Archivio
Telegiornaliste anno II N. 17 (49) del 1 maggio 2006
MONITOR
Piergallini, una giornalista che cresce di
Filippo Bisleri
Roberta Piergallini è, dal 2006, una delle brillanti redattrici del
Maurizio
Costanzo show. Marchigiana, sta pian piano costruendo, con
sagacia e
competenza, la sua carriera professionale. L’abbiamo incontrata per farle
alcune domande per le lettrici e i lettori di
Telegiornaliste.
Roberta, come hai scelto di fare la giornalista?
«Fin da piccola, almeno inconsciamente, ho saputo che avrei svolto questo
mestiere. Alle elementari già mi occupavo del giornalino della scuola, ma la
mia
prima e vera esperienza professionale nel settore giornalistico è stata
nel 1998, anno in cui ho iniziato a collaborare con un’emittente televisiva
della mia regione. L’impatto è stato senza dubbio forte, tutte le mattine,
alle
7.30 in diretta, conducevo la rassegna stampa, leggendo tutti i titoli dei
principali quotidiani locali e nazionali. Fin dai primi tempi, ho capito che
quella doveva essere la mia professione, malgrado la levataccia mattutina, ero
molto stimolata da ciò che svolgevo. Molti telespettatori, che mi seguivano,
spesso mi fermavano per strada, dicendo che per loro era un vero piacere
svegliarsi al mattino, accendere la tv e vedere me che li informavo sui fatti
del giorno. È stata
una bella gavetta, per certi versi gratificante,
che ricordo con un pizzico di nostalgia».
Cosa ti piace di più della professione giornalistica?
«Il bello di questa professione sta nel
conoscere sempre gente nuova e
situazioni di ogni tipo. Credo di essere una persona molto curiosa e questo
mestiere viene a soddisfare ogni mia esigenza in tal senso. Se a un giornalista
dovesse venire a mancare
la curiosità, credo dovrebbe smettere
immediatamente di fare questo mestiere».
Cosa significa lavorare con Maurizio
Costanzo?
«Lavorare con
Maurizio Costanzo, mostro sacro della televisione e del
giornalismo italiano, è un privilegio che non capita a molti. Devo ritenermi
fortunata di essere stata scelta da lui personalmente per lavorare in una
trasmissione storica quale il
Maurizio Costanzo show, che dallo scorso
settembre è sul
digitale terrestre Mediaset. Costanzo è
l’emblema
della professionalità unita a grande intuizione ed umanità. Sto cercando
di apprendere il più possibile da lui».
Hai una preferenza per il giornalismo televisivo o ti piacciono anche altri
media come la carta stampata o la radio?
«Ho avuto
varie esperienze per la carta stampata, collaborando con
Il
Resto del Carlino e
Il Messaggero (redazioni ascolane), nonché con
il periodico
Il Piceno, ma credo che il giornalismo televisivo mi si
addica maggiormente, sia perché sono ormai da diversi anni in questo settore,
sia per un riscontro positivo che ho sempre ricevuto dai telespettatori. Anche
se sei consapevole di fare bene il tuo lavoro è sempre bello scoprire di
riscuotere il consenso del pubblico (o almeno di buona parte di questo).
Riguardo le
emittenti radiofoniche, agli inizi della mia carriera ho
avuto alcune esperienze, devo ammettere che non mi dispiacerebbe approfondirne
la conoscenza dal punto di vista professionale. Se dovesse capitare, perché no».
Nella tua esperienza professionale hai un servizio, un personaggio o
un'intervista che più ricordi?
«Il servizio che ricordo con maggiore emozione è senza dubbio quello svolto,
per
TeleAdriatica 7Gold, nell’aprile 2005 a Roma, in occasione dei
funerali del Santo Padre. Ho avuto modo di intervistare molti pellegrini,
venuti da tutte le parti del mondo e disposti a fare otto, nove ore di fila
sotto al sole, per porgere l’estremo saluto a
Giovanni
Paolo II.
Mi trovavo in una situazione surreale, non ho mai visto piazza San Pietro così
affollata: presenti tutte le televisioni del mondo, migliaia di pellegrini
giungevano da via della Conciliazione e dalle vie laterali. È stato
sicuramente l’evento
mediatico più importante del 2005.
Ricorderò sempre lo sguardo di una giovane donna, che ho intervistato,
profondamente commossa. Del resto Giovanni Paolo II è stato un grandissimo
uomo di pace e di amore e tutti i suoi fedeli non potevano mancare».
Puoi raccontarci un episodio curioso della tua vita professionale?
«Di episodi curiosi ne sono accaduti diversi, passando ad argomenti più
leggeri, ricordo con un sorriso un’intervista fatta agli inizi della mia
carriera, nel backstage del Festivalbar ’99, a
Gary
Barlow, ex leader dei
Take That. Fuori vi erano migliaia di
ragazzine che lo acclamavano, al termine dell’intervista il cantante mi ha
fatto alcuni complimenti (ovviamente in inglese) e chiesto il numero di
telefono. Poiché avevo cambiato numero di cellulare da poco, ma anche per
l’emozione, gli ho risposto che non lo ricordavo. Gary ha avuto
un’espressione molto sorpresa sul viso, quindi mi ha salutato, avvicinandosi
per darmi un bacio sulla guancia, ma io mi sono spostata e gli ho dato
freddamente la mano. Avrà pensato che fossi un po’ strana. Eppure lo stimavo
e lo stimo tuttora come artista, oltre a reputarlo un ragazzo di bella
presenza, tuttavia in quell’occasione, senza volerlo, sono stata con lui un
po’ troppo distaccata e professionale. Pazienza, ancora se quando ci ripenso
mi viene da sorridere».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo? Costanzo che hai definito un
mostro sacro o anche altri?
«Non ho avuto un vero e proprio “maestro di giornalismo”. Durante le mie
esperienze giornalistiche presso emittenti televisive regionali ed anche in Rai
vi sono stati vari caporedattori che mi hanno dato consigli per migliorare e
crescere professionalmente, ma la
pratica sul campo credo sia stata
fondamentale: più che nella conduzione, fare l’inviata per il telegiornale
è stato molto formativo, bisogna essere sempre molto intuitivi, reattivi e
veloci, altrimenti la notizia ti sfugge, spesso la soddisfazione del
giornalista sta nell’essere arrivato prima di altri colleghi a trattare
determinati argomenti. Attualmente il mio punto di riferimento e “maestro di
giornalismo” è senza dubbio
Maurizio Costanzo».
Tra colleghi e colleghe chi apprezzi di più?
«Durante la mia esperienza in
Rai, a
Saxa Rubra, ho avuto modo
di conoscere
Francesco Giorgino, che ho anche intervistato per il
periodico
Il Piceno: devo dire che oltre ad essere un valido
professionista è una persona estremamente piacevole e gentile, devo
ringraziarlo per gli utili consigli che mi ha dato per la mia tesi di laurea
I
diritti della personalità nel diritto internazionale privato (anche lui a
suo tempo si è laureato in Giurisprudenza e con il massimo dei voti). Apprezzo
anche
Emilio Carelli, direttore di
SkyTg24, intervistato da me
sempre per
Il Piceno. Tra le colleghe stimo molto
Cristina
Parodi, per la dolcezza e sensibilità nel porgere la notizia, e
Monica
Vanali, per la sua grande preparazione nel giornalismo sportivo».
