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Telegiornaliste anno II N.
9 (41) del 6 marzo 2006
MONITOR
Patrizia Fontana, tgista eclettica di Filippo Bisleri
È senza dubbio una giornalista versatile, dinamica, amante
delle tecnologie. Tanto da essere una redattrice del teletext di Mediavideo,
una conduttrice e una valente giornalista della squadra del Tgcom.
Patrizia Fontana com’è diventa una giornalista? Per amore?
«L'amore per questo lavoro mi è venuto quando avevo quattordici anni. Con la
scuola incontrammo Madre
Teresa di Calcutta . Gli organizzatori chiesero agli studenti di fare una
domanda alla suora, ma nessuno aveva il coraggio di cominciare. Io mi alzai e
per prima le chiesi - lo ricordo ancora - come era stato accolto il
cristianesimo in un paese a maggioranza indù.
Non ricordo la risposta perché ero troppo emozionata, ma quel giorno ho capito
che avrei voluto fare questo lavoro perché mi consentiva di entrare nella vita
delle persone e indagare gli eventi. Trovo che sia una cosa affascinante».
Cosa ti piace di più della professione giornalistica?
«Mi piace conoscere la gente e sentire cosa pensa. Mi piace
essere lì a dare la notizia a quelli che non sanno quello che è successo. Mi
dà un brivido che nient'altro è in grado di darmi».
Quali sono gli argomenti che preferisci affrontare?
«Mi piacciono gli argomenti scientifici. L'astronomia, la biologia,
la medicina. Il mio sogno è condurre una sorta di Tg Leonardo o La
macchina del Tempo. Non oso dire Quark».
Hai una preferenza per il giornalismo televisivo o ti piacciono anche altri
media come la carta stampata o le radio?
«Nella mia carriera ho fatto un po' di tutto tranne la radio. Preferisco il giornalismo
televisivo perché credo che con le immagini si possano comunicare elementi
in più, cosa che la carta stampata non consente. Un servizio che feci per il Tg4
sul Lago di Aral che si stava prosciugando».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo?
«Si impara un po' da tutti. I miei primissimi sono stati Emilio
Fede e Paolo
Liguori».
Tra colleghi e colleghe chi apprezzi di più?
«Tra le giornaliste televisive certamente Maria
Luisa Busi, Marina
Dalcerri, e Cristina
Parodi . Hanno un'intonazione nel porgere le notizie che è quasi
ammaliante. Non si può non starle ad ascoltare. Mi ispiro a loro».
Molti sono i giovani che vorrebbero fare i giornalisti. Quali consigli
daresti loro?
«Se il desiderio che hanno è veramente forte, non devono lasciarsi
abbattere dalle difficoltà che pure sono tante. E poi un pizzico di
umiltà non guasta. Grazie a questa non si smette mai di imparare e quindi
di migliorare».
CRONACA IN ROSA
Corteggiatori d'America, tremate! di Stefania Trivigno
Nel 2005 la Corte
di Cassazione si è espressa in via definitiva contro un
funzionario di Caltanissetta
che, tre anni prima, non si limitava a svolgere il proprio lavoro. Da
semplice esattore fiscale, infatti, si trasformava abilmente in un latin
lover disperato. L'uomo corteggiava colleghe e utenti del
gentil sesso oltrepassando i limiti della decenza.
"Violazione dei doveri di disciplina, di moralità e dignità del
dipendente" è l'accusa costata il licenziamento
all'esattore siciliano.
Denunce per molestie nei luoghi di lavoro ce ne sono a
bizzeffe, senza contare i casi in cui la vittima tace per evitare
ritorsioni che, nella migliore delle ipotesi, implicano una riduzione
di incarichi e dunque di stipendio.
Negli Stati Uniti, la California,
già famosa per aver introdotto nelle scuole il no-contact - divieto
di qualsiasi contatto intimo fra studenti - è intervenuta
sulla questione con un altro provvedimento.
Le troppe denunce e querele per molestie, seguite da ingenti risarcimenti
in denaro a carico dell'azienda, hanno reso indispensabile una
nuova legge emessa dalla Corte
Suprema.
Il provvedimento stabilisce che periodicamente, nelle aziende con un
minimo di 50 dipendenti, siano svolti dei corsi
"anti-flirt". Le lezioni si svolgeranno ogni due anni e
avranno una durata di due ore ciascuna.
Inimmaginabile quello che si racconterà in aula. Quali saranno le
domande rivolte ai dipendenti? Forse se hanno mai guardato con
attenzione la collega della scrivania accanto o se hanno mai
dimostrato un interesse particolare per un'altra.
Un paradosso che può nascere solo negli USA: evidentemente non
soddisfatti di essere già i paladini della democrazia nel mondo,
adesso si mettono anche a dettar legge sulla morale negli uffici.
Un dipendente sposato tradisce la moglie flirtando durante l'orario di
lavoro? Da oggi il problema lo si risolve american style.
CRONACA IN ROSA
Padova,
squillo alla finestra di Valeria Pomponi
Quartiere hard sì, ma con un po' di decoro. L'hard olandese
vanta le sue donnine in vetrina, esposte come merce per i lussuriosi,
ma anche Padova
non è da meno. Nella città del Santo, via Confalonieri è diventata
una vera e propria zona a luci rosse.
Le donne di vita, per lo più giovanissime extracomunitarie, non
affollano, come la tradizione vuole, strade e marciapiedi, ma sono
comodamente adagiate su balconi e finestre in attesa dei loro clienti.
