una fiera degli orrori: come si può accettare la sentenza
draconiana di una Federazione che, mentre con un mano manda il Grifone
alla ghigliottina, con l’altra aiuta la Roma offrendole una
“consulenza legale” su come infinocchiare le norme dell’Uefa e
della Fifa sui tesseramenti dei giocatori, sospendendo una sentenza
(quella della TAS che bloccava il calciomercato giallorosso) già di
per sé molto mite, perché a norma di regolamento Fifa i giallorossi
hanno schierato un giocatore (Mexes) non di loro proprietà e già
tesserato per altra società (i francesi dell’Auxerre) e la condanna
prevista per questa infrazione è la perdita a tavolino di tutte le
partite in cui il giocatore in questione è sceso in campo. Norma che
viene applicata regolarmente da altre federazioni come quella del
basket femminile: la squadra del Firenze ha recentemente perso a
tavolino, con conseguente retrocessione, tutte le partite in cui aveva
utilizzato una giocatrice che risultava non correttamente tesserata,
come Mexes.
Chi ha sbagliato, in realtà? La dirigenza, i calciatori, i tifosi?
E quando?
I calciatori e Cosmi hanno sbagliato buttando al vento dieci punti di
vantaggio in modo irritante nel girone di ritorno.
Non me la sento invece di imputare nulla alla società. Tutte le parti
in causa, compreso l’ex presidente del Venezia Gallo, il grande
assente, insieme al Torino Calcio, in un’inchiesta, quella sportiva
sul Genoa, in cui avrebbero dovuto entrare con entrambe le gambe,
hanno confermato che il denaro era un acconto per l’acquisto del
giocatore Maldonado.
Il pagamento è stato irregolare nei modi e nei tempi e nessuno ha mai
nascosto il configurarsi di un illecito amministrativo, ma Preziosi si
è fatto probabilmente intenerire dalle insistenze di Pagliara e soci
per avere quel denaro subito e in contanti per pagare gli stipendi dei
giocatori del Venezia prima del fallimento.
Per inciso i 250.000 Euro NON erano in una valigetta, che non è mai
esistita, ma in buste formato A4 accompagnate da un contratto del
giocatore in questione e da una ricevuta attestante la provenienza di
quel denaro dalle casse del Genoa Cfc.
Ora, chi commetterebbe un illecito con del denaro contabilizzato di
una società per azioni?
Sono convinto che il retroscena sia un attacco a Preziosi imprenditore
e che il Genoa c’entri solo incidentalmente.
L’attacco è partito dalla Procura di Genova, per la precisione da
due p.m, Lari e Arena, iscritti alle “toghe blucerchiate” e che
son stati fotografati a brindare con maglia della Sampdoria 2 anni fa,
quando il Genoa retrocedette in C sul campo.
Per rendere l’idea di che persona equilibrata sia Lari, basti dire
che è uno di quelli che se perdono una partita di calcetto tra
colleghi non rivolgono più il saluto ai vincitori per una settimana.
I due p.m più solerti d’Italia hanno aspettato che il procuratore
capo andasse in vacanza per farsi firmare l’autorizzazione a
procedere dal dott. Fucigna, presidente delle “toghe blucerchiate”.
Magari i tre signori pensavano solo di fare un “dispettuccio”, ma
a Roma, in Confindustria e in Federazione, c’erano persone che
aspettavano solo un’arma con cui colpire Preziosi.
La Procura genovese, con un’inchiesta raffazzonata e intercettazioni
telefoniche illecite e per giunta trascritte in modo incompleto con
tanto di sbianchettamenti, ha fornito una pistola carica ai nemici del
presidente del Genoa e il mezzo utilizzato è stato quello della
giustizia sportiva, che ha mostrato per l’ennesima volta le sue
incredibili falle procedurali (tutti i testimoni a difesa respinti,
l’accusa in camera di consiglio con i giudici mentre scrivono la
sentenza!) e la sua totale dipendenza dai poteri forti.
Preziosi è un vero self-made man e ha mantenuto i modi spicci e, a
volte, bruschi di chi è venuto dal basso. Non va in vacanza con i
colleghi di Confindustria, preferisce la compagnia della gente
semplice, e questo non piace ai circoli che contano, in particolare al
presidente della Fiorentina e a quello della Ferrari.
