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Telegiornaliste anno II N.
5 (37) del 6 febbraio 2006
MONITOR
Telegiornalista e mamma: Adriana Pannitteri intervista di Stefania Trivigno
Donna e mamma: un binomio tanto abusato da aver convinto tutti, donne
comprese, che se non si è mamme non si è "complete": lo pensi anche
tu?
«Mah, non mi sentirei di dire che se non si è mamme non si è complete. Certo,
mi ha colpito molto la notizia che abbiamo dato al telegiornale, che Valentina
Vezzali a quattro mesi dalla sua gravidanza ha vinto i Mondiali di fioretto e ha
dedicato la vittoria a suo figlio. E alla fine lei ha commentato: «Certo, un
figlio ti aiuta in qualche modo a sognare». Io un po’ ci credo.
Non dico che se non sei mamma non sei completa, perché è un qualcosa che fino
a che non hai, non riesci a sentirne la mancanza. Sicuramente è un impegno –
se posso usare il termine – devastante per chi conduce una vita impegnativa».
Il femminismo in Italia ha emancipato le donne: ha fatto guadagnare loro
ruoli che prima erano squisitamente maschili - su tutti la "manager" -
ma, allo stesso tempo, non ha fatto loro perdere quelli tradizionali, la
"mamma baby sitter", la casalinga. Il coinvolgimento paterno
nell'educazione quotidiana dei figli resta tuttavia secondario, e, quando è
possibile, affidato di preferenza a una baby sitter. Sei d'accordo con questa interpretazione?
«Una donna in carriera può essere mamma a tutti gli effetti, ma fa un
sacrificio personale pazzesco perché tutto quello che fa, lo fa inevitabilmente
con un grandissimo rimorso. Adesso sono quattro anni che sto alla conduzione del
Tg1 e quindi vivo una vita molto più ordinata, tranquilla: ho fatto
questa scelta per stare un po’ di più vicino a mia figlia. Faccio sacrifici
perché mi alzo presto la mattina, alle 4.30, ma soffro solo io perché non
faccio male a nessuno. In questo modo il pomeriggio ce l’ho libero e lo dedico
a mia figlia. Credo, comunque, che sia necessario liberarsi dai pregiudizi della
società».
Come sei riuscita a conciliare la carriera e la famiglia? E' stato necessario
programmare l'una e pianificare l'altra?
«Per i primi cinque o sei anni di vita di mia figlia, mio marito si è occupato
molto di lei. Poi abbiamo anche avuto una baby sitter, l’aiuto dei nonni. Però
psicologicamente non sarai mai serena».
Capita di lavorare nei weekend o durante le festività: ti affidi all'aiuto
di un familiare, una colf o una baby sitter? E come "giustifichi" le
tue assenze con i familiari?
«Prima, in cronaca, lavoravo nei weekend. Lì sopperiva molto mio marito, i
nonni e anche una baby sitter. C’era tutta una sorta di supporto. Invece
adesso se mi capita di avere un impegno durante il fine settimana, che comunque
è raro, posso spiegarlo a mia figlia che è abbastanza grande. Devo dire che lo
accetta poco, perché i bambini ti risucchiano molto, per cui più si hanno
sensi di colpa, più loro ti risucchiano. Sì, io mi giustifico spiegandole il
motivo della mia assenza».
La tua bambina ha una baby sitter "di fiducia"?
«Sì, c’è una signora che viene a fare le pulizie e a volte le lascio anche
mia figlia, se capita le fa anche da mangiare».
Che cosa hai provato la prima volta che hai lasciato tua figlia sola con una
baby sitter? E porteresti la badante con la famiglia anche in villeggiatura?
«Più che quando l’ho lasciata con la baby sitter, la cosa che mi ha
devastato è stata quando l’ho portata al nido. Quando aveva undici mesi ho
fatto questa scelta: i nonni erano ancora giovani e potevano andare a prenderla,
se io non avessi potuto. E ricordo ancora quella sensazione devastante di quando
l’ho lasciata lì perché l’ho avvertito come uno sradicamento, come un
allontanamento forzato da mia figlia. No, non porterei la baby sitter con me in
vacanza».
La maggior parte delle donne in carriera sostiene di sentirsi in colpa nei
confronti della famiglia; è così anche per te?
«Prima di iniziare a condurre il Tg1, ero inviata di cronaca. Mia figlia
adesso ha 12 anni e ha vissuto tutte le mie varie stagioni professionali, da
quelle in cui ero una precaria Rai a quando ho avuto i primi contratti. Quindi
puoi immaginare che tipo di impegno: dovevo partire sempre…
E che tipo di stress su due livelli: da un lato dovevo impegnarmi tantissimo
perché mi assumessero, dall’altro il forte senso di colpa che ti porti
inevitabilmente dietro. Credo che sia una specie di retaggio interiore per cui
ti senti sempre e comunque in colpa: quando era piccolina e io partivo sempre;
paradossalmente mi sento in colpa anche adesso che con lei passo più tempo».
Ti è mai capitato di dovere, o volere, rinunciare a un incarico di lavoro
per la tua famiglia? E di rinunciare a passare qualche ora in più con i tuoi
familiari per motivi di lavoro o carriera?
«Quando ero in cronaca e si andava fuori Roma per seguire un evento, spesso i
miei colleghi si fermavano lì la sera per ripartire con calma l’indomani
mattina. Anche perché in cronaca si hanno dei ritmi pazzeschi: non è come
andare a un convegno. Lì bisogna arrivare prima che arrivino gli altri,
prendere più materiale degli altri: nasce spesso una competizione mostruosa.
Quindi, finita la giornata, si ha bisogno di fermarsi e rilassarsi un attimo.
Invece io disperatamente cercavo il primo treno, il primo aereo per tornare a
casa da mia figlia, perché speravo almeno di riuscire a fare, la mattina dopo,
colazione con lei. Quindi ho rinunciato alla cronaca, che mi piaceva moltissimo,
ma a un certo punto mi sono resa conto che dovevo fermarmi un attimo, che avevo
bisogno di serenità».
Dunque, una donna che vuol fare carriera non deve necessariamente rinunciare
alla famiglia, ma accettare dei compromessi? E quando questi ultimi diventano
non più sostenibili?
«Sì, se una donna vuol far carriera deve scendere a compromessi, sicuramente
tutto è complicato e faticoso. Se io fossi stata sola, probabilmente sarei
andata in Iraq.
Ma siccome non sono sola, non posso permettermi di andarci perché ho degli
obblighi nei confronti della mia famiglia. Con una bambina, non posso andare in
un posto dove al 90% rischi la vita. Solo questo è lo spartiacque, questo è il
punto in cui ti devi fermare e questa è la grande differenza fra l’uomo e la
donna. Sono sincera, a volte mi pesa dover fare queste rinunce, ma quando poi
penso a quello che ho, il sacrificio si annulla».
E' possibile far convivere famiglia e carriera senza eccessivo stress, sensi
di colpa, rinunce? E come, secondo te?
