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Telegiornaliste anno II N. 16 (48) del 24 aprile 2006
MONITOR Rubele, giornalista di gavetta di
Giuseppe Bosso
Il grande pubblico ha avuto modo di conoscerla solo due estati fa, quando
affiancò
Maria
Teresa Ruta e
Beppe Convertini nell'edizione estiva di
"L'Italia
sul Due". Ma
Monica Rubele, veronese
doc, ha alle spalle una lunga gavetta e può considerarsi
certamente una veterana del mestiere.
Come nasce, professionalmente parlando, Monica Rubele?
«Sono
giornalista professionista dal 1997, ma già da tempo lavoravo
presso emittenti locali venete; come cronista mi occupavo di varie cose, dalla
cronaca agli eventi; ho anche condotto convegni, poi sono passata a
Rtl
102.5, continuando la trafila che poi mi ha portato, due anni fa, a Raidue,
dove tuttora sono co-conduttrice di
Sereno
variabile».
Quindi possiamo dire che le emittenti locali sono una buona
"palestra" per chi si avvicina al mestiere?
«Certamente. Anzitutto per la buona professionalità di chi ci lavora, ma
soprattutto, nel mio caso in particolare, proprio per il fatto che, dovendoti
occupare di tante e varie cose (ad esempio mi capitava che di mattina dovevo
fare un servizio su un omicidio e la sera un servizio sulla prima al teatro di
Verona), hai la possibilità di imparare il lavoro di giornalista a tutto campo».
Hai avuto finora grandi personaggi come compagni di lavoro, dalla Ruta a Osvaldo
Bevilacqua. Ti senti pronta per "camminare da sola" e quindi
condurre un programma tutto tuo?
«Beh, il lavoro in gruppo, a contatto con la gente, è la formula che meglio
si avvicina al mio modo di intendere il mestiere, però chiaramente è una
delle mie aspirazioni per il futuro».
Sereno variabile è un continuo viaggio per l'Italia, alla scoperta
anche di posti magari non tanto reclamizzati: ma il vostro lavoro basta per
valorizzare queste risorse del nostro Paese?
«Mi auguro di sì; del resto, se vedi la nostra trasmissione, è proprio
questo il nostro obiettivo: andare a caccia di curiosità, segreti, anche in
modo un po' insolito da come vengono presentati questi programmi; e in questo,
Osvaldo è davvero un maestro».
Si lavora meglio in un gruppo affiatato come il vostro?
«È indispensabile, per la buona riuscita della trasmissione. La tv amplifica
questo spirito di gruppo».
Un recente sondaggio afferma che voi giornaliste siete la categoria
professionale che peggio concilia lavoro e affetti. Da appartenente alla
categoria cosa senti di dire a riguardo?
«È la mia aspirazione riuscire a conciliare un'intensa attività
professionale con la vita privata, mantenendo le due cose nei giusti equilibri.
Il lavoro è importante, sì, ma non è tutto, per cui cerco di equilibrarlo
con gli affetti in maniera sana».
Ti ringrazio della disponibilità, Monica, e ti faccio un sincero in bocca
al lupo da parte di Telegiornaliste!
«Crepi. E grazie per l'affetto».
CRONACA IN ROSA
Violenze
sessuali, secondo la Suprema Corte di
Stefania Trivigno
Negli ultimi anni i casi di
violenze sessuali hanno
fatto discutere: non solo per la gravità dell’atto in sé,
ma anche per alcune sentenze pronunciate dalla
Corte
di Cassazione, che paradossalmente, invece di
scoraggiare e prevenire le aggressioni, infliggendo allo
stupratore la più terribile delle pene, sembra quasi abbia
voluto suggerire il metodo più efficace per aggirare la
legge. Vediamo alcuni casi.
Febbraio 1999. A Potenza un istruttore di guida
stupra una ragazza di 18 anni durante una lezione di guida.
La Suprema Corte di Cassazione
annulla la condanna a
due anni di reclusione perché al momento della violenza
la
ragazza indossava un paio di jeans, «difficili da
sfilare senza la fattiva collaborazione di chi li porta».
Aprile 1999. A Prato un uomo abusa sessualmente della
sua ragazza che, in quel momento, è
incinta di sette
mesi. L’aggressore è condannato a soli
14 mesi di
reclusione, in quanto la Cassazione non riconosce nella
gravidanza della vittima l’aggravante del reato.
