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Telegiornaliste N. 29 del 28 novembre 2005
MONITOR
Lisa Marzoli, nata per scrivere di Tiziano Gualtieri
Lisa Marzoli, classe 1979 e tanta voglia di
emergere. Si può dire tranquillamente che ha dedicato la sua
vita al giornalismo, suo grande amore. Laureatasi con il massimo
dei voti alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università
di Macerata con una tesi sulla tv digitale
terrestre, per tre anni ha fatto la spola tra le Marche e Roma, dove,
su RaiUno, curava due rubriche: una di letteratura e una di
spettacolo.
Da poco il grande salto e l'ingresso, a tutti gli
effetti e in pianta stabile, nella grande famiglia di Uno
Mattina. Tutto senza mai dimenticare i legami con la sua regione e
per Teleadriatica, emittente locale che la vedeva condurre il
telegiornale. Ora il salto verso la tv di Stato a tempo pieno.
Lisa, il tuo rapporto con il giornalismo inizia fin da giovanissima
con la classica gavetta tra i quotidiani locali e regionali. Quanto la
gavetta ti ha aiutata nella tua carriera?
«Mi ha aiutato moltissimo e sopratutto le umiliazioni. Ricordo ancora
quando i miei amici mi prendevano in giro perché invece di andare a
ballare andavo a sentire un consiglio comunale di tre ore, e il giorno
dopo mi davano appena 10 righe sul Resto del Carlino per la
sintesi. Oppure quando non riuscivo a capire il politichese (di cui
ora sono esperta...) o alcuni colpi bassi delle colleghe. Sembravo
davvero Cappuccetto Rosso, ma ho capito che un mio grande punto di
forza è la capacità di "incassare" cattiverie e andare
avanti per la mia strada. La gavetta in fondo è questo: la prima
selezione naturale. Se superi l'ambiente ostile e le poche
soddisfazioni iniziali in cambio di un impegno totalizzante vuol dire
che hai il carattere giusto per proseguire. Ma non è stato affatto
facile».
A 26 anni sei già professionista (da marzo 2005 ndr), hai alle
spalle una solida formazione sia scolastica sia sul campo e già tre
anni di esperienza in Rai, oltre ad essere tra i volti più noti delle
Marche. Possiamo tranquillamente dire che stai bruciando le tappe.
Qual è il tuo "trucco"?
«Farsi vedere determinata, preparata, ma mai aggressiva. Le donne
aggressive si sentono più forti, credono di dimostrare di avere gli
"attributi" con un comportamento continuamente sgarbato,
poco collaborativo e supponente. Ho molte colleghe così, ma io credo
che le donne abbiano altre caratteristiche da
sviluppare. Sono naturalmente portate alla mediazione, sanno capire
gli stati d'animo degli altri, e spesso gli equilibri interni. Tutte
capacità che, se ben usate, aiutano a percorrere la propria strada
evitando sgambetti. Senza scimmiottare stupidamente gli uomini».
A Uno Mattina ricopri un ruolo particolare: sei inviata.
Girerai l'Italia in lungo e in largo per parlare di tradizioni,
curiosità, ma anche di problemi che attanagliano il nostro Paese.
Potrai così conoscere meglio la nostra penisola, ma soprattutto
illustrarla a chi ti seguirà in televisione...
«In questo credo mi aiuterà la mia formazione giornalistica. Cerco
sempre di trovare in ogni cosa il lato problematico. Va bene parlare
delle bellezze di una località, ma non si può fare un arido spot
turistico. Bisogna parlare del territorio, dei problemi, delle
difficoltà dei cittadini. Senza la presunzione di fare
"inchieste" ovviamente, non è il programma giusto».
Per tre anni hai fatto la pendolare tra Civitanova Marche e Roma.
Poi la decisione di trasferirti nella Capitale. Quali le differenze
nel fare giornalismo in una grande città rispetto a un piccolo
centro?
«La cosa che non sopporto ovunque è la presunzione. Quando si fa
questo lavoro, l'umiltà è basilare. Intanto è un valido metodo per
superare gli alti e bassi di questo mestiere e in più ti da la
capacità di immedesimarti in chi ti ascolta. Bisogna parlare in modo
semplice, senza inutili sfoggi di cultura, capire cosa interessa il
pubblico e cosa semplicemente chi stiamo intervistando. Nel
giornalismo regionale è facile montarsi la testa perché ti conoscono
tutti e molti miei colleghi si sentono degli eletti. Niente di più
sbagliato. Significa essere miopi, e infatti molti di loro rimarranno
in eterno nelle loro piccole certezze senza fare un passo in avanti».
Per accettare l'offerta della Rai sei stata costretta ad
abbandonare tutto: la tua regione, ma soprattutto i colleghi di TV
Centro Marche e Teleadriatica Odeon (emittenti regionali
coproduttrici anche del talk show politico, da Lisa condotto, Testa
a testa, ndr). Si dice che ci sia un abisso tra le tv regionali e
quelle nazionali, Rai in primis. È proprio così? Quali, invece, le
similitudini?
«Alla Rai si ha una visione più nazionale. Non si rischia di
coltivare il proprio orticello ma si guarda con curiosità ad un mondo
sconfinato di cose. La competizione è altissima, raramente nascono
amicizie vere, ma come palestra è eccezionale. Inoltre rispetto alle
tv regionali c'è un gap strumentale incredibile. Abbiamo i mezzi per
fare sempre un ottimo lavoro, come gli archivi, i database, le
telecamere a infrarossi».
Nella tua giovane, ma già ampia carriera, hai lavorato anche per
il Resto del Carlino. Se ti chiedessero di scegliere:
televisione o carta stampata?
