Archivio
Telegiornaliste N. 30 del 5
dicembre 2005
MONITOR
Cocozza, giornalista con Gusto
di Filippo Bisleri
Maria Luisa Cocozza, napoletana doc,
giornalista e mamma di un ragazzo di 12 anni. Ha sempre sognato
il giornalismo.
Dunque sei una innamorata del giornalismo?
«Innamoratissima, ho sempre voluto fare questo mestiere fin da
bambina. Il mio primo articolo, pensa, l’ho scritto quando
avevo solo 16 anni».
Fai tv e hai, nel tuo passato, esperienze radiofoniche e di
carta stampata. Trovi differenze tra i diversi media?
«Ritengo più che altro che il messaggio sia diverso a seconda
del medium che lo veicola. Ho fatto radio da
giovanissima, poi la tv e ho avuto qualche collaborazione con la
carta stampata, e ritengo che fare il giornalista sia sempre
bello, ma diverso a seconda del mezzo di comunicazione».
Un passato nella cronaca, delle conduzioni e ora Gusto.
Come ti trovi?
«Mi trovo benissimo anche a Gusto, e amo farlo. Prima ho
sempre fatto cronaca, ma amavo prima la cronaca e ora sono
appassionata a Gusto cui dedico le migliori energie».
Chi ti ha colpito di più nella tua carriera professionale?
«Certamente Giovanni Falcone, che era un uomo tutto d’un
pezzo. L’ho intervistato quando ancora ero a Tmc e non senza
lunghi inseguimenti, ma ne è valsa davvero la pena».
Chi è stato ad insegnarti di più nel mondo del giornalismo?
«Non ho dubbi: Guido Ruotolo, un napoletano verace come me. E
poi cito il mio primo direttore Roberto Quintini (Tmc), un
milanese che mi ha anche fatto piangere lacrime amare, ma che mi
ha insegnato a fare la giornalista».
E il servizio che ricordi di più qual è?
«Certamente quello fatto in occasione della caduta del Muro di
Berlino, perché mi ricordo come vestivo, le frasi della gente
che mi circondava, la grande emozione del momento. Mi sentivo
parte della storia pur potendone afferrare, per la limitatezza
dell’uomo, solo una parte. Un’emozione indescrivibile».
Cosa consiglieresti a dei giovani che vogliono fare il
giornalista?
«Il mio consiglio è di fare il liceo classico come ottima
base, e poi di continuare in redazione e trovare qualche collega
che insegni loro i trucchi del mestiere. E di procedere senza
fretta, giornalisti si diventa piano piano».
Qualche curiosità del tuo lavoro?
«Così mi fai sorridere perchè penso subito a Gusto».
Che intendi Maria Luisa?
«Girando per i vari servizi ho notato che i cuochi sono sempre
preoccupati mentre i pasticceri sono sempre felici. Sarà una
questione di aromi e dolcezze, che dici?».
Conciliare il ruolo di madre e giornalista è facile?
«Assolutamente no, e lo dico per esperienza. Ma occorre sempre
cercare di fare tutto al meglio e non aver paura a chiedere
aiuto».
MONITOR
Un nuovo "caso" per la redazione sportiva Mediaset
di Filippo Bisleri e Tiziano Gualtieri
Questa volta, a scatenare le reazioni dei professionisti della
redazione giornalistica sportiva di Mediaset, è la ventilata
decisione dell'azienda di cancellare, visti i bassi ascolti, il
reality sul mondo del calcio Campioni e di inserirlo,
con strisce apposite, a danno dei servizi dei giornalisti, nelle
edizioni di Studio Sport.
«Stiamo affrontando una nuova bufera - è il commento del
giornalista sportivo e rappresentante sindacale, Nando Sanvito -
che rischia, se realizzata, di minare la credibilità del
nostro lavoro giornalistico all'interno di Studio Sport».
Nulla contro Campioni in sé o contro i suoi protagonisti («Non
potrei mai prendermela con un campione del mondo come Ciccio Graziani
e i suoi giocatori», è il commento di Sanvito), ma i giornalisti che
seguono lo sport per Mediaset e che di anno in anno si adoperano per
far crescere (con lusinghieri risultati) la qualità di Studio
Sport, temono di veder vanificato il loro sforzo.
«Riteniamo questa richiesta dell'azienda pericola e lesiva,
sia della qualità giornalistica del programma Studio Sport,
sia di quanti vi lavorano come giornalisti. L'unica soluzione è che l'azienda
receda dai propri propositi per evitare uno scontro che non
farebbe il bene di nessuno ma che i giornalisti e le giornaliste
Mediaset non possono evitare per tutelare la loro professionalità e
il loro lavoro a favore della buona informazione sportiva».
L'allarme lanciato dai giornalisti sportivi di Mediaset, diventa ancor
più importante anche in virtù delle rassicurazioni chieste del Cdr
dopo il "caso Bonolis".
In quell'occasione, infatti, i vertici aziendali avevano assicurato
che l'appartenenza della testata giornalistica Sport Mediaset all'area
"intrattenimento" (e non come tutte le altre testate, Tg5,
Tg4, Studio Aperto) all'area "news" non aveva
influito nelle scelte.
