Archivio
Telegiornaliste N. 31 del
12 dicembre 2005
MONITOR
Chiariello, giornalista per vocazione di Filippo Bisleri
Anna Maria Chiariello, sposata con un collega dello stesso cognome (Paolo
Chiariello di Sky Tg24) è una donna nata per fare la giornalista.
E per fare il giornalismo sul campo.
La incontriamo mentre attende di essere ascoltata dai carabinieri sulle modalità
con cui è entrata in possesso dell’identikit (poi diffuso anche da Chi
l’ha visto) di una persona che avrebbe a che fare con la scomparsa della
piccola Celentano sul Monte Faito.
«Fin da bambina – racconta la Chiariello – volevo fare la giornalista. E
ho cominciato con piccole collaborazioni fino ad approdare al mondo dello sport
collaborando con Autosprint e poi con Rombo. Ho cominciato a
seguire la Formula 1 e le gare delle categorie minori, conoscendo il compianto
Ayrton Senna, che era davvero un grande uomo, ma di quelli con la “U”
maiuscola. Ad un certo punto, però, si trattava di lasciare la mia terra, la
Campania, e andare a Bologna ma non me la sono sentita, trattenuta dalla città
che ha i suoi mille contrasti, ma proprio per questa è bella, e dall’amore
per la cronaca nera».
È più facile fare la giornalista televisiva o lavorare nella carta
stampata?
«Personalmente credo che lavorare nella carta stampata sia molto utile per
fare bene la televisione. È vero che la televisione è bella, ma lo è solo se
ha le immagini adeguate. Secondo me, per essere un buon giornalista televisivo
devi prima essere un bravo giornalista della carta stampata».
Hai mai condotto un Tg?
«Mai, anzi no: una volta, quando ero direttore a Canale8 sono dovuta andare in
video a condurre, ma non lo rifarei più. Personalmente amo troppo l’idea di
fare l’inviata e non amo il desk, preferisco “sporcarmi le scarpe di
fango” seguendo gli eventi sul luogo».
Cosa ricordi di più della tua qualificata carriera professionale?
«Con un po’ di angoscia, ricordo l’intervista ad uno dei tre “orchi”
di Silvestro Delle Cave, segnatamente l’uomo accusato di aver aiutato ad
occultare il cadavere. L’intervista che invece ricordo con piacere è quella
fatta a Roberto Robustelli, il ragazzo sopravvissuto per 72 ore al fango a
Sarno. Realizzai il servizio con le riprese della telecamera fatte
dall’anestesista e l’intervista il mattino seguente alle 7.00! Che
emozione!».
Chi ti ha insegnato di più come giornalista?
«Detto che apprezzo tutti i miei direttori, non posso che citare il compianto
Giampaolo Rossetti, per noi “il rosso”, grande giornalista e grande
professionista nonché grandissima persona. E grazie a lui e a Mentana (e ora
con Rossella si prosegue) la redazione del Tg5 è sempre stata gestita
in modo orizzontale e partecipato e non verticistico. Devo anche ricordare
Marcello Sabatini, fondatore di Autosprint. Lui mi ha pure insegnato
molto, e ricordo di averlo contattato per lettera chiedendo di collaborare. Lui
scommise sui di me e, dopo poche settimane, seguivo già gare di motori».
Quali consigli daresti a dei ragazzi che vogliono fare il giornalista?
«Mi fa piacere dare dei consigli, e comincio con il consigliare un cognome
famoso. Scherzi a parte, sconsiglio di seguire la mia strada che è quella di
una ragazza che ha voglia e curiosità di fare informazione, perché oggi
chi fa carriera è il popolo del desk. Io consiglio ai ragazzi di
fare le scuole di giornalismo come Urbino o Milano per avere un accesso alle
redazioni e per arrivarci preparati. Troppo spesso, infatti, vedo delle nuove
leve poco preparate che agevolano il tragico processo di scomparsa della figura
dell’inviato».
È difficile conciliare il ruolo di moglie e di giornalista?
«Non è difficile, anche se mi manca la controprova con il ruolo di mamma che
ho solo sfiorato qualche anno fa. Forse, però, il fatto che io e Paolo (Chiariello,
il marito, ndr) facciamo lo stesso lavoro ci agevola. E così i rientri tardivi
dell’uno sono ampiamente compresi dall’altro».