«Forse bisognerebbe essere cinici, bisognerebbe pensare che la società è
cambiata, che in ogni caso è difficile tornare all’idea della donna che
rinuncia al proprio lavoro per la casa. Devi equilibrare i compromessi senza
rinunciare troppo a te stessa e a volte farebbe anche bene pensare Ma io
lavoro tanto, perché mi devono venire ‘sti sensi di colpa?».
La redazione di Telegiornaliste approfitta per augurare ad Adriana,
che proprio oggi, 6 febbraio, compie gli anni, un felicissimo compleanno.
CRONACA IN ROSA
Che cos’è la 194? di Erica Savazzi
La Legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza è
stata approvata il 22 maggio 1978. È composta da 22 articoli che mirano alla tutela della
maternità e alla regolamentazione della pratica dell’aborto,
precedentemente ritenuto illegale.
L’articolo 1 sancisce il diritto, garantito dallo Stato, a
una “procreazione cosciente e responsabile”. I consultori
familiari, come riportato all’articolo 2, hanno il compito di informare
la donna in gravidanza sulla legislazione e sui servizi sociali e
assistenziali forniti sul territorio. Devono inoltre “far
superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione
della gravidanza”, anche avvalendosi della collaborazione di
associazioni di volontariato che possano seguire la donna dopo il
parto.
Il medico del consultorio, dopo aver informato la donna sui propri diritti
e sulle iniziative assistenziali alle quali ha diritto e averla
visitata, consegna alla donna un certificato che attesta la richiesta
di intervento. Se l’operazione non è urgente, la donna sarà
invitata a soprassedere per una settimana. Allo scadere dei sette
giorni, potrà recarsi presso le sedi autorizzate a chiedere
l’intervento medico.
L’articolo 4 prevede che l’interruzione volontaria di
gravidanza possa essere praticata entro 90 giorni dal
concepimento nel caso in cui “la prosecuzione della gravidanza, il
parto o la maternità comportassero un serio pericolo per la salute
fisica o psichica (della donna, ndr), in relazione o al suo stato di
salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o
alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di
anomalie o malformazioni del concepito”. Dopo i primi 90
giorni (art. 6) l’aborto potrà essere praticato in caso di
pericolo per la vita della donna o in caso di processi patologici,
comprese anomalie o malformazioni del nascituro, che possano
rappresentare un pericolo per la salute fisica o psichica della donna
stessa.
L’art. 15 prevede che il personale sanitario venga aggiornato “sui
problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi
anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull'uso
delle tecniche più moderne, più rispettose
dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per
l'interruzione della gravidanza”.
Per monitorare l’effettiva applicazione della legge e l’andamento
del fenomeno, la 194 all’art. 16 prevede che ogni anno, nel mese di
febbraio, il ministro della Salute presenti al Parlamento una relazione
stilata sulla base dei dati che le Regioni gli invieranno.
L’approvazione della Legge 194 è da collocarsi nella scia della
protesta del ’68 studentesco e della nascita del movimento
femminista negli anni ’70. Furono soprattutto le associazioni
femministe a promuovere una riflessione sui rapporti tra uomo e donna
e sul diritto delle donne di disporre del proprio corpo. Bisogna però
ricordare che la normativa poggia le sue basi su una sentenze della
Corte Costituzionale del 1975, che sanciva la prevalenza della
salute della madre rispetto a quella del nascituro, stabilendo una
differenza tra embrione ed essere umano. Sempre nel 1975, venne
approvata una legge sui consultori, che inizialmente erano
stati creati dalle femministe come centri di salute aperti a tutte le
donne.
Dopo l’approvazione della 194 vennero promossi tre referendum.
I Radicali chiesero un’estensione del diritto all’aborto, mentre
il cattolico "Movimento per la Vita" in un primo quesito
proponeva l’abrogazione parziale, e in un secondo l’abrogazione
totale. Quest’ultima proposta non venne ammessa dalla Corte
Costituzionale. Si votò il 17 e il 18 maggio 1981: entrambe le
richieste vennero respinte a grande maggioranza.
CRONACA IN ROSA IL MONDO DELLE DONNE
La mamma delle nevi di Erica Savazzi
C’è un vuoto nella squadra di sci che rappresenterà l’Italia
alle Olimpiadi: Isolde Kostner, due mondiali vinti, un argento
a Salt Lake City 2002, quindici vittorie in Coppa del Mondo, ha
lasciato.
Per cause di forza maggiore: è incinta.
Non ha esitato, Isolde. Un grande voglia di agguantare la medaglia
olimpica ma anche un irrinunciabile desiderio di diventare madre:
ha optato per il secondo.
«La mia prossima sfida non sarà rincorrere la medaglia
d’oro, ma diventare mamma».
Ad appoggiarla la famiglia, il suo compagno, ma anche il responsabile
della squadra femminile di discesa libera, Valerio Ghirardi, e i colleghi
sciatori: hanno capito la situazione e accettato la scelta
della campionessa, senza polemiche.
Forse non tutte avrebbero avuto il suo coraggio, lasciare
proprio nel momento più atteso da tutti gli atleti di qualsiasi
disciplina, le Olimpiadi.
Coraggiosa a sciare a velocità folli, coraggiosa a prendere una decisione
che cambia la vita. Chapeau.
CRONACA IN ROSA
Finale a metà, titolo pieno di Tiziana Ambrosi
Per gli appassionati di tennis
si è concluso la scorsa settimana il primo dei quattro tornei dello Slam,
l'Australian Open.
Da una parte il torneo maschile ha destato una mezza sorpresa con
l'approdo in finale del cipriota Baghdatis. In un'isola divisa
in due, dove si contano dodici campi da tennis in tutto, è
comprensibile come questo ragazzo di Limassol sia ben presto diventato
un eroe nazionale, aprendo persino un caso politico sulla sua
posizione militare non ancora assolta.
Dopo l'inaspettato exploit, la finale si è conclusa come da pronostico
con lo svizzero Federer alla conquista del suo settimo titolo
dello Slam per 5-7, 7-5, 6-0, 6-2.
Più interessante, o meglio curiosa, la finale femminile che
vedeva lo scontro tra due vicine di casa: la francese Amelie
Mauresmo e la belga Justine Henin-Hardenne.
Il pronostico era più arduo: due ex numero uno in classifica,
due giocatrici saldamente ancorate alla top 5, dotate di
tecnica, talento e classe.
Per gli amanti del tennis non è certo stata una bella partita,
conclusasi con il ritiro della Henin sul 6-2 2-0 per la
francese.
La causa del gesto è stata spiegata con il dolore allo stomaco dovuto
ai medicinali assunti per curare la spalla.
Certo non molto sportivo - cosa sarebbero costati quattro game?
- e certo non piacevole per il pubblico pagante.
Rimane comunque la prima vittoria in uno Slam, dopo
molti tentativi, di Amelie Mauresmo.
Magari una mezza vittoria, ma importantissima per il rafforzamento
psicologico di una ragazza, a detta di tutti dolcissima, chiusa in
un corpo da amazzone.