Ritieni conciliabili i ruoli di mamma e giornalista?
«Credo che i ruoli di mamma e giornalista
siano conciliabili, basta
solo volerlo e sapersi organizzare. La donna in carriera è, almeno nella
maggioranza dei casi, una donna gratificata e senza dubbio avrà un
comportamento più tollerante e dolce nei confronti dei figli, rispetto ad una
donna frustrata e costretta a fare la casalinga a vita. Con molto impegno si
deve cercare di essere delle valide professioniste ma anche delle valide mamme,
compito non semplicissimo, ma (in questo ragionamento sono molto femminista)
noi
donne abbiamo una marcia in più e possiamo farcela. Il mio motto è
sempre stato
volere è potere».
Molti sono i giovani che vorrebbero fare i giornalisti. Quali consigli
daresti loro?
«Innanzitutto di
non buttarsi tutti nella solita “scienza della
comunicazione”, nulla togliendo a tale facoltà, ma troppi ragazzi vi
escono, trovandosi poi senza un’occupazione, vi sono molte lauree più
complete e formative per la professione del giornalista, quali giurisprudenza,
lettere e scienze politiche. Poi consiglierei di
tentare questa professione
solo se si ha davvero una grande passione, perché molte sono le
difficoltà che si incontreranno durante il percorso e solo un grande amore per
ciò che si svolge può dare la carica giusta per andare avanti.
Buoni sono
i master post laurea riconosciuti dall’Ordine nazionale dei giornalisti,
ma
ottima è anche l’esperienza pratica sul campo: se si ha la
possibilità di collaborare con qualche emittente televisiva, radiofonica o
testata giornalistica consiglio di approfittarne».
MONITOR
Aljazeera all’italiana di
Nicola Pistoia
Aljazeera,
principale canale tv dell’intero
Medio Oriente, negli ultimi anni è
salita alla ribalta per cose non certo piacevoli.
Tutti i maggiori network internazionali vi si appoggiano per acquisire notizie
serie ed attendibili su una delle
zone più calde del mondo, ma è stata
e continua a essere anche ambasciatrice di situazioni tragiche, come i video
delle morti di ostaggi inconsapevoli o proclami di guerra da parte di
terroristi senza scrupoli.
Oggi, il più importante canale arabo ed islamico ritorna sotto i riflettori
per cose ben più distensive.
Sta per partire, infatti,
Aljazeera International, la
versione
in lingua inglese del noto canale di notizie. E a tenere a battesimo questo
nuovo progetto sarà una giovane e affascinante
giornalista italiana.
Barbara Serra, 30 anni, di Milano, dopo essere diventata un personaggio
particolarmente importante in Inghilterra passando dalla
Bbc
a
Sky
News per sbarcare alla conduzione del tg di
Channel
Five, ora si prepara a dare il volto ad uno dei notiziari più seguiti
al mondo e a suscitare, di conseguenza, notevole curiosità: infatti è stata
la prima voce
non di lingua madre inglese alla guida di un telegiornale
nazionale nel Regno Unito. Ora si appresta a essere la prima
donna non
islamica alla conduzione di un programma arabo.
«Il mio è un
giornalismo indipendente, proprio come quello di
Aljazeera, quindi non credo ci saranno problemi di alcun genere»: così ha
risposto la Serra ad alcune domande di cronisti che, ironicamente, l’accusano
di essere passata dalla parte del nemico, e ha continuato: «Sono sicura che
saremo liberi di fare informazione non schierata».
Senza dubbio è
una novità positiva: l’inglese, infatti, specie
quello adoperato dai media, è ormai la lingua universale, così Aljazeera,
marchio ormai ben saldo,
allarga la sua audience, diventando una fonte
d’informazione ancora più importante. Inoltre si spera che proprio
l'utilizzo della lingua britannica, senza il filtro della traduzione
dall'arabo, favorisca il
dialogo tra Oriente ed Occidente e permetta una
maggiore comprensione del mondo musulmano.
Non c’è bisogno, quindi, di meravigliarsi più di tanto, visto che il
principale canale televisivo arabo non ha mai espresso alcun
disdegno verso
l’occidente, ma è piuttosto diventato, negli ultimi anni, strumento
preferito da chi l’Occidente lo odia davvero.
CRONACA IN ROSA
Chernobyl, vent'anni dopo di
Tiziana Ambrosi
Sono passati
venti anni dalla tragica notte del 26
aprile 1986, quando il mondo ebbe a che fare per la prima
volta con la seria
paura del nucleare civile.
Poco prima dell'1.30 di notte il reattore numero 4 della
centrale nucleare di
Chernobyl, Ucraina - allora
Repubblica Sovietica - esplose.
La notizia venne resa ufficiale all'opinione pubblica
mondiale solamente 48 ore dopo il disastro, quando ormai
appariva chiaro che la situazione era
sfuggita di mano.
La
causa
dell'incidente fu inizialmente attribuita all'incapacità
di tecnici e ingegneri dell'impianto.
In realtà, successive e più serie indagini dimostrarono
come fossero state
trascurate le più banali
norme
di sicurezza di una centrale nucleare.
In un test, a posteriori surrealistico, si cercò di
verificare se la turbina fosse in grado di produrre per
inerzia l'energia sufficiente ad alimentare i sistemi di
sicurezza nel caso in cui fosse venuta a mancare
un'alimentazione esterna.
Per poter continuare la prova furono
disattivati i
dispositivi di sicurezza e il circuito di
raffreddamento, furono alzate contemporaneamente le barre di
boro che funzionavano da freno e acceleratore della reazione
di fissione dei nuclei di uranio.
La reazione nucleare divenne ben presto
instabile e
incontrollabile. Le alte temperature raggiunte deformarono
le barre di controllo, che non potettero pertanto essere
reinserite. Infine la reazione con l'idrogeno dell'acqua di
raffreddamento provocò la deflagrazione che fece esplodere il reattore scoperchiandolo. Ma il tetto era stato costruito
relativamente in economia, e quindi alla già delicata
situazione si aggiunsero
errori progettuali che
peggiorarono la situazione.
Inspiegabilmente la prima reazione fu quella di
minimizzare.
La radioattività misurata era bassa, quasi in modo
ridicolo: alcuni capirono che dipendeva dal limitato fondo
scala delle strumentazioni. La popolazione non fu avvisata
per non creare
panico: a
Pripyat,
area residenziale per gli operai poco distante dalla
centrale, la vita continuava. Vi era solo la preoccupazione
per l'incolumità dei lavoratori a seguito dell'esplosione.
A Mosca si doveva riferire che
tutto era sotto controllo.
La grande industria sovietica non poteva cedere.
Il fuoco e il fumo intanto disperdevano nell'atmosfera
materiale radioattivo: il fallout investì le aree
circostanti nel raggio di decine di chilometri e la
nube
radioattiva,dispersa dai venti, arrivò fino in Europa e
in
Italia.
