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Telegiornaliste anno II N.
11 (43) del 20 marzo 2006
MONITOR Maria Concetta Mattei, parla la campionessa di Silvia Grassetti
galleria fotografica
Sabato 11 marzo, nella prestigiosa cornice di Saxa Rubra, ha
avuto luogo la premiazione del campionato di Telegiornaliste: l'editore
Rocco Ventre e i redattori Antonella Lombardi, Mario Basile, con il direttore
editoriale, hanno consegnato la targa alla campionessa Maria
Concetta Mattei negli studi del Tg2. Maria Concetta ci ha
rilasciato, nell'occasione, un'intervista franca e schietta.
Vorrei farti una domanda sessista: secondo te sono più brave le donne o gli
uomini a fare le giornaliste e i giornalisti, anche televisivi?
«Io dico sempre che sono le persone, non si possono fare delle categorie
così, di genere. Però in linea di massima apprezzo molto la sensibilità
che le donne sanno esternare. Io penso che, senza essere troppo coinvolgenti,
perché non è giusto nemmeno mettere le proprie sensibilità e le proprie
emozioni come filtro regolarmente, ma credo che sia anche giusto che le
donne possano esprimere quella emotività che accompagna tutte noi quando
leggiamo e scriviamo di notizie soprattutto che riguardano il sociale, il mondo
dell’infanzia...
E penso che gli uomini siano molto più frenati: non che non provino le
stesse emozioni, ma per abitudine e per cultura vengono abituati a non
esternare. Io la trovo una cosa naturale, e forse gli uomini sono più rigorosi
e sono anche più severi con se stessi. Io invece apprezzo quella umanità che
le donne riescono spesso a dimostrare. Ma non tutte, e anche non tutti gli
uomini sono così severi e così rigidi, così seri».
In effetti, tu sei una telegiornalista che lascia trasparire le sue
emozioni, si vede dallo sguardo: parlando del terremoto di San Giuliano, ad
esempio, non ci sono sfuggiti i tuoi occhi lucidi. Ma anche dal tono di voce,
che delle volte si incrina...
«Io non riesco a mettere un filtro ulteriore: penso che la professionalità è
indispensabile, ma credo che sia anche disumano impedirci di coinvolgerci,
perché siamo persone, appunto, non siamo macchine. Sennò basta Televideo...
questa è la differenza».
L’ultima domanda che ti vorrei fare è relativa al rapporto tra colleghi e
colleghe in Rai, o per la tua esperienza: gira su due piani differenti, cioè
gli uomini hanno più potere decisionale rispetto alle donne? O non è più così,
lo era prima? E c’è collaborazione?
«È una domanda molto attuale perché c’è un movimento, dopo che sono state
approvate le quote rosa per quanto riguarda la politica: un movimento
anche all’interno della Rai; le giornaliste si stanno aggregando,
perché i numeri parlano molto chiaro: le donne giornaliste sono tante,
lavorano molto, però purtroppo, se guardiamo i numeri, i posti di comando e di
potere sono quasi esclusivamente di competenza maschile. Quindi pensiamo che
sia giusto che più donne partecipino ai processi decisionali. Un po' perché
io personalmente sono convinta che le donne abbiano un’alta capacità di problem
solving, perché lo fanno quotidianamente (ride, ndr) nella loro
giornata. Secondo me sono molto efficienti. Anche in una redazione, in un luogo
di lavoro, sono molto abili nel dirimere questioni pratiche, non
soltanto questioni professionali, strettamente attinenti alla scrittura di un
pezzo. Quindi penso che abbiano tutte le capacità per farlo, è soltanto che
le donne forse sono più lontane dai luoghi decisionali dove si fanno le
scelte e gli incarichi».
Ma sono lontane perché non riescono ad avvicinarsi in quanto tra di loro
non riescono a creare solidarietà?
«Un po' forse questo: non c’è una grandissima solidarietà tra le donne, e
forse questo è un momento storico in cui si potrebbe creare la solidarietà e
sarebbe giusto che le donne trovassero più forza e più coesione tra di loro.
E un po' perché siamo meno competitive: io credo che siamo più severe con noi
stesse, quindi tendiamo a migliorarci sempre, però poi alla fine non abbiamo
questa voglia di prevaricare sugli altri. Spesso il potere è inteso in questo
senso. Invece io credo che le donne potrebbero portare a un potere molto più
di collaborazione e meno di sopraffazione. Sarebbe bello».
CRONACA IN ROSA Un Paese incivile di Silvia Grassetti
Lunedì 13 marzo, 20.30. Davanti all’ufficio postale di Crevalcore,
provincia di Bologna, i vigili urbani contano: «Dodici». Uno
slavo si avvicina, mostra un documento e un pezzo di carta con scritto
il suo nome e il numero appena chiamato. C’è una piccola folla
tutto attorno, capannelli di persone accomunate dall’etnia e
da una speranza: ottenere un permesso di soggiorno. Per sé,
per un familiare, un parente.