CAMPIONATO
Tre
per uno di Rocco Ventre
Dopo Monica
Vanali e Maria Grazia Capulli
(vittoriose anche in quest'ultimo turno), sono certe della
qualificazione ai play-off anche Maria Concetta Mattei,
Manuela Moreno e Luisella Costamagna.
Rimane ancora un solo posto da assegnare e se lo contenderanno
in tre: Maria Luisa Busi, Francesca Todini
e Laura Cannavò.
La lotta per non retrocedere rimane ancora incerta e la stessa Maria
Leitner che sembrava spacciata, vince lo scontro diretto con
Marica Morelli e, pur rimanendo
ultima, si rimette in gioco.
Il torneo di serie B proprio in vicinanza dell'epilogo perde per
strada una delle favorite: Cinzia Fiorato, oltre a Paola Rivetta;
le sei finaliste che si contenderanno i quattro posti per la
promozione sono Chiara Ruggiero, Maria Cuffaro, Roberta Predieri,
Milena Gabanelli, Valentina Bendicenti, Tiziana Ferrario.
CRONACA IN ROSA
Quota mille di Stefania Trivigno
Appena dieci giorni fa a Kenneth Lee Boyd, condannato per
l'omicidio della moglie e del suocero nel 1988, è stata praticata
l’iniezione letale.
L’ultima chance di salvezza per Boyd è svanita poco prima
dell’esecuzione: il governatore dello Stato, Mike Easley, dopo aver
revisionato il caso, ha dichiarato che non vi erano ragioni per
accordare la grazia al detenuto. Non un pensiero né una riflessione
sul fatto che Boyd fosse un veterano del Vietnam e, come la
maggior parte dei "colleghi", anch'egli avesse avuto
conseguenze psicologiche decisamente negative. E ricordiamo che, in
Vietnam, Boyd era stato spedito proprio dal governo USA.
Poco prima di morire, Boyd aveva dichiarato di essere infastidito dal
fatto di venire citato e ricordato come un numero: il “giustiziato
numero 1000”.
Neanche toccava a lui quel numero, ma a un altro detenuto nel Braccio
della Morte che, a poche ore dall’esecuzione, ha ottenuto la
grazia perché c’erano margini di dubbio sull'equità del
processo.
Ma il governatore che ha concesso la grazia, commutando in
ergastolo la pena di morte, è il democratico Mark Warner, potenziale
candidato alla nomination per le elezioni presidenziali del 2008:
considerazioni politiche e sondaggistiche diverse, con tutta
probabilità.
L'esecuzione dal numero bifronte, 1001, fissata al 13 dicembre
ai danni di Stanley “Tookie” Williams, ex boss di
una gang di neri, oggi candidato al Nobel per la pace e
premiato da Gorge W. Bush, solleverà di certo nuove polemiche
sulla pena di morte.
Nei lunghi anni trascorsi nel Braccio della Morte di San Quentin, a
nord di San Francisco, infatti, Tookie non solo si è
trasformato in un detenuto modello ma è diventato uno
scrittore per ragazzi: ha scritto nove libri in cui racconta la vita
del carcere e incita i giovani dei ghetti a non buttare via le
loro vite e le speranze, come ha fatto lui.
Dal 1976, anno in cui la Corte suprema ha reintrodotto la pena
di morte negli Stati Uniti d’America, ci sono state, come detto, 1000
esecuzioni.
Nonostante l’esame del DNA abbia più volte dimostrato l’innocenza
di molti giustiziati, per l’americano medio la pena capitale
continua a essere ritenuta un ottimo deterrente contro il crimine.
Le percentuali e le statistiche contraddicono nei fatti che la
criminalità sia diminuita. Sarà forse a causa dell'esempio che in
tal modo dà lo Stato? Un omicidio per punire un omicidio. Se
è giusta, o efficace, la politica dell’occhio per occhio,
chi avrà l’onore di fissare la data dell’esecuzione degli USA?
CRONACA IN ROSA
Il reality shock di Cogne di Rossana Di Domenico
In questi giorni si celebra a Torino l’ultimo processo ad Annamaria
Franzoni, la mamma del piccolo Samuele assassinato nella sua casa
di Cogne. I resoconti riferiscono di code all’ingresso del
tribunale, gente che arriva alle sei del mattino pur di
riuscire ad entrare, produzione autogestita di biglietti numerati
come al banco di un supermercato, pullman organizzati
provenienti da ogni regione italiana per assistere al più
orrendo degli show.
