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Telegiornaliste anno II N.
1 (33) del 9 gennaio 2006
MONITOR
Manuela Donghi, la trottolina dei media di Tiziano Gualtieri
Definire Manuela Donghi non è semplice. Ragazza poliedrica,
seppur giovane, ha fatto esperienze un po' in tutti i campi, prima di trovare,
forse, la sua quadratura del cerchio. Trottolina dei media, ha provato
tutti i diversi modi di fare comunicazione: spettacolo, radio, televisione,
carta stampata. E nel suo palmares non manca neppure un'esperienza
musicale. Tra breve sarà anche giornalista a tutti gli effetti.
Manuela, ti ho definita "trottolina dei media": spero non ti
dispiaccia, ma è davvero difficile inquadrarti e darti una collocazione
precisa. Tu cosa ti senti: showgirl, voce radiofonica, giornalista o viso
televisivo?
«Certo che non mi dispiace! Anzi, con "trottolina dei media" penso tu
abbia inquadrato un po' la mia figura dai tempi in cui ho iniziato a lavorare
fino a qualche mese fa... oggi posso finalmente dire che, ebbene sì, mi sento
una giornalista!»
Partiamo dall'inizio. 1996, una giovanissima Manuela arriva alle finali di Miss
Italia. Cosa ti è rimasto di quell'esperienza? È davvero così
straordinaria?
«Su Miss Italia si potrebbe aprire un enorme capitolo, che peraltro
corrisponde con il primo capitolo della mia storia lavorativa, anche se ai tempi
ancora non lo sapevo! Decisi di partecipare alle selezioni del concorso per
caso, con una mia amica del liceo, e per caso sono arrivata alla sospirata
finale di Salsomaggiore. Avevo 18 anni e ho vissuto l'esperienza forse con
l'ingenuità e le paure di un'adolescente che per la prima volta in assoluto
rimaneva lontana da casa per diversi giorni (3 settimane!), in mezzo a persone
sconosciute. Miss Italia è un'avventura pazzesca, snervante, stancante;
i ritmi sono iper-frenetici; non ti permettono di avere contatti con persone
esterne, si è impegnate a volte fino a notte fonda, con la pausa pranzo e cena
di mezz'ora... Molte volte penso che, a tornare indietro, avrei aspettato ancora
un paio d'anni prima di partecipare, avrei avuto forse una consapevolezza
diversa... pensa che la sera della finalissima, subito dopo l'elezione di Danny
Mendez, sono scappata via... non ne potevo più! È comunque un'esperienza che
consiglio alle ragazze. Se vissuta come un gioco come ho fatto io, però».
L'edizione del 1996 è ricordata per una cosa in particolare. Per la prima
volta vince appunto una ragazza di colore, Danny Mendez, e le polemiche
divampano. Come è stata vissuta dall'interno questa "novità"?
«Bella domanda. Se vivi da diretta interessata il concorso di Miss Italia,
capisci che nulla è già stabilito a priori come dicono; non penso ci siano
raccomandazioni o cose del genere. Semplicemente dopo un po' di giorni si
cominciano ad intravedere le possibili finaliste e di conseguenza la probabile
nuova Miss Italia. La vittoria di Danny Mendez era abbastanza scontata, anche se
per la verità io non mi aspettavo vincesse realmente. La polemica maggiore
derivata dalla sua vittoria è stata più che altro quella per cui Danny non
aveva nulla a che vedere con l'Italia: era solo una cittadina
"acquisita" perché la mamma si era risposata con un italiano».
L'allora presidente del Consiglio, Romano Prodi, commentò: «È l'Italia che
cambia». Il Belpaese è davvero cambiato dopo quell'elezione che ha diviso
critici, filosofi e semplici cittadini?
«Non so. È difficile rispondere e capire se in effetti l'Italia cambiò a
partire da quel momento. Io non penso».
Nella tua carriera hai fatto anche la modella...
«Appunto... vedo che siete molto attenti e scrupolosi. Sì, le prime esperienze
nella moda le ho fatte poco prima di andare a Miss Italia e ho proseguito
poi a lavorare, mentre studiavo all'università. Non ho mai pensato di
continuare a fare la modella per molto tempo, anche se ho avuto moltissime
soddisfazioni, lavorando per stilisti come Gianfranco Ferrè o marchi come
"La Perla". Però che fatica, sempre a dieta...
E poi ero un po' bassina (175 centimetri ndr)».
Poi, ti sei "innamorata" della tv. Meglio di qua o di là dalla
"barricata"?
«Incontro fatale, quello con la televisione. Mi ricordo come se fosse ieri.
