Archivio
Telegiornaliste anno II N.
10 (42) del 13 marzo 2006
MONITOR
Balestrieri,
donna dei motori di Tiziano Gualtieri
Federica
Balestrieri, bresciana, giornalista professionista dal 1995,
è il volto di riferimento della Formula 1 sui canali Rai,
e inviata speciale di Raisport.
Nella sua carriera giornalistica, fin da subito, si fa spazio il mondo dei
motori. La gavetta è lunga, dalle categorie minori fino all'elite del Circus
della Formula 1, ma trova spazio - e non solo nel suo lavoro – anche il
calcio. Scorrendo il suo curriculum si legge, infatti, che ha realizzato anche
tanti servizi di calcio per Dribbling e per la Domenica Sportiva.
Federica, iniziamo subito con una domanda a bruciapelo: calcio o Formula
1? E perché?
«Formula 1, senza dubbio. Al calcio mi hanno prestata per
qualche anno. È un ambiente molto più provinciale di quello della
Formula 1 e molto più disorganizzato. Si lavora peggio. L'unica cosa positiva
della mia esperienza nel calcio è che ho conosciuto mio marito, agente di
calciatori».
In un certo senso sei entrata nella storia. Da due stagioni sei la prima
donna a condurre - da sola - un programma di motori (Pole Position, ndr).
Perché la donna viene affiancata ai motori solo sulle copertine dei giornali,
nei paddock o nelle fiere?
«È un ambiente particolarmente maschilista, e non aiuta che ancora
oggi ci siano donne che pur di arrivare si prestano a comportamenti non
professionali. Alla fine la loro immagine esce di più di quella di chi lavora
con serietà e preparazione. Sono un cancro per la categoria delle donne in
generale, non solo in Formula 1».
Secondo te, in campo sportivo, nonostante il passare degli anni, c'è ancora
difficoltà a dare fiducia al giornalismo al femminile?
«Ti faccio un esempio: quante donne oltre i quarant'anni, brutte, grasse,
magari con pochi capelli o con i capelli grigi vedi in video? Nessuna. Quanti
uomini? Una marea. Non serve fare nomi. Ma sono bravi, si dirà. Certo, ma alle
donne essere brave non basta. Agli uomini sì».
Quali sono le cose su cui punteresti se ti chiedessero di dimostrare che una
giornalista donna può seguire i motori in maniera uguale - se non migliore -
rispetto a un giornalista uomo?
«È la passione e la preparazione che conta e non il sesso.
Sarebbe come dire che un cuoco uomo cucina peggio di una donna».
Tu sei partita dal basso: nei primi anni Novanta approdi alla Formula 1
seguendo la Scuderia Italia di Brescia, la tua città natale, grazie
all'opportunità che ti è offerta dal Giornale di Brescia. Era il tuo
sogno, oppure ti sei appassionata dopo ai motori?
«Era il mio sogno. Da sempre. Allora già seguivo le corse da un anno.
La Formula 3 e i rally. C'erano parecchi piloti bresciani che ci
correvano, alcuni erano miei amici, coetanei. È da lì che è iniziato tutto».
Perché nel calcio, altro sport tradizionalmente maschile, le donne riescono
a inserirsi meglio rispetto al mondo dei motori?
«Perché ci vuole meno competenza. Di calcio parlano tutti, è uno
sport molto più facile e meno tecnico, è ben più difficile sbagliare e tutto
si perdona. Se segui i talk-show di calcio tutti dicono il contrario di
tutto. C'è molta approssimazione».
Come tutti, anche tu hai fatto la gavetta. Quali sono i pregi e quali i
difetti di seguire lo sport per un giornale locale o per una tv nazionale?
«Dai diciotto ai ventitré anni, quando l'ho fatto io, ci sono solo pregi a
lavorare in un giornale locale. Hai la possibilità di farti le ossa con molta
meno pressione che in tv. Lavori in ambienti più rilassanti e meno
competitivi. Certo oggi è diverso, in Formula 1 Bernie Ecclestone non
lo accrediterebbe nemmeno un giornalista locale. C’è una selezione bestiale,
solo duecento inviati delle più importanti testate del mondo. Ma la gavetta
è fondamentale se si vuole costruire una professionalità solida e non
improvvisata. E alla lunga paga sempre».
Per cinque anni hai "girovagato" tra i box. Qual è il pilota che
ricordi con maggiore affetto e quale quello, invece, che non sopporti?
«Ancora adesso sono in pista in tre Gran Premi all'anno e durante molti
test invernali (ha seguito anche i test di Valencia dove c’era anche Valentino
Rossi alla guida della Ferrari, ndr). I piloti sono tendenzialmente
molto più simpatici dei calciatori. Umanamente parlando, i miei preferiti sono
Giancarlo Fisichella, Jarno Trulli e Felipe Massa. Ma
anche il nuovo arrivato, il figlio di Keke Rosberg, Nico, e pure Jean
Alesi era un mito».
L'essere donna in un mondo prettamente maschile ti ha aiutata o ti ha
penalizzata?
«Come detto prima mi ha sicuramente penalizzata».
Tuo marito è un noto procuratore di calciatori: non ti è mai venuto in
mente di lasciare la Formula 1 e ritornare anima e corpo nel mondo del pallone?
«No, per carità. Detesto i conflitti di interesse, metterei in
difficoltà lui e non lavorerei bene io. E poi che noia le partite di pallone!».
Il tuo amore per i motori è sfociato nella partecipazione (insieme a
Kristian Ghedina, ndr) alla storica Mille Miglia. Di persona mi hai
confessato di ammirare fin da piccola le auto d'epoca che partecipavano alla
Freccia Rossa. Che
emozioni hai avuto una volta finita dall'altra parte?
«È stata una delle emozioni più grandi della mia vita. Davvero.
Quando ero piccola abitavo a due passi dalla partenza della Mille Miglia e
mio nonno mi portava a vedere le macchine. Chi mai avrebbe pensato che un
giorno avrei partecipato da concorrente?».
Un'esperienza che hai raccontato in un documentario che ha ottenuto la
menzione d'onore e la targa della presidenza del Senato al Festival
Internazionale Sport Movie And Tv. L'ennesima consacrazione di un lavoro
fatto bene.
«È stato un lavoro di montaggio lungo e faticoso. Lo scorso luglio tra i
quattro Gran Premi di Formula 1 e il documentario sulla Mille Miglia ho
lavorato 31 giorni su 31! Ero a pezzi, ma ne è valsa la pena. Amo molto
realizzare documentari, adesso ne ho in programma uno sulle corse americane».
Infine una particolarità. Quando non lavori ti dedichi al volontariato.
Poche settimane fa hai partecipato a una missione in Sud
Sudan . Se ti dico che una sola delle persone che hai incontrato potrebbe
stare meglio, ma devi rinunciare a qualcosa della tua carriera, cosa mi
rispondi?
«Con mio marito abbiamo trascorso due settimane nel Sud Sudan. Facciamo parte
di un'associazione di Brescia, Cesar,
che aiuta un vescovo italiano che ha tredici missioni laggiù. È stata
un'esperienza terribile ma bellissima. Laggiù hanno bisogno di aiuto e
torneremo sicuramente. Ma molto lo facciamo da qui raccogliendo fondi per
scuole e ospedali.