L’alto numero di appartamenti occupati dalle lucciole
in zona Pescarotto, ha scatenato forti reazioni da parte degli
abitanti, che hanno chiesto l'intervento del Comune. Ivo
Rossi, assessore alla Mobilità del Comune di Padova, ha attuato
“misure deterrenti innovative a titolo sperimentale” per
arginare il problema. Dalle 22.00 alle 5.00 del mattino successivo
l'accesso alla "zona del sesso" è consentito ai soli
residenti, e i trasgressori riceveranno una sanzione di 71 euro.
L'esercizio della prostituzione in via Confalonieri ha causato l’esodo
dei residenti con conseguente abbassamento dei prezzi delle case.
Chi ci ha guadagnato? Gli speculatori. Che acquistano a poco
prezzo gli appartamenti e li affittano alle lucciole, col risultato di
incrementare il giro della prostituzione.
Dal fronte politico, giungono le prime polemiche. L'assessore
regionale alle Politiche Sociali del Veneto, Antonio
De Poli, ha espresso «preoccupazione per una situazione che
ghettizza una zona della città, rendendola senza legge e
consegnandola in mano alla criminalità» e «condanna per il
ripresentarsi alla cronaca di un triste fenomeno sociale come quello
della prostituzione che, oggi come oggi, rimane sostanzialmente un
problema di schiavitù».
L'esponente di punta del Comitato per i diritti civili delle
prostitute, Pia Covre, sostiene senza mezzi termini il
riconoscimento della prostituzione come lavoro, con relativi
diritti. E afferma: «Se non si vuol tollerare che nelle città
l'offerta del sesso sia diffusa, bisogna accettare l'idea di istituire
zone ad hoc. Personalmente, però, trovo illusorio pensare che i
quartieri a luci rosse siano la soluzione».
La questione infervora gli animi ma la soluzione del problema
è ancora lontana: dalla politica, al di là delle tante
polemiche, non sembrano arrivare proposte concrete.
CRONACA IN ROSA
IL MONDO DELLE DONNE Vittime familiari di Erica Savazzi
Paola
Costa, 44 anni, uccisa a martellate. Chiara Clivio, 27 anni,
giustiziata con un colpo di pistola alla testa. Elena
Fioroni, 31 anni, punta da un’iniezione avvelenata. Antonia
Daprano, 53 anni, colpita dai pallini di un fucile da caccia. Silvia
Dragna, 40 anni, e Loredana
Mattana, 36, accoltellate.
Sono i nomi delle vittime degli ultimi giorni, morte per mano di
mariti o di ex-compagni.
Una strage di famiglia, silenziosa, strisciante. La famiglia serena,
senza problemi, la coppia affiatata, le “brave persone” che
diventano killer. Inspiegabilmente. Perché fino a qualche
attimo prima tutto andava bene. Poi un litigio, un licenziamento, una
separazione e la follia. Basta poco, e la donna è la vittima.
Poi ci sono i casi prevedibili, e quando l’inevitabile è
successo si scoprono denunce per molestie o maltrattamenti ignorate.
È stato il caso di Deborah
Rizzato, 23 anni, perseguitata per anni da Emiliano Santangelo,
l’uomo che l’aveva violentata da ragazzina e che, uscito di
prigione, l’ha uccisa mentre andava a lavorare.
È il caso di Chiara
Clivio, che aveva denunciato due volte l’ex compagno, Antonio
Palazzo, che a sua volta aveva già tentato di uccidere un’altra
fidanzata che l’aveva lasciato per i maltrattamenti subiti.
Sei casi in una settimana. E anche le statistiche prendono atto del
problema: secondo lo studio curato da Eures e Ansa «L'omicidio
volontario in Italia», nel 2004 ci sono stati 187 omicidi
“casalinghi” (erano 201 nel 2003), nel 68,4% dei casi le vittime
erano donne, e l’80,4% dei carnefici uomini.
Nel 23% dei casi il movente è di natura passionale, in un
altro 23% la causa sono liti e contrasti all’interno della
famiglia. I disturbi psichici sono rilevanti nel 12,8% dei
casi, per il 9,6% emergono futili motivi, per l’8,6% il delitto è
dovuto a un raptus, e per il 6,4% a una situazione di disagio
della vittima stessa.
Una situazione complessa quindi, dove sovente si cela una depressione
non diagnosticata, come nel caso dell’uomo che, perso il lavoro per
la crisi del pollame, si sentiva responsabile della rovina della sua
famiglia, fino ad arrivare all’omicidio - suicidio. Ma troppo spesso
si sente anche parlare di uomini che uccidono mogli o fidanzate che li
hanno lasciati: motivi passionali, si dice, ma che mostrano una
concezione della donna come oggetto di proprietà
dell’uomo, che deve essere punita se decide di allontanarsi.
FORMAT A pranzo con gli antenati di Nicola Pistoia
Un viaggio indietro nel tempo, tra i fasti imperiali o tra i
feudi medioevali, alla riscoperta di sapori ormai spenti e profumi
ormai svaniti. Questo è il sunto del nuovo programma partito su Alice
Tv, canale satellitare di Sky dedicato alla gastronomia, e
che viene trasmesso ogni giovedì sera alle 21.00.
, questo il titolo dello show, si
propone di far conoscere ai telespettatori i piatti storici,
quelli che sono alla base della cucina moderna, per apprezzare ancora
meglio quello che mangiamo.
Il racconto delle invenzioni e delle trasformazioni del
cibo, dalle cucine dei castelli medievali alle tavole dei
popoli latini, dalla cucina di magro dei cavalieri templari
all’ abbondanza dei banchetti del principe rinascimentale,
fino alla novità dei prodotti importati dal Nuovo Mondo e ai trionfi
delle cucine contemporanee.
