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Telegiornaliste anno II N.
3 (35) del 23 gennaio 2006
MONITOR
Telegiornalista e mamma: Maria Luisa
Busi di Stefania Trivigno
Il Monitor di questa settimana ospita la prima puntata della
nostra inchiesta Telegiornalista e mamma: abbiamo voluto chiedere
alle colleghe televisive di maggior fama quanto costa, in termini di impegno,
qualità della vita e carriera, scegliere la maternità e non rinunciare ad un
mestiere prestigioso ma esigente.
La prima telegiornalista a raccontare ai lettori la sua esperienza è Maria Luisa Busi.
Donna e mamma: un binomio tanto abusato da aver convinto tutti, donne
comprese, che se non si è mamme non si è "complete": Maria Luisa, lo
pensi anche tu?
Penso, davvero, che quello della maternità sia un concetto universale. Conosco
donne, amiche, che pur non essendo madri hanno sviluppato un magnifico rapporto
con bambini non loro, nipoti, figli di amiche.
No, non penso assolutamente che una donna si “completi” solo essendo madre.
Detto questo, certamente la mia vita ha assunto una “completezza” di
significato, di esperienza, di “senso” con la nascita di mia figlia.
Il femminismo in Italia ha emancipato le donne: ha fatto guadagnare loro
ruoli che prima erano squisitamente maschili - su tutti la "manager" -
ma, allo stesso tempo, non ha fatto loro perdere quelli tradizionali, la
"mamma baby sitter", la casalinga. Il coinvolgimento paterno
nell'educazione quotidiana dei figli resta tuttavia secondario, e, quando è
possibile, affidato di preferenza a una baby sitter. Sei d'accordo con questa
interpretazione?
Sono convinta che i figli debbano stare con le madri.
Sono portata a pensare, avendo un marito molto collaborativo e coinvolto
pienamente nel ruolo di padre, che vivano meglio, crescano meglio, quando c’è
la presenza, in quantità di tempo e in qualità di relazione, di ambedue i
genitori. Ma è altrettanto vero che la nostra società non è costruita per la
famiglia: non lo è per il singolo individuo, figuriamoci per la famiglia così
detta tradizionale. E ancor meno è costruita per i bambini.
Ormai è raro che i nuclei familiari possano permettersi che un solo genitore
lavori. Allora è piena l’Italia di donne con figli che corrono tutto il
giorno per sostenere il peso, la responsabilità del doppio lavoro. L’ufficio,
la casa, la sua organizzazione.
Conosco madri che, non potendo permettersi la baby sitter, sono costrette a
lasciare i figli in tenerissima età – qualche mese – all’asilo nido. E le
vedo che, trafelate, vanno a prenderli all’uscita di scuola, tenendo aperto lo
sportello dell’auto in doppia fila.
E invece, chi può delegare ad una persona estranea la custodia del bambino, lo
fa spesso con mille dubbi: è la persona giusta? Mi posso fidare? Eccetera:
mille e una domande; comunque, mai a cuor leggero.
E non dimentichiamo che spesso si tratta di donne che a loro volta lasciano i
loro figli nei loro Paesi di origine: tu con i tuoi sensi di colpa continui a
lavorare e a crescere nella tua vita professionale, grazie al sacrificio,
comunque e ancora, di altre donne.
Come sei riuscita a conciliare la carriera e la famiglia? E' stato necessario
programmare l'una e pianificare l'altra?
Pianificato? Diciamo che l’organizzazione è vitale: la fatica di tenere tutto
insieme, lavoro e famiglia, e di non sottrarre nulla a niente e a nessuno ha per
forza di cose un costo personale. Ma va bene così.
Capita di lavorare nei weekend o durante le festività: ti affidi all'aiuto
di un familiare, una colf o una baby sitter? E come "giustifichi" le
tue assenze con i figli, o coi familiari?
Domenica, feste comandate…per noi giornalisti, com’è noto, sono giorni come
tutti gli altri. Ci organizziamo con Riccardo, mio marito, giornalista anche
lui, altrimenti la baby sitter, la nonna. Dico a mia figlia che la mamma lavora
per comprare la pappa… e che torna presto. Quando sono libera, stiamo sempre
insieme.
La tua bambina ha una baby sitter "di fiducia"?
Praticamente ho risposto.
Che cosa hai provato la prima volta che hai lasciato tua figlia sola con una
baby sitter? E porteresti la badante con la famiglia anche in villeggiatura?
Cosa provo quando esco di casa e la lascio con la baby sitter? Mi fido di questa
ragazza. Di più, le sono grata. Sono tranquilla, vedo la bimba molto serena.
