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Telegiornaliste anno II N. 12 (44) del 27 marzo 2006
MONITOR Maria Luisa Sgobba, giornalista nata
di Filippo Bisleri
Appena tagliato il traguardo dei 37 anni, la giornalista e mamma Maria
Luisa Sgobba, pugliese (davvero una terra di giornalisti, come Giuseppe
Brindisi e Mino
Taveri), si racconta ai microfoni di Telegiornaliste. E svela un
personaggio dinamico, estroso, innamorato del proprio lavoro quanto lo è dei
suoi figli e della sua famiglia.
Maria Luisa, come hai scelto di fare la giornalista?
«Mia madre racconta che avevo le idee chiare già a otto anni, e a chi mi
chiedeva cosa volessi fare da grande rispondevo convinta: la giornalista.
Qualche anno più tardi ricordo di aver detto a qualcuno vorrei poter vivere
di scrittura. A 16 anni collaboravo con un mensile della provincia barese, L’informatore,
ma il giornalismo non era l’unica passione. Dopo la laurea avrei volentieri
continuato ad approfondire lo studio della letteratura italiana. Tra un
concorso e l’altro per ottenere un dottorato di ricerca infilai anche
quello per entrare nell’Ifg di Urbino e superai la selezione. Per me fu
un segno del destino».
Cosa ti piace di più della professione giornalistica?
«Credo il fatto che che ti obblighi a tener viva la curiosità sul mondo e,
soprattutto, sull’essere umano. Amo incontrare e ascoltare
chiunque abbia da raccontare un’esperienza, una storia. O, viceversa,
discernere e raccogliere gli elementi di un quadro, i colori che danno un senso
alle storie».
Quali sono gli argomenti che preferisci affrontare?
«In parte ho già risposto, mi piace soffermarmi sui dettagli, che più
d’ogni altra notizia o verità sono capaci di gettare luce sui grossi eventi,
rendere davvero il senso di un avvenimento. Mi piacciono le storie che riescono
a parlare di speranza anche nei quadri più foschi».
Hai una preferenza per il giornalismo televisivo o ti piacciono altri media
come la carta stampata?
«Come ti dicevo, all’inizio ho sempre pensato al giornalismo in quanto
“scrittura”, dunque sentivo la carta stampata molto vicina alle mie corde.
Alla scuola di giornalismo ho dovuto lavorare per guadagnare uno stile
che si adattasse anche a radio e tv. Ricordo che Giovanni Mantovani leggendo
i miei pezzi mi diceva: “non innamorarti delle parole”. Ironia della sorte
il mio primo contratto l’ho avuto in una radio. Mi sono ritrovata a occuparmi
di politica per Rtl
102.5. Una diretta ogni ora dai palazzi romani e solo qualche appunto
scarabocchiato su un foglietto: più immediati di così. La radio ha un fascino
particolare e mi è rimasta nel cuore, è stata una palestra essenziale per il
mio lavoro televisivo».
Nella tua esperienza professionale hai un servizio, un personaggio o
un’intervista che più ricordi?
«Davvero tanti. Ricordo i profughi arrivati con i gommoni e
sotto i nostri occhi scaraventati dagli scafisti sugli scogli di Otranto,
e quei finanzieri che, dopo ore di pattugliamento notturno delle lunghissime
coste, con pochi mezzi, si trasformavano in soccorritori premurosi. Ricordo gli
sguardi smarriti degli immigrati e le domande che loro ponevano a noi per
capire cosa sarebbe accaduto, il destino delle loro donne e dei loro bambini.
Ricordo l'11 novembre del 1999, quando svegliai il mio caporedattore in
piena notte per dirgli che a Foggia era crollato un palazzo intero.
All’alba eravamo pronti per andare in diretta ininterrottamente dal luogo del
disastro. I morti furono 67: un disastro sconvolgente e incomprensibile che nel
giro di due giorni richiamò in Puglia le televisioni di tutto il mondo.
Ricordo il terremoto in Molise, la scuola crollata a San Giuliano,
gli sguardi dei bambini riemersi dalle macerie. La paura di chi restava tra le
case pericolanti e la minaccia di nuove scosse. In tutto questo ricordo la
rassegnazione di una vecchina tutta sola in una piazza di notte che,
raccontandoci i suoi timori, sembrava invece voler rassicurare il mondo intero».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo?
«Come non essere grata a tutto il team dell’Ifg di Urbino, Silvano Rizza in
testa. Di quella esperienza mantengo poi il ricordo carissimo di Mario
Pastore. Devo moltissimo a Enrico
Mentana, che ha creduto in me e mi ha messo all’opera fin da quando
ero una semplice stagista. Prima nella redazione cronaca del Tg5,
poi in quella politica. Infine mi ha assunto quando si parlò di avere un
corrispondente stabile dalla Puglia. Era una stagione davvero
emozionante quella. Tre mesi dopo sarebbe partito il tg delle 8.00 del mattino,
un’autentica rivoluzione fatta di dirette da ogni angolo d’Italia e io ero
chiamata a raccontare la mia regione».
Tra colleghi e colleghe che apprezzi di più?
«Chi lavora spesso senza apparire, ma di fatto manda avanti l’intera
macchina del giornale. Persone in grado di risolvere ogni tipo di problema:
penso a quello che sono stati per il Tg5 Massimo Corcione o Alessandro
Banfi. Penso a quello che è stato Gigi Cavone per la redazione
romana di Rtl 102.5.
Persone instancabili, sempre presenti, saldi punti di riferimento».
Giornalista e mamma: sono ruoli conciliabili secondo te?
