Archivio
Telegiornaliste N. 26 del 7
novembre 2005
Un mestiere a colori
di Silvia Grassetti
Essere giornalisti coincide spesso con la capacità di
riconoscere tutti i colori della cronaca, come ha sempre
dimostrato di saper fare L'antipatico Belpietro:
dal fiocco rosa in casa della reale ex telegiornalista di
Spagna, alla Notte Bianca di Napoli, al colore della
pelle che troppo spesso è causa di poca tolleranza fra le
persone, agli episodi di cronaca, se non nera, quantomeno
grigioscura.
Il rosa delle donne che fanno notizia domina il Monitor della
settimana, con le interviste a Lia Capizzi e Jana Gagliardi,
e la bella prova di una Monica Vanali finalmente
orfana (anche se per troppo poco) del Bonolis nazionale. Ampio
spazio, nel bene e nel male, anche al rosa e
all’abbigliamento "tappezzeria" nella nostra
ormai famigerata rubrica sulle performance dei mezzobusti
italiani.
In Vademecum il nostro esperto ci illustra la Legge sugli
uffici stampa delle amministrazioni pubbliche e riceve i
complimenti di una lettrice affezionata.
Ricordiamo infine, a trent'anni dall'assassinio, la figura di
Pier Paolo Pasolini, un intellettuale che ha ancora molto da
insegnare, talvolta pure a chi fa informazione.
MONITOR
Lia Capizzi, la prima telecronista di Filippo Bisleri
Una giornalista sportiva e, dal 9 gennaio 2005, data storica per la tv
italiana, la prima commentatrice di partite di calcio di
serie A in Italia. Stiamo parlando di Lia
(Amelia) Capizzi, frizzante e brava telegiornalista di casa Sky
che vive di sport, per lavoro e per hobby, e quindi è più
“preparata” sulle materie che affronta e racconta ai
telespettatori.
Lia, come hai scelto di fare la giornalista?
«Fin da piccola – racconta la Capizzi - avevo due sogni: diventare
ingegnere o fare la giornalista. Proprio durante il mio primo anno di
Università (la facoltà di Ingegneria a Padova), per caso un amico mi
propone di fare un provino radiofonico. Inizio così a curare
programmi musicali, infarcendoli di notizie sportive. Era il 1991, da
lì inizia tutto. Per quattro anni concilio le due attività, di notte
lo studio, di giorno la radio…difficile che possa durare! Arriva il
momento in cui (1994) mi trovo davanti al vero bivio…e, con mille
sensi di colpa e nottate in bianco, scelgo la via più
incerta… chiamata a Milano decido di trasferirmi, lasciando così la
facoltà di Ingegneria - un abbandono che rimane ancora un mio cruccio».
Sei una giornalista che arriva dallo sport e la prima telecronista
sportiva di un match di serie A per Sky. Ricordaci data ed emozioni...
«Quando la prima telecronaca? – sorride.
Data difficile da dimenticare: 9 gennaio 2005, Messina-Brescia. Da
molto tempo il condirettore di SkySport Massimo Corcione
insisteva per “buttarmi nella mischia” ed ogni volta trovava un
mio rifiuto. Quella famosa domenica, invece, approfittando di
un’emergenza, mi ha messo di fronte all’impossibilità di dire
“no”. Agitazione, tanta, gola secca…e per me che lavoro con la
voce da anni è stata un’emozione. Da lì, una volta rotto il
ghiaccio, ho continuato a fare Diretta-Gol. Piano piano, con
tanto studio, si migliora…».
Sei una giornalista sportiva. Cosa pensi del luogo comune che vuole
i giornalisti sportivi meno preparati dei loro colleghi?
«Ecco, appunto, è un luogo comune che sento da una vita e che non
cambierà mai – risponde. Sono partita e…arrivo dallo sport. Nella
mia carriera mi sono servite molto le esperienze di cronaca (locale e
giudiziaria), spettacolo. Le considero una gran bella palestra ma…
ho sempre voluto occuparmi di sport. Una scelta che ho dovuto
difendere con i denti dall’insistenza di quanti mi proponevano altre
redazioni. Le famose frasi “ma non ti senti sprecata per lo
sport?", o ”Ma come, ti propongo di occuparti di politica, per
il tuo futuro, e vuoi continuare a fare la testona con lo sport?”.
Da vera testona ho sempre voluto dare retta al mio cuore… di
sportiva».
Sei una sportiva con molti interessi. Esistono sport minori? Nella
tua carriera hai incontrato diversi personaggi. Chi ti ha colpito di
più?
«La definizione “sport minore” mi infastidisce – replica Lia -
e per questo cerco di limitarla. Sembrerà retorico e banale ma ogni
disciplina ha la sua importanza e bellezza, per chi la pratica o
semplicemente la segue da appassionato. Preferisco chiamarli “sport
vari”. È vero, li amo e li seguo quasi tutti. Dall’atletica al
nuoto, fino al rugby. Regole diverse ma lo stesso principio, quello
dell’agonismo, della voglia di vincere e delle emozioni che
trasmettono. Non ho un campione preferito, ti posso dire che, tra le
tante interviste del passato, ricordo la personalità di un grande del
motomondiale come Mike Doohan: davanti ad un microfono mi raccontò
come, per questione di minuti, e solo grazie all’intervento del
dottor Costa, non gli fu amputata la gamba dopo un incidente in pista.