La maggior parte delle donne in carriera sostiene di sentirsi in colpa nei
confronti della famiglia; è così anche per te?
Il senso di colpa c’è sempre, è inevitabile.
Ti è mai capitato di dovere, o volere, rinunciare a un incarico di lavoro
per la tua famiglia? E di rinunciare a passare qualche ora in più con i
familiari per motivi di lavoro o carriera?
Rinuncio a molto del mio tempo libero, che potrei dedicare solo a me stessa, sia
per il lavoro, che per la famiglia. Rinuncerei a qualunque cosa riguardasse la
mia vita professionale, se mia figlia dovesse avere il minimo problema a causa
della mia assenza.
Dunque, una donna che vuol fare carriera non deve necessariamente rinunciare
alla famiglia, ma accettare dei compromessi? E quando questi ultimi diventano
non più sostenibili?
E' possibile far convivere famiglia e carriera senza eccessivo stress, sensi di
colpa, rinunce? E come, secondo te?
Stress, rinunce… la vita di tutti è costellata di difficoltà più o meno
grandi. Penso alle donne che mantengono i loro figli centellinando gli stipendi
dei mariti, non trovando una occupazione, non avendo una loro autonomia, magari
sopportando situazioni matrimoniali difficili, per i figli, o per mancanza di
possibilità economiche.
Penso alle altre donne, quelle che lavorano, ma non hanno l’asilo sotto casa.
Penso alle donne sole, che mantengono i figli da sole, o a quelle che hanno un
figlio malato, o a quelle donne che un figlio lo vorrebbero e che una legge
ingiusta limita in questo sacrosanto desiderio. La vita delle donne è
difficile, sempre. Senza stress o rinunce non è possibile, neanche nella mia
esperienza. Ma è poca cosa rispetto a molte, troppe altre.
Cosa bisognerebbe fare?
Politiche sociali serie, di reale sostegno della famiglia, non in modo ipocrita.
Della famiglia, ripeto, non necessariamente solo di quella unita in matrimonio.
L’aumento dei salari, delle donne soprattutto, in questo Paese ancora troppo
svantaggiate nella progressione della carriera.
Più asili nido, infine, modello Emilia Romagna. Ce li invidia il mondo.
CAMPIONATO Conflitto d'interessi
di Rocco Ventre
Monica Vanali contro
Maria Concetta Mattei, Mediaset contro Rai: è questa
la finale dell'11° campionato delle telegiornaliste. Per Monica
è la prima finale in assoluto, mentre Maria Concetta ha già
vinto un titolo.
Le due semifinali sono state equilibrate e avvincenti fino
all'ultimo, ma alla fine Maria Grazia Capulli
e Manela
Moreno hanno dovuto cedere il passo alle colleghe e
adesso si devono accontentare di disputare la finalina di
consolazione.
E ora appuntamento al 29 gennaio, allo scoccare della
mezzanotte, per sapere il nome della vincitrice che succederà a
Francesca Todini.
CRONACA IN ROSA
Unite si può di Erica Savazzi
Gli ultimi non sono nemmeno riusciti a entrare in Piazza Duomo. Una
partecipazione al di là di ogni aspettativa, circa 200.000 persone,
ha segnato il successo della manifestazione in difesa della Legge
194 sull’interruzione di gravidanza organizzata tramite il sito www.usciamodalsilenzio.org.
Ed è proprio il cartellone con lo slogan “Siamo uscite dal
silenzio” ad aver aperto il corteo che si è snodato dalla stazione
centrale di Milano fin sotto la Madonnina: erano lì, le donne ma non
solo, per esprimere il proprio sdegno verso gli attacchi di
politici ed ecclesiastici alla normativa sull’aborto, ma anche
per chiedere la sperimentazione della pillola RU486, appoggiare
la richiesta dei PACS (per i quali si svolgeva nel frattempo
una manifestazione a Roma), e ricordare a tutti che le donne sono
in grado di decidere da sole, senza bisogno di protezioni o di
essere condotte verso la giusta via.
Donne, quindi. Di ogni età, professione e provenienza. Femministe
della prima ora, signore che avevano già manifestato negli
anni ’70 e che dicevano tra loro «Sono passati 30 anni e siamo
ancora al punto di prima», adolescenti, madri con bambini,
nonne e nipoti. Ma anche uomini, molti uomini, più
del previsto. Perché il problema riguarda tutti e perchè gli
uomini sono circondati da donne che sono loro madri, mogli, figlie,
perché «Libertà femminile, liberazione maschile», come diceva uno
dei cartelloni della piazza.