Senza contare che il presidente del Genoa non si è accontentato di
costruire il secondo gruppo in Europa e il terzo nel mondo per i
giocattoli, ma ha sconfinato in altre aree di business, quale quello
della calzature, creando il marchio Bettyflower, e quello degli snack
dolci e salati, creando i brand Dolci Preziosi e Salati Preziosi.
Credo che a chi già produceva scarpe, specie per il pubblico
giovanile, e ovetti di cioccolato con sorpresa la discesa in campo di
un competitore così abile negli affari non abbia fatto piacere .
Non a caso gli attacchi più feroci della stampa son venuti dal gruppo
Rcs, di cui è azionista, mi auguro ancora per poco, Diego Della
Valle, e dal gruppo La Repubblica-L’Espresso, il quale, oltre a
dover difendere, per convenienza politica, sempre e comunque i
magistrati, anche quando, come quelli della CAF, scrivono “W la
camorra” sui bigliettini e mostrano un abominevole disprezzo
dell’imputato e del suo collegio di difesa, ha nel CdA degli
imprenditori i cui interessi confliggono con quelli di Preziosi.
I giornali hanno pubblicato intercettazioni inesistenti (quale quella
dei “fiori”) o travisate: parole attribuite a Preziosi e
pronunciate in realtà da Dal Cin (il famoso “ma che cazzo stan
facendo?”) son finite in prima pagina sul Corriere della Sera e La
Gazzetta dello Sport, mentre la smentita è finita, come sempre, in un
trafiletto. Questo è un uso criminale e criminogeno della stampa.
Allora le affermazioni di Preziosi sulla faziosità della stampa
andrebbero considerate in tal senso. Ad ogni modo, come se ne esce?
Il sogno dei genoani sarebbe affiliarsi alla Federazione Inglese,
tornando nella terra dei Padri Fondatori.
Un sogno più realistico, ma sempre un sogno, vista la ristrettezza
dei tempi è quello di veder rifatto il processo con la necessaria
parità tra accusa e difesa. Nessun genoano ha mai chiesto di essere
assolto “a priori”, si chiede solo di non essere accusati “a
priori”.
La realtà è che il 16 agosto, davanti al giudice Vigotti, si arriverà
probabilmente a una transazione tra i legali del Genoa e quelli della
Federazione, dopo la quale mi auguro si possa assistere ad un
azzeramento dei vertici federali, ormai totalmente privi di credibilità,
e alla scrittura di regole uguali per tutti. Perché finchè la Lazio
potrà pagare le tasse in 23 anni grazie ad accordi speciali con
l’Agenzia per le Entrate di Roma, il Messina potrà pagarle quando
vuole grazie allo statuto speciale della Regione Sicilia, ci sarà
sempre chi reclamerà per sé privilegi analoghi e scenderà in piazza
per protestare contro la effettiva mancanza di equità.
I tifosi possono avere un ruolo importante?
I tifosi devono solo stare vicini al Genoa, come han sempre fatto, a
prescindere dalla categoria in cui ci troveremo a giocare. E devono
star vicini al presidente Preziosi, perché un “folle” che
acquista una società piena di debiti (com’era il Genoa nel 2003)
senza aspettare, à la Della Valle o De Laurentiis, che fallisca e
perda il titolo sportivo, che paga 13 milioni di Euro sull’unghia
all’Agenzia delle Entrate per iscrivere la squadra alla A e che
allestisce una squadra da alta serie A con la spada di Damocle di una
sentenza sopra la testa non nasce tutti i giorni.
Ora la palla è in mano ai nostri legali e al giudice Vigotti, che
pare più sereno e indipendente dei suoi colleghi della giustizia
sportiva, anche perchè, a differenza loro, non deve la sua nomina a
Carraro.. La tifoseria organizzata ha giustamente diffidato chiunque
dall’intraprendere azioni legali “private” a sostegno di quelle
della società Genoa e, soprattutto, dal presentarsi fuori dal
Tribunale il 16 agosto. I giudici devono decidere in tutta tranquillità
e serenità.
Quante molotov avete preparato?
Al di là delle battute, il vero scoop lo fareste dando risalto alla
notizia Ansa che molti han trascurato, ossia che la Digos di Genova ha
accertato e comunicato ufficialmente l’estraneità alla tifoseria
rossoblu degli arrestati della notte dell’8 agosto.
