Archivio
Telegiornaliste N. 28 del
21 novembre 2005
MONITOR
Elisa Calcamuggi, dalle piste alla redazione di Filippo Bisleri
Un’altra brava telegiornalista di casa Sky e un’altra tgista, come
Alessia Tarquinio, che arriva da un passato
sportivo.
Stiamo parlando di Elisa Calcamuggi, giornalista
professionista, brillante stella nascente della redazione sportiva Sky.
Elisa, come hai scelto di fare la giornalista?
«È capitato per caso... o meglio: sono un'ex atleta. Facevo gare di
sci a livello internazionale, poi per un problema al cuore ho dovuto
smettere. Sono diventata maestra di sci e allenatrice federale, ho
allenato 5 anni mentre studiavo lingue in Cattolica a Milano. Finita
l'università mi è arrivata la proposta di un giornalista di lavorare
ad un programma di sci che andava in onda su Odeon, White and green
(sci e golf) e così ho iniziato… Era il 2000».
Sognavi già la tv o pensavi a radio e carta stampata?
«Nessuno dei tre! Ora però che lavoro in tv credo che lavorare con
le immagini sia la cosa più bella. Anche scrivere comunque non è
male!»
Sei una giornalista sportiva. Cosa pensi del luogo comune che vuole
i giornalisti sportivi meno preparati dei loro colleghi?
«Credo che sicuramente sia più divertente seguire lo sport rispetto
a temi di attualità che riguardano la politica o l'economia, ma la
serietà, l'aggiornamento continuo, la ricerca dell'informazione,
eccetera, credo proprio che siano uguali».
Sei un'esperta di discipline invernali. Sogni una bella vetrina
professionale alle Olimpiadi 2006 di Torino?
«Diciamo che è il sogno nel cassetto e con Sky diventerà realtà.
Incredibile. Ma vero».
Nella tua carriera hai incontrato diversi personaggi. Chi ti ha
colpito di più?
«Cito Carlo Valeriani, direttore sportivo dal 1970 di
Grottazzolina, una squadra che lo scorso anno era in A2 di volley. Una
persona meravigliosa che ha dato la sua vita ai ragazzi della
pallavolo. Non voleva essere intervistato, mai nessuno era riuscito a
fargli raccontare al microfono le sue passioni, cosa sono la squadra e
i ragazzi per lui...ma con me lo ha fatto!».
E quale il servizio che ricordi con maggiore gioia?
«Beh, certamente l'intervista con Stefano Baldini dopo la
vittoria alle Olimpiadi di Atene. Purtroppo – aggiunge con rammarico
- non ero là, il “dio di Maratona” l'ho intervistato quando è
tornato».
Hai un modello di telegiornalista?
«Ho un collega che stimo molto, mentre il o la giornalista ideale è,
per me, un mix di tante buone qualità».
Come giornalista qual è il tuo sogno nel cassetto?
«Forse ho un sogno strano, e cioè poter poter parlare e raccontare
le storie di sport di cui pochi parlano, quelle storie difficili da
trovare, ma ricche di significato».
È possibile coniugare, per una donna, il lavoro di giornalista e
quello degli affetti e della famiglia?
«Se devo dirla così a caldo direi di no. O meglio, è un gran
pasticcio! Per ora sono giovane e non ho ancora una famiglia, ma penso
che un domani bisognerà fare delle scelte difficili. Magari
rinunciare anche a qualcosa a cui tieni molto: se decidi di diventare
mamma il lavoro passa in secondo piano».
MONITOR
Arrestata direttore picchiatore del Sun
di Valeria Pomponi
La
beffa è che proprio lei, che aveva guidato rumorose campagne di
stampa contro la violenza domestica, è stata arrestata, con l'accusa
di aver picchiato il marito.
Stiamo parlando della rosso-riccioluta trentasettenne Rebekah Wade,
direttore del tabloid inglese Sun, che la notte del 4 novembre
scorso ha malmenato il coniuge, l'attore quarantunenne Ross Kemp,
tanto da finire per qualche ora in stato di fermo nella stazione di
Wandswart (Londra). La donna è stata poi rilasciata per mancanza di
denuncia.
