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Telegiornaliste N. 24 del
24 ottobre 2005
Quando la donna è la vera protagonista
di Filippo Bisleri
Sono le donne, questa settimana più che mai, le protagoniste
del nostro magazine. Donne al centro della cronaca per i
nuovi casi di violenza di cui sono oggetto. E, dramma nel
dramma, violenze anche e sempre più in seno alla famiglia.
Così come le donne sono state protagoniste all’interno degli
oltre 4 milioni di votanti del popolo del centrosinistra in
occasione delle primarie che hanno incoronato leader
della coalizione Romano Prodi. Di attribuirgli il titolo di
imperatore, re o capo, a noi non interessa. Preferiamo dire che
Prodi, anche grazie al voto rosa (e in Parlamento si
continuano a tirare bordate, da parte dei “franchi
tiratori”, contro il giusto diritto delle donne a decidere le
leggi in Parlamento), è alla guida della coalizione del
centrosinistra.
Sul fronte delle donne e della politica, poi, da registrare il
successo della serie televisiva americana che ha, come
protagonista, una possibile presidente degli Usa. Un modo, sullo
stile delle “recite” del Grande Fratello, per tastare
il polso agli americani di fronte alla possibile elezione di una
donna alla carica presidenziale più importante al mondo.
In America c’è chi arriva a sostenere che dietro questa serie
televisiva si nasconda la regia occulta di Mrs Hillary Clinton.
In Italia, invece, oltre a scoprire che leggiamo più di quanto
l'Istat sospettasse, Celentano riporta nelle nostre case
Michele Santoro a Rockpolitik, il suo nuovo programma al
centro di mille polemiche, mentre Bruno Vespa preferisce
togliere ai telespettatori anche il gusto dell’immaginazione e
così denuda una donna nel suo Porta a porta, con
la scusa di parlare di chirurgia estetica. Ma ci faccia il
piacere…
Il focus settimanale per la telegiornalista punta il suo
obiettivo su Milena Minutoli, la donna delle dirette; sul
fronte maschile, invece, parliamo di Giuseppe Brindisi.
Corposa e più ricca del solito la sezione dell’esperto,
mentre la consueta classifica settimanale vede Lia Capizzi conquistare la vetta spodestando
Laura Cannavò, che resta comunque al
secondo posto.
MONITOR
Milena Minutoli, la donna delle dirette di Giuseppe
Bosso
Ne ha fatta di strada, e ancora ne fa tanta, letteralmente
parlando, ogni settimana per la trasmissione In famiglia,
contenitore mattutino del secondo canale, alla scoperta di segreti e
curiosità di posti non sempre molto conosciuti.
Tante cose si possono dire di Milena Minutoli, piemontese di
Chivasso, giornalista professionista dal 1992, che ha
cominciato giovanissima collaborando con il quotidiano economico Ore
12- Il Globo, per poi approdare in Rai alla corte di Giovanni
Minoli per Top secret, l’altra faccia della storia e poi
a Mixer, dove presenta dallo studio i suoi servizi.
Gavetta sicuramente importante, sebbene all'inizio non del
tutto soddisfacente, come lei stessa ebbe un giorno a ricordare ospite
del programma di Monica
Setta Donne allo specchio, ma che comunque le ha permesso
di muovere bene i primi passi prima del grande salto datato
1998, con il passaggio a La vita in diretta, da un altro
“guru” del piccolo schermo come Michele Cucuzza.
Ha anche modo di debuttare come conduttrice di programma, sostituendo
per alcune puntate Danila Bonito, ma diventa soprattutto la
“donna della diretta” con i suoi numerosi servizi giornalieri,
realizzati anche per alcuni speciali come il Giubileo degli
Ammalati e lo Speciale Battisti.
Piace non solo per competenza e preparazione, ma
per un’indubbia verve e simpatia che la
contraddistingueranno durante la stagione 2002-03, quando approda
nella squadra di Casa Raiuno, con Massimo Giletti, dove, in
coppia con il collega Tonino Carino, tutti i giorni è, tanto per
cambiare, in giro per l’Italia per raccontare la vita nelle
varie città toccate. Certo, la stella del programma è Antonella
Mosetti, ma Milena non è da meno: dovunque arrivano le telecamere
del programma è sempre ben accolta dalla gente.
L’anno seguente è ancora “agente d’assalto”,stavolta
per Osvaldo Bevilacqua e Alessandro Di Pietro, rispettivamente per Sereno
variabile e Occhio alla spesa, per poi approdare nel gruppo
di In famiglia, in cui si occupa di un curioso spazio dedicato
al risveglio dei personaggi noti, in cui rimane anche quest’anno.
Vita professionale intensa, ma non tale da impedirle, nel
contempo, di mettere su famiglia: Milena è sposata ed ha due
splendide bambine, Carlotta e Benedetta, e chissà che un giorno
non decidano di seguire le orme della mamma.
Sicuramente tante le soddisfazioni per la brava Minutoli, che
dopo tanta gavetta alle spalle di personaggi di spessore e tanti
servizi, meriterebbe una vera grande occasione come
conduttrice.
Ce la farà? Glielo auguriamo davvero: non è frequente riscontrare
nella stessa persona tale preparazione e tanta simpatia.
MONITOR
COMUNICATO STAMPA
Tra le altre centinaia di firme di solidarietà giunte nella notte,
hanno aderito all'Appello di solidarietà per Giorgio e Luciana Alpi Marco
Boato, presidente del Gruppo parlamentare misto della Camera dei
Deputati, e Flavio Lotti, direttore del coordinamento
"Enti Locali per la Pace" e Coordinatore nazionale della
"Tavola della pace".