Un corteo variopinto, addobbato con fiori multicolori, cartelloni
scritti a mano, striscioni, musica e slogan.
Rispolverati i cori del femminismo storico, «Tremate, tremate, le
streghe son tornate» accompagnati da qualche cappello originale,
aggiornati rispetto all’età non più adolescenziale «Siamo
invecchiate ma siamo più incazzate», vengono aggiunti i nomi
di personaggi assolutamente attuali (Storace, Ruini), ma la
conclusione è delle più classiche: «Lo (il diritto all’aborto, ndr)
difenderemo con la lotta».
Sul palco le ospiti, Carmen Covito, Sandra Ceccarelli, Ottavia
Piccolo si alternano con giovani attrici per leggere poesie,
lettere arrivate al sito e ai giornali, e testimonianze
di donne che hanno subito aborti. Racconti molto duri, tra i quali
anche l’esperienza di Franca Rame, che servono a spiegare
l’utilità della legge in vigore.
Unico uomo invitato a intervenire è Paolo Hendel, che, con
battute che suscitano l’ilarità dei manifestanti, sottolinea come
le donne siano sempre più “avanti” degli uomini. E se Debora
Villa sottolinea come spesso la donna venga vista come oggetto, la
mediatrice culturale di origine cilena Karina Scorzelli parla delle difficoltà
delle donne immigrate a integrarsi, Fiorella Mattio,
rappresentante delle precarie, addita proprio precarietà e
disoccupazione come contraccettivo del XXI secolo, e
Cristina Gramolino, rappresentante di Arcilesbica, illustra la
necessità di regolamentare le coppie di fatto tramite i Pacs.
Quello che più ha colpito durante tutta la manifestazione è stato il
sorriso delle partecipanti, delle organizzatrici, degli ospiti
che hanno preso la parola sul palco. L’allegria e la gioia dello
stare insieme e di sapere di lottare per una causa comune. Serietà e
quasi tristezza ascoltando le dure testimonianze di mammane e di
tavolacci, riflessione ascoltando le poesie, ma anche tanti sorrisi,
sorrisi di donne consapevoli e sicure di sé, per prendere la
vita con ottimismo e per sperare in tempi migliori. E quale
atteggiamento, se non il sorriso dolce, ilare o sognante, caratterizza
meglio una donna?
CRONACA IN ROSA
Roma fa pacs con Milano di Antonella Lombardi
Arrivano copiosi, dai vicoli laterali di piazza Farnese e Campo de’
Fiori. La maggior parte porta un bambino in braccio o nel passeggino.
La giornata è gelida, ognuno cerca di scaldarsi come può, chi
mangiando un boccone, chi con qualche bevanda, chi accennando a un
timido ballo sulle note di Sarà perché ti amo, diffusa dagli
altoparlanti sul palco e che diventa subito il tormentone generale.
Sulle fontane agli angoli della piazza i fotografi cercano di
immortalare una folla vivace e composita: ci sono
rappresentanze e bandiere di associazioni e partiti, ma ci sono
soprattutto slogan e cartelloni improvvisati, portati in giro anche da
coppie e famiglie: «Pax vobis, pacs nobis».
E’ il popolo dei pacs, che manifesta a Roma anche in difesa
della Legge 194, in collegamento con la manifestazione che si svolge a
Milano. Il dietro le quinte è febbrile: arriva Lella Costa, passa di
lì Bobo Craxi, portavoce del nuovo PSI, che saluta Franco Grillini,
presidente onorario dell’Arcigay e deputato DS; arriva Daniele
Capezzone, dei Radicali italiani. C’è persino la dark queen
Vladimir Luxuria, che indossa un velo da sposa per la gioia dei
fotografi e che precisa subito: «L’Europa non è solo economia, ma
anche diritti civili».
Il giudice Giovanni Palombarini, di Magistratura Democratica,
pronuncia un lungo discorso sulla necessità di difendere la laicità
dello Stato: «L’Italia è il fanalino di coda dell’Europa,
non si può più abdicare alla libertà e ai diritti».
E tra applausi e dichiarazioni salgono sul palco per “pacsarsi”
tre coppie omo e due etero, per ricordare ai presenti che i pacs non
vogliono «violare il diritto di famiglia, ma riconoscere le unioni di
fatto per chi non ha alcun diritto».
Adele Parrillo, vedova di Stefano Rolla, morto a Nassiriya,
esclusa da ogni programma di assistenza, risarcimento e dalle
commemorazioni di Stato, grida al microfono: «In questa piazza c’è
l’Italia vera e non l’Italia del tricolore messo falsamente sulle
bare».