Telegiornali, programmi di approfondimento, lo stesso Porta a porta
di Vespa, ma anche Verissimo su Canale5, e persino Mentana che
aveva criticato in modo sarcastico gli altri programmi, parlano di
Cogne. I mass media e noi tutti siamo contagiati da una cognite
contagiosa.
Senza entrare nel merito della vicenda giudiziaria e senza nessun
giudizio di colpevolezza o innocenza, ripercorriamo brevemente la saga
della Franzoni. Dall’omicidio di Samuele, la donna appare piangente
in tutte le televisioni e giornali d’Italia: Bruno Vespa
realizzerà ventisette puntate normali e due speciali,
dal canto suo Maurizio Costanzo farà il colpaccio,
garantendosi la presenza al suo show della Franzoni e del marito.
La donna si rivolge all’avvocato Taormina, bravissimo a
bucare lo schermo, che dopo aver difeso mafiosi e assassini, decide
che quella è la volta giusta per farsi pubblicità.
Taormina cambia strategia: abbandona la linea del precedente legale («miriamo
all'ergastolo con la tv a colori») e annuncia, uno dopo l'altro, una
serie di assi nella manica. L'avvocato sa chi è l'assassino ma
non lo dice per prenderlo di sorpresa, poi non sa più chi è,
poi fa capire che comunque deve essere comunista, infine ammette che
non ci capisce una mazza e chiede l'ergastolo con la tv a colori.
Taormina, da perfetto showman della situazione, organizza un video con
il marito della Franzoni, trasformandolo in un attore. Il video, che
poi sarà mostrato alla corte, ha l’obiettivo di dimostrare
l’innocenza della donna, mentre il marito che veste i panni del
probabile assassino. Ma non è tutto. Il confessore della donna decide
di uscire allo scoperto, rivelando una Franzoni mamma fragile e
affettuosa, come da copione.
La Franzoni, condannata a trent’anni in primo grado, adesso dovrà
affrontare questo nuovo processo, che la vedrà colpevole o innocente
in maniera definitiva. Sperando che tutto si concluda al meglio, in
nome di un innocente che non si era ancora affacciato alla vita.
FORMAT
Gli
amici del weekend di Giuseppe Bosso
Sabato, domenica &.., contenitore
di Raiuno interamente dedicato alla salute e al benessere,
che negli ultimi due giorni della settimana fa compagnia agli
spettatori del primo canale,è una delle piacevoli sorprese
del palinsesto Rai.
Informazioni, curiosità e segreti su ciò che è
utile da sapere per il proprio benessere psico-fisico, tematica
quanto mai presente sugli schermi, soprattutto nelle prime
ore della giornata, sotto la brillante conduzione
dell’inedita ma riuscitissima coppia formata dalla sensuale Sonia Grey, e dal vulcanico Corrado Tedeschi, ai quali si affiancano i
giornalisti Vira Carbone e Stefano Ziantoni, la
bella italoindiana Sarita Agnes Rossi, nonché i due "medici
di fiducia" Fabrizio Duranti e Giovanni Scapagnini e
i due inviati Dado Coletti e Irene Benassi.
Chiarezza e attenzione i punti cardine di questa
trasmissione, che si propone di informare costantemente il
pubblico sulle ultime novità dal mondo della
scienza sul come mantenersi in forma e curare il proprio
aspetto, temi che nell’era della società basata
sull’immagine sono all’ordine del giorno. Ma al tempo
stesso una finestra per consentire ai telespettatori di
segnalare cosa va e cosa non va nel mondo sanitario,
non sempre purtroppo alla ribalta in positivo nelle cronache,
che evidenziano come spesso quel "diritto alla salute"
riconosciuto dalla Costituzione non è garantito a tutti gli
effetti.
Il tutto all’insegna della competenza e della simpatia dei
due conduttori, veterani del piccolo schermo, che, sia pure
diversamente, agli inizi della loro carriera avevano percorso
ben altre strade (Tedeschi prima attore teatrale poi
conduttore di programmi musicali e di intrattenimento; la Grey
sexy star di programmi come Striscia la notizia e Yogurt),
per poi declinare, con successo, sulla tv utile: Cominciamo bene per Corrado, Uno mattina per Sonia.
