Archivio
Telegiornaliste N. 18
del 12 settembre 2005
La “stella polare”: la verità di Filippo
Bisleri
Nella settimana in cui il campionato di calcio ha lasciato
spazio alla Nazionale, il mondo dell’informazione ha puntato
la sua attenzione sulla Mostra del cinema di Venezia dove
è presente George Clooney e dove è nata la nostra
intervistata di questa settimana, Roberta Noè di Sky.
Ma non ci si poteva dimenticare della tragedia dell’uragano Katrina
che ha causato migliaia di morti negli Stati Uniti accrescendo
l’indice negativo di popolarità di Georgino Bush.
Tutto questo ha fatto passare in secondo piano una delle grandi
battaglie di Telegiornaliste: la ricerca della verità
sul caso Alpi-Hrovatin. Acquisita la macchina che
ospitava i due operatori dell’informazione, si stanno
eseguendo nuove perizie nella speranza di arrivare alla verità.
Quella verità che dovrebbe essere la stella polare di
riferimento dei giornalisti che, come ci ricorda la nostra
rubrica Vademecum, svolgono una professione
dell’ingegno, non un mestiere.
E un giornalista che, con stile, cerca la verità e di dare
corrette informazioni è Antonio Caprarica da Londra, un
collega da prendere a modello. Dicevamo di Roberta Noè, nata a
Venezia e costantemente alla verifica della possibilità di
coniugare la professione giornalistica nella redazione di Sky
con quella di mamma e moglie. Un doppio impegno dal quale si è
invece liberata, separandosi da Bettarini, Simona Ventura,
la “mamma” dei reality show e colei che sfida, al limite
della legalità, le esclusive sul calcio di serie A concesse
dalla Lega a Mediaset dietro lauto compenso.
In questo numero di Telegiornaliste ci occupiamo (e come
potevamo non farlo da autentici amanti dell’approfondimento?)
della vicenda della professoressa di religione di Fano
licenziata dalla Curia, mentre la Chiesa Valdese elegge la
prima Papessa, e delle novità in materia di energie
alternative. Chiudiamo parlando della classifica
dove, per la prima volta, Benedetta Parodi trionfa battendo
addirittura l’icona dei tg notturni Cinzia Fiorato. E sul podio arriva Manuela
Lucchini che soffia l’ultimo gradino a Mikaela Calcagno,
la sostituta della futura mamma Beatrice
Ghezzi. Per la mitica Bea, gli auguri della redazione. Noi
l’aspettiamo presto in video.
MONITOR
Intervista a Roberta Noè, giornalista
e mamma di Filippo
Bisleri
Roberta Noè è già una realtà del telegiornalismo italiano.
Potremmo anzi dire: del giornalismo in generale, perché la Noè è una
giornalista completa. Simpatica e disponibile, nonostante sia
sempre presa tra mille impegni.
Non solo giornalistici, perché è anche mamma di una bellissima
bambina. L’abbiamo raggiunta a Sky per scambiare con lei qualche
battuta sull’essere giornaliste oggi.
Roberta, come hai deciso di fare la giornalista?
«Io ho scelto di fare la giornalista? – e sorride – No, direi che
il giornalismo ha scelto me. Direi che, ad un certo punto della mia
vita il giornalismo mi si è presentato come realtà in grado di
vivacizzare la mia vita e allora mi ci sono buttata a capofitto da
quella pazzerella che sono».
Ora ti occupi di sport, ma seguiresti altri settori del
giornalismo?
«Ho fatto cronaca per diversi anni, e sarei pronta a tornare a farla.
Certo lo sport sembra più tranquillo, ma per fare bene i giornalisti
occorre prepararsi e documentarsi anche nello sport o si rischiano di
prendere delle cantonate bibliche».
Dunque possiamo a ragione dire che è un luogo comune quello che
vuole i giornalisti sportivi meno preparati degli altri colleghi?
«Assolutamente è come dici tu, collega, e come testimonia il lavoro
della giornalista sportiva ogni giorno. E credo che anche voi a
telegiornaliste.com ne sappiate qualcosa, no?».
Quale aspetto del tuo lavoro ti piace di più?
«Apprezzo molto il poter conoscere tante persone. In tanti anni di
lavoro ho conosciuto tanta gente e tante storie di vita che mi hanno
più di una volta coinvolta anche emotivamente. E, incontrando tante
persone, ho imparato a guardare il mondo in modo diverso e ad avere più
rispetto per il prossimo».
I personaggi che incontri come telegiornalista ti avranno colpita.
Chi ti è sembrato il più positivo?
«Difficile fare un nome. Devo proprio? Ce ne sarebbe più d’uno.