Molte delle conoscenze riguardo gli effetti di una
esplosione nucleare si ebbero solamente dopo Chernobyl.
Rimane comunque la
grave colpa di non aver preso le
misure e le precauzioni necessarie per la salvaguardia della
popolazione civile.
Le
vittime del disastro sono ancora oggetto di una
demoralizzante
conta: a parte i decessi dovuti al fuoco e alla forte
esposizione a radioattività - pompieri, tecnici, operai
della centrale - ancora oggi non sono chiari gli effetti a
lungo termine sulla popolazione civile.
I
rapporti ONU forniscono numeri relativamente bassi:
4.000 decessi. Altre indagini, alcune ufficiali altre
indipendenti, presentano un
quadro ben più grave con
centinaia di migliaia di morti, e altrettanti casi di tumore
nella popolazione.
E intanto, mentre la
guerra
di cifre continua,
lo scheletro del reattore fa
ancora paura. La carcassa di cemento armato con cui è
stato coperto è fatiscente, ci sono crepe e perdite, la
reazione continua ad alimentarsi. Il rischio di
crollo
è molto alto. Un progetto di
restauro è stato
avviato. Servono milioni di euro e finora sono stati
raccolti solo i due terzi della cifra.
Dopo vent'anni c'è ancora molto da fare.
FORMAT MEDIA E MINORI
Spot e fusilli di
Serenella Medori
Le innumerevoli storie raccontate dai film, storie che vanno
dall’ora e mezzo alle due ore, sono un’occasione ghiotta
da sempre utilizzata da chi si occupa di
product
placement. La marca appare come insegna, ad esempio
"Coca Cola", o il prodotto è in scena, dalla
Ferrari di
Magnum
PI alla Mercedes di
Men
in Black.
La marca viene citata dai protagonisti come La Quantas in
Rain
Man, oppure viene utilizzata e inglobata nella
storia come Fedex in
Cast
Away e il maggiolone Herbie in
Un
maggiolino tutto matto.
Non si tratta di pubblicità subliminale, come potrebbe
sembrare, poiché in realtà è l’esatto contrario. Si
tratta infatti di citare, usare o
mettere in mostra il
brand o il prodotto stesso in maniera non subdola, ma
quasi
naturale.
Ma a volte la presenza del prodotto è fin troppo
accentuata. Con questa tecnica è possibile osservare,
vedere, pensare, ripensare e
rielaborare il prodotto e
l’uso che se ne fa nel film per sentir
crescere
l’intimità con l’oggetto.
Un
linguaggio totale, così potrebbe essere definito
quello usato dagli spot integrati. L’obiettivo è ottenere
una
percezione del messaggio che sia
emotiva
al primo livello e
razionale al livello successivo.
I
toni emotivi ottengono i
migliori risultati.
La pasta Barilla, ad esempio, usa un fusillo per suggerire
il calore di casa ad un uomo che presumibilmente vive in
Oriente per lavoro. Un fusillo ritrovato in tasca dà luogo
alla decisione di tornare a casa. Ma da quanto tempo sarà lì
quel fusillo? Da quanto non si lava la giacca? E la ragazza
in un collegio? Stessa tasca stesso fusillo. Sicuramente
l’impatto emotivo è evidente, il ricordo di casa e, si
sa, tutto ciò che avviene a casa, tutte le scelte fatte in
famiglia appaiono più positive. "Dove c’è Barilla
c’è casa".
Una marca di pasta diversa dalla Barilla ha tentato un salto
temporale mettendo in primo piano una conchiglia che dondola
richiamando alla memoria una culla, il tutto accompagnato
con il sottofondo di una nenia da bambini. Carina, originale
ma nulla a che vedere con Barilla di cui in molti si
ricordano ancora la
musica di sottofondo.
Torniamo ai nostri spot integrati. Riuscire dunque a
inserire
un brand o un prodotto nella sceneggiatura di un film è
probabilmente un’arte, anzi "un'opera d'arte"
del
marketing pubblicitario. Giunti a questo livello
di integrazione è inutile parlare di pubblicità occulta,
perché le
case produttrici appaiono nei titoli di
coda come
sponsors.
(5-continua)
FORMAT
Gerry Scotti, un "grande" della tv
di
Giuseppe Bosso
Eravamo a metà degli
anni ’80 quando un
ragazzone
natio delle brume padane debuttava sugli schermi di Italia1
alla conduzione di
DeeJay Television, fortunata
trasmissione musicale antesignana dei moderni
Cd-Live e
Top of the pops; volto nuovo ma
voce da tempo
apprezzata e stimata dal pubblico di
Radio
Dee-Jay.
Gli anni passano e
Gerry
Scotti, all’anagrafe Virginio, diventa sempre più una
colonna portante della grande famiglia di
Mediaset
(allora Fininvest): dagli inizi musicali al
varietà
e al
quiz il passo è breve, e così, tra la fine del
penultimo e l’inizio dell’ultimo decennio del millennio
arrivano
Il gioco dei nove,
Donna sotto le stelle,
Buona
Domenica, che conduce per due anni con
Gabriella
Carlucci,
La sai l’ultima,
Il quizzone,
Non
dimenticate lo spazzolino da denti.
Non è certo facile passare da un target giovanile a uno di
tipo più familiare, ma lo spettatore, anche quello più
esigente, a poco a poco impara ad apprezzare Scotti non solo
per l’indubbia
simpatia e l'
autoironia
(soprattutto legate alla sua stazza e alla sua calvizie) ma
anche per lo
stile e la capacità di gestire il
programma.
Scotti, come molti suoi coetanei, nasce in un’epoca di
grandi cambiamenti nel mondo della televisione italiana, in
cui ai
grandi presentatori come Baudo e Bongiorno si
affiancano le
nuove leve, e lui è indubbiamente uno
di quelli che meglio ha saputo assimilare lo stile dei
vecchi maestri adattandolo alle esigenze e alle aspettative
del pubblico dei giorni nostri.
Trova anche il tempo per darsi alla
fiction con due
sit-com di successo come
Io e la mamma, al fianco
dell’indimenticata e compianta
Delia Scala, e
Finalmente
soli, nella quale, in coppia con
Maria
Amelia Monti, riesce a creare situazioni e siparietti
degni di due icone come Sandra e Raimondo di
Casa
Vianello.
Una
svolta importante si ha nel 1999 quando, in
sostituzione di Claudio Lippi, prende in mano quello che
fino al 2006 sarà il
preserale per eccellenza,
ideale traghettatore di buoni ascolti per il
Tg5:
Passaparola,
format che ben presto otterrà ampi
consensi e che
gli permetterà di colmare un
grande cruccio che fino
ad allora aveva caratterizzato la sua carriera, quel
Telegatto
che non aveva mai vinto, salvo poi diventarne anche lui un
accanito
collezionista.
Poi arrivano
Chi
vuol essere milionario, che si alterna con
Passaparola
e rende ancor di più Gerry Scotti "
re del quiz"
di Mediaset, vero e proprio erede di sua maestà Mike
Bongiorno;
La
Corrida, rispolverata dopo la morte del suo storico
"papà" Corrado Mantoni, e
Chi ha incastrato lo
zio Gerry?, al fianco della spumeggiante Michelle
Hunziker.
