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Telegiornaliste anno II N.
7 (39) del 20 febbraio 2006
MONITOR
Didi Leoni, la
lady del telegiornalismo intervista di Nicola Pistoia
Questa settimana Telegiornaliste ha incontrato Didi
Leoni, elegante anchorwoman del Tg5.
Quando e come hai iniziato ad appassionarti al giornalismo?
«Il campo della comunicazione, in particolare quella televisiva, mi ha sempre
appassionata, fin dai tempi dell'università, che ho frequentato a Torino
presso la facoltà di lettere moderne. Mi sono laureata in semiologia con una
tesi sui meccanismi di autocensura nella comunicazione pubblicitaria. Subito
dopo sono entrata in Fininvest Comunicazioni come addetto stampa.
Poi ho lavorato come redattrice (non ero ancora giornalista professionista) a Nonsolomoda su Canale5. Da lì, dopo una breve
esperienza come conduttrice del tg di ReteA (all'epoca diretta da Emilio Fede),
sono passata in Rai (Raiuno) come conduttrice di programmi di intrattenimento (tra questi Portomatto, Il Sabato dello Zecchino, Big e
altri).
Un'esperienza molto divertente e che, non lo nascondo, mi piacerebbe rifare
dopo tanti anni di hard news al telegiornale. Nel 1992 sono ritornata a Canale5
per la grande avventura del Tg5 che ho vissuto sin dal primo giorno. Da
allora sono passati 14 anni».
Ci potresti spiegare come mai non ti si vede spesso realizzare servizi come
inviata?
«Ho iniziato la mia carriera al Tg5 come cronista. Ma dopo pochi mesi
mi hanno offerto di condurre l'edizione della notte e di passare al
coordinamento del giornale. Questo continua ad essere il mio lavoro dietro le
quinte: come vicecaporedattore devo seguire la preparazione delle varie edizioni del
tg, dalla riunione di scaletta alla messa in onda. Per questo
motivo passo gran parte del tempo in redazione e mi capita di rado di
realizzare servizi come inviata».
Ti gratifica condurre il telegiornale?
«Condurre il telegiornale è senza dubbio gratificante ma anche impegnativo. Al Tg5 i conduttori si scrivono da soli i testi e non
utilizzano il cosiddetto "gobbo elettronico". Chi va in video,
inoltre, ha una grande responsabilità nei confronti dei telespettatori. Oltre
alla preparazione tecnica e ad una buona cultura generale, occorrono
equilibrio, rispetto e delicatezza nel trattare determinati argomenti».
Che differenza c'è tra il giornalismo televisivo e quello della carta
stampata?
«Il giornalismo televisivo e quello della carta stampata sono per molti
aspetti profondamente diversi. In sintesi si può dire che in tv la notizia
viene trattata in maniera più immediata, efficace e tempestiva. Il mezzo
televisivo è certamente accattivante perché permette di raccontare per
immagini (e non solo attraverso le parole) quello che succede nel mondo, a volte addirittura in tempo reale. Ma il rischio è quello di rimanere in
superficie: il tempo limitato non permette in genere approfondimenti,
soprattutto in un tg».
Adesso, dopo essere diventata una delle telegiornaliste più importanti
della tv, ci sono ancora desideri che vorresti realizzare?
«Lusingata del complimento! Cerco di fare il mio lavoro seriamente ma senza
prendermi troppo sul serio. E' il mio segreto per rimanere con i piedi per
terra...
Come accennavo nella risposta alla prima domanda, mi piacerebbe rimettermi in gioco come conduttrice di programmi diversi dal
tg,
dove poter coniugare informazione e intrattenimento. Dopo le tante tragedie di
cui mi devo occupare professionalmente, qualche sorriso non guasterebbe».
Tempo fa sei stata eletta Lady Cortina: come pensi sia cambiato il ruolo
delle donne nella società moderna?
«Sono stata eletta Lady Cortina nel 1999. E' stata un'esperienza molto
divertente e lusinghiera, visto che si tratta di un riconoscimento all'eleganza
e allo stile. Sono molto grata alla giuria!
A me non piace fare della retorica inutile: penso solo che oggi le donne (non
tutte sfortunatamente) abbiano qualcosa in più: la libertà. Tanto evocata e
tanto combattuta, penso che sia un'arma fondamentale affinché le donne appunto
si realizzino all'interno della società. E pian piano ci stiamo riuscendo».
Continuando a parlare di donne, tra le colleghe del Tg5 e non solo,
chi apprezzi di più?
«Sono molte le colleghe che apprezzo, a partire da quelle del Tg5. Ma
preferisco non fare nomi. Diciamo che le doti che più apprezzo, oltre
ovviamente alla professionalità, sono l'equilibrio e la pacatezza. Non mi
piacciono i toni o gli atteggiamenti troppo aggressivi: chi va in video deve essere rispettoso del pubblico. In fondo, attraverso il teleschermo, fa
irruzione in casa sua! D'altro canto non capisco e non mi piacciono le
conduttrici che pensano di dover mortificare la loro femminilità per apparire
più credibili. Si può essere eleganti e ben truccate senza per questo perdere
in autorevolezza».
Sei anche una apprezzata scrittrice, nel tuo ultimo lavoro hai parlato di
uomini: secondo te quanto la presenza di un uomo influisce sulle scelte o sulla
vita di una donna, e chi sono i "veri uomini"?
E' possibile gestire il lavoro di giornalista con quello di moglie o compagna?
«Tra le mie priorità c'è sicuramente la carriera. Ma al primo posto metto la
vita privata. Conciliare le due cose è impegnativo ma sicuramente possibile.
Avere un compagno, marito o fidanzato che sia, con il quale condividere
interessi, idee ed emozioni, è sicuramente la cosa più bella.
Purtroppo è sempre più difficile trovare un uomo che abbia voglia di mettersi
in gioco sentimentalmente, che sia pronto ad esporsi e a "rischiare"
per trovare la donna giusta. La colpa, lo ammetto, è un po' anche del
cosiddetto gentil sesso, che a volte tanto gentile non è. Ma sono convinta che
non sia troppo tardi per cercare di rimediare, da entrambe le parti. E' proprio
questo che mi ha spinto a scrivere Veri uomini, però, un libro che vuol far riflettere sui sentimenti, ma col sorriso».
Qualche consiglio a chi volesse intraprendere la strada del giornalismo?
«E' sempre difficile dare consigli. Credo però che requisiti fondamentali per chi vuole intraprendere questo lavoro (e non solo questo)
siano serietà e professionalità: sono caratteristiche che rendono
inattaccabili. E poi ci vuole grinta, apertura mentale e perseveranza (tanta perseveranza). In una parola, bisogna essere preparati e non mollare mai».