Dico Paolo Maldini, Andryi Shevchenko, e poi quello che mi ha colpita
certamente di più: Leonardo (al secolo Nascimento De Araujo,
l’attuale vicepresidente del Milan). Lavorando a Milan Channel,
un’esperienza molto formativa, ho incontrato Leonardo e ho capito
quanto sia una persona speciale. Talvolta riusciva ad incantarmi per
il suo modo di essere un serio professionista sul campo, un ottimo
marito e un campione anche nella solidarietà con la “Fondazione
Milan”».
Tu hai fatto anche un’intervista decisamente particolare. Ne
vogliamo parlare?
«Oddio, per voi farò un eccezione e vincerò un po’ di timidezza e
ritrosia. Credo tu ti riferisca alla mia intervista a Libero Grassi
pochi giorni prima che venisse ucciso da quella malavita contro cui
lottava. Ho ancora vive nella mente le sue parole sulle angherie
subite, sulle minacce, ma anche sul suo fermo proposito di non
lasciare nulla di intentato fino a a che non fosse morto».
Una grande esperienza. Per i nostri lettori, che aspirano magari a
fare il giornalista, racconteresti anche qualche altro episodio?
«Certamente, per degli amici simpatici come voi questo ed altro!
Ricordo volentieri il tg che facevamo, con altri 3 giovani, a
Televenezia. Era un tg molto vicino alla gente, quasi realizzato in
strada. È durato poco, certo, ma per me è una grande esperienza che
consiglio a tutti quanti fanno del giornalismo televisivo».
Hai un sogno professionale?
«Oggi hai proprio deciso di farmi confessare? – sorride – Sogno
di condurre almeno una volta un tg nazionale. Credo che sia un sogno
comune. Ma non disdegnerei anche il compito di inviata… anche se ora
con la mia bambina questo secondo sogno appare un po’ più difficile
da realizzare. Non credi?».
Direi di sì. E visto che hai deciso di confessare ti chiedo il tuo
modello di giornalista…
«Apprezzo molte colleghe e vari colleghi di tv e carta stampata, ma
non ho un modello particolare. Il mio modello sono i bravi giornalisti
e giornaliste cui spero di avvicinarmi sempre di più».
Sei una telegiornalista con marito e figlia, come riesci a
conciliare lavoro e famiglia?
«Ma sei cattivello oggi sai? - e ride divertita – Sai già che non
so ancora come coniugare bene i due aspetti di famiglia e professione.
Credo, personalmente, che il lavoro giornalistico sia il peggiore, per
fare un ottimo lavoro ed essere brave mamme. Ammiro quelle colleghe
che, magari con più di un figlio, riescono ad essere ottime
giornaliste. Tramite voi posso scoprire qualcuno dei loro segreti?».
MONITOR
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: caso ancora irrisolto di Fiorella Cherubini
I lettori del nostro settimanale ricorderanno la dettagliata
trattazione del caso Alpi-Hrovatin che vi abbiamo fornito nel secondo
numero di telegiornaliste.com: la giornalista e il suo operatore
televisivo, come noto, furono uccisi il 20 marzo 1994 in un agguato a
Mogadiscio.
Lo scorso primo settembre Carlo Taormina, Presidente della Commissione
Parlamentare d'inchiesta sull'omicidio Alpi-Hrovatin, ha annunciato
nel corso di una conferenza stampa che è stata acquisita - e sta per
essere trasportata in Italia - la Toyota Land Cruiser su cui si consumò
il duplice omicidio. Dalla perizia sull'auto
si spera scaturiscano riscontri definitivi sulla dinamica di quello
che può definirsi un massacro.
Ricordiamo infatti ai nostri lettori che le esecuzioni della Alpi e di
Hrovatin costituirono solo due degli anelli di una lunga catena di
omicidi, tra cui quello dell’operatore della ABC presente al momento
dell’agguato, quello di Vincenzo Li Causi, maresciallo del Sismi, ed
altri ancora, di cui abbiamo parlato diffusamente in
telegiornaliste.com n. 2.
Quell’anno, in Somalia, era in corso l’operazione ONU Restore
Hope, sponsorizzata dagli USA, che doveva pacificare le fazioni
locali in guerra tra loro; era presente anche il contingente
militare italiano Ibis.
Durante la sua permanenza in Africa, Ilaria Alpi entrò in possesso
di informazioni “scomode” relative al presunto traffico
di armi e rifiuti tossici fra l’Italia e la Somalia.
Purtroppo degli appunti della giornalista, della sua macchina
fotografica e dei filmati girati dalle troupes televisive sul luogo
del duplice omicidio, non è mai stato ritrovato nulla. E
raccapriccianti, anche se non sorprendenti, sono state le
dichiarazioni di Taormina sull’operato del Sismi, mostratosi
colmo di lacune dal punto di vista dell’acquisizione dei dati per
l’inchiesta.