Novembre 2003. A Cagliari un uomo stupra una
ragazzina
di tredici anni. Per la Cassazione in questo caso il
reato
risulta non grave perché la vittima, prima
dell’aggressione, aveva già avuto rapporti sessuali.
Dunque la violenza subita non avrebbe compromesso «l’armonioso
sviluppo della sfera sessuale della vittima».
Aprile 2006. A Roma due uomini abusano di una
ragazzina
di 14 anni. In primo grado, i due aggressori vengono
condannati a un anno e mezzo e due anni di reclusione. Dopo
il ricorso, la Cassazione riduce le condanne utilizzando
come attenuante
l’ambiente degradato in cui la violenza
ha avuto luogo.
Ci fermiamo qui.
Sembra evidente che, per quanto la legge italiana reputi lo
stupro un
reato, tuttavia non lo condanna a
sufficienza: lo fa quasi passare per una cosa da poco, per
una ragazzata sicuramente non condivisibile, ma perdonabile.
È vero anche che in altri Paesi la donna oltre alla
violenza subisce il conseguente ripudio e il disprezzo della
sua famiglia, come se, più che la vittima, fosse
l’artefice del male di qualcun altro: come il caso di un
anno fa in India, quando una giovane donna fu aggredita e
violentata dal suocero.
Ripudiata dal marito, è
stata poi successivamente
costretta a sposare il suo
aggressore al quale, secondo le autorità del luogo, era
oramai legata da un’unione carnale.
Questi "episodi" non devono farci dormire sonni
tranquilli, anzi. Dovrebbero favorire una riflessione seria;
perché le cose cambino e, almeno per una volta,
a favore
delle donne.
CRONACA IN ROSA
IL MONDO DELLE DONNE Stop al dolore di
Erica
Savazzi
Per le donne africane un
futuro senza sofferenza significa non essere
condannate al dolore fin da bambine, non dover subire infezioni, emorragie,
aborti e a volte perfino la morte; un futuro senza dolore è un futuro
senza
mutilazioni genitali.
Se in provincia di Vicenza una donna è stata
arrestata
con l’accusa di praticare l’infibulazione,
in Africa
quest’intervento chirurgico sulle bambine è ancora la
normalità.
L’ha subito il 92% delle donne del Mali, il 90% delle sudanesi e addirittura
il 97% delle donne nell’ormai moderno Egitto. Una piaga difficile da estirpare
che richiede
cambiamenti legislativi e soprattutto
culturali.
Negli ultimi anni è stato fatto un grande passo in avanti con il
Protocollo
di Maputo, vera e propria Carta dei diritti delle donne che bandisce le
mutilazioni genitali femminili in quanto reato contro i diritti fondamentali
delle persona. Adottato l’11 luglio 2003 nell’ambito della campagna
internazionale
Stop
FGM promossa da
Non c’è
Pace Senza Giustizia in collaborazione con
Aidos
(Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo), il Protocollo è entrato
in
vigore nel novembre 2005, dopo la ratifica da parte di quindici stati, come
previsto dal documento stesso.
Attualmente i
Paesi
che hanno vietato le mutilazioni genitali femminili sono Capo Verde, Mali,
Malawi, Lesotho, Comore, Libia, Namibia, Ruanda, Nigeria, Gibuti, Mauritius,
Senegal, Sudafrica, Benin, Togo e Gambia. Sedici Paesi sui 53 che avevano
inizialmente adottato il protocollo. Ancora
troppo pochi, considerando
che mancano giganti come Egitto, Mauritania, Eritrea, dove l’infibulazione è
ancora molto praticata.
Intanto, grazie al lavoro di
informazione e di
educazione delle
Ong e alla ribellione delle donne, alcuni villaggi iniziano a bandire la
tradizione delle mutilazioni. Un esempio per tutti
Sakinèbongou,
in Mali, dove anche gli uomini hanno compreso la dannosità dell’operazione e
non vogliono che venga praticata sulle loro figlie.
Si avanza a piccoli passi, cercando di
superare le tradizioni e
l’integralismo religioso: nel Corano alle mutilazioni femminili non si
accenna nemmeno.
