Archivio
Telegiornaliste anno II N. 18 (50) dell'8 maggio 2006
MONITOR
Telegiornalista e
mamma Karina Laterza, una mamma divertita e divertente di
Stefania Trivigno
Nell'inchiesta di
Telegiornaliste sulle tgiste che sono anche mamme,
questa settimana incontriamo
Karina Laterza, giornalista emergente.
Donna e mamma: un binomio tanto abusato da aver convinto tutti, donne
comprese, che se non si è mamme non si è "complete": lo pensi anche
tu?
«A me essere
mamma diverte moltissimo, lo consiglio a tutti, ma ho visto
anche esperienze diverse dalla mia: donne che non reagiscono nello stesso modo e
vivono la maternità come un compito. Dunque: completi non si è mai oppure lo
si è per poco, e il come è un fatto personale».
Il femminismo in Italia ha emancipato le donne: ha fatto guadagnare loro
ruoli che prima erano squisitamente maschili - su tutti la "manager" -
ma, allo stesso tempo, non ha fatto loro perdere quelli tradizionali, la
"mamma baby sitter", la casalinga. Il coinvolgimento paterno
nell'educazione quotidiana dei figli resta tuttavia secondario, e, quando è
possibile, affidato di preferenza a una baby sitter. Sei d'accordo con questa
interpretazione?
«Credo che in molti casi effettivamente la donna lavoratrice conservi
all'interno della famiglia anche i ruoli tradizionali, spesso perché è lei che
lo vuole. Il
femminismo
ci ha insegnato a voler conquistare ruoli maschili, ma non sempre a condividere
quelli che riteniamo femminili. Poi certo anche i
padri e le
suocere
hanno le loro responsabilità».
Come sei riuscita a conciliare la carriera e la famiglia? È stato necessario
programmare l'una e pianificare l'altra?
«Non ho pianificato nulla, di volta in volta ho dato la
priorità a
quello che mi sembrava più importante. Finora è andata discretamente».
Capita di lavorare nei week-end o durante le festività: ti affidi all'aiuto
di un familiare, una colf o una baby sitter? E come "giustifichi" le
tue assenze con i figli, o coi familiari?
«Ho avuto una baby sitter, sempre la stessa, per 14 anni. Comunque ho ridotto
al minimo le assenze da casa quando le figlie erano piccole e i primi tre anni
li ho praticamente trascorsi al parco con loro. Mi piaceva moltissimo».
Le tue bambine hanno una baby sitter "di fiducia"?
«L'hanno avuta, e le persone in casa mia sono sempre rimaste "di
casa", con grande normalità».
Che cosa hai provato la prima volta che hai lasciato le tue figlie sole con
una baby sitter? E porteresti la badante con la famiglia anche in villeggiatura?
«Emozione perché erano diventate grandi. Erano in due e dunque era più facile
lasciarle sole, perché voleva dire lasciarle insieme. Rosy è venuta spesso in
vacanza con noi, è anche andata da sola con loro al mare dai nonni o in
montagna».
La maggior parte delle donne in carriera sostiene di sentirsi in colpa nei
confronti della famiglia; è così anche per te?
«No. Penso che quello che imparo interessa anche i miei familiari e avere una
madre che lavora è un buon esempio soprattutto per due figlie femmine».
Ti è mai capitato di dovere, o volere, rinunciare a un incarico di lavoro
per la tua famiglia? E di rinunciare a passare qualche ora in più con i tuoi
familiari per motivi di lavoro o carriera?
«Naturalmente mi sono capitate entrambe le cose, ma vista da un’altra parte
mi è capitato di non strafare sul lavoro perché avevo anche altro a cui
pensare e di non infognarmi davanti alla televisione avendo finito di lustrare
casa e fornelli».
È possibile far convivere famiglia e carriera senza eccessivo stress, sensi
di colpa, rinunce? E come, secondo te?
«Certo, è possibile, lo fanno in molti, fa parte della vita. Una volta le
donne zappavano i campi con i figli in grembo e a lungo i bambini hanno
lavorato, anche da noi, per la famiglia. C'è spazio per un miglioramento
ovviamente. La maternità è ancora considerata un bene solo personale in Italia
mentre è di fatto un plus importante per la società. Bisognerebbe consentire
orari più
flessibili alle mamme,
part-time quando i figli sono piccoli,
bisognerebbe che i datori di lavoro non considerassero le loro dipendenti madri
diverse dalle loro mogli. Penso che ci si arriverà con un po' di pazienza, più
donne intelligenti e con famiglia al governo e meno sensi di colpa».