E' ancora sconosciuto il motivo della lite, avvenuta alle 4.00 (ora
locale), nella lussuosa casa vittoriana che divide col marito, nella
periferia sud di Londra. La Wade rientrava da un'intervista al
ministro britannico del Lavoro David Blunkett, dimessosi dal governo
per un conflitto di interesse; per il momento non è dato sapere se
esista una connessione con il litigio notturno - se noi fossimo il Sun,
avremmo già fatto le dovute illazioni.
Rebekah Wade è famosa in Gran Bretagna per la sua carriera
folgorante. Prima di arrivare, nel 2003, alla direzione del tabloid
ingese, che con i suoi tre milioni e mezzo di copie vendute al giorno
è il quotidiano più letto nel Regno Unito, era divenuta due anni
prima la più giovane direttore di giornali a tiratura nazionale del
gruppo editoriale Murdoch: il Sunday, e il domenicale The
News of the World.
L'accaduto non ha certo giovato alla campagna contro le violenze
domestiche promossa recentemente dal Sun: non è certo
rovesciando i termini del problema, con le mogli che picchiano i
mariti, che i maltrattamenti familiari finiranno.
CAMPIONATO
La rivincita delle ultime
di Rocco Ventre
Il 12° turno della serie A del campionato delle telegiornaliste
è stato segnato da due clamorosi risultati: Maria
Leitner dopo 11 sconfitte consecutive ha trovato la vittoria
contro Ilaria D'Amico che ormai deve rinunciare a
sogni di gloria e pensare a salvarsi dalla retrocessione; Cristina Parodi
(che era penultima in classifica) ha battuto la
campionessa in carica Francesca Todini
che nella corsa ai play-off adesso deve vedersela non solo con Laura Cannavò
(battuta dalla
Capulli), ma anche con Maria Luisa Busi
(vittoriosa sulla Guerra). Intanto
continua la marcia trionfale della coppia di testa formata da Monica
Vanali e Luisella Costamagna.
Serie B: eliminate Prandi e Jebreal; le più votate del turno sono
state Cuffaro, Predieri e De Nardis.
CRONACA IN ROSA
Ru486: cos'è, in realtà di Rossana Di Domenico
L’aborto chirurgico è per una donna la strada più dura da
percorrere, che spesso lascia un indelebile trauma psicologico
oltre che fisico. Abbiamo deciso di mettere da parte ogni forma
di moralismo etico o religioso e di tralasciare il polverone
politico che la pillola abortiva ha suscitato: è forse mancata,
fin qui, una informazione corretta circa gli effetti, positivi
o negativi, dell’RU486 e sul perché anche in Italia da
alcuni sia fortemente voluta.
Il nostro percorso parte dalla possibità per la donna di effettuare
un aborto non chirurgico: parliamo del mifepristone, contenuto
nella pillola RU486, non un ormone, ma una sostanza che impedisce al
progesterone (questo sì, un ormone fondamentale) di svolgere il suo
lavoro, occupandone i recettori nell’apparato genitale femminile.
Il risultato è che la somministrazione del mifepristone dopo il
concepimento induce l’aborto: nella pratica, sostituisce il bisturi,
attivando gli stessi meccanismi che causano l’aborto spontaneo.
Data la sua azione, per questo farmaco è stato ipotizzato anche
l’impiego nel trattamento del tumore della mammella, dell’endometriosi
e della sindrome di Cushing, tutte malattie il cui andamento dipende
proprio dall’azione degli ormoni sui tessuti interessati.
Il mifepristone non funziona da solo come abortivo: viene infatti
associato a un’altra sostanza, una prostaglandina (il misoprostolo,
ma anche altre). Ovviamente, si assume sotto controllo medico,
anche se non è necessario restare in ospedale fino ad aborto
avvenuto. Prima di procedere è necessario determinare esattamente lo
stadio della gravidanza (l’efficacia del farmaco è massima nelle
primissime fasi) e controllare che non sia in atto una gravidanza
extrauterina (può essere sufficiente un’ecografia).