Spesso travolta da situazioni più grandi di lei, come quando svelò,
su spinta della compagna di allora, la propria omosessualità.
Questo grande gesto di coraggio le valse l'ostilità e il dileggio
di alcune colleghe fortissime sui campi, ma ancora immature (celebre
rimane lo sbotto di Martina Higins che "non voleva giocare contro
un uomo").
Amelie, così forte fisicamente e così fragile psicologicamente.
Ci è voluto un pizzico di fortuna (ben tre altlete si sono
ritirate contro di lei per problemi fisici in questo torneo) per
vincere il primo torneo maggiore.
La storia ci dirà se Amelie sarà una Jana Novotna: tennista
talentuosissima e di classe, la cui carriera è stata segnata da una
tremenda fragilità che le faceva tremare le mani nei momenti
decisivi (un solo Slam all'attivo).
Una augurio per Amelie: che questa vittoria l'abbia finalmente
sbloccata e sia il primo di molti successi. Il coraggio, dentro e
fuori dal campo, paga.
FORMAT 7up: il vero papà dei reality di Nicola
Pistoia
Quando ormai eravamo convinti di aver visto già tutto in tv, quando,
forse, ci eravamo già rassegnati a guardare la nostra televisione
popolarsi di tutti i reality possibili ed immaginabili, ci siamo
accorti che ci sbagliavamo.
E’ di qualche settimana fa la notizia dell’esistenza di un
programma televisivo, a metà strada tra reality e documentario, che
ha suscitato, nel corso degli anni (ben 43), un interesse non
indifferente.
Siamo parlando di 7up, un format originale, che a gennaio è
approdato anche in Italia sul canale Cult 142 di Sky, ma che in realtà
ha avuto inizio nel lontano 1964.
Il programma narra la storia di quattordici bambini inglesi,
provenienti da ogni "angolo" della società, e di come sono
cresciuti nel corso di questi quattro decenni
Ogni sette anni i protagonisti del reality, prima bambini, poi
adolescenti e infine adulti, vengono intervistati ad intervalli
regolari, e soprattutto viene chiesto loro di raccontare quali sono
stati i cambiamenti più significativi che hanno caratterizzato
la loro vita.
Il programma, ovviamente, non viene trasmesso a cadenza settimanale,
come gli altri reality, e cambia il suo titolo partendo da 7up,
14up, 21up fino ad arrivare all’ultima puntata
intitolata 49up.
Qui entra in gioco l’appellativo di documentario: l’intento degli
autori, tra cui spicca il nome del regista Michael Apted,
fondatore di questo bizzarro progetto, è proprio quello di raccontare
la vita di queste persone, partendo dall’idea, piuttosto triste, che
le condizioni di nascita e di educazione influiscano
sull’esistenza di tutti. E capire fino a che punto la società
condizioni il modo di essere dei quattordici protagonisti, e quindi di
tutti noi.
E’ la prima volta che un reality, seppur con caratteristiche
diverse, accoglie il consenso unanime e positivo dei più
svariati critici televisivi. Inoltre, visto il notevole successo, il
format è stato clonato sia in Unione Sovietica, sia in Sud Africa.
L’originale 7up si è concluso nel 2005, dopo undici
stagioni. Qualche anno prima, precisamente nel 2000, è iniziata una
nuova 7up, intitolata 7up 2000. Facendo un po’ di
calcoli, il primo appuntamento, con gli uomini e le donne di domani,
sarà tra un anno.
FORMAT
Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i – di Filippo Bisleri
Primo
gradino del podio per Mikaela
Calcagno. Neo giornalista professionista (ha superato
l’Esame di Stato lo scorso lunedì 30 gennaio), la brillante
giornalista sportiva di Mediaset riesce a ritagliarsi fette
di gloria anche alla postazione delle email di Diretta
stadio alle 17.00 su Italia1. La brava giornalista ligure
meriterebbe molti più spazi. Noi la promuoviamo con un bel “9”.
Secondo
gradino del podio per Marco Cattaneo di
Sky. Il tgista più
giovane della squadra sportiva di Sky sta dimostrando una grande
capacità di interagire con il pubblico più giovane
dialogando in termini approfonditi e non da ultrà sui
temi sportivo-calcistici. Forse gli ha fatto bene l’esperienza
con Disney Channel. Per lui un “8”.
Terzo
gradino del podio per Tiziana
Ferrario che, in una recente apparizione milanese fuori dal
video, ha avuto l’opportunità di “intervistare”, in
occasione della festa del patrono dei giornalisti,
l’Arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, dato per papabile
dopo la morte di Giovanni Paolo II. A lui ha strappato
un’importante affermazione sui tg che il porporato ha ammesso
di non apprezzare. Un bel colpo giornalistico per Tiziana.
Brava. “7”.
Gradino
più alto del contropodio, ma solo per qualche gaffe di
troppo. Non ce ne voglia, ma l’ultimo turno di conduzione, per
Alberto Bilà non è stato dei più felici. Puntiglioso
com’è, sappiamo che lui stesso se ne sarà reso conto e
quindi lo rimandiamo ad una prossima classifica sperando di
vederlo sul podio vip. Per lui “6”.
Secondo
gradino del contropodio per Fabio Caressa. Va bene sapere
che non è milanista, ma quando commenta il Milan in posticipi e
anticipi, con il fondamentale aiuto di Beppe Bergomi, spara sui
rossoneri e non spiega correttamente le regole del gioco.
Tra i suoi utenti, lo ricordiamo, ci sono anche milanisti che,
quantomeno perché paganti, avrebbero diritto al rispetto e a
commenti meno partigiani. Da rivedere. “5”.
Gradino
più basso del contropodio per Elio Corno. Sempre più
macchietta e sempre più menefreghista (qualcuno gli ha spiegato
che da un anno non si può fumare in tv né mostrare
elementi che richiamino il fumo?), il secondo posto in
campionato dell’Inter l’ha galvanizzato. Forse troppo. Serve
una registrazione. Bocciato. “4”.
ELZEVIRO E li chiamano disabili. Storie di vite difficili coraggiose stupende
di Antonella Lombardi
Se siete curiosi, amate la vita e avete il gusto della sfida, questo
è il libro che fa per voi. Se siete convinti che l'eccellenza non
possa essere conquistata, con gioia, anche da chi è disabile, sarete
smentiti da questo libro.
Perché una volta iniziata la lettura, farete un viaggio avvincente
alla scoperta di sedici storie di uomini e donne che hanno
trasformato «l'handicap in un motore di cui non si conoscono i limiti».
E allora, se avete ancora qualche dubbio, cambierete prospettiva.
Ecco a voi i protagonisti del libro di Candido Cannavò: sportivi,
musicisti, scienziati, scrittori e artisti il cui talento si è
affermato anche oltre i confini nazionali. Ci sono i Ladri di
carrozzelle, gruppo di distrofici dall'entusiasmo travolgente;
c'è Simona Atzori, ballerina e pittrice nata senza braccia, ma
con un talento e una grazia che l'hanno resa famosa nel mondo; c'è la
barca di Andrea Stella, la cui passione per la vela non è
stata ostacolata da una sedia a rotelle; ci sono il chirurgo Paolo
Anibaldi, lo scienziato Fulvio Frisone, il regista Mirko
Locatelli, lo scultore Felice Tagliaferri, il pilota Alex
Zanardi, il “pluri-medagliato” presidente del Comitato
paralimpico italiano Luca Pancalli, e altri ancora, tutti
accomunati dall'eccellenza raggiunta nella propria professione.
