Archivio
Telegiornaliste N. 32 del 19 dicembre 2005
MONITOR
Valentina Loiero, giornalista e avvocato
di Filippo Bisleri
Fermata da un fastidioso raffreddore, Valentina
Loiero non rinuncia all’appuntamento con Telegiornaliste.com che
segue ed apprezza («Molto carino Salvo Sottile – dice la Loiero – a citare
me e Anna Maria Chiariello nella sua intervista»).
E così inizia la nostra chiacchierata, molto piacevole, con uno dei volti
emergenti della redazione del Tg5. Valentina Loiero è la
corrispondente da Palermo, ovvero la giornalista chiamata a parlare spesso di
sbarchi di clandestini e di mafia, ma soprattutto una brava giornalista che ad
un’indubbia classe unisce una bellezza che lei, timidamente, non si
riconosce.
Valentina, come hai scelto di fare la giornalista?
«A dire la verità, ti dirò che a fare il mestiere della giornalista ci ho
sempre pensato anche se credo non si possa dire che il fare la giornalista sia
una vocazione. Testimonianza ne sia il fatto che, per un periodo, ho fatto anche
l’avvocato. Comunque, fare la giornalista mi soddisfa, credo sia la mia vita».
Tu hai lavorato nella carta stampata, nelle agenzie di stampa e ora in tv.
Quali differenze tra i vari campi dell’informazione?
«Ci sono differenze enormi, ma davvero enormi. Sembrano quasi mestieri diversi.
Tra l’agenzia e la tv esiste un enorme gap. Con l’agenzia di stampa il
giornalista è davvero il “mezzo” che produce e veicola la notizia, mentre
in tv corri sempre il rischio di pensare di essere il fine della notizia.
Comunque, la sensazione che si ha lavorando in un’agenzia è indescrivibile,
bellissima».
E la carta stampata?
«Già – sorride – me l’ero dimenticata. Credo che la carta stampata sia a
metà strada tra l’agenzia e la tv».
Sei una corrispondente. Molti tuoi servizi popolano il Tg5 delle 8.00
sovente condotto dalla tua collega Laura Cannavò.
Cambieresti mai il tuo ruolo con il suo di conduttrice?
«Con questa domanda mi prendi in contropiede. Comincio col dire che Laura
Cannavò è una bravissima professionista e una donna che, se conosciuta di
persona, al pari di Benedetta Corbi,
è più bella di quanto non appaia in video. Ti dico però che la conduzione di
un tg senza poter fare anche servizi in esterna, al momento, non mi attira. Io
non credo che uno scelga di fare il giornalista per condurre, ma per poter stare
sul territorio e, qualche volta, in studio… tu che ne pensi?».
Non ho mai lavorato in tv, ma ti credo. Piuttosto, chi ti ha colpito di più,
come personaggio, nel tuo lavoro?
«Non ho in mente una persona o una situazione particolare, ma se devo dire una
persona allora scelgo l’ex procuratore di Palermo Piero Grasso perché è un
personaggio già da sé, e perché, da uomo del sud, combatte e ha combattuto la
mafia conoscendone le modalità di azione».
E professionalmente chi ti ha insegnato i “trucchi” del mestiere?
«Sicuramente il mio ex direttore Enrico Mentana. Primo perché ha una
personalità molto forte che professionalmente ti forgia, e poi perché mi ha
assunto lui al Tg5 anche se, nella prima fase, mi ha “prestato” alla
redazione di Verissimo che è stata una bella esperienza. A Mentana devo
anche la scelta come corrispondente dalla Sicilia perché, dopo aver sostituito
durante l’estate l’amico Salvo Sottile,
“Chicco” mi chiamò e mi disse: «Ti va di fare la corrispondente da
Palermo?» E io, non avendo problemi di famiglia, ho detto sì. Devo anche
citare il mio direttore all’AdnKronos Pippo Marra che mi ha riportata a
fare la giornalista assumendomi in agenzia dopo che io ero stata coinvolta nel
fallimento dell’esperienza de L’informazione e mi ero messa a fare
l’avvocato».
Consigli per gli aspiranti giornalisti?
«Io non saprei che dire. Anni fa ho fatto una scuola di giornalismo, ma non
conosco la realtà attuale delle scuole. Forse serve un po' di scuola e un po'
di redazione. Personalmente mi ritengo fortunatissima per il solo fatto di poter
fare questo lavoro».
Non sei sposata, ma ritieni che si possano conciliare i ruoli di giornalista
e moglie e madre?