Prima di arrivare a questo stato di calma apparente e all’intervento
delle autorità c’è stata una rissa.
Io sono qui, straniera per gli immigrati, a guardare cosa succede in
Italia quando è il momento di applicare la Legge Bossi Fini
sui flussi dei lavoratori extracomunitari per il 2006. Quest’anno 170.000
persone potranno venire nel Belpaese ottenendo un permesso di
soggiorno per lavoro subordinato.
I richiedenti, solo teoricamente i datori di lavoro, per ottenere
queste “risorse umane” hanno dovuto compilare, il mese scorso, i
moduli di un kit predisposto dal ministero, del costo di
quindici euro a domanda, da inviare domani con raccomandata agli
uffici preposti.
Le Poste accettano le raccomandate a partire dalle 14.30 del 14 marzo,
martedì. La gente ha iniziato a mettersi in coda il sabato
sera.
Un milione e mezzo i kit distribuiti per 170.000 “posti”
disponibili. A venti euro ciascuno, rifletto, è una piccola
manovra economica.
Di imprenditori, attorno a me, non ce ne sono. Sono
pochi anche gli italiani, se si escludono i vigili che stanno facendo
l’appello e i volontari della pubblica assistenza locale, con
il loro pentolone di a bollire sul fornello da campo.
Sono l’unica, credo, che non si sente partecipe dello stato
d’animo generale. C’è speranza negli occhi degli
immigrati, una luce particolare: gente che sospira, sorride, in
qualche caso scherza. Unita da un senso di attesa leggero, quasi
impalpabile.
Forse non sanno che 6.200 uffici postali abilitati per 170.000
regolarizzazioni vuol dire 27 domande accolte in ogni ufficio. Le
prime. Una goccia nell’oceano. Migliaia di speranze che andranno
deluse.
Non ci pensano, i miei compagni di attesa, e non so se per mancanza di
informazioni o per una forma di fiducia primaria nel Paese
civile che dovrebbe essere l’Italia.
Eppure molti sono al secondo tentativo, dopo quello andato male nel
2005.
Li riconosco perché sono i meglio attrezzati: seggiola pieghevole, coperta,
qualcosa da mangiare.
Anch’io ho portato una vecchia coperta, una bottiglia d’acqua, un
taccuino e una penna. Fa freddo, ieri è nevicato: dopo qualche riga
ho le dita intirizzite. Faccio frequenti pause; quando smetto di
scrivere e alzo lo sguardo per cogliere le impressioni di questa
strana nottata, qualcuno mi rivolge la parola o mi coinvolge nei
discorsi del capannello più vicino.
Sono una donna e mi tengono d’occhio. Oltre me, solo tre o
quattro signore moldave, intabarrate sotto strati di coperte, pressoché
immobili, forse tanto pazienti perché abituate dal loro lavoro di badanti.
Un uomo dall’accento meridionale mi racconta che è qui per
regolarizzare due amici: quando i vigili urbani hanno distribuito i
numeri, a lui è capitato l’80.
Il “numero dodici” che ho notato prima ricorda a quelli che ha
intorno che ogni persona può presentare cinque domande. Lui ne ha
tre; non è chiaro se si tratti di un invito o di una forma di
pubblicità.
I vigili ripetono l’appello ogni ora: chi non si ripresenta, col
foglio e il documento, viene depennato dalla lista d’attesa.
Un ragazzo italiano mi dice che col suo numero 36 ha poche speranze di
farcela: la fidanzata è brasiliana e l’unico modo che hanno per
iniziare a vivere assieme in Italia è fingere che lei gli farà
da colf.
L’appello continua. A ogni numero chiamato corrispondono il sorriso
dell’immigrato di turno e nuove luci che si accendono negli occhi.
Alì mi racconta che è in Italia da dodici anni e sta in coda
per aiutare i suoi familiari: lui fa il saldatore e adesso non trova
lavoro facilmente, ma non si lamenta, perché «dal 2003 anche molti
italiani sono disoccupati, li incontro all’ufficio di collocamento».
Interviene Mohammed, col suo accento bolognese e la padronanza
perfino del dialetto: «E’ che a molti manca la voglia ad lavurèr»,
di lavorare.
Mi avvertono anche sulla situazione davanti agli uffici postali di
altre città: «A Bologna si sono accoltellati», «a San
Giovanni hanno chiamato i carabinieri»; «uno ha minacciato di
spararci, se domani non lo facciam passare per primo».
Non so a cosa sono abituati, loro, nei Paesi da cui provengono: cosa
hanno visto e quali condizioni economiche e sociali li hanno spinti a
venire in Italia.