La mia carriera non è importante. Anzi farò presto un passo indietro per
dedicarmi alla mia famiglia e al volontariato. Già il prossimo anno. Ho già
avuto tanto dal lavoro. Ho raggiunto nello sport tutti gli obiettivi che mi ero
prefissata. Nella vita c'è anche dell'altro!».
CRONACA IN ROSA
Donna
per un giorno di Antonella Lombardi
Anche quest’anno è arrivato, puntuale come san Valentino, con i
dibattiti tra favorevoli e contrari, sostenitori e detrattori della
festa della donna. E’ l’otto marzo.
Simboli che diventano gadget: i mazzetti di mimose
venduti agli angoli delle strade, il giallo che invade le vetrine dei
negozi e i menù dei ristoranti, le serate per sole donne. Ma chi
vorrebbe davvero una società di sole donne?
Ne è passato di tempo da quell’otto
marzo del 1908, quando 129 operaie morirono in uno
stabilimento tessile di New York mentre protestavano per le
dure condizioni di lavoro, arse vive da un proprietario che
ordinò di sbarrare le porte e appiccare il fuoco.
Altri padri - padroni e altre lotte sono seguiti nel tempo.
Parità tra i sessi? No, grazie.
Oggi si parla di quote
rosa, in una triste assonanza con le quote latte, nel segno
di una politica da “riserva protetta” che non parifica ma divide,
come in una guerra dei mondi.
Torniamo a bruciare i reggiseni in piazza? Ma per favore, oggi la
sfida tra donne è a colpi di wonderbra e con quello che costano ci
penseremmo su due volte!
Se poi ci si vuole fare del male si può sempre curiosare tra alcune riviste
di costume; a giudicare da certi titoli eloquenti non
sembra ci siano stati grandi passi avanti: «Il nemico delle donne? La
cellulite. L’alleato più prezioso? Il silicone».
O ancora: «Stupiscilo con le zucchine», «Di cosa parlano le
donne quando sono in bagno», «L’alfabeto del punto G», «Torna in
forma con la dieta della patata», «Sei una bomba del sesso? Scoprilo
con il nostro test: sei Jessica Rabbit o Mary Poppins?»;
«L’idea di lavoro domestico per il tuo uomo? Alzare la gamba
affinché tu possa passare l’aspirapolvere».
E, dulcis in fundo, le serate
a tema: “No mimosa, no party”. Camerieri
travestiti da pistoleri, buffet e sushi serviti su uomini
nudi (i prezzi dei vassoi son saliti alle stelle, a quanto pare),
spogliarelli e gadget aziendali. Libertà sessuale o mercificazione
del corpo sotto mentite spoglie?
Pensateci: nella migliore delle ipotesi, la sera dell’otto marzo si
rischiava di tornare a casa con un colorato narghilè o col perizoma
di uno sconosciuto e un gran mal di testa. La conquista
della mutanda come contentino.
Meditate gente, meditate.
Allora, fateci pure la festa, ma ricordatevi di noi
anche quando domani saremo insultate mentre guideremo una macchina, o
quando cercheremo affannosamente un asilo nido che non c’è e i
vostri fiori di un giorno saranno ormai appassiti.
Infine, un pensiero solidale: alle donne che, in silenzio,
hanno cercato, o stanno cercando, da anni, di entrare nella stanza dei
bottoni.
A quelle che continueranno a chiedersi come conciliare il lavoro
col desiderio, legittimo, di maternità.
Alle donne che, pur disponendo di titoli e istruzione superiore, guadagnano
meno di un loro collega. A quelle che ce l’hanno fatta e che,
per questo, fanno ancora notizia.
Alle donne costrette a nascondere il proprio corpo sotto un burka,
per non turbare il pensiero dominante maschile. A quelle che ancora
oggi devono subire una pratica terribile come l’infibulazione;
alle bambine cinesi che non vedranno mai la luce, perché nate col
sesso sbagliato.
Alle donne che hanno lottato per le donne di oggi affinché potessero
godere del diritto di voto e del diritto di famiglia,
senza essere considerate un accessorio.
A queste e a tutte, auguri. Perché oggi è un altro giorno. E
la vita continua. Si ricomincia a lottare.
CRONACA IN ROSA
IL MONDO DELLE DONNE Più
diritti per tutte di Erica Savazzi
Eletto qualche giorno dopo gli attentati ai treni di Madrid, aveva impressionato
per aver ritirato
le truppe spagnole dall’Iraq subito dopo l’entrata in carica. È l’uomo
che rispetta le promesse, il presidente Zapatero. Anche nei
confronti delle donne, elettrici cercate e blandite che però raramente vedono
esaudite le proprie richieste. In campagna elettorale aveva promesso un aumento
dei diritti civili, e così sta facendo, grazie anche alle otto
donne (su sedici ministri) che compongono il governo.
Dopo l’approvazione dei matrimoni
gay con la possibilità di adottare bambini, dopo la modifica che ha reso più
veloce il divorzio, dopo le leggi per la protezione delle donne dalla violenza,
verrà approvata entro fine mese la Ley
de Igualdad. Beneficiarie: le donne.
Pochi ma buoni i principi del provvedimento, presentati dal ministro del Lavoro Jesús
Caldera Sánchez-Capitán. Concetto base è il principio di discriminazione
positiva, introdotto per eliminare gli squilibri: in uguali condizioni di
partenza verranno preferite le persone del sesso meno rappresentato, cioè le
donne. Le retribuzioni delle lavoratrici, generalmente più basse rispetto a
quelle degli omologhi maschi, dovranno essere portate allo stesso livello, i comportamenti
discriminatori verso maternità o gravidanza verranno pesantemente puniti,
e i padri godranno di permessi di paternità non alternativi a quelli della
madre.
Inizialmente l’adesione alla normativa sarà volontaria, ma le aziende con più
di 250 dipendenti saranno caldamente invitate a rispettarla. Dopo
quattro anni la norma diventerà probabilmente obbligatoria per
tutti, imprese pubbliche e private, grandi e piccole.
In una recente intervista a Micromega il presidente Zapatero,
a proposito delle leggi sui diritti sociali approvate dal suo governo, ha
dichiarato: «Sono tutte leggi che estendono i diritti di cittadinanza. Sono
diritti per la dignità, per la libertà, e sono diritti per l’uguaglianza,
come nel caso delle donne, che storicamente sono state le più penalizzate dalla
società».
FORMAT Mai
dire Platinette di Erica Savazzi
Che non avesse peli sulla lingua lo si sapeva. Che fosse acidula,
anche. Che avrebbe esagerato, in pochi lo avrebbero detto.
I ripetuti insulti indirizzati dall’opinionista di Amici
a una ragazza del pubblico che dissentiva dal suo parere
"autorevole", hanno suscitato reazioni indignate da
parte dei telespettatori, del Codacons
e del Moige
(Movimento italiano genitori), che hanno denunciato il programma di
Maria De Filippi come diseducativo: «L'unica cosa che si insegna –
ha dichiarato la responsabile Moige - è la competizione esasperata e
il successo a tutti i costi».