«Assicurazioni che verrebbero smentite - si legge nella noda del Cdr
di Sport Mediaset - se dovessimo trovarci un reality (persino in una
formula mascherata) dentro un telegiornale, eventualità per noi
inaccettabile».
MONITOR Moncalvo sospeso. Un
Varriale-bis?
di Filippo Bisleri
Che tra Ferrario e Moncalvo non corresse buon sangue, almeno
negli ultimi tempi, era risaputo. Lo stesso Moncalvo non era
graditissimo a molti colonnelli leghisti quando dirigeva la
Padania, oggi nelle mani del battagliero Gianluigi Paragone.
Ora, però, Moncalvo, cui la Lega aveva garantito
un’ottima fuoriuscita dal quotidiano con l’assunzione in Rai
come capostruttura responsabile di Quelli che il calcio,
è stato sospeso da Ferrario dal suo incarico. E nel Carroccio
scoppia la bufera.
Moncalvo ha inviato una memoria alla direzione generale
per chiedere tutela: «Ferrario non mi ha fornito nessuna valida
motivazione, solo un generico "la tua presenza genera
attrito e innervosisce la conduttrice Simona Ventura"».
Moncalvo teme di essere la vittima numero due, dopo Enrico
Varriale, del programma di Simona Ventura al centro anche
della delicata controversia Lega calcio - Mediaset per
violazione del diritto di esclusiva.
Il duello Ferrario-Moncalvo è già un caso politico. Al
giornalista è arrivata la solidarietà del capogruppo An in
Commissione Vigilanza Rai, Alessio Butti, e di Giuseppe
Giulietti (Ds). Moncalvo chiama in causa il nodo dei diritti
sportivi: «L’azienda mi aveva incaricato di tutelare la Rai
dopo le diffide della Lega calcio e dopo le due lettere di
Massimo Cellino, presidente del Cagliari. Avrei poi dovuto
arricchire di contenuti giornalistici la trasmissione per
impedire che fosse solo intrattenimento. Non l’ho potuto mai
fare. Infine ho capito che qualcuno, in quel programma, lavorava
per far raggiungere alla concorrenza Mediaset il proprio
obiettivo: costringere la Rai a riacquistare i diritti del
calcio nella fascia dalle 13.30 alle 18.00».
E Moncalvo punta il dito contro Simona Ventura e la sua
gestione accentratrice della trasmissione.
Moncalvo ricorda infatti di aver inviato a Ferrario e
all’azienda una serie di lettere-relazioni e otto denunce
al comitato etico «per presunte violazioni della pubblicità
occulta».
Massimo Ferrario, direttore di Raidue, fa sapere di non
voler commentare.
Telegrafica la "giornalista professionista" Simona
Ventura dopo il mini strip dell’ultima puntata dell’Isola
dei famosi: «Sto festeggiando i risultati di Quelli che
il calcio e dell’Isola dei famosi. Non ho tempo né
voglia di fare polemiche. Guido con orgoglio una squadra molto
unita».
Infine la consigliera Rai di area leghista, la gallaratese
Giovanna Bianchi Clerici: «Spero solo che Ferrario e Moncalvo
si parlino e risolvano serenamente il problema». Intanto, però,
in Rai infuria la bufera e pare che, a farla da padrona, siano
solo alcuni. In barba a segnalazioni e codici etici e
comportamentali.
E, trattandosi di Lega, occorrerà vedere chi, tra Ferrario e
Moncalvo sarà più duro e quanto potere, all’interno della
disfida del Carroccio, avrà Simona Ventura, nostra signora del
reality e del calcio parodiato. Ma la parodia deve avere un
limite e il rispetto per le persone e le professionalità deve
essere garantito. Specie se si lavora nel servizio televisivo
pubblico. Chissà che direbbe il buon Bonolis di questa
vicenda… chi sarebbe “Er penombra”?
CAMPIONATO
La rivincita di Monica
di Rocco Ventre
Se l'avvento di Mentana alla trasmissione Serie A aveva
fatto svanire i sogni di conduzione solitaria per Monica
Vanali, la bionda giornalista si è presa la sua rivincita e
conduce tutta sola la Serie A... quella del campionato
delle telegiornaliste. Non solo: con largo anticipo è già
sicura della qualificazione ai play-off, così come Maria Grazia Capulli
subito dietro di lei.
Laura Cannavò vince la
sfida con la Costamagna e sembra
l'unica in grado di insidiare Maria Luisa Busi
giunta alla sua quinta vittoria consecutiva.
In fondo alla classifica solo la matematica tiene ancora vive le
speranze di Maria
Leitner.
Serie B: eliminate De Medici e l'ex campionessa Eleonora de
Nardis; la più votata del turno
è stata ancora una volta Maria Cuffaro.
CRONACA IN ROSA
Una pillola che non va giù di Valeria Pomponi
Incalza il balletto mediatico sulla sperimentazione della pillola
abortiva RU486.
Mentre un numero sempre maggiore di strutture ospedaliere
avanza la richiesta di inserirsi nel protocollo di sperimentazione, la
politica reagisce schierandosi su due fronti, anche se le posizioni di
alcuni giungono inaspettate.