Ma in questa atmosfera quasi festante io di perplessità ne ho molte: persone
trattate come bestie, indotte alla rissa e all’accoltellamento
dal criterio del “chi prima arriva”, costrette a passare
due o tre notti all’addiaccio per presentare una domanda che con
tutta probabilità non sarà accettata.
La cosa peggiore, però, è guardare in quegli occhi di speranza
sapendo che un Paese civile non lo siamo.
Fingiamo di esserlo, mandando gli agenti a dirimere le risse tra
poveretti.
E le abbiamo causate noi.
CRONACA IN ROSA Una
donna “contro” di Stefania Trivigno
A meno di un mese dalle elezioni
politiche del 9 e 10 aprile, molti italiani non sanno
ancora a quale dei due schieramenti daranno la propria preferenza. Non
c’è da stupirsene perché il Paese va irrefrenabilmente a rotoli su
parecchi fronti: dall’economia all’istruzione, dalla
disoccupazione ai rapporti con l’estero.
In questa guerra italiana, fatta - fortunatamente – solo di cifre,
insulti e polemiche, per qualcuno l’unico modo per
restare in piedi è mostrarsi in TV a testa alta. E allora, via
ai dibattiti politici, a scontri frontali dove vince chi per primo
alza la voce e ha demagogia da vendere. Quasi una kermesse
dello spettacolo, da non perdere.
Nelle settimane precedenti lo scioglimento
delle Camere, il presidente del Consiglio uscente ha onorato della
sua presenza i palinsesti di tutte le reti televisive, Rai
e Mediaset,
in qualsiasi fascia oraria e in qualsiasi programma, dimostrando
sicurezza e facendo la figura di chi sa quello che fa. Sorriso
smagliante, postura corretta, mai titubante e risposte
sempre pronte: si concordano le domande prima dell’inizio della
trasmissione e il gioco è fatto.
Purtroppo la pacchia è finita con l’inizio della par
condicio – questa sconosciuta! – che, almeno, ha limitato e
diminuito le apparizioni televisive di Berlusconi.
Gli scontri moderati da giornalisti seri hanno spesso provocato nervosismi
eccessivi che, a seconda dei punti di vista, hanno reso il
programma inguardabile o divertente. Uno degli ultimi in ordine
cronologico è lo spettacolo di In
1/2 H trasmesso dalla terza rete Rai domenica 12 marzo.
Il programma condotto da Lucia
Annunziata è finito con l'uscita del premier dopo soli
venti minuti dall'inizio, perché la giornalista avrebbe dimostrato di
avere dei pregiudizi nei suoi confronti.
Lucia Annunziata, dichiaratamente schierata a sinistra, ha forse
sbagliato perché è andata troppo a fondo con le domande senza
rifarsi alla superficialità di altre interviste. O forse il suo
errore, conoscendo bene il quadro politico e la situazione del nostro
Paese, è stato che ha saputo dove andare a parare.
La giornalista ha dovuto anche destreggiarsi nelle minacce
quando, dalla bocca di Berlusconi è uscita la frase «Lei adesso mi
fa parlare altrimenti io mi alzo e me ne vado e questo resterà come
una macchia nella sua carriera professionale».
In passato alle minacce del premier sono seguiti i fatti: in cinque
anni abbiamo sentito la mancanza di personaggi illustri del
giornalismo italiano, come Enzo Biagi e Michele Santoro.
Speriamo che questa volta ci si fermi ad una stizzosa uscita di scena.
CRONACA IN ROSA 5x1000
o 8x1000, serve chiarezza di Erica Savazzi
Da qualche mese si sta parlando con insistenza del 5x1000 previsto dalla
finanziaria. Un provvedimento del governo che sta creando confusione tra
coloro che stanno decidendo se aderire alla petizione in atto a sostegno della
proposta di legge di iniziativa popolare “8x1000 alla Ricerca”. Una proposta
che finora ha raccolto 75.000 adesioni online. 5x1000 e 8x1000 alla ricerca sono
due iniziative diametralmente opposte. Ecco in cosa differiscono.
Il 5x1000 è un provvedimento temporaneo legato alla finanziaria
2006. Si può devolvere con la dichiarazione dei redditi e ne potranno
beneficiare tutte le associazioni di ricerca e di volontariato presenti sul
territorio nazionale. L’effetto sarà probabilmente quello di un aiuto a
pioggia. Non riguarda né sostituisce la petizione in atto per l’8x1000.