Nell’attesa, dunque, di conoscere l'esito delle nuove perizie sul
mezzo acquisito dalla Commissione, non resta che constatare che quanto
avvenuto a Ilaria Alpi è l’ennesima riprova che una persona giusta,
nel posto giusto, al momento giusto, è, secondo alcuni, giusto che
sia rimossa.
CAMPIONATO
Berlinguer la novità? di Rocco Ventre
Anche
il secondo turno del campionato non ha fatto registrare pareggi
e sono ben sei le concorrenti a punteggio pieno.
Tra queste Manuela Moreno si
conferma la più in forma del momento, mentre Bianca Berlinguer
rappresenta la vera novità al vertice del campionato.
Durerà?
Come nello scorso campionato, Maria Luisa Busi
sembra non riuscire a trovare il ritmo giusto: è vero che
ha incontrato due delle prime quattro del torneo passato, però
vederla in fondo alla classifica fa un po' tristezza.
Il secondo turno di serie B ha emesso altri due verdetti
di eliminazione alquanto sorprendenti. Le vittime sono infatti
due nomi illustri, Adriana Pannitteri e Francesca
Senette.
CRONACA IN ROSA
La
lenta agonia di New Orleans di Tiziana Ambrosi
Per gli integralisti di ogni specie, cristiani, musulmani, ebrei,
anche se per la verità il confine diventa assolutamente
indistinguibile, l’inondazione di New Orleans rappresenta una sorta
di catarsi per una città peccaminosa per antonomasia.
I venti di Katrina a 250 km/h e le piogge torrenziali hanno
risparmiato la città. Lo stesso risultato non l’hanno ottenuto le
opere umane e due grosse brecce lungo la diga sul lago
Pontchartrain hanno riversato le acque sulla città, che risulta per
l’80% allagata.
Non ci soffermeremo ad attribuire colpe o a ricercare le possibili
contromisure che avrebbero potuto evitare questa immensa tragedia.
Ricordiamo solo che un articolo apparso sull’autorevole National
Geographic nell’ottobre 2004 - e non è un errore di battitura -
con precisione sconcertante descriveva con un anno di anticipo ciò
che New Orleans avrebbe subito di lì a poco.
La precisione è sconcertante non tanto perché basata su improbabili
vaticini, bensì sullo studio della meteorologia e del territorio.
New Orleans infatti è una città particolare, circondata
dall’acqua e sviluppatasi sotto il livello dell’acqua: basti
pensare al lago Pontchartrain e al fiume Mississippi, il cui delta si
sviluppa esattamente in questa zona della Louisiana.
Ma è anche questa bizzarra combinazione di ambienti, paludi e città
moderna, che rendeva New Orleans così suggestiva: un fiume immenso
e affascinante, percorso dalle chiatte e dalle tipiche navi a
ruota che solcavano le sue torbide acque.
E poi i profumi, i sapori, le spezie, le tradizioni che vengono da
lontano: dalla Francia, antica proprietaria dello stato della
Louisiana; dall’Africa, con gli schiavi importati da ogni
parte del continente nero.
Infine il mescolamento delle “razze”, la cultura e la cucina
creola, l’animismo, la religione e il vodoo, il jazz e il soul,
insomma un particolarissimo melting-pot nel cuore del
Sud degli Stati Uniti. E proprio questa promiscuità è valsa a New
Orleans la bigotta definizione di città del peccato.
Ma, per chi lascia ad altri tali definizioni, New Orleans è
soprattutto the Big Easy, soprannome che la leggenda
attribuisce affibbiato alla città da Betty Guillaud,
giornalista del "Times Picayune”, in contrasto col
nomignolo di New York, the “Big Apple”: Big Easy, dove tutto è più
lento, facile e fila liscio, ciò che rappresenta le caratteristiche,
nell’immaginario collettivo, del profondo Sud degli Stati Uniti.
In questi giorni stiamo assistendo alla lenta agonia della splendida
città, occupata fino a pochi giorni fa, loro malgrado, dai meno
abbienti - non è un caso che le immagini televisive trasmettano
gruppi di persone di colore -, dagli anziani, e da bande di teppisti
che hanno scorrazzato impunemente per diversi giorni.