«Faccio la snob. Mi piace di più la carta stampata. Ma forse un po'
dipende anche dalla richiesta pressante della tv di avere una bella
immagine oltre che una professionalità. La prima richiesta mi mette
in crisi perché sono abbastanza certa delle miei capacità
giornalistiche, ma molto insicura sul mio
aspetto fisico, come credo tutte le donne».
Tu sei anche direttore di un bimestrale: da quale parte della
barricata si sta meglio?
«Quando si fa il redattore ordinario ci si lamenta di più, tanto poi
è il direttore a sbrigarsela. Quando sei dall'altra parte ti rendi
conto che i direttori hanno grane infinite non solo con la propria
redazione ma con gli inserzionisti pubblicitari, i politici, i
comitati, l'editore...Rispetti chi ha la capacità di mantenere gli
equilibri con tutti senza impazzire. Per essere un bravo direttore
bisogna essere un bravo giornalista ma sopratutto un grande stratega».
Inviata, direttore di testata, anchorwoman; tu non sei solo questo,
ma anche una ragazza interessata a tutto ciò che è cultura,
politica, tematiche sociali ed arte in generale. Se ti venisse chiesto
di scegliere un settore da seguire, quale sceglieresti e perché?
«Sono appassionata di politica e credo nel tempo di avere maturato
una certa competenza in questo settore».
Nella tua tesi di laurea ti sei occupata del digitale terrestre, un
nuovo metodo di trasmissione che - però - sembra essere stato accolto
in maniera abbastanza fredda dagli italiani e non aver ancora preso
piede, nonostante sia sempre più vicina la "morte" della
televisione analogica. Cosa si può fare perché gli italiani "accettino" questa novità forse
non ancora sfruttata appieno?
«Sarà tutto più naturale di quanto sembri. Attualmente chi compra i
decoder ha poca offerta di canali in digitale e non nota grandi
vantaggi dall'analogico. Gli italiani si trasformeranno in amanti del
digitale solo quando i tempi
saranno maturi e ci saranno centinaia di canali digitali veri».
Un'ultima domanda: sappiamo che anche ESPN, canale sportivo della
piattaforma Sky, si è accorto di te. Ci sono sviluppi?
«Sono molto, ma molto superstiziosa. Forse perderò qualche punto ma
vado sempre in giro con un santino di Padre Pio e un cornetto. Per
scaramanzia non te lo dico».
MONITOR
Benedetta Parodi, la sorellina di Giuseppe Bosso
Il mondo del giornalismo,come qualsiasi altro campo, è
indubbiamente un percorso molto lungo e difficile per chiunque
cerchi di emergervi e farsi strada; a maggior ragione le cose si complicano per chi ha un nome, o meglio, un
cognome “pesante”, e una posizione nel giro.
E certo non è stato facile per Benedetta
Parodi, 33 anni, da Alessandria, professionista dal 1999 e ormai
volto storico di “Studio Aperto”, ritagliarsi e mantenere
il proprio spazio in quell’ambiente dove una sorella, Cristina, da anni era ormai ritenuta una regina
.
Oltre che alle inevitabili difficoltà del “noviziato”,
i suoi esordi sono stati indubbiamente contrassegnati dalle consuete ironie e perplessità: lavora perché è la sorella di…
se non avesse quel cognome non ci sarebbe…eccetera.
Pian piano, in questi anni invece la Parodina, come è stata soprannominata dagli
appassionati fans delle telegiornaliste, ha saputo smentire le
voci maliziose, mettendo in luce, oltre che un’indubbia bellezza e
un inconfondibile sorriso (di famiglia evidentemente) anche una
notevole competenza e professionalità nella conduzione dell’edizione
mattutina del tg di Italia1, conquistando quegli spettatori che
sono riusciti a guardare ben al di là del cognome scomodo.
Appassionata di cucina, cura un blog sul sito del suo telegiornale, nel quale non
di rado “sforna”ricette molto particolari. È sposata con
il collega Fabio
Caressa, telecronista di Sky, ed è mamma di due
splendide bambine. Come dire, quando lavoro e vita privata
riescono a conciliarsi in armonia. Vedremo in futuro se continuerà
ad occupare la scrivania del tg diretto da Mario Giordano, o se accetterà nuove sfide
professionali. Di certo, non le mancherà un nutrito seguito di
fans.
CAMPIONATO
Maria
Luisa c'è di Rocco Ventre
Maria Luisa Busi è la vera novità di
questo turno di campionato: contro Elsa Di Gati
ottiene la sua quarta vittoria consecutiva e raggiunge quel
sesto posto che significherebbe play-off se il torneo finisse
adesso.
Luisella Costamagna vince la sfida diretta con Manuela Moreno
e si conferma in testa alla classifica insieme alla sempre
più convincente Monica
Vanali.
Maria Grazia Capulli sconfigge
nettamente la campionessa Francesca Todini
(è crisi per lei) e si ritrova in solitudine al terzo
posto.
In coda importante vittoria di Cristina Parodi
su Maria
Leitner.
Serie B: eliminate Guarnieri e Botteri; la più votata del turno
è stata di gran lunga Maria Cuffaro.
CRONACA IN ROSA
Se la parità non è solo una parola di Erica Savazzi
«Non ho voglia di aspettare 20 o 30 anni affinché ci siano uomini
sufficientemente intelligenti per nominare donne nei consigli di
amministrazione». Va subito al sodo il ministro per le Pari
Opportunità norvegese, Karita Bekkemellem, eletta a
settembre in un esecutivo di centro sinistra.