CRONACA IN ROSA
Crisi del gas: effetti in Italia di Tiziana Ambrosi
La capacità energetica italiana è da tempo, passateci l'immagine,
alla canna del gas, ed ora - oltre al danno la beffa - dobbiamo anche
consumare meno.
Incessantemente da qualche settimana si sente di tagli dell'8,
13.5, 16% nella fornitura di metano proveniente dalla Russia.
Le colpe, stando alla stampa, sono ben ripartite: la Russia accusa l'Ukraina,
l'Ukraina accusa la Russia, Russia ed Ukraina insieme accusano il Grande
Freddo, il Governo accusa l'ENI.
Uno scaricabarile infinito che riempie i nostri telegiornali e
svuota i metanodotti.
Gli affari non sempre limpidi di Gazprom, società russa molto vicina
al Presidente Putin , in buona sostanza monopolista della
distribuzione di gas, e i "furti" ukraini, hanno
messo in ansia un Paese come il nostro, che importa quasi il 15%
dell'energia dall'estero per coprire i propri fabbisogni.
La questione, amplificata a livello internazionale, nasce con la chiusura
dei gasdotti russi che attraversano l'Ukraina, a causa dei
continui prelievi da parte della ex Repubblica Sovietica.
Il punto nodale è il prezzo del gas, per Mosca troppo basso,
per Kiev troppo alto.
L'accordo viene trovato e la crisi sembra risolta, ma sul continente
asiatico si abbatte un'ondata di freddo eccezionale che
costringe alla riduzione dei volumi di gas diretti verso il centro
Europa, per dirottarli sui fabbisogni interni.
Ed arriviamo così alla situazione che tutti conosciamo:
affannati decreti che impongono la riduzione di un grado e di un'ora
del riscaldamento domestico - salvo poi scoprire grazie a le Iene
che i palazzi istituzionali possiedono un microclima tropicale;
cominciamo a utilizzare le riserve, anche strategiche, e pensiamo alla
possibilità di interrompere la fornitura alle imprese che possono
rinunciarvi.
I consumi italiani sono notevolmente aumentati negli ultimi anni. Lo
stile e le condizioni di vita ci hanno fatto diventare più esigenti:
elettrodomestici sofisticati, riscaldamenti autonomi, condizionatori -
e l'energia non basta.
L'inverno si profila difficoltoso, ma ricordiamo che la scorsa estate
c'era un allarme black-out un giorno sì e l'altro pure.
Spesso si cerca di risolvere questo annoso problema con qualche parolina
magica lanciata nei momenti di disperazione: energie
alternative, nucleare, risparmio, eccetera.
Ma non sono certo interventi che si improvvisano in qualche anno - o
magari settimana, come qualcuno forse spera - e men che meno possono
essere un palliativo le situazioni contingenti.
Il nucleare, inspiegabilmente bocciato trenta anni fa da un
referendum (le eventuali nuvole tossiche francesi non hanno bisogno
del passaporto), dovrebbe adeguarsi alle nuove tecnologie e necessita
di infrastrutture, di personale istruito.
Cioè tempo e soldi.
Le energie alternative hanno il pregio di essere pulite ed
inesauribili ed i difetti di avere una bassa densità di energia e di
essere "bizzose" in quanto a condizioni minime di
funzionamento - vento costante, sole costante, etc. Urgono studi e
ricerca.
Cioè tempo e soldi.
Per quanto riguarda un piano di risparmio, oltre alle
possibilità, ad esempio nell'edilizia o in altri settori, è
indispensabile una rieducazione della popolazione: il che, in Italia,
può risultare più oneroso degli studi sulla fusione nucleare.
Certo, si potrebbe obiettare che, per ridurre i tempi di attesa, si
dovrà pur cominciare.
Già. Ma quando si legge, per esempio, che il Premio Nobel Rubbia
deve trasferirsi in Spagna per condurre le ricerche sulla centrale
solare termodinamica prevista a Priolo in Sicilia, causa nostrano
immobilismo, qualche dubbio sorge.
Il dubbio che le parole magiche siano solo uno scaricare le
responsabilità sulle spalle di soggetti non meglio identificati,
e che di allarme black-out e allarme gas sentiremo
ancora parlare, troppo, nelle prossime estati da record, e nei
prossimi inverni da record.
E questo senza contare i contributi di chi, credendosi paladino
dell'ambiente, non fa altro che aiutare a renderlo meno sicuro e
pulito.
CRONACA IN ROSA
Un
San Valentino fuori dal comune di Stefania Trivigno
Il tradimento non è cosa nuova e, oggigiorno, non si può
neanche asserire che si tratti di uno dei mali della nostra società.
Sarebbe comodo poterlo credere: toglierebbe dall’imbarazzo una bella
fetta di persone sposate e fidanzate.
L’adulterio, infatti, esisteva già al tempo dei greci e
dei romani, che usavano punire le infedeli addirittura con la pena
di morte. Quanto agli infedeli, l’unica precauzione da prendere
era cercare di mantenere la cosa nascosta per evitare il sollevarsi di
un inutile polverone.
Se i greci e i romani potevano sperare nella scusante dei matrimoni
combinati e della conseguente mancanza di amore, felicità e
serenità, agli attuali infedeli, che fra l’altro non sono
necessariamente sposati, per giustificare il tradimento non resta che
aggrapparsi all’ormai banale e usurata parolina “debolezza”.
Il dato sconcertante è che oggi il fenomeno dilaga e non riguarda
solo le coppie sposate, ma investe anche i giovanissimi
e, in questa situazione, c’è da ritenersi fortunati se si subisce
il tradimento per una “debolezza” passeggera.
Il nuovo trend di infedeli: non solo si tradisce abitualmente
il proprio partner, ma si tende a farlo con la massima disinvoltura
e a non farsi mancare nulla, persino una festa a tema stile San
Valentino.
Il giorno fissato per l’occasione è stato il 13 febbraio:
prima festa con l’amante, dopo col partner.
Negli Stati Uniti molti ristoranti sono stati più affollati il
13 che non il 14 febbraio, e, data la grande affluenza, molti
ristoratori hanno adibito il locale per l’evento: luci soffuse
e tende abbassate alle finestre, con lo scopo di assicurare e
mantenere il massimo della privacy.
Dunque, dal prossimo anno non stupiamoci se anche in Europa, andando a
cena fuori, il 13 febbraio non troveremo un tavolino libero!
CRONACA IN ROSA
IL MONDO DELLE DONNE Principessa, che fatica!
di Erica Savazzi
Lei è la primogenita, figlia del principe ereditario. A lei
spetterebbe il trono. Ma è una donna. E in Giappone vige dal
1947 la legge salica: solo i discendenti maschi possono diventare
imperatori.