Da una parte, le brigate antiaborto, capeggiate dal tenace
ministro della Salute Storace, che avanza l'ipotesi di inserire nei
consultori volontari del Movimento per la vita, con il compito
di convincere le donne che hanno deciso di abortire a non farlo - con
buona pace del diritto alla privacy.
Sostegno dal mondo cattolico: il cardinal Ruini considera positiva
un'azione di tutela del diritto della vita. Appoggio anche dal
centro-destra: il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini
difende sia l'altolà del ministro Storace sia la sua battaglia
contro la sperimentazione.
Posizione che non piace alla Prestigiacomo, ministro delle Pari
Opportunità, che ricorda a Storace come sulla RU486, la sua battaglia
sia già persa e di retroguardia.
Sulla stessa linea di pensiero la sinistra e i laici, che accusano
Storace di oscurantismo, e ritengono ingiusto, e pericoloso,
trasformare i consultori in campi di battaglia tra quelli pro e quelli
contro l'aborto.
Per quanto attualissima, la polemica in atto ricorda gli scontri tra i
guelfi e i ghibellini. Leggi, articoli, sentenze: ciò che non fa
altro che banalizzare il problema.
In tutto questo vociare, tra anticlericalismi e moralità timorosa dei
comandamenti, alle donne chi ci pensa?
CRONACA IN ROSA
Il presepe scandaloso di Napoli di Rossana Di Domenico
Napoli: la città famosa in tutto il mondo per il presepe,
viene brillantemente rappresentata in tutte le sue sfaccettature dal
genio artigianale dei fratelli Scuotto. Accanto alle classiche
figure pastorali della Natività, sul presepe dei fratelli Scuotto
ritroviamo donne nude che si offrono allo sguardo dei passanti,
bambini rom che chiedono l’elemosina e guappi ben
vestiti.
Tutto ciò, definito come uno scandalo da alcuni, rappresenta il
vivere di una città meravigliosa, dove ai quartieri finto borghesi si
contrappongono i vicoli degradati, che racchiudono però una cultura
secolare.
Salvatore Scuotto, a nome dei fratelli Emanuele, Raffaele e
Anna, dice: «è più scandaloso vedere una Lecciso sul presepe che un
nudo femminile», replicando alle polemiche seguite alla presentazione
della mostra Il mondo sospeso tra presenze e assenze nel presepe”.
Pomo della discordia sono state alcune scene di nudo inserite accanto
alla Natività: come una donna, intenta a lavarsi, alcune signore
sdraiate sulla riva di un fiume, e anche un uomo orientale
rappresentato senza veli.
«Queste scene appartengono alla realtà - spiega Scuotto - e quindi
possono essere inserite in un presepe nel rispetto dei canoni
settecenteschi. Il museo nazionale è pieno di nudi e non mi pare
che gli siano stati messi i sigilli perché si confonderebbe con una
"casa d'appuntamenti". L'intenzione non è quella di
scandalizzare, ma di lanciare una provocazione culturale: credo
che lo scandalo vero sia piazzare sul presepe una statuetta di Bin
Laden o Bush, Berlusconi, Al Bano o la Lecciso. Operazioni
commerciali, fatte ormai quasi su commissione, che possono al massimo
strapparci un sorriso, ma che ormai non incuriosiscono nemmeno più.
Noi abbiamo cercato di lavorare sulle idee e di rappresentare
semplicemente delle scene di vita» .
La mostra è stata inaugurata lo scorso 26 novembre nella chiesa
museale di San Severo al Pendino, e chiuderà i battenti l'8 dicembre
prossimo, per trasferirsi a Roma fino al 7 gennaio in una cornice
speciale: la basilica di San Giacomo in Augusta. L'opera sarà
impreziosita dai testi di Pietro Gargano, dalla mostra fotografica di
Sergio Siano e da un videoclip di Cesare Abbate che ha come
protagonista Patrizio Rispo.
Il presepe dei fratelli Scuotto è il filo conduttore di un saggio
dell'antropologo Marino Niola illustrato con le fotografie artistiche
di Sergio Siano.
Il laboratorio di artigianato artistico La Scarabattola nasce
nel marzo del 1996 da un’idea dei fratelli Salvatore e Raffaele
Scuotto. A loro si aggiungerà in un secondo momento il fratello più
giovane Emanuele.
Il nome ha un chiaro riferimento alle scatole (o mobiletti) in legno e
vetro contenenti la scena della Natività (mistero) che nel
‘700 e in gran parte del secolo successivo arredavano le case dei
napoletani.
All’interno di questi preziosi scrigni si organizzava un impianto
scenografico in cui erano disposti i personaggi principali legati
alla nascita del Cristo.
Da rilevare che sia le scarabattole come anche il vero e
proprio presepio (scoglio) presentavano sempre un'armonia
unitaria, che possiamo ben considerare teatrale, nell’organizzazione
dei pastori.
Questa caratteristica è stata oggi un po’ smarrita sia per lo
smembramento dei maggiori impianti di questo genere, avviato già nel
secolo scorso, sia per la mancanza di veri e propri scultori
e scenografi che dicono di non trovare più, ai giorni nostri, in
questo tipo di artigianato artistico, il presupposto per esprimersi.