FORMAT MEDIA E MINORI
Spot integrati 2 di
Serenella Medori
Ora nel mondo dei pubblicitari ci sono diverse
professionalità il cui compito è quello di piazzare lo
spot
negli
spazi televisivi o cinematografici più adatti.
In tutti i film c’è qualcuno che beve o fuma un prodotto
con marca in primo piano o guida un'auto inquadrata sempre
da davanti per mostrarne il marchio. Inserire questi oggetti
con
garbo, con
ripetitività e senza
ostentazione è stato subito facile.
Brillante è stato invece annidare la
Fedex,
società di consegne statunitense, nel complesso
tessuto di un film ambientato in massima parte su una
sperduta isola del Pacifico.
Tom
Hanks in
Cast
Away si salva infatti accompagnato da uno stuolo di
pacchi marchiati Fedex. Davvero brillante, e soprattutto
palese ed evidente, ben oltre l’ostentazione, al punto che
chi non era a conoscenza dell’esistenza della Fedex ha
inizialmente pensato che fosse un marchio inventato per il
film. Si trattava invece di una
enorme operazione
commerciale, senza fine. Il film, le cassette, i dvd e
la tv porteranno la Fedex
lontano nel tempo.
Che dire invece dei
Matrix?
Gli amanti del genere non avranno fatto a meno di notare la
serie di
occhiali sfoggiata da
Keanu
Reeves e compagni nel film omonimo. Gli occhiali hanno
da sempre un naturale fascino, che, abbinato alla situazione
quasi mitica narrata dal film, ne fanno chiaramente uno
style
symbol: lo stile di chi va oltre la realtà, lo stile di
chi "vede"
oltre la realtà.
Il
computer è un altro prodotto la cui pubblicità
è spesso integrata nei film e telefilm con un suo ruolo e
soprattutto una sua marca ben in evidenza.
Sex
and the City espone un computer portatile con la sua
mela sempre in primo piano che affianca una graziosa e
smaliziata... scrittrice. La protagonista scrive spesso, è
inquadrata a mezzo busto e davanti a lei ancor più in primo
piano, e sempre a favore di telecamera, si trova il
coperchio sempre rigorosamente aperto del computer con la
mela al centro. E’ talmente
normale che una
scrittrice scriva usando un computer che questo continuo e
sfrontato spot viene subito
metabolizzato dal
telespettatore che non ha alcun motivo di considerarlo
invadente.
Nel cinema americano gli
spot integrati esistono
ormai
da cinquant'anni.
Tranquilli! Non sto affatto per dire che l’Italia è in
ritardo!
(4-continua)
FORMAT
Il Volo spagnolo di
Nicola Pistoia
Un viaggio nella
caliente Spagna per ironizzare e
discutere dei difetti e di quei pochi pregi che l’Italia,
paragonata ad altri Paesi, possiede.
Tutto questo e molto di più, il nuovo programma dell'
ex
panettiere bresciano scoperto, tanto per cambiare, da
Claudio
Cecchetto nel 1996 e che, in oltre dieci anni, di
strada, ne ha fatta veramente tanta.
Fabio
Volo, 33 anni, nasce principalmente come speaker
radiofonico. Il suo programma
Il Volo del mattino su
Radio
Deejay è al sesto anno di programmazione. Ogni mattina
ci delizia con discorsi a metà strada
tra la filosofia e
la saggezza, ma che in realtà, poi, un senso ben
definito non ce l'hanno.
Tra le tante cose, Volo ha scoperto di essere anche uno
scrittore
di romanzi di successo: il primo di questi,
Esco a fare
due passi, ha venduto oltre 300 mila copie;
E’una
vita che ti aspetto, 400 mila, e l’ultimo, uscito il 7
febbraio,
Un posto nel mondo, ha conquistato già la
soglia delle 250 mila copie.
Fabio Volo è anche
attore (
Casomai e
La
Febbre), ma soprattutto è un uomo di spettacolo che ama
divertire il suo pubblico e ama divertirsi. Proprio in
televisione è il suo nuovo impegno: dal 4 aprile, su
Mtv,
ogni martedì, mercoledì e giovedì, conduce il
discutissimo show
Italo (Spagnolo), che va in onda da
Barcellona.
L’intento del Volo nazional- spagnolo è proprio quello di
mostrare come si vive in una città contemporanea e in una
democrazia
più fresca e più giovane di quella italiana. Lo studio
è un bellissimo appartamento nel Barrio Gotico della città
catalana.