Avevo 20 anni, stavo partecipando come figurante speciale al programma A
tutta festa (1998) condotto da Lorella Cuccarini e Marco Columbro, e non ti
so dire cosa mi sia successo: le telecamere, le luci, i microfoni...
Insomma, lì ho capito veramente cosa avrei voluto fare nella mia vita... o
perlomeno ai tempi era un sogno!»
Prima alcune apparizioni in Rai e Mediaset (La sai l'ultima, giusto
per ricordarne una), poi presentatrice, infine autrice. Voglia di fare
esperienza, oppure tentativo di fare una vera e propria ricerca?
«Hai centrato il discorso! La mia è sempre stata una sorta di ricerca. Fin da
piccola ho sempre desiderato fare la giornalista tv: guardavo i telegiornali e,
con i libri di cucina di mia mamma, imitavo i conduttori che leggevano. Mi sono
iscritta a lettere moderne con l'intenzione di fare giornalismo. Poi però il
destino ha voluto che io facessi mille altre esperienze, ed è stato un bene,
perché ho cominciato così ad ambientarmi nel settore. Ho imparato prima a
sorridere davanti alla telecamera, poi a muovermi e infine a parlare, senza
rischiare di "bruciarmi". Anche perché una giornalista troppo giovane
non è tanto credibile».
Nel 2002 l'incontro con l'unico media che manca alla "collezione":
la radio. Sbarchi su Radio Italia Network. Prima come voce ufficiale di Ritratto
d'autore nel programma condotto da Marco Biondi, poi come conduttrice di un
programma di informazione cinematografica, Sedici Noni, insieme ad Andrea
Gelli. Cosa ti ha spinto ad accettare questo nuovo confronto?
«Sempre la solita voglia di ricerca. Ho accettato per iniziare forse una sfida
e devo dire la verità: ho scoperto un nuovo mondo! L'approccio con la radio per
me è stato complicato, all'inizio ci mettevo due ore a registrare mezz'ora di
programma; pensavo "Oddio, forse non è il mio lavoro", ma poi ce l'ho
fatta... e sono riuscita ad andare in onda per tre ore di fila in diretta!»
La leggenda narra che tu girassi per i corridoi di Rin cantando...
«Mi piace far scappare la gente (ride ndr)».
E tra il 2003 e il 2004 nasce il "Trio Maluma": Marco Biondi, Dj
Speciale e Tony H si riuniscono sotto la voce di una certa Manuela; nasce Again.
«Ecco, a proposito di far scappare la gente: ebbene sì, ho anche cantato! Il
disco in realtà è molto simpatico (non sono decisamente una cantante) ed è
nato per caso durante un trasloco. Cantiamo io, Dj Speciale e Marco Biondi: da
qui TRIO MA (Manuela), LU (il nome di Dj Speciale è Luigi) e MA (Marco), e non
puoi immaginare quanto ci siamo divertiti quella sera! Da un gioco è nato poi
il seguito di Again: I like to party».
Ti manca Rin?
«Tasto dolente. Non l'ho mai detto a nessuno. Sì, mi manca moltissimo».
Dopo la riorganizzazione di Rin, sei comunque rimasta nel giro e ora
graviti attorno a PlayRadio, emittente nuova che sta cercando di imporsi
nell'etere italiano. Una nuova sfida anche per te.
«Infatti. PlayRadio è la nuova radio del gruppo RCS, una nuova realtà che
sono sicura farà grandi cose. Io mi occupo della redazione e della stesura dei
testi per il programma di Natasha Stefanenko (Play Style in onda la
mattina tra le 9.00 e le 10.00). Diciamo che è sempre fondamentale l'esperienza
anche dietro le quinte».
Nella tua già lunga carriera, hai affrontato anche il mondo dei motori.
Quanto è difficile, per una donna, inserirsi in un mondo considerato ancora ad
appannaggio solo degli uomini?
«Non eccessivamente. Forse lo scoglio maggiore è rappresentato dai capelli
biondi, dagli occhi azzurri, dalla taglia 42, etc etc: se sei una bella ragazza,
allora passi subito per quella che deve per forza mettersi la minigonna e che
deve ammiccare in modo malizioso. Il problema maggiore è riuscire a farsi
prendere sul serio. E ti dirò: ancora oggi ho delle difficoltà in questo senso».
Cinema, motori, musica. Ma scrivi anche di arte. Sei un'appassionata?
«Di arte ho scritto quando lavoravo a Telecity per Starmarket. Conducevo una
rubrica giornalistica con contenuti di arte. Non ritengo di essere
necessariamente una appassionata; diciamo che sono convinta che una brava
giornalista deve essere in grado di scrivere un pò su tutto,
"specializzandosi" poi in un campo ben definito, se vuole fare il
grande salto».