CRONACA IN ROSA
8 per 1000, un aiuto per le ricerca
di Erica Savazzi
Come stimolare la ricerca scientifica nel nostro Paese?
Le finanziarie sempre più povere e i tagli a enti locali e
università non aiutano di certo una situazione problematica:
l’Italia spende in ricerca solo l’1,33% del PIL contro
l’1,9% della media europea e il 2,7% degli USA. E questo
nonostante la ricerca e l’innovazione siano state più volte
indicate da politici e scienziati come l’unica soluzione
fronteggiare la perdita di terreno della nostra economia nei
confronti della Cina e delle altre potenze tecnologiche.
La soluzione potrebbe trovarsi nell’idea di un giornalista, Enzo
Mellano, che propone di finanziare la ricerca tramite
l’8 per 1000 del gettito IRPEF. Il problema è che è
necessario modificare la legislazione vigente: secondo
l’articolo 71 della nostra Costituzione i cittadini possono
promuovere un’iniziativa popolare, che prevede la
raccolta di 50.000 firme, per presentare una nuova
normativa. Ecco allora che per far conoscere la proposta,
sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere le adesioni
è nato un sito internet, www.clubfattinostri.it/8x1000.
Se in quattro mesi si raggiungerà il numero previsto di firme,
il testo che illustra la nuova istanza verrà presentato al
Parlamento.
Ma come si è arrivati a questa iniziativa? Si è partiti da una
considerazione puramente numerica: secondo i dati del 2001 del
ministero delle Finanze (gli ultimi diffusi) solo il 39,62%
dei contribuenti decide a chi destinate il proprio 8 per 1000.
Attualmente il secondo comma dell’articolo 47 della Legge
222/85, che regola la materia, prevede che la quota possa essere
destinata a «scopi di interesse sociale o di carattere
umanitario». Il risultato è che il cittadino può scegliere
solo tra due categorie: Stato o enti religiosi. In
particolare, sempre secondo i dati riferiti all’anno 2001, il
10,28% viene destinato allo Stato, l’87,25% alla Chiesa
Cattolica (CEI), l’1,27% alla Tavola Valdese, l’1,2% ad
altre fedi (Chiese Avventiste, Assemblee di Dio, Comunità
Ebraiche, Chiesa Luterana).
E le quote del 60% dei contribuenti (circa 22 milioni di
persone) che non esprimono una preferenza? Al contrario
di quello che si potrebbe pensare, l’articolo 47 della legge
prevede che vengano ugualmente distribuite secondo un criterio
di proporzionalità rispetto alle scelte effettuate: anche se
non decido, magari perché le alternative non mi convincono,
i miei soldi vengono comunque distribuiti. Da qui una
semplice considerazione: gli astenuti potrebbero decidere di
appoggiare una causa laica, magari proprio quella della ricerca,
che, ricordiamo, riguarda non un solo gruppo, ma il
benessere di tutta la collettività.
Per permettere l’inserimento della ricerca scientifica tra gli
elementi da finanziare, la proposta modificherebbe la
dicitura dell’articolo 47, che permetterebbe così di
distribuire le risorse a «scopi di interesse sociale, di
carattere umanitario e scientifico».
Una richiesta giusta e onorevole, di cui Telegiornaliste.com
si fa portavoce.
FORMAT
Arrivederci al Distretto
di Polizia di Giuseppe Bosso
E così, dopo oltre due mesi di suspense e grandi ascolti, battendo anche concorrenti
agguerriti come Il Maresciallo Rocca, sciaguratamente
mandato nell’occasione allo sbaraglio da viale Mazzini, e da
ultimo i grandi successi di Benigni, per la quinta volta dal
2000 ad oggi il Decimo Tuscolano ha chiuso i battenti,
con quasi 8 milioni di spettatori, mantenendosi in
media per la gioia della Taodue, casa di produzione della quale Distretto di polzia" è fiore
all’occhiello, che ora spera di ripetersi con la seconda
serie di RIS-delitti
imperfetti.
Il finale, però, ha un po’ lasciato l’amaro in bocca ai
fedelissimi della squadra guidata dalla coraggiosa Giulia Corsi-Claudia Pandolfi, al passo
d’addio dopo tre serie (non volendo legare troppo la sua
immagine ad un preciso personaggio, scelta già compiuta al
tempo della dolce Alice di Un medico in famiglia), con la
scoperta, nemmeno tanto insospettabile, della colpevolezza del
procuratore Altieri, personaggio mai troppo amato dai fans fin
dalla sua comparsa nel cast.
Al di là di questo, comunque, confermato il successo di un
gruppo ormai consolidato ed affiatato, che a gennaio si
ritroverà per il sesto capitolo. Uscita la Pandolfi, il
timone del comando passa al veterano Ardenzi - Giorgio Tirabassi, dopo essere
stato nelle mani di due donne di ferro come la Pandolfi
e Isabella Ferrari; probabile l’abbandono
di un altro personaggio storico, l’agente gay Luca Benvenuto
(Simone Corrente), mentre non è certa la permanenza
dell’altro “romanaccio de Roma” Ricky
Memphis, contrariamente agli altri personaggi, tra i quali
i simpatici Ingargiola (Giovanni Ferreri), e Lombardi (Marco
Marzocca). Si è parlato in questi giorni di una
possibile new entry scoppiante, Corrado Guzzanti, che
però, pur ringraziando dell’interessamento, ha declinato.