Quello che stupisce non è tanto la parolaccia in sé: film violenti e
tv trash ci hanno oramai abituati a tutto. Stupisce la ripetizione
quasi compiaciuta dell’insulto, l’“odio” (ma si
può odiare una persona mai vista prima per un’opinione diversa
dalla propria?) che emergeva, e il fatto che “se tu non la pensi
come me automaticamente hai torto e io ho il diritto di insultarti”.
Gli animi si scaldano a favore o contro un concorrente, la
questione diventa di importanza vitale e si perdono ogni ritegno e
buona educazione.
Dov’è finita la Platinette
acuta, irriverente, ma sensata, dei programmi radiofonici?
Il trash televisivo ha agito portando alle estreme
conseguenze il suo personaggio, già di per sé di rottura.
Si è adeguata, andando oltre le previsioni degli autori, a un
programma che ormai si è trasformato in un "grande
fratello", dove i ragazzi sparlano gli uni degli altri, dove gli
odi sono portati agli estremi livelli, dove il lato artistico e
lavorativo è solo una scusa per sparlare e fare gara a chi è
il più cattivo. E a poco serve il cliché delle lacrime e degli
abbracci durante la puntata serale.
Platinette si è persa nel suo personaggio, è annegata
nel ruolo di opinionista. Rivogliamo la vecchia
Platinette, simpatica, pungente, intelligente.
FORMAT Finalmente
è finita! di Giuseppe Bosso
Ore 01.12 del 5 marzo: con la vittoria,
non certo annunciata, di Povia,
cala il sipario sul 56°
Festival della canzone italiana.
Finalmente, per molti: a memoria, almeno per quanto riguarda
l’ultimo decennio della storia della kermesse sanremese, solo la
rassegna targata Simona Ventura-Tony Renis era andata così male,
in termini di ascolti e di qualità, malgrado il botto finale Adriano
Celentano.
Un vero flop per la Rai, che sicuramente condizionerà le scelte
dei vertici di viale Mazzini per la nuova edizione - e che
potrebbe anche far saltare qualche poltrona illustre. Le cause di
questo insuccesso sono tante e diverse, ma, volendo sintetizzare, si
può sviluppare almeno un paio di considerazioni.
Capitolo conduzione: Giorgio
Panariello, da anni ormai, fa sicuramente parte del gotha
dei comici italiani; sia sul piccolo che sul grande schermo ha
ottenuto vasti consensi, la sua verve toscana avrebbe
sicuramente fatto scintille (al pari, ad esempio, di Paola
Cortellesi rispetto alla Ventura, oppure di Teo Teocoli all’epoca
della conduzione di Fabio Fazio) come spalla, disturbatore di un
vero presentatore.
Ma, e il buon Giorgio non ce ne voglia, come padrone di casa,
laddove in passato si erano cimentati mostri sacri del calibro
di Baudo e Buongiorno, a molti ha dato l’impressione di essere un pesce
fuor d’acqua, scontato e piuttosto monotono, e a nulla o quasi
sono servite alcune performance con ospiti che verranno
ricordati esclusivamente per l’astronomico cachet spillato
alla produzione (al pari degli ingaggi dei conduttori), come il
palestrato e idolatatro (dai giovanissimi) John Cena o l’amico del
cuore Pieraccioni.
Diverso, in parte, il discorso per le gentili donzelle che hanno
affiancato Panariello: Victoria
Cabello può dirsi soddisfatta da questa parentesi sanremese,
uscendone a testa alta con i suoi interventi e le sue punzecchiature
(da buona "iena"); col marasma generale tutto
sommato la vj originaria di Oltremanica ha ben poco a cui
spartire.
Lo stesso non sentiamo di poter dire invece per Ilary
Blasi in Totti, della quale quando ci limitiamo a considerare che
verrà ricordata per gli appariscenti vestiti, con annessa
ampia scollatura nella prima serata, che ha fatto sicuramente
trasalire gli spettatori maschili, e per la "carrambata"
dell’infortunato consorte, piuttosto che per dialettica e spontaneità
negli interventi, diciamo tutto.
Capitolo canzoni: non è un mistero che da anni Sanremo faccia
parlare più per aspetti legati alla conduzione e al contorno,
che non per il cuore della manifestazione, cioè la musica;
nelle ultime annate i dissapori tra discografici e viale
Mazzini hanno inciso notevolmente sulla qualità dei brani e dei
concorrenti.
Quest’anno,però, non avremo raggiunto i minimi storici - ma
ci siamo quasi; a sentire i pareri della gente, sono davvero pochi
i cantanti, se non nessuno, ad avere lasciato il segno per
testo e intonazione.
E proprio quei pochi che erano riusciti a incidere, guarda caso, sono
stati frettolosamente eliminati dal meccanismo della gara (Grignani,
Spagna, Ron e Britti).
In conclusione, e non ce ne vogliano coloro che a questo evento hanno
dedicato mesi di lavoro, primo fra tutti il buon Giorgio, quella che
va in archivio di certo non passerà alla storia come una delle
migliori annate del Festival.
Chiuso un capitolo se ne apre un altro, per cui probabilmente è già
ora di pensare a Sanremo 2007; occorrerà però che dalla
stecca di oggi dalle parti di viale Mazzini sappiano trarne le dovute conclusioni,
per offrire al pubblico un prodotto quanto meno all’altezza del canone
pagato. Perché Sanremo è Sanremo.
FORMAT
Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i – di Filippo Bisleri
Primo
gradino del podio di questa settimana per Annalisa
Spiezie , tornata ad un grande splendore nelle ultime
conduzioni e negli ultimi servizi. La classe c'è e non si
discute. Magari sembra, a volte, un po' troppo sul piedistallo,
ma è solo l'atteggiamento che caratterizza una grande
professionista. Maniacale e puntigliosa. 9
Secondo gradino del podio, un po' a sorpresa, per Maria
Luisa Busi. Spieghiamo che la sorpresa non è legata alle
indubbie qualità della professionista, ma al fatto che,
ultimamente, era sembrata troppo vittima del clima
pre-elettorale. Ben trovata alla vera Maria Luisa. 8
Completa il podio l'ottima Mikaela
Calcagno. Partita un po' in sordina ad agosto, quando è
approdata a Mediaset,
si va sempre più imponendo. Grazie alle sue doti giornalistiche
che, da brava ligure, mette in campo. 7
All'amico Salvo
Sottile, un affezionato della nostra classifica, dobbiamo
rimproverare, in questa circostanza, il ritorno ad una
conduzione troppo ricca di enfasi. Non lo portiamo in
terreno negativo. Ma gli segnaliamo il piccolo passo indietro,
da gambero. Certi che si riprenderà come accaduto in
passato. 6
A Bianca
Berlinguer il clima elettorale sta davvero nuocendo e
anche le sue conduzioni del Tg3 sono, ultimamente,
farcite di papere che non le sono consuete. Bianca Maria, non
vorrai mica diventare il Luca Giurato dell'altra metà
del cielo, eh? 5
Contropodio per Gianni Visnadi. Passare dal ruolo di
giornalista presente in studio o allo stadio per commentare
le partite, a quello di conduttore (Telenova) non
gli ha fatto bene. Serve ancora un po' di rodaggio. 4
ELZEVIRO La Puglia come Cinecittà di Nicola Pistoia
La Puglia, una terra in cui il tempo sembra non passare mai. Una
terra concepita e disegnata per i forti, e nella quale solo i
forti resistono. Una terra dalla tradizione immensa e dai riposi
dolorosi. Quelli che una storia ingiusta, spietata, gli ha messo
addosso. La terra dei sospiri, delle espiazioni, delle eterne fughe.