«Se ce la faccio io che in famiglia non sono certo un campione di
organizzazione, vi assicuro che è possibile. Ho due bambini, Francesco di
cinque anni e Federico che compirà un anno a maggio. Come tutte le mamme che
lavorano ho i miei bravi sensi di colpa quando infilo la porta di casa. Ma ho
tante fortune che altre mamme che conosco non hanno. Penso a chi non ha i
genitori vicini, a chi, pur lavorando, non può permettersi la baby-sitter
o a chi deve correre a prendere il bambino all’inflessibile orario di uscita
da un asilo pubblico. Io conto su tanti aiuti e, nonostante tutto, vivo alla
giornata. A volte credo che più che organizzazione serva creatività per far
fronte ai mille problemi che possono sorgere quando si è lontani da casa. Poi
ovviamente serve grande attenzione quando si ritorna. In quel momento i bambini
hanno ogni diritto di richiedere e avere tutto il tuo tempo».
Molti sono i giovani che vorrebbero fare i giornalisti. Quali consigli
daresti loro?
«Il mio consiglio è di essere ostinati e rigorosi soltanto
nello studio, senza puntare troppo su una meta come esclusiva. Anzi, giova
sempre mantenersi aperte più possibilità e strade per il proprio futuro.
Perfezionare sempre le proprie conoscenze, coltivare le proprie passioni. È
utilissimo seguire una scuola di formazione, per esempio, un master,
perché queste sono esperienze uniche, innanzitutto per la propria crescita e
poi in vista dell’inserimento nel mondo del lavoro. Purché il fine non
diventi l’unico scopo del percorso formativo. Secondo me, il lavoro, quale
che sia alla fine, arriva di conseguenza, quasi fosse un incontro sulla strada
che stai percorrendo investendo sulla crescita della tua persona».
CRONACA IN ROSA L’oro
blu di Erica Savazzi
È il gesto più semplice del mondo: basta girare una manopola
è lei sgorga, incolore, inodore, insapore, come ci insegnavano alle
elementari. Acqua, è ovvio! Così importante che perdiamo le staffe
se l’erogazione si interrompe: devo lavare i piatti, fare la doccia,
bagnare i fiori…
Chi pensa che ci sono persone che vivono quasi senza
acqua? In Africa, soprattutto, e nel Sud-Est asiatico. L’acqua
usata dal nostro sciacquone è per molti quella a disposizione in
tutta la giornata, per bere, per cucinare. Otto milioni di morti
l’anno per carenza di acqua. E poi quelli che a causa
dell’acqua non potabile
si ammalano, ma non hanno altra scelta: o bevono quella o niente.
Se ne è parlato al IV
Forum mondiale dell’acqua, in Messico, dal 16 al 22 marzo.
Obiettivo: dimezzare entro il 2015 il numero di persone che non
possono usufruire di acqua potabile.
Il mondo è assetato: solo il 3% delle acque è dolce, solo l’1% è
disponibile (il resto è immagazzinato nei ghiacci polari): l’acqua
è una risorsa finita, sempre più scarsa, anche a causa
dell’inquinamento. L’acqua sta diventando preziosa come l’oro,
è l’oro blu: fra qualche anno il suo possesso potrebbe
scatenare guerre, perché senza acqua non si vive.
C’è chi muore di sete e c’è chi l’acqua la spreca: è
l’occidente che lascia aperti i rubinetti al massimo mentre si lava
i denti, quello che usa ettolitri di acqua per avere il prato verde
nelle caldi estati mediterranee, quello che riempie laghi e fiumi di
rifiuti, quello che tanto può comprarsi l’acqua in bottiglia.
Ma che cos’è l’acqua? Un bene commerciale? Un diritto
inalienabile? Sono due visioni che si fronteggiano duramente. Nel
primo caso l’acqua è privatizzabile e commerciabile: alcune società
compreranno i bacini idrici e chi potrà pagare ne usufruirà. Nel
secondo caso tutti dovrebbero potervi accedere. Lo scontro è
decisivo: ancora una volta a fronteggiarsi ci sono i pochi ricchi
e i tanti poveri.
CRONACA IN ROSA
Casini
Mondiali di Tiziana Ambrosi
Quando si preparano eventi di rilevanza internazionale, come i Campionati
Mondiali di calcio, nulla viene lasciato al caso.
Tutti i particolari vengono studiati, non solo per la comodità degli
atleti, ma anche per quella delle centinaia di migliaia di visitatori
che manifestazioni di questo tipo richiamano.
Gli organizzatissimi tedeschi, con i Mondiali ormai alle porte, hanno
inaugurato, tra le strutture collegate all'evento, un immenso bordello
nei pressi dell’Olympiastadion
di Berlino: l’Artemis,
superficie
stimata di 3.000 mq, quota di ingresso di circa 75 euro.
Pareti affrescate, riproduzioni di statue famose, idromassaggio
ed ogni comodità. Quasi kitch.
In Germania la prostituzione è stata dichiarata legale
nel 2001 ed è parificata ad una normale attività di lavoro,
con conseguente imposizione fiscale, pensione e assistenza sanitaria.
Esistono anche due organizzazioni assimilabili a dei sindacati,
uno per le professioniste (Hydra) ed uno per i clienti (Lust und
Prostitution).
Le stime indicano che circa 400.000 donne hanno scelto
di intraprendere legalmente quel che viene detto il "mestiere più
antico del mondo".
Una annotazione: se la prostituzione esiste è perché, utilizzando le
leggi base dell’economia, l’offerta di servizi incontra
la curva della domanda.
Quindi lasciamo da parte i moralismi da parrocchia e siamo realisti.
È possibile immaginare uno scenario simile in Italia? Ma
soprattutto con la chiusura delle case di appuntamento, sancita dalla Legge
Merlin del 1958, si è in qualche modo risolto il problema?
Non è offensivo né immorale supporre che molte donne scelgano volontariamente
di prostituirsi.
I guadagni sono allettanti e in un certo senso
abbastanza semplici.
L’immediata conseguenza della chiusura delle case di prostituzione,
a ben vedere, è in gran parte un incremento di traffico sulle strade
statali.
E che Don Benzi cerchi di fare il vigile "ripulendo" le
strade di Rimini è sicuramente apprezzabile, ma non molto realistico:
si chiudono certe vie, se ne aprono altre.