Il successo di questa serie è stato determinato, oltre che
dalla ovvia bravura degli interpreti, dalla scelta dei temi:
una linea gialla principale accanto alle altre storie
che si sono succedute di puntata in puntata; se nelle prime
due serie tema centrale era la mafia e la vicenda
personale di Giovanna Scalise, con l’arrivo della Pandolfi
si è cambiata musica, senza per questo perdere, anzi
aumentando, i consensi; prima, nella terza edizione, il
giallo legato alla tragica morte della moglie di Ardenzi, poi
la pedofilia nella quarta, segnata dalla traumatica
uscita di un divo ormai acclamato come Giorgio
Pasotti, e in quest’ultima un tema quanto mai attuale e
concreto: l'ecomafia, che pare caratterizzerà anche Distretto
6.
FORMAT Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i –
di Filippo Bisleri
Questa settimana assegniamo il primo gradino del podio a Toni
Capuozzo. Sempre brillante nei suoi servizi dai
“fronti caldi” del mondo, il vicedirettore del Tg5
sta offrendo servizi sempre più qualificati anche sul fronte
dell’approfondimento con Terra!. Aggiungiamo poi che
è un grande e meticoloso professionista, uno di quelli
che piacciono per il modo di raccontare il mondo: ed è presto
giustificato il suo primo posto in classifica. Con un bel “9”.
Secondo gradino del podio per Annamaria Chiariello. Preparata
giornalista che racconta con precisione e grande accuratezza
i fatti del meridione d’Italia, in particolar modo della
Campania e della sua Napoli, Annamaria si conferma come una
grande realtà del giornalismo italiano. È una vera
professionista dalla classe cristallina. I cui servizi
sono sempre pervasi di pathos e di elementi che
spiegano gli eventi e offrono alcune chiavi di lettura. Brava.
“8.5”.
Al terzo gradino del podio collochiamo Luca Rigoni,
mente della redazione Esteri del Tg5. I suoi servizi,
che hanno analizzato le ultime settimane della travagliata
vita politica americana, comprese le contestazioni a Bush al
vertice panamericano e la trasferta del leader Usa in Cina,
sono di grande valore. Per uno che anni fa era balzato
agli onori delle cronache per dei “fuori onda” di Striscia
la notizia questa è la più brillante risposta sul
campo: quella di un giornalista di grande professionalità.
Complimenti. “8”.
Gradino più basso del contropodio per Fabio Caressa.
Non ci siamo, ogni sua telecronaca che vede protagonista la
Juve lo manda in defaillance. Bisogna informarlo che la
Juve non è più sponsorizzata da Sky e che vince perché è
una squadra solida e ben organizzata. Non servono le sue
giustificazioni agli errori arbitrali che, in qualche
circostanza, potrebbero sembrare agevolare il cammino delle
zebre di Torino. Respinto. “4.5”.
Secondo gradino del contropodio per Benedetta Parodi. Le ultime performances
in conduzione e in servizi a Studio Aperto non sono
state tra le migliori. Lei ha qualità e professionalità per fare
meglio e con più precisione. Specie se si considera che
può anche sbizzarrirsi, lavorando in un tg montato in
digitale, nella costruzione del suo servizio, e che quando
conduce ha colleghi sul campo di grande pregio. Da rivedere.
“5”.
Lo collochiamo sul gradino più alto del contropodio, ma non
per demeriti. Solo che Emilio Fede, per una volta molto
gradito ai nostri occhi nel modo di gestire il suo Tg4,
si è scontrato con una settimana in cui i suoi colleghi del Tg5
l’hanno fatta da padroni e con grande classe. Rispetto a
classifiche del passato lo troviamo decisamente migliorato e
lo incoraggiamo a proseguire. Per ora un buon “6”.
TELEGIORNALISTI
Luca Rigoni, giornalista del mondo di Filippo
Bisleri
Oggi è il caporedattore della redazione Esteri del Tg5 Mediaset,
ma Luca Rigoni arriva al giornalismo da una grande passione per
il mondo dello spettacolo. Praticamente, per il suo 27° compleanno si
è regalato la qualifica di giornalista professionista.
Lo abbiamo incontrato a Roma qualche giorno fa.
Insomma, Luca, il giornalismo ti è sempre piaciuto?
«Molto, ne sono innamorato. Ho scelto di fare il giornalista perché mi
piaceva molto questo mondo. Beh, mi piace ancora. Pensavo di fare il
giornalista di cinema, poi ho cominciato a collaborare con l’Adige
per la cronaca. Quindi sono stato a New York per Rai Corporation e sono
approdato al Tg5 nel 1992, quando ancora non c’erano scrivanie
per tutti».