Ha solo quattro anni, la principessa Aiko, ma intorno a lei già
si scatenano lotte di potere. Nata il primo dicembre 2001 a 8 anni dal
matrimonio del principe Naruhito con Masako, laureata a Harvard con un
futuro da diplomatica, avrebbe semplicemente dovuto essere
un maschio. Un figlio a lungo atteso che però ha sbagliato sesso.
Pochi mesi fa il premier Koizumi aveva proposto la modifica
della norma di successione al trono per permettere ad Aiko di
regnare, dato che risulta quasi impossibile che la coppia reale possa
avere un altro figlio. Ora si fa marcia indietro. La moglie del
secondogenito dell’attuale imperatore, la principessa Kiko, dopo
aver avuto due bambine, è di nuovo incinta. E tutti sperano che
questa volta sia un maschio. Se così fosse sarebbe lui a regnare.
Quindi la procedura per la modifica costituzionale si è fermata,
accontentando i molti tradizionalisti della famiglia reale e
dell’intero Giappone. Uno per tutti il principe Tomohito, cugino
dell’imperatore, che ha dichiarato che, piuttosto di permettere a
una donna di regnare, preferirebbe reintrodurre a corte la pratica del
concubinato per permettere a Naruhito di avere un erede maschio.
Il Giappone resta inchiodato al suo tradizionale misoginismo,
che nemmeno il progresso economico e un diffuso benessere hanno potuto
sconfiggere. Il problema della scarsa valutazione delle donne
non riguarda infatti solo le componenti della famiglia reale, ma
l'intera società.
I manager donna nelle imprese del Sol Levante sono solo il 2,7%, ma è
in generale la donna lavoratrice ad avere serie difficoltà: le leggi
a favore della maternità, che prevedono orari di lavoro
ridotti, non sono applicate, e chi ne fa richiesta
subisce regolarmente interruzioni di carriera.
Alla nascita del primo figlio, inoltre, il 60% delle donne decide
di lasciare il lavoro: la mancanza di servizi pubblici
per l’infanzia rende praticamente impossibile avere un figlio e
continuare a lavorare in azienda. Una volta che il bambino è
cresciuto, solo il 23% delle donne riesce a trovare un nuovo lavoro.
Davvero un peccato per un impero antichissimo che è stato governato
nella storia anche da otto donne. L’ultima fu l’imperatrice
Go-Sakuramachi, che sedette sul trono del Crisantemo dal 1762 al 1770.
Un peccato, anche perché è da 36 anni che non nascono maschi
nella famiglia reale: pare che sia la natura stessa a voler
lasciare posto alle donne.
FORMAT Reality show, ex stelle alla riscossa
di Giuseppe Bosso
In principio era l’Isola
dei famosi, cui seguirono man mano La
Talpa, La
Fattoria, Music
farm, e così via.
Dopo il boom che, all’alba del nuovo millennio, aveva prodotto
l’avvento del Grande
Fratello nello star system di casa nostra, il reality
show ha trovato terreno sempre più fertile, nel tubo
catodico del Belpaese, ma, a differenza del suo antesignano per
eccellenza, che mette in competizione sconosciuti (o quasi) in
cerca del quarto d’ora di celebrità, i “discepoli”
nostrani si sono caratterizzati sempre come contesa tra vip.
Isola, beauty farm o fazenda che sia, il copione è sempre lo
stesso: prendi una decina di personaggi che hanno, o hanno
avuto (e sono i più) il loro momento di gloria, collocali
dell’ambientazione dello show, eliminali a poco a poco con il
consueto, diabolico meccanismo della nomination dei
partecipanti e della votazione del pubblico. Finché non rimane
l’unico, assoluto vincitore - vincitrice, che porta a casa il
lauto montepremi mentre agli altri resta, si fa per dire, la “consolazione”
delle varie ospitate nei palinsesti di tutte le fasce
orarie, degli inviti alle serate in discoteca e, a volte, nuove
possibilità di lavoro.
È innegabile che la maggior parte di coloro che si lanciano in
queste avventure, un vero e proprio gioco al massacro, come testimonia
la
celebre lite tra Antonella Elia e Aida Yespica all’Isola
due anni fa, sono stelle cadenti, personaggi che hanno brillato
in passato ma che non sono riusciti a rimanere in
quell’ambiente tanto dorato quanto spietato.
Quelli che seguivano Non
è la Rai hanno accolto con gioia la notizia della
partecipazione a La Fattoria di Pamela
Petrarolo, una icona ai tempi del fortunato programma di
Boncompagni, di cui negli anni si erano perse le tracce. Per non
parlare dei concorrenti delle passate (e della presente)
edizioni di Music Farm, gole ruggenti della canzone italiana
delle quali non si avevano notizie da tempo.
Potremmo continuare a lungo, scorrendo i cast dei vari reality che
abbiamo (dovuto) visto (sopportato), e non ci sfuggono anche nomi che probabilmente
si sono lasciati coinvolgere in questo bailamme per
recuperare un’immagine compromessa da vicende giudiziarie più
o meno annose: su tutti Valerio
Merola e Serena
Grandi finita nel Ristorante di Rai1 dopo essere stata
coinvolta in una vicenda di droga.
E il pubblico resta a guardare: con benevolenza o meno non
importa, quello che conta è che lo spettacolo continui, anzi, the
show must go on.
FORMAT
In ricordo di… Anna Magnani di Nicola
Pistoia
Il cinema italiano, soprattutto quello neorealista, ha regalato, al
mondo intero, una delle attrici più brave e autentiche di tutti i
tempi: la figura di Anna Magnani rimarrà impressa nel cuore e
nella mente di tutti, fino all’eternità.
Era il 1956, ben cinquanta anni fa, quando la “più donna di tutte
le donne” fu insignita del Premio Oscar per
l’interpretazione del film La Rosa tatuata di Daniel Mann. I
giurati della 28esima edizione degli Academy Awards rimasero folgorati
dalla sua personalissima interpretazione di Serafina delle Rose,
personaggio che Tennessee Williams aveva scritto appositamente per
lei.
Ma Anna Magnani, da italiana verace, per scaramanzia, non volò mai in
America per ritirare il prestigioso riconoscimento. La statuetta
d’oro, infatti, fu consegnata a Marisa Pavan, che nel film
interpretava il ruolo della figlia, e che grazie alla maestria della
Magnani, riuscì a vincere il Golden Globe.