Tra
arredamenti raffinati e un terrazzo da cui si
scorge la spettacolarità di Barcellona, una serie di
ospiti, più o meno famosi, si intrattiene con il padrone di
casa per esprimere i propri desideri, e talvolta i propri
dissensi, rispetto ad una società che pare stia diventando
troppo
cinica.
ELZEVIRO Largo
ai giovani… critici di
Antonella Lombardi
C’è un premio per
aspiranti critici cinematografici che
abbiano dai 18 ai 26 anni: è quello dei
Quaderni del
CSCI 2006, bandito dal Centro di Studi del Cinema
Italiano e sostenuto dall’
Istituto
Italiano di Cultura di Barcellona.
Realizzato con il patrocinio del
Consolato Generale
d’Italia a Barcellona, il
Premio costituisce
un’ottima
vetrina per giovani
studiosi di cinema
italiano che vogliano cimentarsi in un saggio o una
recensione sulla produzione cinematografica del nostro
Paese.
Il premio consiste nella pubblicazione del saggio e delle
recensioni vincenti sul secondo numero della rivista annuale
di cinema italiano
Quaderni del CSCI, pubblicata
dall’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona e
distribuita in Italia e nel mondo.
Inoltre, ulteriori elaborati, ritenuti meritevoli, potranno
essere raccolti e pubblicati in un volume dalla redazione
dell’Istituto. Per partecipare c’è tempo fino al 31
maggio.
Il Premio si articola in
due sezioni: stesura di un
saggio
inedito su qualsiasi aspetto del cinema italiano,
classico o contemporaneo, e/o di
recensioni inedite
di film italiani prodotti nel 2005 e usciti nelle sale
cinematografiche italiane.
Numerose le partecipazioni alla precedente edizione del
Premio, che si segnala come una delle poche iniziative
aperte, in questo settore, a una fascia di pubblico a volte
considerato, banalmente, come semplice “consumatore” di
cinema, la cui
creatività e
competenza
vengono invece messe alla prova in questa iniziativa.
Se ciò non bastasse, a sottolineare ulteriormente la
particolare attenzione ai giovani, c'è la giuria, per metà composta da membri sui trent'anni, rappresentanti della
cultura italiana e spagnola:
Magdalena Brotons (Universitat de les Illes Balears),
Joaquín
Cánovas (direttore della Filmoteca “Francisco Rabal”
di Murcia),
Jordi Corominas (scrittore e critico
cinematografico),
Loris Pellegrini (scrittore e
regista teatrale). Il Presidente della Giuria è
Julio Pérez
Perucha (presidente della
Asociación Española de
Historiadores del Cine).
Sul sito dell’
Istituto
Italiano di Cultura di Barcellona, è possibile
scaricare il bando del premio. Per ulteriori informazioni si
può mandare una email a
csci.iicbarcellona@esteri.it
.
ELZEVIRO Primavera
nelle oasi di
Erica Savazzi
Si rinnova anche quest’anno l’appuntamento con la
Giornata delle Oasi.
Il
WWF, che festeggia i
40
anni di attività in Italia, domenica 30 aprile aprirà
gratuitamente al
pubblico
cento oasi distribuite su tutto il territorio nazionale, a cui
si affiancheranno anche
40 riserve naturali gestite dal
Corpo
Forestale dello Stato.
Tema di questa iniziativa è la
biodiversità: i 33.000 ettari di
territorio protetto nelle 130 Oasi WWF sono infatti spazi incontaminati che
ospitano un patrimonio importantissimo di specie animali e vegetali.
Questa ricchezza, sempre più
in pericolo a causa dell’inquinamento e
delle attività umane, deve essere preservata: da qui la necessità di
sensibilizzare il pubblico, e soprattutto bambini e ragazzi, sulla
delicatezza e sull’
importanza dell’ambiente naturale per la
sopravvivenza dell’uomo stesso. «La biodiversità ha bisogno di aiuto, un
aiuto che deve venire dai giovani chiamati a impegnarsi in prima persona per
conservare il bene più prezioso», ha dichiarato
Fulco Pratesi,
presidente del WWF Italia. «Perché solamente dei
giovani competenti e
interessati diventeranno degli
adulti attenti e rispettosi».