Tornando invece al calcio, continua a colpirmi Alessandro Del Piero,
il suo essere campione fuori e dentro il campo. Mai una polemica o la
voce grossa, anche quando avrebbe avuto potuto farlo».
Hai un modello di telegiornalista?
«No, nessun modello», è la pronta risposta.
«Guardo, ascolto tutti e tutte, ma senza spirito di emulazione.
Ognuno di noi ha una sua storia personale e professionale diversa, ed
è la personalità che fa la differenza. Ammiro le colleghe brave ma
soprattutto spontanee e non costruite».
Come giornalista hai un sogno nel cassetto?
«Certo che ce l’ho – sorride la brava collega -, ma…posso
tenerlo chiuso chiuso nel cassetto? Che sogno sarebbe altrimenti, eh?».
È possibile coniugare, per una donna, il lavoro di giornalista e
quello degli affetti e della famiglia?
«Il nostro è un lavoro particolare – ricorda Lia Capizzi -, con
orari che richiedono un minimo d’elasticità, qualche sacrificio di
troppo…nel mio caso i week-end liberi si contano a malapena negli
ultimi 10 anni, ho le vacanze come quelle dei calciatori, ed in più
conducendo il tg di SkySport in diretta a mezzanotte finisco di
lavorare molto tardi. Non mi lamento, non rimpiango nulla, è stata ed
è una mia scelta. D’accordo, non è facile, ma il tempo per affetti
e famiglia si trova. Anche da giornalista, eccome. Se si vuole».
MONITOR
In diretta dal delirio: intervista a Jana Gagliardi di Tiziano Gualtieri
Siamo abituati a pensare che i luoghi caldi per i giornalisti
siano quelli dove i kamikaze si fanno saltare per aria, dove le
granate centrano gli alberghi, o i militari ti inquadrano nel mirino,
ma, in realtà, anche lontani migliaia di chilometri da quelle zone,
devi stare sempre attento a cosa accade alle tue spalle.
Sì, perché ti può capitare di venire inviato a raccontare una manifestazione
che d'improvviso si trasforma in una giornata di ordinaria follia.
Follia, sia perché in un Paese civile non dovrebbe accadere che dei
manifestanti si trasformino in delinquenti, sia perché non è
concepibile che a chi è deputato a far vedere le cose come sono, sia
impedito di lavorare.
L'ultima protagonista, suo malgrado, di questa antipatica situazione
è la giornalista della redazione politica romana di Sky Jana
Gagliardi. «Ero lì per caso, anzi mi stavo quasi lamentando
perché dalla mia postazione c'era davvero poco da raccontare, quando
d'improvviso è successo di tutto». È tardo pomeriggio davanti a
Montecitorio, circa 400 studenti stanno concentrando le loro
forze per protestare contro la riforma Moratti, quando partono
le cariche della polizia.
Jana ancora non lo sa, ma sta per diventare protagonista di un
pomeriggio che i suoi colleghi giornalisti ricorderanno a lungo. «Quello
che non è stato detto - ci racconta la giornalista di Sky - è che si
trattava di una manifestazione non autorizzata e quindi
"sorvegliata" speciale. Poi i ragazzi si sono avvicinati
troppo alle transenne, causa scatenante le cariche dei poliziotti».
La postazione da cui Jana fa i collegamenti in diretta è a soli tre
metri da lì, la giornalista chiede al suo operatore di inquadrare le
cariche, che vengono mandate in diretta. Tutto sembra sotto controllo,
ma come detto, l'imprevisto è sempre dietro l'angolo. Forse qualche
frase di Jana non piace ai ragazzotti che la stanno ascoltando
asserragliati davanti a Montecitorio: «Erano tanti giovani, molti no
global, e hanno iniziato - senza motivo - a inveire contro di noi»;
mentre racconta, la voce di Jana è decisa nel ripercorrere quegli
istanti. «Si trattava di giovani sicuramente non lucidi, alterati,
dall'animo caldo. Ci hanno accusato di non voler fare vedere gli
scontri (andati, invece, in diretta su Sky Tg24, ndr)».
Poi arriva l'accusa peggiore per un giornalista: il comitato d'ascolto
spontaneo, creatosi alle spalle della giornalista per controllare che
venissero dette le cose "giuste", sentenzia che Sky non sta
facendo informazione, e parte della rabbia contro la Moratti viene
indirizzata verso Jana.
Jana, a mente fredda, ammette la sua mancanza di esperienza in
situazioni del genere: il fatto che ha davanti (anzi, dietro)
ragazzotti più giovani di lei - confessa - la fa sentire protetta,
non misura le parole e si lascia trascinare un po' nel nervosismo
generale. «Ho pensato che mi trovavo davanti alla telecamera e che
quindi non mi avrebbero mai menata, poi comunque se devi prenderle, le
prendi ugualmente». Per fortuna nessuno alza le mani su di lei, ma si
levano i cori «buffoni, servi di Berlusconi, servi del potere». Una
frangia di "studenti" prende di mira anche il pulmino di Sky,
che si trova a decine di metri dal punto caldo, lo scuote.