"Re del quiz" dicevamo; ma probabilmente ancora
per
poco: pare infatti che le sue due creature della fascia
preserale, al termine dell’annata televisiva 2005-2006,
verranno mandate in pensione da Cologno Monzese, per essere
sostituite da un
nuovo game show che dovrebbe essere
affidato nientemeno che a colui che in questi anni è stato
fiero rivale di Scotti sulla sponda Rai,
Amadeus,
che ha curiosamente avuto una carriera
quasi parallela
a quella di Gerry, avendo iniziato come dee-jay.
Poco male: Gerry Scotti per Mediaset è
uno di famiglia,
un volto e un nome su cui si può sempre contare, e, dopo la
fiction natalizia al fianco di
Lino Banfi, ha
già in cantiere altri progetti che lo vedranno come attore
in prima serata. E nel frattempo è tornato al suo primo
amore, la radio, nelle vesti di
vicepresidente di
R101,
ed è anche diventato socio del celebre "
dottor
Scotti" di una fortunata serie di
spot che
da anni lo vede
protagonista.
ELZEVIRO Se i Simpsons e Charlie Brown sono filosofi...
di
Silvia Grassetti
Abbiamo intervistato
Ubaldo Nicola, direttore del
periodico online e cartaceo
Diogene.
Come è nata l'idea che ha portato alla creazione di Diogene
Filosofare oggi?
«Da parecchie considerazioni. La prima, prettamente
mercantile, è che oggi vi è per la filosofia un interesse
crescente e nessun prodotto editoriale capace di
soddisfarlo. Esiste un “popolo dei festival” che si
ostina ad affollare le iniziative di sapore filosofico,
anche se poi per molte ragioni raramente rimane soddisfatto.
La seconda è che lo scorso anno s’è celebrato il
primo
referendum ontologico della storia, che ha chiamato i
cittadini a votare sull’essere di un ente (l’embrione),
sulla sua natura metafisica (è una persona? e che cosa è
una persona?). Voglio dire che esiste nelle cose stesse un
crescente bisogno di filosofia.
Apro il giornale: lo scontro in atto è di civiltà? Cosa
significa avere un’etica laica? La famiglia tradizionale
(maschio e femmina) è un’istituzione naturale? Scienza e
politica pongono sempre più spesso questioni che non
possono essere risolte con le procedure della scienza e
della politica (fosse così non ci sarebbe stato alcun
referendum). Sentiamo la necessità di uno spazio dedicato a
una meditazione sui fondamenti, una riflessione
“distaccata”, che parta dall’attualità senza però
rincorrere la notizia».
Da chi è composta la redazione?
«Che io sappia,
Diogene
è l’unico caso di un’iniziativa che nasce nel mondo
delle scuole ma si sviluppa fuori dalle istituzioni,
tentando di conquistarsi un posto sul mercato, nelle
edicole. Una bella sfida. Per giunta nata dal basso, fondata
sulla
partecipazione volontaria, con tutti i pregi
(la passione) e i difetti (fondi zero, poche strutture) del
caso. Eppure il risultato è professionale, ben curato
nell’impaginazione e nelle scelte iconografiche: ogni
articolo è commentato da opere di giovani artisti
contemporanei, realizzando così un intrigante scambio di
linguaggi. La filosofia non la fanno solo i filosofi.
A scrivere sono soprattutto dottorandi, ma anche esperti
apparentemente estranei alla materia. Nel
numero
uno, dedicato alla domanda «Di chi è il mio corpo?»
abbiamo chiamato un giudice, un avvocato e una giurista. Nel
secondo
numero la domanda era «
Che
cosa è un odore?» e quindi abbiamo consultato un
olfattologo. Il
numero
tre si chiede quanto ci sia di naturale (e/o culturale)
nella sessualità. Ogni numero di
Diogene pone una
domanda, spesso strana, come sono quelle della filosofia, ma
attuale o intrigante, cui, sia chiaro, non abbiamo affatto
la presunzione di rispondere.
Come ogni rivista popolare,
Diogene offre poi una
serie di rubriche, in cui proponiamo riflessioni a partire
dalla vita quotidiana e dall’esperienza. Si parla di
filosofia e sport, cinema, ecologia, TV, logica, cose,
esperienze ed altro ancora. Persino di fumetti: si trovano
articoli come
L’etica
della famiglia Simpson, o
Charlie
Brown filosofo esistenzialista.
Nell’ultimo numero parliamo dei Manga giapponesi, con un
articolo che ne spiega la negatività etica e un altro che
ne dimostra la positività. Decida il lettore; noi non
vogliamo “insegnargli” proprio nulla».
Sugli scaffali delle librerie campeggiano varie
pubblicazioni divulgative filosofiche: la filosofia è
trendy?
«A volte sembra così. Sembra che l’interesse, più che
per la filosofia, sia rivolto ai filosofi, i quali, almeno
in certi casi, non rifiutano ruoli che sconfinano con il
divismo. Ciò può apparire superficiale, ma è sempre stato
così: alle conferenze di Bergson assistevano migliaia di
persone (spesso signore della buona borghesia ignare di ogni
sottigliezza); e non erano meno quelli che quasi mille anni
fa affollavano la navata di Notre Dame in costruzione per
vedere Abelardo e Guglielmo di Champeux discutere sulla
questione degli universali. La filosofia è spesso stata uno
“
spettacolo dell’intelligenza”. E’ stata
anche teatro: dai sofisti che esibivano a pagamento fino
agli austeri maestri della Scolastica, che ogni anno si
sfidavano pubblicamente in conferenze “quodlibetali”,
ovvero senza un tema prefissato, deciso sul momento dalla
platea (quale filosofo oggi oserebbe tanto?).
Ma non ci si deve far ingannare da questi aspetti
superficiali. Considera ad esempio quanto sia crescente il
bisogno di coerenza morale nella vita quotidiana. Oggi vi è
un’etica ambientale, del consumo, degli affari, ecc. Sono
nuove sensibilità nascenti dal basso, non stimolate da
alcuna agenzia morale (scuola, Chiesa), etiche fai-da-te,
sempre più personalizzate. Prendi l’alimentazione: essere
non solo sani, ma anche snelli e prestanti sta diventando
sempre più un parametro morale con cui giudichiamo noi
stessi e gli altri (a questo tema abbiamo dedicato il
numero
zero di
Diogene).
Vorrei aggiungere infine che anche a noi piace giocare e
pensiamo che la filosofia non dovrebbe privarsi di quei
potenti farmaci mentali che sono la leggerezza e l’
ironia
(soprattutto quando diventa auto-ironia). Tanto per non
prenderci troppo sul serio, ad esempio, nel
numero
dedicato alla natura degli odori abbiamo inserito un bollino
profumato da grattare, chiedendo di indovinarne la fragranza
e di riflettere su questa piccola esperienza rispondendo a
un apposito quiz. Il lettore gratta e poi legge, ma lo fa
sorridendo».