Irrompe Lella Costa e, in collegamento con Milano, ricorda che
l’aborto è un dramma per qualunque donna; si appella alle lunghe,
faticose battaglie fatte dalle donne negli anni dell’emancipazione
femminile. Punta l’accento sulle donne dimenticate, clandestine e
non, i cui «figli sono sbandierati come questioni di principio e mai
come persone».
Poi la parola passa a Milano, ma questa è un’altra storia.
CRONACA IN ROSA
In viaggio verso l'Olimpiade di Danila Di Nicola
Quarantasei anni dopo Roma, le Olimpiadi tornano finalmente in
Italia. Ad accrescere l'attesa per la manifestazione contribuisce
il viaggio della fiaccola olimpica, che sta attraversando tutta
la penisola.
Accesa dal presidente della Repubblica a Roma lo scorso 8
dicembre ed attesa a Torino, dopo aver toccato tutte le
province italiane, il 10 febbraio per inaugurare l'Olimpiade,
il cammino della fiaccola sta vedendo alternasi ad innalzarla
sportivi, personaggi del mondo dello spettacolo, giornalisti.
Ma ci sono anche tante persone comuni che hanno presentato domanda per
diventare tedofori dell'Olimpiade, grazie ad un concorso
indetto dalla manifestazione.
Il pubblico sta seguendo con molta partecipazione il percorso della
fiamma olimpica, riempiendo le strade e assistendo, nelle maggiori
città, alla cerimonia dell'accensione del braciere olimpico davanti
alle autorità locali.
Le Olimpiadi e il cammino della torcia hanno però anche dei
significati, come ha ricordato il vincitore della maratona di Atene, Stefano
Baldini: «Questo fuoco ha un valore inestimabile, è simbolo
di pace e fratellanza: troppo spesso ce ne dimentichiamo».
Non la pensano allo stesso modo i no global, che in diverse
città hanno contestato le Olimpiadi, le multinazionali
che le sponsorizzano e la Tav. A Bologna il passaggio della
fiaccola è stato bloccato, e solo dopo più di un'ora il tedoforo ha
potuto continuare la corsa scortato dalla polizia fino al braciere:
sono saltati i cambi e Gianni Morandi, uno dei tedofori, ha dovuto
rinunciare alla sua frazione.
Sicuramente i valori che aleggiano sulle Olimpiadi non sono più
quelli che avevano spinto De Coubertain, più di cento anni fa,
a far rivivere il mito di Olimpia. Basti pensare agli scandali
doping che puntualmente si presentano in queste grandi
manifestazioni.
Per assistere al vero spirito olimpionico bisognerà attendere
il 10 marzo, quando inizieranno le Paraolimpiadi. È
passato un secolo e la società è mutata, ma per fortuna non è
sempre vero che l'importante è vincere con qualsiasi mezzo.
FORMAT The O.C.: al via la
seconda serie di Nicola Pistoia
Dopo una pausa durata oltre un anno, i giovani telespettatori potranno
tirare un sospiro di sollievo: la sofferenza è finita. Lo scorso 10
gennaio, su Italia1, è ripartita con la seconda serie il telefilm
più amato negli Stati Uniti, che in Italia ha tenuto incollati ai
teleschermi oltre 3 milioni di spettatori, superando ogni
aspettativa.
Siamo parlando di Orange County, meglio conosciuto come The
O.C.
Anche in questa seconda serie le vicende dei sette giovani
protagonisti, quattro donne e tre uomini, verteranno intorno ad amori
clandestini, insospettabili tradimenti e forti amicizie.
Secondo Josh Schwartz, che ha inventato questa fortunata serie
televisiva, i nuovi 24 episodi saranno ancora più ricchi di storie
e personaggi, di piccanti rivelazioni e scandali inaspettati.
Probabilmente la velocità, e nello stesso tempo la semplicità, con
cui vengono trattati i tantissimi temi, sono alla base di un successo
meritato, che sta continuando ad affascinare il pubblico più
giovane e non solo, perché sempre più coinvolto nelle vicende
quotidiane di Ryan, Summer e gli altri.
Un successo che, oggi, non ha paragoni. Gli attuali, e forse più
complicati, Desperate Housewives, Nip/Tuck e Lost,
non sono riusciti a riscuotere un consenso di pubblico abbastanza
ampio come quello ottenuto dal lussuoso e californiano Orange
County. Forse, facendo un salto indietro, le uniche serie
televisive che possono meritare un confronto sono Beverly Hills
90210 e Friends.