«Volevano dicessi che erano stati caricati mentre passavano di lì
per caso, che i poliziotti erano cattivi, senza neppure considerare il
fatto che era tutto il giorno che dicevo come avessero tentato in modo
pacifico di sfondare il cordone per entrare a Montecitorio». Nel
racconto esce l'orgoglio di Jana che, seppur ko per un principio di
influenza, tiene a ribadire la sua professionalità: «io non sono una
di quelle che si abbassa a dire quello che vogliono gli altri o quello
che viene scelto da un comitato d'ascolto che controlla come stai
lavorando».
Alla fine, bersagliata da insulti, grida, spintoni
e getti d'acqua, per Jana diventa impossibile lavorare; del
resto la "delegazione" che è andata a trovare i colleghi
sul pulmino stacca i cavi delle luci pochi secondi prima che la stessa
Jana chiuda il collegamento.
Una grande occasione persa per i manifestanti per dimostrare di
saper sostenere le proprie idee senza cadere nella violenza,
anche psicologica.
Come tutti, anche Jana ha rivisto le immagini che - almeno per un
giorno - l'hanno fatta balzare agli onori della cronaca: «Non sono
pentita di quello che ho fatto. Io cerco di fare cronaca in maniera
distaccata, non faccio informazione partigiana e racconto quello che
ho visto, cioè ordinaria guerriglia urbana messa in atto da presunti
studenti a cui la polizia ha risposto con delle cariche».
Jana al telefono si sfoga un po' e si apre. Si lamenta del fatto che,
ultimamente, i giornalisti si siano abituati a raccontare di
manifestazioni in cui partecipano studenti bravi e belli, senza colpe:
«non dobbiamo appiattirci al pensiero che ad essere caricati siano
sempre giovani poverini indifesi», cortei che poi sfociano in
violenze operate da agenti senza scrupoli che lasciano sul selciato
feriti. «In quel contesto ne avrò contati forse cinque».
La giornalista di Sky si rammarica solo di una cosa: di quella frase,
infelice, pronunciata in diretta che non ha fatto altro che esasperare
ancora di più gli animi. «Mentre facevo notare che si stava votando
sulla metodologia per le assunzioni dei ricercatori all'Università
senza entrare nel merito delle proteste degli studenti, mi è scappata
la frase "Non sanno neppure contro cosa stanno
manifestando". Un bravo giornalista - forse - non si sarebbe
lasciato prendere dalla situazione. A me, purtroppo un po' è successo».
MONITOR
Benvenuta Leonor di Fiorella Cherubini
Fiocco rosa e tanta gioia per i reali di Spagna: all’01.46 dello
scorso 31 ottobre, alla Ruber – clinica privata della capitale
spagnola - la principessa delle Asturie Letizia Ortis, ex
telegiornalista e moglie di Felipe di Borbone, ha dato alla luce la
piccola Leonor.
A rendere pubblica la notizia è stato proprio il neopapà Felipe,
che, evidentemente emozionato, si è rivolto ai giornalisti con queste
parole: «E’ la cosa più bella che possa capitare nella vita, è
qualcosa di eccezionale. Siamo felici e raggianti».
Le immancabili malelingue, ridondanti nei mesi scorsi in
Spagna, secondo cui doña Letizia si sarebbe sottoposta
all’inseminazione artificiale per garantirsi la successione di un
erede maschio, sono state smentite dall’arrivo della piccola
Leonor, che, cogliendo tutto il mondo di sorpresa, si è presentata
con due settimane di anticipo sulla data prevista.
La figlia di Felipe e Letizia è stata insignita del titolo di Infanta,
Principessa delle Asturie, di Viana e Gerona e potrà succedere a suo
padre, una volta divenuto re, solo se resterà figlia unica o avrà
sorelle: finché l'attuale Costituzione spagnola non sarà riformata,
un eventuale figlio maschio avrebbe diritto al trono al posto suo.
Il lieto evento ha dunque riaperto il dibattito circa la necessità di
riformare la Magna Charta spagnola allo scopo di equiparare
i diritti di maschi e femmine in materia di successione.
Il principe Felipe ha infatti sostenuto che «la logica dei tempi»
vuole che sarà la sua primogenita a succedergli sul trono di Spagna
equesta prospettiva di riforma costituzionale ha incontrato il benestare
del premier Rodriguez Zapatero che, venuto a conoscenza della
nascita di Leonor,
ha anche espresso i migliori auguri alla coppia.
E agli auguri del premier, seguono i nostri.
MONITOR
Vanali al timone e Serie A funziona
di Filippo Bisleri
Il noto critico televisivo del Corriere della Sera, Aldo Grasso,
l’aveva segnalato già qualche settimana fa. Precisamente
all’indomani dell’avvio di Serie A sotto la conduzione di
Paolo Bonolis. La tesi di Aldo Grasso è presto detta: visto anche il
successo di Pupo con Affari tuoi, il vero pacco della
stagione l’aveva tirato la Rai a Mediaset scaricandole il
principesco contratto di “Mister vecchio conio”.
Domenica 30 ottobre, complice un’indisposizione di “tira-pacchi”
Bonolis, Serie A è stata affidata alla conduzione della brava
e professionale - non neghiamo anche molto bella - Monica
Vanali.