Walter Veltroni, alla presentazione del libro a Roma, del quale
ha scritto la prefazione, ha detto: « Le barriere visibili si
buttano giù con una buona amministrazione, ma le barriere invisibili
si buttano giù con una buona coscienza civile. In questo libro non
troverete pietismo o disperazione. Ma un'attenzione civile,
un'ammirazione sincera, commossa, che prescinde dalla disabilità. E'
bravura e basta».
La dedica del libro è ad Ambrogio Fogar, «al suo calvario
pieno di fede e all'immortalità dei suoi sogni».
La storia inizia da una fuga dell'autore, durante i bombardamenti
della seconda guerra mondiale, nei sotterranei del convento dei
benedettini dove c'era la scuola da lui frequentata. Luoghi e
circostanze che faranno nascere l'idea di questo libro.
L'autore ricorda anche l'incontro con Giuseppe Castronovo, avvocato,
oggi presidente dell'Unione Italiana Ciechi, che a Cannavò, dopo una
presentazione del suo precedente libro, Libertà dietro le sbarre,
dirà: «Faccia un viaggio nel mondo dei disabili». Lui, che cieco è
diventato a nove anni, il 26 giugno del 1944, dopo aver raccolto da
terra un oggetto luminoso, forse una penna.
Siamo a Favara, in provincia di Agrigento, l'oggetto luminoso è una
mina antiuomo che rende cieco Castronovo e fa perdere la mano a un
amico che giocava lì con lui. Questi impazzisce per il trauma,
Castronovo, invece, reagisce, andando incontro alla vita con
un'energia senza pari.
Cannavò conclude il suo viaggio con un colloquio con Andrea
Pontiggia, figlio dello scrittore Giuseppe, autore del
libro Nati due volte di cui Andrea è il protagonista
letterario. Un libro bellissimo, che ha vinto nel 2001 il Premio
Campiello e che è dedicato ai «disabili che lottano, non per
diventare normali ma se stessi».
I suggestivi capitoli di E li chiamano disabili: la libellula,
il geranio, l'orchestra, l'africano, Rita Hayworth, sull'oceano..., ci
accompagnano nella scoperta di un universo sommerso, fatto di
un'umanità ricchissima. Un viaggio appassionante, che prima
stupisce, poi conquista: grazie allo stile avvincente, chiaro,
spiazzante e, a tratti, poetico di Candido Cannavò, che, con
curiosità sincera, ci mostra una sorta di “famiglia allargata”
che accoglie e affascina prima lui e poi anche noi lettori.
Un'appendice dettagliata, a cura di Claudio Arrigoni, sui campioni
di mezzo secolo di Paralimpiadi, completa il libro.
ELZEVIRO
Notte prima degli esami, il film di Giuseppe Bosso
Era il 1984 quando Antonello Venditti, allora giovane ma ormai veterano della canzone italiana,
impreziosiva il suo album Cuore con un brano che negli anni
sarebbe diventato l'inno degli studenti in attesa delle
prove più impegnative sui banchi scolastici.
Ora, a distanza di oltre vent'anni, Notte
prima degli esami viene "trasportata" sul grande
schermo, per la regia di Fausto
Brizzi.
Il film,
ambientato proprio negli oramai mitici e stra-celebrati anni
'80, è incentrato principalmente sulla storia di Luca,
interpretato dal giovanissimo Nicolas Vaporidis, adolescente ai
primi approcci col mondo dei grandi, combattuto tra un diploma
da ottenere nonostante un "prof carogna" (interpretato da un
insolito Giorgio
Faletti nei panni del cattivo di turno), e di un amore impossibile
per una coetanea inarrivabile, interpretata dall'ormai lanciatissima Cristiana
Capotondi.
Ma non si tratta solo di questo: è il film di una generazione che
solo adesso, probabilmente, sta cominciando a crescere, lontana
anni luce da cellulari, globalizzazione, reality e
quant'altro hanno saputo sfornare, non sempre bene, i frenetici
ritmi della vita del ventunesimo secolo.
Una generazione che, pur tra inquietudini e paure, amava il divertimento
sobrio, la comitiva
come rifugio solido e sicuro e, probabilmente, sapeva ancora sognare,
al contrario di quanto, ci sembra, riescano a fare, al giorno d'oggi,
i suoi figli.
In uscita il 17 febbraio, con anteprima il 9, nel cast da segnalare la
presenza anche di altri giovani promesse quali Sarah
Maestri, volto noto al pubblico della soap italiana, Eros Galbiati
e Chiara Mastalli, nonché "guest" illustri del calibro di
Valeria Fabrizi e Riccardo Miniggio (il celebre Ric del duo con
Gian).
TELEGIORNALISTI Mauro Mazza, lo stress del
direttore di Filippo Bisleri
«Fare il direttore di un tg – racconta Mauro Mazza, in
esclusiva ai microfoni di Telegiornaliste – è un lavoro
stressante tanto che spero che presto l’Azienda (la Rai, ndr) mi
scelga per un altro incarico. Da direttore, infatti, non esistono
momenti liberi e persino Natale diventa un giorno di normale lavoro».
Ma c’è differenza tra essere il direttore di un Tg pubblico e di
uno privato?
«Essere giornalisti in Rai non è facile – replica Mazza – anche
perché la gente, dalla Rai, che è il servizio pubblico, si aspetta di
più che da un tg privato. E questo credo accada».
Quanto i tg sono dipendenti dalla politica?
«Che domanda: fare un tg senza politica è, di fatto, impossibile. Un
certo rapporto con la politica lo si deve sempre avere. Io ho fatto per
quindici anni il lavoro nel Transatlantico (il Parlamento, ndr) e ho
iniziato la mia carriera a fianco di aspiranti giornalisti, poi divenuti
politici, che hanno i nomi di Gianfranco Fini, Francesco Storace, Gianni
Alemanno, Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa al Secolo d’Italia».
E come si è affrancato dall’esperienza di giornalismo di destra?
«Con molta difficoltà. Sai quante volte mi hanno detto Sei bravo,
ma arrivi da destra, prova altrove?. Questo mi è servito però per
il mio lavoro di oggi, perché tratto con equidistanza centrodestra e
centrosinistra. E ti dico di più. Quando mi insediai alla direzione del
Tg2, i giornalisti mi chiesero garanzie sull’indipendenza del
loro lavoro e io risposi, sulla scorta delle discriminazioni lavorative
patite, che avrei garantito la possibilità per tutti di non subire
discriminazioni per le idee politiche».
Il Tg1 è filogovernativo, il Tg3 è stato battezzato
anche “TeleKabul”, il Tg2 come si colloca?
