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Telegiornaliste anno II N. 14 (46) del 10 aprile 2006
MONITOR Savignoni,
esperta di Medio Oriente di Filippo Bisleri
Abbiamo raggiunto Domitilla Savignoni, redattrice della sezione Esteri
del Tg5,
in una delle sue presenze sul suolo italiano dopo la lunga permanenza in Israele
per seguire la drammatica vicenda dell’ictus
che ha colpito il già premier di Israele, Ariel
Sharon.
Domitilla Savignoni come ha deciso di fare la giornalista?
«Da ex sportiva e grande appassionata di danza, all'inizio sono
stata incerta sulla carriera da intraprendere. Poi ho cominciato le
collaborazioni giornalistiche. Il mio obiettivo era riuscire a lavorare in
un quotidiano, ma quando mi è stata offerta l'opportunità di entrare al Tg5
diretto da Mentana, non ho avuto dubbi. Lo stimavo, guidava una redazione
giovane e dinamica e un progetto unico nel panorama televisivo italiano».
Fare il giornalista presenta giornate sempre diverse. A te cosa piace della
professione?
«Amo il mio lavoro, mi piace l'imprevedibilità, il non dover sempre
affrontare gli stessi temi, la possibilità di viaggiare e di essere
al centro degli eventi per tentare di capirli e raccontarli, avendo a
disposizione il fortissimo potere delle immagini».
Cosa ti incuriosisce di più del tuo lavoro?
«Il terrorismo, le armi di distruzione di massa, i servizi
segreti, il conflitto israelo-palestinese. Sono appassionata di storia, ma
anche di tutto quello che riguarda il futuro, come la genetica e le
nuove tecnologie».
Lavori in tv. Cosa pensi degli altri media?
«Adoro la radio e Internet. La prima è uno strumento antico
eppure sempre attuale, l'altro è il presente e il futuro della comunicazione».
Nel corso della tua carriera professionale c’è un servizio o
un’intervista cui sei particolarmente legata, o che più ti hanno colpita?
«I servizi dopo l'undici
settembre. Un momento terribile per chi fa il nostro lavoro. Come
personaggi, non potrò mai dimenticare l'incontro con Yasser
Arafat».
Chi annoveri tra i tuoi maestri di giornalismo?
«Indro
Montanelli, anche se non l'ho mai conosciuto di persona. Enrico Mentana,
il più grande in Italia nel giornalismo televisivo. Ugo Magri, per
avermi svelato, con pazienza, i primi trucchi del mestiere».
Tra le colleghe e i colleghi dell’informazione moderna chi apprezzi di più?
«Milena
Gabanelli di Report».
Quali consigli daresti ai tanti giovani che vogliono fare il giornalista da
grande?
«Consiglio di chiarirsi bene le idee su quello che si vuole fare,
studiare e aggiornarsi continuamente, bussare a qualsiasi porta (prima o
poi qualcuna si apre) e avere l'umilità di cominciare da piccole realtà (si
impara tantissimo). E, se non bastasse, trovarsi un ottimo sponsor».
CRONACA IN ROSA
Jill Carroll, 82 giorni dopo di Tiziana Ambrosi
Libera!
Il 30 marzo Jill
Carroll, cronista in Iraq di The
Christian Science Monitor, è stata rilasciata
dopo quasi due mesi di prigionia.
Jill era stata rapita
il 7 gennaio scorso a Bagdad: un appuntamento con un leader locale, un ritardo
sospetto e infine un'azione da guerriglia che, oltre al sequestro di
Jill, ha causato l'uccisione del suo interprete.
Di lei si è saputo poco: la notizia è stata battuta addirittura con 48 ore di
ritardo. La sua stessa redazione aveva chiesto il silenzio
stampa perchè quel "Christian" nel nome del giornale
faceva paura.
Jill ha dichiarato di essere stata trattata
bene - in Italia una dichiarazione di questo tenore comporta
l'accusa di connivenza con il terrorismo - e di non sapere dove fosse il luogo
della sua prigionia.
In uno degli ultimi video girati dai rapitori e mandati in onda dalle reti di
tutto il mondo, Jill Carroll ha aspramente criticato la
politca statunitense; tuttavia dopo la liberazione ha dichiarato
di essere stata costretta a fare certe affermazioni.
Negli ultimi tre anni, quanti volti supplicanti, sfuocati per la scarsa qualità
delle immagini, sono passati attraverso gli schermi dei nostri televisori?
Alcuni li abbiamo visti sorridenti a casa, come Jill, Florence, Clementina, le
due Simona.
Altri non sono più tornati: Ken Beagly, il cui ultimo video è
un pugno nello stomaco, legato all'interno di una gabbia alta poco più di un
metro, Margareth Assan, Fabrizio Quattrocchi, Enzo Baldoni.