E ancora, la trasformazione delle sostanze naturali: nate come
medicamento salvatore, divenute ingredienti insostituibili nella
cucina di ogni epoca.
Il tutto sotto il rigido controllo di gourmet e specialisti di
gastronomia storica, in ambienti che evocano sensazioni lontane ma
sempre vive.
Una serie di personaggi tra figuranti, storici e autori che
hanno creduto nella realizzazione di un format nuovo, originale
e ben fatto.
Tra questi è d’obbligo citare chi fin dall’inizio ha sostenuto il
progetto e lo ha portato avanti con amore e dedizione.
Parliamo di Alex Revelli Sorini, ideatore e conduttore della
trasmissione, nonché esperto di gastronomia storica, e di Susanna
Cutini (sua moglie, ndr), direttore del portale Taccuini
storici, esperta di gastronomia storica e autrice del programma. L'abbiamo intervistata.
Come mai questo connubio, insolito per certi aspetti, tra storia e
cucina?
«Senza dubbio perché sono appassionata sia di una cosa che
dell’altra. Amo cucinare e adoro la storia. Mi piace capire i perché
delle cose. Di certo la gastronomia è storia e la storia del passato
è legata alla cucina moderna perché, inevitabilmente, l’ha
influenzata. Fin dalla notte dei tempi i diversi piatti venivano
associati ai grandi personaggi storici, che fossero Giulio Cesare o
Napoleone. E quando si parla di gastronomia non si fa riferimento solo
ed esclusivamente alla cucina, ma ad una serie di elementi come la
tradizione, gli usi, i costumi e le leggende».
Come mai hai scelto la tv satellitare piuttosto che quella in
chiaro?
«Il nostro intento, in verità, non è tanto quello di sbancare l’Auditel,
come spesso accade per i programmi che vengono trasmessi sulle reti
nazionale, bensì di offrire un programma nuovo, intrigante e che
solletichi la curiosità dei telespettatori. Per cui puntiamo sulla
qualità invece che sulla quantità. E poi il direttore di AliceTv,
come donna, è stata entusiasta di appoggiare la nostra idea».
Cosa pensi dei tantissimi programmi che ogni giorno ci riempiono di
ricette, talvolta inutili?
«Non amo dare giudizi negativi. Vorrei esprimermi, comunque, su un
programma in particolare, che è forse anche quello più importante
che parli di cucina: la Prova del Cuoco di Antonella Clerici.
Trovo il programma molto divertente, poi Antonella è simpaticissima.
Interessante la gara dei cuochi... e poi? La gente ha bisogno di
curiosità. In antichità il risotto era definito giallo, oggi è alla
milanese, perché? Quindi, non di una curiosità eccessivamente alta,
ma sfiziosa. Per capire come si sono tramandate quelle ricette, magari
in che periodo storico sono nate. Scoprire i perché della loro
origine».
E della cucina moderna?
«Non posso che amare la cucina moderna, visto che è una
trasformazione di quella storica. Ma c’è un problema. Secondo me
tra qualche anno ci saranno molti più cuochi (cioè coloro che si
occupano di cucina dal punto di vista professionale) che donne ai
fornelli. Soprattutto ci saranno sempre meno persone (a causa anche
della vita frenetica) che apprezzeranno il valore della ricette della
nonna, il valore delle tradizioni».
FORMAT
Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i – di Filippo Bisleri
Bravissima
Paola
Rivetta del Tg5, che sta confezionando una serie di servizi da antologia
giornalistica e delle ottime conduzioni. Davvero una
telegiornalista molto brava e in grado di affrontare al meglio
le svariate sfide professionali. Ottima. "9".
Sta ben figurando, in queste settimane, anche David Sassoli.
Buone conduzioni del tg in una fase, quella dell'avvio della
campagna elettorale, certamente non facile per un Tg1
che, per dirla con Mauro
Mazza, è il notiziario filogovernativo. Bravo.
"8".
L'avevamo lasciato con un "6" e Mino
Taveri, da perfezionista e professionista qual è, ci ha
prontamente risposto con due ottime performance a Diretta
stadio sempre affiancato da Elisa Triani e dalla
giornalista Mikaela
Calcagno . Complimenti Mino. "7".
Xavier Jacobelli, direttore di Qs e spesso in tv
con Italia7 Gold continua a non convincere. Notiamo però dei
segnali di miglioramento e, per questo, alziamo il suo voto. Ma
chiediamo costanza e rendimenti che sono nelle sue corde o
tornerà al semaforo rosso fisso. "6"
Forse le mancherà l'aria della prima linea, forse le mancherà
un po' il tg, fatto sta che le ultime settimane di Federica
Sciarelli, il cavaliere Federica Sciarelli, sembrano
scialbe. Non alla sua altezza. E se ritornasse al Tg3?
Una proposta: salviamo il cavalier Sciarelli. "5".
Francamente le ultime puntate di Controcampo ci hanno
deluso. E ci ha deluso soprattutto Giampiero Mughini,
sempre più narciso e insofferente alle logiche critiche piovute
sulla sua Juventus... È ora di lasciare il piedistallo, o no?
Bocciato. "4"
ELZEVIRO Arrivederci amore, ciao di Antonella Lombardi
«Mi licenzio dalla vita, sto solo cercando una liquidazione», dice
di sé Giorgio Pellegrini, ex terrorista, cinico e
spietato. La liquidazione è il prezzo da pagare alla giustizia per
poter essere reintegrato, come una persona onesta, nella società.