In un'epoca in cui l'informazione è spesso superficiale
e gli interessi dei lettori sembrano essere incentrati
sull'emotività (suscitata ad esempio da episodi di cronaca
nera), Diogene a quale pubblico si rivolge?
«Sì, l’informazione è spesso superficiale. Anche se
altrettanto spesso tenta di non esserlo, non trovando, però,
gli spazi adatti. Prendi il
Corriere della Sera: da
due anni inserisce spesso una pagina di
Documenti,
approfondimenti sui temi caldi che per lunghezza e peso
concettuale sembrano più adatti a una rivista che a un
quotidiano. Infatti ho l’impressione che non li legga
quasi nessuno. Non ci si pone a riflettere leggendo un
quotidiano: non è il mezzo adatto.
Chi sono i nostri lettori? Studenti liceali e universitari,
professori, soprattutto adulti amanti della sapienza (cioè
filosofi), curiosi e insoddisfatti del proprio (spesso alto)
“specialismo” professionale. Gente che per la filosofia
ha vera passione.
L’emotività, infine. E’ un bel problema: ci vorremmo
dedicare uno dei prossimi numeri ponendo questa domanda :«Può
l’emozione controllare la mente? Può la mente controllare
le emozioni?». Questioni che da 2000 anni sono d’attualità,
ma che oggi si ripropongono in modo nuovo (ad esempio, per
rimanere nel mondo dell’informazione, nella difficile
scelta di censurare immagini “emozionanti” come quelle
dei decapitati, degli incidenti stradali, degli effetti del
fumo, eccetera)».
Nel numero
tre attualmente in edicola, il primo piano è dedicato
all'essere maschi oggi: davvero gli uomini sono così
insicuri, come si evince dalla lettura dei numerosi articoli
in merito?
«Forse lo sono, forse no. Non è importante la risposta ma
la domanda. Nel senso che appare strano che i maschi si
interroghino sulla loro condizione, e noi ci chiediamo il
perché di questa stranezza. Nell’opinione comune,
l’essere uomo è considerato cosa “naturale”, che
viene da sé, molto più che l’essere femmina. E’ su
questo che invitiamo a riflettere: sul rapporto fra i generi
sessuali e le nozioni di “natura” e “normalità”.
Temi su cui la filosofia contemporanea ha molto da dire e
che saranno a fondamento della imminente discussione
pubblica sui
PACS».
I lettori di Telegiornaliste sono in gran parte
operatori del mondo dell'informazione: c'è un messaggio che
il direttore di Diogene vuol dare loro?
«Sarebbe bello che il mondo dell’informazione stampata,
si aprisse a ospitare momenti di riflessione critica su se
stessa. Voglio dire: esiste tutto un mondo dedicato
all’analisi puntuale dei programmi televisivi, esiste
un’intera letteratura critica sul modo in cui il mondo
appare in tv. Ma gli articoli dei quotidiani, intendo il
modo e il come riportano le notizie, chi li commenta? Non
esiste un luogo dedicato».
Tranne Telegiornaliste...
«Tranne
Telegiornaliste».
ELZEVIRO David di Donatello 2006 di
Nicola Pistoia
L’edizione 2006 dei
David
di Donatello è stata, senza dubbio, l’edizione più
scoppiettante degli ultimi anni, caratterizzata da accese
polemiche, colpi di scena e fiumi di lacrime.
Ma andiamo con ordine.
Venerdì 21 Aprile, all’Auditorium di Via della
Conciliazione a Roma, sono state consegnate le prestigiose
statuette che onorano il cinema italiano e i loro
personaggi. A far la parte dei leoni (paradossalmente, dato
che questo sembra l’anno in cui si ignorano le opere
presentate alla
Mostra
del Cinema di Venezia)
Moretti e
Placido
(anche qui c’è da registrare ironicamente la presenza del
"divetto" Placido nel film morettiano),
rispettivamente vincitori di cinque e sei statuette.
Il controverso
Caimano di Moretti si è
aggiudicato quelle più importanti:
Miglior Film,
Miglior
Regista e
Miglior Attore Protagonista (
Silvio
Orlando).
Romanzo Criminale, invece,
dell’antagonista Placido, si è dovuto accontentare delle
statuette minori tra cui
Miglior Sceneggiatura,
Miglior
Attore non protagonista (
Pierfrancesco Favino) e
Miglior
Costumista.
Grande escluso della serata
Carlo Verdone con
Il
mio miglior Nemico, che però si è meritato il
Premio
Box office, riservato al film che ha incassato di più
durante l’anno.
Magra consolazione anche per il film
Notte prima degli
Esami di
Fausto Brizzi, che si è portato a
casa una sola statuetta: quella di
Miglior Regista
Esordiente.
I giorni che hanno preceduto la prestigiosa
Notte dei
David sono stati infiammati da uno
scontro tra i
due indiscussi protagonisti, Placido e Moretti, durante la
consueta udienza con il
presidente della Repubblica
-che si congeda definitivamente da tale onore, visto la
scadenza del suo mandato. Il regista di
Romanzo Criminale,
infatti, ha polemizzato contro l'
eccesso di celebrazioni
che ci sono state nei confronti di Moretti e del suo
Caimano,
concedendo, piuttosto, meriti a registi come Verdone e
Brizzi che
hanno portato più spettatori nei cinema
italiani.
Durante la serata, che ha visto anche la premiazione di
Valeria
Golino come
Miglior Attrice Protagonista per il
film
La Guerra di Mario, e di
Angela
Finocchiaro,
Miglior attrice non Protagonista,
per
La Bestia nel Cuore, sono stati consegnati
i
David del Cinquantenario ad altrettanti personaggi
che hanno fatto la storia del premio e del cinema italiano
tra cui
Gina Lollobrigida,
Ennio Morricone e
Dino
De Laurentiis.
Intanto i due cinefili nemici guardano avanti: il
Caimano
di Moretti concorrerà anche al
Festival
di Cannes, mentre Placido si prepara a vestire i panni
di
Provenzano in una fiction per la tv.
DONNE Tina
Merlin, una vita all'insegna del coraggio di
Tiziana Ambrosi
Donna, giornalista e comunista.
Una vita non certo invidiabile quella di
Tina Merlin.
Forse ai giorni nostri un'affermazione simile potrebbe
sembrare esagerata, ma proviamo a pensare cosa volesse dire
nell'Italia degli
anni Cinquanta: immediato
dopoguerra, ricostruzione faticosa della società civile,
primi passi verso l'
emancipazione femminile, un Paese
che cerca di rilanciarsi a livello mondiale.
E gli ostacoli non sono granché apprezzati. Già, perché la Merlin è sempre stata dalla parte dei "
piantagrane".
Nata nel bellunese nel 1926 - terra rocciosa nello spirito e
nella morfologia - già a 17 anni è arruolata come
staffetta
partigiana. Combatte a fianco del fratello, ucciso dai
tedeschi in ritirata, e del suo futuro marito, un ufficiale
degli Alpini.
Al termine della guerra si dedica alla scrittura come
corrispondente
di cronaca bellunese per
l'Unità.
Proprio in queste pagine trovano spazio i primi pezzi sulla
nuova
centrale
idroelettrica del Vajont.