Un controllo così poco marcato del territorio ha
lasciato la strada aperta agli sfruttatori.
Quante storie abbiamo sentito di ragazze, provenienti in gran
parte dall’Est europeo e dall’Africa, allettate dal
miraggio del lavoro ed infine assoggettate - con le
buone o le cattive - a questa nuova forma di schiavitù? Quale controllo
sanitario può esserci?
Sembra quasi che una legislazione nebulosa, a tratti contraddittoria,
e un moralismo da antico borgo di campagna cerchino di
stigmatizzare il problema facendo finta che non esista.
Ma il problema c’è, è vivo e sentito dalla popolazione. Senza
considerare gli introiti che le amministrazioni locali
potrebbero avere – come del resto in Germania.
E così, quasi romanticamente, amarcord della signorina
Gradisca e della variopinta umanità felliniana, nell’attesa che
qualche voce si levi al di sopra del bigottismo e dei luoghi comuni e affronti
la questione.
CRONACA IN ROSA IL
MONDO DELLE DONNE Raggae, bob e Portia di Erica
Savazzi
Tutti si immaginano la Giamaica
come luogo di delizie: mare, sole, musica, reggae,
spinelli, ritmi lenti. Il colore locale assunto a immagine mondiale, come nel
caso della squadra
olimpica di bob.
Ma c’è dell’altro. Esiste anche la politica, incredibile a dirsi, e
chi la incarna è una donna, Portia
Simpson Miller.
Sarà il nuovo primo ministro, eletta a furor di popolo per sostituire Percival
James Patterson, che ha annunciato le dimissioni per l’inizio di aprile.
«Sarò leader di tutto il popolo giamaicano», ha dichiarato Mrs. Portia. E
infatti è il politico più amato in assoluto: decisa, coraggiosa (ha
avuto discussioni anche coi suoi stessi colleghi di partito), rispettata.
La sua carriera è iniziata trenta anni fa, dopo una laurea in pubblica
amministrazione ottenuta in California. Oggi ha sessant'anni e ha vinto una sfida
iniziata nel 1992: già allora, infatti, si era candidata come premier, ma aveva
subito una pesante sconfitta proprio da parte di Patterson. Da sempre membro del
Partito Popolare, ha ricoperto incarichi di importanza: ministro del
Lavoro e del Welfare, ministro del Turismo e dello Sport, attualmente è
ministro per le Amministrazioni Locali.
Ci si aspetta molto da lei, soprattutto in materia di ordine pubblico. In
Giamaica infatti c’è un grave problema di criminalità, con circa 1.600
omicidi nel 2005, e un numero altissimo di violenze contro le donne.
Seconda priorità è la crescita economica: si punterà soprattutto sullo
sviluppo delle imprese e sul miglioramento dell’agricoltura, mentre un occhio
di riguardo verrà riservato alle opportunità di studio per i giovani.
Il lavoro non mancherà a Portia Simpson Miller. Sperando che non diventi
anche lei un elemento di folcklore per turisti.
FORMAT Barbara
Gubellini, la viaggiatrice del piccolo schermo di Giuseppe Bosso
È un’instancabile viaggiatrice; nei suoi programmi
l’abbiamo vista girare tutti gli angoli della terra, a Sai
xchè, «sicuramente i viaggi che più mi sono rimasti
impressi, dovendo raggiungere posti solitamente difficili da visitare
per un turista come vulcani e deserti, a bordo di elicotteri o
dovendomi calare in grotte»; e d’Italia, attualmente a Mela
verde, e in passato, per un breve periodo, al fianco di Davide
Mengacci a La
domenica del villaggio. «Mi è servita, essendo
sicuramente la cosa più lontana dal tipo di cose che ho fatto,
dovendo fare anche servizi di intrattenimento, che non è esattamente
il mio campo, oltre che sulla conoscenza del territorio dove andavamo».
Certo non è facile stare dietro a Barbara
Gubellini; Telegiornaliste però è riuscito a
"catturarla" per un'intervista, che ci rilascia con molto
piacere.
Piace perchè è bella e brava allo stesso tempo; ha collaborato con
personaggi come Licia
Colò, Mario
Tozzi, lo stesso Mengacci, «che, malgrado l’averci lavorato
davvero poco, è stato importante, essendo una persona molto calma,
contrariamente a me, che mi ha insegnato ad essere molto più posata»,
e Umberto
Pellizzari ; «il compagno di viaggio ideale, uno sportivo
generoso e leale sempre pronta a farsi in quattro per te, da cui ho
imparato molto dal punto di vista umano».
E adesso con Edoardo
Raspelli per Mela verde: «anche se in verità lo vedo
molto poco, andando in posti diversi per la trasmissione ».
Barbara Gubellini è laureata in lettere con una tesi da 110
e lode in Storia e critica del cinema sull'attrice Liv
Ulmann - «ma non ho mai pensato di intraprendere la strada della
recitazione. Non capisco la gente che passa dalla televisione alla
cinema. Non vedo collegamenti tra le due cose, al di là del fatto che
si compaia su uno schermo. Ho una stima talmente grande dell’attore
che deve entrare in un personaggio, che non credo riuscirei a farlo,
visti i presupposti che ci sono alle spalle. La televisione è una
cosa ben diversa, in cui devi essere te stesso per intrattenere gli
altri oppure per fare informazione, in ogni caso un qualcosa che viene
da te per come sei. Secondo me la cosa più comune sono le persone che
avrebbero voluto fare gli attori ma che si sono ritrovati a fare
televisione».
Finora hai fatto programmi più “da inviata”. E una conduzione
“da studio”?
«Ci ho lavorato dietro le quinte in questo tipo di programmi, come a Gaia,
per cui ho potuto vederli da quell’ottica. Magari è una cosa che
verrà nel tempo, quando non ce la farò più ad andare qua e là…
Però per adesso meglio continuare così, a contatto con la natura e
gli animali sul posto, è una cosa che mi piace tanto».