Viene da chiedersi se è normale che in un Paese sulla via della pacificazione -
lo dicono i governanti, che parlano di ritiro delle truppe, non i fatti -
accadano ancora episodi di questo tipo. Gli ostaggi
in mano a bande armate, banditi o terroristi che siano, sono ancora numerosissimi
e della maggior parte - più di cento - non si hanno notizie.
Ancora: la democrazia è una merce esportabile? Viene da pensare
che, evidentemente, molti Paesi mettano dei dazi. Le autobombe che irrompono
quotidianamente sulle pagine delle nostre cronache continuano a provocare
vittime. Il presidente Allawi parla di guerra
civile, ma Bush - dalla sua poltrona nella Stanza Ovale -
minimizza.
Sapere che un presidente straniero affermi di conoscere al meglio le sorti e la
situazione di un Paese non suo fa riflettere sulla reale
capacità di governo e sul rafforzamento della nuova gerarchia di
potere in Iraq.
Come se non bastasse, il tanto auspicato effetto domino - la caduta dei
governi teocratici o dispotici in Medio Oriente - è al di là da venire. E anzi
le posizioni più intransigenti ed
estremistiche si sono ulteriormente irrigidite. Una su tutte,
l'elezione in Iran di Ahmadinejad, che sta dando non pochi grattacapi alla
comunità internazionale.
Bentornata Jill, comunque. Le bare dei soldati americani continuano ad essere
nascoste, quelle degli iracheni nemmeno si contano.
CRONACA IN ROSA
IL MONDO DELLE DONNE Caccia
alle streghe di Erica Savazzi
Le cronache raccontano che in Europa l’ultima strega fu messa al
rogo nel Settecento. Oggi, nel 2006, la caccia alle streghe continua,
in altre forme e con altre motivazioni, in Africa.
Angola, Zimbabwe, Congo e Kenya, sono i Paesi
da dove giungono notizie di donne e bambini maltrattati,
torturati, scacciati dai villaggi perché sospettati di stregoneria.
Si calcola che ogni anno siano 200 le vittime di omicidi.
Donne e bambini, membri di famiglie colpite da disgrazie economiche
(perdita del lavoro, impoverimento), diventano capri espiatori
e vengono tacciati di stregoneria. Così anche i malati,
soprattutto i sieropositivi. Le antiche tradizioni dei guaritori
indicano che i sintomi propri dell’infezione sono identificabili con
quelli della possessione: chi è malato è sospettato.
E dopo i sospetti arrivano le contromisure: veri e propri cacciatori
di streghe pagati profumatamente dai villaggi per togliere il
problema, santoni e preti di sette che improvvisano crudeli
cerimonie per liberare i posseduti dal demonio. Uno di loro, a un
giornalista della BBC
che gli chiedeva se non temesse che i trattamenti potessero portare
alla morte, ha risposto: «Perché dovrebbero morire? Se muoiono vuol
dire che in loro c’è il diavolo».
Credenze ancestrali che si mescolano alla paura, sette
pseudo-religiose che approfittano dell’ignoranza, convenienza
economica. Per le famiglie povere potersi liberare di una bocca da
sfamare è un guadagno. Ma se l’abbandono dei minori è considerato
riprovevole, è invece giustificato nel caso si tratti di un
posseduto.
Fra le donne, le più discriminate sono le vedove e le anziane,
che per tradizione, soprattutto in Zimbabwe, sono ritenute “untrici”:
grazie a un fluido magico farebbero ammalare i giovani e più in
generale aumentare la mortalità dei loro villaggi. Non ci sono
gli strumenti culturali per comprendere che il responsabile è
il virus HIV.
CRONACA IN ROSA
W la foca!
di Erica Savazzi
Se avete visitato l’Acquario
di Genova vi ricorderete sicuramente delle foche:
musetto simpatico, lunghi baffi. Magari avete visto anche dei
cuccioli. Bellissime.
Ma senza libertà: immaginatele libere, a rotolarsi sul ghiaccio
polare. Belle e indifese. Immaginate stupendi cuccioli bianchi come la
neve. E poi… Ossa che si spezzano, sangue che colora il
ghiaccio, versi struggenti, uomini che urlano, motoslitte che corrono.
È la caccia alle foche, retaggio di quando l’uomo era
l’eschimese che uccideva per nutrirsi. Oggi i cacciatori sono occidentali
che lavorano per le industrie del pellame, che dichiarano alle
telecamere: «Le uccidiamo a bastonate per non farle soffrire. Ma
soprattutto perché se gli sparassimo rovineremmo la loro pelle». Martirizzate,
scuoiate sul posto (a volte quando sono ancora vive), e le carcasse
restano sul ghiaccio, monumento alla crudeltà, e al dio denaro.
No, non è come allevare polli e poi mangiarli. Le foche non hanno il
tempo di crescere: i cacciatori cercano i cuccioli, la loro pelliccia
candida. Quest’anno in Canada ne moriranno 325.000, in Svezia
160.000, tutti tra le due e le dodici settimane di vita, prima che il
pelo cominci a ingrigire. Una bellezza che è una condanna a
morte.