Una diga che doveva essere tra le più grandi d'Europa.
Spettacolare per le sue dimensioni e con un bacino
d'accumulo mai visto prima. Uno sbarramento costruito a
regola d'arte - la diga è intatta, fatta eccezione per la
passerella sommitale - nel posto sbagliato. Tra il monte Toc
(che in una commistione tra veneto e friulano significa
"pezzo marcio") e il monte Salta. Già la
toponomastica appare
bizzarra,
se non premonitrice.
L'indagine di Tina Merlin inizia come le normali pagine di
cronaca
locale: gli espropri delle terre da parte della SADE -
Società Adriatica Di Elettricità, la contrattazione per
ottenere prezzi onesti e poco altro.
Poi cominciano ad esserci i
primi incidenti: piccole
frane, macchie nell'acqua limpida del lago artificiale,
terremoti
sempre più frequenti man mano che il livello di invaso
cresce.
La pericolosità della diga viene denunciata sulle pagine
del giornale. Ma gli ostacoli, come detto, non sono
permessi: la trasformazione in azienda di Stato incombe e la
SADE vuole realizzare il più in fretta possibile.
Tanto da
denunciare Tina Merlin, che
sarà
processata per «diffusione di notizie false e
tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico» - metodologia
del resto ancora abusata in Italia per
"impantanare" meglio.
La vicenda a questo punto assume i contorni della
farsa:
la Merlin viene
assolta perché ciò che dice nei
suoi articoli corrisponde a verità, ma nessuno si prende la
briga di fermare la tragedia imminente.
Tutti sappiamo come è andata a finire: nella notte del 9
ottobre 1963
270 milioni di metri cubi di rocce e
detriti si staccano dal Monte Toc scivolando nel bacino di
invaso e alzando onde di alcune decine di metri. Il paese di
Longarone, il più grande, viene completamente
spazzato
via. Almeno 2.000 le vittime sepolte e trascinate dal
fango.
Tina Merlin si occupò anche dopo il '63 della vicenda del
Vajont cercando, anche con la sua testimonianza, di portare
a galla la verità.
Sintomatico il fatto che il suo
libro
Sulla
pelle viva riuscì a trovare un editore 20 anni dopo
la catastrofe, nel 1983.
Nel corso della sua vita Tina Merlin continuò a lavorare
per tenere vivo il ricordo del Vajont e del movimento di
Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Moltissimi i
suoi scritti al riguardo. Morì dopo malattia nel 1991.
Il 10 ottobre, all'indomani della tragedia, scriveva: «Oggi
tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare
qualcosa».
E chissà se veramente abbiamo imparato qualcosa. Il
dubbio,
purtroppo, rimane.
DONNE Una vita
per il fiume di
Erica Savazzi
Il Mahatma Gandhi ha insegnato all’India la lotta non violenta; oggi questa
eredità è raccolta da una donna,
Medha Patkar, che combatte per i
diritti delle popolazioni
adivasi, cacciate dalla loro terra per
permettere la costruzione di dighe sul fiume Narmada e i suoi affluenti.
Il Narmada è un fiume dell’
India nord-occidentale, lungo 1.300 km. Le
sue acque bagnano terre molto fertili abitate dagli
adivasi, popolazioni
contadine indigene, e da “intoccabili”, cioè membri della casta più povera
e disprezzata. Uomini che non possiedono la terra che lavorano e abitano, ma ci
vivono per diritto consuetudinario.
La mancanza di documenti che ne attestino la proprietà è da circa un ventennio
fonte di gravi problemi. Il
Narmada
Valley Development Plan, risalente alla fine degli agli anni ’80 - ma la
prima discussione su un progetto simile risale al 1901 - infatti prevede la
costruzione di 3.200
dighe
lungo tutto il bacino del fiume: 30 di grandi dimensioni, 135 medie e 3.000
piccole. Solo la prima diga, costruita negli anni ’90 ha causato il
trasferimento forzato di più di 100.000 persone e la scomparsa di 164 villaggi.
Come se non bastasse, agli abitanti viene offerto un
indennizzo irrisorio,
meno di 200 dollari, oppure il trasferimento in terreni non così fertili.
Ultimamente l’assegnazione di altri terreni è stata sospesa, ma la
popolazione chiede che il proprio
diritto ad avere in cambio una
terra
di valore paritario a quella che devono obbligatoriamente lasciare venga
rispettato.
Durante un viaggio di studio Medha Patkar, sociologa, si è accorta che le
esigenze degli
adivasi non venivano ascoltate e ha deciso di
lottare
con loro. Ha fondato il
Narmada
Bachao Andolan, Movimento per salvare il Narmada, sostenuto anche dalla
scrittrice
Arundhati
Roy, per opporsi alla costruzione delle dighe, proporre
progetti
alternativi per il reperimento di energia e per tutelare i diritti della
popolazione. «Il Progetto influirà sulla vita di 25 milioni di persone e
altererà la conformazione ambientale dell’intero bacino fluviale» ha
dichiarato in una conferenza l’autrice de
Il dio delle piccole cose.
Medha ha sviluppato la sua
coscienza sociale grazie al padre, combattente
per la libertà negli anni della lotta per l’indipendenza della Gran Bretagna.
Dopo la laurea in medicina si è specializzata nelle
scienze sociali:
conducendo ricerche nelle baraccopoli di Bombay si era resa conto che la maggior
parte degli abitanti erano stati espulsi dalla loro terra d’origine. Per
continuare la ricerca si è poi spostata nella regione tribale del Gujarat
nord-orientale, dove è venuta a conoscenza del progetto Narmada.
In questi giorni Medha sta conducendo uno
sciopero della fame: lotta non
violenta come nella migliore tradizione del suo Paese. Pur di fermare la sua
protesta è stata accusata di tentato suicidio, in India un reato.
Arrestata
dopo otto giorni di sciopero della fame e della sete, ad oggi continua la sua
protesta assumendo solo liquidi.
Un’attivista per i
diritti umani e per il rispetto della
natura:
mai come in questo caso le due cose vanno a braccetto.
TELEGIORNALISTI
Riccardo Chartroux di
Stefania Trivigno
Questa settimana abbiamo intervistato
Riccardo Chartroux,
inviato della redazione cronaca del
Tg3.
Lei è cronista per il Tg3: ha scelto la cronaca
per vocazione?
«No. Ho iniziato dopo aver vinto un concorso per praticanti
in Rai, sono stato assegnato piuttosto casualmente al
Tg3
che apriva un notiziario della mattina presto, dalle 6.00
alle 8.00. Dopo un paio d'anni sono riuscito a entrare in
una redazione. Volevo andare agli esteri, l'allora direttore
Lucia Annunziata disse: “Non se ne parla, il mestiere lo impari in
cronaca”. Aveva ragione».
Nel corso della sua carriera c’è stato un avvenimento
tanto significativo da influenzare, positivamente o
negativamente, la sua crescita professionale?
«Ero entrato al
Tg3 da un anno e mezzo quando alle
otto del mattino squilla il telefono, una collega mi fa:
“E’ morta Lady Diana, devi andare a Londra”.