Secondo il Codice Penale occorrono cinque anni di buona condotta per ottenere
la riabilitazione, ma presto Giorgio (interpretato dall’attore Alessio
Boni), si renderà conto che la buona condotta, di per sé, non
sarà sufficiente.
Fuggito in America Latina, pur di avere il proprio passaporto per
tornare in Europa non esita a sparare alla schiena del proprio
compagno, latitante come lui, mentre da una vecchia radio si sente la
canzone Arrivederci
amore, ciao.
E’ il debito da saldare con gli altri guerriglieri. Giorgio spara, a
sangue freddo, senza esitazione, mentre la carcassa di un caimano,
trascinato dalla corrente di un fiume limaccioso, mette subito in
guardia lo spettatore: il rapporto vittima - carnefice sarà al
centro del film.
Consegnatosi alla polizia italiana per avere uno sconto sulla pena,
Giorgio rivela i nomi dei propri complici a un vice questore
della Digos, Anedda (interpretato da Michele Placido), «un
uomo elegante fuori, ma marcio dentro», dice Giorgio, pronto a
sfruttarlo e ricattarlo perché ormai è «proprietà della Digos»,
come gli urla in faccia Anedda.
Il rapporto tra i due sembra apparentemente solidale, anche se aspro:
carnefice e vittima, ricattatore e ricattato hanno in comune
l’assoluta mancanza di scrupoli, agiscono in coppia, ma sono
profondamente diversi; e se Giorgio è freddo, glaciale e misurato,
Anedda è reso da Placido come una macchietta concitata, dalla battuta
pronta, che a Giorgio dirà: «Tu sei cresciuto a canne e rivoluzione
ma l’eskimo te lo pagava papà, io sono cresciuto tra le pecore,
qualche volta ci ho pure dormito e ora mi chiamano dottore. Vorrà
dire qualcosa, no?».
Tratto dall’omonimo romanzo di Massimo
Carlotto, Arrivederci
amore, ciao è una storia spietata, cinica, dove non
esistono personaggi positivi al 100%: ognuno di essi riesce ad
avere solo un rapporto di forza con l’altro.
Vincono i cattivi che non hanno cedimenti, come in Match Point,
il film di Woody Allen di cui vi abbiamo riferito nel n.
39 di Telegiornaliste.
Persino la futura moglie di Giorgio, ragazza acqua e sapone che farà
da agnello sacrificale alla riabilitazione sociale del protagonista,
è figlia del proprio contesto; un po’ bigotta, sottilmente attratta
dal misterioso passato di Giorgio, non si interroga a fondo, riesce
solo a strappargli due promesse: non essere più un comunista e non
tradirla mai con una prostituta. Queste le sue preoccupazioni
principali.
Il regista, Michele
Soavi, che ha lavorato con due maestri dell’horror come Lamberto
Bava e Dario Argento, riesce a rendere bene le atmosfere dark del
libro, usa la musica come contrappunto ideale alle vicende.
Per esempio quando priva la canzone di Caterina
Caselli (che dà il titolo alla storia) della sua spensieratezza
originale per farne un lugubre presagio: «Si muore un po’ per poter
vivere».
Il regista fruga tra le pieghe di una società benestante
come quella del Nordest “locomotiva d’ Italia”, in realtà
corrotta e spietata, alla ricerca di “una peggio gioventù” che
non sa resistere al colore dei soldi. Non c’è un lieto fine,
non c’è l’ombra di un rimorso, non un accenno di pentimento. Lo
sguardo glaciale di Alessio
Boni si incolla addosso allo spettatore come la pioggia e il fango
che fanno da sfondo alla sua discesa agli Inferi.
Una storia forte, per chi ama i colpi di scena.
ELZEVIRO
Senza pregiudizi: Palazzo Crispi ospita l'arte
contemporanea di Patrizia Bracci
Dodici artisti di fama internazionale, tra i più prestigiosi nomi
del momento, popoleranno le sale dello splendido Palazzo Crispi di Napoli,
in un’esposizione di grande raffinatezza formale tesa alla ricerca visiva
contemporanea, per una mostra “senza pregiudizi”.
Un intero spazio dedicato a Fulvio Rendhell, pittore, scultore, regista,
scenografo, costumista.
Suo il pirotecnico spettacolo inaugurale dei Campionati di
Calcio del ’90: il Prometeo Incatenato di Eschilo in chiave
fantascientifica (con musiche dei Pink Floyd); sue le varie installazioni
in mostre-spettacolo sostenute da performance, esposte negli spazi Comunali
di Roma (ex Mattatoio), Ancona, Rimini (ex Fonderia), Riccione.
Rendhell è anche autore di libri in cui affronta le tematiche delle antiche
credenze arcane, alla ricerca di un irrazionale sempre presente nell’animo
umano.
Un artista poliedrico, da sempre affascinato dai simbolismi dei mondi mitici,
fiabeschi e surreali, come i labirinti di colore che catturano
l’osservatore in un universo incantato e infantile.
Ma anche altri artisti sfileranno in questa passerella napoletana: Giuseppe
Mannino, diviso tra l’impegno artistico e quello istituzionale, come
presidente del Consiglio comunale di Roma, che presenta opere “fatte di
parole”, espressione del suo percorso letterario.
O ancora Marisa Lambertini, con le sue sculture femminili animate da una
libertà dell’impulso primigenio, dove la materia quasi sembra muoversi di
vita propria e infine Tommaso Cascella, interprete della pittura italiana
contemporanea.