Novità nella novità, i nuovi episodi apriranno le porte a personaggi
celebri come George Lucas (Guerre stellari) e Kim
Delaney (Csi Miami).
FORMAT
Uno su mille ce la fa di Giuseppe Bosso
Mancano pochi giorni alla riapertura delle porte della casa più
famosa del piccolo schermo. Padre dei reality d’Italia,
antesignano di varie Talpe e Isole, il Grande
fratello è giunto alla sesta edizione.
Dopo Daria Bignardi
e Barbara
D'Urso, stavolta, come anticipatovi nel numero
della scorsa settimana, sarà la bionda Alessia Marcuzzi
ad interloquire con i reclusi del reality, che per
circa tre mesi catalizzeranno l’attenzione del pubblico fino alla
proclamazione del vincitore.
Al di là dei fiumi di parole che il format ha suscitato negli
anni passati, suscita e susciterà anche questa volta, dopo più di un
lustro vogliamo fare il bilancio delle fortune dei tanti
improvvisati (e bistrattati, anche) concorrenti che si sono
lanciati in questa avventura in cerca di notorietà.
E scopriamo che, Morandi docet, “uno su mille ce la fa”:
sono davvero pochi quelli che, una volta usciti dalla casa,
hanno saputo rimanere nel dorato e crudele mondo dello show
business. Ma, in questa ristretta cerchia, ancor meno sono quelli
che lo hanno fatto scrollandosi di dosso il ruolo di “ragazzo
(o ragazza) reality”.
Basti pensare soltanto alla prima, memorabile, edizione del 2000: i
due personaggi-simbolo, Pietro
Taricone e Marina La Rosa, sono diventati
attori, ma con risultati non propriamente eccezionali, e di certo non
levandosi la scomoda etichetta rispettivamente di "o’
guerriero" e "gatta morta", rifilatagli in
quel periodo; e se Roberta Beta e Salvo Veneziano sono stati tra i
pionieri della ormai onnipresente figura, in tutti i palinsesti,
dell’opinionista (alla quale poi tanti altri reclusi
hanno aderito, soprattutto nella brigata Costanzo), alzi la mano
chi ha più avuto notizie di Maria Antonietta Tillocca e
Francesca Piri.
L’elenco delle meteore che hanno brillato solo per una
stagione (o meno ancora) è lungo: qualcuno ha più visto il
camerunese Mathias Mougue, o la mamma Emanuela Potini? Chi ha sentito
ancora parlare della coppia nata durante l’edizione del 2003,
Claudia Bormioli e Andrea Francolino? Cosa hanno fatto poi padre e
figlia Turi, Domenico e Ilaria, che parteciparono all’edizione del
2004? O la coppia calabrese doc Rosa ed Alfio; o l’istrionico
toscano Guido, per rimanere all’ultima edizione.
Potremmo continuare, ma a beneficio dei più ottimistivale la
pena di spendere due parole su una delle più brave conduttrici
emergenti, Eleonora Daniele, ormai
una perfetta padrona di casa a Uno
mattina, che partecipò alla seconda edizione del GF,
quella vinta da Flavio Montrucchio - oggi protagonista di Centovetrine).
I consensi meritati in questi ultimi anni dalla ex impiegata di
banca padovana sono tali da aver quasi fatto dimenticare il suo
debutto nel mondo dello spettacolo.
Un mondo bello e spietato, che crea e distrugge speranze ed illusioni,
e non ci mette niente a regalare delusioni, come ai tanti che
hanno provato senza successo ad entrare nella casa, o che ci
sono riusciti - ma, una volta fuori, sono inesorabilmente ritornati
alla loro tran tran quotidiano.
FORMAT
Suonare Stella, tra
commedia e varietà di Nicola Pistoia
Definirlo reality è sbagliato. Stella, la padrona del nuovo Bed
& Breakfast targato Rai2, ama definirlo "sit-show”: un
programma a metà strada tra una sit-com e un varietà.
Stiamo parlando di Suonare Stella, che vede il ritorno sulle
scene di Tosca D’Aquino dopo la nascita del suo secondo
figlio. L’attrice napoletana è la proprietaria di questa strampalata
pensione dove quotidianamente si incontrano e si scontrano personaggi
bizzarri, strani e vivaci: gli ospiti di Stella.
Tra gli svariati clienti troviamo Daniela Morozzi e Maurizio
Ferrini, che impersonano due gemelle completamente diverse tra di
loro; Sergio Viglianese nel ruolo di un meccanico troppo
costoso; Beatrice Fazi in quello della filippina stralunata.