Oggi, mezzo secolo dopo, Sky Cinema Classic dedica uno Speciale
ad una delle attrici più apprezzate nel panorama cinematografico
mondiale. Infatti, dal 27 febbraio al 5 marzo verranno trasmessi in
prima serata, alle 21.00, sette film da lei interpretati: Campo
de’ Fiori di F.Bonnard (lunedi 27 febbraio), Abbasso la
miseria e Abbasso la ricchezza di Gennaro Righelli (martedi
28 febbraio e mercoledi 1 marzo); Mamma Roma di Pier Paolo
Pasolini (giovedi 2 marzo), Il bandito di Alberto Lattuada (venerdi
3), L’onorevole Angelina di Luigi Zampa (sabato 4), e
ovviamente La rosa tatuata di D. Mann (domenica 5).
Anna Magnani nasce a Roma nel 1908. La sua vita fu condizionata da
eventi più o meno negativi (esempi eclatanti sono le due guerre
mondiali e tutto ciò che ne è comportato), che inevitabilmente hanno
influenzato il suo modo di recitare. Una recitazione perfetta,
vera, che si fonde ad una bellezza non straordinaria, ma graziosamente
sensuale.
I personaggi che ha interpretato sono caratterizzati da un temperamento
focoso e passionale, ma anche capaci di toccanti e imprevedibili
dolcezze che le si addicevano in modo perfetto. Il suo commiato,
straziante e bellissimo, è affidato ai pochi secondi nei quali
compare in Roma di Fellini. L’attrice muore nel 1973, nella
clinica romana Mater Dei a causa di una brutta malattia. Con la sua
morte si chiude un’epoca piena di dolori ma anche di cose stupende,
quelle che Anna Magnani ha voluto regalare a tutto il mondo attraverso
la sua arte.
La rassegna si aprirà con un documentario originale prodotto da Sky
Cinema, Anna Magnani – Ritratto d’attrice, in onda lunedì
27 febbraio alle 19.55. A raccontare la sua vita, le sue paure, i suoi
piccoli difetti ci sarà il figlio Luca e la nipote Olivia,
anch’essa attrice.
FORMAT
Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i – di Filippo Bisleri
Gradino più alto
del podio per Maria
Grazia Capulli. Ottima conduttrice, dimostra sempre
di più di essere a suo agio con la conduzione a figura intera e
senza gobbo elettronico voluta dal direttore del Tg2, Mauro
Mazza. Davvero tanti complimenti, perché la bravissima
collega dimostra sempre più di meritare di essere un volto di
un tg nazionale e pubblico. “8”.
Secondo gradino del podio per Annalisa
Spiezie, una giornalista sempre preparata e di grandissima
professionalità. Le sue conduzioni sono sempre positive, anche quando
la regia sbaglia rientrando su di lei nel bel mezzo di un servizio:
Annalisa non si fa cogliere impreparata o intenta a fare altro.
Complimenti. “7”.
Terzo gradino del podio per Rula
Jebreal. Si dimostra, nelle sue frequenti presenze in video,
una giornalista doc. Documentata, preparata e mai
partigiana. Insomma, il paradigma di quello che dovrebbe essere
una giornalista oggi. Da prendere ad esempio. “6”
È tornato in video (e questa è una notizia
positiva), ma vi è tornato con lo “stile Sanremo”. Parliamo di Francesco
Giorgino. Se il rientro deve essere simile alla sua presenza sul
palco di Sanremo anni fa allora potevamo attendere. Da
rivedere. “5”.
Secondo gradino del contropodio appannaggio di Anne
Treca. Nelle ultime conduzioni, la tgista francese non sembra più
ai livelli professionali del passato. Speriamo sia solo, per lei, un momentaneo
black-out professionale. La aspettiamo a livelli a lei più
consoni. Per ora una bocciatura. “4”.
Gradino più basso del contropodio per Aldo
Biscardi. Una nuova bocciatura per il rosso conduttore, tra i
maestri di Mikaela
Calcagno (che, è evidente, l’ha superato giornalisticamente
parlando). Il Processo è la saga dell’urlo. Da evitare. “3”.
ELZEVIRO Match point
di Antonella Lombardi
«Ci sono momenti, in una partita, in cui la palla colpisce il nastro.
Con un po’ di fortuna lo oltrepassa. E allora si vince. Oppure no. E
allora si perde».
Si apre con queste parole, Match point, mentre sullo schermo,
al ralenty, una pallina da tennis urta la rete del campo da gioco e
resta sospesa per un attimo che pare infinito. Ci sarà il “match
point”, il punto decisivo? E a favore di quale parte sarà?
Woody Allen ci prova ancora e, questa volta, usa il tennis
come metafora della vita; fa un film caustico, cinico, ansiogeno,
intriso di citazioni letterarie e cinematografiche, un vero
cambiamento di rotta rispetto alla sua produzione precedente. Sin
dalle prime scene allo spettatore vengono centellinati indizi di una
tragedia imminente: Chris, il protagonista, istruttore di
tennis, tipo ambizioso dall’apparenza tranquilla, legge Delitto
e castigo, ama l’Opera, ascolta La traviata. Nel corso
del film, il suo sguardo placido si carica di un’ansia e una
tristezza profonde che vengono da lontano, per lasciare il posto a un
distacco gelido, quasi altero.
E’ il prezzo che si deve pagare per far parte dell’High society,
specie se vi si accede attraverso circostanze fortuite. E quando tutto
sembra procedere senza intoppi e per Chris c’è un matrimonio in
vista con la ricca ereditiera Chloe, il Fato, come una pallina
da tennis che urta la rete, si frappone e intralcia la vittoria.
L’ostacolo ha il fascino perturbante di Nola, ragazza del
futuro cognato di Chris, inquieta attricetta americana attaccata alla
vita e al collo della bottiglia con la disperazione di una
sopravvissuta. «Gli uomini dicono che sono speciale», dice Nola a
Chris, e lui, già conquistato, le chiede: «E lo sei?»; Nola: «Nessuno
ha mai chiesto di essere rimborsato». Sguardi languidi, battute
secche, intesa immediata. Chris e Nola sanno di essere attratti
l’uno dall’altra ed entrambi temono, per questo, di rovinare la
propria scalata sociale.
Nel film si afferma: «Chi disse "Preferisco avere fortuna che
talento", percepì l’essenza della vita». Ma come il motivo
del Bolero, con la stessa inesorabile tensione, la
passione e il dramma si fanno strada nel destino dei due protagonisti,
in un crescendo continuo.
Il destino è in agguato, e allora quanto si può rischiare per non
perdere il proprio posto al sole? Cambiano gli scenari, ci
viene mostrata una Londra accattivante, lussuosa, poco
swinging e molto glamour: Chelsea, Covent Garden, Notting Hill, la
Tate Modern Gallery e il Tamigi, con il suo grigio fluire, pronto a
custodire segreti terribili. Cosa succede se la pallina non
oltrepassa la rete? «La gente ha paura di ammettere che una gran
parte della vita dipende dalla fortuna. E’ terrorizzante pensare che
molto è fuori dal nostro controllo». E’ la voce fuoricampo di
Chris a ricordarlo, mentre la genialità visiva di Woody Allen mostra
alcune sequenze memorabili.