La solidarietà verso Giorgio e Luciana Alpi, i genitori di
Ilaria, querelati per diffamazione dal presidente della
Commissione parlamentare Alpi-Hrovatin Carlo Taormina, ha
superato qualsiasi aspettativa: più di ottomila firme in sei
giorni. Un fiume di adesioni che continua a giungere da ogni parte
d'Italia: cittadini, politici locali e nazionali, eurodeputati, sindacalisti, giornalisti, intellettuali,
docenti universitari.
Una volta completata la raccolta delle firme, verrà indetta una conferenza stampa durante la quale tutte le adesioni verranno
consegnate, con il testo dell'appello e insieme a tutti i messaggi
solidarietà pervenuti, al presidente della Camera
Pierferdinando Casini e all'avvocato Domenico D'Amati in
rappresentanza della famiglia Alpi.
CAMPIONATO Scambio
di coppia di Rocco Ventre
Chi l'avrebbe mai detto? Luisella Costamagna
rimedia una batosta da Tiziana Panella
incappando quindi nella sua seconda sconfitta consecutiva,
mentre Maria Concetta Mattei perde
inaspettatamente con Irma D'Alessandro.
E così in testa alla classifica c'è adesso la nuova coppia
Capulli Moreno.
La classifica si accorcia notevolmente anche grazie alle vittorie
di Vanali e Todini.
In coda, sia pure per un solo voto, Maria
Leitner colleziona la sua ottava sconfitta su otto sfide,
mentre Cristina Parodi è
costretta a rimandare ancora l'appuntamento con la sua prima
vittoria.
L'ottavo turno di serie B ha decretato l'eliminazione di due
telegiornaliste Mediaset: Diletta Petronio e Barbara
Pedri.
CRONACA IN ROSA
Quote “rosa” per un parlamento “azzurro”
di Fiorella Cherubini
Differenziare maschietti e femminucce ricorrendo all’azzurro
e al rosa può essere un espediente accettabile quando
l’età anagrafica si calcola ancora in mesi e non in anni; quando
invece l’età è sufficiente per l’elezione a parlamentari, il ricorso
al colore del corredino diventa deprimente. Almeno per le “femminucce”.
Il luogo in cui è stata partorita la metafora bicolore non è
infatti un reparto maternità, ma il Parlamento italiano: la
questione affrontata è la rappresentanza politica femminile, e
a commentarla è il ministro per le Pari Opportunità, Stefania
Prestigiacomo.
Chiunque mastichi un po’ di diritto costituzionale sa cos’è un
disegno di legge, ossia un progetto da approvare, come un emendamento,
ovvero una modifica dello stesso. Provvisti di questi elementi, nulla
osta per sviscerare il problema.
Per il disegno di legge sull’election-day è stato previsto
“l’emendamento rosa” che, come sostiene il ministro
Prestigiacomo: «E’ frutto del confronto costruttivo
all’interno di tutte le componenti del centrodestra, con le
donne di Forza Italia ma anche con alcune parlamentari di
centrosinistra, fra tutte la senatrice Cinzia Dato, presentatrice di
una proposta di legge che contiene il principio del limite dei due
terzi per le candidature del medesimo sesso».
Il tema della rappresentanza femminile è diventato dunque centrale
nel dibattito politico, e questo è sicuramente un buon risultato per
il ministro per le Pari Opportunità, che si conferma soddisfatta che
in questa Italia di donne protagoniste si siano colmati molti
gap. A renderle brutta la cera vi è però chi, per accontentare la
scalata femminile al Parlamento, riserva alle deputate le cosiddette
“quote rosa” che, al di là del discutibile colore, da
sempre rappresentano uno strumento utilizzato per tutelare le
minoranze.
A ben vedere, se nel 2005 versiamo ancora in questo miscuglio di
agitazioni parlamentari e supposte conquiste democratiche, che
sembrano la parodia dei moti delle suffragette, è perché,
adduce il ministro Prestigiacomo, la rappresentanza parlamentare
spetterebbe alle donne soprattutto in quanto presenti nel Paese
in numero superiore agli uomini. Sulla scia di queste
illuminate considerazioni le donne continueranno a vita a vedersi
recapitare mimose ogni 8 marzo.
Siamo in una Repubblica democratica, l’articolo 51 della Costituzione
sancisce il principio delle pari opportunità nelle assemblee
elettive, il parametro di riferimento dovrebbe essere la qualità
e non la quantità, come sostiene la Prestigiacomo, ed allora: è
per questo che le donne sono, o meglio dovrebbero essere, più
rappresentate in Parlamento.
Aspirare a cambi di rotta più arguti, a discutere dei problemi
sottesi al colore di una quota, e a sentirsi rappresentati da
persone più consce del ruolo che ricoprono e delle argomentazioni che
dovrebbero fornire - oltre alla messa in piega, almeno ora come ora -
appare un pensiero consolatorio che poggia sul nulla.
CRONACA IN ROSA
La violenza sulle donne: un fenomeno senza fine
di Rossana Di Domenico
La violenza sulle donne è da sempre la violazione dei diritti
umani più diffusa. Nonostante la mobilitazione di numerose
organizzazioni di donne in tutto il mondo e i progressi legislativi
ottenuti, la violenza sulle donne continua incontrastata, sia nelle
nazioni ricche che in quelle più povere.
Secondo uno studio basato su 50 ricerche svolte in tutto il mondo,
almeno una donna su tre nella vita ha subito gravi forme di
violenza, spesso da parte di un familiare o di un conoscente. Se il coniuge
continua ad essere il maggiore responsabile dei disagi della donna,
sono aumentati i casi di responsabilità del convivente.
Il Consiglio d’Europa ha dichiarato che la violenza domestica è la principale
causa di morte e invalidità per le donne di età compresa tra 16
e 44 anni, con un’incidenza maggiore di quella provocata dal cancro
o dagli incidenti automobilistici.