«Se parliamo dello scenario prima dei tg Mediaset e La7, confermo la
tendenza del Tg1 a stare sempre col Governo, qualunque sia il
colore dell’esecutivo, e quella del Tg3 a fare informazione pro
Ds. Il Tg2, così, diventa un tg vicino al centrodestra».
E i tg Mediaset che cambi hanno portato?
«L’arrivo del Tg5 ha avuto un potere deflagrante, perché portò
alle aperture di cronaca e non più di politica. Il bravo Mentana trovò
la ricetta vincente per combattere la guerra degli ascolti con la Rai».
E che ci dice della sfida del Tg2 alle 20.30?
«Stai parlando del tg trainato da Tom & Jerry (sorride, ndr)?
Beh, è una sfida che raccoglie ogni sera almeno tre milioni e mezzo di
telespettatori».
Avete inserito la striscia di notizie e la conduzione in piedi, perché?
«Il banner riepilogativo l’ho fortemente voluto e lo terrò sempre.
Quanto alla conduzione in piedi e all’abolizione conseguente del
“gobbo elettronico” ritengo qualifichi i bravi giornalisti. Non si
tratta di una questione estetica, ma di valorizzare chi sa stare davanti
alla telecamera. Le mie tgiste avevano paura di misurarsi a figura
intera coi telespettatori, temevano le critiche per l’aspetto (ma loro
sono perfette!), poi hanno capito la sfida professionale e l’hanno
vinta».
Politica e auditel condizionano i tg?
«Certo. Mentirei se dicesi il contrario».
Vi spiate tra direttori dei tg?
«Sì. I miei colleghi del Tg1 e Tg3 forse non
l’ammettono, ma io sì».
Casi Biagi e Santoro, chi ha sbagliato?
«Beh, occorre distinguere, perché Biagi ha avuto una lauta
liquidazione, mentre su Santoro ha sbagliato Berlusconi scegliendo di
lavorare per sottrazione e non per moltiplicazione delle risorse della
Rai. Anche Santoro, però, non è stato lineare nei suoi comportamenti».
Qual è il suo modello di tg?
«Sono narciso se ti dico Tg2 (sorride, ndr)? Beh, direi che il
tg ideale è quello più simile alla prima pagina del Corriere della
Sera o di Repubblica del giorno dopo. Per questo motivo non
riesco a leggere, se non come tg sui generis, StudioAperto
di Giordano, o ad immaginare il Tg4 senza Emilio Fede».
Qual è il sogno del giornalista Mauro Mazza?
«Mi inviti a nozze con questa domanda: il mio sogno è tornare in prima
linea a raccontare i fatti».
Chi sono stati i suoi maestri di giornalismo?
«Come tutti, ho avuto i miei maestri. Cito Alberto Giovannini al Secolo
e Livio Zanetti al Giornale radio. Li accomunava la grandezza
che, di fronte ad un’esclusiva, avevano ancora la capacità di
entusiasmarsi dopo decenni di carriera».
Quali consigli per degli aspiranti giornalisti del 2006 dal direttore
Mauro Mazza?
«Consiglio agli aspiranti giornalisti di seguire con tenacia la loro
ambizione, sapendo che avere un contratto sarà sempre più difficile e
sarà quasi una scelta forzata accettare contratti a termine o seguire
la via dei free-lance. Mi auguro che il quadro, per questi ragazzi e
ragazze, cambi perché il Paese e il mondo hanno bisogno di bravi
giornalisti».
OLIMPIA
Candido Cannavò, lo sport in
persona intervista di Antonella Lombardi
Candido Cannavò è nato a Catania nel 1930. Inizia a lavorare come
giornalista per il quotidiano La Sicilia, poi come inviato speciale per
lo sport per la Rai, e dal 1983 al 2002 è direttore della Gazzetta dello
Sport.
Dopo averci raccontato diversi Mondiali, Olimpiadi e altri eventi sportivi, ha
scritto anche dei libri: Una vita in rosa, Libertà dietro le sbarre,
E li chiamano disabili.
Nel 1996, durante i Giochi di Atlanta, il Cio gli ha conferito l’ordine
olimpico. Nel 1998 ha ricevuto il Premio Ischia per il giornalismo.
E' con questa prestigiosa intervista che inauguriamo la nostra nuova rubrica di
sport, Olimpia.
A nome di tutta la redazione di Telegiornaliste vorrei farle
innanzitutto i complimenti per la sensibilità che ha dimostrato nel suo libro,
davvero molto interessante. E li chiamano disabili trasmette al lettore
la vitalità e la freschezza di sedici protagonisti di storie di successo, che
sfidano i limiti della propria natura come farebbe un vero atleta. Si visitano
le professioni più varie alla scoperta di chi, con esiti sorprendenti, fa lo
scienziato, lo scultore, il musicista, eccetera.
Il tema centrale del suo libro pone l’accento sul rapporto con l’altro
da sé, partendo dal deficit più grande: quello delle barriere mentali di
chi non vede storie di talento come queste. Non a caso lei riporta la frase di
Simona Atzori, ballerina, pittrice, nata senza braccia: «Penso talvolta che
i veri limiti esistono in chi ci guarda».
Con la stessa grazia e lucidità, lei si era già occupato, nel suo precedente
lavoro, Libertà dietro le sbarre, di un’altra umanità invisibile ai
più, quella dei detenuti.
C’è un episodio che più di altri l’ha spinta a scrivere E li
chiamano disabili?
«No, una ragione precisa non c'è. E' qualcosa, è una cultura che avevo
dentro. Poi ci sono stati alcuni incontri, quello sì. Uno è stato, per
esempio, nell'estate, non l'ultima, quella prima, a Jesolo sulla foce del Sile,
dove ho scoperto la barca di Andrea Stella; questa barca per i disabili che ora
è diventata un simbolo di come si dovrebbero realizzare tutte le cose della
città, tutti gli impianti. Lì ho conosciuto questo ragazzo e tutta questa
comitiva fantastica intorno a lui. Questo ha contribuito, sicuramente. Poi,
molto importante è stato l'incontro con Simona, la ragazza della copertina.
Così è venuta l'idea di scrivere di queste cose. Ancora non potevano avere la
dimensione di un libro. Poi via, via, sai, da una cosa ne nasce un'altra».
Come è avvenuto l’incontro con la ballerina Simona
Atzori, ritratta in
copertina?
«E' stata una casualità. Una domenica mattina, guardando la tv, mi imbatto in
un “festival delle abilità differenti” che viene fatto a Carpi, ogni anno.
E vedo un mio collega che conosco, Riccardo Bonacina, direttore di Vita,
un settimanale no-profit. E allora, vedendo questo programma, scopro questa
ragazza. Mi sono interessato, ho contattato per telefono Simona e sono andato a
trovarla a casa sua».
Prima di accingersi a scriver,e o durante la stesura, ha avuto qualche
momento di esitazione per il timore di non riuscire a confrontarsi
adeguatamente con questo argomento?