E poco importa il biasimo mondiale e la lotta delle organizzazioni
ambientaliste e animaliste. La pelliccia di foca significa lauti
guadagni in Paesi come India, Indonesia, Giappone, noto
quest'ultimo per non rispettare le convenzioni internazionali sulla
caccia a balene e delfini:
centinaia di esemplari uccisi ogni anno per “finalità
scientifiche”, ma poi la carne si può gustare nei migliori ristoranti
del Paese).
Gli Stati Uniti hanno bandito le pelli di foca nel 1972, in Europa
dagli anni ’80 è vietata l’importazione di pelli di cuccioli;
Belgio, Olanda e Messico stanno revocando tutte le licenze, in Italia,
grazia alla campagna condotta dalla Lav,
la Lega antivivisezione, sta per diventare operativo un decreto
interministeriale che vieta l’importazione di pelli di
cuccioli di foca e concede l’importazione di pelli di adulti solo
con autorizzazione ministeriale.
Intanto, ancora per un anno, il premier canadese Stephen
Harper ha autorizzato la mattanza, incurante del rapporto
Ifaw,
International fund for animal welfare, che profetizza entro i prossimi
quindici anni la diminuzione del 70% della popolazione di
foche: l’incertezza sul reale numero dei mammiferi e l’alto
numero di uccisioni consentite (cuccioli che non arriveranno
all’età adulta e non potranno riprodursi) impedirebbero di
riconoscere quando il declino potrebbe arrivare a un punto di non
ritorno. Col pericolo che le foche possano sopravvivere solo
all’Acquario di Genova.
FORMAT MEDIA E MINORI
di Serenella Medori
La sfida
che era nata nel 1957 si giocava secondo un numero considerevole
di regole: la più preoccupante e opprimente per i pubblicitari era il tempo.
Avevano in effetti il tempo di un codino per guadagnarsi i soldi dei
committenti. Già, il codino, 30, 35 secondi per citare il marchio,
giustificare la scenetta precedente di circa 100 secondi e guadagnare.
C’era anche chi si era organizzato e aveva cominciato a produrre scenette
da proporre ai vari marchi cercando di trovare un nesso tra lo sponsor e la
storia narrata. Chi riusciva ad avere un carosello con un attore già
noto registrava una piccola serie, anche perché il regolamento della Sacis
prevedeva che ogni spot non andasse in onda per più di una volta.
Immaginiamo la situazione: unico spazio, Carosello, con 130 secondi circa a
disposizione, un marchio da relegare alla fine, niente gambe al vento, niente corpi nudi
dunque, niente trasandatezza negli abiti e nessuna licenza nel gesticolare o
camminare e niente parole
fuori luogo.
Traduciamo il tutto in un linguaggio comprensibile e pratico, caratteristico del terzo millennio.
Gli spazi degli spot
sono infiniti: prima, dopo e durante il film, prima, dopo e durante il
telegiornale; tanti marchi in un solo spot, avete presente Calfort e tutte le
marche di lavatrici che lo raccomanderebbero? Beh, almeno secondo l’idraulico!
Ogni anno il Galà
della pubblicità, premi per spot e agenzie pubblicitarie.
Ogni giorno corpi nudi nelle vasche, davanti agli specchi, di fronte, di
profilo e di… schiena, anzi di fondoschiena. Storie e marchi che si
accoppiano senza avere sempre una ragione evidente, se non quella di apparire
diversi.
Accoppiamenti come amari, e amplessi, spogliarelli e orologi, auto e neonati,
preti e gelati.
Dalla tv al cinema il passo è breve e nuovi amori nascono tra pasta,
giornali, saponi e attori. Se il codino ha mai goduto di vita propria,
di una vita indipendente davvero, ora ha ottenuto la sua
vendetta.
Spot ovunque, dappertutto, in ogni momento. Spot nella rete, al telefono, alla
radio, sui giornali, sul cellulare, sul satellite e sul digitale terrestre. Un codino infinito.
(2-continua)
FORMAT L'Europa
ama i telepoliziotti di Giuseppe Bosso
Esagerando si potrebbe dire che laddove non riesce la moneta unica,
riesce il telecomando. Eppure è un dato di fatto: nella
maggioranza dei Paesi dell’Unione Europea i telepoliziotti
piacciono; e non solo a casa loro.
I maestri americani hanno fatto scuola e, all’incirca a metà degli anni
’90, hanno perso quel monopolio assoluto e incontrastato che
aveva fatto giungere nel vecchio continente un’infinità di serie e
di personaggi subito apprezzati dal pubblico (per citarne solo alcune,
T.J.Hooker, Starsky e Hutch, Chips); poi, evidentemente, la
sfida e la voglia di provare si è inculcata nei produttori europei
(che pure in passato avevano tentato, senza successo, la strada della
serie poliziesca) che nel corso degli anni hanno saputo ideare veri e
propri successi internazionali.