Gli autori delle violenze restano spesso impuniti,
lasciando le donne prive di qualsiasi possibilità di risarcimento,
tenendo conto inoltre che circa i due terzi degli oltre 800 milioni di
adulti analfabeti sono donne.
Dei 137 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni analfabeti, il 63%
sono donne.
La casistica dei problemi e dei disagi imputati dalle donne al
responsabile comprende: mancanza di comunicazione,
irresponsabilità, violenze e maltrattamenti, che sono voci in
netto aumento. Sono stazionarie le cause legate ad altre relazioni, e
a problemi con la giustizia, mentre sono in diminuzione quelle legate
a problemi sul lavoro.
In molti casi è la comunità di appartenenza a tollerare o favorire
la violenza sulle donne, oppure gli abusi sono commessi in nome
della cultura, della religione o della tradizione.
Ne sono esempi, oltre che le mutilazioni genitali femminili, i
delitti d’onore, le morti legate all’istituto della dote e tutti
gli abusi subiti dalle donne che hanno trasgredito rigidi codici di
comportamento imposti da leggi e consuetudini discriminatorie.
Tuttavia organizzazioni di donne in tutto il mondo hanno alzato
la voce per affermare con forza che la cultura e la tradizione non
possono costituire una giustificazione per la violenza nei loro
confronti, ed è grazie al loro impegno che durante la Conferenza ONU
di Vienna del 1993 è stata approvata una Dichiarazione che
sancisce che i diritti della donna sono «una parte inalienabile,
integrale e indivisibile dei diritti umani universali» e che «nessuna
motivazione di carattere culturale, religioso o collegata alla
tradizione può essere invocata per giustificare la violenza contro le
donne».
Uno studio condotto dall’Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per
la Popolazione) denuncia che la violenza contro donne e ragazze (sono
1,7 miliardi le donne tra i 15 e i 49 anni nel mondo) è «un'epidemia
mondiale, silenziosa e di dimensioni allarmanti. La
discriminazione contro donne e ragazze sottrae allo sviluppo di intere
nazioni il pieno contributo delle capacità individuali di oltre metà
della popolazione».
Passando alla salute femminile, ogni anno muore mezzo milione di donne
per cause quali la gravidanza o il parto. Per ogni donna che muore per
questi motivi, però, altre 20 soffrono di invalidità o malattie, per
una cifra che va dagli 8 ai 20 milioni ogni anno. Si contano 76
milioni di gravidanze indesiderate ogni anno nei soli Paesi in via di
sviluppo. Ogni anno circa 14 milioni di adolescenti fra 15 e 19 anni
diventano madri.
L'Unfpa stima che nei prossimi dieci anni circa 100 milioni di
adolescenti saranno costrette a sposarsi prima dei 18 anni.
Circa la metà delle persone sieropositive sono donne. Una donna su
due ha accesso alla contraccezione (in Africa una su cinque). Il 99%
delle morti delle madri avviene nei Paesi in via di sviluppo.
Tutto questo dovrebbe farci riflettere e sottolineare come sia
possibile che in una società civile, dove i valori della democrazia
vengono continuamente sbandierati dalle forze politiche, esistano
delle realtà come queste appena descritte. Specialmente considerando
che anche nel mondo della politica, in media le donne detengono solo
il 16% dei seggi parlamentari: molti Paesi non hanno mantenuto
l'impegno di eliminare le leggi discriminatorie contro le donne
entro il 2005 come richiesto dalla Conferenza di Pechino del 1995.
Come dire: il potere è maschio. La discriminazione, femmina.
CRONACA IN ROSA
Le primarie, un successo controdi Stefania Trivigno
Com’era già accaduto per le elezioni primarie in Puglia e in
Toscana, anche il 16 ottobre scorso gli elettori di
centrosinistra hanno dimostrato un forte senso di responsabilità di
fronte all’opportunità di scegliere il candidato leader per le
prossime politiche del 2006.
Vince Romano Prodi con il 74,1% di voti, a seguire Bertinotti,
Mastella, Di Pietro, Pecoraro Scanio, Scalfarotto
e Panzino, per un totale di 4.311.149 elettori.
Non sono mancati i commenti del centrodestra. Berlusconi: «Prodi
può vincere le elezioni solo così: facendo votare quelli di sinistra»
e Prodi replica: «Questi voti gli dicono che deve andarsene.
Lavorerò per un vero Ulivo in una grande Unione». Forse lo stesso
Prodi sa che la grande risposta degli italiani può considerarsi più
un voto contro la politica di Berlusconi che a favore del
centrosinistra.
Dato il grande successo delle primarie, verrebbe naturale chiedersi
perché non dare anche agli elettori di centrodestra
l’opportunità di scegliere il proprio leader. Del resto, non
dimentichiamo che lo stesso Follini, ex-segretario dell’UDC,
si è detto favorevole a un’ipotetica messa in discussione
dell’attuale leadership della Casa delle Libertà. Inoltre,
ha anche sostenuto che queste primarie sono state un grande esempio
di democrazia.
Stando alle dichiarazioni del Presidente del Consiglio, però,
la CdL non avrebbe bisogno di ricorrere alle “inutili”
elezioni primarie perché «un leader forte ce l’ha già», ed è
Berlusconi stesso. Dunque, per gli elettori di centrodestra il passo
successivo è rappresentato dalle elezioni politiche del 2006 e lì
– spiega il Cavaliere - «si vedrà che il candidato premier è
anche il leader del partito che ha preso più voti». Peccato che in
quella occasione, la scelta sarà limitata, se non costretta.
La giornata del 16 ottobre, oltre che per il grande trionfo della
democrazia, sarà ricordata, purtroppo, anche per un triste
avvenimento: la mafia ha colpito in uno dei seggi allestiti in
Calabria, la vittima è Francesco Fortugno, vicepresidente
della Regione.