Il numero delle donne presenti negli organismi direttivi delle società
pubbliche e private del Paese nordico cresce infatti troppo
lentamente, nonostante una legge del 2002 fissi delle “quote rosa”:
in tre anni si è passati solo (si fa per dire) dal 6% al 21% di
presenze femminili. La cooptazione su base volontaria non ha
funzionato, e allora il ministro minaccia sanzioni: se entro
due anni nei consigli di amministrazione delle imprese quotate le
donne non arriveranno al 40%, le aziende saranno chiuse.
Una misura troppo drastica secondo la Confindustria norvegese, ma che
ben spiega il concetto scandinavo di parità: non solo a
parole, ma soprattutto nei fatti.
La Norvegia è uno dei Paesi più paritari del mondo: il 37% dei
parlamentari sono donne, 9 dicasteri su 19 sono affidati a donne e il
tasso di disoccupazione femminile è il più basso d’Europa, al
3,4%. Ma non basta. «Rappresentiamo metà della popolazione,
dobbiamo esercitare metà del potere», dice la signora
Bekkemellem. Una particolare forma di proporzionale basato sul sesso.
In Italia la presenza di donne dirigenti all’interno delle imprese
è di solo il 3,5% (la metà della Norvegia di tre anni fa), il nostro
Parlamento si colloca al 78esimo posto nella classifica
mondiale della presenza femminile e, insieme alla Grecia, è quello
con meno donne in tutta Europa. Forse qualcosa si potrebbe imparare.
Sono di questi giorni le polemiche sul disegno di legge voluto dal
ministro Stefania Prestigiacomo sulle “quote rosa”, che
prevede il 33% di donne nelle liste elettorali, bocciato dal
Parlamento un mese fa e approvato con fatica la settimana scorsa.
I detrattori del provvedimento, ad esempio i ministri Giovanardi,
Pisanu e Martino, che hanno votato contro, agitano lo spettro di
ghetti femminili.
In realtà, se le candidature femminili fossero lasciate al loro buon
cuore, probabilmente la situazione non cambierebbe, per un
semplice calcolo: una posizione di prestigio in più per una donna
significa una poltrona in meno per un uomo. Inoltre, a
differenza della Norvegia, in Italia la necessità di una effettiva parità
è poco sentita, a cominciare dagli stipendi, più alti per i
maschi, come dimostrano numerose statistiche. In pratica le
possibilità che il problema della rappresentanza femminile si
risolva da solo sono molto scarse.
Ben vengano quindi il muso duro e le soluzioni radicali in stile
norvegese per introdurre un principio altrimenti disatteso, e
soprattutto per far nascere una vera cultura della parità
e del rispetto: è ancora fresco il ricordo degli insulti alle
parlamentari nelle discussioni sulla fecondazione assistita.
CRONACA IN ROSA
Il volto nascosto delle donne kamikaze di Rossana Di Domenico
Nelle scorse settimane la tv giordana ha trasmesso l’intervista di
una donna trentacinquenne, mancata kamikaze, che confessava la
sua partecipazione alla strage degli alberghi ad Amman.
L’attentatrice arrestata racconta con tono pacato di come lei
e suo marito siano entrati in Giordania il 5 novembre scorso con dei
passaporti iracheni falsi. La donna entra nell’hotel bardata di una
cintura piena di esplosivi, ma solo il marito si fa esplodere, mentre
lei fugge assieme alla folla spaventata, pare per il mancato
funzionamento del detonatore della bomba che, a sua volta, portava
sotto il pesante vestito nero.
Sayida, questo è il nome della donna, è sorella di un altro
terrorista, Samir Atrus Al Rishawi, morto a Falluja in combattimento
contro i soldati americani.
Ciò che ha colpito nel suo racconto è la totale indifferenza
per la sorte delle vittime dell’attentato all’hotel Radisson: non
una parola, non un cenno, non uno sguardo diverso dagli altri.
Proprio, "pietà l’è morta". Del resto, la pietà
umana non compare mai nelle rivendicazioni dei delitti da parte di
Al Qaeda e compagni; ma va aggiunto che non si ha mai notizia di fatwe
(sentenze di condanna) emanate da autorità religiose dell’Islam nei
Paesi arabi nei confronti degli autori di quelle stragi. E' infatti la
prima volta che una folla di cittadini musulmani si è
riversata nelle strade per protestare contro un eccidio
del genere: ma si è trattato, appunto, della Giordania, colpita in
questa occasione.
Donne kamikaze solo se devono recuperare l'onore. Questa
è, secondo molti studiosi, la principale motivazione per cui le donne
verrebbero impiegate per il compimento delle stragi, ossia solo donne
che in precedenza abbiano infranto regole d'onore e possano così espiare
la loro vergogna. Il loro reclutamento sarebbe subordinato alla
loro condizione: solo le donne che hanno trasgredito le norme morali
possono diventare kamikaze e lavare così l'onta che macchia l'onore
della loro famiglia. Queste donne martiri si fanno esplodere in nome
della religione musulmana.
Terroriste e assassine, disposte a uccidersi pur di uccidere:
imbottite di esplosivo come i compagni maschi che, insieme a loro,
tengono prigionieri centinaia di innocenti in un teatro di Mosca, le
cinque vedove cecene parlano in tv. E parlano di morte.
Col corpo e il volto nascosti dai pesanti veli che sono il
simbolo stesso dell'inferiorità in cui le confina la
società islamica, esse annunciano di esser pronte a compiere le
stesse crudeltà dei loro simili dell'altro sesso. Sì, queste donne
sono davvero uguali agli uomini: tanto che, come hanno decretato dotti
teologi islamici, è sulla base di questa terribile uguaglianza che
anche a loro sarà possibile godere - una volta raggiunto in questa
maniera il "paradiso" - degli stessi privilegi fin
qui riconosciuti solo ai maschi.