Tante esperienze, ma un filo sottile comune che le unisce: il cinema. È
questo il tuo vero amore?
«No. Non è il mio vero amore. È uno degli amori della mia vita».
Ora è possibile seguire le tue gesta sull'emittente televisiva regionale
"Più Blu Lombardia" dove, in pratica, racconti gli eventi lombardi
con particolare attenzione agli aspetti culturali. C'è ancora spazio per la
cultura nella televisione del 2005?
«Spazio per la cultura in televisione ce n'è sempre stato. Solo che, in base
ai dati Auditel, i programmi più impegnati vengono spostati in fasce orarie
minori. Però io penso una cosa: esiste il videoregistratore; se alla sera non
c'è nulla di interessante si può sempre vedere qualcos'altro, magari
registrato nel pomeriggio. E poi oggi esiste Sky: quanti canali tematici ci
sono!
E non sottovalutiamo le realtà regionali e locali. Molte volte, con pochi mezzi
a disposizione, si possono fare delle grandi cose; questo perché una tv più
piccola può sperimentare mille idee senza il terrore dei dati d'ascolto del
giorno dopo. A Più Blu Lombardia c'è il clima ottimale per crescere e
migliorare, proprio quello che voglio!»
Sei laureanda alla Statale di Milano in Lettere Moderne con preparazione di
tesi sul linguaggio televisivo. Possiamo dire che sei un'esperta, se non altro
per la grande preparazione sul campo. Radio, musica, televisione, riviste. Cosa
vuoi fare da grande?
«Grazie per avermi dato dell'esperta. Non vorrei con questo titolo insultare
chi lo è veramente. In ogni caso posso risponderti che da grande sarò una
giornalista televisiva. Ne sono sicura».
CAMPIONATO
Maria Luisa per un
soffio di Rocco Ventre
Nell'ultima giornata della prima fase Maria Luisa Busi
non va oltre il pareggio con la Morelli,
ma riesce comunque a guadagnarsi l'ultimo posto utile per i
play-off grazie alla sconfitta di Laura Cannavò.
Gli accoppiamenti del primo turno di play-off vedono dunque di
fronte Moreno contro Busi
e Costamagna contro Mattei.
Già qualificate per le semifinali Maria Grazia Capulli
(che ha ottenuto il primo posto) e Monica
Vanali (seconda).
Retrocedono direttamente in serie B Marica Morelli
e Monica Gasparini. Si
giocheranno la salvezza negli spareggi dei play-out Bianca Berlinguer
contro Maria Leitner e Cristina Parodi
contro Irma D'Alessandro.
CRONACA IN ROSA
Il 2006 delle donne di Erica Savazzi
Inizia un nuovo anno: le donne, nel bene o nel male, saranno
ancora protagoniste, anche se non quanto meriterebbero. Vediamo
alcuni nomi che incontreremo sicuramente nel corso del 2006.
Carolina Kostner: si è detto che rappresenta l’Italia
migliore, bella e vincente. Sarà lei, la pattinatrice altoatesina, il
portabandiera della nazionale alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi
di Torino 2006. Il talento e la personalità non le mancano, speriamo
in una bella medaglia.
Rita Borsellino: candidata dell’Unione alla presidenza della
regione Sicilia, sa che cos’è la mafia e come affrontarla. E’ il volto
nuovo che dà fiducia e speranza ai cittadini.
Ségolène Royal: sfidante del presidente Chirac alle prossime elezioni
presidenziali francesi del 21 aprile e del 5 maggio (si vota con
doppio turno), è già stata ministro della Famiglia e
dell’Infanzia.
Angela Merkel: la cancelliera tedesca, prima donna a
ricoprire questo ruolo, ha davanti a sé mesi difficili, con
una Germania in crisi economica e la necessità di effettuare pesanti
tagli allo stato sociale. Deve inoltre tenere unita la grosse
Koalition che sostiene il suo governo.
Karita Bekkemellem: ministro norvegese per le Pari
Opportunità. E’ entrata in vigore il 1° gennaio 2006 la legge, da
lei fortemente voluta, che obbliga le grandi aziende pubbliche e
private a nominare consigli di amministrazione composti per il 40% da
donne.
Aiko del Giappone: per permettere alla principessina di regnare
si prepara una svolta epocale. Una commissione modificherà la
Costituzione per eliminare la legge salica, secondo la quale il
trono spetta ai soli eredi maschi.
Condoleeza Rice: uomo di ferro dell’amministrazione
Bush. Nonostante scandali, polemiche e un’opinione pubblica non
proprio favorevole, lei resiste. E’ ancora convinta della
giustezza della guerra in Iraq. Molto (forse troppo) sicura di sè.