L'8x1000 è
un provvedimento duraturo negli anni, disciplinato da una legge del 1985
e indipendente dalle finanziarie varate dal governo. La proposta contenuta nella
petizione vuole modificare le norme che disciplinano l’8x1000 inserendo
tra i possibili enti a cui devolvere la propria quota la ricerca scientifica
pubblica. Lo scopo è fornire alla ricerca un aiuto concreto e consentire ai
22 milioni di contribuenti (60%) che non vogliono scegliere né le religioni né
lo Stato, di poter fare una scelta diversa di interesse collettivo.
FORMAT Hitler
e le sue donne di Nicola Pistoia
Sei donne affascinanti, ambigue e oscure. Sei personalità così
diverse ma, in realtà, così vicine. Sei anime nate e vissute in uno
dei periodi più tragici che la storia ricordi. Intorno a loro, un
unico uomo, tanto odiato e tanto amato: Adolf
Hitler.
History
Channel, canale satellitare di Sky, dedica a queste sei
donne un documentario che ripercorre le tappe della vita del Führer e
il suo rapporto con loro: Eva
Braun, Magda Goebbels, Winifred Wagner, Leni
Riefenstahl, Zarah Leander e Marlene
Dietrich.
Le donne di Hitler, è questo il titolo della serie
partita giovedì 2 marzo alle 21.00 e che si dipana in sei puntate,
incentrando l'attenzione su ognuna di queste figure che hanno
determinato, positivamente e negativamente, la vita del dittatore
tedesco.
Protagonista della prima puntata, quasi a voler rendere omaggio alla
donna che più di tutte è stata vicino ad Hitler nei momenti di
gioia, ma che lo ha anche seguito nel suicidio, è Eva Braun.
Moglie per pochi istanti ma amante per tantissimi anni. Accecata
dall’amore, lo ha seguito, non consapevole degli orrori legati al
nazismo.
Si prosegue con Magda Goebbels, consorte del fidato
collaboratore nazista Joseph. Donna forte e determinata, forse
l’unica che sarebbe stata in grado di affrontare il Führer.
Il terzo episodio è dedicato a Winifred Wagner, una delle
prime donne a perdere la testa per il dittatore. Protagonista della
quarta puntata, invece, sarà Leni Riefenstahl, regista
tedesca, che ha venduto il suo sapere per la propaganda del regime.
Le ultime due puntate sono dedicate a due donne dello spettacolo. La
prima, Zarah Leander, fu la più acclamata cantante del Terzo
Reich e convinta nazista. La seconda, ben più importante, l’attrice
Marlene Dietrich, che rimase lontana dai corteggiamenti del
dittatore nazista e, soprattutto, ostile al regime, tanto da emigrare
in America.
Particolarmente interessante potrebbe essere, a questo punto,
realizzare un documentario sulle due donne di Mussolini. Da una parte Claretta
Petacci, eterna amante del Duce, e dall’altra Donna Rachele, moglie
e mamma presente, che ha sempre vissuto nascosta dal marito ma non
è stata mai la sua ombra.
Donne di Hitler è una serie inedita per l’Italia e in grado
di stuzzicare l’attenzione dei telespettatori. Un coinvolgimento
attraverso storie nuove ed emozionanti. Come tasselli di un puzzle
che pian piano trovano la loro giusta collocazione, quasi a completare
il ritratto di un uomo che rimarrà, purtroppo, impresso nella memoria
di molti.
FORMAT
Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i – di Filippo Bisleri
Primo
gradino del podio per Giorgia
Ferrajolo che, da autentica "signora"
dell'Olimpico, ha confezionato, in queste settimane, una serie
di servizi su Roma e Lazio da incorniciare. A cominciare da
quello sui festeggiamenti del derby di marca romanista costati
un orologio a mister Spalletti. Bravissima. 9
Assegniamo il secondo gradino del podio ad Anna
Maria Chiariello per la brillantezza dei suoi
servizi. Non per nulla ha vinto un importante premio
giornalistico nazionale di recente. Quando c'è la classe sul
campo si vede. E, con Anna Maria, la classe è da vendere. 8
Terzo gradino del podio a Maria
Cuffaro del Tg3, che è sempre una delle migliori
conduttrici di tg in circolazione. Sobria, mai impostata,
agevola il contatto tra la notizia e lo spettatore sia che la
notizia sia letta in studio sia che venga data attraverso un
servizio. 7
È sul gradino più alto del contropodio per una lieve
sbavatura. Parliamo di Simonetta Di Pillo del Tg5,
che, nei recenti servizi e conduzioni, ha regalato ottime
performance. Cadendo, però, in più di un'occasione, vittima
degli accenti o dell'inflessione gergale. La mettiamo nel
contropodio, ma ha di poco sfiorato il podio. 7
Resta anche lui nel contropodio, parliamo di Fabio Ravezzani,
direttore dei servizi sportivi di Telelombardia. Noto al
pubblico per le "bombe di mercato" al Processo
di Biscardi, il buon Ravezzani non si smuove da una
stiracchiata sufficienza. 6
Quasi quasi possiamo fargli un abbonamento. Parliamo di Aldo
Biscardi, che sul gradino più basso del contropodio ci sta
come il cacio sui maccheroni. Troppe urla in trasmissione. E
sorge una domanda: come ha fatto un tale giornalista a regalarci
una tgista doc come Mikaela
Calcagno? La scoperta gli fa guadagnare un punto. 5
ELZEVIRO All
the invisible children di Nicola Pistoia
Parlare di bambini, nel cinema, è spesso una cosa
delicata. Quando poi l’argomento ruota intorno alla loro infanzia,
a volte calpestata e distrutta, la delicatezza si trasforma in
sofferenza. Ed è proprio questo ciò che traspare dalla pellicola All
the Invisibile Children, in uscita nelle sale italiane in questi
giorni e che è stata preceduta dal lancio del brano,
omonimo, scritto da Elisa
e cantato insieme a Tina Turner.