La mostra, ideata e curata da Antonina Zaru, sarà aperta al pubblico tutti i
giorni dal lunedì al sabato fino al prossimo 9 aprile. L'ingresso è gratuito.
Per informazioni si possono contattare i numeri 081/7618721 e 06/32507379.
TELEGIORNALISTI Pastanella,
il tgista del G8 di Genova di Filippo Bisleri
Trovare Alberto Pastanella,
dinamico caposervizio e corrispondente dalla sede di Genova
del Tg5, è
un’impresa. Alla fine, però, il meeting è riuscito, e abbiamo così potuto
rivolgere al giornalista del Tg5 alcune domande per sapere da lui come
legge la professione giornalistica e il sistema informativo in generale.
Come hai scelto di fare il giornalista?
«Quando da bambino mi chiedevano cosa volevo fare da grande rispondevo senza
esitazioni. Forse perché Topolino era giornalista. Poi ho cominciato le
collaborazioni anche per avere una specie di indipendenza economica durante
l'università. Il mestiere è affascinante e così mi è entrato nel sangue».
Cosa ti piace di più della professione giornalistica?
«Ritengo sia un privilegio "andare, vedere e raccontare" le
cose agli altri. Capire quel che è accaduto, decidere quali siano gli
elementi più importanti o interessanti di una notizia e fare da tramite perché
anche il pubblico capisca bene gli avvenimenti».
Cosa significa essere inviato di un tg nazionale come è il Tg5?
«Secondo me non c'è molta differenza fra il lavorare per un tg nazionale o uno
locale. Il lavoro di base è lo stesso. L'unica vera differenza è che per il tg
nazionale spesso occorre affrontare lunghe trasferte. Per il resto è
un'esperienza molto interessante: incontri persone, ascolti storie,
esamini la società da un punto di vista privilegiato. Ci sono lati
positivi e negativi, per me che sono timido - ad esempio - essere
riconosciuto per strada è fonte di imbarazzo».
Hai una preferenza per il giornalismo televisivo o ti piacciono anche altri
media come la carta stampata o le radio?
«Mi piacciono tutti i tipi di giornalismo: vengo dalla carta stampata, ho
collaborato con alcune radio, lavoro in tv. Sono lavori diversi nella forma, nei
tempi, nel linguaggio. Ma, sotto sotto, si tratta sempre dello stesso lavoro: raccontare
quel che succede».
Nella tua esperienza professionale hai un servizio, un personaggio o
un'intervista che più ricordi?
«Ce ne sono tanti. Ho avuto la ventura di incontrare diversi serial killer e
di raccontare le loro storie, ho trascorso venti giorni fra gli alluvionati
del Piemonte e quasi un mese in un campo accanto alla ferrovia, quando c'è
stata la protesta dei produttori di latte.
Forse l'intervista più difficile e delicata, ma anche la meglio riuscita, è
stata quella che ho fatto al carabiniere che uccise Carlo Giuliani
durante il G8
di Genova. Si trattava di raccontare la storia di due ventenni le
cui vite si sono incontrate, scontrate e spezzate in meno di un minuto, mentre
attorno a loro accadevano cose molto più grandi di loro».
La tua amica e collega, Anna Maria
Chiariello, ha parlato del cronista, dell'inviato, come di colui o colei che
ama sporcarsi ancora le scarpe di fango. Ti ritrovi in questa definizione?
«La fatica del cronista è quella di correre contro il tempo, soprattutto in
tv. E se fra te e la notizia c'è un mare di fango? Beh, lo attraversi senza
starci tanto a pensare sopra».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo?
«Giampaolo Rossetti, mio primo caporedattore della cronaca al Tg5,
purtroppo scomparso, su tutti. Ma anche Massimo Zamorani, un tempo capo
della redazione genovese del Giornale, è stato fondamentale. Purtroppo
maestri, nel senso di colleghi più esperti disposti a condividere il proprio
sapere con i giovani, nella nostra professione ce ne sono sempre meno. Tutti
hanno troppa fretta».
Tra colleghi e colleghe chi apprezzi di più?
«Qui a Genova ci sono molti ottimi cronisti, e ne ho incontrati molti
nel mio girovagare professionale. Ho trovato giornalisti bravi e intelligenti ad
Alessandria, Piacenza, Bologna, Milano, in Veneto. E non sempre lavoravano per
grandi testate. Colgo l'occasione per ringraziare tutti coloro che mi hanno dato
una mano, ma sarebbe ingeneroso e sbagliato fare una classifica».
Quali ritieni possano essere le difficoltà, per un giornalista, nel
conciliare lavoro e famiglia?
«Un cronista deve avere una famiglia molto comprensiva. Se mia moglie
non lo fosse non sopporterebbe le telefonate nel cuore della notte, le trasferte
organizzate all'ultimo minuto e sempre di corsa, le cene con gli amici
annullate, i giorni di Natale da sola. L'inviato è una specie di zingaro.
E se la famiglia regge, gran parte del merito è del tuo compagno o compagna».
Molti sono i giovani che vorrebbero fare i giornalisti. Quali consigli
daresti loro?
«Il giornalismo "entra dalle scarpe" . Occorre affrontare con umiltà
il lavoro e ogni servizio come se fosse da prima pagina. Una delle mie prime
inchieste fu sulla scomparsa dei vespasiani dal centro di Genova. E fare la
cronaca della seduta di un consiglio di quartiere o di una seduta della Camera
è assolutamente la stessa cosa. Bisogna avere molta disponibilità,
molta voglia di lavorare e soprattutto molta umiltà».