Durante la manifestazione verranno
premiati anche gli studenti delle
scuole che hanno partecipato al concorso
Giovani
Pubblicitari, ideato dal WWF e patrocinato dal ministero
dell’Istruzione, dell’Università e Ricerca. I ragazzi hanno
creato
disegni e slogan per una
campagna pubblicitaria che comunicasse
l’importanza della conservazione della biodiversità.
Accanto a loro quattro
testimonial:
la presentatrice Paola Saluzzi, la cantante Elisa, il calciatore Gianfranco Zola
e l’attore Marzio Honorato, che nelle scorse settimane hanno visitato alcune
scuole raccontando il proprio rapporto con la natura.
Durante la giornata, oltre alle
visite guidate alle Oasi, sono in
programma
giochi, spettacoli, mercatini, e le liberazioni di rapaci e di tartarughe.
TELEGIORNALISTI Nosotti,
giornalista "per caso" di
Filippo Bisleri
Abbiamo raggiunto
Marco Nosotti, uno dei volti più
noti della redazione sportiva di
Sky,
all’indomani di una delle sue numerose e qualificate
presenze a bordocampo, e tra un aereo e un treno che lo
portano in giro per l’Italia a raccontare il calcio o il
volley dei big.
Marco Nosotti come ha deciso di fare il giornalista? Una
vocazione?
«Sincerità per sincerità? Bene, eccola: il
fuoco sacro
del giornalismo non mi ha mai travolto e incendiato più
di tanto, almeno non ricordo. Una cosa è certa però:
questo mestiere, vocabolo che preferisco a lavoro,
è un
mestiere che ti “punta”, ti individua tra molti e ti
sceglie. Questo è capitato a me quando poco più che
ventenne, indeciso tra laurea in Giurisprudenza, attore dal
futuro molto incerto e carriera di scarso, molto scarso,
portiere di quarta serie, accettai di dare una mano nella
piccola redazione di una televisione privata del sassolese (
Modena).
Colpa di un compagno di liceo, lui sì un vero genio ed una
penna stupenda:
Leo Turrini, editorialista de
Il
Resto del Carlino e
La Nazione. Sono passati 25
anni e non mi sono mai pentito di avergli dato ascolto».
Cosa pensi del luogo comune che vuole i giornalisti
sportivi meno preparati dei colleghi?
«Per molti anni mi sono occupato di cronaca, nera e
giudiziaria, di politica ed economia nelle tv locali dove ho
lavorato.
Non credo esista un giornalismo di serie A o di
serie B, credo invece che esistano giornalisti bravi e
meno bravi, preparati e no, credo anche che ci siano molti
furbi come nella vita di ogni giorno. Non mi sento sminuito
perché mi occupo di sport, anzi sono un privilegiato perché
faccio un mestiere che mi appassiona e mi stimola ogni
giorno, un mestiere che rispetto e cerco di onorare con
onestà».
Hai un tipo di giornalismo che preferisci?
«Non ce ne è uno in particolare, mi piacciono le storie di
sport, storie di uomini di sport, anche quelle minori,
quelle degli ultimi della classe, e provo a raccontarle
utilizzando il mezzo che mi è più congeniale: il
microfono,
la
tv».
C'è qualche personaggio che ti ha colpito di più?
«È innegabile che sia stato particolarmente colpito
dall’incontro con alcuni veri campioni come
Ayrton
Senna o
Alex
Zanardi conosciuti quando mi sono occupato, malamente,
di motori. Nel calcio alcuni allenatori e giocatori mi sono
rimasti “addosso” per come vivono e hanno saputo vivere
la propria storia personale e professionale, gente come
Ancelotti, Prandelli, Baldini, Malesani, Capello, Novellino,
Sacchi e Cosmi. Ma debbo fermarmi perché l’elenco sarebbe
molto lungo. Nella pallavolo poi ho avuto la fortuna di
vivere gli anni d’oro dal ‘90 ad oggi, ma anche quelli
pionieristici precedenti e lì si mi sono divertito ed
arricchito: da
Anderlini a Prandi, da Velasco a Montali,
Anastasi, Bebeto, per citare gli ultimi grandi ct azzurri.