Di te si dice “convinta ambientalista”, come una tua collega
che ho avuto modo di intervistare tempo fa, Tessa Gelisio, che è
presidente dell’associazione forPlanet. Tu invece come ti
dedichi a questo impegno?
«Sicuramente in maniera diversa da lei. Ho un altro tipo di
formazione rispetto a lei; adesso magari con la trasmissione che
conduco su Play
radio il sabato alle 11.00, Planet
play, cerco di sostenere campagne legate a diverse
associazioni, come Wwf,
Legambiente,
anche Emergency,
ultimamente, e tante altre ancora. Cerco di essere utile il più
possibile, anche perché in radio forse sei più libero che in tv.
L’ambiente per fortuna è un tema che i media negli ultimi anni
hanno trattato in maniera sempre più diffusa, sia in Rai che a
Mediaset, anche se purtroppo, spesso, si sono alquanto "copiati"
tra di loro, e me ne sono accorta leggendo i testi. Credo che vada
migliorata la qualità piuttosto che la quantità di programmi, magari
sorvolando su una certa “spettacolarizzazione” che riguarda alcune
trasmissioni, e cercando di puntare più sull’informazione alla
gente, sui rischi che correranno le generazioni future».
Con Mela verde spesso ti vediamo in industrie e stabilimenti
alimentari. Ultimamente, soprattutto per l' Sos
aviaria, assistiamo ad una sorta di allarmismo legato a ciò
che arriva sulle nostre tavole. Tu cosa ne pensi?
«Penso che questo allarmismo sia esagerato, e purtroppo finisce per
ripercuotersi sugli operai e sui lavoratori di queste industrie.
Proprio per quanto riguarda il pollo una cosa che non viene
sottolineata è che i casi di morte accertati, finora, provengono da
Paesi in cui, purtroppo, le condizioni igieniche sono precarie e non
certo paragonabili a quelli dei Paesi occidentali, in cui invece le
carni e gli alimenti in genere sono sottoposti a controlli
accuratissimi. L’Italia ha anche ricevuto i complimenti dall’Oms,
l'Organizzazione mondiale della Sanità, per come ha gestito questo
allarme, ma credo che sia stato sbagliato il modo con cui le notizie
si sono diffuse».
Che consiglio daresti a chi volesse intraprendere la tua strada?
«Penso che sia importante concentrarsi su una cosa per volta. Capisco
che il problema di molti giovani, e mi ci metto anch’io, è
orientarsi tra tante possibili strade, ma penso che sia molto meglio
scegliere un percorso, e cercare di farlo bene, piuttosto che
distreggiarsi tra più cose rischiando di non farle in maniera
ottimale».
Di solito non è facile, viaggiando molto, riuscire a conciliare
lavoro e affetti: è così anche per te?
«Nel periodo di Sai xchè ho completamente sacrificato la mia
vita privata, ma è stata un’esperienza così bella e importante che
l’ho fatto molto volentieri. Adesso mi sono un po’
“tranquillizzata”, e sto cercando di gestire meglio i miei viaggi
e le pause nella mia casetta romana dove cerco di vivere i miei spazi.
Certo non è facile con un lavoro come il mio, in cui sei sempre in
movimento, mantenere contatti con una famiglia, un fidanzato, con gli
amici, anche se quelli veri poi non li perdi mai; una volta, una mia
amica (ride, ndr) mi ha paragonato ad una hostess per questo, e
mi ha dato un po’ da pensare. Penso comunque di essere riuscita ad
imparare col tempo a gestire i miei spazi; adesso, visto che con Mela
verde sono in giro per l’Italia e non negli angoli sperduti
della terra, penso di essere riuscita ad imparare a gestire meglio i
miei spazi di “ordinarietà” in cui posso dedicarmi ai miei cari».
FORMAT Gialappa's, oltre il "gollonzo"
di Filippo Bisleri
Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci: in una parola la Gialappa's
Band. I tre, comici e di grande ingegno, si incontrano a Radio
Popolare nell'ottobre del 1985. E cominciano a lavorare insieme
in radio scegliendo, come nome d'arte, quello di un tubero messicano da cui si
estrae del purgante per cavalli. In occasione del Mondiale
di calcio del Messico del 1986 scelgono l'avventura della tv. E
la carta si rivela vincente.
Da quel momento in poi, il dinamico trio ha messo a segno una serie di colpi da
novanta a partire da Mai dire gol. I colpi si sono concretizzati
scoprendo personaggi televisivi (pensiamo ad Aldo, Giovanni e Giacomo, per i
quali sarebbe lungo enumerare i personaggi interpretati a Mai dire gol);
rilanciando la stessa Simona
Ventura, ma anche Claudio
Lippi.
Ci hanno fatto conoscere Hellen Hidding, Fabio
De Luigi, e scoprire inedite qualità di Alessia
Marcuzzi "pre" Carabinieri.
Tra i personaggi valorizzati troviamo anche Teo
Teocoli (Felice Caccamo, Peo Pericoli e Gianduia Vettorello, solo
per fare alcuni nomi), e Gene
Gnocchi (Ermes Rubagotti).
Sotto la loro regia sono passati anche Antonio
Albanese (Frengo, Epifanio, il celerino e Pierpiero), Maurizio
Crozza (Arrigo Sacchi), Claudio
Bisio "pre" Zelig
(suo l'improbabile procuratore di calciatori Micio), Gioele Dix (con la
parodia di Alberto Tomba), Luciana
Littizzetto (Lolita), Maurizio Milani (Mandi Mandi), e Bebo
Storti (chi non ricorda il Conte Uguccione?).
E senza dimenticare le frequentazioni di Giobbe
Covatta o del Mago
Forrest e delle Letteronze.
Ci avviciniamo al ventennale di attività televisiva del pungente trio
che, nel frattempo, ha vissuto anche una non felice coabitazione con Paolo Bonolis
a Serie A e ora segue la parte di trasmissione nelle mani di Enrico Mentana.