Le donne di Africa e Asia: passa attraverso di loro la lotta
all’AIDS. Educandole a proteggersi dal virus e aiutandole
a partorire bambini sani e a non infettare i propri figli (ad esempio
tramite l’allattamento), si potrà cercare di tenere sotto controllo
la malattia.
Donne violate e sfruttate: troppo spesso, anche nel nostro
Paese, le donne vengono uccise, violentate, private dei diritti.
Ricordiamo l’impressionante serie di omicidi di mogli e fidanzate
degli ultimi mesi.
Purtroppo questi fatti non spariranno dalle pagine di cronaca
dei giornali neanche quest’anno.
CRONACA IN ROSA
Famiglia o carriera? di Valeria
Pomponi
Dati alla mano, carriera e
famiglia non sembra un binomio semplice.
A certificarlo è una ricerca di Federmanager, federazione nazionale
dei dirigenti di aziende industriali, che in occasione dei propri 60
anni di attività, ha realizzato una ricerca su un campione di
1.200 donne con ruoli dirigenziali.
I dati parlano chiaro: nelle aziende, le donne con famiglia
sono maggiormente penalizzate rispetto ai colleghi uomini.
Se il 90% degli uomini è coniugato o convivente, la percentuale delle
donne che si trovano nella medesima situazione scende al 73%.
E mentre solo il 13,9% dei dirigenti uomini non ha figli, le donne
"obbligate" a non averne sono il 43%.
Sacrificare, nella totalità o solo in parte, la famiglia diventa
determinante.
Donne senza figli, single o separate, hanno uno stipendio superiore
rispetto le colleghe con famiglia e prole a carico.
La retribuzione media del dirigente italiano è di 95.000 euro lordi
l'anno. Per le donne, invece, si ferma a 83.000 mila euro. Scende a
81.000 per quelle coniugate, mentre le dirigenti single arrivano a
92.000 euro annui.
Tutto ciò delinea una situazione paradossale: quasi che una donna con
famiglia e figli abbia meno bisogno di uno stipendio rispetto a chi
marito e prole non li ha.
Nonostante i numeri, le donne continuano ad impegnarsi per emergere.
A sostegno, l'identikit della donna manager italiana: ha un'età
media di 45 anni ed è arrivata al top della carriera a 38. Nel
70% dei casi ha una laurea, e un'esperienza lavorativa
ventennale.
Per gli uomini, l'età media è di 50 anni, e solo il 62% possiede una
laurea.
Il piccolo esercito delle donne dirigenti, nella maggior parte dei
casi, proviene da famiglia di alto livello sociale: il 50% del
campione intervistato dichiara che il padre, a sua volta, era
dirigente.
Il punto è: la carriera al posto della famiglia e dei figli?
Il dilemma sarebbe risolvibile se gli interventi sociali fossero
mirati alla rimozione degli ostacoli, individuando strutture di
supporto quali asili nido (magari aziendali) e assistenza domiciliare
per figli minori e anziani.
Provvedimenti finora adottati solo da poche, grandi aziende, ma di
difficile attuazione per quelle piccole e medie, che costituiscono la
stragrande maggioranza del panorama aziendale italiano.
Il lavoro femminile non è soltanto uno strumento di
realizzazione e autonomia personale: rappresenta piuttosto
un'opportunità di crescita sociale. Forse è ora che gli
assisi al potere se ne rendano conto.
CRONACA IN ROSA
Il calcio di Mediaset di Danila Di Nicola
Anno d'oro quello di Mediaset: ha acquistato i diritti tv sul
calcio per tre stagioni a 61 milioni di euro, dopo il ricorso
della Rai che vantava un accordo precedente con la Lega.
L'antivigilia di Natale arriva l'altro colpo della tv di Berlusconi:
si è assicurata i diritti televisivi della Juventus per le
stagioni 2007-2008 e 2008-2009, più l'opzione per il 2009-2010 a 248
milioni di euro.
L'accordo riguarda la trasmissione tramite qualsiasi piattaforma
distributiva delle partite interne del campionato italiano, per
l'Italia in forma criptata e per il resto del mondo anche in chiaro;
la trasmissione tv di un trofeo amichevole e altri diritti legati agli
impegni della società torinese.
Mediaset cederà a terzi i diritti di sfruttamento sulle
piattaforme trasmissive su cui non svilupperà una propria offerta
commerciale. Così Sky e tutti gli operatori di Internet
o telefonici, dovranno trattare con Piersilvio
Berlusconi se vorranno avere ancora la principale società calcistica
italiana, la Juventus, terza squadra più seguita al mondo dopo Real
Madrid e Manchester United.