Il risultato? Una trasmissione più coinvolgente, più
agevole e decisamente più giornalistica nei tempi. Con il
vantaggio, per gli appassionati di sport, di poter godere dell’amato
prodotto senza doversi sciroppare le prosopopee istrioniche di
Bonolis, vedendo relegate in un angolino le emozioni della
domenica calcistica tanto pagate dalle reti del biscione per avere
un’esclusiva costantemente violata da “mamma Rai” attraverso
Simona Ventura.
La puntata di Serie A condotta da Monica Vanali ha mostrato più
verve, più dinamicità e palesato il fatto che, con risorse
interne, Mediaset poteva approntare un bel programma di sport
alternativo allo storico 90° minuto senza dover ricorrere ad
un uomo immagine esterno. La conduzione di Monica Vanali, sempre di
grande livello professionale, ha amalgamato in modo perfetto
tutti gli elementi del programma e dato visibilità a tutti, mentre
con Bonolis in studio le luci della ribalta restano puntate sul solo
“tira-pacchi” milionario (miliardario in caso di vecchio conio).
Monica Vanali ha dimostrato che Mediaset (anche ora che deve
fare a meno di un pezzo forte della sua redazione come Beatrice
Ghezzi che diventerà mamma in novembre) ha un parco di giornalisti
sportivi di primo livello. Bonolis, forse, non serviva, e sembra
quasi il “freno” che non fa viaggiare e apprezzare Serie A,
come dimostrano le voci dei giorni scorsi: dopo una settimana di voci,
di “rumors”, di smentite, di anticipazioni della sempre informata
(sul giornalismo sportivo in tv) Gabriella Mancini della Gazzetta
dello sport, Bonolis ha infatti rifilato il suo “pacco” al
pubblico.
Non lascerà Serie A, ma trasferirà la location del programma
a Roma. A Monica Vanali ha chiesto di seguirlo, asserendo di essere
sempre salito lui a Milano finora. Veri, tutti questi viaggi (ben
retribuiti dalle reti del biscione), che non hanno portato ad un buon
programma salvo quando la barra del timone è stata affidata, il 30
ottobre, a Monica Vanali. E la bionda tgista padovana, dopo aver
peregrinato per qualche anno come inviata di Controcampo è
sembrata a suo agio alla guida di Serie A e sorpresa dalla
domanda di Bonolis…
E mentre il presentatore attira gli strali di Piccinini e Mughini da Controcampo,
allarmati dall'attacco a Rognoni durante Serie A, dando inizio
forse a un botta e risposta di cui faremmo volentieri a meno, ci
chiediamo invece: e se a lasciare Serie A alla fine fosse la
Vanali? Voci asseriscono di un possibile coinvolgimento, a Roma,
della Calcagno che, guarda caso, è romana. In questo caso la Vanali
passerebbe con Taveri con un ruolo ridimensionato… Ma ha senso
sacrificare dei bravi giornalisti sportivi al “dio” Bonolis?
CAMPIONATO Manuela la solitaria
di Rocco Ventre
Il risultato più importante del 10° turno è sicuramente la
vittoria di Maria Concetta Mattei nello
scontro diretto con Maria Grazia
Capulli: ne approfitta Manuela Morenoche si ritrova solitaria in testa alla classifica
grazie a una vittoria facile contro una Marica Morelli
a serio rischio di retrocessione. Vincono e si mantengono
nella zona play-off Luisella Costamagna,
Monica
Vanali e Francesca Todini.
In coda Maria
Leitner porta a dieci il numero delle sconfitte consecutive
dall'inizio del campionato,
mentre Cristina Parodi riesce
finalmente a trovare la sua prima vittoria.
La serie B entra nel vivo: sono rimaste in gara 8 tgiste per
girone, che hanno già acquisito il diritto di disputare
nuovamente il campionato di categoria senza dover passare per le
nominations, privilegio che non spetta invece alle ultime due
eliminate: Vaccarezza e Petruni.
CRONACA IN ROSA
L'esempio rosa in un mondo nero o bianco di Tiziana Ambrosi
Rosa Lee Parks. A molti questo nome dirà poco, ma la sua
storia ha suscitato un brivido nella schiena a chiunque la conosca.
Rosa nasce in Alabama nel 1913, profondo sud degli Stati Uniti.
La Guerra di Secessione si è conclusa da poco meno di 50 anni: una
vera e propria guerra civile che aveva visto fronteggiarsi
l'esercito sudista e separatista, a favore della schiavitù,
irrinunciabile forza lavoro a costo sostanzialmente nullo, per le
immense coltivazioni di cotone, e l'esercito del nord (Unione),
abolizionista.
Nel 1913 gli strascichi di quella guerra civile erano ancora ben
lontani dal sopirsi, tanto che, seppure la schiavitù fosse stata
legalmente abolita, vigeva di fatto un sistema discriminatorio:
cariche importanti vietate alla popolazione di colore, bagni separati,
possibilità di lavoro piuttosto limitata, per fare alcuni esempi; una
vita ben distinta che non comportasse alcun contatto tra bianchi e
neri, probabilmente più per paura del "diverso", che per
un'effettiva ideologia di fondo.
Ma nel 1955 una donna, con un semplice gesto, non studiato, piuttosto
generato dalla frustrazione, cambiò la storia di una nazione: quella
donna era Rosa Lee Parks, che, per la stanchezza di una
lunghissima giornata di lavoro, si rifiutò di cedere il proprio
posto sull'autobus ad un bianco (ricordiamo che anche negli
autobus i bianchi avevano la precedenza sulle persone di colore
nell'accedere ai posti a sedere).