CRONACA IN ROSA
La strage degli indifesi di Fiorella Cherubini
Proprio quando il mondo accennava ad una faticosa ripresa, dopo le
carneficine di New York, Madrid e Nassirya, il terrorismo musulmano
firmò l’ennesima strage, colpendo, deliberatamente, i più indifesi tra gli innocenti.
Il primo settembre 2004, in Russia, “il giorno del sapere”
– la festa per il rientro degli scolari - si trasformò in un giorno
di terrore e morte.
Un commando di indipendentisti ceceni, composto anche da donne
kamikaze, irruppe nella scuola di Beslan, nell’Ossezia del
nord, e tenne in ostaggio per tre giorni 1000 persone, tra cui 132
bambini, costringendo così le coscienze occidentali a fare i
conti con il volto più efferato dell’integralismo islamico.
L'attacco alla scuola di Beslan sarebbe stato ideato dal ceceno Shamil
Basaiev e l'operazione potrebbe essere stata finanziata da un
emissario di Al Qaeda in Cecenia: Abu Omar al-Seif.
Circa il blitz delle forze speciali russe all’interno della
scuola, costato la vita a 352 persone, sono state formulate
diverse teorie: la versione ufficiale, in linea con quanto sempre
sostenuto dal Presidente russo Putin, è che non si trattò di
un’azione programmata.
Alcuni mesi prima della strage di Beslan, la Russia aveva già
conosciuto la furia cecena, risoltasi con la morte di 50 persone
all’interno di un teatro, per mano di alcune “vedove nere”
imbottite di esplosivo; ciononostante, Putin aveva continuato ad
ignorare le rivendicazioni indipendentiste cecene.
Gli oramai invasivi mezzi di comunicazione non hanno taciuto al mondo
gli orrori consumati nella scuola di Beslan su centinaia di bambini, e
sono stati proprio i loro volti smunti dal caldo e dalla sete, e i
loro corpi insanguinati, portati in braccio dai genitori, ad aver
acceso un’ostentata, chissà quanto vera, partecipazione al loro
dolore.
“Tutta la Russia soffre” commentò, rammaricato, in quei
giorni, Putin; ma forse non al punto da vedersi costretta ad accettare
l’aiuto, ovviamente disinteressato, offerto da USA e Gran Bretagna.
Ancora una volta, come fece anche nel caso Uzbekistan, Putin liquidò
i potenziali alleati con un caloroso “grazie”, trincerando se
stesso, la sua nazione e gli orrori di questa, dietro la famosa
“cortina di ferro” - ufficialmente caduta ma ufficiosamente ancora
intatta - e trasformando, come nel suo stile, la questione
da internazionale a nazionale.
Ora, a pochi giorni dall’anniversario della strage di Beslan,
col pensiero non possiamo che ritornare a quella scuola e
all’immagine atroce di un bimbo di appena 6 anni, mani dietro la
nuca, fermo a pochi passi da un detonatore.
Ci si prodiga per instaurare la pace nel mondo; si passano al vaglio
le possibili soluzioni ai conflitti mondiali. Ma sarebbe sufficiente
che gli USA da un lato e la Russia dall’altro rinunciassero alla
loro smania di imporsi - chi sui musulmani, chi sui ceceni - per dare
una possibilità ai popoli di convivere serenamente. Senza
sacrificare, per il Dominus di turno, il proprio diritto alla libertà.
CRONACA IN ROSA L’Unione Europea: un mercato senza frontiere, ma non basta
di Rossana Di Domenico
Storicamente, le radici dell'Unione Europea risalgono alla Seconda
Guerra Mondiale. La consapevolezza di avere comuni interessi politici,
economici e sociali porta gli Stati del vecchio continente a
collaborare, con il primo obiettivo dell'integrazione economica.
Sotto il profilo istituzionale l’ UE riflette tre tendenze
fondamentali: il federalismo, cioè la creazione di uno Stato
plurinazionale; il mercato comune; la confederazione
degli Stati, che mantengano la sovranità sul territorio e i propri
cittadini.