«Come hai detto tu non ho esperienza, ma credo che, dati gli orari dei
giornalisti, sarebbe difficile. Personalmente penso rinuncerei a qualcosa della
carriera a vantaggio della famiglia».
CAMPIONATO
Una
meritata pausa di Rocco Ventre
Monica
Vanali e Maria Grazia Capulli
vincono ancora e ottengono la certezza della partecipazione
diretta alle semifinali, mentre per l'ultimo posto disponibile
per i play-off adesso la favorita è Laura Cannavò
che approfitta della nuova caduta di Maria Luisa Busi:
tutto comunque si deciderà nell'ultimo turno.
In coda ancora nessun verdetto definitivo anche se Marica Morelli
e Maria
Leitner rischiano più di tutte.
Il tornei di serie B è arrivato al suo epilogo ed ha eletto le
quattro telegiornaliste che nel prossimo campionato
affronteranno la massima serie: Chiara Ruggiero, Maria Cuffaro,
Milena Gabanelli, Valentina Bendicenti.
Adesso, come tradizione, il campionato osserva una sosta
in occasione delle feste: si riprende a votare dal 2 gennaio
2006. Buon Natale e Buon Anno.
CRONACA IN ROSA
Ed Egli distribuì la conoscenza di Erica Savazzi
Tutto va a gonfie vele, però nessuno se n'era accorto. Saranno i
giornali comunisti, le televisioni nelle mani dell’opposizione, ma i
cittadini italiani non sanno quante e quali opere abbia
portato a termine negli ultimi cinque anni il governo Berlusconi.
E allora bisogna informarli. E se la par condicio prevede tempi di
apparizione televisiva uguali per tutte le forze politiche e il
divieto di fare incetta di spazi pubblicitari, perché non usare i
cittadini stessi?
I volontari di Forza Italia, i cosiddetti “legionari
azzurri”, hanno infatti assunto l’importantissimo compito di informare
il pubblico dei successi del centro-destra. E’ stata inoltre
creato un sito ad hoc, Motore Azzurro, per reclutare e
formare i collaboratori, che fungeranno da “infiltrati” nella
stampa e nella radio. Con lettere ai giornali e interventi
durante i programmi radiofonici, ricorderanno ad ascoltatori e
lettori gli obiettivi raggiunti.
E per evitare amnesie sul sito stesso è presente un elenco di 45
punti che riassume tutti gli interventi del governo, dalla
diminuzione della pressione fiscale, alla tutela dell’ambiente, agli
interventi per la famiglia.
Un solo dubbio: se i successi sono stati così macroscopici come
vengono presentati, perché il cittadino non se ne è accorto?
Avrebbe dovuto rendersene conto anche solo guardando il proprio
portafogli.
Con la campagna “Far conoscere la verità”, alla quale sembra
parteciperanno più di 180 mila volontari in tutte le regioni
italiane, viene inaugurato un nuovo modo di fare politica e di
utilizzare i media: è il cittadino (chi legge o ascolta non può
sapere che l’interlocutore è un volontario di FI) che fa
comunicazione al posto dei politici. Forse perché i politici
hanno fallito e si “vergognano” di vantare risultati che ai più
sembrano inventati? O forse perché così è più facile ingannare
coloro che non seguono attentamente la politica?
Il tutto infatti gioca sul non detto: se chi invia lettere ai
giornali si firmasse con nome e cognome (cosa che il vademecum
pubblicato sul sito raccomanda fortemente per evitare che la lettera
venga cestinata) e dichiarasse di essere volontario di Forza Italia,
così come si indicano la professione o la residenza, anche il lettore
distratto taccerebbe il tutto come pura propaganda, e si guarderebbe
bene da accogliere le tesi proposte come reale esperienza di un suo
pari.
Omettendo l’appartenenza politica, invece, il sapere che un
cittadino qualsiasi, probabilmente con gli stessi problemi di chi
legge, ha riscontato dei benefici, dovrebbe far riflettere il lettore
e portarlo alla conclusione che forse anche per lui è stato così, ma
che probabilmente non se ne è accorto perché non ha posto molta
attenzione alla “realtà”.
Un’omissione che diventa inganno, quindi. Per un pubblico,
per un popolo, che è evidentemente ritenuto popolo di creduloni
senza capacità critica e di giudizio.
CRONACA IN ROSA
L'infibulazione: una pratica umiliante di Stefania Trivigno
«Secondo la concezione dominante in Somalia, tra le gambe
delle ragazze si anniderebbe un che di maligno, qualcosa che,
sebbene sia naturale come ogni altra parte del corpo, sarebbe tuttavia
impuro. Questo “qualcosa” va rimosso».