Contro Mediaset è in corso un'indagine dell'Autorità garante
della concorrenza e del mercato per restrizioni della concorrenza
nell'acquisizione dei diritti calcistici. Nel giugno del 2004 Juventus,
Inter, Milan e Roma hanno sottoscritto una carta privata con la tv di
Berlusconi dove hanno ceduto anche i diritti di prima negoziazione e
di prelazione dal 2007-2008 al 2015-2016. La legge europea non
consente infatti contratti più lunghi di tre anni, sui diritti
calcistici, proprio per evitare di mettere fuori gioco la concorrenza.
In merito alla questione Juventus si è espresso Roberto Sommella,
direttore delle relazioni esterne dell'Autorità garante della
concorrenza e del mercato: « Il contratto che Mediaset ha stipulato
con la Juventus è legittimo e noi non possiamo fare nulla. Credo che
il problema vada risolto all'interno della Lega calcio».
Probabilmente presto al club degli Agnelli si uniranno anche Milan e
Inter per garantirsi accordi milionari. E i piccoli club? «La
Juventus vende i diritti e intasca un sacco di soldi, ma alle altre
squadre rimangono le briciole — afferma Maurizio Zamparini,
presidente del Palermo e vicepresidente della Lega — Questa
situazione è insostenibile e presto scoppierà un caso».
I presidenti dei piccoli club chiedono il ritorno alla vendita
dei diritti collettivi. I dirigenti di otto società, tra le
quali Fiorentina, Sampdoria e Palermo, hanno chiesto un intervento
immediato della Figc in materia.
I club calcistici oggi vivono soprattutto di diritti tv. Se si
proseguirà su questa strada cambieranno completamente i rapporti di
forza in campo televisivo. Solo con la vendita dei diritti collettivi
si potrà colmare la distanza tra i piccoli e i grandi club, evitando
la disfatta del calcio.
FORMAT
Antonella Clerici: macchinista del treno dei sogni
di Nicola Pistoia
Lo scorso 7 gennaio, dal binario Uno della Rai, è partito Il
treno dei desideri. Un "convoglio" che non è un reality,
ma un «people show», come vuole definirlo la sua conduttrice Antonella
Clerici.
Di strada, la spumeggiante Antonellina ne ha fatta molta.
Incominciando a lavorare per la tv di Stato come giornalista
sportiva in Dribbling, per poi passare alla conduzione di
tanti altri programmi, come Uno Mattina, Domenica In, Adesso
sposami.
Fino ad arrivare al reality show Il Ristorante e al prestigioso
palcoscenico del Festival di Sanremo, insieme a Paolo Bonolis.
Da cinque anni ci fa compagnia ogni mezzogiorno con la sua Prova
del Cuoco, combinando i suoi tanti, divertentissimi guai.
Il nuovo programma, prodotto dalla Endemol, ha lo scopo di esaudire
i desideri della gente, di persone comuni che non hanno velleità
di divismo, ma solo sogni da realizzare. La particolarità sta proprio
nel fatto che non si fa affidamento sui soliti "famosi in cerca
di notorietà", ma sulle emozioni spontanee dei viaggiatori di
questo incantevole treno. Sicuramente un programma in
controtendenza.
La redazione è stata presa d’assalto da migliaia di lettere e
telefonate con richieste di sogni più o meno importanti. I più
comuni sono richieste di denaro, case e viaggi. Non tutti, o molto
pochi, potranno essere accontentati, soprattutto nel primo caso.
In ognuna delle sei puntate previste, che con tutta probabilità
verranno portate a nove, verranno realizzati desideri diversi ma con
un elemento in comune: la sorpresa.
Il tutto corredato dalla consueta verve della padrona di
casa…pardon, macchinista.
ELZEVIRO
Guerra al cinema di Antonella Lombardi
Il cinema ha bisogno della guerra? Secondo certe
esigenze hollywoodiane, spesso a caccia di drammi e di una morale
edificante, sembrerebbe di sì.
La guerra in generale, ma anche le singole battaglie storiche,
sono sempre state presenze forti nella storia del cinema.
E come in un copione già scritto, ogni conflitto contiene in sé,
cinicamente, tutti gli ingredienti necessari per una storia
appassionante: l’eroe, l’amore, la tragedia.
Negli ultimi anni numerose guerre hanno stravolto fisionomia,
destini ed equilibri di diversi Paesi: dall’Iraq ancora lacerato,
alla guerra del Golfo, al Rwanda e ai mille altri conflitti
dimenticati nel resto del mondo.
La possibilità di essere costantemente informati, insieme alla
tecnologia moderna, sono fattori che hanno permesso di aggirare almeno
in parte le censure dei governi e che hanno influenzato, di riflesso,
il cinema e i suoi registi. Non mancano, infatti, titoli e
tentativi (alcuni lodevoli, altri meno) che hanno rappresentato in
maniera diversa la guerra offrendo nuovi punti di vista
sull’argomento.