FORMAT Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i –
di Filippo Bisleri
Concluso il ciclo delle prime puntate di Report, assegniamo il primo
gradino del podio a Milena Gabanelli,
ribattezzata anche “Gabanella” per la qualità, altissima, che mette
in ogni puntata della sua trasmissione. Una grande giornalista che meriterebbe
sempre più spazi a discapito, magari, di qualche reality show. Per la
bravissima Milena un meritato “9”.
Secondo gradino del podio per Enrico mitraglietta Mentana, che ha
risollevato le sorti del programma Serie A e salvato l’investimento
aziendale in campo di diritti sul calcio. A lui il secondo posto anche per la
bravura nell’allevare, professionalmente, una nutrita pattuglia di
telegiornaliste/i che oggi fanno del Tg5 uno dei tg più autorevoli.
Complimenti al nostro “Chicco nazionale” e grazie da parte dei
telespettatori. Per lui un ottimo “8.5”.
Terzo gradino del podio per Maria Luisa Busi,
una vera e propria anchor woman del Tg1. La bionda telegiornalista
dimostra sempre molta grinta e professionalità. Ed è soprattutto questa
estrema professionalità, in studio come in esterna, che la porta ad essere
presa a modello da molte aspiranti telegiornaliste. Complimenti. “8”.
Lo avevamo bocciato alcune settimane fa ma, evidentemente, non vi è peggior
sordo di chi non vuol sentire. Parliamo di Xavier Jacobelli che continua
a palleggiare la propria presenza tra Qs e Italia7 Gold. Passabile
la versione cartacea, quella televisiva è decisamente da rivedere.
Cominciando dall’abc… Respinto con un “4.5”.
Al contropodio ci è quasi affezionato e, forse, quasi ne avrebbe a male se
passato nel podio dei promossi. Noi lo accontentiamo perché se lo merita e
confermiamo Aldo Biscardi al suo solito “confino”, il contropodio. Le
ultime puntate del Processo hanno toccato fondi di decenza mai raggiunti.
E il dramma è che hanno registrato alti picchi di ascolto… Misteri dell’Auditel
o, come direbbe Striscia, potenza dei “Nuovi mostri”. Respinto. “5”.
Nel contropodio anche Anna La Rosa, le
cui ultime uscite sono di scarso livello giornalistico. Noi siamo
convinti che i numeri per fare del buon giornalismo li abbia e ci stupiamo che
non li metta in pratica. Quantomeno per fronteggiare il tentativo di Bruno Vespa
di ulteriormente accreditarsi come mediatore tra politici e cittadini affermando
la propria ignoranza. Se anche Anna usasse questo stile potrebbe balzare al
podio dei promossi. Per ora nel contropodio con un “6+”.
TELEGIORNALISTI
Il giornalismo per la ricerca
scientifica di Erica Savazzi
Enzo Mellano, direttore della rubrica televisiva Il faro, è
l’ideatore della proposta di modifica della Legge 222/85 sull’8x1000,
che vorrebbe affiancare alle alternative di scelta già presenti (Stato
e confessioni religiose) la possibilità di devolvere la propria quota
dell’Irpef alla ricerca scientifica. Per promuovere la raccolta di
firme necessarie a presentare il testo in Parlamento e per
sensibilizzare l’opinione pubblica, ha realizzato un sito internet: www.clubfattinostri.it/8x1000.
Come le è venuta l’idea di inserire la ricerca scientifica tra i
beneficiari dell’8x1000?
«Intanto voglio dire che secondo la mia opinione, alla ricerca dovrebbe
pensarci lo Stato con adeguate risorse. Ma, come si dice, a mali
estremi, estremi rimedi. Se da anni non ci pensa lo Stato, le scelte
sono due: soccombere o reagire. Io ho scelto la seconda. Da giornalista
e da cittadino mi infastidiscono i proclami politici del tipo “bisogna
aiutare la ricerca”, senza spiegare come e senza far seguire i fatti
alle parole.
L’idea dell’8x1000 mi è venuta quando ho saputo che 22 milioni di
contribuenti (il 60%) non firmano per nessuno. Quindi ho pensato che
senza pesare né sul bilancio statale né sulle tasche dei cittadini,
con ulteriori prelievi obbligatori, e salvaguardando la libertà di
scelta di quanti preferiscono devolvere il proprio 8x1000 a una
religione o allo Stato, i contribuenti che attribuiscono alla ricerca un
alto profilo sociale avrebbero potuto liberamente scegliere di dirottare
verso la ricerca il 60% del gettito 8x1000 dell’Irpef».