I destini si intrecciano, i contrasti si accentuano, il
melodramma aumenta, sottolineato da un commento musicale che è il
vero contrappunto della storia. Anche gli spazi lo dimostrano: la
passione esplode sempre al di fuori degli ambienti lussuosi: in mezzo
ai campi o nell’ultima modesta dimora di Nola, a sottolineare che la
felicità abita altrove. L’Upper class non ispira gioia,
ma tiepidi entusiasmi e gelida cortesia.
Implacabile Woody Allen mostra, con sarcasmo, il solco che si
scava tra Chris e Chloe. Specie quando questa rincorre, con
ostinato accanimento, il sogno di una maternità che non arriva. Così,
in quello che dovrebbe essere il preludio a una scena d’amore, Chloe
ossessiona Chris con le sue tabelle antisterilità, misurando, prima
di ogni rapporto, la propria temperatura corporea, in un crollo del
desiderio che disgusta Chris.
Passione, ipocrisia, tormento. Finchè Nola, da
oggetto desiderato e desiderabile, non diventa scomoda. E allora
bisogna giocare il match point, «imparando a nascondere lo sporco
sotto il tappeto, per non essere travolti». E’ disposto a tutto
Chris, pur di non distruggere la maschera pirandelliana che si
è costruito su misura. Crimini e misfatti sono in agguato, così
come certi ritmi alla Hitchcock.
Alla fine, la tragedia non si scioglie in verità, ed è questo il
dramma maggiore. Il senso di colpa è solo apparente. Viene citato Sofocle
e il suo Edipo, altro eroe figlio del Fato; così l’indovino
cieco Tiresia parla a Edipo: «Aperti hai gli occhi eppur non vedi in
che sciagura sei... né chi sono quelli che vivono con te. La tua
destrezza fu la tua rovina»; o ancora, dall’Edipo a Colono:
«Non nascere è per l’uomo la sorte migliore».
E’ una riflessione amara e pessimistica sulla vita, questo Match
point di Woody Allen, ma è anche un vero capolavoro, implacabile
nel mostrare desideri e debolezze umane di questa Fiera della vanità
che è la vita. Del resto, nel romanzo di Thackeray, una
riluttante fanciulla diceva alla propria madre, ansiosa di sposarla:
«Non potete vendermi al miglior offerente, anche se è un Lord». E
la madre, di rimando: «E perché figliola? Non possiamo sottrarci
alle regole della buona società».
Match point…
TELEGIORNALISTI Piccaluga, "figlio" di Montanelli
di Filippo Bisleri
Marco Piccaluga è un giovane anchorman già molto apprezzato
nel mondo dell'informazione. L'abbiamo contattato nelle pause del suo
intenso lavoro tra un tg e l'altro.
Come hai scelto di fare il giornalista?
«L'ho sempre desiderato. Da quando ero piccolo. Alle scuole medie
facevamo il giornale della classe. Si chiamava Goal. Lo
dirigevamo in tre, a turno. Tiratura: 40 copie. Si può dire che sia
stata la mia prima esperienza in questo campo».
Cosa ti piace di più della professione giornalistica?
«Tutto. La ricerca delle notizie, l'ostinazione nel riuscire a
trovarle. Il poterle poi scrivere o sapere di essere il primo a
raccontarle».
Cosa significa condurre un tg "all-news" come quello di Sky
Tg24?
«Sky Tg24 è un'esperienza completamente diversa da quella di qualsiasi
altro telegiornale. Qui si sta in prima linea, sempre in diretta, per
almeno sei ore al giorno. Bisogna essere preparati e aggiornati su
tutto. Tra ultim'ora, ospiti in studio e dirette, si diventa parte
integrante del telegiornale. Non c'è spazio per errori o imprecisioni,
anche perché non serve avere i giornalisti più bravi d'Italia in
redazione se basta un'incertezza in conduzione per far fare una pessima
figura a tutto il canale. È una bella responsabilità».
Hai una preferenza per il giornalismo televisivo o ti piacciono anche
altri media come la carta stampata o le radio?
«Ho sempre preferito la carta stampata. In particolare il quotidiano.
Però la vita prende direzioni impreviste. Sono finito in tv per puro
caso nel 1999 e da quel giorno non ho più cambiato».
Nella tua esperienza professionale hai un servizio, un personaggio o
un'intervista che più ricordi?
«Il mio primo articolo firmato. È ancora incorniciato nella mia
camera. E la prima volta in "prima pagina", sul Tempo
di Roma. Incorniciata anche quella. Recentemente invece, l'esperienza da
inviato ad Atene per le Olimpiadi 2004».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo?
«Montanelli, su tutti. Ancora oggi, rileggo spesso i suoi editoriali
scritti nei vent'anni passati al Giornale e raccolti in un libro,
La stecca nel coro. Rimpiango di non averlo mai conosciuto. Per
il resto, i miei maestri sono stati i direttori che via via ho
incontrato nel corso della mia vita professionale. E molto più spesso i
colleghi che ho avuto (e che ho) accanto».
Tra colleghi e colleghe chi apprezzi di più?
«I colleghi di Sky Tg24 sono tra i migliori che mi siano mai capitati.
Fuori di qui non perdo mai un articolo di Magdi Allam. E tra i
conduttori, Annalisa
Spiezie, del Tg5».
Molti sono i giovani che vorrebbero fare i giornalisti. Quali
consigli daresti loro?
«Quando ho cominciato io, odiavo i consigli degli altri. Anche perché
tutti cercavano solo di scoraggiarmi in ogni modo. Che sia difficile
trovare spazio, specie all'inizio, lo sappiamo tutti. Ma è così in
ogni lavoro. Se c'è la passione, il resto viene da solo».
OLIMPIA È arrivato Godot di Mario Basile
Ore 22.16 di domenica 12 Febbraio 2006. Alessandro Del Piero ha
appena messo a segno su punizione il gol decisivo della sfida scudetto
Inter – Juventus. Nei momenti cruciali Alex è sempre in vena
di prodezze. Anche stavolta è stato così. Il suo calcio
piazzato è da manuale; di quelli magici, che un portiere non dovrebbe
nemmeno tentare di parare, se vuol bene a questo sport.
I centonovanta gol in bianconero scrivono a caratteri cubitali
il nome di Alex nella storia del club torinese e nei cuori del popolo
juventino. Nel caso di Del Piero, però, i numeri sono solo dettagli.