Una carriera giornalistica divisa tra carta stampata e tv…
«Beh, in effetti è così, perché dopo l’Adige ho collaborato
con riviste di spettacolo di livello nazionale e quindi ho scritto per Il
Mattino di Napoli. Arrivato al Tg5, però, ho cominciato a
fare qualche conduzione di tg prima notturna e poi in orari serali o di
pranzo fino a cominciare ad occuparmi di esteri della cui redazione sono
ora caporedattore. Grazie al mio precedente direttore Enrico Mentana
ho potuto seguire molto il mondo americano intervistando presidenti Usa,
Colin Powell e Condoleeza Rice. Ma sono stato anche in Medio Oriente e
ne ho seguito le dinamiche così come ho avuto la fortuna di condividere
lo stesso alberghetto con la mitica Ilaria Alpi, davvero una
grande giornalista».
Trovi che il modo di lavorare in tv e nella carta stampata abbiano
grandi differenze?
«Sono estremamente diversi come mondi. In tv devi saper valorizzare le
immagini, sulla carta stampata devi saper scrivere bene. Il giornalista
della carta stampata spesso può raccontare senza avere per forza le
immagini, mentre la tv vive di immagini e ti costringe sempre a stare in
prima linea o a non poter realizzare un servizio. Anche perché, senza
immagini che tv sarebbe?».
Un passato da conduttore e ora molti servizi in esterna. Hai
preferenze tra studio ed esterna?
«Nessuna preferenza. In questa fase sto coordinando il lavoro della
redazione Esteri e lo faccio con molta tranquillità grazie a valide
colleghe e altrettanto validi colleghi oltre ad un bravo direttore come Carlo
Rossella. Personalmente seguo molto la vita politica americana e,
pensando a questo aspetto, devo dire che l’emozione dei servizi in
esterna è decisamente superiore a quella dello studio. Che, invece,
chiede una grande capacità di coordinamento perché, in quel momento,
sei tu il rappresentante di tutta la redazione».
Quali servizi e personaggi ti hanno emozionato di più?
«Direi il viaggio sulla “barca dei monatti” dopo l’alluvione a
New Orleans, ma anche la tristezza e l’angoscia di dover raccontare, a
Ramallah, l’uccisioen del fotografo italiano Raffaele Ciriello. Non
posso poi dimenticare le interviste ai segretari di Stato Colin Powell e
Condoleeza Rice».
Chi ti ha insegnato di più a livello giornalistico? Hai qualche
modello?
«La gran parte di quello che so, forse tutto, lo devo a Enrico Mentana,
anche se pure con Carlo Rossella sto imparando molto. O, almeno, ci
provo. Al pubblico dire se i nostri servizi di esteri sono ben fatti e
documentati. Tra i miei modelli di giornalismo cito gli americani. Il
primo che mi viene in mente è Ted Koppel, conduttore della trasmissione
di approfondimento, Night line fino a due anni fa. E poi Dan
Rather, conosciuto in tutto il mondo. In Italia apprezzo il lavoro di
Sergio Zavoli e tanti giornalisti della carta stampata».
Caporedattore Esteri, dunque autore della scaletta del tg?
«Contribuisco portando le mie proposte come tutti i colleghi che
coordinano altri settori della redazione, anche perché poi le decisioni
le prendono direttore e vice direttori. Ma, certamente, la riunione di
redazione, una per ogni edizione del tg, è il motore del nostro lavoro
che ha il suo “cuore” nelle vicende di cronaca».
Quali consigli daresti ad un giovane che vuole fare il giornalista?
«Non sono bravo a dare consigli, ma avverto tutti che, solo rispetto a
pochi anni fa, questo mestiere è cambiato radicalmente. Non so se, come
ragazzo, deciderei di intraprendere questa carriera, anche perché oggi
il lavoro si fa sempre più difficile, è sempre più faticoso, per un
ragazzo, trovare spazi e, soprattutto, il posto di lavoro. Aprono nuove
testate, ma le assunzioni latitano. Sembra che anche i grandi quotidiani
non assumano più e il giornalismo rischia sempre di più la
precarizzazione. Non a caso editori e Fnsi (il sindaco giornalisti, ndr)
stanno avendo un vivace scontro sul rinnovo contrattuale con il
sindacato, che vuole evitare che i giornalisti siano precari e
condizionati nel loro importante lavoro di informazione».
VADEMECUM Il dizionario del giornalismo/1
di Filippo Bisleri
Il giornalismo è un mondo affascinante e, come tutti gli
universi ha i suoi termini, il suo gergo. Con qualche omaggio
ai padri del giornalismo e della stampa, ma anche più di una
concessione ai neologismi, ai termini derivazione inglese o
francese.
Cominciamo il nostro viaggio all’interno di alcuni dei
termini comunemente usati nel giornalismo.
Per agenzia di stampa si intende un’impresa
giornalistica che raccoglie ed elabora le informazioni - a
pagamento - per conto degli organi giornalistici.
L’ apertura è invece l’articolo che apre la
pagina; mentre l’ articolo è lo scritto
redatto da un giornalista che fa prevalere l’elemento
critico.