CRONACA IN ROSA
Comunicato stampa Prosegue la rassegna Intorno alle donne
Proseguono gli appuntamenti della rassegna Intorno alle donne,
promossa dalla Consigliera di Parità della provincia di Viterbo, avv.
Maria Antonietta Russo, ideata e condotta dal giornalista Pasquale
Bottone, direttore dei quotidiani www.viterbocitta.it
e www.iltempodileggere.com. In questo terzo
appuntamento, che ha luogo lunedì 28 novembre alle 18.00 in via Saffi,
nella sala del consiglio della Provincia di Viterbo, sarà discusso il
tema di grande attualità Donne che fanno notizia.
Di scena autorevoli esponenti del mondo femminile che si adoperano, a
vari livelli, svolgendo funzioni diverse, in uno dei settori senza
dubbio di maggior interesse: quello della informazione e della comunicazione.
Saranno presenti rappresentanti del mondo del giornalismo viterbese,
della televisione e della carta stampata, assieme all’ospite
nazionale di scena, Silvia Grassetti, direttore del settimanale
e portale nazionale www.telegiornaliste.com,
nato e gestito come osservatorio sulle protagoniste della carta
stampata e del video, ma anche come efficace mezzo di descrizione
dei fermenti socio-culturali; l’ultima frontiera
dell’informazione dunque, quella che attraverso la rete
quotidianamente, in tempo reale, riesce a mettere a fuoco la realtà e
a darne conto.
A sottolineare i tratti salienti del giornalismo “in rosa” ed a
esaminarne il grado di inserimento e di incisività sarà Arnaldo
Sassi, caposervizio della redazione de Il Messaggero di
Viterbo.
FORMAT
L’Europa sul 3 di Erica Savazzi
Mezz’ora per raccontare l’attualità e farci sentire un po’ più
cittadini europei. È questo l’ambizioso obiettivo di TgR
Europa, programma curato da Grazia Coccia e Alessandro
Casarin, nato nel 1991 e ancora oggi una delle poche finestre
televisive completamente dedicata alla vita dell’Europa
unita.
La sigla indica da subito il carattere multiculturale e multilinguistico
dell’Europa: ideata da Franco Battiato, unisce la lettura di
brani in tedesco, inglese e greco antico a un sottofondo musicale
quasi surreale.
Se l’Unione Europea è una organizzazione elefantiaca spesso
impossibile da comprendere per i suoi cittadini, la trasmissione è
invece agile, chiara e trasparente. Merito di servizi
completi e curati, sia dal punto di vista informativo che delle
immagini, realizzati dai giornalisti della sede Rai di Milano e da
corrispondenti dislocati nelle diverse capitali europee.
Eliminate le questione tecniche e i dibattiti politici, protagonista
assoluta della trasmissione è la vita quotidiana delle
persone, con una attenzione particolare per immigrati e minoranze
e per le loro problematiche; grande spazio anche per la cultura
e le tradizioni dei diversi popoli europei. Si racconta l’attualità,
ma un posto d’onore è riservato all’arte, con servizi
sull’architettura, una rubrica dedicata alle mostre
organizzate nei principali musei europei e al cinema europeo in
proiezione nelle sale italiane.
La conduzione di Grazia Coccia, telegiornalista molto
particolare con i suoi occhiali con la montatura di plastica e la zazzera
rossa, è immediata ed efficace.
Unico neo l’orario di messa in onda, la domenica in tarda mattinata
su Rai3: non invoglia certo alla visione.
Anche la scarsa pubblicità fatta al format non aiuta: considerando
l’importante opera di divulgazione e di informazione, TgR Europa
meriterebbe davvero una collocazione migliore.
FORMAT Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i –
di Filippo Bisleri
Prima posizione della nostra
classifica, questa settimana, per Barbara Pedri. Il biondo volto del Tg5 delle 13.00 si conferma come
una delle più brave giornaliste del panorama nazionale e, come
ci ha spiegato in Telegiornaliste n. 27 Salvo
Sottile, suo compagno di conduzione, una delle più esperte nel
saper porgere le notizie nel modo adeguato, in grado di calamitare
l’attenzione del pubblico. A questo punto vi aspettereste un
voto intorno all’8, e invece no. A Barbara Pedri tocca, per la quasi
perfezione, un “10-”.
Secondo gradino del podio conquistato da Mikaela Calcagno.
Brava, dinamica, preparata, è arrivata in un momento travagliato per
la redazione sportiva di casa Mediaset (leggasi vicenda Serie A),
ma ha saputo tirare fuori le sue qualità professionali e
conquistarsi, fin dai primi mesi di lavoro a Cologno Monzese, una vera
novità per una romana come lei, il suo gruppo di fan, che ci scrivono
e sono numerosi. Complimenti. “9”.
Torna sul podio la meravigliosa amica di Telegiornaliste.com
Chiara Ruggiero. I suoi recenti speciali sul
salone del ciclo al polo esterno di Rho-Pero della Fiera di Milano
hanno riscosso successo di pubblico e di critica. E anche noi
promuoviamo la mora (ex bionda) tgista milanese in forza al gruppo di
Telelombardia. Una telegiornalista ballerina, nel senso che ama il
ballo e specialmente quello latino-americano, ma decisamente ben salda
quando si tratta di confezionare servizi di buon livello. Promossa.
“8”.
Resta ancora sul gradino più basso del podio Xavier Jacobelli.