La violenza è andata ben oltre qualsiasi limite, e simbolo ne
è stato lo stadio Superdome, dove circa 20.000 persone,
rifugiatesi per sfuggire a Katrina, sono state catapultate in poche
ore in un girone dell’Inferno dantesco. Ciò che trapela dai
racconti di coloro che hanno alloggiato nello stadio per quasi una
settimana, ci dà la sensazione di un imbarbarimento e una
regressione della civiltà a livelli primordiali: violenze,
fisiche e psicologiche, stupri, aggressioni, rapine in uno spazio poco
più grande di un campo da rugby. Sconcertante a tal punto che circa
200 poliziotti pare abbiano disertato, sfiniti, dopo aver perso tutto,
nei continui attacchi di queste bande che impunemente controllavano la
città.
La Guardia Nazionale, appena giunta a New Orleans, per prendere
il controllo della situazione ha sparato sugli sciacalli in azione,
uccidendone almeno quattro.
La città resta sotto metri di fango e detriti, e man mano che
l’acqua viene pompata nuovamente nel lago, affiorano cadaveri.
A più di una settimana dalla tragedia ancora non sono state fornite cifre
ufficiali sul numero di vittime: si parla di qualche migliaio di
morti. Il Presidente Bush promette la ricostruzione della città,
chiede agli USA lo stanziamento di milioni di dollari, e aiuti a tutti
i Paesi del mondo.
Come la fenice rinacque dalle sue ceneri, così noi speriamo che New
Orleans, città dai mille contrasti, possa risorgere. Più che di
ceneri dovremmo parlare di acqua e fango, ma Big Easy all’acqua e
al fango è abituata.
CRONACA IN ROSA
…and good luck, George! di Silvia Grassetti
Per una volta, parliamo di lui fingendo di
ignorarne l’avvenenza: George Clooney non è solo un’icona
sexy in versione maschile, ma un attore e un regista dall’intenso
sguardo sul mondo, e specialmente sulla società americana.
Lo scorso primo settembre, durante la 62° Mostra del Cinema di
Venezia, è stato proiettato in anteprima il suo film in bianco e nero
Good night, and good luck, che ha ricevuto, in conclusione del
Festival, il premio alla migliore sceneggiatura.
Al di là delle entusiastiche reazioni della critica – lasciamo ai
botteghini il compito di avallarle o smentirle, benché anche a noi il
film sia piaciuto, soprattutto per la sensibilità con cui Clooney ha
colto la sconcertante attualità di certe tematiche – il tema
su cui Good night, and good luck è incentrato non poteva non
sollevare il nostro interesse: il protagonista è un giornalista tv.
Il film, che uscirà nelle sale americane il 7 ottobre prossimo, è
ambientato nell’America dei primi anni ‘50 e del maccartismo;
il giornalismo televisivo muoveva i primi passi ed Edward Murrow,
mezzobusto della Cbs, credeva talmente nel ruolo di denuncia della
professione da non esitare a mettere in mostra gli abusi e gli
illeciti dell’allora senatore Joseph McCarthy.
Traspare dal film che Clooney è convinto che il giornalismo,
specie televisivo, ha il grande potere di orientare la popolazione:
usato quindi in maniera “etica”, può educare i cittadini alla
difesa della democrazia e dei diritti civili. Facendo sempre
attenzione al rischio che i potenti, siano essi politici o
corporazioni multinazionali, usino gli organi di informazione per
perseguire il proprio profitto.
Good night, and good luck è senza dubbio un film da vedere: il
regista Clooney parla sì degli USA, ma le orecchie di noi italiani
non possono che fischiare.
Una curiosità: Nick Clooney, il padre di George, è un giornalista
del Cincinnati Post e conduce in televisione il talk show The Nick
Clooney Show.
CRONACA IN ROSA Chi è senza peccato... di Stefania Trivigno
Caterina Bonci, 38 anni di Fano in provincia di Pesaro, da 14
anni insegnante di religione, è stata recentemente licenziata
lo scorso 5 settembre dal vescovo di Fano perché “non in possesso
dei requisiti richiesti dal diritto canonico per l’insegnamento
della religione cattolica”.
Detto in parole povere, la donna è bella, ed è divorziata.
Ma dei suddetti requisiti la Bonci non era in possesso da ben dieci
anni - nel 1995 l'omologazione della sentenza di divorzio. La
"pazienza" del Vescovo si sarebbe esaurita quando alcune
colleghe della Bonci gli avrebbero riferito di averla vista arrivare a
scuola addirittura in minigonna.
Minigonna, divorzio, capelli lunghi e biondi. Davvero insostenibile.
Solleviamo corrucciati le sopracciglia, tuttavia questo non è il
primo caso in Italia: nel 2003, Simonetta D.S., insegnante di
religione a Firenze, fu licenziata con l’imprimatur della Diocesi e
il beneplacito della Corte di Cassazione perché aveva osato concepire
una creatura al di fuori del matrimonio.