OLIMPIA Lo
spirito olimpico di Mario Basile
Tutti sanno che l’Olimpiade è il massimo per un atleta.
Parteciparvi è motivo d’orgoglio. E’ un privilegio poter
respirare quell’aria di lealtà e di sportività che rende tutto
magico. In poche parole, è bello sentirsi avvolti dallo spirito
olimpico.
Quello stesso spirito citato nel giuramento
che si legge durante la cerimonia d’apertura. Molti pensano che le
parole del giuramento siano solo una formalità. Pochi sanno che in
esse c’è l’essenza della manifestazione. Sono loro,
infatti, a spiegare il grande potere dei giochi olimpici: l’essere
capace di dare credibilità e prestigio ad ogni
disciplina sportiva, anche a quella che continuamente perde la faccia.
Purtroppo, in ogni Olimpiade, pare che qualcuno non ascolti queste
parole. E’ capitato anche a Torino 2006. A sconvolgere l’armonia
dei giochi sono arrivati il solito doping e la riammissione
da parte del Tas di Isabella Dal Balcon.
Alla vigilia dei giochi dodici
atleti hanno valori ematici fuori norma. Niente prova che siano
dopati: i valori ematici non cambiano solo con l’assunzione
di sostanze proibite. Tutti vengono fermati per precauzione, ma il
numero elevato fa nascere qualche sospetto.
Il primo caso di doping accertato arriva dopo pochi giorni.
Protagonista la biatleta russa Olga
Pyleva, a cui viene ritirata la medaglia d’argento
conquistata il giorno prima nella sua disciplina. Squalificata per due
anni, la Pyleva decide di ritirarsi.
In Italia il doping è punito dal Codice penale: scattano così
le indagini dei Carabinieri dopo alcune segnalazioni fatte
direttamente dalla Wada,
il massimo organo mondiale antidoping. E puntuale arriva lo scandalo.
I Nas compiono un blitz notturno, in stile Giro
d'Italia, negli alloggi dei fondisti austriaci. Ci trovano
siringhe e medicinali sospetti. Due atleti addirittura si danno alla
fuga, così come Walter Mayer, ex commissario tecnico della
nazionale austriaca di fondo.
Mayer, squalificato fino al 2010 perché coinvolto in una vicenda di doping
ematico, verrà poi arrestato in Austria il giorno dopo e subito
licenziato dalla Federsci austriaca. Ma che ci faceva un tecnico squalificato
dal CIO e non accreditato nell’albergo dei fondisti
austriaci? Intanto i test effettuati sugli atleti danno tutti esito
negativo. Tuttavia anche il semplice possesso di sostanze
dopanti è punibile, ed in questo senso stanno lavorando gli
inquirenti.
Singolare, invece, la storia di Isabella Dal Balcon. La
vicentina, esclusa dalla squadra italiana femminile di snowboard, ha
presentato ricorso al Tas contro la sua mancata convocazione.
Il Tribunale Arbitrale dello Sport ha accolto la richiesta ed
ha ordinato alla Fis e al Coni di mandare a casa una delle atlete già
convocate per farle posto.
In un primo momento la scelta era caduta su Corinna Boccacini,
ma, anche in questo caso, è stato decisivo il Tas. Sollecitato dal
padre della ragazza, il tribunale ha decretato l’esclusione di Lidia
Trettel. L’atleta trentina, così come il Ct Peri, ha accettato
a malincuore la decisione. Per la cronaca, la gara non ha visto
brillare nessuna delle nostre atlete. Ironia della sorte, la migliore
tra esse è stata proprio la Dal Balcon.
Brutte storie di una bella Olimpiade. Se il doping purtroppo si
conferma uno dei mali dello sport in generale, il caso della
Dal Balcon apre scenari inquietanti, anche se le Federazioni
hanno già messo a punto dei regolamenti che proteggono le decisioni
dei tecnici.
Pensate se Baggio avesse avuto la stessa idea quattro anni fa,
quando cercava disperatamente la convocazione
ai Mondiali. Il Tas l’avrebbe aggregato alla truppa di Trapattoni,
che poi avrebbe dovuto lasciare a casa qualcun altro, il quale a sua
volta avrebbe presentato ricorso.
E così via. Provocazioni a parte, il continuo intervento di giuristi
e avvocati nelle scelte tecniche avrebbe un effetto devastante
per lo sport. La speranza è che la vicenda rimanga isolata. E intanto
lo spirito olimpico è andato a farsi benedire.
OLIMPIA Santi,
poeti e... pattinatori di Tiziana Ambrosi
Cala il sipario sulle Olimpiadi
di Torino e, per forza di cose, anche su tanti sport che tornano alla ribalta
solamente ogni quattro anni. E molto spesso solo se l'Italia arriva a
medaglia.
Un Paese, il nostro, dove il tg sportivo della Rai, in una finestra
all'interno delle Olimpiadi e con la freschissima
medaglia di Enrico Fabris, continua ad essere interamente incentrato sul
calcio, rasentando persino il gossip.
Spesso durante le settimane dei Giochi si parla e si straparla del cosiddetto "spirito
olimpico". Tanta retorica. Anche troppa. Però qualche autentica storia
di Sport con la S maiuscola si incrocia.
Tra le grandi figure di questi Giochi, come non ricordare l'azzurra Gerda
Weissensteiner, campionessa olimpica di Lillehammer nello slittino,
capace - dopo svariate peripezie, dalla morte del fratello pochi giorni dopo la
vittoria nel '94 al furto della medaglia - di riadattarsi nel bob
a due, in coppia con Jennifer
Isacco.