I lettori di Telegiornaliste.com come possono aiutare
l’iniziativa?
«Sul sito ho scritto: “Se condividi la mia proposta aiutami a
diffonderla”. Ognuno puo’ farlo nel modo che ritiene più opportuno
in funzione delle proprie possibilità. Comunque ho riportato anche
alcuni consigli utili nelle pagine "Come
diffondere l'iniziativa" e "Come
sostenere l'iniziativa"».
Perché è importante partecipare?
«Per alcune ragioni particolarmente importanti. Innanzitutto perché è
dalla ricerca che la collettività può aspettarsi quelle risposte
innovative, capaci di promuovere il progresso sociale e il miglioramento
della qualità della vita. Ma più fondi alla ricerca vogliono dire
anche favorire l’occupazione di tanti giovani ricercatori. Frenare la
fuga di cervelli dall’Italia, in cerca di migliori condizioni di
lavoro e di carriera: un prezioso patrimonio nazionale che stiamo
perdendo. Infine, è preferibile che una buona scoperta emerga dal
lavoro di italiani eseguito in Italia. Ne guadagnerebbe il prestigio
nazionale nel mondo, soprattutto se le scoperte segnano traguardi
determinanti».
Non teme che l’inserimento di un nuovo beneficiario dell’8x1000
possa suscitare critiche e opposizione da parte degli enti che già
ricevono le quote?
«Certo. A nessuno piace vedersi decurtare somme di denaro. Ma per onestà
di informazione occorre fare dei distinguo:
1) Se la mia proposta mirasse a far cambiare idea a chi, ad esempio,
sceglie le religioni, la mia sarebbe una battaglia contro qualcuno e non
a favore di qualcosa di utile a tutti. Ma dal momento che, come ho detto
prima, la proposta salvaguarda la libertà di scelta di tutti, è palese
che non si vogliono togliere quote a nessuno purché siano espressamente
devolute dai contribuenti.
2) La critica è inevitabile e legittima, a condizione che eventuali
enti che si ritengono penalizzati non mettano in discussione la volontà
sovrana del contribuente di scegliere senza condizionamenti a chi
destinare il proprio 8x1000.
3) Se poi a criticare è un ente che, grazie a un inghippo dell’art.47
della legge che ha istituito l’8x1000, da anni incassa
“indebitamente per legge” anche la maggior parte delle quote che 22
milioni di contribuenti non gli devolvono, allora chi critica dimostra
di avere faccia tosta e poco rispetto per i contribuenti, magari di un
altro Stato».
Perché un giornalista decide di lanciarsi in una battaglia di questo
genere, che ha a che fare con la politica?
«Con la politica non ho niente a che fare. Non ho mai voluto farne
parte. Da giornalista la politica ho sempre preferito interrogarla,
soprattutto in diretta televisiva. E fatte salve rare eccezioni, nella
mia esperienza mi sono accorto che la politica predilige la cultura
dell’apparire a quella dell’essere e pertanto l’attenzione per
farle le cose, invece di annunciarle soltanto, è sempre più scarsa.
Per queste ragioni diventa essenziale che qualcuno si dimostri attivo
nel sociale. Se non fosse così, forse potremmo avere un ulteriore
decadimento della politica».
Secondo lei, perché le modifiche alla normativa sull’8x1000 non
sono state proposte dai Parlamentari, ma è dovuto intervenire il
cittadino comune?
«Anche se è imbarazzante, o non conveniente, mettersi contro i
cosiddetti “poteri forti”, alcuni parlamentari hanno presentato una
proposta di legge, anche su mio suggerimento. Infatti, nei primi mesi
del 2002, in una delle mie dirette televisive, due parlamentari, uno di
destra l’altro di sinistra, accettarono di fare propria la mia
proposta di legge. Dopo pochi mesi, ognuno presentò una propria
proposta, sostanzialmente differente dalla mia. Quindi, i due
parlamentari disattesero l’impegno assunto con me e con i
telespettatori. La proposta che presentarono, come ha fatto anche
qualche altro parlamentare, non poteva conseguire miglioramenti
significativi per la ricerca, perché mirava solo all’utilizzo di
parte della quota a gestione statale, che in totale ammonta a poco più
di 200 miliardi del vecchio conio. Ma agire solo sulla esigua gestione
statale non cambia le cose e non interferisce con “certi equilibri”.