La posologia prevede la somministrazione di 600 mg di mifepristone e,
due giorni dopo, la somministrazione della prostaglandina. Di norma,
al massimo entro due settimane dalla somministrazione del secondo
farmaco si produce l’aborto spontaneo, ma nel 75% dei casi
l’aborto si verifica già entro 24 ore dall’assunzione della
prostaglandina.
Complessivamente, l’efficacia è del 95% circa, a
patto che si agisca entro la settima settimana di gravidanza.
Finora, nei Paesi in cui la pillola abortiva è legale, non ci sono
state segnalazioni di incidenti gravi, ma bisogna comunque chiarire
che abortire con la pillola comporta gli stessi effetti collaterali
della procedura chirurgica: possibilità di emorragie, dolori
addominali, disturbi gastrointestinali.
Sono però minori i rischi, rispetto all’intervento, di
lesioni all’utero e nulli quelli legati all'anestesia. Nel caso in
cui il trattamento non avesse effetto, è necessario procedere
chirurgicamente.
A oggi si ritiene che la RU486 sia stata impiegata in Europa in
oltre 600.000 casi, mentre fonti non ufficiali indicano che in
Cina (altro Paese in cui è da tempo consentito l’impiego del
farmaco) gli aborti così effettuati siano oltre tre milioni.
In Italia sei ospedali hanno chiesto di sperimentare la RU486,
spiegando che il loro protocollo consentirebbe di interrompere una
gravidanza fino al 49° giorno. In effetti si tratta di un piccolo
parto, dolori compresi, ecco perché ad esempio in Francia questa
soluzione è preferita solo dal 20% - 30% delle donne. Nel nord Europa
è invece la regola, anche perché con le prostraglandine si
somministrano antidolorifici.
L'ISTAT ci fornisce una serie di dati sugli aborti legali che
vengono praticati ogni anno in Italia: il loro numero diminuisce
progressivamente ogni anno, per quanto rimanga ancora una sacca di
aborti clandestini. Assumendo il dato del 1998 di 138.000 aborti
all'anno, e raffrontandolo con i casi della Francia e della Svezia
dove il 30% degli aborti e' realizzato con la RU486, è facile intuire
che dopo un primo rodaggio e una informazione corretta, anche in
Italia potrebbe riprodursi un fenomeno simile.
L'Istat stesso scrive nell'annuario statistico del 6 novembre 2002: «Si
può quindi affermare che in Italia sta cambiando il modello di
abortività volontaria: si sta passando da un modello di tipo
“tradizionale”, caratterizzato da un ricorso all’Ivg soprattutto
delle donne coniugate con figli, a un modello, più simile a quello
dei Paesi nord europei, in cui l’aborto è più estemporaneo e
legato a situazioni di “emergenza”, ovvero non viene più
utilizzato per controllare le dinamiche di pianificazione
familiare».
CRONACA IN ROSA
Ci vuole sedere di Fiorella Cherubini
In tutto: nel lavoro, nell’amore, nella vita, nella pubblicità.
Don Antonio Sciortino, direttore del settimanale cattolico Famiglia
Cristiana, decidendo di pubblicare sul suo settimanale la foto
del fondoschiena di una ragazza offuscato dal vapore acqueo di un
box doccia, corredata dalla scritta: «Se vuoi vederci chiaro, chiama
subito il tuo elettricista», si è visto recapitare, nei giorni
scorsi, una miriade di critiche.
Le proteste si sono sprecate: tra chi accennava ad un’inversione
di marcia della linea editoriale e chi caldeggiava l’ipotesi
di un inaspettato, seppure tempestivo, superamento di tabù,
don Sciortino si è visto costretto a capitolare ed ha recitato il mea
culpa.
Quali spettatori di una progressiva perdita di valori, risulta
davvero difficile incassare come sincere le lamentele imbevute di moralità
che gli attenti lettori hanno rivolto al direttore di Famiglia
Cristiana.
Gli interventi di coloro che, senza esitazione, hanno inchiodato don
Sciortino al cliché del “voltagabbana per soldi” -
perché, come accennavamo, si trattava di uno slogan pubblicitario,
risulterebbero più giusti se accompagnati da un briciolo di
proporzione: tra il criticato e la critica e, perché no, tra il
demerito e il merito.