Inizialmente, l'UE consisteva in soli sei Paesi: il Belgio, la
Germania, la Francia, l'Italia, il Lussemburgo e i Paesi Bassi. La
Danimarca, l'Irlanda e il Regno Unito hanno aderito nel 1973, la
Grecia nel 1981, la Spagna e il Portogallo nel 1986, l'Austria, la
Finlandia e la Svezia nel 1995. Nel 2004 è avvenuto il più grande
allargamento mai realizzato con l'adesione di dieci nuovi Paesi:
l’UE ha puntato sul modello federalista, operando in un quadro di
costante allargamento del numero dei suoi membri, e perciò con
accresciute difficoltà a mettere insieme interessi, culture e idealità
diverse.
Ma l’attuale Parlamento europeo, con sede a Strasburgo,
riflette solo lontanamente il senso istituzionale del pensiero
federalista, poiché il suo ruolo è quasi esclusivamente
consultivo. Mancano ancora diversi tasselli per completare il
puzzle dell'unione.
Benché la vera novità per noi europei sia stata l'introduzione
dell'euro - e il vertiginoso aumento dei prezzi che ha
portato -, all'UE abbiamo delegato ben altre questioni: i diritti
dei cittadini, la libertà, la sicurezza e la giustizia;
la creazione di posti di lavoro; lo sviluppo regionale;
la tutela dell'ambiente.
Come tutti i grandi progetti, anche la costruzione dell’unità
europea ha subito il duro impatto con la realtà: un euroscetticismo
corrosivo, in seguito agli esiti negativi dei referendum di
Francia e Olanda, ha recentemente messo un serio freno alla
redazione della Costituzione Europea.
Il Trattato costituzionale dovrà essere ratificato da tutti i 25
Paesi membri dell’Unione, ed entrare in vigore nel 2009.
Speriamo che per quel momento avremo imboccato la strada giusta per creare
una coscienza europea nei cittadini degli Stati membri.
FORMAT
Telegiornaliste “vedo e non-vedo” di Filippo Bisleri
Guardonismo catodico? Una nuova puntata. L’ha regalata il Magazine
del Corsera dello scorso 21 luglio con un articolo di Susanna
Turco: le telegiornaliste sono state accusate da Il
Riformista di giocare a “vedo - non vedo”.
Esemplare l’attacco dell’articolo della collega Turco: «Camicie
autoslaccianti, scollature sapienti, studiati giochi vedo - non vedo,
sguardi generosi, suggestioni di push up. Che sta succedendo alle
telegiornaliste?».
Questo l’incipit, il lead, poi via con l’enumerazione dei “casi
da deprecare”. Partendo dall’incidente d’asola della brava Monica Maggioni, passando per i look aggressivi di
Bianca Berlinguer, fino all’esuberante Cristina Parodi di Vanity fair, che ha
annunciato la voglia di «indossare qualche scollatura in più».
Il “bacchettone” critico de Il Riformista ha invitato le
telegiornaliste a farsi vedere di meno (nel senso di scollature e
decolleté) e far risaltare di più la notizia. Come dire che non sono
brave; fino a spingere, pur di chiudere la stupida partita, la
Maggioni a commentare: «E va bene: sono il nuovo esempio di
telegiornalismo porno». La telegiornalista ha anche dovuto
spiegare che si era precipitata in studio per commentare gli attentati
di Londra del 7 luglio e non aveva badato al look.
Perfino Francesca
Senette è dovuta scendere in campo: «Non è da Monica andare
in video “stettata” – ha argomentato la sardo-varesotta -. I
bottoni possono dare forfait, magari nei giorni in cui sei
particolarmente prosperosa. Anche a me è capitato: non me ne ero
accorta, ma mi ha redarguita un telespettatore».
Mentre la Mattei
punterebbe al look da acqua cheta e la Berlinguer si farebbe
aggressiva in attesa delle annunciate scollature della Parodi
(Cristina), sul banco delle imputate viene messa Cinzia
Fiorato (che il Magazine mette erroneamente in quota al
Tg3) per le scollature generose. Di cui Cinzia non si ricorda
ma per le quali, ad ogni buon conto, chiede scusa.
Maria Cuffaro attacca Il Riformista. «Sicuramente
è un articolo – dice – scritto da un maschio frustato.
Dov’è il problema se siamo femminili? Oggi in tv vanno di moda
“tette e culi”… Se io mettessi un abito non girocollo non se ne
accorgerebbe nessuno, perché non sono prosperosa».