Tra le presenze più recenti: Private (scelto per rappresentare
il nostro Paese agli Oscar, poi scartato), sul conflitto
israelo-palestinese dove la tragedia incombe, sospesa, tra il
diritto a una normalità impossibile e l’incomprensione, anche
linguistica, con il nemico.
Per certi versi lo sguardo del regista Saverio Costanzo sembra
rimandare a quello sulla trincea bosniaca di un altro film, No
man’s land di Danis Tanovic dove c’è posto anche per l’ironia
surreale.
E poi Il pianista, film struggente di Roman Polanski, sulla rivolta
del ghetto di Varsavia vissuta attraverso gli occhi di un pianista
scampato all’olocausto; Paradise now, di Hany Abu-Assad, sul
dramma interiore di un aspirante kamikaze; o il polemico Fahrenheit
9/11 di Michael Moore, Palma d’oro a Cannes.
E ancora l’ultimo lavoro di Benigni, La tigre e la neve,
purtroppo meno riuscito de La vita è bella.
Interessante l’esordio cinematografico di Katia Ricciarelli per la
regia di Pupi Avati nel film La seconda notte di nozze, con uno
straordinario Antonio Albanese; qui la povertà e l’arte di
arrangiarsi nel dopoguerra italiano è fatta di chiaroscuri e
la dedica, iniziale e finale, ai «bambini che fecero una gran luce»
ricorda le vittime delle mine abbandonate nei campi.
Così come di infanzia, mine e diritti negati si parla in Viaggio a
Kandahar, dove una pioggia di protesi artificiali
rappresenta una speranza cui guardare al di qua di un burka
opprimente.
Infine i conflitti che si sono svolti sotto lo sguardo distratto di un
Occidente incurante, come Hotel Rwanda, racconto del genocidio
del 1994 degli Hutu contro i Tutsi in cui si distingue
una sorta di Schindler africano, pronto a salvare diverse vite.
Senza contare i film usciti dopo l’11 settembre 2001,
inevitabilmente intrisi dell’ansia collettiva e nei quali si sono
affermate due opposte tendenze: rimuovere i simboli della tragedia
o riferirsi continuamente alla realtà attuale.
Accanto a 11 settembre 2001, composto da diversi episodi sulla
tragedia firmati da altrettanti registi, è da ricordare La 25ªora
di Spike Lee, dove, tra macerie ed escavatrici al lavoro, viene
mostrato il ground zero, controcanto dolente di una città
improvvisamente vulnerabile.
Ma Hollywood non sta a guardare e, se in Spiderman rimuove le
inquadrature relative alle Twin Towers, ne La guerra dei mondi
di Spielberg i riferimenti sono più sottili: l’alieno è il nemico
e alla prima comparsa di lampi, tuoni e mostruose macchine
extraterrestri, la piccola attrice Dakota Fanning chiede al padre (Tom
Cruise): «Sono terroristi?».
TELEGIORNALISTI
Paolo Chiariello, giornalista “all news”
di Filippo
Bisleri
La sua massima è: «Molti di noi fanno un mestiere bellissimo, e siamo pure
pagati per farlo». Parliamo di Paolo Chiariello,
giornalista di Sky Tg24 che abbiamo incontrato all’indomani dell’infuocato
scontro di Coppa Italia Napoli-Roma.
«Io e il mio cameraman eravamo gli unici operatori del mondo dell’informazione
presenti – ci racconta Paolo – e tutte le tv, anche Rai e Mediaset, ci hanno
comprato le immagini e mi hanno chiesto i racconti, anche perché diversi
colleghi non hanno voluto essere presenti, prevedendo il clima infuocato. Ai
colleghi ho raccontato quello che ho visto, ma le emozioni, che ho messo nel mio
servizio, non erano trasmissibili».
Pare di capire che tu fai il mestiere che sognavi di fare da ragazzo.
«Lo sognavo da sempre e, ripeto, sono anche fortunato a farlo e ad essere
pagato per farlo. Pensa che mio padre mi diceva che volevo fare il giornalista
perché non sapevo fare altro. Ma ora è felice della mia carriera».
Hai una persona da indicare come tuo maestro di giornalismo?
«Sicuramente Francesco Landolfo, che è stato vicedirettore a Roma
e che è stato il primo a leggere un mio pezzo, facendomelo rifare tre volte.
All’apparenza un personaggio un pò burbero, ma un uomo che mi ha aiutato a
crescere molto a livello professionale. Poi non posso dimenticare che la stessa
città di Napoli è maestra di giornalismo ogni giorno».