La pubblicazione di quella foto non sarà forse stata la scelta più
felice, né il contegno editoriale più adeguato, ma se rapportata
alle coraggiose iniziative editoriali – tutte passate sotto
silenzio - promosse dallo stesso Sciortino, come la pubblicazione di
libri sulla storia del cristianesimo in cui si affronta il dibattito
sulle radici cristiane, quel cicaleccio sarebbe apparso, forse,
fuori luogo.
FORMAT
Dietro le quinte di Serie A di Erica Savazzi
Che proprio in casa milanista l’Inter avrebbe ottenuto
e mantenuto la supremazia nessuno lo poteva prevedere. Eppure
la platea calcistica di Serie A è strettamente in mano ai fans
di Adriano: Bonolis prima, Mentana poi. E poco importa
che Fedele Confalonieri faccia parte del cda dell’AC Milan e che il
fondatore di Mediaset sia patron dei rossoneri. C’è anche
l’opposizione interna: l’Inter Club fondato da Lella
Confalonieri, giornalista e figlia di Fedele.
Mentana è sbarcato quindi a Serie A, programma di
intrattenimento tanto pubblicizzato per la conduzione di Paolo Bonolis
(strappato dai “pacchi” con un contratto milionario), quanto molto
criticato e poco visto, con ascolti inferiori alle aspettative.
Fiumi di inchiostro sono stati versati, prima sull’acquisto dei
diritti calcistici da parte di Mediaset, poi sul trasloco del
presentatore da Rai1 a Canale5, successivamente sull'ideazione e
realizzazione del programma, infine sulle polemiche contro Bonolis.
Ora, forse, la telenovela si avvia alla conclusione.
L’ultimo atto è stato il litigio in diretta dello showman
con i giornalisti della redazione sportiva, della quale ha
annunciato il trasferimento a Roma senza previa consultazione degli
interessati. I problemi in realtà erano ben più a monte,
nell’organizzazione del programma stesso. La formula
intrattenimento, con Bonolis mattatore, non ha funzionato sia per
l’eccessiva lunghezza della trasmissione (due ore per vedere i goal
sono francamente troppe), sia per il ruolo annacquato del
giornalismo sportivo. Il pubblico in cerca di informazione
puntuale e di commenti rigorosi si è rivolto altrove.
Il 7 novembre scorso il divorzio, e la nomina, da parte di Piersilvio
Berlusconi, di Enrico Mentana a conduttore. Un giornalista di
provata passione calcistica a condurre Serie A: una sterzata
che riporta l’informazione e la redazione sportiva a essere protagonisti.
Solo un dubbio: perché si è dovuto ricorrere ancora una volta a un
personaggio esterno? La conduzione poteva essere affidata a Monica Vanali, che ha dimostrato di saper
tenere le redini del format nella puntata del 30 ottobre, quando
Bonolis era assente. Le ragioni possono essere molteplici: le
pressioni della redazione sportiva, l’esigenza di ammortizzare il
lauto stipendio da super-direttore di Mentana e, non ultimi, eventuali
risvolti elettorali, già emersi nella cacciata del giornalista da
direttore del Tg5 a favore di Carlo Rossella.
Per Mentana è la prima assoluta in un programma di calcio.
Dopo undici anni di telegiornale, infatti, è attualmente impegnato
con Matrix, programma di approfondimento nato sotto il segno di
molte promesse, poi disilluse, e di ascolti non esaltanti. Come Serie
A.
Certo è che la nomina del Chicco nazionale è stata salutata
positivamente. Il mestiere di giornalista lo sa fare: le sue capacità,
unite a una nuova organizzazione del programma, potrebbero portare a
un discreto successo.
FORMAT
Quando il reality è intelligente di Giuseppe Bosso
E’stato uno dei punti di forza del palinsesto dell’ultima
stagione di Rai Educational, il canale satellitare di
Viale Mazzini, sapientemente guidato da Giovanni Minoli, che
dieci anni fa con Davvero tentò un esperimento analogo.