La terra di chi scappa in cerca di speranze e di chi le
speranze le ha trovate proprio qui.
La Puglia come una giostra di colori che si fondono intimamente
per dare vita ad uno spettacolo unico al mondo. Il blu del cielo che
si mescola, all’orizzonte, con l’azzurro del mare, il
giallo del sole che splende sul verde dei campi e che accentua
ancor di più il bianco delle antiche masserie, che qui si
ergono, fiere, quasi a voler proteggere questa bellezza ancestrale.
La regione pugliese come set preferito, da registi e
scenografi, dove ambientare i propri film. Sembra essere diventato
ormai un must, quello di voler utilizzare come location le enormi
distese di ulivi secolari piuttosto che le bellezze artistiche e
monumentali di Roma, talvolta ricostruite, meravigliosamente, negli studi
cinematografici.
Soprattutto negli ultimi anni si è voluta dare una chance in più ad
una terra che per diverso tempo è stata vista un po’ come una
"farsa", come se l'unico elemento caratterizzante
fosse il dialetto un po' bizzarro, accentuato anche da uno degli
attori simbolo della Puglia: Pasquale Zagaria, più noto con il nome
d'arte Lino Banfi.
Oggi, invece, registi come Gabriele Salvatores, Pupi Avati
e Sergio Rubini hanno realizzato vere perle cinematografiche,
che hanno saputo sposarsi a pieno con lo splendore dei luoghi.
Rispettivamente, Io non ho paura, La seconda notte di nozze
e La terra riflettono, in modo diverso, una realtà difficile,
e ci portano ad immergerci in una terra di nessuno, una landa desolata
dove può capitare di vedere cose che non esistono, di confondere
realtà e fantasia, una confusione cha nasce dalla percezione di
essere stati catapultati in una terra dannata, ma beata dal suo stesso
esistere. Anche la tv, nella sua complessa varietà, ha saputo
apprezzare il calore della terra del sud, ambientando la fiction
televisiva Il Giudice Mastrangelo, con Diego Abatantuono,
tra le immense distese, dorate, di grano.
Questa è la terra di Puglia. Questa è la sua eterna magia e, in fin
dei conti, la sua forza... il suo assoluto.
ELZEVIRO
L’università della notte: 21 marzo, equinozio dei saperi
di Antonella Lombardi
Dalle 20.30 del prossimo 21 marzo e fino a tarda notte, le
università capitoline La
Sapienza, Tor Vergata
e Roma Tre terranno le porte
aperte agli studenti e ai cittadini che vorranno fruire per una notte di lezioni
curiose e sorprendenti, ma anche di spettacoli e concerti.
Il corpo docenti delle tre università si alternerà tenendo lezioni che
avranno come tema “la notte”. Un tema caro all’immaginario
artistico e sociale che sarà declinato secondo il punto di vista delle diverse
discipline per coglierne le stratificazioni filosofiche, culturali e
socio-antropologiche: la notte celebrata dall’arte e quella descritta dalla
letteratura, la notte esplorata della scienza o analizzata con i parametri
dell’economia.
L’esperienza di docenti di grande prestigio saprà rendere
accessibili gli argomenti più complessi, nel segno di un sapere alla
portata di tutti.
Alla Sapienza si potrà
scegliere tra La notte porta consiglio – quel che dicono le scienze
umane; Le scienze della notte – vite e numeri quando il sole
tramonta e ancora Anime e spiriti della notte tra cultura e comunicazione.
A Tor Vergata, invece, i
percorsi saranno: Canti, parole e immagini di un notturno tra cultura
e società; Prime luci della notte – uno sguardo sulla scienza
e La notte del fantasticare – tra sogno e fantasia.
Infine, a Roma Tre Se
una notte di marzo – musica, immagini, parole; Riprendersi la notte –
storie di donne, uomini, paesi e città; e ancora O buio o mia luce, scienze
di cielo e di terra.
In quella che si presenta come una sorta di notte bianca delle università,
sarà possibile scegliere tra diverse iniziative che faranno da cornice
alle lezioni: le esibizioni musicali di Eugenio Finardi, Massimo Nunzi, i
Têtes de Bois, il Coro Polifonico di Roma Tre e la Steve Martland
Band; le letture e performance di Marco Baliani, Cosimo Cinieri, Corrado
Augias, Mara Baronti, Yari Selvetella, Giovanni Bianconi e Antonio
Padellaro, Edoardo Albinati e Filippo Timi e le installazioni Luci
Sonore a cura di Dissonanze.
Oppure aree con produzioni artistiche degli studenti, spazi per
l’acquisto e il prestito di libri gestiti dalle Biblioteche di Roma in
collaborazione con Zètema Progetto Cultura e le librerie Almayer e Fierobecco.
Inoltre, spazi del mercato equo e solidale in collaborazione con
il Dipartimento dell’Autopromozione Sociale del Comune
di Roma e l’associazione “Voci della terra”.
La manifestazione è realizzata in collaborazione con Radio
Città Futura che, a partire dalle 20.00, racconterà in diretta l’Università
della Notte.
Alle 23.00 la manifestazione entrerà all’interno del contenitore notturno a
diffusione nazionale Domani è tardi, ritrasmesso in diretta da 35
emittenti locali in tutta Italia.
Per informazioni è possibile contattare il Dipartimento Cultura
del Comune di Roma al
numero 06/67102202.
TELEGIORNALISTI Orient
Express-international da applausi di Filippo
Bisleri
È partito (letteralmente) sabato 4 marzo alle 8.30 su Canale
5 il treno del programma Orient
Express-international.
Prima puntata molto forte e seconda di impatto altrettanto forte.
Si tratta di un programma di approfondimento, di una sorta di costola di Terra!
, il settimanale serale del sabato del Tg5.
La sfida del nuovo programma, per il quale si prevede una prima tranche di dieci
puntate, è quella di creare una sezione di approfondimento dopo le
news del Tg5 delle 8.00 del sabato mattina.
E diciamo che, almeno stando alle prime due puntate, la sfida è stata
pienamente vinta, nonostante la poca pubblicità concessagli dalla rete.
Unica vetrina nota, quella dedicata da Sandro Provvisionato durante Terra!
del 25 febbraio scorso.
Telegiornaliste ha raggiunto Toni
Capuozzo, il "papà" del nuovo magazine di approfondimento
del Tg5.