Servizi più belli o ricordi migliori della carriera?
«Certamente la partecipazione ad un blitz dei carabinieri con diversi arresti,
e uno speciale sul Tribunale di Torre Annunziata, dove ho potuto evidenziare,
presente in studio il ministro Guardasigilli Roberto Castelli, che lì le norme
di legge non venivano rispettate. Ne seguì un’ispezione ministeriale, ma le
cose, oggi, sono come io le avevo denunciate».
Che tipo di redazione è Sky?
«Una realtà meno burocratica con contatti più agevoli tra i corrispondenti e
il forte nucleo di redattori centrali. Gli strumenti che ci sono messi a
disposizione per lavorare, poi, valorizzano le nostre professionalità. Ad
esempio, grazie alla tecnologia satellitare noi siamo in grado, in pochi
secondi, di seguire gli eventi su tutto il territorio nazionale (ma anche la
vicenda tsunami dimostra come Sky abbia grandi capacità a livello
internazionale) anticipando sempre i colleghi di Mediaset e Rai».
E vincoli sulle cose da dire ne avete?
«No, il fatto di non avere padrini politici consente a Sky e ai suoi
giornalisti di essere liberi da lacci e lacciuoli vari. Sky Tg24 è una
redazione molto giovane che ha assunto oltre cento giornalisti, senza puntare
sui grossi nomi, ma badando a far crescere le nuove generazioni dell’informazione.
Mi ritengo fortunato a far parte di questa squadra di bravi giornaliste e
giornalisti».
Consiglieresti ai giovani di intraprendere la carriera giornalistica?
«Lo consiglio nella misura in cui, dopo l’università, hanno la possibilità
di fare giornalismo in strada, tra la gente. Se possono far parlare la gente,
sentire le loro storie ed emozioni, allora credo che i ragazzi debbano fare
questo mestiere. Dove mi trovo ora, a Sky Tg24, posso raccontare i fatti con
pacatezza e commento appropriato come avvenuto l’8 dicembre 2005 per
Napoli-Roma di Coppa Italia».
Vedi dei rischi nella professione giornalistica?
«Vedo il rischio “veline”, ma non quelle di Striscia la notizia. Mi
riferisco alla comunicazione ufficiale che non è più solo quella di ministeri,
regioni, province e comuni, ma anche di carabinieri e altre realtà. Ti faccio
un esempio: giorni fa, in Campania, è stato trovato il corpo evirato e bruciato
di un uomo. Essendo sul posto e parlando con gli inquirenti ho potuto appurare
che si trattava di un omicidio. I colleghi, invece, hanno dato conto, seguendo
la “velina” dei carabinieri, di un suicidio. Ebbene, mentre i giornali
parlavano di suicidio con poche righe in cronaca, a Sky Tg24 avevamo già detto
che era un omicidio e dato, praticamente in presa diretta, l’arresto del
fratello dell’ucciso che aveva compiuto il reato, per una vicenda di donne,
aiutato da un secondo uomo».
Sei il marito di Anna Maria
Chiariello, una giornalista famosa e brava. È difficile essere una
coppia di giornalisti?
«Non è complicato come si potrebbe pensare. È vero che Anna Maria è più
famosa di me e spesso mi prendono per il fratello invece che per il marito, ma
questo non importa, ormai ci sorrido. Tra me e Anna Maria c’è una sana
competizione che aiuta entrambi a lavorare meglio, anche perché il tg “generalista”
in cui lavora mia moglie è diverso da quello “all news” in cui sono immerso
io. Comunque non litighiamo certo per il giornalismo, e nemmeno per altro,
perché siamo una coppia affiatata. La sfida è professionale ma estremamente
corretta, come è giusto che sia tra veri professionisti dell’informazione che
devono avere a cuore la verità e il telespettatore - o lettore che sia».
VADEMECUM Contratto, risorsa fondamentale
di Filippo Bisleri
La professione giornalistica è regolata, per quanto riguarda
la carta stampata (e la nuova normativa dovrebbe includere
anche le testate online), dal contratto nazionale di lavoro
sottoscritto dalla Fieg (Federazione italiana editori
giornali) e dalla Fnsi (Federazionale nazionale della
stampa italiana).
Il contratto regola e disciplina sia la parte
economica della professione sia quella organizzativa
all’interno delle redazioni, disponendo l’obbligatorietà
della presenza della figura di un direttore responsabile
i cui poteri sono ben definiti all’interno dell’articolo 6
del contratto.