Dal gesto della Parks nacque la presa di coscienza di un intero
popolo, che rivendicò la propria dignità con mezzi non violenti,
che nell'immediato si tradussero nel boicottaggio per 381 giorni
consecutivi dei mezzi pubblici (interessante a tal proposito la
rivisitazione del film La lunga strada verso casa) e
continuarono per i decenni successivi, con il sogno spezzato ma non
infranto di Martin Luther King.
Certo non furono rose e fiori, e le tensioni razziali non sono a
tutt'oggi scomparse, basti pensare alla rivolta di Los Angeles
dopo il barbaro pestaggio di Rodney King da parte delle forze
dell'ordine.
Ma in questa occasione vogliamo dedicare interamente il nostro omaggio
a Rosa Parks, eroina per caso, che si è spenta all'età
di 92 anni nella sua casa di Detroit. Il suo semplice e coraggioso
gesto ci dia la speranza che, in un mondo spesso alla deriva, tolleranza
e rispetto non siano una conquista, ma diventino la normalità.
CRONACA IN ROSA
La Notte Bianca di Napoli, un'affluenza inaspettata
di Rossana Di Domenico
Oltre due milioni di persone piene di entusiasmo: un successo
straordinario per la Notte Bianca a Napoli.
«Ho avuto ed ho una grandissima fiducia in questa nostra città ma
stanotte siamo andati al di là di ogni più positiva immaginazione»,
ha commentato in nottata il presidente della Regione Campania Antonio
Bassolino, incurante dei numerosi fischi ricevuti dalla
folla, bilanciati soltanto dagli applausi seguiti ai suoi ripetuti «Forza
Napoli», forse calcisticamente fraintesi.
In ogni caso, una notte che sarà ricordata soprattutto nel segno
della legalità: soltanto tre, gli scippi segnalati. Le forze
dell’ordine hanno dato un grande contributo affinché i cittadini e
i turisti presenti nelle piazze, nei musei, nei teatri e in ogni altro
luogo allestito o aperto per l’evento potessero con tranquillità
godersi la nottata. Nonostante l'intervento della Guardia di Finanza
per sedare una rissa nella metropolitana, presa d'assalto da
migliaia di persone, il bilancio resta positivo.
«Stasera si racconta una Napoli diversa - ha commentato il
sindaco, Rosa Russo Jervolino - una Napoli da vivere. E' un
segno importante, un modo per coinvolgere i cittadini e farli
diventare comunità».
350 eventi distribuiti in tutta la città, dal centro alla
periferia, con l'intento di accontentare tutti, dai neomelodici a
Porta Capuana a Mario Merola, esibitosi a San Giovanni, a Beppe
Grillo a Piazza Dante, dove si sono concentrati i disagi a
causa dell'alto numero di persone radunatesi in uno spazio troppo
angusto: il comico ha dovuto interrompere lo spettacolo.
Di grande suggestione l'apertura della mostra dei Presepi in via San
Gregorio Armeno e la palestra a cielo aperto di via Caracciolo.
La chiusura, con qualche disguido a causa del passaggio all'ora
solare, è stata affidata a Claudio Baglioni, alle 03.00 in piazza del
Plebiscito, davanti a 250.000 persone.
Un bilancio positivo, con l'unico neo dei trasporti: vari
disagi che sono da attribuire ad una città impreparata a ricevere i
due milioni di persone che sono giunte nella nottata tra sabato e
domenica. Scenari apocalittici per le vie di Napoli, ressa e
risse per chi voleva salire sui bus, lunghe ore di attesa nelle
stazioni della metro e al terminal della Circumvesuviana.
Trovare un taxi disponibile era praticamente impossibile e le auto
pubbliche libere venivano quasi prese d’assalto dalla “gente della
notte”. Sporadici malori sono stati segnalati nelle zone
super affollate, dove si impiegavano anche ore per percorrere poche
centinaia di metri. Difficili anche i soccorsi delle autoambulanze
bloccate tra la folla.
Scetticismo e diffidenza sono comunque stati superati nei confronti di
una città che ha dato prova di grande vitalità e voglia di
cambiamento. Gli stessi commercianti hanno aderito
all’iniziativa, creando con i propri negozi aperti e le insegne
illuminate quell’effetto città indispensabile per il
successo dell’iniziativa.
Ci si augura che questa, come altre future iniziative, possa mostrare
una Napoli città d’arte e cultura, e non solo di camorra.
FORMAT
2000 volte un posto al sole ancora ci sarà di Giuseppe Bosso
Era, come due venerdì fa e come sarà tra un anno per il decennale,
altro significativo anniversario, una grigia serata di fine ottobre
quando, quasi in silenzio, su Rai3
aveva inizio un’avventura che, a detta di molti, era un
rischio per quei tempi; un’avventura che invece nel corso
degli anni è cresciuta, ha ottenuto maggiore popolarità ed
ha incentivato la produzione delle sue “sorelle” targate
Mediaset, Vivere e Centovetrine.