Ma dove li mettiamo i tanti giocatori conosciuti sui campi e
nei palazzetti, durante trasferte interminabili, oppure
dirigenti e uomini da oscar come
Peppino Panini e
Giuseppe Brusi. Preziose, poi, le lunghe chiacchierate
con Zorzi, Vullo e Bertoli, Lucchetta e Cantagalli, ed il
condividere con tutti passioni e lavoro, successi e
sconfitte?
Ecco, in questo mi sono trovato bene: nel restare a "
bordocampo"
nelle imprese come nelle disfatte, e mai mi sono sentito
fuori posto».
Hai avuto dei maestri di giornalismo? E chi?
«Ho cercato di rubare un po’ da tutti cercando di non
smettere mai di chiedermi il perché delle cose. A volte
funziona! Poi qualche disgraziato che mi ha dato fiducia
l’ho trovato, nelle tv locali come a
Tele+ e a
Sky.
Da
Lorenzo Dallari, amico e professionista esemplare,
ad altri come
Massimo Perrone, primo caporedattore di
quella
Tele+ che oggi sembra così lontana ma da cui
è nata l’attuale pay tv, passando da direttori come
Tommasi
e
Arrigoni, fino ad arrivare agli attuali
Bruno
e
Corcione che, qui a
Sky, sono alla guida di
una redazione sportiva e sono molto, molto in gamba».
Cosa ti piace di più della professione giornalistica?
Hai qualche episodio curioso?
«L’essere sopportato o accettato a bordo campo, dove la
vita non sarà sempre facile ma comunque divertente.
Lavorare è un’altra cosa!
Quanti vaffa! E quante
chiacchiere con giocatori, allenatori e arbitri. Con un
pizzico di buon senso puoi essere d’aiuto nel raccontare
l’evento senza mancare di rispetto alle persone che sono
in campo ed a quelle che stanno davanti al teleschermo. Ne
ho passate parecchie, ma ricordo sempre con piacere le feste
promozione o quelle scudetto, le secchiate d’acqua, le
interviste sotto la doccia o nella piscina degli spogliatoi,
come nel caso del
ritorno in A della Fiorentina: mi
buttai in acqua per intervistare Della Valle a mollo con il
sindaco Dominici ed altri giocatori, ma non avevo calcolato
la profondità. Aprii la bocca troppo presto e rischiai di
annegare. In 120 centimetri!
A proposito di pioggia ed acqua mai ne avevo vista tanta a
Perugia nell’anno dello scudetto della Lazio. Ricordate
come piovve su quel Perugia-Juventus? Ancora oggi, quando
incrocio
Pierluigi
Collina, arbitro di quella gara, sento brontolare in
lontananza un tuono».
Molti giovani vogliono intraprendere la carriera
giornalistica. Quali consigli di Marco Nosotti per loro?
«Credo nella
gavetta e nel provare a cimentarsi con
tutto (carta stampata, tv e radio), ma non tralascerei le
possibilità che le
scuole di giornalismo possono
dare anche in vista di possibili sviluppi occupazionali.
Curate un
archivio personale, segnatevi numeri
telefonici, indirizzi e idee, e non dimenticate mai da dove
venite. È un piccolo consiglio avuto da vecchio
inviato. È servito. Almeno credo».
OLIMPIA Maledette
pressioni di
Mario Basile
E’ sempre difficile avere delle responsabilità sulle spalle. In ambito
sportivo, i favori del pronostico generano
pressioni così forti che
spesso mandano all’aria preparazioni lunghe e meticolose. L’obbligo di
vincere per non deludere i tifosi
logora l’atleta. Ma se l’atleta in
questione ha diciott’anni, talento da vendere e un futuro radioso davanti,
perfino la
carriera può essere a rischio.
Ne sa qualcosa
Carolina
Kostner. La pattinatrice italiana, definita da tutti l’
astro nascente
del pattinaggio di figura italiano, ha fallito due appuntamenti importanti della
stagione: le
Olimpiadi di Torino 2006 e i
mondiali di Calgary.
Eppure il
terzo posto ottenuto a gennaio ai
campionati
europei di Lione preannunciava risultati completamente diversi.
Il
ghiaccio è nel destino di Carolina, come in quello della sua
famiglia. Il suo cognome, infatti, non è nuovo agli appassionati: il
papà
Erwin è stato capitano della nazionale azzurra di hockey; sua cugina
Isolde
è stata una famosissima sciatrice. Anche mamma
Patrizia è stata una
pattinatrice, mentre suo fratello
Martin ha seguito le orme del padre e
gioca ad hockey.