Come la Bonci, anche Simonetta D.S. aveva presentato ricorso, ma la
Suprema Corte, in nome della laicità dello Stato, aveva dato ragione
alla Chiesa, tirando in ballo i Patti Lateranensi e le norme che
regolano i rapporti con la Chiesa proprio in materia di insegnamento.
Il risultato è che oggi Caterina Bonci è disoccupata - lo
stesso valse per Simonetta D.S. nel 2003 -, ed ha una figlia a carico,
da mantenere con 400 euro al mese, versati dall'ex marito.
Forse il Vescovo di Fano non ha sbagliato ad applicare i dettami della
morale cattolica. Ma di certo ha peccato di indifferenza,
esponendo una donna e sua figlia al rischio della povertà.
Ci chiediamo cosa avrebbe consigliato Gesù Cristo, se gli avessero
sottoposto un caso analogo, nonostante la dottrina cristiana dovrebbe
fondarsi sul perdono. O almeno così, a scuola, durante l'ora di
religione ci insegnavano.
CRONACA IN ROSA La prima Papessa di Silvia
Grassetti
Nonostante porti il cognome di un antico cardinale cattolico, Maria
Bonafede, già vice-moderatora della Tavola Valdese dal 2000, è
stata eletta pochi giorni fa a capo delle Chiese valdesi e
metodiste italiane. Una carica analoga a quella di Ratzinger per
la Chiesa cattolica.
Maria Bonafede, 51 anni, plurilaureata – in filosofia e in teologia
-, ma soprattutto donna, rappresenta forse quel sogno proibito
o quell’utopia che la religione più diffusa in Italia probabilmente
non consentirà mai: la possibilità anche per il genere femminile
di accedere al ministero pastorale.
I valdesi non la chiamano “Papessa”, ma “Moderatora”: il suo
predecessore, Gianni Genre, ha dichiarato che l’elezione di Maria
Bonafede «ha una valenza simbolica molto forte. I tempi erano
maturi per un moderatore donna, che porterà nella chiesa e verso
l’esterno una sensibilità nuova. Personalmente mi rallegro
moltissimo che l’elezione abbia dato un risultato largamente
positivo».
Noi di telegiornaliste.com, nella fattispecie noi redattrici di
telegiornaliste.com, ci rallegriamo nel constatare come l’apertura
verso “ciò che è diverso” sia possibile anche all’interno
delle religioni.
CRONACA IN ROSA Arrivano le eco-auto di Rossana
Di Domenico
Auto ad idrogeno, ad aria compressa, elettriche,
ibride. Strane, ma pulite.
Familiarizzare con questi termini è oramai un obbligo, perché
indicano i motori del domani.
Oggi, per ridurre inquinamento e consumo energetico, è sempre
maggiore la richiesta di auto pulite. Ecomobili in grado di
sostituire il motore a scoppio, responsabile dell’effetto serra
attraverso l’emissione di anidride carbonica, monossido di carbonio
e ossido di azoto.
Queste auto sono ancora dei prototipi o dei modelli troppo costosi per
essere realizzati, ma il 2007 è l'anno previsto per la
circolazione delle prime auto alimentate ad idrogeno.
Messa a punto dalla BMW, la macchina è fornita di due serbatoi, uno
per la benzina e l’altro per l'idrogeno, con un motore che funziona
con entrambi.
Dal 2002 è sul mercato l'auto ad aria, i cui pistoni sono
azionati da un potente getto d’aria; l’unico inconveniente è che
servono circa quattro ore per ricaricarla.
Le autovetture con motore elettrico non emettono gas di
scarico; in rapporto ai sistemi di energia elettrica occorrenti per
caricare la batteria, la quantità di ossido di carbonio emessa da
questi veicoli è molto minore rispetto a quelli a benzina.
Le vetture ibride, che negli USA ormai sono una moda,
funzionano sia a benzina sia con un motore elettrico, e si ricaricano
da sole. Il vantaggio è che inquinano poco, purtroppo però i costi
di acquisto sono molto elevati.
Molti altri modelli sono in fase di progettazione o realizzazione, ma
l’inconveniente che accomuna tutti è la mancanza di una rete di
distribuzione su larga scala.
Finora le considerazioni sull'inquinamento del pianeta non sono state
sufficienti a creare una coscienza ecologica internazionale: speriamo
quindi che di fronte al vertiginoso aumento del prezzo del petrolio,
le case automobilistiche trovino la loro convenienza nel mettere in
commercio le vetture che rispettano l’ambiente.