Questa, tratta dal romanzo Fiore nel deserto di Waris Dirie,
è la spiegazione che viene data alle bambine destinate all’infibulazione
quando, spaventate, chiedono la ragione di tale intervento
chirurgico.
In realtà, l’infibulazione, praticata in molti Paesi dell’Africa
sub-sahariana e del Medio Oriente, ha soltanto lo scopo di
rendere il corpo della donna un banale oggetto nelle mani dell’uomo,
privandola di qualsiasi piacere sessuale, preservando la verginità
e assicurando la fedeltà.
Oltre alle conseguenze psicologiche devastanti, l’infibulazione
provoca alle donne diversi disturbi e malattie ginecologiche,
come emorragie, infezioni, cisti e ritenzione urinaria.
«Con il passare dei giorni […] si sviluppò un’infezione e mi
venne una fortissima febbre. Terrorizzata dal dolore […] trattenni
l’urina finché mia madre non mi disse che, se non mi fossi
liberata, sarei morta»: questa, un'agghiacciante testimonianza
contenuta nel volume di Dirie.
Secondo un rapporto dell’Unicef, ogni anno circa tre
milioni di bambine sono vittime di menomazioni genitali e
fra queste una buona percentuale non sopravvive all’intervento,
spesso fatto senza anestesia e con strumenti più da macellai che
chirurgici. Se si sopravvive alle infezioni e al dissanguamento, si è
considerate “sessualmente pure”.
Attualmente sono in atto molte campagne per esortare le popolazioni e
i governi ad abbandonare tale pratica. In Eritrea, in Egitto
e in Somalia tale violenza è stata finalmente bandita, almeno
ufficialmente, in Africa inizia appena a muoversi qualcosa.
Il dato più preoccupante è che l’infibulazione ha radici talmente
radicate che intere comunità emigrate in Paesi industrializzati,
dove è vietata, continuano a praticarla clandestinamente.
In Italia, la legge prevede una linea dura: da 6 a 12 anni di carcere
e successiva espulsione in caso di cittadini non italiani. Agli
operatori sanitari che praticheranno l’infibulazione, sarà
interdetto l’esercizio della professione e puniti con una sanzione
da 100 a 300 mila euro.
CRONACA IN ROSA Tumore al seno: si guarisce di Rossana Di Domenico
Nei paesi industrializzati il tumore al seno è, per incidenza
e mortalità, al primo posto fra i tumori maligni che colpiscono le
donne. Non solo: costituisce anche la causa più frequente di morte
per malattia in generale nelle donne comprese nella terza e quarta
decade della vita.
Oggi nei Paesi dell’Unione Europea più di 300.000 donne
ogni anno si ammalano di tumore al seno, mentre in Italia sono ogni
anno 31.000 donne: 7 su 100 manifestano un cancro alla mammella
durante il corso di una vita normale, ovvero entro gli 80 anni d’età.
Il carcinoma mammario è una patologia oncologica generata dalla moltiplicazione
incontrollata di alcune cellule della ghiandola mammaria
che si trasformano in maligne e, dopo essersi staccate dal tessuto che
le ha generate, invadono i tessuti circostanti e, nel tempo, anche
altri organi del corpo.
Infatti, a differenza del tumore benigno, che una volta asportato non
crea altri problemi, dato che le sue cellule non si espandono al di
fuori della zona d’origine, le lesioni maligne con il passare del
tempo tendono a diffondersi ad altri organi e a distruggerli
attraverso un processo chiamato metastasi.
La metastasi rappresenta la fase più avanzata della
progressione tumorale, costituendo la reale causa di morte.
Le cause del tumore al seno sono ancora sconosciute,
anche se qualcosa è stato scoperto circa i cosiddetti fattori di
rischio, cioè elementi che si ritengono in qualche modo implicati
nell’insorgenza del cancro.
Questi fattori sono abbastanza numerosi: l'aumento dell’età,
l'alimentazione scorretta e l'abuso di alcool (anche se
il collegamento tra abitudini alimentari e incidenza della malattia
non sembra essere così stretto come per le altre forme tumorali).
Ma anche l'obesità, soprattutto dopo la menopausa, costituisce
un fattore di rischio; così come le radiazioni ionizzanti (i
cosiddetti raggi X).
A parte l'adozione di un sano stile di vita, non esistono metodi di
prevenzione del cancro. È più opportuno parlare di diagnosi
precoce, ossia di interventi attuati quando la malattia è
comparsa ma è allo stadio iniziale, e quindi può essere
tempestivamente arrestata.