Al contrario, inserire una nuova casella per la ricerca cambia le cose e
questo richiedeva più coraggio».
A che punto è la raccolta di firme?
«Circa 15.000 firme di privati. Ma stanno aumentando i comuni e le
province che mi chiedono la documentazione per la delibera di Consiglio».
Fino a quando proseguirà?
«Proseguirà fino al raggiungimento di almeno centomila firme e mille
delibere di Consiglio».
Un messaggio per invitare i lettori ad appoggiare questa iniziativa.
«Per consentire a 22 milioni di contribuenti, che non devolvono
l’8x1000 né alle religioni né allo Stato, di poter scegliere di
firmare per la ricerca scientifica. Perché tra gli scopi di interesse
sociale, la ricerca scientifica è oggettivamente fra quelli di
carattere prioritario.
Perché la ricerca merita più attenzioni per assicurare più certezze
anche a te.
Perché le disattenzioni verso la ricerca danneggiano tutti: ricchi e
poveri, privati e politici di destra e di sinistra, atei e religiosi.
Per frenare la fuga all’estero dei nostri cervelli, potenziare la
ricerca e migliorare il prestigio nazionale nel mondo».
VADEMECUM Il dizionario del
giornalismo/2
di Filippo Bisleri
Nuova puntata del dizionario del giornalismo. Partiamo dalla
definizione di fondo, ovvero quell’articolo
che esprime, su un determinato argomento che si ritiene il più
importante del giorno o della settimana, il parere del
direttore, di un redattore o collaboratore illustre.
Se non è firmato, il fondo assume la denominazione di editoriale
in quanto, comunemente, si ritiene rispecchi la posizione
dell’editore su quel determinato argomento.
L’intervista è invece il colloquio tra un
giornalista e un interlocutore che l’ha accettato
conoscendone le finalità. Nella stesura, il giornalista deve
rispecchiare fedelmente le dichiarazioni e i concetti espressi
dall’intervistato.
Per lead, invece, si intende l’attacco del
servizio. Deve contenere i dati più significativi della
notizia e rispondere alla regola delle 5 W inglesi.
Menabò è lo schema, o schizzo, su scala
ridotta o a grandezza naturale, della pagina da realizzare. Si
realizza su una base prestampata detta gabbia.
Si è di fronte ad una pagina vetrina quando le
foto prevalgono sugli articoli.
Con la locuzione passare la notizia si intende
l’elaborazione di un testo, la sua titolazione e il
collocamento in pagina o traduzione in un servizio televisivo
o radio. Con pastone si definisce il servizio
che riassume tutte le notizie su uno stesso argomento
provenienti da una stessa città.
Rubrica è la sezione di un giornale o di un tg
che tratta in modo sistematico un argomento, la spalla
l’articolo che nei giornali appare con il titolo in alto a
destra della pagina.
Tabloid è il termine inglese che indica i
giornali, quotidiani o settimanali, di formato più piccolo
rispetto ai nove colonne.
Taglio, invece, è la posizione nella pagina
degli articoli: taglio alto è quanto sta sopra
la metà della pagina, taglio medio quello che
sta a metà e taglio basso tutto quanto è
sotto. Il tamburino è il riquadro delle pagine
spettacoli con i cartelloni di cinema e teatri.
La terza pagina è lo spazio del giornale per
cultura e letteratura. Nacque il 10 dicembre 1901 nel
quotidiano Il Giornale d’Italia a Roma.
Tiratura: numero di copie stampate di un
giornale. Il titolo, infine, è la sintesi che
anticipa e presenta un articolo. La sua misura è data dalle
colonne e può avere o meno l’occhiello
(elemento introduttivo) e il catenaccio
(sommario con carattere più evidente).
A livello radiotelevisivo è da citare il programma
o palinsesto che è l’insieme dei contenuti
destinati alla fruizione del pubblico mediante diffusione
video o radio.
(14 – continua)
VADEMECUM
L'esperto risponde
Mario di Caiazzo ci chiede:
Ho 24 anni, sono di Caserta, e ho una grande passione per
il giornalismo. Volevo sapere come si diventa pubblicista e
come si diventa giornalista professionista: c'è bisogno di
una squola? Io ho cominciato a scrivere, per fare un
poco di esperienza, su un sito internet che si occupa di
basket, che è la mia grande passione, ma gli articoli che sto
facendo mi permettono di diventare pubblicista?