È sempre il contratto a regolare contratti a termine, modalità
di assunzione, periodi di prova, incentivi per
l’assunzione di disoccupati, l’orario di lavoro (compreso
quello della chiusura), i minimi di stipendio con i relativi
scatti di anzianità e qualifiche, il lavoro notturno,
i giorni festivi e di riposo settimanale, ferie, malattie,
matrimoni e maternità, servizi militari, pensionamenti, Comitati
di redazione (fiduciari per i giornali più piccoli) e
risoluzione del rapporto di lavoro. Il tutto oltre a definire
e inquadrare le figure e le mansioni di redattori,
praticanti e collaboratori.
Per quanto riguarda invece radio e tv locali è
stato sottoscritto (per la prima volta il 3 ottobre 2000) un
contratto collettivo tra Fnsi, Aer, Anti e Corallo che ha
portato anche in questo settore le regole già in uso con il
contratto della carta stampata.
Il contratto Fnsi-Aer-Anti-Corallo prevede minimi di
stipendio più bassi rispetto a quelli del contratto
nazionale Fnsi della carta stampata ma offre garanzie
importanti sul piano occupazionale e di sopravvivenza
anche delle emittenti locali più piccole.
Il contratto Fnsi-Aer-Anti-Corallo prevede la regolamentazione
delle materie già citate per il contratto nazionale e, con
importi diversi, anche la corresponsione della tredicesima
mensilità e dell’indennità redazionale (che viene
corrisposta in giugno quando i giornalisti della carta
stampata ricevono la quattordicesima).
(16 – continua)
VADEMECUM
L'esperto risponde
Vito di Trapani ci chiede:
Perché dietro i giornalisti Mediaset che leggono il tg ci
sono degli schermi? A cosa servono? Io credo che la loro
utilità sia uguale a zero, poiché la loro visione a volte mi
distoglie dal discorso.
Risponde Filippo Bisleri:
In studio non c'è (o non ci sono) solo il conduttore, ma
anche dei colleghi, pronti ad intervenire per segnalare
notizie dell'ultima ora che possono arrivare dai tg delle tv
del resto del mondo, o dalle reti locali italiane.
Flavia di Roma ci scrive:
Un grafico che ha lavorato per una casa editrice,
impaginando per più di 5 anni le testate della stessa, può
accedere all'esame di Stato di giornalista professionista?
Ho letto su una nota rivista che è possibile.
Risponde Filippo Bisleri:
Certo che lo è, purchè ti venga riconosciuto il trattamento
di praticante giornalista professionista per almeno 18 mesi.
Occorre vedere il tuo contratto e se l'azienda ti concede il
praticantato. Insieme a me, hanno sostenuto l'esame di Stato
almeno 30 grafici.
EDITORIALE Ricominciamo
di Tiziano Gualtieri
O almeno ci proviamo. Sì,
perché potrà sembrare strano (o forse no), ma davvero rientrare
operativi dopo una pausa rischia di essere davvero più stressante
di lavorare.
La frase banale che sempre si sente quando finisce il lungo periodo
festivo è che si torna al lavoro più stanchi di prima. Nella
semplicità di quelle poche parole è davvero racchiuso il senso del
discorso.
Fare il giornalista, oppure tentare di fare un qualcosa che ci si
avvicini, è frutto della passione: questa professione non si fa per
caso. Il trucco per riuscire al meglio non è "fare"
il giornalista, ma "essere" un giornalista. Molti lo
fanno, ma pochissimi lo sono. Io non so se, tra coloro che dal nulla -
ognuno chiuso nella sua stanza, senza un contatto diretto con gli
altri - ci siano dei giornalisti, ma è indubbio che per fare questo
lavoro non basti saper scrivere.
Un testo scritto in italiano perfetto non è niente se non trasuda di passione,
tenacia, e capacità di "sofferenza": il trucco del
giornalismo - credo - risieda qui. Fare il giornalista è come essere innamorato
di una donna lontana: sai che lei è lì, che ti aspetta e tu
vorresti essere con lei, ma non sempre puoi.
E così ti svegli ogni mattina con il pensiero rivolto a lei, nella
speranza che possa coglierlo.
A volte accade, altre no. Eppure devi continuare a combattere, a
batterti anche per tirare fuori quella cosa che - a uno sguardo
disattento - è insignificante, ma che ai tuoi occhi e a quelli della
tua amata vale molto. Ecco, il giornalismo è proprio questo: un
amore che va vissuto fino in fondo, intensamente, ogni istante.
Chi non prova tutto ciò è meglio che abbandoni la scena.
La speranza che ho, ma credo di poter tranquillamente parlare per
tutti coloro che scrivono su queste pagine virtuali, è che tutto ciò
traspaia agli occhi di chi legge. Solo così potremmo dire di aver
fatto un buon lavoro. Proprio per questo motivo noi, umilmente,
ricominciamo.
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