Lui il posto nel cuore dei tifosi lo aveva già conquistato col suo carattere
e la capacità di essere campione sia dentro che fuori dal campo.
Schivo e riservato il capitano bianconero, a differenza di molti suoi
colleghi, non è mai stato al centro di gossip né di
serate mondane. Al massimo si è concesso di prestare il volto in
qualche pubblicità, dove ha pure rivelato il lato divertente della
sua personalità, ma non è andato oltre. Nessuna polemica, nessuna
parola fuori posto: Del Piero ha dimostrato a tutti che genio
non vuol dire sempre sregolatezza.
Non male per il fuoriclasse venuto dalle terre trevigiane. Chissà se
lo aveva già capito papà Gino, che il suo ragazzo era un
predestinato, quando, lui dipendente dell’Enel, con proiettori
artificiali, illuminava il campo vicino casa per le partite serali del
piccolo Alex.
Fu Boniperti a scovarlo nel Padova in serie B nel ’93. Per un
diciottenne passare dalla provincia alla Juventus è da brividi. Alex
fa spallucce ed in tre anni diventa l’astro nascente del calcio
italiano.
Sono i primi anni di Lippi, e per i bianconeri cominciano a
fioccare le vittorie: Coppa Uefa, scudetto, Coppa Italia e Coppa
Campioni. Del Piero è protagonista indiscusso di questi successi.
Perfino Baggio, travolto dal successo del giovane fenomeno, è
costretto ad andare via. A Tokyo Alex segna il gol che vale la Coppa
Intercontinentale. Ormai il suo talento non ha confini. L’avvocato
Agnelli l’ha ribattezzato Pinturicchio per la sua classe
cristallina.
Il ’98 sembra essere il suo anno di grazia. Vince l’ennesimo
campionato e sigla il record di reti stagionali. Alle porte
c’è il Mondiale di Francia: il futuro è suo. Invece, comincia
il calvario. In Francia Del Piero, debilitato dai postumi di uno
stiramento, gioca male e soffre il dualismo con Baggio. L’Italia, di
cui doveva essere fiero condottiero, cede ai padroni di casa. Il suo
coinvolgimento da parte di Zeman nello scandalo doping
dell’estate di quell’anno e il grave infortunio di cui è
vittima a novembre completano il periodo nero.
La riabilitazione è lunga. Pinturicchio torna in campo dopo
quasi un anno di stop. Tornare subito ad alti livelli è impossibile,
ma la critica è spietata. Alex si incupisce e la Juve non
vince più. Nemmeno la sottile ironia dell’Avvocato lo sprona: «Del
Piero è come Godot…lo stiamo ancora aspettando». A questo si
aggiunge la grave malattia che colpisce il papà Gino. In nazionale,
agli Europei del duemila, ha l’occasione di risorgere. Ma in finale
spreca malamente le due occasioni che, di fatto, avrebbero consegnato
il titolo all’Italia.
Del Piero non molla: parla poco e lavora tanto. In molti
pensano che il suo ciclo alla Juve sia finito, ma non lui. Ha ancora
tanto da dare e non vuole deludere quelli che lo hanno sempre difeso.
Finché, in un freddo pomeriggio di febbraio, non arriva la svolta. La
Juventus gioca a Bari, a metà ripresa Alex salta mezza difesa
avversaria e batte il portiere con un pallonetto. E’ un gol da
cineteca; un gol alla Pinturicchio che ha il sapore della
liberazione. La dedica è tutta per papà Gino, appena scomparso.
Col tempo, Del Piero torna ad essere un fuoriclasse. I suoi colpi da
campione illuminano di nuovo gli occhi dei tifosi bianconeri e lo
scudetto prende di nuovo la via di Torino. Solo la nazionale continua
ad essere un tabù, ma stavolta non ha colpe nei fallimenti azzurri
agli ultimi mondiali ed europei. Con l’arrivo di Capello come
nuovo tecnico, Alex deve fare i conti col massiccio turn-over
applicato dal trainer friulano. Piccoli mugugni presto dimenticati,
perché la Juve, dopo un anno di digiuno, riconquista il tricolore.
Quest’anno è arrivata la consacrazione. Con 183 gol,
cifra destinata poi ad aumentare, diventa il miglior cannoniere
della storia della Juventus. Con le sue giocate e le sue reti sta
trascinando i bianconeri alla conquista del ventinovesimo titolo. «Sono
rinato – ha ammesso lo stesso Del Piero – sono di nuovo quello
degli anni magici. Il segreto del successo dipende da diverse cose,
come la vicinanza di mia moglie, il turn-over del mister e una
maggiore serenità».
Il tanto atteso Godot è finalmente arrivato.
OLIMPIA
Storie di Olimpiadi di Danila Di Nicola
Dopo il grande consenso di pubblico della cerimonia d’apertura,
seguita da più di dieci milioni di spettatori, arrivano anche le prime medaglie.
La medaglia di bronzo storica nel pattinaggio veloce di Enrico Fabris, il
record di due medaglie d’oro consecutive di Armin Zoeggeler nello slittino, e
la medaglia di bronzo nella 30 km di fondo di Pietro Piller Cottrer, dedicata a
Cristiano Scantamburlo, il carabiniere ucciso nel ferrarese.
Tra le medaglie assegnate ci sono anche quelle di atleti che con il carattere
e il coraggio sono stati in grado di arrivare in alto. Ad esempio la
medaglia d’oro nella discesa libera — nella quale Kristian Ghedina
riponeva le sue ultime possibilità di successo — di Antoine Deneriaz,
allenato dal nostro Mauro Cornaz.
La storia di Deneriaz è quella di chi non si arrende — un anno fa si ruppe i
legamenti del ginocchio sinistro dopo una caduta nelle prove di Chamonix — ma
con costanza cerca di ritornare ad alti livelli.
La gara di pattinaggio artistico a coppie con programma corto ha, invece,
dell’incredibile. Come raccontiamo nell'articolo qui a fianco, nell’ultima
esibizione della coppia Zhang Dan e Zhang Hao, la cinese è caduta
rovinosamente a terra e si è temuto per il suo ginocchio. Ma l’indomita
pattinatrice, dopo aver fatto un controllo dal medico, ha voluto continuare la
coreografia in pista con il suo compagno proponendo elementi di alta difficoltà
e riuscendo alla fine, nonostante la penalità, ad agguantare il secondo
gradino del podio.