L'osservazione regolare del proprio seno è un ottimo strumento di
prevenzione del cancro. Per questo motivo si consiglia di eseguire
periodicamente l’autopalpazione, un’abitudine semplice ma
utile per allontanare lo spettro del carcinoma mammario.
Il cancro si può vincere, tornando a una vita normale, con un unico
handicap, gli esami, che costituiscono uno scoglio con cui la donna,
purtroppo, deve convivere.
Lo spettro del cancro non abbandona mai una donna guarita,
l’importante però è non negare l’evidenza, ma imparare a gestirla
e a condividerla.
CRONACA IN ROSA
Un’armata speciale
di Antonella Lombardi
Da pochi giorni si è conclusa a Roma la quarta edizione della fiera Più
libri più liberi, della piccola e media editoria italiana.
In quella che è un’occasione unica di incontro tra chi scrive e chi
legge, capita di assistere a una sorta di incantesimo: succede quando
il regista Mario Monicelli e lo sceneggiatore Furio
Scarpelli fanno il loro ingresso in sala in occasione della
presentazione del libro L’armata Brancaleone, versione
illustrata del celebre film in una nuova collana di libri per
“bambini dai 9 ai 99 anni”.
Con la grazia e l’ironia di sempre, Monicelli e Scarpelli,
accompagnati dal regista Ettore Scola nell'insolita veste di
spettatore, discutono di cinema e dell’Italia di ieri e di oggi con
i lettori, partendo proprio dalla storia del film e dalle ragioni del
suo successo.
Così i personaggi, le avventure, i suoni e i colori prendono corpo e
la brigata di cialtroni, priva del fascino epico dell’eroe
medievale studiato a scuola, esce dalle pagine di carta per
intrattenere grandi e piccoli.
Una truppa sgangherata che ricorda i personaggi dei Soliti ignoti
e della Grande guerra, che parla un gergo curioso e irriverente
e si muove in un’Italia minore, appenninica, che non ha nulla
di monumentale, ma è piena di paludi, foreste, latifondi e, di tanto
in tanto, castelli.
Un Medioevo antiretorico scelto da Monicelli per «contrastare
la falsa retorica del manierismo, del Roman de la rose e di Artù, e
rappresentare invece i selvaggi e gli spietati, in un momento in cui
il garbo e la grazia stavano piuttosto in Oriente, nell’Islam».
Nel film sono memorabili le interpretazioni di Vittorio Gassman,
Gian Maria Volonté ed Enrico Maria Salerno, eppure il
regista ricorda le difficoltà per trovare i finanziamenti per una
storia narrata in versi; mesi di attese ed estenuanti trattative,
finché il produttore Mario Cecchi Gori (padre di Vittorio) non gli
propone un accordo: Monicelli dovrà partecipare come socio alla
produzione del film, ma il compenso gli spetterà soltanto quando il
film sarà finito e se avrà avuto successo.
Con il sarcasmo che gli è congeniale, il regista dichiara: «Non ho mai
guadagnato tanto in vita mia e credo che Cecchi Gori alla fine,
fosse pure un po’ risentito per questo!»
In platea ridono anche i bambini, ascoltano rapiti alcuni versi della
storia letti al momento, finché la discussione non si estende anche
al cinema italiano e alla sua fame di storie; e allora si chiede ad
Ettore Scola perché oggi non ci sono più intellettuali impegnati
come Calvino, Rodari, Moravia, Elsa Morante, Dino Buzzati, o autori di
cinema in grado di scrivere storie interessanti per bambini.
Per il regista, la semplicità quasi ingenua di un film come L’armata
Brancaleone è in realtà frutto di uno studio e di una profonda
ispirazione, alla scoperta di un’idea e un linguaggio nuovi che
possano forzare i clichè narrativi. La perdita di candore e grazia
del cinema di oggi è la causa principale di questa carenza di
idee.
E l’idea, anticipatrice, alla base della storia è ancora viva:
“Armata Brancaleone” è diventata una connotazione proverbiale,
molto attuale oggi, soprattutto rileggendo questi versi: «Un’Italia
dove si fanno le guerre per vero e si partecipa per finta».
FORMAT
Cosa riserva il telecomando sotto l'albero di Giuseppe Bosso
L'atmosfera festiva che si respira in questi giorni naturalmente non
poteva non contagiare il tubo catodico, che difatti dedicherà molti speciali,
su tutti i palinsesti, dal Natale all'Epifania.