Il direttore de Il Giorno e del quotidiano sportivo Qs
sta cavalcando la polemica del nuovo calcioscommesse. Un
fenomeno denunciato a suo tempo ad alcuni dirigenti sportivi da
calciatori che vedevano i compagni non impegnarsi più di tanto. Il
problema è che, dopo le intercettazioni su Fazio, anche la
pubblicazione di alcune intercettazioni telefoniche e interpretazioni
di dialoghi ha portato il telegiornalista di 7Gold a ricevere qualche querela.
Ahi ahi ahi… “4”.
Secondo gradino del contropodio per Michele Cucuzza che, forse,
sperava di far dimenticare le bufere che hanno coinvolto La
vita in diretta con un cambio di look. Noi giudichiamo il
professionista e non gli stilisti o gli esperti di look e rimandiamo
il telegiornalista. Quando smetterà i panni dello show-man per
ridarci il bravo giornalista che conoscevamo? Da rivedere. “5”.
Contropodio per un paio di servizi troppo caricaturali anche se la
bravura della tgista non si discute. Parliamo di Laura Piva,
che in un paio di occasioni ha forse accettato i consigli di qualche
collega più esperto di “fattacci” (prendiamo a prestito una frase
di Salvo Sottile), alzando e abbassando il tono della voce come
se fosse sul palco di Sanremo o prossima allo scoop. Rivogliamo la
Laura Piva stupenda giornalista che neutramente informa il
telespettatore. Lei lo può fare. La rimandiamo. Con un “6”.
TELEGIORNALISTI
Serie A, bravo Mentana di Filippo
Bisleri
Complimenti a Enrico “mitraglietta” Mentana. Il suo Serie A,
riveduto e corretto dopo la disastrosa gestione Bonolis, è un programma
cui si potrebbe attribuire, tranquillamente, un bel 9 in pagella.
Vivace, brioso, con subito i gol in primo piano e
il siparietto denominato “talk” confinato nella coda della
trasmissione così come drasticamente ridotta è stata la presenza
della Gialappa’s. Che pure ha prestato il proprio intervento per
“salutare” l’ex conduttore e mitigare i toni dello scontro tra
giornalisti sportivi Mediaset e il vecchio conduttore riabilitando,
anche Ettore Rognoni, capo dei servizi sportivi Mediaset.
Già, perché se Bonolis l’aveva chiamato “Er penombra”, Mentana
ha scherzato con quelli della Gialappa’s sul fatto che lui era in
penombra. E il comico trio ha provato a mostrare come si poteva fare un
programma ancora più snello evidenziando gol e lisci.
A noi, comunque, la nuova versione di Serie A è parsa finalmente
una trasmissione giornalistica e anche ben fatta. Gli stessi
giornalisti di casa Mediaset sono soddisfatti. E, a dispetto delle voci,
e dopo le prove che l’avevano vista in studio, anche la splendida Monica Vanali è tornata ad essere la signora dei
posticipi. Con una grande performance professionale come solo Monica
può fare.
Tornando al programma, un bravo a Mentana per avere valorizzato
tutte le presenze giornalistiche a disposizione, dimostrando di
essere entrato nel mondo dell’informazione pallonara da grande
professionista. Velocità, rapidità, essenzialità e tempestività
sembrano essere i quattro pilastri che reggono l’architrave della
trasmissione calcistica di Mediaset che ci ha ricordato molto il
bellissimo 90° minuto dell’indimenticabile Paolo Valenti.
Pochi fronzoli durante la trasmissione e tanta informazione
sportiva con adeguata tempistica per chi ha la visione del calcio sul
satellite - e di estremo interesse per quanti non hanno decoder e
parabole. Se la prima è così, crediamo che il futuro di Serie A
possa essere sempre più roseo.
Peccato davvero che le prime giornate siano, eccezion fatta per la
puntata “only-Vanali”, state letteralmente buttate alle ortiche. Se
poi Mediaset vincesse la battaglia legale con la Rai che è accusata di
violare gli accordi Lega-Mediaset con la trasmissione di Simona Ventura
(che ora rivendica un diritto di cronaca che a suo tempo negò essa
stessa alla Mediaset), per Mentana il futuro sarebbe in discesa. E i
dati Auditel in picchiata.
Ma verso l’alto. Per la gioia di Persilvio “Dudu” Berlusconi.
VADEMECUM
L'esperto risponde
Barbara chiede:
Chi esercita attività di editore, per diventare giornalista
pubblicista o professionista, deve sempre pubblicare i 60 articoli in
due anni? E' possibile registrare al tribunale una pagina web con un
direttore responsabile e fare informazione?
Risponde Filippo Bisleri:
Chi esercita l'attività di editore, per diventare giornalista
pubblicista dovrà comunque realizzare i 60 articoli previsti per
l'iscrizione all'albo e dovrà avere un direttore responsabile della
rivista (magari iscritto all'elenco speciale) che dichiari la sua
collaborazione alla rivista stessa.
Quanto alla pagina web, Telegiornaliste.com è la prova della
risposta affermativa. Il vincolo è la dichiarazione in tribunale e
all'Ordine della periodicità e del nominativo del direttore
responsabile. Come previsto dalla vigente legge sulla stampa.
Gianluca di Napoli scrive:
Salve, volevo sapere se per diventare pubblicisti c'è un numero
minimo di articoli da scrivere nell'arco dei 24 mesi; se la
collaborazione deve essere continuativa; se si possono sommare
articoli scritti per due testate diverse e se eventualmente le
rubriche fotografiche valgono come articolo; dove inoltre posso
trovare gli indirizzi necessari per richiedere la modulistica?