Un posto al sole taglia la soglia delle
2000 puntate con un episodio particolare, con il solare portiere Raffaele Giordano (Patrizio Rispo), personaggio
simbolo dello sceneggiato, nelle vesti di avvocato difensore in un
curioso “processo all’umanità” che, in realtà, è l’occasione
per rivedere i momenti più significativi della storia della soap,
e con uno speciale in onda domenica 30 pomeriggio, come quello
celebrato in prima serata non più tardi di cinque anni fa per la
puntata numero mille, presentato da Pippo Baudo.
Era sicuramente un rischio per la terza rete realizzare un prodotto, una
soap opera made in Italy, i cui precedenti nel Belpaese,
come Edera o Passioni, non avevano avuto vita lunga.
Soap opera per il pubblico nostrano erano gli intrighi americani targati
Beautiful o, più giù dagli States, gli sceneggiati
sudamericani con Andrea Del Boca e Grecia Colmenares. Di più, ambientato
a Napoli, in quegli anni non sempre attivo centro di produzione
Rai, che di lì a poi avrebbe, proprio grazie a Un posto al sole,conosciuto
una stagione florida.
E invece il successo è stato subito strepitoso: non
solo le solite, classiche, storie d’amore e intrighi come in
ogni soap che si rispetti, ma anche problematiche di tutti i giorni,
dalla droga alla malattia, dai rapporti familiari ai problemi
scolastici. Non solo i soliti personaggi bellissimi e
irraggiungibili, ma anche gente comune in cui potersi
identificare, e anche quel pizzico di humor tipicamente partenopeo,
legato principalmente ai battibecchi tra il portiere Raffaele e il
cognato “carciofone” Renato Poggi (Marzio Honorato), o alle storie
dell’imbranato ma simpaticissimo Guido Del Bue (Germano Bellavia).
E’ difficile individuare, tra i tanti che si sono succeduti in queste
2000 puntate, quali siano stati i personaggi simbolo, ma
indubbiamente sono molti i nomi che, prima sconosciuti, grazie
allo sceneggiato, hanno saputo ritagliarsi un proprio spazio nello
show business: tra i protagonisti di ieri non si possono
dimenticare Maurizio Aiello (il perfido avvocato Alberto
Palladini, le cui trame per anni hanno caratterizzato le storie, e
oggi affermato attore di fiction come Amanti e segreti e Il
Maresciallo Rocca); Samuela Sardo (la dolce Anna Boschi
contesa tra i due fratelli Palladini, che in Incantesimo ricopre un ruolo simile); Serena Autieri
(esordiente attrice nel ruolo di una
cantante, come poi si è affermata).
L’attualità, invece, ha i volti dei veterani: i già citati
Rispo e Honorato; e ancoraMarina Giulia Cavalli (la dottoressa Ornella
Bruni); Riccardo Polizzy Carbonelli (il crudelissimo
Roberto Ferri); Nina Soldano (ieri valletta per Boncompagni e oggi
la perfida Marina Giordano); Claudia Ruffo (presto sostituta di Elena Sofia
Ricci nella terza serie di Orgoglio ma ancora, per pochi mesi, Angela
Poggi per gli spettatori, che però non hanno gradito la scelta
degli sceneggiatori di farla uscire di scena tradendo il suo amore di
sempre; Helene Nardini (Eleonora Palladini, che presto
uscirà di scena facendo così sparire definitivamente la famiglia di
spicco che dà il nome al palazzo intorno al quale ruotano le storie).
E le nuove leve: da Ilenia Lazzarin (Viola Bruni) a Michelangelo Tommaso (Filippo Sartori, figlio
illegittimo di Ferri), a due giovani promesse non solo della
recitazione, ma della musica come Serena Rossi e Alida Dedda (Carmen e Giada).
A tutti, dagli attori ai registi, dagli sceneggiatori ai tanti
che operano dietro le quinte, un sincero augurio per questa
ricorrenza; si va avanti e ci saranno sicuramente ancora altre
puntate ricche di suspence e emozioni, con storie avvincenti,
appassionanti e anche divertenti. E, come nella sigla, un posto
al sole ancora ci sarà.
FORMAT Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i –
di Filippo Bisleri
Torna sul primo gradino del podio Susanna
Petruni, per una serie di brillanti servizi confezionati
per il Tg1. La biondissima Susanna, la voce femminile del Palio
di Siena, quello che i senesi chiamerebbero il “bombolone” essendo
la più brava della categoria, continua a dimostrare di avere classe
da vendere a livello giornalistico. La domanda è: perché non
promuoverla alla più prestigiosa edizione serale? Brava Susy, ti
meriti un bel primo posto con un “9-”.
Risale al secondo gradino del podio Laura
Cannavò, per la quale, purtroppo, sembrano allungarsi i tempi
di promozione dal Tg del mattino a quello delle 20.00… Eppure
sono in tanti a ritenere che lei meriti questa promozione e
l’attendono con ansia. E possiamo dire che a fare il tifo per lei
non sono solo utenti del forum collegato a Telegiornaliste.com ma anche
colleghe e colleghi di Laura. Brava. “8”.
Le assegniamo il terzo gradino del podio nonostante debba sorbirsi
Bonolis che ne limita bravura e capacità. Stiamo logicamente parlando
dell’angelo biondo che si divide tra l’amore per la natia
provincia di Padova e la città di Bergamo che tanto ama: Monica Vanali. Brava Monica, noi sappiamo che hai indubbie
qualità professionali, ci spiacerebbe vederti soccombere,
televisivamente, al “tira-pacchi” Bonolis. Terzo gradino del podio
con un bel “7”.