“Che scherzo del cavolo” - rispondo e riattacco. Pochi
istanti e mi richiamano. “Guarda che è vero”. Era fine
estate e molti colleghi erano in ferie, io sapevo bene
l'inglese. E sono partito».
Lei ha seguito la vicenda del sequestro Sgrena. Come ha
vissuto il periodo del sequestro e la drammatica
conclusione? Il fatto che si trattasse di una sua collega ha
avuto un ruolo nella gestione delle informazioni?
«Difficile dirlo. Inutile negare che il fatto che la
sequestrata fosse una collega ha tenuto un po' più alta
l'attenzione dei media. Ma la vicenda è stata piena di
risvolti anche emotivi molto forti. Giornalista di sinistra
che cercava di raccontare anche le ragioni della resistenza
irakena, pur non condividendone i metodi, rapita dalla stessa resistenza che
le mostra il suo volto più brutale. Colleghi del quotidiano
di sinistra che trovano un interlocutore fidato in un agente
dei servizi segreti, figura che fino ad allora avrebbero
visto con sospetto. E alla fine si ritrovano in prima fila a
commemorare l'agente, ucciso dagli alleati americani. Una di
quelle storie che ti insegnano che il mondo è complicato».
In molti pensano che negli ultimi anni il Tg3
abbia fornito l’informazione più obiettiva in Italia. E'
d'accordo?
«Ci abbiamo provato».
Come si lavora in un telegiornale spesso al centro
dell'attenzione?
«Si cerca di non fare stronzate».
Come si evita la faziosità nell'informazione?
«Come sopra».
Lei ha aderito al blog "schienadritta" per la
difesa della libertà di stampa. Secondo Lei, questa, e
l'informazione pubblica in generale, sono realmente a
rischio?
«Non tanto la libertà di stampa, ma la libertà dei
giornalisti. Se incarichi, carriere, successi e insuccessi
personali, e
last but not least stipendi, sono decisi
non solo in funzione della professionalità ma della
vicinanza a questo o quel soggetto dotato di potere
(economico o, soprattutto nel caso della Rai, politico)
l'indipendenza va a farsi benedire. Se le scelte editoriali,
quali servizi si fanno, quali notizie si danno, quali
personaggi si intervistano, se tutte queste scelte sono
determinate da considerazioni politiche, magari anche, con
le migliori intenzioni, di equilibrio politico, le regole
del giornalismo sono violate. Ne consegue che i cittadini
non hanno il servizio per cui stanno pagando (con il canone
Rai ma anche con il ricarico sul prezzo dei prodotti che
paga la pubblicità).
Anni fa, l'aver denunciato in un servizio abusi e
violenze su bambini le ha creato problemi. Sarebbe disposto
in futuro a correre dei rischi pur di denunciare fatti
altrettanto gravi?
«Non ho corso dei rischi. Ho fatto una di quelle cose che
non bisogna fare di cui parlavo al punto 5. Il problema vero
è che la soglia di attenzione mia e di altri colleghi anche
più esperti si abbassò, perché si ha sempre fretta, tutto
viene fatto di corsa e quando hai esaminato per un'ora
materiale pedofilo orrendo la tua soglia di tolleranza si
abbassa, e ti sembra normale materiale che si può mandare
in onda quello che ad altri fa venire i brividi. Con qualche
anno di esperienza in più non lo rifarei».
TELEGIORNALISTI
Sposini separato da Mediaset di
Silvia
Grassetti
Chissà se il gossip sulla
presunta
scappatella romantica a Parigi con
Cristina
Parodi rientrava in una astuta mossa di mobbing ai suoi danni.
Sta di fatto che
Lamberto
Sposini, che si era autosospeso per tre mesi alla fine del 2004, quando
arrivò
Carlo
Rossella a sostituire
Mentana
alla direzione del
Tg5, e che si era preso un mese di ferie, dopo
l’ultimo
litigio
con il “numero uno” dei giornalisti del Biscione, lo scorso 26 aprile
si
è dimesso dalla sua carica di vicedirettore del tg e ha lasciato Mediaset.
La
goccia che ha fatto traboccare il vaso, a detta dello stesso Sposini,
è caduta in piena campagna elettorale: il 30 marzo scorso, nel bailamme seguito
all’affermazione di Prodi sugli avversari del centrodestra, definiti
“delinquenti politici”, il dimissionario Sposini litigò con Carlo Rossella
per inserire tra le repliche dei partiti anche la presa di posizione di Fassino,
che il direttore del
Tg5 non avrebbe voluto riportare.
Se nel 2004 la sospensione doveva servirgli per capire «se fosse giusto mettere
la faccia in quella avventura», le dimissioni sono arrivate quando Sposini ha
preso atto che il rapporto di fiducia con il direttore si era «rotto».
E se, nel lungo periodo elettorale, l’inquieto entourage giornalistico di
Mediaset ha dovuto fare i conti con la presenza indisponente di
Paolo
Bonolis; con l’avvento dell’ottavo vicedirettore
Piero
Vigorelli e di
Paola
Perego alla conduzione di
Verissimo;
e con il
passaggio
del format dal
Tg5 a Videonews (con ciò che ne è conseguito, per il
programma, dal punto di vista giornalistico), finalmente le bocce sembrano
essersi fermate. E il balletto delle poltrone a Mediaset pure.
Lamberto Sposini nei giorni scorsi ha detto di non avere trattative in corso con
altre testate giornalistiche, scherzando sul dover cominciare a mandare il suo
«curriculum con foto in giro». Ma un giornalista di cotanto pedigree, se
dovesse avere un imbarazzo impiegatizio, sarebbe l’imbarazzo della scelta: i
bookmakers lo danno con pari probabilità a
La7 per il ritorno di
audience che porterebbe in dote; a
SkyTg24 dal suo amico direttore
Emilio
Carelli; o in
Rai.
E se al
Tg1 la poltrona dovesse risultare già occupata, da
Piero
Badaloni per esempio, è probabile che i nuovi governanti siano già andati
a
spolverare la scrivania del
Tg3.
OLIMPIA Adieu
Mondial di
Mario Basile
Facevano il
tifo per lei. Almeno così sembrava dalle
affermazioni dei vertici
Fifa
su
Nelly
Viennot, la donna francese candidata al ruolo di
guardalinee
ai prossimi
mondiali
di calcio in Germania.
In realtà la federazione non si
era
schierata apertamente, del resto non poteva farlo, ma le
dichiarazioni del portavoce Fifa
Andreas Werz
lasciavano
pochi dubbi: «Farà quello che dovranno
fare tutti gli altri. Ma saremmo tutti felici se ce la
facesse, sarebbe qualcosa di speciale».
Naturalmente era quel “farà quello che dovranno fare
tutti gli altri” a far nascere l'
incertezza:
i
test a cui sono stati sottoposti gli aspiranti direttori
di gara e assistenti mondiali erano
davvero selettivi.
Ne erano convinti anche i più grandi esperti di
preparazione
atletica.
Infatti, la prova consisteva nel percorrere in meno di
sei
secondi i
40 metri per sei volte con pochissimo
tempo di recupero tra una corsa e l’altra, e nel fare i
150
metri in meno di
trenta secondi.