Toni, avete scelto un orario coraggioso per lanciare un così bel prodotto.
Come mai?
«In effetti l'orario è coraggioso, ma ci consentirà di crescere senza
l'assillo dei dati dell'audience e di rappresentare, per la televisione
italiana, quello che, per i lettori inglesi, è il grande giornale di
approfondimento del week-end».
In calendario avete altre otto puntate. E poi?
«Complessivamente abbiamo ipotizzato una tranche di dieci puntate per
aprofondire delle tenatiche che vengono presentate nel tg del mattino. Vedremo
come risponderà la gente e poi decideremo il futuro».
Il titolo è una tua idea?
«Sì, mi piaceva l'idea dell'Orient
Express che da Instanbul
collegava l'Europa all'Oriente».
Con te collaborano Magdi
Allam e Fiamma
Nierenstein, davvero un bel cast di pezzi da novanta. Concordi?
«Certo, un bel gruppo. Con Magdi avremo sempre qualche problema a limitarci ad
interventi da editorialista, perchè lui ha il problema di dover vivere
sotto scorta. Io mi occuperò delle storie italiane lanciando sempre i
servizi dalle stazioni ferroviarie che, per la prima puntata, sono state
dell'Emilia Romagna, un po' dove avete casa voi di Telegiornaliste. Per
quanto riguarda, infine, Fiamma
Nierenstein, lei ha più familiarità con la carta stampata ma avete già
potuto vedere, specie con la prima puntata sul nord di Israele
e il problema degli hezbollah
del sud del Libano quanto se
la cavi bene anche in tv».
Quali le differenze con Terra!?
«Non avremo la necessità di essere politically correct anche se siamo
una costola di Terra!, con cui abbiamo in comune la produzione a
cura di Claudia Severino e gli operatori. Tuttavia, la redazione
di questo programma, che offre l'occasione di conoscere le tre grandi
religioni monoteistiche del mondo con le loro differenze interne, come
evidenziato nel reportage della prima puntata, che ha affrontato il tema
della guerra di civiltà o meno in corso, è differente da quella di Terra!».
OLIMPIA Paralimpiadi:
intervista a Daniela Colonna Preti di Mario Basile
Mentre iniziano le Paralimpiadi a Torino abbiamo raggiunto Daniela
Colonna Preti, presidente dell'associazione
polisportiva dilettantistica per disabili Polha Varese e consigliere
e segretaria del Comitato Italiano Paralimpico Lombardia, che ci
ha introdotti nel clima della manifestazione.
Cosa sono le Paralimpiadi?
«Sono soprattutto una grande occasione, una grossa opportunità
per l’Italia. E non soltanto per il nostro movimento dello sport
per disabili. Sono un’occasione per scoprire una realtà ancora
poco conosciuta da noi. So che è stato investito moltissimo perché
fin dall’inizio il comitato organizzatore dei Giochi Olimpici ha
lavorato di concerto col comitato organizzatore dei Giochi
Paralimpici.
Questa è la chiave per un successo, ma soprattutto per l'integrazione
di questo tipo di sport che praticano i ragazzi con handicap. Noi ci
aspettiamo una kermesse importante non tanto dal punto di vista dei
risultati: per noi, l’evento è quello che si svilupperà a
Torino. Evento mediatico sicuramente, ma anche evento in quanto tale,
con la possibilità per tanti ragazzi di misurarsi con altri con lo
stesso tipo di handicap e, di conseguenza, di dimostrare quello
che sanno fare e quello per cui hanno lavorato per tanti anni».
A suo avviso quali sono gli atleti della Nazionale italiana che
hanno maggiori possibilità di salire sul podio?
«Gli atleti medagliati a Salt Lake City nel 2002, anche se non
ci sarà Ruepp, che ha dovuto rinunciare a causa di una frattura
al femore. Anche Zardini, essendo un veterano dello sci,
potrebbe portare dei risultati. Non ci aspettiamo granché
dall’hockey: è già un risultato il fatto di avere creato una
formazione, avere iniziato a praticare una disciplina sportiva che
prima non si praticava in Italia.
Poi c’è attenzione su atleti nuovi come Melania
Corradini che è una nuova atleta, non nota negli anni scorsi. È
una ragazza che si è avvicinata al nostro movimento quando già
stava facendo sci.
Ecco, questo bisogna dire del movimento per lo sport per disabili: che
c’è la possibilità, ed è appunto quello che è successo con
Melania, di vedere ragazzi che prima facevano attività per conto loro
avvicinarsi al nostro sport, e ragazzi che magari con minima
amputazione, un braccio o una gamba, possono sciare quasi normalmente
e, di conseguenza, non immaginano neanche che possa esistere l'opportunità
di fare sport disabili con disabili. Poi, come dicevamo, ci sono
atleti che purtroppo sono di nuova “formazione” nel senso che,
come Michael Stampfer nello sci alpino, fino a tre anni fa
erano ragazzi normali. Poi un incidente ha cambiato loro la vita.
Michael ha avuto un incidente cadendo da un tetto nel novembre di tre
anni fa e adesso sta andando alle Olimpiadi.
Pronostici? Abbiamo una squadra quasi completamente rinnovata e noi
speriamo che qualcosa arrivi, ma, come si diceva prima, il risultato
è già quello che questi ragazzi siano lì a misurarsi sulle piste da
sci, a misurarsi negli impianti sportivi e non magari a casa a
disperarsi per una condizione che è vista dai più come limitativa».
Quali sono le difficoltà che si incontrano nell’organizzare un
avvenimento di questa portata? È più difficile rispetto alle
Olimpiadi?
«Quando si parla di eventi di questa portata bisogna intanto parlare
di grandissime misure, di numeri immensi e di grosse, grossissime
macchine organizzative. Non è che ci voglia tanto di più rispetto
all’Olimpiade, perché si parla di numeri molto ristretti rispetto a
quelli delle Olimpiadi. Diciamo che ci vuole un'attenzione
particolare a quelle che sono le esigenze di atleti con
funzionalità ridotte. Per fare un esempio, nel Palazzo
delle Esposizioni, che è stato attrezzato per l’hockey, per lo sledge
hockey, la pista è stata costruita in modo tale che gli atleti
sullo slittino possano accedervi dalla panchina. Nel momento in cui si
progetta un impianto sportivo nuovo l’attenzione alle difficoltà
della persona disabile non toglie niente al normodotato; la
difficoltà sta in questo: normalmente la gente non ci pensa».
Parliamo di visibilità dell’evento. A suo avviso le Paralimpiadi
godono di un’adeguata considerazione dal punto di vista informativo?
«Decisamente no. Nel senso che queste sono le prime Olimpiadi e
Paralimpiadi invernali italiane, infatti le ultime Olimpiadi sono
state nel 1956
(all’epoca non esistevano le Paralimpiadi invernali, ndr) e,
quindi, per quanto riguarda la visibilità, si può dire manchi
qualcosa. Dopo Sydney e Atene, siamo riusciti ad avere una buona
visibilità grazie ad una collaborazione con la Rai,
e ha preso il via la trasmissione Sportabilia
che ha portato in trasmissioni “normali", il nostro sport.