CRONACA IN ROSA
Mrs President di Tiziana Ambrosi
Donne in ruoli chiave della politica? Sì grazie, ma solo per
finzione.
Da tutti riconosciute come fondamentali nel sistema sociale e
politico di un Paese, quando si tratta di passare dalle parole e dai
complimenti ai fatti, questi pensieri si archiviano negli scaffali
impolverati della memoria.
Prova ne è, in Italia, la bocciatura dell’unico emendamento alla
legge elettorale, quello riguardante le cosiddette “quote rosa”.
Certo imporre una percentuale di presenza femminile non è molto
raffinato, ma al momento non sembrano esserci altre soluzioni più
democratiche.
Perfino negli Stati Uniti, faro di democrazia (a torto o a ragione),
mai si è visto un Presidente donna.
Almeno fino ad oggi.
Nome: Mackenzie.
Cognome: Allen.
Il mistero è subito svelato leggendo i sui secondi nome e cognome: Geena
Davis, attrice premio Oscar ed interprete della serie americana
della ABC Commander in Chief (cioè "Comandante in
capo"). La trasmissione, partita da qualche settimana, sta
letteralmente incollando ai teleschermi milioni di americani e, come
ovvio, rappresenta anche un test per verificare quanto gli
americani siano preparati ad avere un presidente donna in un futuro più
o meno immediato.
Così accanto alle Casalinghe Disperate (altro grande successo,
che sta riscuotendo ottimi ascolti anche in Italia) si affianca una
nuova eroina in lotta con un mondo tutto al maschile.
L’idea è indubbiamente originale, ma non si è andati oltre una
certa soglia di rischio: infatti nemmeno nella finzione la
presidentessa riesce ad essere eletta democraticamente, bensì
assume l’incarico, essendo vice, alla morte del presidente, che,
colpo di scena, altri non è che suo marito.
Spinta a rassegnare le proprie dimissioni, per lasciar posto ad un
uomo, un grande e sempre cattivo Donald Sutherland, decide di
mantenere i propri doveri e assumere l’incarico di capo della
superpotenza mondiale, cioè di Commander in chief per
l'appunto.
Ce la farà? Lo si scoprirà nelle prossime puntate (in Italia
dovrebbero andare in onda su RaiUno nella stagione 2006-2007), ma
intanto il dibattito comincia a montare oltreoceano.
Favorevoli ad un presidente donna si dichiarano, come ovvio,
soprattutto i giovani, mentre la fascia d’età dai 65 anni in su è
decisamente contraria.
I conservatori repubblicani vedono nel serial un mega spot elettorale
a favore della senatrice Hillary Clinton, papabile candidata
democratica alle elezioni del 2008.
Chiaramente il pensiero va anche al segretario di Stato Condoleeza
Rice, donna di ferro dell'attuale amministrazione americana.
Entrambe si chiamano fuori dai giochi, ma chissà che nel 2008 ci
possa essere una sfida tutta la femminile e che Commander in
Chief non rimanga solamente una finzione.
FORMAT
Rockpolitik: tra satira e Santoro di Tiziano Gualtieri
«Patetico». E ancora: «Programma politico e orientato».
A tal punto da necessitare, addirittura, «una puntata riparatoria».
Il Re degli Ignoranti ha colpito ancora. Sono bastate alcune
frasi, i riferimenti agli epurati e il faccione finto emozionato di Michele
Santoro, il Principe degli Epurati, per far esplodere la
cagnara attorno all'ennesimo programma di Adriano Celentano.
Rockpolitik, l'appuntamento televisivo più atteso, chiacchierato
e bersagliato dalle polemiche negli ultimi anni, sedeva su una bomba
a orologeria che nessun artificiere avrebbe mai e poi mai potuto o
voluto disinnescare.
Ci ha provato Fabrizio Del Noce, novello Bob Caselli della
situazione, che ha "minacciato" le dimissioni, ottenendo
quale unico risultato l'ennesima figura di personaggio più attaccato
alla poltrona che alla qualità di una rete televisiva. Cosa che
non è sfuggita a un altro epurato speciale, quell'Enzo Biagi che ha
ricordato che nel passato i «grandi direttori, quando non erano
d'accordo, non si sospendevano ma rinunciavano alla poltrona».
La lancetta ormai era puntata e sono bastati davvero pochi
minuti prima di sentire il botto. Ore 21.45, Celentano mostra la classifica
di Freedom of the press sulla libertà di stampa che
vede l'Italia solamente al 77esimo posto, primo Paese europeo solo
parzialmente libero (ma qualcuno dovrebbe spiegarci perché non si
è presa la classifica ufficiale di Reporters sans frontières,
unico organismo deputato a fare un elenco della libertà di stampa nel
mondo, in cui il nostro Paese è in 42esima posizione), quando fa il
suo (trionfale) ingresso Michele Santoro.
Additato - obbiettivamente anche un po' a ragione - «vergognoso
e patetico» dagli esponenti di centrodestra, l'ex
eurodeputato ha fatto leva su tutte le sue capacità per impersonare
il martire dell'informazione sacrificato sull'ara della finta
libertà di stampa. Nei cinque minuti circa di ordinaria follia
televisiva al contrario che si sono susseguiti, si è consumato
l'ennesimo delitto operato da parte di chi, per curare un malato,
somministra una pillola che non fa altro che peggiorare la situazione.
Santoro chiede di riavere il "suo" microfono; non
vuole quello da ospite, ma quello da protagonista, infischiandosene
del fatto che esistano centinaia di giornalisti italiani a spasso,
disoccupati, non famosi ma ugualmente capaci che
meriterebbero - almeno quanto lui - di dimostrare la propria bravura.