Risponde Filippo Bisleri:
Caro Gianluca, in ogni Ordine regionale esiste un numero minimo di
articoli per iscriversi nell'Ordine dei giornalisti (elenco
pubblicisti). La collaborazione deve essere continuativa e le
eventuali interruzioni giustificate con, ad esempio, la chiusura per
ferie della redazione e dunque della pubblicazione del giornale (o del
sito web, della tv, della radio). Naturalmente, a patto di avere le
dichiarazioni di tutti i direttori delle testate con le quali si
collabora, sono ammesse tutte le collaborazioni che si vuole con il
vincolo che abbiano la durata di 24 mesi.
Le rubriche fotografiche sono conteggiate, nel momento della
presentazione della domanda per l'elenco pubblicisti, in modo
particolare. Solitamente gli Ordini regionali scindono le domande per
i fotocineoperatori e per quanti scrivono.
Tutti gli indirizzi degli Ordini regionali sono sul sito www.odg.it al
link Ordini regionali. Ciao e a presto nell'Ordine.
Orietta chiede:
Gentile dr. Bisleri, sto attualmente collaborando come volontaria
con una testata online nella mia città (da circa 7 mesi), sia in
redazione che scrivendo articoli miei. L' intenzione è quella di
iscrivermi all'albo dei pubblicisti al termine dei due anni previsti.
Mentre collaboro con questa testata pensavo però se non fosse utile
iscrivermi a qualche corso di formazione, vista l'Italia della
Burocrazia in cui viviamo. Potrebbe indicarmene qualcuno nella mia
regione (Piemonte) valido ed accreditato?
Risponde Filippo Bisleri:
Gentile Orietta, preciso che, per l'iscrizione all'Ordine dei
giornalisti, sono necessari i pagamenti, dunque è da capire la forma
di volontariato. Anche perchè devono essere presentate, all'atto
della presentazione della domanda per l'iscrizione all'Ordine, almeno
6 attestazioni di pagamento con ritenute versate all'Erario e gli
importi percepiti dall'aspirante giornalista. Non reputo
particolarmente importante l'iscrizione ad un corso di formazione.
Piuttosto può frequentare qualche iniziativa formativa organizzata
dall'Ordine dei giornalisti (www.odg.it link Ordini regionali;
selezionare Piemonte).
Gianfranco di Verona scrive:
Buongiorno Dott. Bisleri, avrei bisogno di una "dritta";
come è più conveniente mettersi in contatto con le testate, riviste
eccetera per poter cominciare a scrivere per il patentino di
pubblicista?
Risponde Filippo Bisleri:
Caro Gianfranco, prima di tutto non si dice patentino ma tesserino.
Specificato questo io ritengo che il mezzo migliore per contattare una
rivista per collaborare sia l'invio di un curriculum ben fatto via
mail, cui far seguire un contattato telefonico. Prova a contattare
anche Telegiornaliste.com indirizzando la email al direttore
responsabile. In bocca al lupo.
Carla di Roma chiede:
Gent.mo signor Bisleri, faccio parte della schiera di aspiranti
giornalisti che vorrebbero affermarsi in questa professione.
Attualmente collaboro con un quindicinale, ho scritto recensioni di
cinema per una rivista di cultura, ho esperienze come redattrice in
case editrici, ma non riesco a trovare delle testate (anche online)
che mi permettano di collaborare con continuità per diventare
giornalista. La mia formazione è orientata alla critica
cinematografica e di costume, ma mi sembra un settore più chiuso di
altri! Può darmi qualche consiglio in merito? È meglio proporsi come
free lance, o cosa?
Risponde Filippo Bisleri:
Cara Carla, la tua lettera mi fa tornare indietro di qualche anno
quando anch'io speravo di affermarmi nel mondo del giornalismo in uno
specifico settore. Ho capito però presto che, per "imparare il
mestiere", dovevo confrontarmi anche con argomenti meno piacevoli
per me e cominciare a lavorare nelle piccole redazioni. Ho seguito
questa strada e, dopo circa 15 anni, oggi mi occupo, come redattore
assunto, dell'argomento che ho sempre sognato seguire. Se vuoi fare
un'esperienza di critica cinematografica online contatta il direttore
di Telegiornaliste.com, Silvia Grassetti. È molto brava
professionalmente e in grado di farti crescere come giornalista perchè
l'online è una bella palestra di giornalismo. Intanto, al posto tuo,
manderei anche qualche curriculum a testate locali segnalando la
competenza maturata e i tuoi gusti ma dicendoti anche disponibile a
seguire altri settori. Pur con la crisi dell'editoria in atto
(purtroppo in Italia si legge poco e gli editori sono sempre meno)
credo che qualche collaborazione la troverai.
Margherita di Palermo scrive:
Aspirante giornalista, collaboro da mesi con un quindicinale
locale. Vorrei diventare pubblicista ma non so come fare. Devo, prima
del termine previsto dei due anni, iscrivermi all'albo in qualche
registro? Inoltre vorrei sapere qual è il percorso che un pubblicista
deve fare per diventare giornalista professionista. Grazie e buon
lavoro!
Risponde Filippo Bisleri:
Carissima Margherita, prima di tutto verifica che la collaborazione
sia pagata almeno 2 o 3 volte all'anno con regolari ritenute
d'acconto. Prima dei 24 mesi non è necessario fare nulla se non
questa verifica sui pagamenti che ti sono dovuti.
Una volta diventata pubblicista (ti aspettiamo presto nell'Ordine)
allora ti si potrà aprire la porta del professionismo. Che potrà
avvenire, salvo modifiche di legge che sono a buon punto, con 18 mesi
di pratica da assunta in redazione cui segue l'Esame di Stato (con
scritto e orale). Se la modifica dell'accesso alla condizione di
professionista sarà votata dal Parlamento (bozza Siliquini) allora
potrai diventare professionista tramite Università con i corsi
appositi presentati nelle scorse puntate del Vademecum. Se hai bisogno
di ulteriori chiarimenti scrivimi di nuovo. A tua completa
disposizione.