Grande attesa per Il mio amico Babbo Natale, fiction prodotta da Canale5
che per l'occasione riunisce, per la prima volta insieme, due idoli amati dal
pubblico di tutte le età, ossia nonno Libero e lo zio Gerry, al
secolo Lino Banfi e Gerry Scotti. Il conduttore di Passaparola, designato
come erede nientemeno che da sua maestà Mike Bongiorno, ha già saputo
dimostrare notevoli dote recitative, con tanto di Telegrolla due anni fa
per l'interpretazione della sit-com Finalmente soli, e anche stavolta
sicuramente non sarà da meno, nei panni di un cattivissimo industriale che però
cambierà condotta grazie ad un simpaticissimo (e pugliesissimo) Babbo Natale.
La Rai dal canto suo risponderà puntando sugli speciali di prima serata,
dedicati naturalmente ai più piccoli.
E infatti, come di consueto le programmazioni natalizie saranno soprattutto
all'insegna di cartoni animati e film per bambini, dai classici Disney ai
più recenti (e non propriamente politically correct) Simpson, con le
loro puntate speciali.
Anche se chi redige i palinsesti dovrebbe tenerlo presente sempre, almeno a
Natale la tv diventa davvero a misura di bambino.
FORMAT Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i –
di Filippo Bisleri
Primo meritato gradino del podio per Alberto Brandi, il
bravo telegiornalista Mediaset che realizza, il sabato sera e
la domenica all’ora di pranzo, un programma, Guida al
campionato, che non passa alle cronache per la sola
meravigliosa presenza di Federica Fontana o le gag di Maurizio
Mosca e dei “Turbolenti”. Alberto Brandi è un giornalista
di grandissimo livello e il podio più alto è anche un
augurio per il suo prossimo compleanno (31 dicembre).
Complimenti Alberto. Regalaci altre emozioni sportive e
giornalistiche indimenticabili. Ottimo. “9”.
Secondo gradino del podio per un’assidua frequentatrice del
nostro podio “in”. Parliamo di Cinzia Orsacchiotta Fiorato, che
continua ad inanellare conduzioni di grande livello e
di valore giornalistico decisamente meritorio e da imitare.
Sta sempre di più affermandosi come un modello per le
telegiornaliste emergenti. Brava. “8.5”.
Torniamo in casa Mediaset per il terzo gradino del podio. Che
viene conquistato dal sempre simpatico Nando Sanvito.
Giornalista schietto che crede nel valore educativo
dell’informazione e della professione giornalistica, Nando
Sanvito è un vero professionista. Forse non sempre
valorizzato adeguatamente in casa Mediaset. Complimenti Nando.
Ti meriti un bellissimo “8”.
Ennesima bocciatura (e non le contiamo più) per “mister De
Filippi”, alias Maurizio Costanzo. Che ora gioca
di sponda con le trasmissioni della moglie
“sfruttando”, con indignazione di alcune associazioni, la
presenza anche di giovani persone disabili. Ok che il
contenitore domenicale è condizionato dal calcio, ma questo
non lo esime dal fare informazione. On no? Respinto. Con un
“4”.
Sul contropodio, dopo il rientro per la sosta forzata dovuta
alla sospensione comminatagli dalla Rai per violazione del
codice comportamentale aziendale, con la pubblicizzazione
della linea di abbigliamento della moglie a L’isola dei
famosi. Parliamo di Massimo Caputi che quasi non
sembra più l’ottimo giornalista di Telemontecarlo - La7.
Per lui secondo gradino del contropodio con un “5”.
Telegiornalista a metà, visto che vanta una lunga carriera di
direttore di giornali rosa, Silvana Giacobini
conquista, con pieno merito, il gradino più alto del
contropodio. Apparizioni televisive con frasi scontate e
talvolta di dubbio gusto dovrebbero consigliarle di
cercare meno visibilità. E, invece, lei insiste. Come un toro
durante la corrida. Ma, il più delle volte, a vincere è il
torero. Silvana, medita. Da rivedere. “6-”.
TELEGIORNALISTI
Toni Capuozzo, inviato in prima linea di Filippo
Bisleri
Toni Capuozzo è oggi uno dei più apprezzati giornalisti inviati
sui teatri di guerra. Lo abbiamo raggiunto in una delle sue permanenze
romane per ascoltare dal volto del programma Terra!, e dei vari
servizi dal fronte, emozioni e considerazioni sul mondo
dell’informazione.
Toni, il giornalismo è, per te, una scelta cullata fin da bambino o
una professione che ti ha conquistato per gradi?