«No, paura di confrontarmi, no. Per queste cose ho molta curiosità e, direi,
molta sensibilità di entrare in empatia con le persone. E poi, sai,
l'esperienza del carcere è stata ancora più dura, per certi versi, però,
anche più edificante. Qui invece è stato tutto dolce, tutto abbastanza
facile, ho trovato... come se ci fosse anche in loro il desiderio di mostrarsi,
di dire qualcosa senza pudore, quasi con orgoglio, si è capovolto un po' il
senso dell'operazione: non ero io che andavo a “stanare” loro, ma erano
loro che mi venivano incontro con tanto desiderio di dire quello che stavano
facendo, di mostrare il loro status, tutto l'opposto di quello che si può
pensare, cioè, che la gente si nasconda o che venga nascosta dai genitori,
come in qualche caso, avveniva prima o avviene tuttora.
Si sono capovolte molte cose. Quello che tu pensi che è sofferenza in loro è
diventato invece un fatto di orgoglio, di forza, per dire Guardate cosa
abbiamo fatto, guardate cosa possiamo fare. Noi non siamo delle persone da
compatire. Quindi per certi versi è venuta fuori una lezione anche per
molte persone sane che leggono il libro e ne ricavano quasi una frustata, e
dicono ma come faccio a lamentarmi io, per una piccola cosa, in mezzo a
questa gente che, invece, ha superato questi ostacoli».
Nel libro tutte le storie riescono, nella loro varietà, ad affascinare il
lettore, facendogli scoprire un’umanità ricchissima e sommersa. C’è una
storia che l’ha colpita particolarmente?
«Ma, sai, è difficile fare classifiche. Certo, ce ne sono alcune piccole ma
dolcissime, per esempio quella del regista Mirko Locatelli, oppure quella dello
scultore Felice Tagliaferri, che è quasi allegra; oppure quella della notte da
cieco con la scrittrice Maria Aiello. Poi ci sono le storie forti. Le più
forti sono quella di Claudio Imprudente, questo gravissimo disabile che scrive
libri, fa conferenze senza poter parlare comunicando attraverso una lavagnetta
di plexiglas, con gli occhi. E la stessa storia di Simona. Poi c'è quella
dello scienziato siciliano Claudio Frisone, dove, veramente, c'è un
personaggio da tragedia greca, un'eroina omerica che è Lucia, sua madre, che
è veramente un grandissimo personaggio, una donna di tutti i combattimenti».
Secondo lei perché, sui giornali e nelle televisioni, viene dedicato ancora
così poco spazio ai disabili o se ne parla spesso in maniera monocorde, usando
termini pietistici?
«Perché c'è una cultura che ancora non ha fatto molto. Io penso che le
nostra apparizioni in tv siano servite. Abbiamo avuto molta attenzione da parte
della televisione su questo libro. Siamo stati trentacinque minuti a Unomattina,
venti a Domenica In, e poi il Tg1, il Tg2, Sky, tutti ci
hanno dato molto spazio. E anche i giornali. Sono piccoli passi che però
possono fare crescere questa cultura. Ed è una cosa continua, perché adesso,
per esempio, avrò fatto già trenta conferenze da quando è uscito questo
libro, ma arriverò a cento, centocinquanta, ho prenotazioni fino a
giugno...Adesso, a gennaio, capisci?».
Alla presentazione del suo libro, a Roma, c’era una grande folla.
«Ma hai visto cosa si è creato a Roma? Te lo saresti mai immaginato? Quando
ho scritto questo libro c'erano dei colleghi che mi dicevano Ma di cosa ti
interessi? Di un libro sui disabili?. Invece questo sta diventando il libro
di mio maggior successo, anche se “successo” non è una parola che mi piace
tanto. Ma è un libro che ha già fatto cinque ristampe! Certo, non sono i
numeri delle barzellette di Totti, però se un libro sui disabili vende 30.000
- 40.000 copie è già una cosa grande, un successo enorme».
Ma soprattutto, la vera novità credo fosse l'atmosfera festante e
partecipata che c'era in Campidoglio.
«Sì, ma è stato sempre così. Se tu vedessi quello che è successo a Rieti,
dove c'è quel personaggio, il chirurgo, no? (Paolo Anibaldi, ndr). Lui
è di Rieti. Ecco, mi hanno detto che in una sala da quattrocento posti c'erano
cinquecento persone, quindi cento persone erano in piedi, in un clima mai
visto. Non è mai successo che la sala fosse così piena neanche quando è
venuto Pavarotti, o un altro artista o grandi personaggi. Quindi c'è un
sintomo, un interesse. E adesso, figurati, se ti faccio vedere il mio carnet,
io non so se ce la farò, perché ci sono anche le Olimpiadi, le Paralimpiadi;
nel periodo delle Paralimpiadi ho fatto conferenze da quelle parti; poi vado in
Sicilia a fine marzo, dove però sono già stato; ho fatto sei presentazioni già
in Sicilia, e appena sono arrivato per un appuntamento a Catania ne son
spuntati altri quattro, a Paternò, Piazza Armerina, Siracusa ed Enna. Ad Enna
addirittura mi stanno contendendo in due, una cosa assurda! Veramente
incredibile per certi versi».
A proposito di Paralimpiadi, in un momento in cui i valori dello sport sono
sempre più trascurati e le Olimpiadi stesse sono, nel bene o nel male,
organizzate da multinazionali, cosa, secondo lei, salva ancora lo spirito dei
Giochi Paralimpici?
«Il momento della verità, che è quello della competizione. Quando tu sei in
pista, stai affrontando una cosa, o quando c'è chi sale sugli anelli o c'è
una gara, in quel momento lo sport conserva tutti i suoi valori; poi possiamo
immaginare di essere nel 1920 o nel 2020, ma quello è un momento di verità,
il resto è contorno, professionismo, la popolarità porta denaro e il denaro,
poi, porta a forme di professionismo. Io non temo il professionismo, perché c'è
un professionismo buono, onesto che non è il diavolo. E' la mistificazione, il
doping, sono queste le cose da combattere».
Conosce già gli atleti che parteciperanno alle
Paralimpiadi? C’è
qualcuno o qualche disciplina in particolare per cui farebbe il tifo?
«Sai, queste invernali sono più limitate, mentre per le Olimpiadi estive
faccio sempre il tifo per l'atletica perché è lo sport di base e anche le
Paralimpiadi trovano esempi bellissimi, abbiamo dei begli atleti».
Il suo libro sembra aver dato uno scossone al modo di trattare l’argomento
disabili. Come se avesse rotto gli argini di una mentalità consolidata che
vorrebbe dividere “noi”, presunti abili, da “loro”. Per noi spettatori
che eravamo lì alla sua presentazione è stato davvero emozionante. Come
giudica questa grande partecipazione nei confronti del libro e dei dibattiti
che ne sono scaturiti?
«La mia gioia è questa. Se tu vedessi i messaggi che mi arrivano, da parte
della gente che ha letto il libro, sono pazzeschi. Simona Atzori, ad esempio,
dice delle frasi che sono scolpite: Io ho organizzato la mia vita con due
arti in meno. E allora? Che c'è di strano? Non mi manca nulla. Se pensi
anche a gente come Zanardi, senza gambe, e ti chiedi: Cosa manca a questo
ragazzo che le gambe le aveva ma che ha reagito così, dopo l'incidente?