L’idea di realizzare un prodotto cinematografico di alto livello, a
metà strada tra film e documento, nasce da un impegnativo progetto,
creato dall’Unicef
e dal Pam (Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite)
con la Cooperazione Italiana allo Sviluppo, che ha come scopo quello
di recuperare fondi per tutti quei bambini, definiti “invisibili”,
la cui vita è perennemente sospesa ad un filo e che la società tende
a dimenticare.
All the Invisibile Children è un film composto da sette
episodi, realizzati da altrettanti registi. Padri della
cinematografia internazionale, diversi tra di loro, che si sono
uniti per dare vita ad un lavoro unico e commovente, fuori dai soliti
schemi, e che vede come unici protagonisti i bambini. Affamati,
rapinatori per necessità, gonfi di botte, moribondi e, pur
sempre con la speranza che qualcosa possa cambiare.
Emir Kusturica, Spike Lee, Ridley Scott e
l’italiano Stefano Veneruso sono tra i registi più
importanti che hanno sottoscritto il progetto e realizzato episodi in
cui la storia si lega a temi scottanti come l’infanzia negata,
proponendo, per la prima volta, la visione di un mondo unito dal
dolore.
Il migliore degli episodi è senza dubbio l'ultimo, Song
Song & Little Cat, del regista John Woo; qui la
tenerezza si fonde con un'intima sensibilità.
Un film nel complesso efficace, che emoziona e che ha
emozionato gli stessi protagonisti, e che si spera scaldi il cuore
della gente, sensibilizzandola maggiormente. E’ importante che venga
restituito a questi bambini il diritto all’infanzia che la vita, con
le sue vicissitudini, ha negato loro.
Legati al mondo dei bambini, ma con sfaccettature diverse, gli altri
due film, in uscita proprio in questi giorni: La
guerra di Mario, che affronta il delicato mondo dell’affido
minorile, e Il
suo nome è Tsotsi, che mostra come la tragica realtà del razzismo,
alle volte, può portare a compiere atti ingiusti verso gli altri e
verso se stessi. Il film ha già segnato un record: far vincere per la
prima volta alla cinematografia sudafricana, l’Oscar come miglior
film straniero.
ELZEVIRO XIV
Edizione Giornata FAI di Primavera di Antonella
Lombardi
Appuntamento con la bellezza, per promuovere l’incontro tra la
gente e le proprie radici culturali e ambientali, con la Giornata FAI di
Primavera, che prevede sabato 25 e domenica 26 marzo l’apertura
straordinaria e gratuita di 410 monumenti in 190 città
italiane.
Per la prima volta saranno visitabili, grazie al FAI, oltre 400 monumenti
normalmente chiusi al pubblico: dai laboratori del Teatro
alla Scala di Milano, che ospitano più di 60.000 costumi di scena,
oltre alle scenografie e a uno spazio scenico per le prove perfettamente
corrispondente al palcoscenico del Piermarini, all’ eccezionale
visita alle sedi museali delle diciassette contrade di Siena,
dove sono conservati i palii, alcuni dei quali vere e proprie opere
d’arte dipinte da artisti come Renato Guttuso, Mimmo Paladino, Jim
Dine, Fernando Botero.
Da Palazzo
Giustiniani a Roma, con la sala dove è stata firmata la Costituzione
italiana, alla passeggiata nel centro barocco di Ragusa
Ibla alla scoperta dei palazzi più rappresentativi del periodo
successivo al grande terremoto del 1693.
Tra gli altri itinerari proposti: le biblioteche storiche di Cesena e
della sua provincia e le ville e i giardini segreti della Riviera
ligure.
Ci sarà anche spazio per altre curiosità e proposte culturali: passeggiate
ad hoc, aree archeologiche, borghi, paesi e cerchia di mura che per due
giorni saranno a disposizione di tutti i cittadini che desiderino visitarli.