«No, da bambino sognavo di fare il marinaio, anche perchè mia nonna
faceva la cameriera sui transatlantici. Pensavo che avrei fatto il
marconista, ma al momento delle superiori rivelai poca passione per le
materie tecniche, e l'era dei bastimenti era finita. Mi iscrissi al
liceo classico, invece che al nautico. Amavo scrivere ma non pensavo
avrei fatto il giornalista, e ho iniziato molti altri lavori. Sono
diventato giornalista per caso, e in fondo è stata una scusa per
viaggiare».
Sei noto come conduttore-curatore di Terra! e per i servizi in
aree di guerra. Il giornalista che vive sul campo i rischi connessi è
sempre visto con grande ammirazione dal pubblico e dai colleghi. Ma
quali sono le emozioni che hai provato in Iraq o in Afghanistan?
«Io penso che l'ammirazione sia mal riposta, eccezion fatta per i
colleghi caduti come la Cutuli, Russo, Alpi e
altri. Uno va in guerra non pensando che può toccare a lui, ha in tasca
il biglietto di ritorno, e nessuno, se non la passione, ti obbliga ad
andarci. A volte è più duro il lavoro anonimo di scrivania, o le
cronache di mafia scritte dal cronista locale, che vive sul posto, senza
biglietti di andata e ritorno. Le emozioni? Nessuna guerra è uguale a
un'altra, e comunque non ci si abitua mai, e il cinismo che a volte viene esibito è solo una fragile autodifesa dall'orrore. Ma, in
particolare, le cose cui non mi sono mai abituato sono le sofferenze dei
bambini, l'indifferenza del mondo, e le false passioni della politica,
che usa le guerre per agitare le proprie bandiere. Alla fine le persone
finiscono per essere, dimenticate o usate per slogan, numeri aridi come
e
più che nei bollettini militari».
Baratteresti mai il tuo ruolo di inviato sui terreni di guerra con la
conduzione di un tg importante?
«No, non mi piace l'idea di condurre un tg. Terra! è già
qualcosa di diverso, è l'inviato prestato a una conduzione
"sporca", senza studio, direttamente dal produttore al
consumatore».
Fare l'inviato di guerra quanto condiziona la vita di un giornalista?
«Condiziona i tuoi ricordi, la vita in redazione, il modo in cui vedi
il resto, dalle relazioni sindacali alle carriere. Non a caso ho
rapporti più fraterni con altri inviati che hanno le mie stesse
esperienze. Ma sono convinto che ogni storia sia importante, mi sono
sempre sforzato, dopo un conflitto, di raccontare storie modeste, da
posti qualunque, per mettermi alla prova: non vorrei essere uno che vive
dell'adrenalina della guerra, o solo delle grandi notizie».
Quale tra i colleghi e le colleghe che, come te, vivono sul campo le
emozioni delle guerre apprezzi di più?
«Apprezzo molte persone per le loro doti umane e per le qualità
professionali. Ma in generale trovo che il giornalismo italiano, specie
in occasioni di conflitti, tenda a essere troppo politicamente corretto,
troppo ideologico, troppo pregiudiziale. Ti faccio un esempio: la chiesa
della Natività. Se chiedi a un italiano qualunque, tra quelli che si
ricordano quella vicenda, te la descriverà come l'assedio della Natività
(cioè i buoni dentro, i cattivi fuori). Avrebbe potuto legittimamente
essere il contrario: l'occupazione della Natività, e i fari si
accendevano non sugli assedianti, ma sugli occupanti. Le cronache e i
commenti italiani furono pregiudiziali, e la verità dimezzata».
Ci puoi raccontare quello che hai provato durante il sequestro-lampo
in Iraq?
«Mi dissi che ero stato stupido, e capii quanto era facile cadere in
una trappola. Mi sentii responsabile per le persone che mi ero portato
dietro, e cercai di mantenere la calma anche a nome loro. Non ebbi
paura, mi venne dopo, al ritorno in albergo».
E le emozioni del sequestro Sgrena?
«Mi sembrò di vivere una tragedia dell'assurdo. Sequestrata una
giornalista che in qualche modo era pregiudizialmente favorevole alla
cosiddetta "resistenza" irachena. Soffrivo all'idea che le
facessero del male, e sapevo che per lei sarebbe stato più difficile
che per altri venire a capo, anche psicologicamente, di quella vicenda.
Non poteva permettersi di odiare i suoi sequestratori, doveva comunque
assegnare la colpa a ragioni più grandi: l'occupazione militare, la
guerra, eccetera».
A chi sei più legato professionalmente?