Il futuro è tutto da inventare. Quello che ho visto fino adesso mi fa
ben sperare: ho visto degli spot in orari in cui la visibilità
è alta, ho visto al Tg1
un intervento della portabandiera Melania Corradini con Tiziana
Nasi, presidente delle Paralimpiadi. Ecco: messaggi del tipo
“Finiscono le Olimpiadi, ma ci sono le Paralimpiadi”. Questo è
nuovo! Non l’ho mai visto negli anni passati».
Per quale motivo?
«Mah, i motivi possono essere tanti. Non penso che sia soltanto un disinteresse,
anche se in fondo può essere anche questo: io credo che tante volte i
giornalisti si trovino spiazzati di fronte al nostro movimento e che
non sappiano commentarlo. Nel senso che trovano difficile commentare
il nostro sport, anche se poi è uno sport normale, con regole
normali e qualche adattamento. Quindi può darsi ci sia
quest’imbarazzo nei confronti di qualcosa di nuovo. Poi forse la
paura di non fare share, visto che è tutto un discorso di audience
e di gradimento: il mondo moderno è un mondo di gente che, io
parlo molto liberamente (ride, ndr), guarda trasmissioni
stupide, e si ha voglia, forse, di non impegnarsi. E seguire delle attività
sportive diverse può sembrare non importante».
Lei, oltre ad essere membro del Comitato Paralimpico Lombardia,
presiede anche un’associazione polisportiva per disabili: la Polha
Varese. Quanto è importante lo sport nella vita di una persona
disabile?
«Su una persona disabile lo sport ha ottimi effetti,
sicuramente da un punto di vista fisico, perché lo sport comunque fa
bene. Fa bene alla persona senza handicap; è un diritto di tutti e, a
maggior ragione, fa bene alla persona con handicap. E poi, diciamo che
lo sport ha una marcia in più. Il fatto di avere
l’opportunità di trovarsi in una società sportiva, di fare attività
fisica “normale”, è qualcosa che stacca dall’ambito ospedaliero
che normalmente viene associato alla figura della persona disabile. E
non dimentichiamoci che la persona disabile può essere una persona
che è nata con un handicap, e quindi sin dalla nascita ha
avuto a che fare con medici, fisioterapisti, riabilitazioni; oppure
una persona che per un incidente o una malattia si ritrova disabile
nel corso della vita. Quindi da un’esperienza assolutamente normale
come siamo abituati a vederla noi, e per noi intendo una persona come
me, normodotata, si ritrova dall’oggi al domani catapultato in un mondo
completamente diverso: che è quello degli esclusi, degli
emarginati.
Lo sport offre l'opportunità di star bene, di fare anche
terapia perché è sport-terapia, ma allo stesso tempo di sentirsi
vincenti, perché appunto si fa qualche cosa che proietta in un
mondo che è visto come il mondo di chi sta bene. Cioè: chi fa sport
è una persona sana.
Noi a Varese siamo la prima società sportiva, che è nata nel
1982, e soltanto adesso cominciamo ad avere un certo numero di società.
Non c’è la capillarità di esistenza che c’è per i normodotati.
La risposta potrebbe essere proprio creare una collaborazione
tra le società sportive per normodotati, come li chiamiamo noi, e il
Comitato Italiano Paralimpico: per una vera integrazione.
Certo, non tutti possono fare tutto, perché dipende dalle
menomazioni, però avvicinarsi a una società sportiva come la nostra
significa avvicinarsi a delle persone che hanno problemi simili ai
propri e poi trovare un ambiente dove magari c’è un’offerta
sportiva varia. Noi offriamo, al momento, la pratica di dodici
discipline sportive. E siamo arrivati a questo numero proprio per la
richiesta delle persone e dei ragazzi che venivano da noi e che
dicevano Ma non fate questo?, o Non fate quest’altro?».
Molti pensano che i disabili siano solo quelle persone con una
menomazione sensoriale o motoria, ignorando i cosiddetti “disabili
intellettivi”. Esistono anche per loro gare sportive a livello
agonistico?
«All’interno della disabilità intellettiva e relazionale,
noi abbiamo due grossi movimenti. Il primo è quello dello sport
promozionale, che viene praticato dai principianti e da quelli che
per problemi di comprensione hanno bisogno di essere guidati in un
certo modo nel fare sport. In quest'ultimo caso si adattano gli
sport affinchè loro possano farli, soprattutto a livello ludico.
E poi c’è la disabilità intellettiva relazionale agonistica,
e queste sono persone a tutti gli effetti inserite nella
programmazione e nel calendario gare del Comitato italiano Paralimpico:
sono atleti che gareggiano con normative regolamentari delle
federazioni sportive del Coni,
e lo fanno insieme agli atleti ciechi e a quelli con disabilità
fisica. Quindi abbiamo i campionati italiani, per esempio di atletica,
con appunto le tre disabilità (motoria, intellettiva e sensoriale, ndr),
e ci sono poi i campionati italiani di atletica per i Dir
promozionali.
Da quando ho iniziato io, nel 1985 a Varese, le cose stanno cambiando
tantissimo: un aiuto grosso sta arrivando anche dalla scuola,
dall’attività di proposta, dalle attività che si fanno, dal lavoro
delle società sportive del Comitato italiano Paralimpico sul
territorio. È un lavoro che sta dando dei frutti».
Gli enti pubblici e le istituzioni si sono mostrati vicini alla
vostra causa? E gli sponsor?
«Tanto dipende dalle Giunte e dal lavoro che si fa. Io parlo
per la mia esperienza a Varese. Ultimamente abbiamo avuto una grossa
flessione, forse è un momento in cui ci sono difficoltà
economiche, però, per quanto riguarda Varese, grossi contributi da
enti pubblici non ne abbiamo. Noi abbiamo la fortuna di essere
un’associazione molto conosciuta e soprattutto di avere realizzato
degli eventi internazionali di grandissimo richiamo. E poi io
ho avuto proprio la “presunzione” di volere che per i nostri
atleti ci potesse essere un'occasione di sponsorizzazione
proprio come per gli atleti normali.
Chi aiuta una società come la nostra in qualche modo cerca di essere
partner a doppio senso, e quindi loro sicuramente a noi danno qualche
cosa, ma noi a loro diamo altrettanto se non di più. Abbiamo la
fortuna, a Varese o a Cantello, il cui Comune anni fa ci ha premiati
per il basket all’interno di una manifestazione internazionale,
degli atleti che non si nascondono e intervengono a parlare nei
convegni, intervengono a parlare a scuola con i bambini. Siamo
conosciuti e abbiamo un certo tipo di risposta anche dal punto di
vista degli sponsor, che comunque non bastano mai: mettere insieme una
squadra di hockey ha voluto dire dall’oggi al domani tirar fuori 35
mila euro».
La sua associazione, come spiega nel sito, auspica di trovare una
sede sociale e maggiori spazi d’acqua per l’attività natatoria a
Varese. Spostando il discorso più in generale, secondo lei c’è una
carenza di strutture appropriate per lo sport dei disabili?