Circa il 50% dei beni è fruibile da persone con disabilità fisica.
Per informazioni è possibile contattare il numero 0141/720850, attivo 24
ore su 24, oppure visitare il sito
internet dell'associazione.
TELEGIORNALISTI
Moro, giornalista per vocazione
di Filippo Bisleri
Abbiamo incontrato Daniele Moro, volto noto del Tg5
fin dai tempi dell’intervento della Nato
nei Balcani, per raccogliere, in un’intervista, la sua
esperienza professionale.
Come hai scelto di fare il giornalista?
«Credo di essermi accorto di voler fare il giornalista quando ero
veramente molto giovane, tra la fine delle scuole elementari e l'inizio
delle medie: sono cresciuto in una famiglia nella quale si leggeva molto
e si scambiavano opinioni veramente differenti. Lo stimolo a capire era
proprio molto forte. Venivamo dalla seconda guerra mondiale, che ha
segnato, in casa nostra, i destini di molti, da chi è finito a Dachau
poco più che bambino, a chi è andato al fronte con uno schioppo e ben
poche idee. E noi, cuccioli del dopo-guerra, a fare i conti tra i
racconti dei sopravvissuti che non erano attori del cinema, ma i nostri
genitori, zii e nonni».
Cosa ti piace di più della professione giornalistica?
«La cosa più eccitante è vedere il mondo che cambia sotto i
miei occhi, senza intermediazioni: la più frustrante è non poterlo
quasi mai cambiare».
Quali sono gli argomenti che preferisci affrontare?
«I conflitti, il dolore dei bambini, dei più indifesi: credo di
saperli mostrare senza offenderli».
Hai una preferenza per il giornalismo televisivo o ti piacciono anche
altri media come la carta stampata o le radio?
«Il giornalismo è come la musica: ce ne sono di tanti tipi e
ognuno è affascinante ed offre qualcosa che altri non ti danno».
Nella tua esperienza professionale hai un servizio, un personaggio o
un'intervista che più ricordi?
«I personaggi che mi ricorderò sempre sono quelli che soffrivano
davanti a me: come Pierre Seel, deportato dai nazisti perchè
omosessuale, al quale le SS hanno fatto mangiare dai cani il suo
compagno, davanti ai suoi occhi. Ci ha impiegato più di sei ore a
raccontarmi una storia che in tv durava otto minuti. O i bimbi di un
campo profughi in Corno d'Africa, che riuscivano a cantare con me
avendo perso tutto, meno la voglia di vivere».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo?
«Uno dei miei maestri è stato Beppe Venosta, uno dei migliori
giornalisti italiani(Panorama,
Il
Mondo, Il
Sole 24ore): severo, ironico, coraggioso e molto molto paziente
anche con me. Uno che il giorno del matrimonio di Lady Diana scrisse
una pagina intera sul quotidiano di Confindustria raccontando i riti,
spesso assolutamente ignoti a noi, dello sposalizio di due sconosciuti
figli della classe operaia inglese con le sue manie e le sue follie. E
in un post scriptum ricordare che: "Lady Diana Spencer, oggi,
ecc”: se fosse nato a Londra gli avrebbero fatto un monumento.
Al suo funerale, a Milano, eravamo in sei».
Tra colleghi e colleghe chi apprezzi di più?
«Non c'è una graduatoria: apprezzo chi ne sa più di me e più in
fretta. Ce ne sono molti».
Molti sono i giovani che vorrebbero fare i giornalisti. Quali
consigli daresti loro?
«Vedo che tanti miei colleghi sconsigliano questa professione: male. Il
giornalismo rimane un sogno e neppure tanto irrealizzabile».
OLIMPIA Il
coraggio di avere un sogno di Mario Basile
Inghilterra, 1921. Da qualche tempo uno strano camioncino gira di città
in città. Sul retro è disegnato un globo terrestre seguito dalla scritta «Dick
Kerr Ladies F.C., raccolte oltre 70.000 sterline per i reduci di guerra, i
bambini poveri, e gli ospedali». La squadra di calcio delle Dick Kerr Ladies
in quegli anni è il fenomeno di costume di un'Inghilterra che tenta a
fatica di rialzarsi dai colpi della Grande
Guerra. L’insolito veicolo, su cui le giocatrici viaggiano in tenuta da
gioco, è l’ultima trovata pubblicitaria della squadra.
La loro avventura era cominciata quattro anni prima, nel 1917. La Dick &
Kerr è una piccola azienda produttrice di materiali ferroviari. Situata a
Preston, si occupa dall’inizio del conflitto della produzione di munizioni.