Anche Cesara
Buonamici viene inserita nella “lista nera” delle giacche
scollacciate senza nulla sotto. «Capita – è il suo commento
-, l’importante è non fare del proprio corpo uno spettacolo, ma
solo saper essere femminili nel vestire. Meglio un cm di pelle
visibile in più che un look sciatto».
E la Cuffaro: «La notizia è comunque la parte importante, il look
non conta». La Senette invece spiega la “linea Fede”: no ai
vestiti sgargianti o alle scollature generose. «Se andassi
“stettata” – chiosa – subirei lo sciopero bianco delle
numerose telespettatrici del Tg4».
Meno male che le tgiste, su telegiornaliste.com,
si affrontino in un campionato dove il criterio di voto non è certo
la scollatura… Non guardonismo catodico, ma apprezzamento per chi fa
"la bellezza di una professione" difficile come quella della
telegiornalista con grande professionalità e bravura.
TELEGIORNALISTI
Enzo Baldoni di Silvia Grassetti
Sembrava la fine di un incubo protrattosi ben oltre il necessario.
Sarebbe trascorso un anno di sofferenze, ma finalmente il corpo
identificato del giornalista Enzo Baldoni doveva essere riportato
in Italia. Invece le cose si sono fermate a metà.
Ormai non vi sono più dubbi che quei resti appartengano proprio a Enzo,
eppure lui non è stato ancora riconsegnato alla pietas dei suoi
cari.
Dopo il falso allarme dello scorso giugno, quando il commissario
straordinario della CRI Maurizio Scelli consegnò al pm Franco Ionta,
per l’esame del DNA, ossa rivelatesi non appartenenti a Baldoni, il 10
agosto scorso è arrivata la conferma da nuove analisi, eseguite su
altri resti umani. Finalmente il corpo del giornalista era stato
trovato. Ora bisognava solamente attendere il rimpatrio, riportarlo
a casa, per la consolazione, seppur minima, dei familiari.
Enzo Baldoni, come già riportato nel n. 10 dello scorso 20 giugno, era
stato rapito il 19 agosto 2004 sulla strada per Najaf, e fu
ucciso con tutta probabilità prima dello scadere dell’ultimatum
lanciato dai suoi carcerieri.
Baldoni, giornalista 56enne umbro, ma milanese di adozione, proprio in
questi giorni avrebbe dovuto essere salutato dagli amici con una festa
“alla irlandese”, come lui stesso avrebbe voluto: un banchetto,
canti, balli e risate, per ricordare l’allegria, la caratteristica più
spiccata del collaboratore del Diario.
E invece nulla. Così, mentre (nuovamente) scoppiano le polemiche
attorno allo stesso Scelli protagonista - vero o presunto - della
liberazione delle due Simona, ostaggi italiani più fortunate del povero
giornalista, la tomba di Baldoni resta desolatamente vuota.
Intanto proprio il direttore del Diario, Enrico Deaglio, avanza
una proposta al Presidente della Repubblica: una medaglia al valore
civile alla memoria. Proposta a cui aderisce anche
telegiornaliste.com, rilanciandola dalle nostre pagine.
VADEMECUM
Giornalisti si diventa: ma come? di Filippo Bisleri
Fare il giornalista: una professione a volte tanto osannata, e a volte
tanto condannata. Ma come si diventa giornalisti? È una
domanda che ritorna spesso, soprattutto tra i giovani (e ultimamente
le giovani, in particolare).
Alla domanda, però, non sempre fa riscontro una risposta chiara.
Anche perché la strada da percorrere è certamente difficile. Telegiornaliste.com
vuole offrire il suo contributo in termini di risposte attraverso
questa nuova rubrica, Vademecum.
Un vademecum che si propone di definire il giornalista e la
sua professione, di parlare del codice deontologico, di privacy,
di sacrifici da fare e, soprattutto, di non nascondere il fatto che
non sempre arrivano a diventare giornalisti i più bravi.
Capita, come in tutte le carriere nelle quali la promozione non è
legata a parametri oggettivi, che a diventare giornalisti riescano i
meno bravi, quelli con meno stoffa, meno preparazione culturale e
volontà. E capita anche che il poter diventare giornalisti passi per
un’occasione che ti viene offerta al momento giusto e che
raccogli… Altrimenti il sogno di diventare giornalista (e parliamo
anche dei pubblicisti) resta spesso confinato nel cassetto. Perdendo,
magari, qualche ottima penna per l’informazione locale o nazionale
sulla carta stampata, nelle radio e nelle televisioni (pubblica e
private).