Veronica di Napoli chiede:
Salve, io scrivo da quasi due anni per una testata locale per
ottenere il tesserino da pubblicista, però chi fa parte di questa
redazione non ottiene compensi perchè abbiamo firmato una liberatoria
affermando che le retribuzioni erano a discrezione del direttore
editoriale, a me non importa di non essere pagata, ma con questa
formula posso avere problemi per farmi rilasciare il tesserino?
Risponde Filippo Bisleri:
Cara Veronica, problemi ne avrai senz'altro. Salvo che, comunque,
forfettariamente, non facciano figurare dei pagamenti fatti a tuo
favore con relative ritenute d'acconto. Il fatto della liberatoria è
una clausola capestro che potrebbe addirittura far scattare il
praticantato d'ufficio. Comunque verifica bene se l'editore, perché
è l'editore che paga, non il direttore, almeno ti rilascia le
ritenute d'acconto, anche per cifre minime, ma relative ad un biennio.
Fammi sapere. Ciao.
Sergio di Roma scrive:
Lavoro da circa due anni con il corrispondente in Italia di una
importante testata giornalistica giapponese. Lavoro regolarmente 5
giorni a settimana, retribuito (anche discretamente) e spesso
partecipo attivamente alla redazione degli articoli. In pratica
compilo dei report in lingua inglese sulla base dei quali viene
preparato l'articolo in giapponese che viene successivamente spedito
al nostro ufficio centrale di Tokyo. La domanda è: posso diventare
pubblicista? O in alternativa ottenere un qualsiasi altro tipo di
riconoscimento?
Risponde Filippo Bisleri:
Caro Sergio, occorre sapere se in Italia tu hai un direttore
responsabile, regolarmente iscritto all'Ordine (e non all'Albo
speciale) in grado di rilasciarti la dichiarazione di collaborazione e
se regolarmente hai le ritenute d'acconto. In caso contrario nessuna
iscrizione è possibile. L'alternativa è rivolgersi all'Ordine interregionale
di Lazio e Molise (www.odg.it e selezioni Ordini
regionali) o recarti al Lungotevere dei Cenci 4 per sottoporre il
tuo caso. Troverai persone pronte a risolverlo. Fammi sapere come si
evolve la tua vicenda. Ciao.
Nicole di Bergamo chiede:
Caro Filippo, da quattro anni collaboro con il quotidiano L'eco di
Bergamo e mi sto informando per l'iscrizione all'albo dei pubblicisti.
Una bella avventura anche se sottopagata. Ho 25 anni e non ho ancora
terminato l'università, facoltà Scienze Politiche. È un mestiere che
mi piace ogni giorno di più, ma ho capito che trovare un posto fisso
che tranquillizzi mio padre sarà molto dura. Come posso collaborare
con la vostra testata online?
Risponde Filippo Bisleri:
Cara Nicole, a Telegiornaliste.com per ora si collabora
gratuitamente, con grande spirito di amicizia e di reciproco aiuto a
crescere professionalmente. Contatta pure il direttore, Silvia
Grassetti, alla mailbox segreteria@telegiornaliste.com
e, se lo
desideri, tramite lei potrai anche raggiungermi direttamente via email
per ulteriori consigli su come arrivare ad un posto fisso da
giornalista. Aspetto la tua chiamata anche perchè so che all'Eco
di Bergamo i collaboratori sono sempre molto preparati e dinamici.
Elia di Roma scrive:
Quali sono le varie tappe per potersi iscrivere all'Ordine dei
giornalisti? ed i corsi per una buona preparazione?
Risponde Filippo Bisleri:
Caro Elia, le tappe per iscriversi all'Ordine sono le seguenti:
collaborazione biennale retribuita con una rivista per diventare
giornalista pubblicista e, quindi, praticantato presso una rivista ed
Esame di Stato. La situazione sta però portando verso una modifica
dell'Esame di Stato (ne abbiamo parlato nelle prime puntate di Vademecum)
con l'accesso all'Esame di Stato tramite Università.
Per i corsi di preparazione puoi fare riferimento alle Università o
all'Ordine regionale. Se contatti l'Ordine interregionale del Lazio (www.odg.it, Ordini regionali, Lazio-Molise) avrai
ottime indicazioni.
EDITORIALE
Chi è l'analfabeta? di Tiziano
Gualtieri
Ma siamo davvero un'accozzaglia di ignoranti?
Guardando gli elementi che formano la società italiana di oggi viene
proprio da pensarlo. Chi, almeno una volta, non ha avuto la
sensazione - a torto o a ragione - di vivere davvero in mezzo a un
assembramento di persone con una preparazione, e non solo scolastica,
inferiore alla propria?
Qualche giorno fa la sensazione ha avuto una conferma
ufficiale. È stato diffuso, infatti, un dato che fa davvero accapponare
la pelle: secondo uno studio dell'Università di Castel
Sant'Angelo dell'Unione Nazionale per la Lotta contro l'Analfabetismo,
quasi sei milioni di italiani - quindi dodici su cento -
sarebbero totalmente analfabeti.
Un dato spaventoso. Si tratterebbe di persone che non sanno né
leggere né scrivere: cosa che in un Paese civile del XXI secolo si
fa davvero fatica ad accettare. Sì, perché se una volta il tutto
poteva essere determinato dalla povertà e dalla necessità
di mandare a lavorare invece che a scuola più braccia possibile,
ora non è per nulla giustificabile.
Forse, però, una spiegazione potrebbe essere trovata nel fatto che la
popolazione italiana sta invecchiando e quindi quelle persone
che a scuola non hanno potuto andarci continuano a gravitare nella
società e analfabete debbono essere considerate.