Risponde Filippo Bisleri:
Come già scritto in altre risposte e nel Vademecum,
servono, per diventare pubblicista, 24 mesi di collaborazioni
retribuite con almeno una sessantina di articoli firmati,
siglati o riconosciuti, come scritti dal richiedente la
tessera di pubblicista, dal direttore responsabile della
rivista. Verifica il lato pagamenti ed evita le q nella
parola scuola...
Debora di Roma ci scrive:
Vorrei sapere qual è la retribuzione minima per gli
articoli da presentare per il conseguimento del tesserino da
pubblicista
Risponde Filippo Bisleri:
Cara Debora, in linea di principio non esiste un minimo per il
pagamento degli articoli prima della presentazione della
domanda per il tesserino da pubblicista. In pratica, però,
l'editore dovrebbe osservare un tariffario riveduto di anno in
anno dall'Ordine dei giornalisti e consultabile via Internet (www.odg.it ).
EDITORIALE Imbecilli
di Tiziano Gualtieri
Mi perdoneranno i colleghi della Rosa, se mi sono ispirato al loro titolo
in prima di qualche settimana fa. Solo così, però, può essere definito chi -
domenica 27 novembre - ha ripetutamente insultato Mark Zoro, giocatore
del Messina, per il colore della sua pelle.
So già cosa state pensando: ancora questa storia; facciamola finita, evitiamo
di dare spazio a quattro personaggi che non rappresentano nessuno e che godono
di tutto lo spazio mediatico a loro dedicato. Sì, forse è vero, ma in questo
pezzo voglio sottolineare come il gesto di Zoro - che ha minacciato di abbandonare
il campo - non sia servito a nessuno.
Parma-Inter, ottavi di Coppa Italia. La partita, come tutte quelle
giocate fino a domenica scorsa, comincia con cinque minuti di ritardo per
stigmatizzare ciò che è avvenuto alcuni giorni prima. Una posizione forte che
consentirà di risolvere il problema? Secondo le menti illuminate di chi governa
il calcio italiano sì, in realtà era facile prevedere che non sarebbe stato
così.
I soliti imbecilli al seguito non perdono l'occasione, anzi ringraziano
per gli ulteriori cinque minuti di protagonismo regalati, e ne approfittano per
far vedere tutto il loro disprezzo verso chi ha la pelle di un colore diverso
dal loro.
Il calcio non è malato di razzismo solo da qualche domenica a
questa parte. Scritte contro giocatori ebrei, croci celtiche, manichini
impiccati in curva, sono solo alcuni esempi dell'imbecillità di tifosi che
farebbero meglio a utilizzare le sciarpe per coprirsi il viso dalla vergogna.
Bella la scritta "No al razzismo" apparsa sugli striscioni
tenuti in mano dai calciatori. Ma siamo davvero sicuri che serva a qualcosa?
Qual è il risultato che si ottiene, se uno sparuto gruppo di tifosi interisti -
ma cambiando il colore delle maglie sarebbe lo stesso - riesce, in uno stadio
pressoché deserto, a insultare chi ha avuto l'ardire di sottolineare il
problema razzismo?
È vero, non è facile tenere sotto controllo un gruppo di imbecilli, ma
neppure far finta di nulla può aiutare. La cosa più strana è che gli insulti
e tutto il polverone mediatico siano nati proprio da supporter (ma sarà poi
vero?) di una delle squadre più multinazionali del mondo, che fa anche dell'internazionalità
il suo credo, a partire dal nome fino a giungere all'emblematica scesa in campo
di undici stranieri, per concludersi con l'esultanza a ogni gol della coppia
d'oro - guarda caso di colore - Martins e Adriano.
Un fuoco di paglia? No, il razzismo non si estirpa facilmente e i tifosi viola,
che non hanno nulla da invidiare all'idiozia altrui, due domeniche fa hanno
ribadito il concetto prendendo di mira lo juventino Vieira.
Cosa dobbiamo aspettarci nelle prossime giornate se non si da un segno forte,
magari anche giungendo alla squalifica del campo o a vere e proprie
punizioni comminate alle società?
Sì, perché lo sappiamo tutti, esistono pericolose connivenze tra
squadre di calcio e supporters. Una sorta di scambio alla pari, un accordo - a
volte neppure tanto placido - del tipo "io non rompo le scatole a te e tu
non lo fai a me".