Cominceranno a gennaio, per essere mandate in onda a primavera, le
riprese della nuova serie di Quarto piano scala a destra, riuscito mix di
reality (nel quale, a differenza che altrove, i partecipanti
entrano e non escono), sitcom e talk show, dopo i
colloqui selettivi svoltisi in questi giorni nell’appartamento sito
a Roma, in via Aristide Leonori, scenario del programma
che, malgrado l’orario un pò fuori mano (mezzanotte passata), ha
riscosso molti consensi l’anno scorso.
Per la serie squadra che vince non si cambia, stessi
protagonisti e stesso format: tre coinquilini, una
ragazza (la scrittrice Chiara Gamberale,
che dopo essere stata “battezzata” da Luciano Rispoli muove bene i
suoi primi passi da conduttrice e che abita realmente nello stabile),
due maschietti (il toscano Luca Calvani e il partenopeo Antonio
Guarino), ai quali non può non essere aggiunto un simpatico ospite a
quattro zampe, un appartamento sito in un condominio
capitolino, appunto al quarto piano della scala a destra
dell’ingresso, tanti amici, tutti rigorosamente tra i 20 e
i 30 anni, che arrivano uno alla volta, man mano che la
puntata scorre, a discutere di un tema diverso, legato
sempre e comunque all’essere giovani oggi , con la voglia di indipendenza e
di nuove esperienze - da quelle professionali a quelle
sentimentali.
Il tutto all’insegna della più naturale spontaneità, senza
copioni già scritti e con un unico scopo: essere se stessi
nel raccontare la propria vita e confrontarla con gli altri. Essere,
insomma, pur avendo idee, estrazione sociale e ambizioni diverse, i
giovani d’oggi.
FORMAT Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i –
di Filippo Bisleri
Primo gradino del podio a Monica
Vanali, per essersi sciroppata Bonolis a Serie A
rinnegando la grande professionalità che tutti riconoscono alla
bionda telegiornalista padovana da anni trapiantata tra Bergamo e
Milano. Brava Monica e complimenti per la professionalità nel gestire
senza polemiche una situazione non certo facile. Complimenti. Un bel
“9”.
Secondo gradino del podio per Barbara
Pedri del Tg5. Brillante, preparata, simpatica,
vive la conduzione come se stesse colloquiando con amici o familiari.
E questo contribuisce a dare un’aria di serenità e di veridicità a
tutte le notizie che il tg affidatole insieme a Salvo
Sottile, quello delle 13.00, presenta al pubblico. Brava. “8.5”.
Terzo gradino del podio per Cinzia
Fiorato. Scende rispetto al passato, certo, ma non per demeriti
personali. Ha solo incontrato colleghe che, questa settimana,
hanno saputo meritarsi le postazioni più alte del podio dove la
Fiorato è ormai di casa. Brava comunque. “7”.
Una parabola negativa, una carriera luminosa all’orizzonte gettata
alle ortiche con l’abbandono di Omnibus e il passaggio da La7
a Mediaset alla corte di Costanzo. Marica
Morelli proprio non riesce più a fare la telegiornalista. È sempre
più showgirl. Peccato. “5”.
Conduzione piatta, ma lui è capace di molto di più. Ci riferiamo a Massimo
De Luca che, senza Beatrice
Ghezzi, non è più in grado di presentare un Pressing
Champions League degno di questo nome. Disaffezione perché la
prossima stagione le partite passeranno alla Rai? Speriamo sia questo
il motivo per cui il bravo professionista sembra un pò meno
coinvolto dalla trasmissione. Da rivedere. “5.5”.
L’avevamo bocciato già in passato e ora lo rimandiamo ancora una
volta. Parliamo di Maurizio Mosca, che ci sta rispolverando,
tra Guida al campionato e Controcampo, macchiette di
vecchi personaggi stile “pendolino di Mosca”. Noi rivorremmo il
giornalista. Chiediamo troppo? Da rivedere. “6-”.
TELEGIORNALISTI
Brachino, dal teatro al tg di Filippo
Bisleri
Nato a Viterbo il 4 ottobre 1959, Claudio Brachino è uno dei giornalisti
di punta di Studio Aperto e, quasi sicuramente, il più
autorevole.