Gli uomini sono tutti impegnati sul fronte e la manodopera è quasi
esclusivamente femminile. Nei momenti di pausa le operaie, spinte sia dalla
passione che dalla voglia di emanciparsi, si divertono a giocare al calcio nel
cortile della fabbrica. Le ragazze hanno degli evidenti limiti tecnici,
ma col tempo migliorano e fondano la Dick Kerr Ladies F.C.: comincia così
la storia del calcio femminile.
Da quel momento in poi sono tantissime le squadre femminili che si vengono a
creare e le Dick Kerr Ladies fanno il giro della nazione per sfidare le altre
avversarie. Il successo di pubblico è consistente. Nessuno avrebbe mai
immaginato che le partite di calcio femminile potessero appassionare così tanto
la gente. Va anche detto che le donne indossavano tenute da gioco identiche a
quelle dei colleghi uomini, ovvero maglietta e calzoncini, e in tanti forse
affollavano i campi solo per non lasciarsi sfuggire la ghiotta occasione
di poter apprezzare le loro forme. Sta di fatto che gli incassi sono da record.
Tutti i soldi raccolti finiscono in beneficenza.
Memorabile la partita del 26 Dicembre 1920. Al Goodison Park di Liverpool si
affrontano la Dick Kerr Ladies e la St. Helen’s Ladies. Le operaie di Preston
si impongono per quattro a zero. Ma il vero vincitore è il pubblico:
oltre cinquantamila spettatori assistono al match. Tantissimi restano fuori
perché i posti non bastano.
Il calcio femminile dilaga anche negli altri Paesi. In Francia, madame
Milliot fonda la prima federazione di calcio femminile e poi il campionato
nazionale. Nasce una sinergia tra la selezione francese e le Dick
Kerr Ladies. La prima storica partita internazionale si gioca in Inghilterra a
Preston il 28 Aprile 1920. La squadra di casa vince due a zero. La tournèe
delle due squadre prevede altre quattro tappe e tutte registrano un grande
successo di pubblico.
Qualche mese dopo si replica in Francia. Il teatro delle sfide stavolta sono i
campi di Parigi, Roubaix, e Rouen. Alla soddisfazione del notevole afflusso di
spettatori si unisce, per le ragazze di Preston, quella di aver battuto le
francesi cinque volte su otto.
Intanto in Inghilterra continuano a formarsi nuove squadre femminili
sull’onda delle famosissime Dick Kerr Ladies. La popolarità porta le ragazze
di Preston a sbarcare in Canada e negli Usa. Purtroppo oltreoceano
non ci sono squadre femminili da affrontare: se vorranno mettersi in mostra
potranno farlo solo contro gli uomini. Il confronto pare impossibile, ma
è un'occasione d’oro per dimostrare di non essere inferiori.
Infatti nelle otto partite disputate le Dick Kerr Ladies vincono tre volte,
e anche quando vengono sconfitte non demeritano.
Tutto va per il verso giusto: gli incassi devoluti in beneficenza sono
considerevoli e la fama delle Dick Kerr Ladies ha portato il calcio femminile ad
altissimi livelli di visibilità. Ma il 5 Dicembre 1921 arriva la doccia gelata:
la Football Association vieta il calcio alle donne.
«E’ dannoso al fisico». Questa la fragile motivazione della federcalcio
inglese. Evidentemente non sono ancora maturi i tempi per accettare che le donne
possano primeggiare in un ambito tipicamente maschile.
Le Dick Kerr Ladies non mollano e cercano di andare avanti tra mille difficoltà,
soprattutto quella di trovare campi su cui giocare. Rimarranno in vita per altri
44 anni. Il loro bilancio finale è di 858 partite disputate: 758 vinte,
46 pareggiate e 24 perse. I gol segnati saranno oltre 3.500.
Quattro anni dopo il loro scioglimento, finalmente nasce la Women’s Football
Association. I tempi sono cambiati, le donne hanno più potere: il calcio adesso
può essere anche loro. Ma senza la passione e il coraggio delle
Dick Kerr Ladies questo risultato, forse, non sarebbe mai arrivato.
VADEMECUM
L'esperto risponde
Un
anonimo lettore ci chiede:
Che cos'è la testata giornalistica?
Risponde Filippo Bisleri:
Semplicemente il nome e l'organizzazione che cura un mezzo
informativo.
Pabo ci scrive:
Collaboro con il “Giornale di Sicilia” ma ancora mi
manca un anno per essere pubblicista. Posso assumere
l'incarico di direttore responsabile di una radio locale?
Risponde Filippo Bisleri:
Assolutamente no.
Mery di Roma ci chiede:
L'ingresso ai master riconosciuti per il praticantato:
accettano solo se si è in possesso del voto massimo di laurea
triennale?
Risponde Filippo Bisleri:
I requisiti variano da master a master.