Niente! Gioca, agisce, corre, viaggia, s'incazza, si diverte, fa tutto.
D'accordo, c'è la tecnologia che lo ha aiutato molto, ma lo spirito è grande,
grande, grande.
Adesso, non estremizziamo, facendo diventare un paradiso quello che
evidentemente resta, per certi versi, un dramma, però che si possano ritrovare
i valori della vita anche in uno stato di disagio, questo è consacrato,
secondo me. Non so se tu a Roma hai visto la Argentin (l' assessore Ileana
Argentin, consigliere delegato del Sindaco per le politiche dell'handicap del
Comune di Roma, ndr) tu sentila parlare... ma come può gestire 3.500
disabili dell'area di Roma, come fa? E invece poi scopri di essere davanti a un
boss!».
Il dato che emerge con insistenza dalle sue pagine mette in discussione la
definizione stessa di handicap o di disabile, propendendo piuttosto per
“diversamente abili”. E’ un universo di cui spesso si parla in termini di
negazione, basti pensare a locuzioni come “non vedenti”, “non udenti”
ecc.
«Rispetto questo tentativo di rendere meno, come dire, rude, il modo di
rapportarsi al problema, però non ne farei la cosa principale, io non riesco,
in un discorso spontaneo, a dire Sei diversamente abile, mi pare
artificioso, non impianterò mai una polemica su questa cosa».
Secondo lei, il percorso intrapreso per affermare i diritti dei disabili
nella società italiana e nello sport è adeguato o vorrebbe che si
intervenisse anche in altri ambiti? E in che senso?
«Lo sport è una punta avanzata, per la verità si è andati molto avanti, le
Olimpiadi sono state un bel cuneo in questo, invece nel resto della società...
beh, piano piano bisognerà entrare in una dimensione diversa e non dare per
scontato che un paraplegico può fare solo il fattorino davanti una porta o un
cieco può fare solo il centralinista in una banca o al Comune. Bisogna fare in
modo di vedere i valori che sono dentro questa realtà. La realtà che io
mostro nel libro dimostra proprio questo. Questa è la cultura che cresce, non
è facile nel nostro mondo, dove tutto è complicato e il lavoro è un mito
anche per chi ha due gambe».
Infine vorrei chiederle: come vede oggi la posizione delle donne nelle varie
discipline sportive? In tal senso, vorrei proporle una domanda da parte dell
nostro direttore editoriale: parafrasando le parole della canzone di John
Lennon, Woman is the nigger of the world, lei trova che la donna sia il
negro dello sport?
«No, assolutamente, no, per carità. La donna è la regina ormai dello sport.
A parte che nel nostro Paese, in fatto di qualità ha superato l'uomo. Abbiamo
avuto un periodo, una congiuntura femminile per cui abbiamo fatto prime pagine
della mia Gazzetta con scritto: “W le donne”, con storie fantastiche di
campionesse, come qualità - intendo tecniche - le donne per certi versi hanno
superato anche l'uomo, non dico per appurare se è più veloce dell'uomo o meno
o cose del genere, queste cose non vanno inseguite, sono mostruosità, però
ormai il fascino dei personaggi femminili è un dato... Avete visto Sara
Simeoni, Debora Compagnoni, Manuela Di Centa, le ragazze della pallavolo e
della pallanuoto, Valentina Vezzali? Sono addirittura le cime dello sport.
Questo concetto è capovolto.
Anche le donne hanno una certa tendenza a sentire di dover dimostrare di più,
ma vedi adesso questa pattinatrice che è venuta fuori, Caroline Kostner che
porterà la bandiera alle Olimpiadi e che, secondo me, non ne aveva il diritto
perché è una ragazzina che è ancora alla sua prima olimpiade, mentre c'è
gente che ne ha fatto quattro. E' stata valorizzata tanto; voglio dire,
incidono anche fattori per le donne che, in certi casi, magari ingiustamente,
sfruttano il fascino femminile per creare magari qualcosa di più suggestivo.
Nel caso della Kostner, si sfrutta il fatto che è una ragazza sicuramente
bravissima, ma non ancora campionessa assoluta perché non è all'altezza delle
grandi, però fisicamente affascinante, con queste gambe così lunghe e
l'armonia che c'è nella sua danza; io l'ho vista danzare. Questo è un
elemento che ha portato a una scelta di grande prestigio. Non c'è quindi
discriminazione per le donne».
Meno male... almeno lì!
«Per carità, io sono un difensore delle donne e mi auguro un mondo gestito da
donne, dato che gli uomini hanno fatto già abbastanza guai!».
Come sognava, tra l'altro, Fellini con La città delle donne... La
nostra intervista si conclude qui, grazie infinite, è stato gentilissimo!
VADEMECUM
La storia del giornalismo/2
di Filippo Bisleri
Quando l’Italia
stava per trovare la sua agognata unità, sono nelle
“edicole” 117 periodici nel regno sabaudo, 68 nel
Lombardo-Veneto, 27 in Toscana, 16 a Roma e 50 nel meridione.
Nel 1859 nasce la Nazione di Firenze, che precede Il
Giornale di Sicilia a Palermo (1860). È del 1861 L’Osservatore
romano, portavoce del vaticano, mentre il primo quotidiano
economico, Il sole, nasce a Milano nel 1865.
Appare invece nel 1866 Il Secolo a Milano che, fino al
1904, sarà il quotidiano campione di vendite. In quell’anno
il sorpasso verrà compiuto dal Corriere della Sera di
Milano, fondato nel 1876 da Eugenio Toreli Viollier.
Da allora, salvo brevi parentesi in cui Repubblica (il
quotidiano voluto e fondato da Eugenio Scalfari nel 1976)
riesce a stare davanti al Corsera, il foglio di via
Solferino a Milano ha sempre detenuto il primato - escludendo
però dalla graduatoria i quotidiani sportivi.
Significativa anche l’esperienza de L’Eco di Bergamo,
fondato da alcuni cattolici nel 1880 e diretto, dal 1938 al
1989, dal compianto monsignor Augusto Spada.
Del 1896 sono le nascite del quotidiano socialista L’Avanti!
e della Gazzetta dello sport a Milano. Al Popolo
d’Italia di Benito Mussolini (1914) risponderanno don
Luigi Sturzo con Il Popolo nel 1919 e, nello stesso
anno, Gramsci, Togliatti e Terracini con L’Ordine nuovo,
ovvero il progenitore de L’Unità.
Famiglia cristiana, venendo ai settimanali, vede la
luce nel 1930, ovvero all’inizio del decennio del fiorire
delle pubblicazioni destinate alle donne. Sono del dopoguerra,
invece, L’Europeo, Oggi, Epoca, Sorrisi
e canzoni, l’Espresso e Panorama.
Nel 1956 nasce il Giorno, che cancella la terza pagina
culturale, mentre nel 1965 dalla fusione de Il sole e 24
ore nasce Il sole-24 ore.