Vent'anni principalmente caratterizzati dai gollonzi, da tormentoni come
"Vai Massaro" o "E aluuura?", ma non solo.
Già, perchè la Gialappa's ha dato vita anche a Mai dire banzai,
Mai dire grande fratello, Mai dire Maik, Mai dire tv,
Mai dire domenica e, ora, ci sta regalando delle spassosissime
puntate di Mai dire g.
Dove la "g" sta ad indicare sia i gol sia gli amarcord del Grande
fratello da Pietro 'o guerriero all'Ottusangolo.
Tutti programmi realizzati con sapiente ironia, un mix di garbo e satira
e, cosa strana in un mondo dove essere e farsi vedere sembra un must, senza mai apparire nei
loro programmi se non con le
voci.
Insomma, nati in radio, quelli della Gialappa's usano la tv con i suoi
programmi e il calcio con i suoi pedatori miliardari come se fossero in radio. E
centrano sempre nuovi successi.
Ed è grazie a loro se i presidenti e i calciatori sono qualcosa di più delle
rispettive qualifiche: valgano i casi di Edmeo Lugaresi patron del Cesena
e delle varie interviste impossibili, a cominciare da quelle Giovanni Trapattoni,
con frasi di protagonisti del calcio che prendono a pugni l'idioma italico).
E' ancora grazie alla Gialappa's se della tv gli italiani hanno imparato a
sorridere e se, nonostante la sovrabbondanza di reality, i personaggi che
li animano entrano nelle case di tutti gli italiani in modo simpatico, discreto
e capace di far superare le tristi comparsate nei salotti domenicali Rai
e Mediaset.
E, come direbbe Felice Caccamo (in una riuscita imitazione del Luigi
Necco del vecchio 90° minuto), «gira la palla gira la
palla»: grazie alla Gialappa's, per gli italiani che amano sorridere, gira,
almeno la palla, bene.
FORMAT
Telegiornaliste/i + Telegiornaliste/i – di Filippo Bisleri
Primo gradino del podio per Cinzia
Fiorato, ormai una presenza fissa della nostra classifica e
sempre nel podio vip. Ancora non capiamo come una giornalista
così brava, pur se molto timida, non approdi almeno al tg delle
20.00. Bravissima. 9
Secondo gradino del podio per Chiara Geronzi del Tg5.
Di recente è approdata anche alla conduzione del Tg5
delle 13.00 in coppia con Andrea Pamparana. Brava, spigliata
e per nulla intimorita dai ritmi incalzanti della conduzione ha
dimostrato di essere una vera professionista. 8
Terzo gradino del podio per Bianca
Berlinguer. La conduttrice del Tg3 è in costante
ascesa nel gradimento del pubblico e dei vertici aziendali per
la sua grande professionalità. Che va oltre ogni credo
politico o partitico. 7
Gradino più alto del contropodio anche questa settimana con
un'alta valutazione. Il gradino è assegnato a Lamberto
Sposini , che, nel marasma del Processo di Biscardi,
sembra riuscire a mantenere una calma da supereroe, come quando
ha mangiato pollo al termine del Tg5. 7
Sul contropodio anche Franco Ligas di Mediaset. Partito
bene, il giornalista sportivo sta, nelle ultime settimane,
accontentandosi di fare qualche compitino. Noi sappiamo che può
fare di più e l'ha dimostrato. Rivogliamo il vero Ligas. Da
rivedere. 6
Gradino più basso del contropodio questa settimana assegnato a Carlo
Laudisa. Le incursioni televisive del noto giornalista della
Gazzetta dello sport non lo rendono più simpatico e
mostrano la sua difficoltà ad adattarsi al mezzo
televisivo. Insomma, valgono i rilievi fatti a Xavier Jacobelli.
4
ELZEVIRO L’ironia
e il mistero di Antonello da Messina di Antonella Lombardi
C’è una mostra “impossibile” alle Scuderie
del Quirinale, che ha rappresentato una vera sfida per i suoi
organizzatori: riunire, per la prima volta, a Roma, gran parte delle
opere di uno dei pittori più importanti ed enigmatici del Rinascimento, Antonello
da Messina.
Appena cinquanta le opere di attribuzione certa, sparse in tutto il mondo.
Soltanto quindici quelle presentate nell’ultima esposizione a lui dedicata in
Italia, nel 1953; più del doppio quelle in mostra oggi a Roma.
Non è stato facile, per gli organizzatori dell’evento, convincere musei e
istituzioni di tutto il mondo a privarsi per qualche tempo delle opere di
Antonello. Cinque anni di lavori e trattative per raccogliere
capolavori sparsi nei musei delle città di Dresda, Berlino, Madrid, New
York, Parigi, Londra e altre ancora. Un’occasione unica, che ha permesso di
studiare e analizzare il corpus delle opere di Antonello, facendo luce sulle
tecniche e sui modelli prediletti da uno dei più grandi pittori del
Rinascimento.
Si sa poco della sua vita, complice, purtroppo, il terremoto
di Messina, che ha distrutto, nel 1908, ogni prova d’archivio, ma anche
alcune sue opere. Il clima culturale in cui si è formato Antonello è
quello del Quattrocento e Messina in quel periodo è un porto
franco nel Mediterraneo dove si incrociano diverse anime: mercanti e artisti
provenzali, fiamminghi e veneziani creano stimoli e
fermenti culturali in una circolazione di idee continua.
L’arte di Antonello conquista Venezia, banco di prova temuto da ogni artista
di quell’epoca. Colpisce l’umanità dei suoi ritratti, l’ironia
beffarda e ambigua che si cela dietro un volto.
E’ la fine del ritratto statico e la creazione, piuttosto, di una vivacità di
linguaggio che colpisce lo spettatore in un gioco di sguardi e
prospettive: si parte dal dipinto di San Girolamo nel suo studio, in cui
la luce gioca con gli spazi intersecando piani diversi in uno studio del
dettaglio che ricorda, solo in apparenza, l’arte fiamminga di Van Eyck.