L'Italia, a riguardo, costituisce un capitolo a parte; è la divisa
in generale ad essere amata, non solo quella della polizia -
che è comunque ben rappresentata con due capisaldi oramai consolidati
dei nostri palinsesti, quali Distretto
di polizia e La
Squadra.
Ma i nostri schermi hanno saputo bene accogliere anche i
“colleghi” d’oltre confine dei coraggiosi uomini (e donne) del Decimo
Tuscolano e del Como Sant’Andrea. Sono passati ormai
dieci anni dall’approdo sugli schermi Rai del Commissario
Rex, proveniente dalla vicina Austria, e il successo
ottenuto dalle avventure del simpatico e impavido sbirro a quattro
zampe è testimoniato ancora oggi dai buoni ascolti che le
repliche ottengono.
Anche la fiction poliziesca di Rai2 parla tedesco, ma al posto
delle quattro zampe di Rex abbiamo le quattro ruote della squadra Cobra
11. E tedesco anche per Rete4 con le indagini di Siska
(ovvero il successore dell'Ispettore Derrick), ma soprattutto
francese: grazie ai due beniamini del pubblico transalpino, commissario
Cordier e comandante
Florent.
Le ragioni del continuo successo di questi serial sono date
probabilmente, anzitutto dal loro realismo: azione e tensione,
certo, ma senza talune esagerazioni proprie di alcune
produzioni statunitensi; e poi, ovviamente, il non trascurabile
fattore umano: gli attori.
Dapprima sconosciuti o quasi, confinati ai margini dello star
system, con la loro recitazione riescono a coinvolgere il
pubblico, senza tralasciare quel che c’è oltre la divisa,
appassionando lo spettatore non solo per le indagini e i casi da
risolvere puntata per puntata, ma anche per le vicende umane e
sentimentali che coinvolgono il protagonista o la protagonista di
turno.
Appassionanti come la love story tra il commissario Giulia
Corsi e il capitano Rea di Distretto di polizia, o
drammatiche come la morte del detective Moser, interpretato da Tobias
Moretti, protagonista (o meglio, coprotagonista) della prima serie
de Il Commissario Rex.
FORMAT
Ballando... sul
ghiaccio di Nicola Pistoia
Molta suspense aleggia intorno al nuovo reality, targato Rai1,
che dovrebbe partire mercoledì 12 Aprile alle 21.00. Tra le tante
incertezze, dovute sia al titolo (pare infatti che lo show dovrebbe
chiamarsi Notti di Ghiaccio e non più Notti sul Ghiaccio),
sia ai nomi dei dodici partecipanti (le richieste sono state
tantissime), una sola verità: a condurlo sarà senza dubbio Milly
Carlucci.
La regina del sabato sera, ex campionessa italiana di pattinaggio a
rotelle, torna con un nuovo programma, che corre sui binari di Ballando
con le stelle e che si preannuncia essere un grande successo. Ogni
settimana le dodici coppie, ognuna formata da un professionista dei
pattini e una celebrità, saranno impegnate in una sfida su piste
ghiacciate.
Il nuovo reality di Rai1 vuole cercare di sfruttare il boom di
ascolti delle Olimpiadi, in particolar modo il successo, forse
inaspettato, proprio delle gare di pattinaggio artistico, che hanno
raggiunto una media di oltre otto milioni di telespettatori.
Al fianco di Milly Carlucci, nell’insolito ruolo di presentatrice,
la campionessa simbolo del pattinaggio italiano: Carolina
Kostner. Un’avventura nuova per la diciannovenne studentessa di
Oberstdorf, che sicuramente le regalerà quella luce che, durante le Olimpiadi,
si è un po’ affievolita e che le ha impedito di portare a casa
almeno una delle tre medaglie.
Lo spettacolo non andrà in onda dal Palazzo del Ghiaccio, ma dagli studi
Voxson di Roma, dove si realizzeranno due piste: quella della sala
prove e quella delle esibizioni.
E nell’attesa che la febbre del pattinaggio torni a riscaldare il
cuore degli italiani, e di vedere i nuovi Plushenko e Arakawa
della tv italiana, iniziano ad affiorare le prime polemiche: Mediaset
sta preparando un nuovo spettacolo, Dancing on ice, che tradotto
in italiano vuol dire… ebbene si, proprio quello.
ELZEVIRO Luca Rigoni, cinema mon amour
di Antonella Lombardi
Parliamo di cinema con Luca
Rigoni.
Luca, oggi sei caporedattore della redazione esteri del Tg5, mentre
all’inizio della tua carriera volevi fare il giornalista di cinema.