Una discesa di bronzo che per Gerda, 37 anni appena compiuti, vale quanto
un oro.
Ancora: Michaela Dorfmeister, sciatrice tedesca, alla sua ultima
Olimpiade e a fine carriera, che scendendo dai ripidi versanti del Sestriere,
sapendo di non aver niente da perdere, riesce a centrare due medaglie d'oro
(Libera e Super G), staccando di molto favorite ed atlete più giovani.
La cinese Dan Zhang che, dopo una rovinosa caduta nel pattinaggio di
coppia, cocciuta, stringe i denti e con un ginocchio dolorante conquista una medaglia
d'argento dopo un esercizio fatto di volteggi e salti come nulla fosse.
Senza dimenticare due tra i personaggi più puliti di Torino: Enrico
Fabris e Giorgio
Di Centa.
Poche parole e tanta forza di volontà e di sacrificio che valgono due medaglie
d'oro a testa (ed anche una di bronzo per Fabris).
Leggendo queste storie vengono in mente altri grandissimi campioni: Giovanna
Trillini , che a Barcellona nel '92, coi legamenti a pezzi tenuti
insieme da un tutore tiene sveglia l'Italia conquistando una memorabile medaglia
d'oro nel fioretto.
O Juri Chechi,
che nel 2004, a 35 anni e dopo il ritiro dall'attività agonistica, sfida sé
stesso partecipando alle Olimpiadi di Atene e vincendo agli anelli un
bronzo, anche per lui prezioso come un oro.
Come spesso accade, chi è dato per favorito rimane senza gloria.
Accomunati da pallide esibizioni e qualche caduta Carolina
Kostner e Giorgio
Rocca. Designati come salvatori della patria alla vigilia delle
Olimpiadi, sono rimasti entrambi a bocca asciutta. Per loro solo un arrivederci
alle prossime esibizioni.
Tutti sport "minori", ma solo perchè gli sponsor sono minori.
Pochi soldi, poche piste, poca pubblicità e quindi poche nuove leve. D'altra
parte l'abbaglio del guadagno facile ottenuto calciando un pallone
stravince il confronto con il sacrificio di girare su una pista di
ghiaccio, di fare centinaia di vasche, o di andare di fondo su solitarie
montagne.
Torino 2006 rimane comunque un successo inatteso. Infatti la Rai - per la
verità sulla base delle statistiche dei Giochi di Salt Lake City, con annesso
fuso orario - ha addirittura "svenduto" gli spot pubblicitari, salvo
poi mangiarsi le mani viste le punte di share raggiunte da Rai
2 persino col curling.
Un segnale di una insoddisfatta voglia di sport. Finché a dominare sarà
il calcio, chi ama lo Sport dovrà accontentarsi delle scorpacciate biennali.
VADEMECUM
Online,
storia tutta da scrivere di Filippo Bisleri
In Italia i primi esperimenti di testate online
risalgono alla metà degli anni Novanta ad opera
dell'Unione Sarda (1994) e dell'Unità (1995).
Se l'Unione
Sarda con Nicola Grauso si vanta di essere stato
addirittura il primo quotidiano europeo online, L'Unità
rivendica di essere stato il primo giornale nazionale online.
Entrambi i progetti inizialmente consistevano nel trasferimento
in rete del giornale cartaceo, e inoltre offrivano piccole
possibilità di interattività.
Uno tra i primi quotidiani a contenere però servizi più ampi
e completi è stato Il
Sole 24 Ore, che intendeva offrire ai navigatori -
lettori un giornale più ricco e diverso da quello
cartaceo.
Repubblica.it
inizia ad essere presente in rete relativamente tardi (1996),
il che non gli ha impedito di essere oggi il quotidiano online
con il maggior numero di visitatori al giorno.
All'aumento del numero dei giornali presenti nella Rete si
accompagna anche un miglioramento della qualità e dei
contenuti dei relativi siti web.
Solo dal 2003 si è cominciato il percorso per una seria regolamentazione
delle testate online.
In Italia l'ultimo quotidiano ad andare sul web (notizia del
21 marzo 2000) è il più antico quotidiano d'Italia, la Gazzetta
di Parma, fondata nel 1735. Per ora il sito contiene
la semplice trasposizione del giornale cartaceo, ma il
quotidiano annuncia di volere fare, in futuro, molto di più
per raggiungere via rete tutti i parmigiani che vivono fuori
dall'Italia.
Accanto ai quotidiani, in molti casi locali (segnaliamo il
caso di Varesenews,
dove dal giornale cartaceo è nato, di fatto, il giornale
online otto anni fa, e sta decollando il servizio di radio
on demand), vanno segnalati i periodici a cadenza
settimanale come Telegiornaliste.
Altri, come News,
sono settimanali in edicola, ma "quasi quotidiani"
nell’online con aggiornamenti in tempo reale.
E molti continuano ad essere i quotidiani e periodici con
versioni online del cartaceo, o che sfruttano la multimedialità
per una maggiore interazione con i lettori offrendo
servizi di mailing o ricche gallerie fotografiche, sullo stile
Repubblica.it.
I dati di “visita” sono censiti dall’Audiweb.
Notevole anche il panorama estero e sportivo.
(22 – continua)
VADEMECUM
L'esperto risponde
Valentina
di Roma ci chiede:
E’ possibile iscriversi all’Albo essendo un
"giornalista" free-lance?
Risponde Filippo Bisleri:
Naturalmente. Servono le attestazioni di pagamento e le
dichiarazioni di collaborazione firmate dai direttori
responsabili delle testate con cui si è collaborato.