Carolina Kostner nasce nel
1987. A soli quattro anni inizia l’amore per
il
pattinaggio: il talento viene fuori col tempo. Il 2003 è l’anno di
grazia. Ai
mondiali juniores è terza, mentre ai
campionati nazionali
arriva la vittoria. Il suo staff, guidato dall’allenatore canadese
Michael
Huth, decide che i tempi sono maturi per abbandonare le gare giovanili.
Nello stesso anno Carolina partecipa ai campionati nazionali di pattinaggio di
figura e
vince: gli addetti ai lavori iniziano a scoprire questa nuova
stella.
Nell’anno successivo i risultati restano incoraggianti:
argento ai
campionati nazionali; un buon
quinto posto agli europei e ai mondiali. Il
2005 sembra consacrare la Kostner. Nel mese di marzo a Mosca si disputano i
mondiali.
In gioco ci sono le migliori, tra cui la statunitense
Michelle
Kwan, da sempre
idolo di Carolina. L’azzurra conclude terza proprio
davanti alla Kwan. E’ un risultato storico per l’Italia. Il coronamento di
un sogno per la giovane pattinatrice.
I vertici della Federghiaccio italiana sono entusiasti e indicano Carolina come
la
punta di diamante per le Olimpiadi di Torino 2006. Il ruolo di
portabandiera assegnatole dal
CONI
suona come un augurio. Quattro anni prima, infatti, toccò a sua cugina Isolde
che cominciò ad imporsi al grande pubblico appena diciottenne alle
Olimpiadi
invernali di Lillehammer nel 1994.
Il terzo posto agli europei è solo un’illusione. A Torino l'
emozione e
il
nervosismo giocano un brutto scherzo a Carolina. Prima
dell’esibizione il pubblico è tutto per lei, ma al primo salto cade e scivola
giù in graduatoria. Chiuderà nona. Al termine delle gare è serena: è già
tanto aver partecipato alle Olimpiadi. Gli occhi sono già puntati sul
mondiale
di Calgary.
In Canada, però, le cose non cambiano. Il bronzo conquistato l’anno prima è
un
lontano ricordo. Carolina alla fine è
dodicesima
e non riscatta l’amarezza di Torino. «Finalmente è finita la stagione»,
dice ai cronisti, mentre si alza il polverone di
critiche contro di lei e
i suoi preparatori.
Ma lo
sport è così: si passa dalla
gloria al
disonore con
una velocità impressionante.
Nonostante i risultati deludenti, la
popolarità di Carolina è
cresciuta. Infatti negli ultimi tempi ha prestato il volto per lo
spot
pubblicitario di una nota casa automobilistica, e dal 21 Aprile affianca
Milly
Carlucci nel nuovo reality
Notti sul ghiaccio in onda su
Rai1.
Come si dice in questi casi: non tutti i mali vengono per nuocere…
EDITORIALE
Ambarabà di
Silvia Grassetti
Ovvero: continuiamo a
dare i numeri. A contare e
conteggiare di nuovo.
A frenare la
follia collettiva che dal 10 aprile
imperversa nel
Parlamento italiano, paralizzandone
l’attività politica e legislativa, non è bastata nemmeno
la
sentenza
della Suprema Corte al termine dei controlli sulle
votazioni.
Si ha l’impressione che un colpo di mano che non poteva
non riuscire, non abbia invece funzionato. Si ha la
sensazione inquietante che i conti fossero stati fatti mesi
e mesi fa, e che non si riesca a capacitarsi del fatto che
non tornino. Parafrasando l’affermazione felliniana sul
tragico
che nella sua massima espressione coincide col
comico,
verrebbe da citare una famosa legge di Murphy:
se
qualcosa non può andar male, lo farà lo stesso.
A
Tremaglia, ministro uscente per gli Italiani
all’Estero, i conti non tornano più. Tanto da esporsi
pubblicamente con l’infelice affermazione del
pareggio
al Senato poiché un senatore all’estero «che era
stato segnalato per Prodi non vota più Prodi».
Non solo l’opinione di Tremaglia sulla matematica ha, in
tutta evidenza, risentito di quella sorta di
ebbrezza
numerica che ha messo a dura prova la
reputazione
dell’Italia nel mondo (e la pazienza degli elettori,
ormai stanchi di una partita a tombola che sembra non voler
finire); ha pure scatenato la dura reazione del
Coordinamento
Unione Italiani nel mondo, che in una nota ha espresso
con franchezza la propria posizione.