In realtà, analizzando i dati si scopre che così non è. Ma non è
mica finita qui. Se i dati degli analfabeti non sono confortanti, si
aggiunge il fatto che venti milioni di italiani sono senza alcun
titolo di studio o sono in possesso dell'istruzione minima, data
dalla licenza elementare. Possibile che un italiano su tre abbia
un'istruzione così bassa? Difficile da crederci.
Ma non è, forse, che tutto dipende dal fatto che sta aumentando il
numero di extracomunitari che diventano italiani? Ragionamento che
potrebbe non fare una piega, se non ci fosse il particolare, neppure
tanto secondario che - in realtà - molti di loro hanno in tasca il
cosiddetto pezzo di carta.
A metterci il carico da novanta un altro dato: il numero di chi, pur
avendo un titolo di studio, è considerato
illetterato perché in possesso o della sola licenza elementare o
della sola scuola media, titoli del tutto insufficienti a vivere e
produrre nel mondo di oggi.
Ebbene, in questo caso, oltre la metà della popolazione italiana
risulta essere del tutto analfabeta o appena alfabeta. Il dato,
anche in questo caso, è davvero al limite dell'incredibile: gli
italiani "ana-alfabeti", raggiungono quasi trentasei milioni
di persone, pari al 66% degli abitanti del "Bel paese".
Ci sarebbe davvero da mettersi le mani nei capelli, se non
fosse per un piccolo particolare. L'Istat, l'ente preposto per
le statistiche ufficiali, subito dopo la diffusione di questi dati
allarmanti, ha "risposto" pubblicando i dati del censimento
della popolazione riferiti al 2001, ovvero lo stesso periodo dello
studio della UNLA.
Ebbene, all'Istituto Nazionale di Statistica risulta che il numero
di analfabeti è pari a 782.342.
Che è successo? E gli altri 5 milioni e rotti? Non saranno
mica spariti o andati a scuola negli ultimi minuti. Niente di tutto ciò.
Forse si è verificato un semplice disguito o una diversa (errata?)
analisi dei dati.
Ma siamo davvero sicuri, allora, che analfabeta sia solo colui
che non ha un titolo di studio, o se ce l'ha non è sufficiente
per vivere nella società di oggi? No, perché anche chi non è
capace di fare i conti, o non analizza e confronta i dati prima di
spararli sui giornali e le tv, farebbe bene a tornare a scuola.
Se non altro per imparare come si fa informazione.
COLPO D'OCCHIO Internet
non è solo il mandante di Tiziano Gualtieri
Non bastavano le bande di ragazzi che per giorni hanno scorrazzato indisturbati
lungo le vie delle periferie francesi, riscandandosi con il calore sprigionato
delle auto trasformate in fiammelle della rivolta: il ministro degli
Interni francese Nicolas Sarkozy (o più semplicemente il signor Sarkozy
come preferisce farsi chiamare) ha trovato due nuovi nemici: Internet e i
blog.
Sarebbe stata la tecnologia, infatti, a consentire il tam tam - e non solo
mediatico - capace di radunare migliaia di ragazzi nelle strade delle banlieues.
Gli ordini d'attacco che giungono in tempo reale sul telefonino e Sarkozy che
lancia la sua personale controffensiva tramite web. Le nuove guerre civili
sono queste: altro che armi intelligenti o di distruzione di massa. Qui si parla
di tecnologia, di strumentazioni che impallirebbero davanti al computerone di War
Games, ma in grado di mobilitare un numero sterminato di persone.
La comunicazione fin da sempre è stata fulcro e spinta verso questa o
quell'altra parte, ce lo ha insegnato - nei tempi moderni - il leader nazista
Adolf Hitler che le diede ampio spazio istituendo il ministero della Propaganda,
dato in mano a uno dei più grandi artisti della (falsa) informazione: Joseph
Goebbels.
Lo hanno capito pure i rivoltosi francesi che si sono organizzati
anche attraverso la nuova frontiera della tecnologia: i cellulari.
Grazie a un fitto scambio di sms, i giovani ribelli d'Oltralpe si sono
coordinati nel corso delle loro scorribande. Più facile, veloce e immediato che
il vecchio passaparola.
«Per vincere il nemico, bisogna sconfiggerlo con le stesse sue armi», deve
aver pensato Sarkozy; e allora ha dato il via alla confroffensiva
mediatica: prima una petizione online, poi gli arresti. Così anche il
servizio fornito da Google, uno dei più famosi motori di ricerca del
mondo, può essere utile a riportare la calma.
Basta "acquistare" alcune parole come «auto bruciate», «violenza»
o «polizia» che una volta inserite come chiavi di ricerca, fanno comparire il
collegamento a un messaggio ben preciso: «Sostenete la politica di Nicolas
Sarkozy per ristabilire l'ordine». Anche in questo caso, le risposte non si
sono fatte attendere e migliaia di web-surfers hanno aderito all'invito.
A ciò si aggiungono controlli sempre più serrati operati proprio sul
web per valutare, individuare ed eventualmente chiudere tutti quei siti
e blog che incitano alla violenza; un po' quello che è successo a due
ospitati su Skyblog, il servizio lanciato da Skyrock e diventato punto di
riferimento per i giovani francesi.
Blog pro e blog contro: come quello personale di Sarkozy da cui si possono
estrapolare informazioni su ciò che le forze dell'ordine stanno svolgendo in
città. Speriamo solo di non trovarci a che fare con emuli di Goebbels e della
sua massima: «Qualsiasi bugia, se ripetuta frequentemente, si trasformerà
gradualmente in verità».
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