FORMAT
Non c'è bavaglio per Simo di Giuseppe Bosso
È una delle regine del nostro panorama catodico - e a lungo è
stata considerata “la” regina. Dapprima impacciata e bistratta
spalla durante la Domenica Sportiva, poi vero e proprio ciclone
sexy, esploso sotto la guida della “Gialappa’s”, quindi
“iena”, tanto seducente quanto graffiante, e infine padrona di
casa a Quelli che… il calcio, compagna della domenica di
tensioni e passioni dei calciofili sparsi per tutto lo Stivale,
ammaliati dal suo charme fin dai tempi di Mai dire gol,
trampolino di lancio verso il Festival di Sanremo.
Con gli anni la prorompente ragazzona di Chivasso, al secolo Simona
Ventura, cresceva e diventava vera signora del piccolo schermo,
ben presto capace di scalzare nientemeno che quell’icona di
Raffaella Carrà, come punto di riferimento da imitare per
tante aspiranti starlette e sogno proibito nell’immaginario
maschile, proprio negli anni della grande invasione straniera al
piccolo schermo.
Quel mondo del calcio, che era stata la sua fortuna professionale, le
aveva anche regalato l’amore, con il volto e il corpo di Stefano
Bettarini, statutario difensore, mai però giunto a grandi
livelli. Un matrimonio felice, almeno nei primi anni, due
splendidi bambini, e intanto "la Simo" era vincente anche
sul lavoro, come dimostrano i numerosi riconoscimenti ottenuti
negli anni, dai grandi ascolti ai tanti Telegatti vinti; tutte cose
che di lei hanno fatto un vero e proprio modello, ammirato ma al tempo
stesso invidiato, in un ambiente in cui, si sa, l’invidia non è
certo sconosciuta.
Poi, improvvisamente, il black-out; lo scandalo-scommesse che
ha travolto la carriera del Bettarini, e ben presto anche il
matrimonio, con le rivelazioni choc di Alessia Fabiani sul flirt avuto
col calciatore e su quelle, vere o presunte che siano, sulla sua
stessa infedeltà coniugale. E intanto anche sul lavoro le
prime pecche, con i reality-trash L’isola dei famosi e
Music farm.
Dopo l’annata “dalle stelle alle stalle”, per Simona Ventura, o Super
Simo, come viene chiamata dai suoi tanti fedelissimi sostenitori,
è arrivato l’anno zero: tanti cambiamenti, sia sul fronte
personale che su quello professionale.
Proprio tutto è cambiato? No, certo. Lei è sempre la stessa,
benché dimagrita: sfrontata forse, ma anche grintosa e determinata,
come dimostra il decolletè esibito questa estate sulle spiagge
sarde.
La Rai ha perso i diritti sulle partite? Non c’è più 90mo
minuto ad allietare le domeniche dei tifosi? Lei invece c’è
sempre, più agguerrita che mai, come ha già dimostrato la prima
puntata, nel quale la banda Beldì è riuscita non solo a tallonare
negli ascolti il tanto reclamizzato Bonolis - 27,15% per Serie
A”, 26,92% per Quelli che… - ma anche a scatenare le ire
dei signori della Lega, aggiornando il pubblico sui
risultati, cosa che era stata diffidata a Viale Mazzini e dintorni, e
che ha portato all’avvio di una procedura di contestazione innanzi
all’Authority, non escludendo l’espletamento di azione
risarcitoria.
Ma si sa, la Ventura puoi ammirarla come criticarla, puoi ammirarla
come ignorarla, ma non imbavagliarla. E difatti pronta è stata
la sua replica, appellandosi a quel diritto di cronaca che,
come consente gli aggiornamenti alle miriadi di reti locali sparse per
tutto il Belpaese, così non può certo essere precluso proprio al
pubblico servizio al quale lo show appartiene.
Se è solo la prima puntata, il seguito promette di essere ancora più
scoppiettante.
FORMAT
Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i – di Filippo Bisleri
Primo posto del podio per Benedetta
Parodi. Si sta rivelando sempre più brava e sempre meno
costretta a vivere all’ombra della sorella, con la quale ora potrà
scontrarsi anche sulla qualità professionale, dato che conducono due
diversi tg delle reti Mediaset. Una sfida che, crediamo, Benedetta
possa vincere sul campo. Per lei un bel “7.5”.
Resta sul secondo gradino del podio Cinzia
Fiorato, ormai attesa icona del telegiornalismo notturno.
Difficile contrapporle un altro collega: Cinzia resta la numero 1
indiscussa perché è dotata di una professionalità che poche
telegiornaliste possono vantare. Le attribuiamo un bel “7”.
Portiamo poi sul podio Manuela Lucchini. Certo non una
rivelazione in casa Rai, ma la dimostrazione vivente che si può fare
del telegiornalismo sano e di qualità anche
all’interno di una tv di Stato che ha faticato, per qualche tempo, a
ritrovare la sua rotta. Merita un bel “6.5”.