E ancora Gianni Ferreri nel ruolo di un ufficiale giudiziario;
il trasformista Arturo Brachetti, e tanti altri personaggi. Al
fianco di Tosca, ovvero Tiffany Stella, che sogna di diventare una
star del cinema come Marylin Monroe, ci sono Max Tortora e Nino
Frassica. Il primo nei panni di suo fratello, il secondo nel ruolo
di un ladro poco abile.
Suonare Stella, in onda dal 10 gennaio in prima serata, è un
programma nuovo (è la prima volta che Rai2 trasmette qualcosa di
questo genere), adatto per tutta la famiglia, talvolta banale ma
sempre allegro e spensierato. La pensione, di certo, evoca nel
subconscio del pubblico tanta comicità, essendo un classico
dell’arte teatrale napoletana.
Intanto, nella realtà, Tosca sogna di compiere il grande passo: il
festival di Sanremo insieme al suo amico Giorgio Panariello. E chissà
che questa volta non sia solo commedia.
ELZEVIRO Il trionfo della materia di Antonella Lombardi
La materia viene bruciata, scolpita, deformata,
strappata al suo contesto naturale, fino a renderla irriconoscibile e
a darle nuova identità.
I materiali sono plastica, ferro, legno, gesso, sabbia, calce,
grafite, catrame.
E’ la reazione compatta degli artisti del dopoguerra: troppo
usurati i canoni di riferimento usati fino ad allora, e troppo grandi
le angosce con cui convivere dopo la guerra.
Si abbandonano le convenzioni di spazio e di tempo conosciute, cadono
i canoni della prospettiva e il vincolo del punto d’osservazione.
Dopo alcuni episodi isolati, come il movimento Dada, c’è una
nuova ricerca, più compatta, pronta ad aprire nuovi orizzonti
nell’arte contemporanea. L’oggetto del quadro sono le angosce dei
singoli artisti: succede con Jean Fautrier, arrestato a Parigi
dalla Gestapo nel 1943, che, in seguito, ritrae corpi torturati, come
in Otage, per esprimere così il proprio malessere
esistenziale.
C’è Dubuffet, secondo cui l’arte deve nascere dalla
materia ma conservare le tracce della lotta avvenuta durante la sua
trasformazione; c’è Burri, rinchiuso nel campo di prigionia
in America e che incontrerà, in seguito, in Italia, alcuni degli
artisti esposti in questa mostra alle Scuderie del Quirinale.
Burri impreziosisce i materiali di scarto, con l’oro, ad
esempio, oppure brucia le plastiche rendendole leggere e sofisticate;
usa materiali poveri, disprezzati, artefatti della chimica moderna e
riesce a dare loro un senso, mostrandone le possibili trasformazioni.
Sconvolge con l’uso dissacrante dei suoi sacchi di juta sdruciti,
aperti, talvolta ricuciti; sacchi che venivano usati nel dopoguerra
per contenere le derrate alimentari.
C’è anche Fontana, che crea una magia notturna illuminata da
asteroidi, con dei vetri colorati che riflettono la luce; lo
stesso sarà l’autore di quei tagli sulla tela che romperanno i
canoni della bidimensionalità del quadro.
Ma si arriva anche agli anni Sessanta con la serie dei Cementarmati
di Giuseppe Uncini che a Burri si ispira riutilizzando un
materiale industriale per farne un’opera d’arte.
Ci sono gli stracci dell’arte povera, i vestiti usati come
surrogati del corpo, i richiami a un mondo naturale che non c’è più
o è sempre più violato, recuperando materiali come il carbone, la
paglia, il cotone.
C’è la nostalgia per un mondo pastorale, cui allude
l’opera (struttura in legno e lana) Senza titolo, di Kounellis,
artista di origini greche. E poi Mimmo Rotella, scomparso da
poco, anticipatore con i suoi décollage, della Pop Art.
Con le opere del tedesco Anselm Kiefer e Damien Hirst,
prevale, come un’esigenza tormentata, l’impegno etico:
Kiefer si richiama al mito, in cerca di un mondo che possa riscattare
gli incubi della guerra. Così la sua Kirke, scultura
raffigurante la maga Circe e il suo sortilegio, presenta, al posto
della testa, una gabbia di ferro con dentro dei maialini di terracotta
manovrati da alcuni fili.
Hirst, nella coloratissima Gospel, compone una struttura
perfettamente simmetrica, caleidoscopica, usando ali di farfalle.
E’ la sua sottile critica all’illusione del pensiero moderno di
poter catalogare e controllare il mondo.