«Tra i direttori che ho avuto a Enrico Mentana. Ma sono rimasto molto
amico anche del mio primo direttore, Enrico Deaglio. Sono legato al
gruppo degli inviati italiani con cui ho condiviso molte esperienze: ti
citerò solo due proprio perchè sono andati in pensione, Marcello
Ugolini della Rai e Guido Alferj del Messaggero. Sono molto legato a tre cameraman: Igor
Vucic, con cui ho seguito le guerre nei Balcani, Salvo La Barbera, con
cui ho vissuto l'Iraq, e Garo Nalbandian, il mio operatore armeno a
Gerusalemme».
Quale l'intervista che ricordi con più affetto? E il personaggio?
«L'unica intervista importante che ho fatto. A Jorge Luis Borges, a
Buenos Aires, durante il conflitto Falkland/Malvinas. I personaggi della
memoria sono persone qualunque, finite nel tritacarne della Storia, o
colleghi scomparsi, come Antonio Affiatati».
Che consigli daresti a chi vuole fare oggi il giornalista?
«Io in genere sconsiglio dall'intraprendere questa professione. Oggi talento e
passione non bastano più, e vengono concesse poche opportunità di dimostrarli.
Se non basta, un solo consiglio: non essere pigri. Non pensare di aver capito il
mondo, e un luogo, prima di andarci. Studiare, ma essere pronti a mettere in
forse le proprie nozioni e le proprie
convinzioni, quello che sorprenderà e sconvolgerà te sorprenderà
anche il lettore. Non essere inviati di guerra, né di pace, ma essere
cronisti e basta, non essere superbi nelle proprie Verità, e onesti nel
raccontare piccole verità. Non considerare inutile alcuna notizia, o
storia, e avere un po' di umiltà davanti a ciascuna di esse. Essere
individualisti, ostinati, diffidenti e generosi. Provare pietà e
rispetto, apprezzare il giornalismo militante, e starsene lontani, per
conto proprio».
VADEMECUM Il dizionario del
giornalismo/3
di Filippo Bisleri
Nell’organizzazione delle redazioni, o meglio di un giornale
(anche telegiornale o radiogiornale), si trova un editore
cui fa riferimento, con autonomia di azione, il direttore
responsabile. Possono esistere uno o più vicedirettori,
mentre certamente si ha la figura del caporedattore (o
redattore capo) che dipende direttamente dal direttore e a lui
risponde dell’organizzazione pratica, operativa e generale
del lavoro. Il caporedattore cura modi, tempi e spazi del
giornale.
La redazione, formata da redattori (ex art. 1, ovvero a
tempo pieno ed ex artt. 2 e 12, che sono i collaboratori
esterni), è divisa in vari settori o servizi ciascuno
dei quali fa riferimento ad un caposervizio. Esistono
poi gli inviati che dipendono dal direttore. Si deve
registrare anche l’esistenza di una segreteria di
redazione, di un archivio e di un settore
fotografico, oltre al folto parco di collaboratori free
lance (non dipendenti).
Le fonti per i giornalisti sono diverse e si dividono
in ufficiali (agenzie, uffici stampa, comunicati
stampa), alternative e personali (collaboratori
esterni, informatori più o meno segreti).
Per quanti si avvicinano al mondo del giornalismo ricordiamo
che una notizia è completa quando risponde a cinque
domande rappresentate dalle “W” inglesi: who
(chi), what (che cosa), when (quando), where
(dove) e why (perché).
Se aggiungiamo l’how (come), abbiamo la “notizia a
macchina”. Esiste poi una regola delle cinque “S”
che fa riferimento all’impostazione delle prime pagine: sesso,
soldi, sangue, spettacolo e sport.
Da non sottovalutare anche la gerarchizzazione della
notizia, ovvero l’importanza che si attribuisce
all’interno della pagina alla notizia, oppure alla sua
posizione nelle prime o nelle ultime pagine del giornale.
Analogo concetto vale per i telegiornali e i radiogiornali
rispetto alla sequenza dei servizi trasmessi.
Anche il giornalismo, poi, ha le veline, che non sono
quelle di Striscia la notizia. Si tratta di comunicati
ufficiosi fatti pervenire alle redazioni dei giornali per
informare, solitamente, di eventi che vedono protagonisti
personaggi politici o di rilievo.
(15 – continua)
VADEMECUM
L'esperto risponde
Giada ci chiede:
Come diventare giornalista? Da 5 anni sono dipendente di
una radio privata. Confeziono e leggo notiziari e mi occupo
prevalentemente di sport. Le domande che Le rivolgo sono le
seguenti: Come diventare giornalista? Serve l'iscrizione
all'albo dei praticanti? Per quanti anni? Devo dare degli
esami? A chi devo rivolgermi per saperne di più?