Ma le Olimpiadi non ci propongono solo belle storie: torna alla
ribalta il problema doping. Nei primi giorni olimpici sono stati
fermati, in via precauzionale per cinque giorni, otto atleti con livelli di
emoglobina troppo alti. Non si tratta di doping, ma se i loro livelli non
torneranno nella norma non potranno prendere parte alle gare. I controlli
antidoping a sorpresa sono stati effettuati anche ricorrendo a qualche trucco:
gli ispettori infatti hanno contattato gli atleti per incontrarli spacciandosi
per giornalisti o tifosi.
Noi spettatori speriamo di continuare ad assistere a una manifestazione, tanto
importante e significativa, che ci proponga molte belle storie e nessuna
truccata.
OLIMPIA
Il grande balzo della Cina sui pattini di Antonella Lombardi
E’ già diventata un caso, la storia di Dan e Hao Zhang. Una
di quelle storie incredibili che vanno ad arricchire le leggende che
solo i Giochi Olimpici possono produrre.
Per l’incredibile lieto fine, per lo spirito olimpico e il coraggio
ostinato di una donna minuta e leggera; per la commozione che
storie come queste sanno regalare, anche attraverso uno schermo, a
milioni di persone.
E’ la terza giornata di Olimpiadi, gara di pattinaggio di figura. I colpi
di scena e le delusioni non mancano, a partire dalle deludenti
esibizioni dei campioni russi Obertas e Slanova: distrazioni, errori,
mancate prese; il pubblico segue con attenzione, ma l’ansia da
prestazione miete altre vittime. Succede anche agli atleti americani e
all’altra coppia russa Petrova e Tikhonov: sviste, movimenti non
proprio coordinati con la musica, un po’ di freddezza
nell’esecuzione. Il pubblico del Palavela è caloroso, le musiche
scelte sono spesso un omaggio all’Italia: Verdi, Fellini.
E allora, cosa manca?
L’emozione. La grazia. Fino a quando non tocca alla Cina.
E allora, succede quello che non ti aspetti. Entrano in scena Xue
Shen e Hongbo Zhao. Primo piano sui loro volti, distesi,
sereni con quei sorrisi enigmatici di millenaria tradizione orientale.
Interpretazione elegante e ad alto contenuto tecnico della Madama
Butterfly. I volteggi di queste due rivelazioni fanno la gioia dei
fotografi e del pubblico. Vinceranno la medaglia di bronzo.
Poi è la volta del Fantasma dell’opera interpretato da Qing
Pang and Jian Tong: suggestione, ritmo, pathos. Ancora volteggi
spettacolari e applausi, per un pubblico che ha capito che dalla
Cina arrivano le scelte più ardite e le gare più entusiasmanti. Saranno
quarti.
Infine entrano loro, Dan e Hao Zhang. Dopo pochi minuti
dall’inizio della gara, proprio mentre cercano di acquistare velocità,
il colpo di scena: quadruplo salchow, altezza vertiginosa
raggiunta dalla minuta Dan, ma qualcosa, nell’atterraggio, va storto
e Dan si schianta, con una violenza incredibile, contro la
balaustra. Attonita, dolorante, con il ginocchio bloccato,
rimane a terra per qualche istante. Urla del pubblico, la musica si
interrompe, il suo compagno cerca di incoraggiarla, ma lei è
distrutta, furiosa. Si alza, ma non ce la fa e si vede.
Secondo regolamento ha diritto a due minuti di pausa. Versa qualche
lacrima Dan, si consiglia con il suo allenatore. Il pubblico è
attonito. Nessuno pensa ce la possa fare davvero, lei cerca persino di
non poggiare a terra l’altra gamba. Ma Dan torna in pista. Il
pubblico tifa già per lei, commosso dagli sforzi di questa tenace
eroina, apparentemente fragile. Mentre tutti si aspettano una gara di
recupero, arriva il boato. Perché i due atleti cinesi hanno preparato
una gara pazzesca, con scelte curiose e un’esecuzione splendida:
si scatenano fotografi e applausi, mentre Dan, ancora triste, a gara
conclusa, si affretta a mettere del ghiaccio sul ginocchio.
Poi la sorpresa: 189,73 punti. Vuol dire una cosa: medaglia
d’argento. E allora vedi lo stupore negli occhi di questa
ragazza che si è librata in alto, con la grazia di una farfalla e il coraggio
della Cina che avanza. Il pubblico è in delirio.
La medaglia d’oro va agli atleti russi Tatiana Totmianina
e Maxim Marinin, miglior punteggio, ottima gara, successo
pronosticato.
Ma è stata la giornata di Dan. Un esempio di coraggio per tutti.
VADEMECUM
L'esperto risponde
Francesco di
Firenze ci scrive:
Vorrei chiederle dei chiarimenti riguardo alla prassi da
seguire per diventare pubblicisti.
Da poco si sta concludendo il mio primo anno di collaborazioni
con due testate diverse, un quindicinale e un bimestrale.
Concretamente, per far partire la pratica di pubblicista cosa
devo fare? Cosa invece spetta al mio editore? Le ricevute dei
pagamenti da presentare all'Odg devono essere consegnate
soltanto al termine dei due anni? Quanto influisce la natura
della rivista (bimestrale, trimestrale, ecc.) sul numero
finale di articoli da presentare all'Ordine? Se scrivo più di
un articolo per la stessa rivista, esso viene conteggiato a
parte, oppure il fatto che sia, ad esempio, un bimestrale, mi
limita di per sé nel raggiungimento del risultato?
Infine,l'editore, data l'esiguità della somma, mi ha chiesto
di effettuare una sola ricevuta per il pagamento di tutti i
pezzi da me scritti in un anno sulla rivista; ciò potrebbe
non essere ritenuto valido dall'Odg?
Risponde Filippo Bisleri:
La domanda di pubblicista si articola su una cartelletta
predisposta dagli Ordini regionali e si compila al termine del
secondo anno di collaborazione. Nella domanda dovrai allegare
una dichiarazione del direttore sulle tue collaborazioni per
24 mesi e una per gli articoli eventualmente siglati o non
firmati o apparsi con firma o sigla sbagliata. Tali
dichiarazioni devono essere fatte da ogni direttore di testata
con cui si collabora. Solitamente gli ordini chiedono tra i 40
e i 60 articoli, e si possono sommare anche articoli di varie
testate. Il tutto con il vincolo che tra il primo e l'ultimo
articolo vi siano 24 mesi solari. Più articoli per una stessa
rivista vengono conteggiati numericamente. Mi spiego: tre
articoli sullo stesso numero valgono tre articoli ai fini
della domanda.
Sulla ricevuta per i pagamenti, l'Ordine non accetta una sola
ricevuta annuale. Ne servono almeno due. Questo perché poi
dovrai iscriverti all'Inpgi2 (previdenza integrativa).
Maria di Roma ci chiede:
È vero che si può diventare direttori responsabili di una
rivista scientifica con qualche scorciatoia?