Il capocronaca è il pezzo forte della pagina di
cronaca, mentre il capocronista il numero uno
dei cronisti in senso gerarchico.
Carattere è il simbolo grafico, e può essere
numerico, alfabetico o speciale. Da ricordare che il carattere
mobile fu un’invenzione di Gutemberg nel 1438 a Magonza.
Ogni carattere ha il nome del suo inventore (Bodoni, Elzeviro,
Garamond), o quello che gli è stato assegnato dal suo
inventore o dalle industrie (vedasi gli esempi di egizio o
elvetico).
Civetta è il nome tecnico della locandina,
mentre coccodrillo è l’articolo già redatto
e continuamente aggiornato su personaggi importanti dei vari
settori, e a cui si può attingere immediatamente in caso di
morte del vip.
La colonna è l’unità di base, in larghezza e
in altezza, di una pagina di giornale. Il corpo
è l’altezza del carattere e viene misurato in punti. Il
punto (il punto Didot dal nome del suo inventore) è
l’unità di misura tipografica: ogni millimetro contiene
2,66 punti.
Corsivo è la nota polemica o di commento
solitamente pubblicata come breve rubrica. Talvolta è
composta in corsivo.
Esiste poi una differenza tra cronaca nera
e cronaca giudiziaria intendendo con la prima i
fatti di sangue e con la seconda le indagini.
Notizia, poi, è la comunicazione scritta,
sommaria, di un evento. Le fa da contraltare il servizio,
che è un racconto più ampio dell'evento, mentre l’ inchiesta
è l’approfondimento che impegna il giornale.
Infine, spieghiamo che elzeviro sta ad indicare
un genere di scrittura su argomento culturale vario, che ha
caratterizzato, alla sua comparsa, l’elegante Terza
pagina. Il carattere di stampa si deve al tipografo
olandese Ludovico Elzevir.
(13 – continua)
VADEMECUM
L'esperto risponde
Ale ci scrive da Sant'Antioco:
Vorrei avere notizie più dettagliate sull’elenco
speciale dei giornalisti, anche perché mi piacerebbe aprire
una rivista di letteratura nel cui campo sono molto ferrato.
Premetto che non sono un giornalista, sono un poeta, ho già
pubblicato vari libri e ho in cantiere anche due romanzi, di
cui un saggio romanzato, questo mi potrebbe far rientrare
nella categoria dell’elenco speciale. La legge è veramente
poco chiara a riguardo.
Risponde Filippo Bisleri:
L'elenco speciale contiene i nominativi di quei direttori
responsabili di rivista che, pur non avendo tesserino da
pubblicista o professionista, curano una pubblicazione di tipo
settoriale rispettando i vincoli deontologici dei giornalisti.
Ti invito a contattare il tuo Ordine dei giornalisti regionale
(www.odg.it, e quindi link Ordini regionali) per
l'aggiornata documentazione. L'iscrizione comporta il
versamento di una quota per cui consiglio di definire la
domanda ad inizio 2006.
Enzo di Napoli ci chiede:
Io sono un biologo, PhD, attualmente Post-Doc negli Stati
Uniti in una prestigiosissima organizzazione di ricerca, dove
rimarrò fino all'età di 32 anni. Ho sempre ammirato il
giornalismo - divulgazione scientifica, e sarebbe per me
importante sapere cosa devo fare per poter diventare un
giornalista scientifico, e soprattutto se è possibile con i
miei titoli.
Risponde Filippo Bisleri:
Con i tuoi titoli è certamente possibile fare il giornalista
scientifico. Contatta qualche redazione giornalistica e invia
il tuo curriculum. Credo che il settore abbia oggi buone
prospettive.
EDITORIALE Gente come noi di Tiziano
Gualtieri
Visti come extraterrestri, idolatrati o - in alcuni casi -
paragonati a vere e proprie star. I giornalisti televisivi,
soprattutto per il fatto di entrare nelle case degli italiani tutti i
giorni, rischiano questo: di vedere la propria immagine
inflazionata e paragonata a uno qualsiasi delle migliaia di
personaggi televisivi che quotidianamente finiscono sul piccolo
schermo.
Una cosa che, ovviamente, non dovrebbe accadere, anche perché, poi,
si richia davvero di fare di tutta l'erba un fascio e di vederli tutti
come delle star.
In realtà, così non è. L'idea, però, passa a causa di qualcuno che
ha l'indole da protagonista, o di altri cui piace cavalcare il
fatto di essere sul piccolo schermo; così la nomea del
telegiornalista stella dell'informazione - e a volte non solo di
quella - si diffonde, e con essa anche il sentirsi in diritto di fare
ciò che si vuole.
Il mondo televisivo rischia di trasformarsi in una droga,
della quale non puoi più fare a meno. A quel punto ogni occasione è
buona per andare in tv. Purtroppo, in tal modo, questi colleghi e
colleghe dimenticano il ruolo che hanno nella società e che
dovrebbe essere ancora fondamentale.