Attraverso gesti ed opere radicali, l’arte del dopoguerra si
trasforma e reagisce così alle brutalità della guerra e alle novità
della ricostruzione. Alternando il momento costruttivo della
materia a quello distruttivo della lacerazione, l’arte si fa più
astratta, in un distacco dall’oggetto solo apparente che in
realtà esprime, in forma diversa, l’angoscia interiore.
Burri stesso ebbe a dire, a proposito della propria pittura: «La
nostra sapienza sta nel controllo magistrale dell’imprevisto».
TELEGIORNALISTI De
Adamich, giornalista di
“rombo” di Filippo
Bisleri
Andrea De Adamich, triestino, nato il 13 ottobre 1941, è un pilota
di razza.
Muove i primi passi nel mondo delle corse appena ventenne, in Formula 3.
Nel 1966 e nel 1967 vince il Campionato Europeo Turismo alla guida di
una Giulia GTA.
È protagonista anche nelle gare di durata: sempre al volante di un'Alfa
Romeo, la 33-3, vince due prove del Campionato mondiale Marche nel 1971,
la Mille chilometri di Brands Hatch (in coppia con Pescarolo) e la Sei
ore di Watting Glen (con Peterson).
In Formula 1 esordisce con il Gran Premio del Sudafrica, prima
prova del mondiale 1968, al volante di una Ferrari. De Adamich torna in
Formula 1 nel 1970, disputando sei Gran Premi con la McLaren-Alfa Romeo.
Dopo un paio di stagioni "interlocutorie", nel 1972 pilota una
Surtees-Ford per tutta la durata del Campionato del mondo, ottenendo
anche un quarto posto nel Gran Premio di Spagna, alle spalle di
Fittippaldi, Ickx e Regazzoni, tre “mostri sacri”
delle quattro ruote.
L'anno seguente passa alla Brabham-Ford giungendo quarto in Belgio. Il
14 luglio 1973 a Silverstone, pochi secondi dopo la partenza, si scontra
con la McLaren di Jody Scheckter, bloccata al centro della pista dopo un
testacoda.
Un incidente terribile: De Adamich viene estratto dalle lamiere
della sua monoposto con numerose ferite alle gambe. E lì, in pratica,
il suo amore per i motori subisce un’interruzione. Passano quasi sei
anni, e siamo nel 1979, quando il nostro De Adamich, dopo esser
diventato un giornalista specializzato nel settore
automobilismo, torna ad occuparsi del mondo della Formula 1.
Lo fa in video con la conduzione di Grand Prix, impegno che
continua tuttora su Italia1, e dal 1991 con le telecronache dei Gran
Premi del Campionato mondiale.
Nel 1992 vince il primo premio al prestigioso concorso giornalistico per
la sicurezza stradale. All’interno di Grand Prix si inserisce,
da qualche stagione, anche la telecronaca appassionata del motomondiale
a cura del mitico Guido Meda.
De Adamich è anche titolare di una avviata scuola di guida sicura
all'Autodromo di Varano de Melegari dove si insegna come guidare in
sicurezza e si aggiornano anche gli addetti delle scuole guida sulle più
recenti novità in termini di patenti e sicurezza stradale.
VADEMECUM
Inpgi, Casagit e
“Fondo”
di Filippo Bisleri
I giornalisti italiani hanno anche un autonomo Istituto
nazionale di previdenza (Inpgi), intitolato a
Giovanni Amendola. Si tratta di una fondazione dotata di
personalità giuridica di diritto privato nata nel 1926
e ridefinita prima nel 1994 e quindi il 21 dicembre del 2000.
L’Istituto provvede ad una serie di prestazioni in
favore di giornalisti professionisti e praticanti titolari di
un rapporto di lavoro subordinato di natura giornalistica. Tra
i trattamenti troviamo quelli per le diverse pensioni,
per la disoccupazione, per gli assegni del nucleo
familiare e per gli infortuni.
Da qualche anno è stata poi costituita la “gestione
separata” dell’Inpgi, denominata Inpgi2, che assicura,
dietro versamenti volontari degli iscritti che non sono
titolari di rapporto di lavoro subordinato, alcune prestazioni
simili a quelle erogate ai lavoratori dipendenti e ai loro
familiari.
La Casagit (Cassa autonoma
di assistenza integrativa dei giornalisti italiani) è invece
nata nel 1974 al fine di garantire a tutti i giornalisti
iscritti un trattamento sanitario integrativo a quello
garantito dal Servizio sanitario nazionale (Ssn).
Il campo di intervento della Casagit è estremamente ampio e
tende a dilatarsi con le modificazioni che intervengono nella
disciplina sanitaria nazionale e con i mutamenti delle
mansioni redazionali (leggasi videoterminali).