«No, io volevo fare il cinema, non volevo fare il giornalista di cinema. Ho
fatto il giornalista di cultura e spettacolo – ho iniziato presto, nel primo
anno dell’università - perché mi sarebbe piaciuto molto occuparmi di cinema
e, venendo dalla provincia profonda del Nord, cioè da Trento, la via più
semplice mi sembrava farmi accreditare ai festival di cinema per entrare in
contatto con quell’ambiente. Dopodiché l’ambiente giornalistico mi ha
attirato e sono rimasto a fare il giornalista. Per un periodo occupandomi di
varie cose, anche di cultura e spettacolo e via via sempre più di esteri. Sono
grato, molto grato, sia al tipo di lavoro che ho fatto, che alla sorte che mi ha
condotto sempre più verso gli esteri, dato che poi mi sono trovato molto bene a
occuparmi di politica estera e di notizie dal mondo».
Quindi l’interesse per il cinema è nato dai festival o ancora prima?
«No, da prima ancora, dagli anni del liceo, poi mi sono laureato
all’università con una tesi in storia del cinema».
Continui ancora a occuparti di cinema, magari sporadicamente, o è rimasta
solo una passione?
«E’ rimasta una mia passione, anche se tendo sempre di più a rivedere i
classici o i grandi film della Nouvelle Vague, Godard, Truffaut, oppure
il cinema americano degli anni Settanta, piuttosto che le cose contemporanee,
che cerco comunque di seguire; ogni tanto torno anche ai festival, a Venezia o
anche rassegne minori. Amici che nel frattempo si sono fatti strada nella
direzione dei festival molto generosamente e cortesemente mi invitano, ma tendo
a occuparmi più che altro di classici e a leggere una vasta bibliografia di
storia del cinema e analisi dei film».
Cinema e giornalismo d’inchiesta. Tanti gli esempi nella storia del cinema,
ultimo arrivato il film
di George Clooney. Il tuo punto di vista su questo film?
«Mi è sembrato un ottimo film, conoscevo benissimo la vicenda del
protagonista, Ed
Murrow, il grande giornalista americano radiofonico, poi televisivo, anche
perché ho lavorato e vissuto per diversi anni in America: e Ed Murrow è stato
ed è un mito del giornalismo indipendente, d’inchiesta, oltre che
l’inventore delle broadcast news: il giornalista come “cane da guardia del
potere” secondo la famosa interpretazione e formula americana. Detto questo,
ci sarebbero alcune cose da specificare, come hanno fatto anche alcune riviste
prestigiose come per esempio il New Yorker: non sempre la mitologia
corrisponde esattamente alla realtà dei fatti, ci sono dettagli nella storia di
Murrow che mostrano come, in fondo, quando lui sferrò il suo attacco al
maccartismo nel 1954, questo era già in fase calante, mentre il maccartismo più
terribile fu quello degli anni 1948-52, quando fecero fuori una fetta di
Hollywood con una serie di testimonianze impressionanti.
Invece, quando Murrow decise di muovere all’attacco, ormai il senatore
McCarthy era stato abbandonato dal presidente Eisenhower: ancora un po’ e
sarebbe stato messo fuori gioco. Clooney ha fatto sì un’opera meritoria,
importante, ma, ecco, Ed Murrow, pur grandissimo, non è stato quell’eroe
solitario che spesso viene rappresentato».
Stiamo assistendo a grandi ritorni alla regia, come Woody Allen con Match
Point, quasi un “esordio” con un film drammatico in cui sembra
rinunciare alla cifra stilistica che più lo ha caratterizzato finora…
«Woody Allen però ha sempre avuto un côté drammatico molto forte, basti
pensare ad alcuni film che ha fatto nel corso della sua carriera e, anzi, se mai
c’è un suo film al quale Match Point si lega è Crimini e misfatti,
dove ci sono più o meno tutti questi temi, il delitto e il castigo o, per
meglio dire, il delitto e il non castigo, per esempio; certo in Crimini e
misfatti c’era poi Woody, come interprete, che colorava il tutto con il
suo umorismo amaro; non è che Match Point in fondo sia un’eccezione,
casomai uno sviluppo».
E poi Coppola, che torna alla regia dopo tanti anni di assenza. Come vedi il
ritorno di questi “mostri sacri” del cinema oggi?
«Coppola torna dopo nove anni di assenza. Mi sembra normale, anche Fellini ha
cercato di fare film fino a quando poi, ahimé, se n’è andato; non so come
sarà il prossimo film di Coppola, certo un film d’autore, con basso budget,
girato nell’ex Europa dell’Est… Sicuramente per Coppola è un rimettersi
in gioco totalmente e radicalmente, cioè abbandonare il grosso budget, fare un
film piccolo… E lui lo ha detto chiaramente, lucidamente. C’è un suo
diario…
Sul ritorno di Coppola al cinema, mi è anche capitato di scrivere una paginata
sul Foglio
qualche mese fa (l'articolo si trova a pagina 8 del Foglio del 31 dicembre 2005,
ndr); Coppola ha dichiarato di voler cercare di tornare ad essere il
regista che sognava di essere da giovane, prima dei grandi successi, un autore
“all’europea”, e quindi di voler fare un film scritto, prodotto, diretto e
montato interamente da lui, uno “sfizio”, insomma, che si può togliere a 67
anni (Coppola è nato nel 1939, ndr), mentre ha una figlia, Sofia, che
nel mondo del cinema, attualmente e, vorrei dire, paradossalmente, conta quasi
più di lui».