Una polemica attesa, quella attorno a Rockpolitik, che -
onestamente, se non fosse così apertamente schierato - sarebbe anche
piacevole.
Pensato e organizzato all'insegna dei più grandi one man shows,
ha un Celentano capace di tenere viva l'attenzione in ogni
momento e che riesce anche a far ridere, al punto che viene da
chiedersi se sotto quelle lenti (Adriano, ti è calata la vista oppure
tra poco tempo un servizio degli "amici" di Striscia ci dirà
che gli occhiali fanno parte della solita e consueta pubblicità
occulta?) ci sia il vero Celentano e non piuttosto Teocoli.
Proprio per questo motivo la cavalcata dell'ovvietà portata
avanti da Santoro dispiace; fino ad allora non aveva stonato nulla,
neppure le frasi dello stesso Celentano: «Hanno tutti paura delle
parole - aveva affermato il cantante-conduttore - oggi si possono dire
solo cose che non danno fastidio a nessuno».
Così, mentre Santoro novello Marat, abbandona il palco al
grido di «viva la fratellanza, l'uguaglianza, la cultura e la libertà»,
il vespaio di polemiche si è già alzato.
Personalmente non so se si tratti di una «vergognosa santoreide
celentanesca» come ha detto qualcuno, oppure di «un nuovo peronismo,
di demagogia post-politica e post-democratica», ma si può dire senza
ombra di dubbio che ci si divertite molto di più ad ascoltare
la satira pungente di Maurizio Crozza e delle sue cover o gli sfottò
a "Silvio" da parte di Antonio Cornacchione.
Perché, molto spesso, è meglio far intedere le cose con il
sorriso stampato in faccia, piuttosto che gridarle con le
lacrime sempre in tasca.
FORMAT Porta a porta o Sexy bar?
di Filippo Bisleri
Il 12 ottobre è certo una data storica: è il giorno della scoperta
dell’America maledetta da Benigni in Non ci resta che piangere,
ma è anche la serata del “seno nudo” da Vespa.
Una gagliarda quarta che la signora Giada Guazzini, una
volontaria aspirante ad un intervento di chirurgia estetica per
ridurre il seno di una misura (mastoplastica riduttiva), ha mostrato
all’italico pubblico che, orfano delle repliche satellitari di Colpo
grosso, ha trovato in Bruno Vespa un apostolo del Sexy
bar.
Il giornalista ha dedicato Porta a porta del 12 ottobre alla
chirurgia estetica con un medico del campo e un’aspirante paziente.
Che vorrebbe concedersi un ritocchino al seno in controtendenza,
rendendolo meno prosperoso.
Surreale la scena dello specialista che cerca la penna e poi
tocca i seni della Guazzini per mostrare come interverrebbe. Con Giada
che cala il suo vestiario e mostra all’italico maschio la sua quarta
burrosa e le mutandine di pizzo: una mise che non era certo necessaria
all'approfondimento, ma intrigante sì, come rivelava la mimica di
Bruno Vespa.
Il tutto a chiosa di una puntata incentrata sull'argomento
prostituzione.
E così, dopo i succinti abiti delle prostitute, ecco il seno nudo
della volontaria della chirurgia estetica. Che si traduce in un nuovo autogol
della tv di Stato che è sempre meno informativa e sempre più
“formativa”, visto che Giada Guazzini, a precisa domanda di Vespa,
risponde di essere pronta ad entrare in sala operatoria per la
mastoplastica riduttiva.
Senza entrare nel merito dell’utilità della chirurgia estetica,
stupisce come un programma della tv di Stato, seppure con un format di
proprietà dello stesso Vespa, abbia potuto mandare in onda il palpeggiamento
di un seno nudo. Non si vuole qui fare del moralismo o della
censura (il tempo delle eresie e dei roghi è, fortunatamente,
archiviato), ma crediamo si potesse arrivare allo stesso risultato
senza scadere nello squallore.
Le donne sono molto di più che due “tette” mostrate al vento come
se si fosse la Fenech delle commedie con Vitali e Montagnani. Si
poteva affrontare l'argomento come fecero qualche tempo fa Elsa Di Gati e Corrado Tedeschi a Cominciamo
bene quando ospitarono Roy De Vita, il chirurgo estetico compagno
di Nancy Brilli. Anche allora c’era una donna intenzionata a ridurre
il seno e De Vita spiegò come si sarebbe dovuto intervenire senza
spogliare lei, né qualche "volontaria". Insomma, per Vespa
un nuovo autogol sul quale meditare…dopo quello fatto augurando a
Lapo Elkann di rimettersi in pista.
FORMAT Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i –
di Filippo Bisleri
Le ultime performance ci hanno convinto e così assegniamo a Lia (che sta per Amelia) Capizzi, unica
voce femminile nel panorama dei commentatori delle dirette della partite di
serie A su Sky, il primo posto del nostro podio. Se lo merita, questa
brillante giornalista, il più ambito dei premi italici: il gradino più alto
del podio della classifica settimanale di Telegiornaliste.com. Partita
con capelli castani e poi passata al color mogano, la nostra Lia è oggi una
bionda tutto pepe di grande competenza e professionalità. Ottima
giornalista. “8.5”.
Resta sul podio, anche se scende di un gradino, Laura Cannavò. Ottima conduttrice
del mattino, la Cannavò offre anche servizi egregi sul campo. Con
domande mai scontate e servizi articolati e documentati. Crediamo sia una delle
migliori frecce all’arco del direttore del Tg5 Carlo Rossella, una buona
eredità consegnatagli da Enrico
Mentana. Brava. “7.5”.
Spazio sul podio anche per Pino Scaccia, che, dalle terre tormentate da guerre o
terremoti, continua ad offrire servizi di altissimo livello. A conferma
che l’amico di Telegiornaliste.com è un vero giornalista con la
“G” maiuscola, un professionista serio e preparato che può insegnare
segreti del mestiere anche solo con un servizio. Da seguire sempre come un guru.