Ma il mistero e la genialità dell’arte di Antonello fanno discutere da
secoli.
Come sottolinea Mauro Lucco, uno dei curatori della mostra, Antonello «introduce
il sentimento della compassione, anticipando Leonardo». Si vede dalla
serie di Ecce Homo e dalle Crocifissioni: il Cristo
mostrato nel corso della sua sofferenza e non nel trionfo divino finale è reso
ancora più umano da lacrime e smorfie di dolore che
colpiscono dritto al cuore.
C’è posto anche per l’ironia beffarda di sorrisi ambigui e sguardi
obliqui che hanno fatto parlare di una “sicilianità” dell’arte di
Antonello che da sempre fa discutere, come il Ritratto d’uomo di
Cefalù,
che ha ispirato allo scrittore Vincenzo Consolo il romanzo Il
sorriso dell’ignoto marinaio.
Persino Sciascia,
affascinato da quest’opera, si chiede: «A chi somiglia l’ignoto del museo
Mandralisca? (…) A un nobile o un plebeo? Un notaro o un contadino? Un pittore,
un poeta, un sicario? Somiglia, ecco tutto», contribuendo così ad infittire il
mistero sull’identità dell’uomo ritratto.
O ancora, la celebre Annunciata di Palermo che è, sempre con le parole
di Lucco, «la prima rappresentazione di un’annunciazione con l’angelo
sottinteso»: solo l’ovale perfetto di una donna mediterranea che
esprime una carnalità profonda, un viso olivastro, chiuso da una
mantella azzurra e «uno sguardo che gioca con quello dello spettatore, posto
nel punto di vista e quasi nelle vesti dell’angelo scomparso».
C’è posto anche per un’opera di Jacobello, figlio di Antonello, conscio dei
limiti del proprio talento che si firma «Figlio di un pittore non umano».
Fino al 25 giugno queste, ed altre opere di Antonello, Jan van Eyck,
Giovanni Bellini, Alvise Vivarini, il maestro di Antonello Colantonio e molti
altri, saranno in mostra alle Scuderie
del Quirinale.
TELEGIORNALISTI
Provvisionato, giornalista "old stile"
di Filippo Bisleri
Sandro Provvisionato, un giornalista di lungo corso, un
apprezzato scrittore e, da qualche anno, l’anima di Terra!
, con Toni
Capuozzo, ci racconta il suo essere giornalista.
Sandro, come hai scelto di fare il giornalista?
«Da ragazzo ero attirato dall'idea di fare il giornalista.
Cominciai molto presto con un giornalino di carattere sportivo
che dirigevo e ciclostilavo, facendoci scrivere gli amici che facevano
atletica leggera con me. Poi ci fu l'esperienza del volontariato all'Ansa
(1972 - 1976), e della direzione di Radio Città Futura, una delle
primissime radio libere romane (1975-77)».
Cosa ti affascina di più del giornalismo?
«In questo mestiere due sono le mansioni che hanno più appeal:
il direttore e l'inviato. Per ora faccio il caporedattore
con funzioni da inviato».
Quali sono gli argomenti che ti piacciono di più?
«Vengo dallo sport, sono stato assunto all'Ansa nella redazione
economica, ho fatto l'inviato di cronaca, poi di politica, il capo della
redazione politica e poi di quella centrale dell'Ansa, ancora l'inviato
di cronaca, l'inviato di esteri, il capocronista, l'inviato di guerra,
il conduttore di un tg, ora il curatore e l'inviato di un settimanale. E
in più dirigo un sito Internet di giornalismo investigativo. Che
altro? Gli argomenti che mi piacciono di più, comunque, sono la cronaca
e gli esteri».
Lavori in tv per scelta o per una preferenza rispetto agli altri
media?
«Nasco in una radio, ho lavorato per 16 anni nella carta
stampata, ora da 13 in una Tv. Ma la carta stampata resta il mio
grande amore».
Quali sono i personaggi o i servizi cui sei più legato nella tua
carriera professionale?
«I servizi sono tutti legati alla guerra (Libano '82, Bosnia
'92, Kosovo '99 e Iraq 2004). Quello che più ricordo è l'ingresso in
Kosovo il giorno dopo la fine della guerra, nel giugno 1999. Ma anche i
55 giorni del caso Moro (1978) restano indimenticabili».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo?
«Direttamente un grande cronista d'agenzia, Annibale Paloscia,
capocronista all'Ansa e oggi caporedattore a Liberazione. Per
averli letti e seguiti Giorgio Bocca ed Ettore Mo. Per
quanto riguarda la grinta (al di là delle sue posizioni politiche) Vittorio
Feltri, che ho avuto come direttore all'Europeo».
Chi apprezzi di più tra i colleghi?
«Gli inviati sobri, che non hanno atteggiamenti divistici
(troppo facili in televisione)».
Sei una delle anime di Terra! e, di recente avete ottenuto
anche l'ambito riconoscimento del Telegatto. Puoi raccontarci
quell'emozione? E qualche aneddoto di Terra!?
«Terra! è un'idea nata nel settembre del 2000 che si rinnova e
si reinventa ad ogni numero, ormai da quasi sei anni. Ha la sua forza
nel collettivo, anche se poi l'immagine è legata al suo conduttore Toni
Capuozzo. La forza di Terra! sta tutta nella sua capacità
di indagare e raccontare senza mai cadere nella faziosità o nella
banalità, anche se qualche errore in questo senso lo abbiamo fatto
anche noi. Terra! piace (e il Telegatto con i voti della
gente lo dimostra) perché è sempre un prodotto pensato e che si
permette di non vivere con l'ossessione della stretta attualità. C'è
poi l'aspetto della cura formale e in una certa idea di montaggio,
rapido ed incisivo e nella scelta delle musiche che arricchiscono il
programma».
Che consigli daresti ai giovani che vogliono fare il giornalista da
grandi?