Ultimo gradino del contropodio per Enrico Varriale. Che senso ha fare le interviste
ai campioni al termine delle partite dicendo che devono essere concisi
perché incombe la pubblicità? Il caso accaduto col giocatore del
Palermo, Grosso, grida vendetta… E mostra la povertà della
scuola di Aldo Biscardi. Bocciato. “4”.
Non ha brio, non convince e non se ne sentiva il bisogno.
Parliamo di Tacalabala di Giorgio Micheletti sul
circuito Odeon Tv. Pensavamo potesse regalarci qualcosa di meglio e
invece il telegiornalista ci ha delusi. Speriamo che, nelle prossime
settimane, il bravo tgista si riscatti. Nell’attesa lo rimandiamo
con un “5”.
Conquista il contropodio, nonostante meriti la sufficienza, la tgista Mikaela
Calcagno. Nella squadra Mediaset sembra essersi inserita bene,
forse guadagnando spazio dal sconfinamento a Serie A di
Monica Vanali e dal prossimo periodo di assenza
che vivrà (per lei e la famiglia tanti auguri) Beatrice
Ghezzi. Ma la bionda romana deve acquisire più scioltezza.
Poi sarà una delle grandi firme. Rimandata con un “6”.
TELEGIORNALISTI
Caprarica, the gentleman di Silvia Grassetti
E’ soprattutto dalla grande attenzione al look e alle
cravatte, sempre coordinate con lo sfondo, che si intuisce quanto
sia gentleman inside, il telegiornalista Antonio Caprarica.
Corrispondente del Tg1 da Londra, responsabile della sede Rai
locale, ha iniziato la sua carriera nella carta stampata: prima come
redattore politico per L’Unità, poi come giornalista associato
di Paese Sera.
In Rai dal 1989, è stato corrispondente dal Medio Oriente fino
al 1992. Dal 1993 al 1997 ha svolto lo stesso incarico da Mosca,
per poi arrivare nelle case degli italiani come corrispondente dalla
capitale del Regno Unito.
Caprarica è un corrispondente “atipico”: spesso sceglie temi di
costume per i servizi che andranno in onda, spesso riferisce il
gossip più aggiornato sulle alterne fortune della famiglia reale
inglese. Del resto, è lui stesso ad ammettere, in un’intervista
rilasciata ad Alessandro Di Pierro, che il mestiere del corrispondente
«richiede un’ottima conoscenza di materie disparate, dalla musica
alla scienza, fino alla politica».
E continua: «Non basta la conoscenza della lingua, per svolgere bene
questo lavoro bisogna essere molto colti, lo dico senza presunzione, si
deve essere preparati per qualsiasi tipo di notizia».
Ne siamo convinti, ma non è sufficiente, almeno per Caprarica: a
guardarlo e ascoltarlo mentre racconta la società inglese, si capisce
che il corrispondente ha un debole per la sottile verve ironica
che può nascondere dentro ai suoi servizi di costume. E’ il suo sguardo
divertito a tradirlo, e a noi quello sguardo piace, perché non
esprime mai un punto di vista banale o una cronaca raffazzonata del
fatto del giorno. Al contrario.
Come per il suo look da baronetto, cappotto di cammello o giacca
doppio petto, pashmina vezzoso o sciarpa di seta, ormai Caprarica ci ha
abituato a servizi telegiornalistici sempre originali, ben costruiti, modulando
le sue espressioni, e perfino il suo abbigliamento, in base
all’argomento riferito: dai sorrisi sornioni sopra una cravatta
sgargiante per l’ennesima gaffe reale, alla serietà estrema durante i
collegamenti in diretta per la strage di Londra e i successivi
attentati.
E’ sempre un piacere ascoltare il linguaggio forbito di questo insostituibile
corrispondente gentleman.
Lo si può apprezzare anche leggendo i suoi due best sellers, usciti
negli anni ’80: i noir La ragazza dei passi perduti e La
stanza delle scimmie, scritti con Giorgio Rossi.
VADEMECUM
Professione, non un mestiere di Filippo Bisleri
Occorre specificare che il giornalismo non è un mestiere, ma una
vera e propria professione all’interno di quelle dell’ingegno
e della tecnica.
Per mestiere, infatti, si usa intendere l’esercizio di un’opera
manuale come l’elettricista, il meccanico, il falegname o
l’idraulico. Professione, invece, è la prestazione di un’opera
grazie ad un esercizio intellettuale. Ne consegue, dunque, che quella
del giornalista, è una professione al pari di quelle del medico,
dell’avvocato o dell’architetto.