“7”.
Gradino più basso del contropodio per Marica
Morelli. Non ci siamo proprio: un pesce fuor d’acqua a Buona domenica,
presenza quasi coreografica a Tutte le mattine. Le ripetiamo: sarebbe
stato meglio restare da leader all’interno di Omnibus rispetto alle
comparsate nei programmi targati Costanzo? Le manca solo C’è posta per te….
Bocciata con un “4+”.
«Non credo di fare una televisione trash, faccio la televisione che la gente
vuole». Con questa dichiarazione all’Antipatico condotto da Maurizio
Belpietro, Aldo Biscardi ha conquistato il secondo gradino del
contropodio. Ogni altro commento ci sembra superfluo…sarebbe non uno sguuub ma
un’ulteriore offesa al buon gusto e all’intelligenza dell’italico popolo.
Rimandato con un “5-”.
Questa volta gli assegniamo il gradino più alto del contropodio. Parliamo di Sandro
Piccinini che nelle ultime puntate di Controcampo sembra aver perso
il mordente delle prime annate. Sarà l’annunciato addio al programma a
fine stagione, sarà la stagione calcistica poco aperta alle sorprese, sarà la
mancanza della Canalis, ma a noi questo Piccinini non piace. Lo rimandiamo per
la fiducia che nutriamo in lui, ma non possiamo andare oltre il “6-“.
TELEGIORNALISTI Giuseppe Brindisi, uno Verissimo di Filippo
Bisleri
Giuseppe Brindisi, giornalista professionista, nato a Modugno, in
provincia di Bari, il 7 giugno del 1962, è oggi, insieme a
Benedetta Corbi, alla guida di Verissimo, il
rotocalco quotidiano per anni condotto da Cristina
Parodi e per il quale il direttore del Tg5 Carlo Rossella ha
auspicato, presso l’editore, la conduzione in coppia tanto di moda.
Giuseppe Brindisi è un bravo giornalista che, dopo un passato
come giornalista sportivo, è approdato alla conduzione di Studio
Aperto. È sposato con Annamaria, una collega giornalista, ed è
appassionatissimo di tecnologia e animali. Ha quattro cani, di cui due
bulldog inglesi che letteralmente adora.
La carriera di giornalista di Giuseppe Brindisi inizia come
corrispondente dalla Puglia per la redazione sportiva di Mediaset. Un
ruolo che gli fa conquistare tante simpatie tra i telespettatori grazie
al suo stile estremamente colloquiale e pacato di fornire
informazioni sulle vicende della gare di Bari, Lecce e delle altre
formazioni pugliesi.
Ma Brindisi non si è limitato al solo calcio tanto che i colleghi della
redazione sportiva di Mediaset ancora oggi ne parlano come uno dei
giornalisti più preparati in varie discipline sportive.
Il bello è che di Brindisi parlano bene, professionalmente, tutti i
colleghi di Mediaset. Difficile trovare chi gli muova un qualche
appunto. Anche perché, fin dal 1991, dopo la stagione da
corrispondente, il nostro Brindisi approda a Milano iniziando una nuova
avventura come conduttore di Studio Sport, dove resta per un
biennio. Nel 1993 avviene il passaggio a Studio Aperto, dove
viene nominato capo della redazione romana e resta per diversi anni.
Nel 2001 è quindi Enrico “Chicco-mitraglietta” Mentana a chiamarlo
nella sua squadra al Tg5 per fargli assumere il ruolo di capo della
redazione multimediale. «Questo – spiegò Mentanta all’epoca
– perché Giuseppe è un bravo giornalista ed è un esperto di
tecnologie, la persona ideale per occuparsi di informazione con mezzi
multimediali». Nel 2003 Brindisi conduce l'edizione della notte del Tg5
e, nel 2004, viene “promosso” a quella delle 13.00.
È dell’ultima estate la sua “investitura” in casa Verissimo.
E, anche in questa nuova avventura, Brindisi conferma il suo
indiscutibile stile giornalistico ribadendo che chi fa la gavetta del
giornalismo arriva al grande pubblico preparato e in grado di “bucare
lo schermo” attirando l’attenzione dei telespettatori ) come se
fosse da sempre uno di famiglia. Anche se nei corridoi di Mediaset si
rimarca il suo fascino sulle telespettatrici.
VADEMECUM Speciale
L'esperto risponde
In considerazione del notevole numero di lettere pervenute in
redazione, questa settimana sospendiamo la rubrica a cura di Filippo
Bisleri per dare spazio alle risposte ai lettori.
Rocco da Benevento ci scrive:
Volevo sapere alcune cose: scrivo per un quotidiano economico della
Campania. Sto facendo la pratica per diventare pubblicista. Oltre ad
avere, se possibile, i dettagli sulla modalità della pratica, vorrei
chiedere quanto potenzialmente posso ricevere come stipendio per la
corrispondenza da Benevento.
Risponde Filippo Bisleri:
Caro Rocco, ho volutamente omesso il riferimento al tuo blog per
lasciare le domande giornalistiche. Ti correggo sui termini. Non si fa
la pratica per fare il pubblicista, si vive un biennio regolarmente
retribuito per poter accedere all'Elenco pubblicisti dell'Ordine
dei giornalisti. Chiedi le modalità e sono semplici: collaborare con
una o più testate per 24 mesi (anche non continuativi ma senza
interruzioni di più di 2 mesi) ed essere regolarmente retribuiti per
un numero di articoli che variano da Ordine regionale ad Ordine
regionale, e che non mutano a seconda della periodicità della
pubblicazione o del media con cui si collabora.