E se tutto ciò ha il sapore di
impresa leggendaria
per il fisico di un uomo, per quello di una donna pare
praticamente
impossibile.
Basti pensare che le assistenti di gara italiane per essere
selezionabili devono percorrere i
50 metri non oltre
gli
otto secondi e dieci decimi. E che soprattutto,
godono di
parametri meno severi rispetto ai colleghi
uomini per la diversa corporatura. Cosa che, a dire il vero,
avviene anche in tutti gli altri Paesi.
E allora perché non concedere
agevolazioni a madame
Viennot? Si voleva forse realizzare il sequel di
Soldato
Jane?
Fatto sta che la 44enne francese non si è lasciata
intimidire e si è presentata a
Neu Isenburg, vicino
Francoforte, sede dei pre-test mondiali per gli assistenti
di gara insieme ai suoi colleghi uomini. Non provarci
sarebbe stato un
rimpianto troppo grande per una
donna che da sempre vive di calcio.
La carriera arbitrale di Nelly Viennot è cominciata nel
1987.
Il
calcio è un fatto di famiglia: suo padre,
infatti, è stato un calciatore dilettante. Undici anni fa
è diventata
internazionale, nel suo palmares
figurano anche
partecipazioni da guardalinee alle
Olimpiadi di
Atlanta,
Atene
e una in
Champions
League in Panathinaikos – Werder Brema del 2002.
Quattro anni dopo arriva la possibilità di essere la
prima
donna a far parte di una terna arbitrale ai mondiali, la
rassegna calcistica più importante.
Purtroppo, a differenza di quanto accade nel film citato
sopra, la protagonista di questa storia
non
è riuscita nella sua impresa. Lapidario il commento di
Werz: «Non ha realizzato i tempi necessari nelle prove di
velocità». La francese incassa la bocciatura e torna a
casa. E’stato comunque bello accarezzare un sogno.
Una
storia insolita quella di Nelly Viennot. In
genere le donne lottano per avere gli stessi trattamenti
degli uomini. Questa volta, forse, è stata proprio la
pari
opportunità ad essere fatale.
Spiace, per il calcio che ha perso una buona occasione per
dare un
segnale forte non solo allo sport, ma al
mondo intero. Un mondo in cui, per esempio, le
donne
iraniane soltanto pochi giorni fa hanno potuto
riacquistare
il
diritto di assistere agli avvenimenti sportivi, dopo
essere state per oltre venticinque anni vittime dell’
ignoranza
e
della discriminazione.
OLIMPIA Cintura
mondiale rosa per la Cina di
Stefania Trivigno
Il
22 luglio del 2001 la allora ventiseienne
Maria
Moroni sale sul gradino più alto di un podio tutto nuovo per il gentil
sesso italiano: quello del
ring.
Cinque anni fa, infatti, è stata la prima volta in cui la
Federpugilato
si è cimentata con successo nell’organizzazione di una
competizione tutta
al femminile.
Sebbene il
Decreto Ministeriale del 1975 avesse regolamentato e dunque
riconosciuto il pugilato come
disciplina unicamente maschile, con il
passare degli anni il numero sempre crescente di donne iscritte a corsi di
pugilato ha reso necessario estendere tale decreto anche all’altro sesso.
Ed è così che nel
1996 si avvia la procedura che ben quattro anni dopo,
nel 2000, istituirà la sezione di
pugilato
femminile. Anch’essa, come il pugilato maschile, ha norme specifiche e
dettagliate che «quando non esplicitamente richiamato, valgono sia per
l’attività maschile che femminile» – come detta una
circolare
della Federazione Pugili.
E mentre la maggior parte dei Paesi industrializzati discute preoccupata
dell’improvviso boom economico della Cina e si affanna per cercare rimedi da
porre a svariati problemi, come l’ultimo di questi giorni, che riguarda
l’imitazione di un modello Ferrari degli anni '70, ecco che proprio dalla Cina
arriva un’altra novità, questa volta positiva.
Zhang Xiyan, giovane donna di ventisei anni, vince il titolo mondiale di
pugilato.
Professionista da soli tre mesi, si è scontrata e ha battuto
anche nell’ultimo match la statunitense Alicia Ashley.
La neo-campionessa ha parlato di
grande felicità e soddisfazione perché
la prima cintura mondiale in Cina arriva grazie alla sua tenacia e ostinazione.
Ma orgoglio soprattutto, perché in uno
sport notoriamente
maschile
a far da
padrona è attualmente una
donna. Congratulazioni, Zhang.
EDITORIALE
Uomini
e no di
Antonella Lombardi
Elio Vittorini, nel suo romanzo
Uomini
e no, si interrogava sulla “non umanità” di
certi uomini che scelgono «una vita che non è tale» e che
si abbrutiscono, feroci, sugli altri: «Questo era il modo
migliore di colpir l'uomo, colpirlo dov'era più debole,
dov'era più uomo».
Fare leva sulla paura e sul
silenzio.
Esistono diversi modi di dire
no alla
mafia.
Peppino Impastato, il giovane militante siciliano
reso celebre dal film
I
cento passi, dai microfoni della sua
Radio
Aut ridicolizzava, con ostinato coraggio,
l'autorità e l'aura di timorato rispetto di cui si
circondano, da sempre, i
boss mafiosi. Pagò con la
vita il suo no alla mafia.
Oggi, suo fratello,
Giovanni, ha scritto «con umiltà»
una
lettera
accorata, lucida, ai
figli di Bernardo
Provenzano:
«Siamo tutti figli partoriti dalla stessa mafia», ha
scritto Impastato, ma «tacere è condividere... Dimostrate
a vostro padre che c'è un altro modo di vivere».
Ci sono stati tanti “no” coraggiosi alla mafia; tra
questi, ci piace ricordare quello sofferto, ma deciso, di
una ragazza,
Rita Atria, che testimoniò in tribunale
contro la mafia, nonostante il parere contrario della
propria madre. All'esame di maturità si presentò con la
scorta, vinse il proprio imbarazzo e scelse il tema sul
giudice Falcone, parlò della purezza e del
coraggio di
cambiare. Modi di dire “no” che fanno grandi alcuni
uomini e che rappresentano un esempio per tutti gli altri.
Ma esistono anche
modi untuosi, servili e ambigui, in
cui un “no” suona come un “nì” tanto da somigliare
pericolosamente a un “sì”. Succede quando si dice che
«
la mafia non esiste», che l'abusivismo è un falso
problema, in un
meccanismo
ipocrita di rimozione. Succede, ancora, quando si
tappezzano i muri di una città con striscioni in cui c'è
scritto, banalmente, che «
la
mafia fa schifo».
Ma prima o poi arriva, per tutti, il momento in cui bisogna
decidere se essere uomini o no. Senza rinnegare l'amore
profondo che lega un padre al proprio figlio, scrive
Giovanni Impastato. Ma dicendo quel “no” che permette di
vivere liberi «dalla finzione e dalla suggestione
negativa di un codice d'onore che si fonda su dei disvalori».
Certi uomini, nel dire no, sanno essere grandi. E ci
stupiscono.