Attualmente, il giornalista non ha l’obbligo della laurea (ma
l’Ordine tende a questo obiettivo per garantire ulteriormente la
qualità dell’informazione offerta ai cittadini). Come detto altrove
nel nostro Vademecum, ci si può fregiare del titolo di
“giornalista professionista” (con tanto di diploma) dopo aver
superato la prova di idoneità professionale prevista dall’articolo
22 della legge 69 del 3 febbraio 1963 - parliamo della legge
istitutiva dell’Ordine e dell’Esame di Stato, che la Cassazione ha
ribadito essere l’unica prova della preparazione professionale di un
giornalista professionista.
Ricordiamo che l’ordinamento giuridico italiano accorda particolari
tutele alle professioni. Il codice civile, all’articolo 2229,
impone «l’iscrizione in appositi Albi o elenchi per le professioni»,
mentre agli Ordini è demandato «l’accertamento dei requisiti per
l’iscrizione negli Albi e negli elenchi e il potere disciplinare
sugli iscritti».
L’Ordine è strutturato su base regionale o interregionale con un Consiglio
nazionale e più Consigli regionali. Il sistema legislativo
italiano che tutela la professione giornalistica in Italia è tra i
più avanzati d’Europa ed è pressoché unico, anche se in altri
Paesi, come Francia, Portogallo, Spagna e Lussemburgo, la professione
è tutelata giuridicamente in modo abbastanza simile a quello
italiano.
(3 – continua)
EDITORIALE
Abbiam perso le parole di Tiziano Gualtieri
Twister? Finzione. Deep impact? Fantascienza. The day
after tomorrow? Impossibile che accada. Queste sono le convizioni
che tutti abbiamo quando andiamo al cinema per vedere un film
sulle catastrofi naturali. Ma quante volte abbiamo pensato: e se tutto
questo dovesse avvenire sul serio? Poi gli occhi sono caduti
sul tuo vicino di posto che con un sguardo fa capire come sia inutile
proseguire il discorso. Non sarebbe mai potuto accadere, punto e
basta. La finzione è finzione, la realtà è un'altra.
Nell'ultimo periodo abbiamo scoperto che non è davvero così.
Che molto spesso le catastrofi reali sono ben peggiori di
quelle immaginate dall'uomo. Tutti noi avevamo la certezza che, anche
le più pessime previsioni, non sarebbero mai riuscite nemmeno
lontanamente ad avvicinarsi alla finzione. Che la fantasia degli
sceneggiatori non avrebbe mai potuto impallidire se confrontata con la
pura realtà.
Poi, una mattina, ti svegli e scopri che la natura ha
scritto un copione di morte e distruzione, che neppure il più
folle degli sceneggiatori avrebbe potuto immaginare, ma che -
soprattutto - sta seguendo alla lettera ogni cosa. Quella che vedi,
non è una New Orleans creata al computer o ricostruita chissà
dove pronta per essere distrutta: quella è la città del jazz
violentata da Madre Natura che un bel giorno ha deciso di alzarsi
e dare due "sberloni" agli uomini per far capire chi è che
comanda.
Tsunami e tornado: per assurdo ben peggio degli attacchi
alle Torri Gemelle. Sicuramente eventi che lasceranno un segno
indelebile sulla pelle di chi ha visto. Perché chi resta, non
riuscirai mai a trovare le parole per dare l'idea dell'immane
disastro.
"Ai confini della realtà" è stata un'antologia che
- tra il 1959 e il 1964 - cercò di raccontare quello che non era
umanamente possibile da spiegare. Il tentativo di razionalizzare
l'imprevisto e l'imprevedibile. Un po' come quello che abbiamo
tentato di fare noi in questo caso. Senza, ovviamente, riuscirci.
Le immagini che scorrono sul monitor che, per una volta
diventano l'anteprima del grande schermo, lasciano sbigottiti.
Non tanto per il numero di morti su cui deve essere ancora fatta una
stima, bensì perché sai che è tutto tragicamente vero.
È proprio in questi casi che, per noi giornalisti, emerge anche la
grande difficoltà di raccontare qualcosa che eravamo abituati a
vedere solamente al cinema.
Narrare il disastro o la morte quotidiana è il nostro pane, eppure
leggendo e ascoltando i pezzi sull'argomento - prima che anche la
distruzione provocata da Katrina venisse metabolizzata - era palpabile
la difficoltà di ricreare, attraverso le parole, la percezione del
disastro.
Forse, in questi casi, sono le immagini le uniche in grado di
raccontare la pura e semplice realtà. Il tutto senza correre
il rischio di cadere nella trappola della retorica che - dopo
avvenimenti di questo tipo - attende sempre dietro l'angolo.
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