Infine, che consiglio darebbe a un giovane interessato a diventare oggi,
giornalista di cinema: ha ancora senso come specializzazione?
«Abbiamo appena detto (il riferimento è nella seconda parte
dell'intervista, online dalla prossima settimana, ndr) che il cinema
italiano, a parte alcuni casi, è moribondo o quasi!(ride, ndr)».
Beh, c’è anche l’estero…
«Sì, sì, assolutamente… Certo che fra un po’ ci saranno più giornalisti,
critici, esperti di cinema che registi, sceneggiatori e produttori, anzi è già
così, è sempre stato così, in realtà, ma adesso in misura esponenziale.
Quello del giornalista di spettacolo è comunque un lavoro bellissimo, secondo
me; e l’ambiente è divertente, stimolante, al netto del tasso di routine che
ogni settore, anche giornalistico, e compreso quello degli esteri, contiene; il
giornalismo, sappiamo bene, è fatto anche di tanta routine, oltre che di grandi
passioni, emozioni e divertimento.
Detto questo, ricordati che sono pochi quelli che riescono ad occuparsi di
cinema con uno stipendio fisso. Io suggerirei a chi è interessato, di
verificare bene le proprie capacità, le proprie competenze, mettersi in gioco,
certo, ma con un occhio al lato, come dire, “pratico” della vita, che non
guasta; solo pochi tra i miei molti amici che amavano e amano il cinema ne hanno
alla fine ricavato un soddisfacente stipendio, molti si sono dati ad altre
attività».
E in questo hai notato un cambiamento rispetto agli anni precedenti o è
sempre stato così?
«Forse, in fondo, è sempre stato così. Ma non guasta sognare. E non guasta
fare dei propri sogni la propria vita».
TELEGIORNALISTI Guadagnini,
giornalista di emozioni di Silvia Grassetti
Fabio Guadagnini è uno dei volti di Sky
Sport. Ed è un giornalista versatile, capace di approcciare, per
conoscenza personale, varie discipline sportive. Gli abbiamo chiesto di
parlarci della sua carriera e delle novità in vista dei Mondiali.
Come hai scelto di fare il giornalista e come è iniziata la tua
carriera?
«A diciassette anni come speaker in alcune radio locali in
provincia di Belluno, dove sono nato e cresciuto. Facevo tutto:
oroscopi, ricette, playlist alternative, contabilità. A vent'anni ho
cominciato con i primi servizi televisivi a TeleBelluno,
fra assessori, consigli comunali e palestre scolastiche. La mia passione
di ieri e di oggi è la musica, e lo sport praticato
(pallavolo da piccolo, basket fino a trenta anni, palestra oggi),
“masticando” anche hockey ghiaccio e sci, molto popolari nelle
Dolomiti.
La tv locale è una grande palestra per questo mestiere, perché
sei chiamato a fare di tutto. Lo consiglio sempre a tutti i giovani che
vogliono iniziare questo mestiere.
Il salto di qualità è arrivato nell’agosto del 1991, quando Rino
Tommasi mi ha selezionato per la nuova redazione di Tele+».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo?
«Ho la fortuna di averne avuti diversi in questi ultimi quindici anni: Rino
Tommasi mi ha insegnato il rigore e la precisione, Aldo
Biscardi il fiuto per la notizia, Darwin Pastorin l’importanza
della memoria storica, Mario Sconcerti l’approccio critico, Giovanni
Bruno, il mio attuale direttore, la capacità manageriale».
Tra colleghi e colleghe chi apprezzi di più?
«Gli amici con cui divido l’avventura di Sky:
sono tutti giovani e bravissimi, sono uno stimolo quotidiano.
Ammiro la grande capacità incidere sul tema di Giorgio Tosatti,
la grinta rigorosa di Toni
Capuozzo, la risolutezza di Vittorio Feltri.
Fra le colleghe mi piace Sarah Varetto
di Sky Tg24 e Monica
Leofreddi, con cui ho avuto la fortuna di lavorare».
Tu sei un giornalista sportivo a tutto tondo: anche se attualmente
segui da vicino la Champions League, nella tua carriera ti abbiamo visto
occuparti e interessarti di wrestling, pallavolo, basket... non di solo
calcio vive l'uomo?
«Eh no, vivere di solo calcio sarebbe un problema! L’uomo non può
che vivere di passioni, e lo sport, non solo il calcio ma tutto
lo sport, è una passione che non ti tradisce mai. Praticando sport ho
avuto la fortuna di crescere lontano da deviazioni negative. Visto in
tv, lo sport è la più bella forma di intrattenimento del pianeta.
Il calcio da noi è molto popolare, ma può ancora imparare da altri
sport: è più anarchico del basket e del volley, dove non puoi giocare
da solo; dovrebbe ispirarsi al codice etico di rugby e hockey ghiaccio,
dove i giocatori si “menano” in campo, ma si stringono sempre la
mano al fischio finale».