«È difficile generalizzare. Ma la situazione qui a Varese è proprio
deludente, perché girando in altre città, in altre regioni,
ho visto dei centri molto belli, dove oltretutto avendo avuto un'attenzione
nella costruzione alle persone disabili c’è una fruibilità
piena anche per persone in carrozzina o con altri tipi di
handicap.
Il nuoto è la primissima attività che può essere consigliata
ad un ragazzo disabile: dovrebbe essere ilbacino di raccolta
dove poter veramente accogliere tutti e poi eventualmente farli
proseguire».
Il nostro magazine ha intervistato
Candido Cannavò alla presentazione del suo libro E li chiamano
disabili a Roma. Il libro ha avuto un successo inaspettato. Come
giudica questo fatto?
«Il libro è scritto molto bene ed è scritto come si potrebbe
raccontare. Il nostro è un mondo di vincenti, così come sono
vincenti le persone di cui parla Cannavò. In fondo, lui ha
esorcizzato anche tante nostre paure. Quelle delle persone normali
che hanno paura delle malattie, hanno paura delle sofferenze, e l’ha
fatto descrivendo persone che nonostante l’handicap hanno fatto
delle cose incredibili e che forse le hanno fatte proprio perché
hanno l’handicap.
Perché, come dice sempre uno dei miei atleti che ha fatto tre
Olimpiadi: Ma se io non avessi perso le gambe, quando mai sarei
potuto andare alle Olimpiadi?. Quindi, forse, si tratta di
riuscire a vedere questa bottiglia mezza piena e non mezza vuota.
Candido (Cannavò, ndr) secondo me ha assunto una
grandissima missione. Lui è una persona che ha vissuto nello
sport, quello inavvicinabile, quello dei campioni, quello mediatico,
delle persone famose che rilasciano autografi e che, incontrando il
mondo dello sport per disabili, se ne è innamorato al punto da
divenirne ambasciatore. E io gliel’ho proprio detto, Hai
una missione perché persone come te le ascoltano molto di più che
tutti noi, noi sono anni che stiamo “gridando” (ride ndr)».
Parliamo di volontariato. Nella sua associazione tutti sono
volontari. In generale lei pensa che le persone che si dedicano al
volontariato per disabili siano in numero soddisfacente? Oppure si può
fare di meglio?
«Certamente si parla di volontariato in Italia come di una realtà
molto diffusa. Per volontario non si deve intendere
necessariamente la persona che spinge la carrozzina o che aiuta il
povero ragazzo disabile a far qualcosa. Il volontario è anche
l’atleta disabile stesso, chiunque metta volontariamente a
disposizione le proprie capacità e il proprio tempo per gli altri. Il
mio vicepresidente, che è una persona amputata e in carrozzina, è
volontario nel senso che coordina il settore del tiro con l’arco e
io, se non avessi lui, non potrei avere il settore del tiro con
l’arco».
Infine, cosa si aspetta da questi Giochi Paralimpici invernali e
cosa si augura per il futuro dello sport per disabili?
«Mi aspetto che la macchina operativa funzioni come pare abbia
funzionato per quanto riguarda le Olimpiadi. Io mi auguro prima di
tutto che i nostri atleti non siano delusi: questa è la cosa
più importante. Bisogna pensare a loro che si sono allenati ed hanno
dedicato tantissimo, io ho visto i miei ragazzi. Quattro atleti che da
tre anni, da quando abbiamo creato la squadra di hockey, lavorano
ininterrottamente per questo appuntamento e, ovviamente, per il dopo
appuntamento. Spero che non siano delusi dalla macchina organizzativa,
dalle loro prestazioni, dalla tensione mediatica. Prima di tutto è
questa la mia speranza, poi logicamente qualche medaglia ci fa sempre
piacere. Noi abbiamo ancora l’altra vittoria da portare a casa ed è
la vittoria della visibilità, ma non per la soddisfazione
della visibilità: questi ragazzi che sono alle Olimpiadi sono la
punta dell’iceberg di una realtà di ancora pochi ragazzi che stanno
facendo sport in Italia, di una base vastissima, sommersa, di persone disabili
che non sanno neanche che questa opportunità esiste.
Grazie a questa onda d’urto anche proprio d’informazione, per la
quale ringraziamo tutti voi che state collaborando, noi ci aspettiamo
proprio che il messaggio vincente dello sport arrivi a tutti e
che cambi la vita un po’ di tutti quelli che vogliono
lasciarsi cambiare.
OLIMPIA
Le Paralimpiadi, un'altra Olimpiade di Danila
Di Nicola
Lo spegnimento del braciere olimpico, nella cerimonia di chiusura delle
Olimpiadi, aveva portato un senso di malinconia dopo due settimane all’insegna
delle gare e della gioia.
Ma il primo marzo la fiamma
olimpica è tornata ad ardere in una cerimonia di accensione in
contemporanea che ha collegato Roma, prima città ad ospitare le Paralimpiadi, e
Torino.
Dopo l’accensione, la torcia paralimpica è stata custodita dal sindaco Sergio
Chiamparino fino all’otto marzo — se si escludono i due giorni in cui è
stata sul Monte
Rosa — per poi iniziare il viaggio in città conclusosi con l’accensione
del braciere nello stadio Olimpico, durante la cerimonia d’apertura di
venerdì scorso, che ha ufficialmente aperto la nona edizione delle Paralimpiadi
invernali.
Durante i dieci
giorni di gare, ci saranno 1300 persone tra atleti, guide, tecnici e
staff di quaranta nazioni diverse. Si disputeranno quarantacinque gare.
Le medaglie in palio saranno 58 nelle cinque
disclipline paralimpiche: sci alpino, sci di fondo, biathlon, ice-sledge
hockey, wheelchair curling.
L’Italia spera di far dimenticare gli insuccessi dello sci alpino alle
Olimpiadi, ripetendo il successo della passata edizione dei giochi, dove vinse
sei medaglie. Ci auguriamo che arrivi qualche soddisfazione dalla giovane
promessa italiana Melania Corradini, già nostra portabandiera nella
cerimonia d’apertura.
Tra gli atleti dello sci nordico — sci di fondo e biathlon — ci sono Francesca
Porcellato e Enzo Masiello. Entrambi hanno avuto un passato
nell’atletica, e Masiello ha anche ottenuto medaglie a livello internazionale.
Nello ice-sledge hockey, dove per la nazionale italiana non si
prospettano medaglie, gareggerà anche Orazio Fagone, già vincitore
nella staffetta dello short track a Lillehammer nel 1994.
Il successo crescente negli anni delle Paralimpiadi ha permesso di
incrementare il numero del pubblico, degli atleti e delle nazioni partecipanti.
Basti pensare che durante questa edizione ci saranno per la prima volta rappresentanti
della Grecia, della Mongolia e del Messico.
Ma anche le discipline, con il passare delle edizioni, aumentano: quest’anno
è stato introdotto il curling, che spera di ottenere, in termini di
ascolto, gli stessi risultati ottenuti durante le Olimpiadi. E gli appassionati
non mancheranno di certo dato che Rai
e SportItalia seguiranno l'evento.