Gradino più basso del contropodio per Cristina
Parodi. Avevamo già Didi
Leoni tutta presa dallo sfoderare divani per vestirsi. Ora
ci si è messa pure la bella Cristina… Francamente ci stupisce: tra
le foto del servizio su Vanity Fair e l’immagine-look con cui
guida il Tg5 occorre che decida quale assumere… Rimandata con
un “5”.
Pensavamo che il nuovo look, ci riferiamo al taglio dei capelli, le
avrebbe portato qualche ammiratore in più. Poi lei, però, ha
rovinato tutto tornando ai suoi vestiti-tendaggio che la
rendono tanto famosa sia al Tg5 delle 13.00, sia a Roma dove è
donna piuttosto salottiera. Limitandoci all’aspetto giornalistico,
osserviamo come Didi
Leoni non riesca a decollare. E le sue ultime apparizioni stanno
vanificando il suo sogno di approdare nel tema di un Tg serale… Da
rivedere. Con abiti meno "teutonici", possibilmente. “5+”.
Gradino più alto del contropodio per Fabio Ravezzani che, fino
all’ultimo, si è giocato il posto con la Vanali nel podio vip.
Paga, Ravezzani, l’orgoglio con cui parla delle sue partecipazioni
al Processo di Biscardi. Ma come ci si può vantare di far
parte di una trasmissione che un giudice di tribunale ha definito
del livello di un bar? Fossimo in lui ci vanteremmo di essere a
Telelombardia, dove ha una redazione sportiva di ottimo livello, tra
cui la nostra "filodirettista" Alessandra Magni.
Rimandato “6”.
TELEGIORNALISTI Belpietro, professione Antipatico di Filippo
Bisleri
Maurizio Belpietro, attuale direttore de Il Giornale, è
bresciano - è nato infatti a Castenedolo il 10 maggio 1958. È lui un
esempio, come la collega Maria Latella del Corriere della Sera
di giornalista che sbarca anche in tv sull’onda dei vari Ferrara e
Lerner.
Sposato, due figlie, gli hobby di Belpietro, anima e conduttore della
trasmissione di approfondimento L’antipatico, sono la lettura e
la montagna.
La carriera giornalistica di Belpietro ha inizio, come capita
spesso, quasi per caso. Nello specifico con il fallimento del
giornale Brescia Oggi: la liquidazione della società editrice
del giornale non provocò la chiusura del quotidiano che, trasformatosi
in cooperativa, proseguì le pubblicazioni, per consentire le quali
furono necessari nuovi corrispondenti disposti a lavorare gratis.
Così, a soli 17 anni, l’attuale Antipatico inizia a pubblicare
i suoi primi articoli. A venti firma un'inchiesta sull'uso a
scopi clientelari dei fondi di edilizia scolastica da parte
dell'allora ministro della Pubblica istruzione, il bresciano Mario
Pedini. I suoi servizi saranno di frequente oggetto di interrogazioni
parlamentari.
A 25 anni è già caporedattore e, a 32, caporedattore centrale
dell'Europeo. A 34 vicedirettore dell'Indipendente.
Nel 1995 (37 anni) è nominato condirettore de Il Giornale, sulle
pagine del quale coordinerà personalmente “Affittopoli”,
un'inchiesta sulla concessione a uomini politici di abitazioni pubbliche
di prestigio a canoni irrisori. L’anno seguente viene scelto come
direttore de Il Tempo di Roma, incarico da cui sarà rimosso in
seguito a un'inchiesta sui presunti condizionamenti dei giudici della
Corte Costituzionale da parte dell'allora presidente della Repubblica
Oscar Luigi Scalfaro, allo scopo di fermare il referendum sulla
smilitarizzazione della Guardia di Finanza.
Nel 1997, dopo un breve periodo come vicedirettore del gruppo Monti (Resto
del Carlino, La Nazione, Il Giorno) è nominato
direttore operativo de Il Giornale e nel 2001 direttore
responsabile dello stesso quotidiano. Dal 2004 conduce il programma L'Antipatico
su Canale5.
Un programma che l’aiuta a trainare verso l’alto le vendite del suo
quotidiano e al quale ha provato ad affiancare, senza troppa gioia di
Enrico “Chicco” Mentana il ruolo di opinionista a Matrix.
Peccato che una sua uscita sul mondo dei sensitivi abbia creato il
“caso diplomatico” più esplosivo che si ricordi nella breve
stagione di Matrix.
VADEMECUM
Legge 150/2000: giornalisti a Palazzo di Filippo Bisleri
Anche lo Stato e gli Enti pubblici hanno aperto ai mass-media,
e dunque ai giornalisti, con l’approvazione della Legge 150 del 7
giugno 2000. Una legge che reca come titolo “La disciplina delle
attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche
amministrazioni”; una legge improntata a dare trasparenza nella
comunicazione tra i palazzi del potere e i media e, di
conseguenza, i cittadini fruitori - lettori o telespettatori - del
lavoro compiuto dai giornalisti sul territorio nazionale.