Come è cambiata la tv satellitare negli anni, da Tele+ a Stream, a
Sky?
«Tantissimo! Dal paleozoico della pay-tv ora siamo proiettati
nell’era moderna. Quindici anni fa Tele+ ha avuto il merito di aprire
una nuova era televisiva, Stream di aumentare la competizione sul
mercato. Sky sta dimostrando che la pay-tv è il rifugio
dell’informazione libera e del buon intrattenimento.
L’informazione è equilibrata, capillare e tempestiva,
l’intrattenimento non ha confini, è di massima qualità. Un abbonato
di Sky è libero sempre: di scegliere come e quando vedere ciò che più
gli interessa, in anteprima, con la massima qualità. E poi c’è la
tecnologia dei servizi interattivi e, presto, dell’alta definizione.
Meglio di così non saprei».
C’è differenza fra i format satellitari e quelli per la tv in
chiaro?
«La differenza sta nella libertà di chi produce i programmi e di chi
ne fruisce: ogni nostro nuovo programma è mirato verso il gradimento e
la crescita culturale del nostro pubblico. Il loro parere è la nostra
guida. Sappiamo che il nostro pubblico paga per vedere. È fondamentale
la qualità e la competenza, senza condizioni poste da esigenze
commerciali o di “share”. La corsa spregiudicata agli ascolti spesso
lega i polsi ai programmi in chiaro. Nelle tv in chiaro non sempre al
successo di “share” corrisponde la qualità».
Come si sta preparando la redazione di Sky Sport in vista dei
prossimi Mondiali di Germania? Ti vedremo sul "campo"?
«Sky sarà la televisione del Mondiale 2006. Per noi è una grande
scommessa, e sarà vincente. Oltre alla visione totale dei 64 match di
Germania 2006 stiamo preparando oltre un mese di programmazione non stop
dalle sette del mattino fino all’una di notte, sempre in diretta.
Tutto nel nostro stile: news e approfondimenti, curiosità e tattica,
rigore di cronaca e intrattenimento. E poi la tecnologia, con
l’alta definizione, e l’interattivo, che ci permetterà di non
perdere nulla del Mondiale. Poi ci sarà qualche sorpresa molto
divertente che stiamo ancora definendo, e che non posso anticipare.
Anche per me sarà un sogno che si materializza: sarò in campo con
campioni come Paolo Rossi, Gianluca Vialli, Josè Altafini, Pierluigi
Collina, Zvonimir Boban e molti altri».
C'è un sogno giornalistico nel cassetto di Fabio Guadagnini?
«Se è vero che i sogni rispecchiano il proprio carattere, ce n’è
uno che può realizzarsi a breve: commentare di nuovo una finale di Champions
League tra due squadre italiane, come mi è capitato di fare
all’Old Trafford tre anni fa. Magari capita a Parigi il prossimo 17
maggio…
Un giorno vorrei poter lavorare nel primo canale tv realizzato
direttamente dal pubblico. Sono certo che prima o poi nascerà».
OLIMPIA Arti
marziali ad Abano Terme di Antonella
Lombardi
Chi pratica un’arte marziale orientale sa che è molto più di
un semplice esercizio fisico e che nulla ha a che fare con la violenza.
L’esercizio è finalizzato all’equilibrio, all’autocontrollo
fisico e mentale, al raggiungimento di una piena coscienza di sé. Le
arti marziali, detto in giapponese, sono “do”, vie. È
proprio in considerazione di questi aspetti che il terzo week end di Higan
2006, grande manifestazione culturale tenutasi ad Abano
Terme, è stato dedicato alle arti marziali.
Rispetto ad altri eventi dedicati ad una sola disciplina, Higan ha
offerto, l’1 e il 2 aprile, al pubblico e agli appassionati,
un’ampia galleria di arti marziali. Durante il week end numerose sono
state le dimostrazioni di Shaolin, Taiji, Jujitsu,
Kendo, ma anche Kobudo, Sanda, Wushu, Meihua. Il pubblico
presente si è potuto anche cimentare con Karate e Aikido.
All’esterno del teatro congressi è stato anche allestito uno spazio
dedicato a dimostrazioni e allenamenti liberi a cura delle
associazioni e società sportive di arti marziali che hanno collaborato
a Higan 2006.
Sono state migliaia le persone che hanno visitato Higan 2006
registrandosi per accedere al teatro congressi. Folla autentica,
entrata in alcuni momenti a scaglioni, per la grande mostra di
bonsai curata da Nippon Bonsai Sakka Kyookai Europe e Associazione
Euganea Bonsai; enorme successo hanno avuto il concerto di tamburi
giapponesi “Taiko”, e la cerimonia del tè a cui
centinaia di persone, a causa della scarsa capienza della sala, non
hanno purtroppo potuto assistere.