Risponde Filippo Bisleri:
Se sei dipendente di una radio come giornalista da 5 anni
dovresti aver già presentato la domanda per diventare
pubblicista (bastano 2 anni regolarmente retribuiti e provare
la collaborazione con il materiale che serve per le radio come
deciso dall'Ordine regionale di riferimento). L'iscrizione al
registro dei praticanti è obbligatoria in funzione dell'Esame
di Stato (ma la normativa è in fase di revisione in senso
universitario). Dipende dunque molto da come tu sei inquadrata
come dipendente (giornalista o no?), dalla tua età e dalla
possibilità che il direttore della radio presso cui lavori ti
conceda il praticantato (attualmente 18 mesi e aperto anche a
non laureati, ma almeno diplomati alla scuole media superiore,
e con 21 anni compiuti). Occorre sostenere un esame di cultura
generale come pubblicisti se non si è diplomati alla scuola
media superiore e l'esame di Stato per diventare
professionisti. Per ulteriori informazioni puoi scriverci
ancora.
Un’anonima chiede:
Prima di tutto: complimenti per il vademecum. Spero di
ricevere risposta. Sono siciliana, pubblicista dal 2001 e fino
al 2003 ho lavorato in una emittente televisiva con un
direttore giornalista professionista che poi mi ha abbandonata
perché più fortunato di me... comunque... vorrei diventare
professionista ma oggi non ho la possibilità di svolgere
praticantato sotto dei professionisti. I due anni, dal 2001 al
2003, potrei ancora presentarli come periodo di praticantato
facendomi firmare una certificazione dall'allora direttore? Si
tratterebbe di una pratica retroattiva... è possibile?
Risponde Filippo Bisleri:
Cara amica, la dichiarazione retroattiva del praticantato,
purtroppo, non è valida e proponibile perchè dovrebbe essere
accompagnata da una dichiarazione del direttore che tu lavori,
con lui, come giornalista. È possibile contattare il tuo
Ordine regionale (www.odg.it, link Ordini regionali) per verifiche più
approfondite sulla possibilità di ottenere un praticantato
d'ufficio. Per svolgere il praticantato non serve essere
diretti da un professionista, basta anche un pubblicista e un
periodo di 18 mesi. Non ho capito se tu hai in corso
collaborazioni, comunque affrettati, tra poco si diventerà
professionisti solo per via universitaria.
EDITORIALE Trino
e Quattrino di Tiziano Gualtieri
Luminarie, pacchi, fiocchi e soldi. Tanti soldi. Il Natale sta
diventando davvero territorio di conquista del mercato?
Per avere una risposta, basta guardarsi intorno. Una volta si diceva che il
Natale non era Natale senza la neve; da un pò di tempo a questa parte - ma
quest'anno ancor di più - sembra non essere Natale fino a quando non si vede il
classico via vai di gente alla ricerca del regalo.
Ascoltando le voci che si rincorrono nelle vie, spesso fredde, delle città
italiane sembra essere arrivato - consentitemelo - finalmente il momento
della parsimonia. Chi non arriva a fine mese, chi ha già speso la
tredicesima prima ancora di averla incassata, disoccupati, precari.
Insomma, sembra davvero che il Natale 2005 sarà all'insegna del risparmio. Poi,
come funghi dopo una notte di pioggia, ecco spuntare i primi pacchetti,
le borse, i fiocchi tipici dei regali impacchettati. «Si, ma solo utili».
Il copione è sempre quello: di colpo i regali diventano utili. Come se questo
servisse davvero a far sentire meno pesante il fatto di non essere riusciti a
resistere al canto ingannevole delle "sirene di Natale".
In realtà bisognerebbe essere tutti più onesti e dire le cose come stanno:
altro che la pubblicità degli orologi, toglietemi tutto ma non il superfluo.
Non perché i regali di Natale siano il superfluo intendiamoci, ma inizio
davvero a pensare che all'italiano medio tu possa togliere tutto, ma non tre
cose: i regali, la mamma e le ferie. Tutti si lamentano che
non si arriva a fine mese, tutti tirano la cinghia, ma poi - in realtà - tutti
o quasi vanno in vacanza.
E se per un attimo, decidessimo di tornare al vero spirito del Natale? Quello
fatto dall'incontro in famiglia, dal caminetto - per chi ce l'ha -
accesso, la tombola, le lenticchie mangiate a casa attorno alla tavola
imbandita. Saremmo (forse) tutti più poveri, ma sicuramente tutti più buoni,
magari seduti attorno all'albero a scartare i pacchi, mentre i tre Re
Magi sono già in viaggio per fare visita al Bambin Gesù, nella capanna tra il
bue e l'asinello.
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