Barbara ci scrive:
Sono una neolaureata che vorrebbe intraprendere la carriera
giornalistica, quindi vorrei svolgere il periodo di
praticantato giornalistico, ma non so come fare. Basta
contattare le testate giornalistiche e proporsi?
Risponde Filippo Bisleri:
Cara Barbara, mi piacerebbe molto poterti dire che basta
proporsi alle redazioni. Purtroppo a riuscire ad avere il
praticantato è un sempre minor numero di persone. La situazione
sta cambiando e sta per arrivare l'accesso al praticantato per
via universitaria e per i laureati. Il mio consiglio è quello
di provare l'iscrizione ad un Istituto di formazione al
giornalismo (consiglio quello di Milano, puoi vedere al sito
Internet www.odg.mi.it)
o cominciare a collaborare con riviste. Comincia magari a
puntare al tesserino da pubblicista (24 mesi retribuiti) e poi
guardati in giro.
Marco B. di Noale, in provincia di Venezia, ci chiede:
Mi piacerebbe poter scrivere su qualche testata regionale
dove risiedo; sicuramente non come dei titolati giornalisti
della carta stampata, ma come hobby. Cercavo qualche corso
gratuito in Veneto o ancora su internet.
Risponde Filippo Bisleri:
Se vuoi scrivere come hobby contatta semplicemente qualche
redazione. Diffida dei corsi gratuiti. Al limite considera
quelli delle Università e della tua regione o contatta
l'Ordine dei giornalisti della tua regione.
EDITORIALE Una
"mutanda" da cambiare di Giuseppe Bosso
Qualcuno potrebbe dire “era ora!”; qualcun altro
“capirai, ha scoperto l’acqua calda”; ancora si potrebbe
dire che è bene sottolineare la cosa, ma che poi, se non c’è
un seguito concreto, rimangono solo belle parole e basta.
Certo è comunque che il presidente della Rai Claudio
Petruccioli ha probabilmente lanciato un monito significativo,
a testimonianza del fatto che la situazione attuale dei palinsesti
Rai, in particolare quelli della fascia pomeridiana,
l’orario in cui maggiore è l'ascolto da parte dei minori, non
può certo dirsi soddisfacente dal punto di vista gestionale del
servizio pubblico radiotelevisivo.
Si spera che a questo facciano riscontro effettivi interventi, come ha
dichiarato il portavoce del Coordinamento
nazionale dei piccoli comuni italiani, Virgilio Caivano,
che, senza fare nomi specifici, auspica una vera e propria epurazione
a Viale Mazzini.
In ogni ambito, dai dirigenti ai conduttori, dagli autori fino ai «procuratori
che», a suo dire, «con le loro scuderie hanno inaridito ed
impoverito in maniera irreversibile il servizio pubblico»; e una
maggiore valorizzazione di veri talenti e di una migliore qualità
dell’offerta ai cittadini verso i quali deve aprirsi maggiormente.
Questo è anche il parere del regista e produttore Pino Tordiglione,
promotore della Consulta nazionale della buona comunicazione,
che però non prende di mira soltanto la Rai, ma tutto il sistema
televisivo italiano, bisognoso di una rifondazione mirata
alla creatività nostrana e a una maggiore diversificazione
dell’offerta, accantonando programmi troppo simili tra loro per
non essere considerati vere e proprie fotocopie.
Certo è che quella della qualità del servizio televisivo,
pubblico o privato che sia, è una problematica portata avanti da
anni, che il tempo ha solo inasprito, e che la definizione
coniata da Petruccioli, che ha chiamato «mutanda
d'Europa» la televisione italiana, può essere interpretata
sotto tanti punti di vista, ma rimanere fine a se stessa.
I primi anni del terzo millennio sono stati caratterizzati, nel
nostro Paese, dall’avvento dei reality show, sempre più
trash e non certo la massima espressione in fatto di qualità.
In bene o in male, comunque, se ne parla, e se ne parlerà sempre.
E per quanto li si voglia prendere di mira ormai sono una realtà
consolidata non solo dei nostri palinsesti, ma del nostro quotidiano.
Come dimenticare la definizione coniata anni fa dalla consorte del
presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, signora
Franca, che definì «deficiente»
la nostra televisione?
Per non cadere troppo nella retorica ed evitare i tanti,
troppi, discorsi da salotto che hanno animato e animano i
dibattiti sul tema, ci vogliamo limitare a due considerazioni.
Prima di tutto è bene non fare di tutta l’erba un fascio: che
il trash e la volgarità siano connotati presenti in molte
trasmissioni, anche di punta, non è purtroppo un mistero; ma accanto
a questi ci sono anche (ed è questo forse il punto dal
quale partire per una riorganizzazione qualitativa) personaggi e
programmi, non valorizzati, che hanno saputo esprimere quella
qualità che tanto preme a Petruccioli e Caivano, e che
meriterebbero maggiori spazi.
In secondo luogo, se i cosiddetti “programmi mutanda” vanno
tanto per la lunga, parte della colpa ce l'ha il pubblico, vero
giudice della guerra degli ascolti; sono gli spettatori, con un
clic sul telecomando, a indirizzare le loro preferenze su
questo o quel canale, sul programma dove c’è la valletta con la
generosa scollatura, o su quell’altro dove si assiste al
“dibattito” tra i due “opinionisti” di turno - condito
spesso da parolacce e situazioni che sfiorano la rissa.
Sarebbe forse il caso che la “riorganizzazione” partisse
prima di tutto nella mente dei destinatari del messaggio
televisivo, che dalla penna degli autori.
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