Lo stipendio per la corrispondenza? Se contrattualizzato come articolo
12 esiste un minimo sindacale diverso per il contratto Fnsi e quello
Aer-Anti-Corallo (ne parleremo più avanti sul Vademecum). Senza
contratto il pagamento è regolato dal tariffario nazionale deliberato
alla fine di ogni anno solare e che differenzia in corrispondenze con
inchieste, articoli, notizie. Se hai altri dubbi l'esperto è a
disposizione. Ciao.
Un anonimo ci scrive:
Ho una curiosità: come iniziare a scrivere sulla carta stampata.
Risponde Filippo Bisleri:
Scrivi ad una redazione inviando il curriculum vitae o presentati di
persona. E parti da giornali piccoli, non puntare subito al Corsera
o a Repubblica. Potresti provare anche l'online con Telegiornaliste.com.
Contatta la segreteria del magazine. In bocca al lupo.
Marina ci scrive:
Salve, ho appena iniziato a scrivere per la redazione locale di una
testata giornalistica regionale, iniziando quasi per caso. Ma sto
pensando d’intraprendere seriamente questa professione, che mi
appassiona più di ogni altra. Vorrei però continuare a scrivere per
questa redazione, che tra l’altro non è quella della mia città, ma
cercando di tenermi al di fuori di essa, cioè scrivendo in modo non
continuativo, come free-lance. (E questo sia per motivi logistici: non
posso risiedere lì 7 giorni su 7; sia per il mio desiderio di
libertà).
Mano a mano, infatti, vorrei iniziare a proporre i miei articoli a
testate di livello nazionale.
Lo posso fare o devo necessariamente essere una pubblicista e quindi
fare gavetta dentro una sola testata per due anni? E in questo caso
avrebbero validità i due anni anche se scrivessi per più redazioni
locali all’interno della stessa testata?
Vi prego di liberarmi da questa confusione.
Risponde Filippo Bisleri:
Con piacere vedo che ti sei innamorata dell'arte e della professione
giornalistica. Un amore difficile da vivere come tutti gli amori, ma
che ha i suoi aspetti gratificanti. Ti sconsiglio, almeno nella
fase di partenza, dallo stare al di fuori della redazione:
contratti e contatti si acquiscono più facilmente in redazione...
Quando riterrai di avere sufficiente autonomia potrai operare come free-lance
badando ai costi e alla carenza di sicurezza della
condizione appena citata. Quanto al biennio di lavoro per iscriversi
all'Ordine dei giornalisti nell'Elenco pubblicisti: si può
collaborare anche con mille testate in contemporanea, l'importante è
poi avere pezzi o registrazioni di servizi audio e video sufficienti
all'iscrizione, le dichiarazioni firmate da tutti i direttori
responsabili che attestano i periodi di collaborazione e i pagamenti.
Soddisfatta Marina? In caso negativo riscrivimi.
Claudia ci scrive:
Salve, sono una ragazza di 19 anni, ho appena raggiunto la maturità
classica e mi sono inscritta alla facoltà di Filosofia di Bologna,
con la speranza che questo corso di studi mi dia una preparazione
abbastanza solida per entrare poi nel mondo del giornalismo.
Sono consapevole della difficoltà che si incontra per entrare in
questo settore, dello "sfruttamento" cui sono sottoposti i
giovani aspiranti da parte di alcuni (spero pochi) caporedattori che
si approfittano del fatto che non abbiamo ancora una posizione tale
da riuscire a far valere i nostri diritti (compreso quello di essere
pagati).
Nonostante tutto sono disposta a lavorare sodo, sapendo che la
ricompensa più grande consiste in fondo nell'imparare...
Prima di intraprendere questo viaggio vorrei, se possibile,
avere dei consigli:
secondo lei il corso di studi che ho scelto è indicato per la
professione cui aspiro?
In che direzione dovrebbe muoversi una giovane come me nel mondo
extrauniversitario?
E' davvero così difficile come dicono diventare oggi una giornalista?
Risponde Filippo Bisleri:
Cara Claudia, prima di tutto grazie per avermi scritto e grazie per la
fedeltà con cui segui Telegiornaliste.com. Il corso di filosofia
è adattissimo alla professione giornalistica e potrà essere
integrato con una laurea breve in Lettere o Scienze politiche. Mi
chiedi in quale direzione muoverti in ambito extrauniversitario: io
comincerei a bussare alla porta di qualche redazione, magari anche a
quella di Telegiornaliste.com e di cominciare a farti le ossa
anche con collaborazioni gratuite. Non badare subito al compenso: chi
lo fa non diventerà mai giornalista.
Oggi diventare giornalista non è facile, ma nemmeno impossibile.
Sembri determinata a diventarlo. Contatta il direttore di Telegiornaliste.com,
Silvia Grassetti, e proponiti per collaborare. La palestra dell'online
oggi è più che mai importante.
Ci scrive Stefano Todde di Quartu Sant'Elena:
Gent.mo Sig. Bisleri mi chiamo Stefano Todde ho 30 anni e vivo a
Quartu S. Elena; mi farebbe piacere apprendere la strada da percorrere
per poter accedere alla categoria giornalistica nella fattispecie la
divisione scientifica e/o naturalistica; qui di seguito le mostro il
mio profilo didattico per rendere più chiara la mia posizione
(omissis).
Risponde Filippo Bisleri:
Un consiglio semplice: invia il tuo curriculum vitae ai giornali
puntando su quelli del settore scientifico. È un settore in
crescita, ma devi anche ipotizzare un trasferimento a Milano o Roma.
Considera anche i canali satellitari e le tv locali. In bocca al lupo.
Barbara da Milano ci chiede:
Anche i giornalisti pubblicisti devono superare l'esame?