E come se non bastasse, c'è anche chi, non capendo nulla, sostiene che i "buuu"
di scherno siano figli del patriottismo.
Lo stesso patriottismo che aveva spinto Joseph Blatter a chiedere l'eliminazione
degli inni nazionali. Sì, perché l'ignoranza si manifesta, spesso,
anche in quello: canzoni rappresentative di una nazione deturpate da fischi
delle tifoserie avversati o da - e noi italiani lo sappiamo bene - giocatori che
non sanno le parole e non cantano.
Peccato che il signor Blatter, che - tu guarda il destino - viene dalla
Svizzera, unico Stato al mondo ad avere un inno cantato in tre lingue, non
sapesse o capisse la differenza che passa tra patriottismo e nazionalismo.
Ebbene, ne avrei approfittato volentieri per ricordaglielo io: il patriottismo
è la fierezza di appartenere a una nazione, il nazionalismo - invece - è l'odio
di tutte le altre.
Ma questo, forse, sarebbe il caso che lo imparassimo tutti. Tifosi della curva o
signor Blatter del momento, perché il calcio è - e deve restare - lo sport più
bello e appassionante del mondo.
Tanto per la cronaca, il signor Blatter è tornato indietro sulla sua proposta:
gli inni al mondiale di Germania 2006 ci saranno. È giusto così, anche
perché sarebbe stato un peccato mondiale non poter ascoltare le note di quello
di Trinidad & Tobago.
COLPO D'OCCHIO
Il doppio protagonismo di
Penelope di Fiorella Cherubini
E’ all’operato dell’eroina omerica che probabilmente si ispira
la nostra Chiesa, che per un verso fa e per l’altro disfa.
Dal Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo giunge, infatti,
l’ennesima stonatura della Chiesa cattolica, la nuova crepa
nell’edificio del “bel concetto” secondo cui per Dio siamo tutti
uguali: «No ai preti gay!», pronunciamento della
Congregazione per il Culto e i Sacramenti (la storica Inquisizione),
che Papa Ratzinger ha ratificato in toto e reso pubblico alcuni
giorni fa.
L’emancipazione omosessuale è incappata di nuovo nelle tagliole dei
falsi benefattori, e l’espediente per rivisitare alcune
“istruzioni” relative ai seminaristi ed ai loro orientamenti
sessuali è stato sollevato da recenti episodi di pedofilia,
prevalentemente omosessuali, da parte di alcuni preti statunitensi.
Poche righe estrapolate dal documento del Vaticano risulteranno
sufficienti, ai lettori, per rilevare l’assurdità della decisione,
oltre alla manifesta discriminazione: «Può essere
"ordinato prete" chi vive "in castità" da almeno
tre anni: verranno cioè esclusi i "candidati" che hanno
avuto rapporti omosessuali lungo l’ultimo triennio dell’iter
formativo».
Non serve essere un teologo per capire che la condicio sine qua non
per essere un buon prete è la devozione a Dio e alla
collettività, unita ad un dovere di castità che, in quanto
previsto per l’esercizio di tale ufficio, poco importa, rectius,
ugualmente importa, che a praticarla sia un etero o un omosessuale.
Su quali basi, allora, poggia la superbia di considerare falsa
la “chiamata” di un gay?
Per quale ragione la scelta del sacerdozio è una scelta consapevole e
ponderata se fatta da un eterosessuale e nient’altro che una via di
fuga se fatta da un omosessuale?
Discriminare gli uomini tra gli uomini è ingiusto, anche se,
ragionando per assurdo, è una realtà a cui siamo quasi assuefatti;
ma discriminare gli uomini anche davanti a Dio è un
diritto che la Chiesa, quale messaggera di pace e di accettazione, non
dovrebbe arrogarsi.
Che ben vengano dunque i gay pride, le manifestazioni in
piazza, le rivendicazioni degli omosessuali per difendere il loro
diritto ad esistere, per salvare quella libertà che, per Gaber, è
partecipazione.
Anche se a fatica, la Chiesa dovrà pur convincersi che
l’omosessualità non è una febbre malarica da cui difendersi, né
tanto meno è scritta nel dna di un gay la sua inadeguatezza alla vita
sacerdotale.
E parliamo di convinzione, non di rassegnazione. Questa,
l’unica condizione umana, realmente, contronatura.
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