Sedici articoli che rimandarono (al momento dell’approvazione) ad un
decreto attuativo giunto solo molti mesi più tardi, ma pur sempre
sedici articoli che dicono cosa sia la comunicazione pubblica,
chi deve occuparsi di fare informazione per lo Stato, le Regioni, le
Province, i Comuni, gli ospedali e i vari Enti pubblici (pensiamo a
Comunità montane o Parchi).
Specificatamente, all’articolo 9 si parla degli uffici
stampa delle Amministrazioni pubbliche. L’articolo, al primo
comma, afferma che «le Amministrazioni pubbliche possono dotarsi,
anche in forma associata, di un ufficio stampa, la cui attività è in
via prioritaria indirizzata ai mezzi di informazione di massa».
E nel secondo comma recita la parte più importante per i giornalisti.
«Gli uffici stampa sono costituiti da personale iscritto all’Albo
nazionale dei giornalisti». Il comma 3 specifica che «l’ufficio
stampa è diretto da un coordinatore che assume la qualifica di capo
ufficio stampa».
Per garantire trasparenza e indipendenza rispetto ai media diffusi sul
territorio il comma 4 precisa quindi che «i coordinatori e i
componenti dell’ufficio stampa non possono esercitare, per tutta la
durata dei relativi incarichi, attività nei settori radiotelevisivo,
del giornalismo, della stampa e delle relazioni pubbliche».
La prassi entrata in vigore dopo l’approvazione del regolamento
attuativo della Legge 150 vuole che il coordinatore
dell’ufficio stampa sia laureato e giornalista professionista.
(10-continua)
VADEMECUM
L'esperto risponde
Ci scrive Francesca da Caserta:
Giornalisti: si nasce o si diventa?? Bella domanda!! Io sono nata
con la voglia di comunicare e scrivere... ma solo ora, a 21 anni, sto
imparando sul campo... Sono stata fortunata a trovare una redazione
che mi sta dando la possibilità di scrivere, ma non ho trovato il
"collega più anziano disponibile" e così... provo a
formarmi "attraverso un lungo ed articolato lavoro di collaborazioni"... Parole Sante!!...
Grazie per il vademecum... è diventato una guida costante nella mio
cammino di collaboratrice.
Risponde Filippo Bisleri:
Cara Francesca, rispondere al quesito se giornalisti si nasca o si
diventi è l'eterno dilemma della categoria. Se hai trovato una
redazione che ti segue, che ti coinvolge, individua un giornalista
di riferimento, specializzati nel suo settore (ma non
tralasciare in toto gli altri) e prova a farti insegnare quanti più trucchi
del mestiere sia possibile... Io mi sono formato così e oggi sono
professionista.
Grazie per i complimenti al Vademecum, che è un'idea della
redazione di Telegiornaliste.com pensata per i giornalisti di
domani. E se vuoi collaborare con noi contatta la segreteria della
redazione: trovi il link nella home page del nostro sito. Qualche
segreto te lo trasmettiamo volentieri. Ti aspetto. Ciao.
EDITORIALE
Flash mob per un poeta di Silvia Grassetti
Lo scorso 2 novembre mezza Italia si è riunita in varie
piazze: a Modena, Torino, Milano, Roma, Lecce, Bologna, Dueville,
in provincia di Vicenza, Fiano Romano.
Diciamo “mezza Italia”, e non tutta, perché le piccole folle che
si sono riversate nei centri urbani erano in gran parte composte da
quell’altra metà del cielo che non si distingue in base al sesso ma
alla capacità di usare internet e la posta elettronica.
E’ stato infatti attraverso un tam tam a colpi di email e
links che si è sparsa la voce e si sono risvegliate le coscienze
italiche, spesso sopite da troppa tv e altrettanto spesso risvegliate
dal grande pregio del web: la possibilità di interagire
con il mezzo (di comunicazione e informazione) che si sta usando.
Vale la pena ricordare cosa sia un flash mob: è
l’aggregazione spontanea e di breve durata di alcune persone in un
luogo aperto al pubblico – famose le battaglie a cuscinate
che il popolo di internet organizza di tanto in tanto.
Il 2 novembre scorso l’occasione non era goliardica né leggera, ma
serviva a celebrare i trenta anni trascorsi dalla morte
del poeta Pier Paolo Pasolini.
Al posto di divertimento e risate, le varie manifestazioni sono state
incentrate sulla lettura di alcune opere del poeta, dagli Scritti
corsari a Che cos’è questo golpe?, o sulla proiezione
di suoi film, come le scene tratte da Comizi d’amore,
rappresentate a Bologna.
Le parole del profeta Pasolini sono attuali in maniera
imbarazzante. Nel 1962, nel n. 36 di Vie Nuove, lo scrittore e
regista ammoniva: «L’Italia sta marcendo in un benessere che è
egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione,
conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa
marcescenza è, ora, il fascismo».
Ma un’altra affermazione sembra pensata apposta per chi si occupa
di informare, e forse è il modo migliore per rendere omaggio al
grande intellettuale: «Io non ho alle mie spalle nessuna
autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non
averla o dal non averla voluta; dall'essermi messo in condizione di
non aver niente da perdere, e quindi di non esser fedele a nessun patto
che non sia quello con un lettore che io del resto considero degno
di ogni più scandalosa ricerca».
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