Nel 1978 Brachino si trasferì a Roma per studiare. Dopo due anni alla
facoltà di medicina decise che l’arte di Ippocrate non faceva per
lui, e passò a quella di lettere, dove si laureò con Walter Binni in
letteratura italiana con una tesi su Ambrogio Viale, poeta maledetto del
Settecento.
Negli anni dell'Università conobbe Eduardo De Filippo e, cosa
che non tutti sanno, con lui scrisse, a quattro mani, una commedia
pubblicata da Einaudi, Metti al passo!. Il testo fu messo in
scena con Lina Sastri e Paolo Graziosi per la regia dello
stesso De Filippo.
Pochi anni dopo scrisse un atto unico, dal titolo Una finestra sul
reale, messo in scena al Teatro Teates di Palermo.
Nel 1987, in seguito alla frequentazione con i registi Maurizio Scaparro
e Nikita Michalkov, pubblicò un saggio sulla riduzione cinematografica
della Pianola Meccanica per l'interpretazione di Marcello Mastroianni.
È però nel 1988 che il nostro Brachino arriva al Gruppo Fininvest,
dove inizia come consulente creativo per Domenica Più con Rita
Dalla Chiesa, in onda su Rete4. Passa quindi a Videonews seguendo
Dentro la Notizia, il notiziario sperimentale di Rete4, e lavora
per il programma di Gianni Letta Italia domanda, Parlamento In e
per Regione4.
Con Tullio Camiglieri e altri colleghi realizza 80 non più 80 su
Italia1, e il sodalizio professionale prosegue nel maggio 1990 con Miti,
mode & rock and roll, curato dall’allora vicedirettore del tg
Emilio Carelli.
All'inizio del 1991 approda alla redazione di Milano, nell'emergenza
della guerra del Golfo. Dal luglio 1991 al giugno 1992, come caporedattore,
conduce e coordina il neonato Tg4, per poi passare alla redazione
di Studio Aperto.
Attualmente Brachino riveste la carica di vicedirettore ed è
curatore, insieme al direttore Mario Giordano, del magazine di
approfondimento Lucignolo, oltre a condurre l'edizione serale del
tg di Italia1. Dal giugno 2002 è autore e conduttore di Top Secret,
il programma-inchiesta in onda su Rete4. E la sua carriera
giornalistica sembra in continua crescita, nonostante le
eccessive frequentazioni con i programmi di Costanzo & De Filippi in
cerca dell’anima gemella.
VADEMECUM
Diffamazione a mezzo stampa di Filippo Bisleri
Il buon giornalista si preoccupa sempre, nel dare conto di
informazioni ricevute dalle fonti ordinarie e riservate, di non
commettere qualche reato a mezzo stampa.
Di questi reati è competente, logicamente, il tribunale, salvo alcune
circostanze per le quali interviene la Corte di Assise.
La Corte Costituzionale ha abrogato il rito per direttissima e,
quindi, il giudizio segue quello ordinario. Il tribunale competente è
quello, nel caso del reato a mezzo stampa, dove ha sede la tipografia
che ha stampato il giornale, o dove ha sede l’emittente televisiva o
radiofonica sotto inchiesta.
Dal punto di vista civile sono responsabili in solido gli autori
del reato e, fra di loro, il proprietario della
pubblicazione e l’editore (come previsto dall’articolo 11
della Legge 47 del 1948 sulla stampa).
È facoltà della persona che si ritiene diffamata dal servizio
giornalistico chiedere, oltre al risarcimento, una somma a
titolo di riparazione in relazione alla gravità
dell’offesa.
A norma dell’articolo 596 bis del Codice Penale, se il «delitto di
diffamazione è commesso col mezzo della stampa le disposizioni si
applicano anche al direttore o vice direttore responsabile,
all’editore e allo stampatore. I delitti di ingiuria e diffamazione
sono punibili a querela della persona offesa».
Il Codice fissa anche in tre mesi dalla pubblicazione o dalla
diffusione della notizia diffamatoria a mezzo stampa (articolo 124 del
Codice Penale) il termine entro il quale il cittadino leso può agire.
Nel 1984, poi, la Cassazione ha stabilito che sia possibile, per la
parte lesa, tutelare il proprio onore e la propria dignità in sede
civile senza attivare i canali del giudizio penale.