«Oggi il giornalismo è un mestiere difficile. Mal pagato, mal
lavorato, mal vissuto da chi lo fa da parecchio. Il mio consiglio è
quello di non accontentarsi mai di essere un giornalista (non
basta un contratto per
esserlo), ma di diventarlo davvero riuscendo a raccontare. E per questo
devi fare il free lance (già, ma poi come campo, almeno in Italia)
oppure l'inviato. Un ruolo che oggi sta morendo. Mai accontentarsi di
qualcosa di meno. Se dovessi ricominciare e mi proponessero (come spesso
oggi accade) di fare il giornalista dietro un computer, copiando le
agenzie di stampa o pescando da Internet, penserei ad un altro lavoro».
OLIMPIA Donne
nel pallone di Antonella Lombardi
Appassionate, colte, testarde, con una grande
predisposizione tattica. Sono le donne che in Italia praticano
il calcio, condannate ad essere, per statuto, dilettanti.
Fanno parlare di sé fin dal 1930,
quando, a Milano, scendono in campo in sottana, sfidando pregiudizi
e retaggi dell’epoca, con vent’anni di ritardo rispetto alle
calciatrici tedesche e inglesi.
E’ ancora giovane la storia del calcio femminile italiano, ma
ricca di episodi curiosi, conquiste faticose, successi eclatanti
e passione genuina. Nel 1968 la prima rivoluzione, come
è giusto che sia, secondo le logiche della storia: cambiano il costume
e la mentalità, e così nasce la Federazione Italiana Calcio
Femminile. Due anni più tardi si comincia a parlare di serie A e
da lì in poi nascono, uno dopo l’altro, società, club, squadre e
tifoserie. Fino al 2000, anno del pieno riconoscimento del calcio
femminile nello statuto della FIGC.
Le calciatrici si fanno strada in uno sport in cui abbondano logiche
e linguaggi maschili; e come se non bastassero le numerose
difficoltà, la scarsezza di sponsor e ostacoli di altro tipo, ci si
mette anche il linguaggio a legittimare una divisione tra i sessi:
provate infatti a coniugare al femminile espressioni e ruoli tipici del
calcio, come “portiere”, “gioco maschio”, o altre ancora.
E questo nonostante le donne abbiano dimostrato di avere ambizione e
spirito agonistico pari a quelli dei loro colleghi più famosi e meglio
remunerati. Eppure, anche il calcio femminile ha avuto le sue campionesse,
invidiate in tutto il mondo: Carolina
Morace, nota sia come giocatrice che come allenatrice. Ma anche Patrizia
Panico, bomber della nazionale italiana. Così brava da aver
convinto una società di calcio statunitense a proporle un contratto
milionario.
Peccato che in questa storia manchi il lieto fine:
in Italia ogni giocatrice è vincolata, per statuto, alla
propria società di appartenenza e inoltre, il campionato di
calcio femminile è dilettantistico. In America no. Lo statuto
italiano non prevede neanche, per le calciatrici, passaggi al
professionismo, mentre agli uomini diventare professionisti
è concesso.
Una sola domanda: perché?
In attesa di una risposta, restiamo a casa a fare la calza.
Canticchiando Rita
Pavone e la sua Partita
di pallone.
VADEMECUM
L'esperto risponde
Mauri
ci scrive:
Ho saputo che per iscriversi all'albo dei pubblicisti,
oltre agli articoli, si possono presentare altre
pubblicazioni.
Scendo nello specifico: ho pubblicato, con due colleghi, un
volume "a cura di"... Quanti articoli vale? Cioè,
devo consegnare lo stesso 60 articoli o la pubblicazione mi
permette di avere uno "sconto"?
Un'ulteriore domanda: ho letto nella domanda di ammissione che
si parla di "biennio". Vale l'anno solare o si
considerano due anni effettivi? Io ho iniziato a collaborare
con una testata nel luglio del 2004. Devo aspettare luglio di
quest'anno per presentare domanda di iscrizione o posso già
accedere?
Risponde Filippo Bisleri:
Ringrazio per i complimenti al sito che vanno soprattutto al
direttore responsabile e a quante/i collaborano al magazine.
Personalmente non mi risulta che le pubblicazioni permettano
"sconti" sugli articoli da presentare per diventare
pubblicista. Credo tu la possa segnalare nei tuoi dati al
momento della domanda e, nel caso, chiedere ulteriori
specifiche al tuo Ordine regionale.
Quanto al periodo di collaborazione, se tu hai iniziato il 1°
luglio 2004 (la data è quella del primo pezzo da te siglato,
firmato o dichiarato come tuo dal direttore responsabile della
testata) non potrai presentare domanda fino al 1° agosto
2006.
Luisa di Roma ci chiede:
Sono giornalista pubblicista e ho un contratto (grafica e
editoria) a tempo indeterminato. Ho chiesto però che i miei
contributi fossero versati all'INPGI1.
Ora mi si chiede di diventare direttore responsabile di una
testata edita dalla mia casa editrice. Mi chiedo, qual è la
giusta forma contrattuale per integrare il mio contratto? È
corretto fare una nota che integri il mio contratto e
dichiarare il relativo aumento in busta paga in riferimento a
questa nuova carica, oppure il lavoro di direttore
responsabile è un lavoro autonomo e come tale va
disciplinato? In questo caso sono incompatibili?
Risponde Filippo Bisleri:
Il lavoro di direttore responsabile è normabile con i
diritti-doveri di un lavoratore e con la relativa busta paga.
Se il contratto è Fnsi, qualche azienda e alcuni direttori
trattano sui superminimi contrattuali e i vari benefit.
Rosa di Bari ci scrive:
Vorrei sapere se un portale come Studenti.it può essere
considerato una testata giornalistica online. Non vi sono
richiami all'iscrizione ad un qualsiasi tribunale.Vale la pena
scrivervi per ottenere il patentino da pubblicista?
Risponde Filippo Bisleri:
Non mi pare avere le caratteristiche per ottenere il tesserino
(non il patentino) da pubblicista.