Anche la Casagit ha deciso di varare una Casagit2 per i
giornalisti non dipendenti titolari di contratti ex articolo
1, che fornisce un numero di prestazioni minori rispetto alla
“sorella maggiore” Casagit.
Esiste quindi un “Fondo di
previdenza complementare dei giornalisti italiani” che
garantisce un ulteriore accantonamento, ai fini pensionistici,
per i lavoratori dipendenti della categoria. Il “Fondo” è
una creazione relativamente recente essendo, di fatto, stato
eretto in fondazione il 27 giugno 2000. Possono essere
iscritti al fondo i giornalisti dipendenti titolari di
contratti ex articolo 1 del contratto nazionale Fnsi. Quanti,
dopo l’iscrizione, dovessero restare privi di contratto,
possono proseguire i versamenti al “Fondo” in forma
volontaria.
(18 – continua)
VADEMECUM
L'esperto risponde
Deni
di Milano chiede:
La Legge 150 del 2000 prevede che gli uffici stampa degli
enti pubblici siano gestiti da giornalisti. Vorrei sapere se
tutti i membri di questi uffici stampa debbano essere
giornalisti, o se ciò valga solo per il capo ufficio stampa.
Risponde Filippo Bisleri:
La qualifica di giornalista riguarda tutti e, allo scopo, gli
Ordini regionali e le Università stanno predisponendo gli
opportuni corsi di qualificazione.
Un anonimo ci scrive:
Io non sono iscritto all'albo dei giornalisti, collaboro
con varie testate locali. Quale dovrebbe essere la mia tariffa
per articolo, e se mi chiedono di lavorare come addetto
stampa, quanto devo chiedere come compenso?
Risponde Filippo Bisleri:
Il compenso è determinato da un tariffario rivisto
dall'Ordine di anno in anno che, però, gli editori tendono a
non rispettare. Esiste poi una differenza tra pezzo di
inchiesta, articolo e notizia e un diverso pagamento a seconda
del numero dei potenziali lettori. La stessa differenza di
pagamento esiste per il lavoro di addetto stampa dove si
devono considerare come variabili anche il tipo di
manifestazione (locale, regionale, nazionale o internazionale)
e la durata dell'incarico. Trovi tutto nel tariffario
dell'Ordine regionale di residenza.
EDITORIALE Ma allora dove eravate?
di Silvia Grassetti
In piazza, al freddo, a metà gennaio, duecentomila donne
arrabbiate a difendere la Legge 194. Ci sono andate, hanno
detto, per tutelare un diritto che è squisitamente loro, in
primis, e che coinvolge anche gli uomini, e non è, dicono, il diritto
di abortire, ma quello di autodeterminarsi.
Che brutta parola, con quel suo sapore dottrinale e il retrogusto
sessantottino. Provateci voi, a far stare assieme il libero
arbitrio e i sanpietrini, le manifestazioni contro o per il diritto
alla vita, la retorica che infiamma gli animi e i talk show. E
i pulpiti, che stiano dentro una chiesa o sopra un palco.
Le duecentomila di Milano, con i loro uomini, figli, padri, fratelli,
erano in piazza, dicono, a difendere un diritto alla scelta. Ma
quel diritto non può e non deve sottomettersi né farsi usare
dalla propaganda, politica, religiosa, utilitaristica. Non
lasciamoci fuorviare da questioncine di parrocchia. Chiediamoci,
invece, e rispondiamoci: è giusto quel che le donne dicono di
pretendere, cioè la scelta di dare o non dare la vita?
Dicono di voler scegliere, le donne. Ma trent’anni sono passati
invano, se è necessario ricominciare a manifestare per tutelare
qualcosa stabilito da decenni da una legge dello Stato laico. Chissà
se e quali responsabilità hanno avuto, le stesse donne, nel
frattempo. Del resto, siamo passate dai roghi dei reggiseni al
wonder-bra, tra le altre emancipazioni.
Donne, sapete cosa ci è mancato? Un pizzico di quella rabbia,
q.b., che ha portato duecentomila di noi a prendere freddo in piazza
ma senza avvertirlo. La stessa che doveva portarci dentro una
cabina elettorale, lo scorso giugno, a esprimere il nostro
giudizio sulla legge sulla fecondazione assistita.
Perché se a metà gennaio, in piazza a Milano, donne, avete voluto
dire agli opinionisti televisivi che l’astensionismo non
è una forma di impegno civile, dove eravate, dove eravamo, il 13
giugno scorso?
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