Le persone, a casa, si identificano in quel volto - o
meglio - identificano il telegiornale (a volte anche la stessa rete)
in ciò che emerge in quella mezz'ora quotidiana. E così se c'è chi
- senza fare nomi, anche perché ognuno ci metterà quello che vuole -
ligio al dovere e alla professione, non si fa trascinare in mezzo al
mare dalle voci delle sirene della celebrità, per contro c'è
anche colui che inebriato da tutto ciò, perde la bussola e finisce in
balìa delle onde.
Ma sarà davvero tutta colpa dei giornalisti smaniosi di fare le star?
Credo che la colpa non sia da attribuirsi interamente a chi ha deciso
di intraprendere una carriera che implica tanti sacrifici, ma è
innegabile che un po' dipenda anche da loro. Se una persona ha quale
unico obiettivo quello di finire in tv, di essere riconosciuto e
fermato per strada oppure elevato a guru dell'informazione, il mondo
della tv (e in particolare quello dei notiziari) è il paradiso; a
chi, invece, tutto ciò non interessa e si limita a fare - bene - il
suo lavoro, allora la televisione non dà nessun valore aggiunto.
Noi, con il lavoro che settimanalmente svolgiamo sulle pagine virtuali
di Telegionalise.com - perdonateci la possibile piaggeria -
cerchiamo di riportare a livello umano questa figura professionale
che, molte volte, viene vista come qualcosa di eccezionale. I
telegiornalisti e le telegiornaliste sono persone come noi, con i loro
successi e i loro fallimenti, con le loro soddisfazioni e le loro
frustrazioni. Gente con cui può capitare di andare a cena
o di incontrare al distributore.
Persone che, molte volte, finiscono in tv solo per semplici
"incidenti di percorso". Sperando - per noi - che non tutti
i mali vengano per nuocere.
COLPO D'OCCHIO
Filosofia dell'aborto di Silvia
Grassetti
Lo scorso giugno, anche qui in redazione, tacciavano, piccati, noi
sostenitori del sì al referendum, allarmati da un oscuro senso di
minaccia che credevamo aleggiare sopra la legge sull’aborto,
di fare demagogia per mancanza di argomenti corretti, ed eticamente
condivisibili, a favore della procreazione assistita.
E’ arrivato dicembre. E constatare che avevamo visto giusto,
sinceramente, non ci fa piacere.
Dopo le “toccate e fuga” sulla questione dell’aborto di inizio
estate, sono arrivate le bordate più consistenti del coriaceo ministro
Storace, anch’egli piccato, a suo dire nel voler proteggere la
salute delle donne, con maggior probabilità, però, in quanto uomo,
sconcertato dal fatto che basta un poco di zucchero per mandare giù
una pillola abortiva.
Come dire: donna, sei nata per partorire con dolore, e casomai abortire
con il massimo della pena.
Ed è arrivato e passato il mese dei morti, che ha visto, indignati,
svegliarsi da un finto torpore autunnale i porporati cattolici,
impersonati dal cardinal Ruini che, in un maldestro tentativo
di “picconamento” di cossighiana memoria, ha citato la devolution
per poi scagliarsi contro il vero obiettivo: l’aborto. O
meglio, la legge sull’aborto: da cambiare, modificare, stralciare
nelle parti che non tutelino il millantato “diritto alla vita”
del concepito.
Del quale, una volta nato, non si preoccupa più nessuno. O
quantomeno, nessuno degli uomini che, lancia in resta, si eran fatti,
man mano, fino allo scadere dell’ultima settimana di gravidanza, protettori
del concepito, dell’embrione, del feto. Ma mai del neonato,
e men che meno del bambino.
Stupiranno allora le considerazioni che vogliamo fare sul “concetto
di aborto” come totalmente disgiunto dal “concetto
di moralità”.
La vita e la morte hanno a che fare con la natura,
non con la morale. La vita non è sacra e la natura, che è
anch’essa madre, uccide i molti perché i pochi abbiano vita e
maggiori possibilità di sopravvivenza. Il ciclo naturale è morte e
vita, e, se qualcuno ha l’ardire di definirlo crudele, subito dopo
aggiungerà che è pure necessario.
In natura l’individuo non ha importanza: ne ha la specie.
Per la nostra cultura, permeata dal cattolicesimo che ha aperto la
strada e proliferato sul concetto di individuo, tanto che oggi siamo
una società individualista dove nessuna forma di
associazionismo ha la meglio sull’egoismo di ciascuno (vedasi
quella giungla che è diventato il mondo del lavoro), l’individuo ha
il diritto all’autodeterminazione.
Ha il libero arbitrio.
Ma non se è una donna che valuta di abortire.
Perfino Dio stesso chiese a Maria se era d’accordo
con un certo disegno divino, duemila anni fa. Oggi invece, secondo gli
uomini di quella stessa Chiesa e i timorati di Dio, le donne non
avrebbero il diritto di decidere del proprio corpo. Né avrebbero
il diritto di rifiutare di sottostare al corso della natura,
mentre questa muove le sue pedine per la conservazione della specie.
Perché, senza riconoscere la dinamica sottesa, le brigate
antiabortiste pensano alla vita della natura, non alla vita
dell’individuo. Del quale la Chiesa ha inventato il concetto; per
sottrarre alla bieca “naturalità” la persona e renderla a
immagine e somiglianza di Dio.
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