Secondo
il Coordinamento, il ministro «autoproclamatosi per
anni ”padre del voto degli italiani all'estero” e uomo
al di sopra delle parti, per una logica di parte è oggi
colui che getta il maggiore
discredito sul voto degli
italiani all'estero».
La
nota
termina in tono netto: «Di fronte all'inopinato
passaggio di Tremaglia nelle file dei nemici del voto
all'estero e degli eversori di un pronunciamento democratico
ci sarebbe un solo commento da fare – vergogna! –, se lo
sdegno per un atto sguaiato e fazioso non fosse superato
dalla pena per un'uscita di scena senza dignità».
La
scorsa settimana terminavamo il nostro articolo di fondo con
una citazione cinematografica:
Non ci resta che piangere.
Questa volta posiamo la penna, inforchiamo gli occhiali e
ripassiamo l’agenda di Murphy per il 2006.
COLPO D'OCCHIO
Il centro: maggioranza e governabilità di
Giacomo
Marasso, presidente
dell'AGICILE
La
paralisi che colpisce al sistema italiano non è
un mero fatto elettorale. In verità, è un
fenomeno
politico.
Sarebbe soltanto elettorale se le coalizioni virtualmente
pareggiate nei voti rappresentassero coerentemente
tradizioni, progetti e cosmovisioni opposte tra di loro,
come accade in
Cile tra la
Concertación e
l’
Alleanza di destra. Ma non è così.
Il “
bipolarismo ambientale” ha mantenuto il
sistema italiano in uno stato di “malattia politica” che
adesso tiene il Paese sulle braci e diviso in due parti
uguali, come se ci fossero due Italie con due anime diverse.
Ma questo non è vero.
Il Centro politico è presente fortemente nelle due
coalizioni italiane. È un
Centro trasversale. È un
fattore di maggioranza che non è riuscito ancora a tradursi
in una
nuova aggregazione politica che
rappresenterebbe per l’Italia una solida garanzia di
governabilità.
La
percentuale raggiunta dai
partiti di Centro
corrisponde al
46%, mentre la Destra arriva al 18% e
la Sinistra al 36% nelle elezioni per il Senato.
Nella elezione della Camera dei Deputati il Centro ha
ottenuto il 45%, la destra il 18% e la Sinistra il 37%.
La
debolezza che oggi divide il
Centro italiano
riguarda i profili dei
leaders (immagini,
“media”, messaggi aggressivi, dominanti, per niente
integratori e privi di contenuto).
Silvio Berlusconi presenta un alto livello di rifiuto per la
sua traiettoria e per il suo discorso duro e categorico.
Romano Prodi non è accettato dalla sponda dei moderati.
Per favorire la visibilità di nuovi leaders occorre uno
scenario
nei media favorevole alla cultura dell’
homo sapiens,
interessato alla
riflessione sui contenuti, con
valori e principi e con proposte a lungo termine.
Quello che è assolutamente necessario, adesso che
l’Italia è divisa artificialmente in due, è la
realizzazione del Centro politico, attraverso il
riconoscimento di nuovi leaders che emergono sotto
un’ottica di autorità,
responsabilità e di
compiti che rappresentino un pensare riflessivo sul
cambiamento delle attuali strutture politiche di
aggregazione verso il Centro.
Il compito attuale è il rilevare quelle leadership della
riflessione e della consapevolezza della realtà che vive
l’Italia, con proposte che riguardino il raggruppamento
delle forze politiche,
integrando gli interessi della
maggioranza verso il Centro.
Noi, cittadini italiani, abbiamo un compito inevitabile:
generare un’arena adatta per condividere i valori di una
Italia più integrata, più moderna, più solidale e
definitivamente più competitiva.
Il
ruolo dei media in Italia e all’estero è
fondamentale: accogliere e
diffondere questa visione
d’
integrazione, mettendo al centro del dibattito i
temi di fondo, cioè quelli che riguardano le sfide e le
opportunità che affronta l’Italia nel mondo globalizzato.
Lasciamo perdere i personalismi e la miopia del bipolarismo.
Non facciamo lo stesso errore un’altra volta.