Altra fusione, ma in area cattolica, nel 1968 con L’Italia
di Milano che si associa all’Avvenire d’Italia, per
dare vita ad Avvenire.
Nel 1971 compare il Manifesto, quotidiano comunista e,
nel 1974, Il Giornale di Montanelli, che poi varerà la
breve esperienza de La voce. Più recenti le esperienze
de La Padania, Liberazione, Libero ed Europa.
(20 – continua)
VADEMECUM
L'esperto risponde
Raffaella
di Milano interpella il nostro esperto:
Una curiosità: sto facendo uno stage retribuito presso
l'ufficio stampa de Il Sole-24 ore (dopo una lunga esperienza a
Il Giornale che, ai fini del praticantato giornalistico, non
mi ha dato nulla). Scrivo moltissimi comunicati. Esiste un
praticantato per gli uffici stampa? In tal caso qual è la
procedura che lo disciplina?
Risponde Filippo Bisleri:
Non esiste un praticantato preso gli uffici stampa ma solo,
con corsi degli Ordini regionali, la possibilità di diventare
pubblicisti. Casomai puoi verificare all'Ordine di Milano la
possibilità di ottenere un praticantato d'ufficio per il
perido di lavoro a Il Giornale.
Mariella Alfano di Macerata ci chiede:
Ho conseguito la laurea in lettere moderne presso
l'Università di Macerata conseguendo 106/110. Desiderei
collaborare con redazioni di giornali e non so cosa fare. Mi
potete aiutare?
Risponde Filippo Bisleri:
Semplicemente invia curriculum alle redazioni, cominciando
dalle testate più piccole. Considera anche collaborazioni di
pochi mesi. Puoi misurarti anche con le testate online.
EDITORIALE Telegiornaliste
Hulk
di Silvia Grassetti
Rubo lo spazio all'editoriale impegnato: vi devo parlare di
"noi".
La vita di una redazione online è abbastanza standardizzata,
segue le regole e le dinamiche di tutte le altre, rispetta le scadenze
di pubblicazione come tutti, in tutti i settori, benché gli strumenti
del mestiere siano quelli propri dell'era internettiana e tecnologica.
Questo numero invece ci è sfuggito di mano: le ideuzze da sottoporre
al vaglio dei colleghi si sono trasformate in ideone e poi in progetti
a lunga scadenza; i redattori, partiti in sordina, sono tornati con
interviste esclusive che scottano: Mauro Mazza, Adriana
Pannitteri, Candido Cannavò - con il quale inauguriamo la nuova
rubrica dedicata allo sport.
Una Penna Avvelenata ha versato inchiostro sulla realtà delle
tv aziendali - e non è detto che non torni, in futuro, a riferire gli
aspetti meno affascinanti del mondo del giornalismo.
Filippo Bisleri è tornato con la sua classifica ragionata
delle migliori (e peggiori) performance dei colleghi televisivi, tutta
rinnovata nella veste grafica.
Tiziano Gualtieri ha lasciato la vicedirezione - lo ringraziamo per il
lavoro svolto fin qui e gli auguriamo una sfolgorante carriera da
professionista.
Il Campionato sparisce come rubrica del magazine, ma resta come
attività più gradita degli utenti del sito e del forum.
Nuove idee e nuovi progetti, in cantiere solo da pochi giorni, ci
stanno facendo fare le ore piccole, sette notti su sette.
Lo si inizia a vedere proprio da questo numero. Che doveva essere il
consueto appuntamento con le donne che fanno notizia, e invece
è strabordato dai confini consueti: proprio come quando appariva Hulk
con gli abiti stracciati da un'improvvisa, mostruosa crescita.
Ma Telegiornaliste è molto più carino di Hulk.
E interessante: leggere per credere.
COLPO D'OCCHIO Tv aziendale: attenti alla
trappola di Penna Avvelenata
La chiamano la nuova frontiera della comunicazione, ma sarebbe
meglio definirla uno specchietto per le allodole. Una trappola
per giornalisti, obbligati a deporre le armi del proprio mestiere e a
indossare la divisa del servilismo pubblicitario.
Ibrido tra ufficio stampa e agenzia di pubbliche relazioni, spesso
priva di competenze tecniche, la tv aziendale in Italia stenta
a decollare, tranne pochi casi, che dovrebbero servire da esempio. E
se, da un lato, questo nuovo strumento mediatico costituisce, per
molti esperti di settore, un’ottima possibilità di impiego di
risorse umane, dall’altro si presenta come un grande mercato
dove la professionalità è barattata con la mancanza
di qualifiche.
Come accade nella web tv di un’importante banca italiana, dove si
preferisce assumere astrofisici al posto di giornalisti, dove non
esiste un caporedattore, dove i servizi sono scritti e
letti da personale bancario. E questo nonostante una nota casa
editrice nazionale, incaricata di gestire la tv, abbia fornito personale
altamente preparato e specializzato. Peccato che venga
utilizzato male dall’istituto di credito.
Un’altra banca, altrettanto grande e conosciuta, impiega giornalisti
iscritti regolarmente all’Albo, al tempo stesso attori per
televendite e pubblicità, sia nella sua televisione interna, sia nel
suo canale satellitare. E sempre questo canale (visibile in tutta
Europa), trasmette per intero i discorsi pronunciati alle convention
dai vertici del gruppo, oppure dedica programmi alle aziende dei
clienti e dei migliori correntisti, presentandole come trasmissioni
di lifestyle.
Ce ne sarebbero di cose da scrivere, care e cari telegiornaliste e
telegiornalisti, al punto che la nostra “penna avvelenata”
rischierebbe di terminare l’inchiostro. Allora evitiamo questo
pericolo e fermiamoci per un attimo a riflettere.
La tv aziendale è un’ottima invenzione, se non altro
perché crea nuovi posti di lavoro e consente a tanti giovani
(o meno giovani) di mettere al servizio dell’azienda la propria
esperienza e conoscenza giornalistica. Quello che è pessimo, invece,
è il modo in cui questo mezzo di comunicazione è controllato.
La maniera in cui è manipolata l’ informazione (sia pure
dedicata esclusivamente a una società, sia essa una banca, una
compagnia assicurativa o una fabbrica) e asservita alle logiche
aziendali.
Il problema risiede nella paura di molti dirigenti di far esercitare
ai giornalisti il proprio mestiere e di renderli autonomi. O
addirittura nella scelta opportunistica di assumere, invece di
giornalisti, propri amici o figli e nipoti di amici. Cosa importa se
poi non sanno svolgere bene quel lavoro? L’importante è che
percepiscano a fine mese uno stipendio che spetterebbe a tanti bravi
redattori e conduttori, costretti a starsene a casa.
Oltre a denunciare questa triste realtà, non possiamo fare altro. Ma
già parlarne può servire a qualcosa. Del resto la nostra
professione è anche – e soprattutto - quella di portare alla luce
scandali, ingiustizie e amare verità da molti sconosciute. E
da qualcuno abilmente nascoste.
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