Risponde Filippo Bisleri:
Allo stato attuale, i pubblicisti si iscrivono disponendo della
licenza media (se non la si ha si deve superare un test con una
commissione interna all'Ordine regionale di residenza), degli articoli
o dei videotape minimi previsti dall'Ordine regionale di riferimento,
dalla o dalle attestazioni dei direttori con cui si è collaborato nei
24 mesi di formazione e le ricevute dei compensi. L'esame di Stato
serve ad ottenere la qualifica di professionista e non può essere
sostenuto prima di aver compiuto i 21 anni.
Francesca di Aversa ci scrive:
Collaboro da 8 mesi con un quotidiano locale e ho superato di gran
lunga gli 80 articoli pubblicati. Devo aspettare obbligatoriamente che
passino 2 anni dal primo articolo per inoltrare la domanda, per
l'iscrizione all'albo dei giornalisti pubblicisti?
Risponde Filippo Bisleri:
Sì, il periodo previsto è di 24 mesi. Con attestazioni di pagamenti
che riguardino il periodo tra il primo e il 24° mese.
Francesco ci scrive:
Da come ho letto qua è là i pezzi giornalistici minimi da
scrivere durante il periodo di praticante variano da regione a
regione. Come mai?
Risponde Filippo Bisleri:
Se per periodo di praticante intendi quello da pubblicista non si
tratta di un praticantato, ma di un biennio formativo volto ad
appurare l'idoneità del soggetto all'iscrizione all'Ordine. Il numero
varia in considerazione di decisioni che annualmente vengono
decise a livello di Ordine nazionale e di Ordine regionale
valutando parametri precisi come il numero di testate, le nuove
pubblicazioni e anche gli esuberi redazionali.
Monica da Roma ci scrive:
Posso scrivere in un giornale a distribuzione gratuita e il cui direttore non è giornalista, per far sì che gli articoli pubblicati
in tale giornale siano valevoli per l'iscrizione all'Albo dei
Pubblicisti?
Risponde Filippo Bisleri:
No, perchè per iscriverti all'Ordine devi avere l'attestazione di
collaborazione firmata dal direttore che deve essere un
giornalista. Altrimenti la domanda di iscrizione verrà rifiutata
e il rifiuto notificato tramite carabinieri al domicilio.
Alfredo da Palermo ci chiede:
Sono un aspirante giornalista di 30 anni, da due collaboro con
diverse testate giornalistiche ma fino ad oggi non vengo retribuito,
per cui mi chiedevo se posso iscrivermi ugualmente all'ordine dei
pubblicisti. Grazie infinite.
Risponde Filippo Bisleri:
Caro Alfredo, la risposta è no. I pagamenti sono la condizione
sine qua non per accedere all'Albo. Ti consiglio di rivolgerti
alla sede regionale dell'Ordine dei giornalisti sottoponendo il tuo
caso. Potrebbero aprirsi anche le porte per un praticantato
d'ufficio e dunque dell'Elenco dei professionisti.
EDITORIALE
Notizie false e tendenziose di Tiziano
Gualtieri
Per anni ce l'hanno menata dicendo che in Italia non si leggono
i quotidiani, che gli italiani sono gente a cui non interessano le notizie,
un popolo appiccicato alla televisione.
Niente di più più falso. A smontare tutte queste dicerie ci ha pensato
- ed era ora - l'Eures che ha voluto capirci di più. Impossibile
paragonare gli italiani a una mandria di pecoroni pronti a seguire
questa o quella idea senza essersene fatta una propria.
Ebbene, da questo studio che ha tolto il sonno a molti
"benpensanti", emerge un dato assolutamente fuori da ogni aspettativa:
l'83,2% legge un quotidiano a settimana, ma ben uno su due afferma di
leggere regolarmente un giornale.
Va bene, non è specificato quale tipo di testata o il settore, ma il dato è
davvero confortante visto che si discosta - e di molto, ovviamente in
positivo - di ben venti punti percentuali da quanto rilevato dall'Istat.
A parziale, ma neanche tanto, discolpa di uno dei maggiori istituti di
statistica - che, però, periodicamente "toppa" - il fatto che il
campione analizzato fosse di un grado di scolarizzazione meno elevato rispetto a
quello dell'Eures.
A parte il fatto che non credo che uno legga il giornale solo se è laureato,
anche se ogni tanto i testi giornalistici (magari anche il mio, ora) sono più
che contorti, penso anche sia errato pensare che gli italiani siano tutti mezzi
analfabeti. Almeno nelle statistiche.
Italia territorio deigli ignorantoni? Ma nemmeno per idea. Dallo studio
emerge che uno su tre ha dichiarato di leggere almeno un quotidiano tutti
i giorni, mentre solo il 4% degli intervistati ha ammesso di non leggerli
mai.
Possiamo certo dire si tratti di un dato di tutto rispetto, se si considera
anche il momento di crisi che, ahimé, sta investendo il settore
dell'informazione.
È evidente che non può che fare piacere, comunque, poter affermare che gli
italiani cercano ancora informazione. Una cosa assolutamente positiva
rimarcata anche dal fatto che non ci si accontenta più di leggere il singolo
giornale. Oltre a sfogliare le pagine della testata a cui più è legato,
l'italiano sembra non accontentarsi e va a cercare un confronto.
Un italiano su due, infatti, segue anche le rassegne stampa televisive
o radiofoniche. Ecco, qui sì che torna in auge la tv, ma mi sembra davvero
troppo accusare gli italiani di essere legati al piccolo schermo a discapito
della carta stampata.
Infine, sempre dallo studio Eures, emerge che i giornalisti debbono ricordarsi
del peso che hanno sulle coscienze italiche. Il 40% degli
intervistati, infatti, ammette di essere condizionato sulle opinioni, in
particolare quelle riguardanti le idee politiche.
Attenzione dunque, cari colleghi, perché il quarto potere non si
chiama così per caso.
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