Matteo di Cava dei Tirreni ci scrive:
So che per diventare pubblicista bisogna scrivere dai 65
agli 80 articoli in un tempo massimo di due anni. Mi presento
in un giornale e faccio presente questa cosa, mi danno la
possibilità di iniziare e se sì mi pagano?
Risponde Filippo Bisleri:
Ti presenti al direttore e con lui, prima di iniziare a
collaborare, chiarisci i patti. Non commettere l'errore, però,
di chiedere dei soldi prima di aver mostrato il tuo valore.
Cristiana ci chiede:
Come devo fare per farmi prendere in considerazione da una
redazione affinché possa iniziare a collaborare?
Risponde Filippo Bisleri:
Invia dei curricula in grado di incuriosire chi convoca gli
aspiranti giornalisti. Invia tanti curricula.
Mario di Napoli ci scrive:
Gent.mo dott. Bisleri, avrei diverse domande da porle:
1) che si intende per registro dei praticanti? come ci si
iscrive?
2) quali vantaggi comporta essere un giornalista
professionista piuttosto che un semplice pubblicista?
3) è vero che con la nuova legge è necessario frequentare
una scuola di giornalismo ed è ormai inutile fare pratica in
una redazione?
Risponde Filippo Bisleri:
Caro Mario, rispondo con ordine.
1) Il registro dei praticanti è l'elenco di tutti i
giornalisti che stanno svolgendo il praticantato. Si viene
iscritti a domanda nel momento in cui si dichiara di iniziare
il praticantato.
2) Il giornalista professionista ha qualche tutela in più
sulla segretezza delle fonti e maggiore possibilità di
astensione dal lavoro. Inoltre il professionista laureato può
assumere la direzione di un ufficio stampa di un Ente
pubblico, il pubblicista laureato no.
3) Fino al 2012 ci si potrà formare ancora, come
professionisti, nelle redazioni. Nel contempo andrà a regime
la formazione universitaria. Dunque la pratica in redazione
non è inutile e, comunque, può essere associata a quella
universitaria.
EDITORIALE Grandi
comunicatori di Silvia Grassetti
In quest’epoca markettara forse non sempre si tiene presente che informare
e comunicare sono concetti non intercambiabili. Se il secondo può
avere a che fare con il marketing e la pubblicità, il primo, informare,
proprio no.
Sarò pleonastica: fare informazione è il compito del giornalista. E
informazione la si fa attenendosi a ciò che è vero, non a ciò che fa
audience, e neanche a ciò che fa vendere. Ogni collega l’ha imparato dal
primo giorno in redazione, insieme a un altro precetto della professione: i
fatti separati dalle opinioni.
L’episodio di un premier che si alza e se ne va, lasciando con un palmo
di naso la giornalista che lo stava intervistando, non rientra in faccende di
informazione, ma in operazioni di marketing – nonostante
l’indignazione, “qualcuno” ha pensato a prendersi su la pizza per
proiettarla, due ore dopo, durante un comizio.
Pochi giorni prima, Paolo Mieli, il direttore del Corsera, invitava gli
elettori a scegliere il centro sinistra. Maria Concetta Mattei aveva commentato:
«Beh, è una scelta assolutamente libera: visto che il Corriere della Sera
è un giornale indipendente, evidentemente il direttore ha scelto questa strada.
Credo che in Rai ci siano delle regole molto più rigide e credo che debbano
essere rispettate. Io sono molto felice, sono orgogliosa di essere al servizio
pubblico perché penso che abbia un valore maggiore; anche l’indipendenza
che ci garantisce il servizio pubblico è preziosissima. Io credo che qua si
possa essere liberi. Non tutti ne approfittano (ridendo, ndr), ma io
credo che ci sia la possibilità di essere e rimanere liberi».
Il giornalista svolge un servizio al telespettatore e al lettore:
permette loro di formarsi un’opinione su ciò che avviene nel mondo. Può
farlo perché si attiene alla realtà, perché approfondisce i
contesti, e perché sa essere coraggioso quando decide di porre domande
scomode all’intervistato. Negli ultimi cinque anni non è capitato spesso, di
incrociare in tv giornalisti coraggiosi. E lo stupore di averne vista una
al lavoro non dovrebbe trasformarsi in propaganda politica – né dovrebbe
iniziare come tale.
Il duello Prodi – Berlusconi di poche sere fa ha mostrato agli
italiani, ancora una volta, un’informazione imbavagliata, che per paura
di offendere la par condicio feriva l’intelligenza degli spettatori, mentre
due “comunicatori” applicavano le regole del marketing e della psicologia a
quelle della campagna elettorale.
Mi chiedo quale fosse il segreto dei “vecchi” colleghi della Tribuna
politica, che erano giornalisti, ma, per questo, nessuno s’offendeva.
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