Daniele di Palermo ci chiede:
Come posso iniziare la carriera giornalistica? Da dove
partire, io che sono alla prima esperienza?
Risponde Filippo Bisleri:
Provando ad inviare dei curricula a varie testate
giornalistiche.
Barbara di Torino ci scrive:
Il redattore responsabile di una rivista (spettacolo,
cinema, arte) deve essere giornalista/pubblicista o è
sufficiente che esista tale figura all'interno dello staff?
Risponde Filippo Bisleri:
Una rivista, salvo quelle tecniche per le quali è possibile
che la direzione sia assunta da un iscritto all'elenco
speciale, deve avere un direttore responsabile quantomeno
pubblicista. Ci può anche essere più di un pubblicista nella
redazione e un direttore responsabile iscritto all'elenco
speciale. Per verificare la possibilità che la direzione
della rivista sia affidata ad un iscritto all'elenco speciale
devi consultare la segreteria dell'Ordine regionale.
Sonya ci chiede:
Tempo fa mi chiamò un famoso direttore di tg per un
colloquio di lavoro, mi lasciò il numero della sua segreteria
e mi disse di richiamarlo. Così feci, senza risultati.Dove ho
sbagliato?
Risponde Filippo Bisleri:
Non ci sono stati errori, forse ha solo cambiato idea. Nel
mondo del giornalismo capita. Io, al posto tuo, richiamerei.
Fra di Campobasso ci scrive:
Che documentazione occorre per iscriversi all'albo dei
pubblicisti se la collaborazione è con una radio? È vero che
occorrono le attestazioni di interventi radiofonici per almeno
un minuto al mese?
Risponde Filippo Bisleri:
La documentazione è indicata, di anno in anno, dai vari
Ordini regioanli. Conviene che tu verifichi con la segreteria
del tuo Ordine regionale le richieste per il 2006. Certamente
occorre che dimostri interventi radiofonici per un periodo di
24 mesi e per ogni mese, non avendo le radio chiusura per
ferie.
Un anonimo lettore ci chiede:
Pubblicista, lavoro da otto anni come art. 36
"camuffato". In realtà svolgo lo stesso lavoro
redazionale dei professionisti, ma il mio editore non mi ha
mai concesso il praticantato. Non sono laureato, ma potrei
farcela tra un anno. Alla luce delle nuove norme che
entreranno in vigore, quale strada mi conviene percorrere per
accedere all'esame professionale? Faccio anche vertenza?
Risponde Filippo Bisleri:
Sconsiglio la vertenza. Chiederei all'editore di farti
accedere all'Esame di Stato che, fino al 2012, resterà anche
con formazione nelle redazioni. Per la "bozza Siliquini"
sui giornalisti laureati restano ancora alcune realtà da
precisare e, comunque, la formazione presso gli editori varrà,
come detto, fino al 2012. Fammi sapere.
Giorgia di Lecce ci scrive:
Vorrei diventare giornalista e il prossimo anno inizio
l'università: a che facoltà dovrei iscrivermi? E per la
specializzazione?
Risponde Filippo Bisleri:
Sul versante giornalistico la laurea consigliata è la
triennale di scienze politiche che poi si integra con corsi ad
hoc previsti nelle diverse facoltà. Se invece vuoi garantirti
una laurea quadriennale le consigliate dall'Ordine sono le
facoltà di Lettere, Scienze politiche e Giurisprudenza. Per
la specializzazione ti consiglio di valutare più avanti:
almeno datti il tempo di assaporare un paio di anni di ateneo.
Laura ci chiede:
Come si calcola una cartella? In righe o numero di parole?
Ci sono specifiche anche per la formattazione del testo
(carattere, paragrafo, ecc)?
Risponde Filippo Bisleri:
Cara Laura, salvo rarissime eccezioni, la cartella si calcola
in righe e battute ritenendosi, per convenzione, che una
cartella sia data da 30 righe di 60 battute (spazi inclusi).
Così, solitamente si indicano 1800 battute (spazi compresi)
per una cartella. Quanto alle specifiche per carattere e
paragrafo ci potremmo dilungare per ore... Specificami meglio
che intendi.
EDITORIALE I
cimiteri delle donne uccise di Silvia
Grassetti
Le chiamano “croci rosa”: di rosa sono dipinte, infatti, e
portano ognuna il nome di una donna uccisa, Veronica, Cupita,
Esmeralda; qualche fiore sgargiante, e una data. Quella del
ritrovamento del cadavere, spesso smembrato, seviziato.
A Ciudad
Juarez, in Messico, e in Guatemala, ci sono i cimiteri delle croci
rosa: sono centinaia i corpi sepolti lì sotto.
Lilia Garcia Andrade, diciassette anni; Claudia Yvette Gonzales, venti.
Elena Chavez Caldera, sedici anni; Elena Guadian, ventisei.
Dal 2001, le donne scomparse, rapite e uccise in Messico e in Guatemala
sono più di duemila. Se ne parla poco perché non ci sono molte
notizie da riferire: pochissimi giornalisti si interessano, nel
timore di ritorsioni o vendette, mentre i governi dei due
Paesi lasciano correre.
Sembra che i rapimenti e gli omicidi siano controllati dalla malavita,
per il traffico di organi e lo sfruttamento sessuale.
Nel 2004 la rappresentante delle Nazioni Unite Yakin
Erturk ha visitato il Guatemala, chiamata non da organizzazioni
governative ma da una rete di venti associazioni femminili, Red
de No Violencia contra la Mujer. La Erturk definì la situazione
delle donne del Guatemala come la più critica
dell’intera America Latina.
Ma l’appello è rimasto inascoltato: né i governi guatemalteco e
messicano, né l’opinione pubblica occidentale hanno voluto o potuto
intervenire.
Restano le croci rosa: una denuncia muta, sgargiante nei colori dei
fiori e del legno ma tetra e terribile. Delle donne uccise non
importa abbastanza a nessuno.
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