Higan 2006 è stato organizzato dall'associazione Higan, in
collaborazione con Inartis, Nippon Bonsai Sakka Kyookai Europe e il
Comune di Abano Terme, con il patrocinio di Regione Veneto, Turismo
Padova Terme Euganee, Consorzio Terme Euganee Abano Montegrotto,
Provincia di Padova.
Per informazioni è possibile consultare il sito dell'associazione.
EDITORIALE Cattiva
maestra televisione di Antonella Lombardi
Nitido e straziante è arrivato, in diretta tv nelle
nostre case, un grido. L’urlo rabbioso e affranto di un
avvocato, insieme al dolore di due genitori disperati che fino
all’ultimo speravano di riabbracciare, vivo, un bambino
strappato al loro affetto e nascosto, per un mese, chissà dove.
Le telecamere sono entrate, invadenti, con costanza, in una casa
che pian piano abbiamo memorizzato. «Una nuova Cogne», ha
frettolosamente pensato qualcuno, risparmiandoci, questa volta,
plastici e modellini di un ambiente familiare e intimo come solo una
casa può essere.
L’occhio indiscreto della tv ha comunque frugato e
scandagliato l’intimità e la vita privata di una famiglia in maniera
impietosa, ossessiva, alla ricerca di un dettaglio superfluo, di un
“di più” che legittimasse un microfono aperto o un registratore
acceso. In una diretta televisiva sempre più serrata abbiamo così
appreso "la" notizia, grave e terribile, arrivata ai
familiari senza filtro, direttamente dai titoli di testa di un tg.
E non da chi di dovere.
Spettatori di un lugubre reality show abbiamo registrato altri
particolari inutili: un telefono gettato a terra per la rabbia, una
sigaretta di troppo, un gesto insignificante di stizza, mentre un certo
giornalismo “di pancia” continuava, implacabile, a trasmettere un
fiume di commenti privi di senso.
Cosa aggiunge questa “tv del dolore” che mira al basso ventre dello
spettatore? E fin dove può spingersi una telecamera
quando ci sono indagini in corso e famiglie straziate? Una vita,
irrimediabilmente distrutta, è passata in diretta davanti ai nostri
occhi.
Speriamo ci si fermi qui; la consegna del silenzio è, adesso,
un obbligo morale per permettere ai familiari di elaborare un
lutto tanto doloroso.
Succederà ancora? Bisognerebbe chiederlo alla cattiva
maestra televisione, di cui scrisse, con acume, Popper.
COLPO D'OCCHIO Elezioni oligarchiche 2006
di Luca Raffaelli
Una Repubblica fondata sulla sovranità dei cittadini: questa
è la forma di governo che la nostra Costituzione proclama vigente nel
nostro Paese.
I mass media informano come venga spesso avvertita una “distanza”
tra i cittadini e il ruolo che possano avere nella cosa pubblica;
un argomento spesso fatto proprio da tutte le forze politiche, che
affermano come sia necessario un cambiamento, un’inversione
di tendenza, una rottura degli schemi sinora utilizzati, per avere una
maggiore partecipazione di tutti al processo democratico.
Queste elezioni, anzi: la legge elettorale che le ha poste in
essere spiega a mio avviso molto bene quale sia il reale pensiero
delle élites al potere in Italia in questo momento. E
probabilmente non coincide con le regole consacrate nella Costituzione
Repubblicana.
La legge elettorale entrata da poco in vigore ha sancito un
principio molto interessante: un cittadino - elettore non
può decidere in prima persona chi eleggere. Come avrete
notato, sulle schede è scomparsa la possibilità, con una
piccola eccezione solo per Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta, di scegliere,
all’interno di una lista, quali siano i candidati che si vuol
far sedere in Parlamento.
Ora la scelta è limitata alla forza politica che si
intende sostenere e, soprattutto, all’uno o all’altro candidato
premier, in quanto le persone che siederanno effettivamente in
Parlamento saranno “elette, nominate” dalla lista stilata dai
comitati direttivi dei partiti, proporzionalmente al numero di voti
che ognuno degli stessi avrà ricevuto in quel contesto spaziale
denominato collegio elettorale. Con gli “aggiustamenti” previsti
poi dalla legge stessa.
Cosa significhi in concreto questa scelta politica che è stata
fatta dal Parlamento, e che concretamente impedisce ad ogni
elettore di esprimere un parere vincolante su chi debba essere
eletto come rappresentate della volontà popolare, risulta più chiaro
dall’esame dell’etimologia di una parola, tratta dal dizionario De
Mauro Paravia: oligarchia, forma di governo in cui i
poteri sono concentrati nelle mani di pochi cittadini; e, per
estensione, cerchia ristretta di persone che detiene il potere di
istituzioni, organizzazioni, enti e simili, e che spesso agisce
favorendo esclusivamente i propri interessi particolaristici:
oligarchia industriale, bancaria; istituzione, ente od organizzazione
retti in tale modo.
Questa è la definizione, a voi le conclusioni.
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