Risponde Filipo Bisleri:
Una sola scorciatoia legale: iscriversi all'elenco speciale
versando la relativa quota. Spero di aver inteso bene. Altri
artifici machiavellici non ne conosco.
Marialucia di Vico del Gargano ci interpella:
Il comandante dei Vigili urbani del mio comune si è
rifiutato di rispondere a delle mie domande perché non sono
iscritta all'Albo. Ma io, in forma gratuita, sto collaborando
con un mensile quotidiano locale che non ha costi e che si
mantiene grazie agli spazi pubblicitari. Non sono iscritta
all'Albo dei giornalisti perché non sono neanche pubblicista,
ma ci tengo a precisare che nel passato numero di novembre il
comandante dei Carabinieri della Compagnia di Vico del Gargano
mi ha invece rilasciato una intervista.
Risponde Filippo Bisleri:
La non iscrizione all'Ordine e la collaborazione gratuita, in
effetti, possono consentire all'intervistato di non concedere
dichiarazioni. Anche perché il giornalista è responsabile
anche per le dichiarazioni che rilascia l'intervistato e,
qualora chi scrive non sia un giornalista, la responsabilità
passa in capo al direttore della testata. Direttore che, in
periodo di collaborazione, dovrebbe annunciare personalmente
via telefono o tramite un suo redattore giornalista la
necessità di realizzare l'intervista e segnalare il tuo
nominativo... Alternativa è presentarsi all'intervistando
come collaboratrice della testata senza definirsi giornalista
onde non incorrere nel reato di usurpazione di titolo. A tua
difesa puoi solo invocare il diritto di cronaca e scrivere un
pezzo segnalando altri dati e avvertendo i lettori che quelli
che mancano non sono stati rilasciati, per meri motivi
burocratici, da chi di dovere.
Luca di Cuneo ci scrive:
Ho 19 anni e mi piacerebbe svolgere la professione di
giornalista, in particolare di inviato di guerra. Se ho capito
bene per diventare giornalisti professionisti occorre svolgere
un praticantato di 18 mesi, essere in possesso di una laurea
almeno triennale, superare l'esame di Stato che si può
preparare solo dopo aver compiuto i 21 anni. Giusto? Volevo
sapere se ci sono dei libri su cui studiare per superare
l'esame o quali sono le discipline richieste. E poi, come si
fa ad entrare in una redazione telegiornalistica? Ci sono dei
concorsi pubblici? Le scuole di giornalismo o i master
universitari sono obbligatori da frequentare?
Risponde Filippo Bisleri:
Tutto quanto dici sull'Esame è giusto. Per i libri ce ne sono
alcuni preparati dall'Ordine dei giornalisti (www.odg.it) e
reperibili anche sul sito www.agendadelgiornalista.it.
Esiste anche Il codice dell'informazione di Franco
Abruzzo (info@francoabruzzo.it). In redazione si entra per
concorsi se si tratta di realtà come la Rai, o con domande o
stage in altre come Mediaset. Scuole di giornalismo e master
universitari sono raccomandati, non ancora obbligatori come i
corsi degli Ordini in preparazione all'Esame di Stato.
Monica di Torino ci chiede:
Ho scritto già un centinaio di articoli per un notiziario
scientifico online. Sto percorrendo la strada giusta per
diventare giornalista pubblicista nel settore scientifico?
Cosa dovrei eventualmente fare per l'iscrizione all'Albo?
Risponde Filippo Bisleri:
La strada è quella giusta. Ora contatta il tuo Ordine
interregionale del Piemonte e della Valle d'Aosta (www.odg.it,
link Ordini regionali) e chiedi la documentazione ad
hoc. L'importante è che tu possa disporre di pagamenti per 24
mesi solari. Poi ti diranno loro, all'Ordine, come si
comportano con gli aspiranti giornalisti pubblicisti.
EDITORIALE Libertà
di informazione e monopolio tv di Silvia Grassetti
Sulla scrivania del Garante della Concorrenza italiano, Antonio Catricalà,
c’è un’istruttoria sul conflitto d’interessi e sui decoder. Sulla
scrivania del ministro delle Comunicazioni, Mario Landolfi, c’è la
richiesta della Commissione Europea di far luce sulla Legge Gasparri.
L’iniziativa di Bruxelles vuole accertare innanzitutto com’è che il Governo
italiano abbia consentito solo agli operatori già presenti sul mercato
della tv analogica di partecipare alla ripartizione delle frequenze per
il digitale terrestre.
Ma dalla Commissione Europea vogliono anche sapere perché il ministero non
abbia attuato il piano di assegnazione delle frequenze analogiche,
rendendo quasi impossibile ai nuovi operatori «il reperimento delle risorse»
per il digitale terrestre.
Si chiede, infine, se esista un tetto oltre il quale gli operatori leader sul
mercato italiano non possano spingersi, nella raccolta «di licenze d'operatore
per il digitale e di frequenze destinate alla radiodiffusione televisiva».
In parole povere: come mai quelle aziende che avevano una posizione
predominante nel settore televisivo attraverso la Legge Gasparri tendono a mantenerla
e consolidarla?
Intanto che il ministro Landolfi elabora risposte convincenti, che inducano
l’UE a non aprire una vera e propria procedura nei confronti dell’Italia, il
Garante Catricalà, affiancato, tra gli altri, da Antonio Pilati - secondo le
malelingue, il reale autore della Legge Gasparri, è alle prese con l’istruttoria
che ha dovuto aprire sulla base di un’interrogazione al ministro Landolfi,
presentata da alcuni senatori di centrosinistra, tra cui l’ex consigliere di
amministrazione Rai Luigi Zanda.
L’interrogazione faceva notare come sia curioso che i decoder per il
digitale terrestre, obbligatori dalla Legge Gasparri in poi, a cominciare da
Sardegna e Val d’Aosta, siano commercializzati dall’azienda del fratello
del premier, Paolo Berlusconi, e possano essere acquistati con contributi
economici stanziati dallo Stato: è tutto normale, chiedevano già lo
scorso novembre i senatori del centrosinistra, tenuto conto che in Italia esiste
una legge sul conflitto di interessi?
Forse sì: Berlusconi era uscito dall’aula al momento della votazione,
e l’attuale normativa sul conflitto d'interessi esclude la possibilità di
intervenire se il titolare di cariche di governo è assente nel momento
dell’«adozione di un atto».
I rischi ipotizzati, dunque, sarebbero due: il monopolio televisivo, e
l’affermazione degli interessi di “pochi” privati sugli
interessi pubblici. Un quadro che, se confermato, metterebbe in serio dubbio la
possibilità per i cittadini italiani di essere informati in modo corretto e
veritiero.
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