Abbiamo già detto che la strada è difficile, lastricata di
ostacoli che, di anno in anno aumentano di consistenza e rendono
meno agevole raggiungere il traguardo. Spesso, poi, tra gli ostacoli
sono da annoverare le leggi sul mercato del lavoro o gli stessi
giornalisti anziani che cercano di dissuadere i giovani
aspiranti colleghi. Anche perché, diciamocelo, il giornalismo moderno
cura poco la gavetta, non ne ha il tempo: l’informazione è sempre
più globalizzata e i tempi di lavorazione sempre meno in grado di
consentire ai più anziani di trasmettere sul campo i segreti del
bravo cronista ai più giovani. Col risultato che arrivare ad essere
giornalisti diventa, per i giovani, sempre più come vincere al
superenalotto.
(1- continua)
EDITORIALE
Informazione a cifra tonda di Tiziano Gualtieri
Gli aumenti sono sempre dietro l'angolo, quasi
all'ordine del giorno e puntualmente insieme a loro, giungono
anche le prese di posizione di associazioni di consumatori o di
cittadini molto adirati e pronti a dare battaglia. Immediate si
sentono anche le notizie catastrofiche racchiuse in servizi
giornalistici che - sadicamente - sono pronti a ricordare quanto le
impennate ci costringeranno a tirare la cinghia.
Eppure, alcune settimane fa, si è verificato un aumento che
nessuno ha considerato e che è riuscito a passare in sordina.
Difficile pensare che il popolo italico, sempre pronto a lamentarsi,
si sia rassegnato a subire l'incremento dei prezzi, eppure nessuno
sembra essersi accorto dell'aumento del costo dei quotidiani.
Quasi improvvisamente - infatti - i maggiori giornali italiani (pochi
esclusi) hanno fatto cifra tonda: passando da 90 centesimi a un
euro.
Ebbene, nessuno ne ha parlato, nessuno si è fatto sentire,
nessuno ha protestato. Gli editori, sapendo la brutta
aria che tira non appena si tocca il portafoglio degli italiani, sono
comunque corsi ai ripari: «Purtroppo l'aumento del petrolio ci
costringe ad aumentare il prezzo di dieci centesimi...» si leggeva in
molti boxettini in basso a sinistra, dove l'occhio non si posa se non
per caso. Sembrava quasi una giustificazione, un: «scusate,
noi non volevamo ma...».
Un'escalation, quella legata all'aumento del costo dell'informazione
che ha preso il via - ahimé - con l'introduzione dell'euro. Se da
tempo eravamo ormai abituati al canone e al suo continuo rincaro,
sembrava che il prezzo da pagare per sentire l'odore e la
"consistenza" della notizia potesse rimanere inalterato nel
tempo.
Il realtà - senza andare troppo in là nel tempo - chi si ricorda
quando il CorSera o la Repubblica costavano 1500 lire? E che sorpresa
quando sulle copertine comparve la scritta € 0,77. Il
pensiero di tutti fu: addirittura meno del cambio ufficiale. Che
pacchia. Sembrava essere la via giusta per incentivare l'italiano a
leggere (almeno il quotidiano). In realtà la speranza morì
molto presto; anche allora - come successo alcune settimane fa - una
mattina l'amara sorpresa per gli italiani che si recarono in edicola e
scoprirono che i quotidiani erano passati prima a 0,81 poi 0,88 e
infine 0,90 euro.
Un aumento di 13 centesimi; in pratica circa 250 lire
del vecchio conio di bonolisiana memoria. Eppure anche in quel
caso come questa volta, nessuna protesta. Ora, tranne "La
Repubblica" e pochi superstiti che stoicamente cercano di non
cedere alla tentazione, l'ennesimo balzo in avanti del prezzo
che è pari ad oltre 200 lire. Mal comune mezzo gaudio
visto che gli aumenti hanno visto coinvolti anche gli edicolanti. A
loro una copia che prima costava "solamente" 0,73 centesimi,
ora viene 0,81.
Quando si dice il prezzo da pagare per essere informati...
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