Si nota così come il comunicare una notizia non fondata o verificata
a dovere da parte del giornalista possa configurare un’aggravante
del reato di diffamazione (art. 595 del Codice Penale). La pena
prevista per la diffamazione a mezzo stampa è la reclusione da
6 mesi a 3 anni oltre alla sanzione pecuniaria. L’Ordine sta
conducendo una battaglia per abolire la sanzione carceraria e
ha attivato un Fondo a sostegno dei giornalisti che devono affrontare
i risarcimenti per diffamazione.
(12-continua)
VADEMECUM
L'esperto risponde
Bobby di Roma ci scrive:
Per diventare pubblicisti occorre collaborare con una testata
registrata che ti retribuisca regolarmente: quindi anche una testata
online purché regolarmente registrata?
Stessa domanda per il praticantato: si può svolgere in qualunque
redazione, quindi anche una online, o ci sono dei requisiti
particolari che la redazione deve avere?
Risponde Filippo Bisleri:
I due soli requisiti sono i regolari pagamenti e che il direttore
della testata, regolarmente registrata, sia pubblicista o
professionista.
Pippo di Milano ci chiede:
Si può essere praticanti mantenendo il tesserino da pubblicista?
Risponde Filippo Bisleri:
Certamente sì.
EDITORIALE
Miss Liberia di Tiziano
Gualtieri
E per fortuna che lo chiamiamo Terzo Mondo. Proprio da quella
zona è giunta una lezione che difficilmente potremo
dimenticare.
Gli abitanti della Liberia, che bello quando nel nome è già
scritto un destino, ci hanno davvero dimostrato che non servono
discussioni, liti o accuse di discriminazione: quando si vuole, il
sogno può diventare realtà.
Sì, proprio in quella zona che noi additiamo come luogo in cui i diritti
umani non sono rispettati, quello in cui la democrazia
(secondo noi) non è ancora arrivata o, peggio, dove viene
accumunata a tiranni che fanno il bello e il cattivo tempo a seconda
dei loro capricci.
Ebbene, da quella terra selvaggia, abbiamo ricevuto la lezione
più grande: dare alle donne le stesse possibilità degli uomini
e scoprire che, tutto sommato, la donna che comanda non fa paura.
Certo, in Africa è ancora radicata, soprattutto nelle tribù più
ataviche, la cultura matriarcale, ma nessuno pensava a un
risultato così clamoroso: l'elezione della prima donna capo di
Stato in Africa.
Lasciamo stare che giunga dalle elezioni dell'unico Paese africano che
non è mai stato sottoposto a colonialismo, lasciamo
stare che risulti essere uno dei più poveri dell'intero
Continente e che esca da una sanguinosa guerra civile, queste
votazioni hanno dimostrato che i buzzurri (se non altro dal
punto di vista culturale) siamo noi.
Così, mentre nella occidentalissima e democratica Italia
maggioranza e opposizione litigano per stabilire per legge (sic!)
una quota rosa - tipico esempio di razzismo all'incontrario - e una
ministro della Repubblica piange per questo, da Monrovia giunge l'urlo
di libertà di Miss Liberia, l'economista Ellen Johnson Sirleaf,
capace di conquistare il 59,4% dei voti alle prime elezioni
presidenziali libere dopo 14 anni di guerra.
E stendiamo pure un velo pietoso sul fatto che uno degli africani più
europeizzati del mondo, il signor George Weah, ex
attaccante del Milan, ma soprattutto sfidante alle presidenziali, faccia
ricorso per presunti brogli. Forse, Weah - che voci davano come
appoggiato dal premier italiano Silvio Berlusconi - si era abituato
troppo bene nei campi di calcio italiani e si aspettava che - una
volta finito a terra dopo l'esito delle elezioni - l'arbitro
fischiasse il rigore.
Invece il popolo ha sventolato sotto il naso di Weah il cartellino
giallo della simulazione e ha portato in trionfo la presidente Sirleaf
che, nel frattempo, si era incuneata lungo la fascia, si era poi
accentrata ed era andata a segnare il gol della libertà nella
porta dell'indifferenza del mondo composto dagli uomini che contano
(soprattutto i soldi che hanno in tasca).
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