Le gare sono iniziate da pochi giorni e speriamo che i nostri atleti sappiano
darci le stesse soddisfazioni dei colleghi che li hanno preceduti qualche giorno
fa, contando sull’affetto della città di Torino. Che si è dimostrata,
durante tutto il periodo, la vera vincitrice dei giochi.
VADEMECUM
In
redazione: la carta stampata di Filippo Bisleri
Come nascono un quotidiano o un settimanale cartacei?
Presentiamo, per il nostro Vademecum, l’esperienza di
un settimanale lombardo (due edizioni, ventimila copie
complessive) che chiude in redazione il mercoledì sera e
viene stampato nella notte tra mercoledì e giovedì, per
andare nelle edicole il sabato.
Un direttore, cinque giornalisti, un settimanale di poca
cronaca e molto attento all’approfondimento, dopo ben
novant’anni di attenta cura alla cronaca.
Il lavoro della redazione parte con la riunione di
redazione del giovedì, nella quale ogni redattore e il
direttore scelgono i temi da approfondire e gli spazi
(una o due pagine) da dedicare all’argomento.
Poi parte la macchina organizzativa del numero. Va detto che
la riunione di redazione del giovedì nasce anche sugli input
raccolti dai redattori e dal direttore; dai collaboratori
esterni, dai comunicati stampa e dalle segnalazioni pervenute
alla segreteria di redazione.
Dopo la riunione di redazione, abbiamo detto, si avvia
l’iter realizzativo del numero. Che significa: calcolare gli
spazi pubblicitari, prendere contatti e appuntamenti
per interviste e consegna di materiale e, dopo aver disegnato
i menabò cartacei a grandezza ridotta, trasmettere tutto
il materiale alla prestampa (interna al settimanale)
per la videoimpaginazione.
Dalla prestampa nascono i “bozzoni”, ovvero le
pagine grezze e da correggere su carta (il settimanale dispone
ancora di un valido correttore di bozze, che si legge
tutti i cinquanta bozzoni realizzati settimanalmente), per
ovviare ai consueti errori di battitura o a doppioni di
termini nei titoli.
Ultimata questa fase, e rivista la bozza corretta da parte del
redattore competente e del direttore responsabile, si effettua
il ".pdf" della pagina e la sua
teletrasmissione alla tipografia.
Tutte queste lavorazioni avvengono tra il venerdì e il tardo
mercoledì pomeriggio e possono anche essere intervallate da
ulteriori riunioni di redazione per trovare spazio e
collocazione ad eventi verificatisi dopo la riunione del
giovedì.
La professionalizzazione tematica dei redattori sta
aiutando, in questo primo anno di esperienza di settimanale
così realizzato, a conquistare nuove fette di lettori, che
cercano più spunti di riflessione e meno pettegolezzo da
borgata.
(23 – continua)
VADEMECUM
L'esperto risponde
Un anonimo chiede:
Cosa c'è nelle pagine degli interni?
Risponde Filippo Bisleri:
Nelle pagine di interni vengono pubblicate tutte le notizie di
carattere nazionale.
Claudia di Milano ci scrive:
Per poter accedere all'esame di Stato, si può fare il
praticantato presso un service? Oppure deve necessariamente
trattarsi di una redazione? Ci sono dei vincoli
"tecnici" o di numero di redattori?
Risponde Filippo Bisleri:
Non mi risulta possibile il praticantato presso i service.
Come giornalista di riferimento per il praticantato si segnala
sempre il direttore responsabile del media interessato. Non
esistono vincoli tecnici se non l'età (almeno 21 anni
compiuti alla data dell'esame di Stato). Si può, insomma,
fare il praticantato anche in riviste che abbiano il solo
direttore come assunto.
Una lettrice anonima ci chiede:
È vero che si può accedere all'esame per divenire
professionista anche senza praticantato? E cioè richiedendo
al direttore una dichiarazione che attesti che si è lavorato
ai Videoterminali (Vdt) per due anni, e allegando
l'attestazione di una retribuzione, nel biennio, di almeno
seimila euro?
Risponde Filippo Bisleri:
Cara aspirante collega professionista (deduco tu sia una
ragazza dall'apostrofo nella firma), francamente questa
ipotesi non mi risulta. Probabilmente ti hanno parlato del
praticantato d'ufficio che porta dritti all'esame di Stato.
Per informazioni e documentazioni precise, però, devi
rivolgerti al tuo Ordine regionale dei giornalisti.
Maurizio di Torino ci scrive:
Vorrei sapere se esiste una soglia di pagamento minima per
poter presentare richiesta di iscrizione all'albo dei
giornalisti pubblicisti. Mi risulta che fino a qualche anno fa
bisognava dimostrare di aver percepito almeno un milione e
mezzo di lire all'anno; è ancora così?
Risponde Filippo Bisleri:
Prima dell'iscrizione all'Ordine nessuno è tenuto ad
osservare il tariffario (anche se sarebbe utile) e dunque non
esiste un minimo. Talvolta le domande vengono bocciate
dall'Ordine regionale per insufficienza di pagamenti ma, nella
mia esperienza, tutti i ricorsi all'Ordine nazionale hanno
trovato accoglimento pieno.
EDITORIALE Donne
in un corpo che non ci deve appartenere di Silvia
Grassetti
Non bastava l’ostracismo politico, in Italia, sull’aborto, né
quello dottrinale della Chiesa. Ci si è messo pure il vice-premier
ceceno a ribadire il concetto: donne, sono gli uomini a stabilire come
dovete usare il vostro corpo; nella fattispecie, rassegnatevi alla poligamia.
E’ forse vero che l’uscita di Ramzan
Kadyrov, subito ripresa con enfasi dal famigerato Zhirinovski,
vicepresidente del Parlamento russo, rientra in questioni di politica interna:
dopo decenni di guerra e migliaia di uomini morti, nel Caucaso si
ritrovano con dieci milioni di donne in più rispetto al numero degli
uomini; con troppe babushke sole in villaggi semivuoti e dieci milioni di
abitanti in meno rispetto a quindici anni fa; con la prospettiva di una diminuzione
ulteriore di altri venti milioni nel prossimo ventennio.
Se ci aggiungiamo che la Cecenia è musulmana e che la Sharia lo
consente, il gioco è fatto: anche se la proposta della poligamia non piace a
molti, sarà probabilmente meglio accolta rispetto all’unica altra soluzione
per evitare il crollo demografico. L’immigrazione massiccia sembra non
piaccia, a un popolo di ultranazionalisti.
Non c’è pace per il corpo delle donne: mercificato ove possibile,
guardato con sospetto nella sua facoltà di dare la vita,
si rivela quasi, per gli uomini e sugli uomini, uno strumento di potere
insondabile e destabilizzante.
E così ancora una volta dobbiamo constatarlo: la donna ha diritto di scegliere,
ma solo fino a un certo punto. Il suo corpo le appartiene solo finché si presta
ai voleri di qualcun’altro, che sia la natura, Dio, la politica o la demografia.
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