CRONACA IN ROSA
Il piano D per l’Europa di
Erica Savazzi
Qual è il futuro dell’
Europa?
Cosa pensano dell’Europa i suoi cittadini? Quali sono le
priorità da affrontare?
L’Europa riflette su stessa, ed è una
riflessione
importante, dalla quale si capirà se il processo di
integrazione potrà proseguire. E soprattutto
come
dovrà proseguire.
Dopo la bocciatura da parte di Francia e Olanda, due dei
membri fondatori dell’Ue, della
Costituzione
firmata a Roma il 29 ottobre 2004, la
Commissione
europea ha deciso di dare la parola ai cittadini.
Secondo un’indagine di
Eurobarometro
il 53% della popolazione comunitaria ritiene che la propria
voce non conti nulla: proprio da qui bisogna
ripartire,
perché se si vuole arrivare a una vera integrazione
economica e politica i
cittadini devono sentirsi
partecipi
ed essere
consapevoli dell’intero processo.
Ecco allora il
Piano
D per la democrazia, il dialogo e il dibattito. Ecco
allora il sito internet
Debate
Europe, dove i cittadini possono dire la propria
opinione sull’Europa ed esprimere speranze e
preoccupazioni. Tre le tematiche principali:
sviluppo
economico e sociale,
percezione dell’Ue e
ruolo
nel mondo. Il 9 maggio, durante le celebrazioni per la
Giornata
dell'Europa, la Commissione riflette sui primi
risultati.
«So che molti dicono di aver perduto la fiducia
nell’Unione europea perché, a loro parere, essa si è
assunta troppe responsabilità ed è diventata molto
complessa e difficile da capire – ha dichiarato
Margot
Wallström, vicepresidente della Commissione europea e
responsabile delle relazioni istituzionali e della strategia
delle comunicazioni - Ma quando nei nostri sondaggi
chiediamo l’opinione degli europei, sentiamo dire che
l’Unione europea dovrebbe occuparsi di questioni come la
disoccupazione, la globalizzazione, le pensioni,
l’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’ambiente».
Se oggi l’Ue è guardata da molti con sospetto, la
campagna di ascolto e di
comunicazione sulle
istituzioni comunitarie non potrà che avere effetti
positivi, e anzi, forse giunge troppo in ritardo: se i
cittadini si fossero sentiti più coinvolti e informati
probabilmente l’esito dei referendum confermativi sulla
Costituzione Europea sarebbe stato diverso.
FORMAT MEDIA E MINORI
Spot trash e linguaggio giovane di
Serenella Medori
L’obiettivo degli spot è quello di
accendere la
fantasia del telespettatore, di alimentare i suoi sogni.
Molti studiosi però ritengono che non colpisca il bersaglio
ciò che è di
cattivo gusto: dita nel naso, rumori
sospetti e allusioni pesanti che toccano la sfera intima,
come deformazioni di alcune zone sensibili del corpo.
Se è vero che all’estero il sesso non va più di moda è
anche vero che Vigorsol aveva puntato proprio su una
deformazione fisica con evidenti allusioni al sesso
(mammelle deformi) e che Fastweb ha superato
l’impercettibile limite tra creatività e cattivo gusto
quando ha ingaggiato uno spermatozoo vagabondo in cerca di
rifugio, rifugio trovato poi in un’avvenente signorina.
Ciò ha portato ad una valanga di
commenti e critiche,
testimoniati dai forum di discussione su Internet. C’era
chi indignato protestava per la volgarità dello spot, ma
erano comunque le immagini a parlare e, come spesso capita,
a colpire più delle parole. «È disgustoso!», tuonavano
altri, «Veramente orribile!», «Uno spot abominevole!»,
«Fa veramente pena!», «Un insulto alla natura umana!»;
«Siamo offese!» affermavano alcune interlocutrici, oppure
«È uno spot stupido», «Fa impressione».
Il trash non diverte. Il trash non è trasgressione,
o almeno non più. Semplicemente
non piace. Il
linguaggio dello spot può osare, può varcare la soglia, ma
una volta oltrepassata la linea rossa i pubblicitari non
hanno più il vero controllo della situazione. Chi corre
questo rischio lo sa.
Ecco la risposta della
Perfetti
Van Melle, casa produttrice delle gomme Vigorsol: «È
dal 1996 che affidiamo il nostro budget pubblicitario
all’agenzia inglese
BBH,
che per noi ha sempre realizzato campagne estreme.
Ricordiamo quella dell’incantatore di serpenti con il
cobra che balla la break dance, oppure il vincitore del
Bingo che viene schiacciato da una vettura che cade dal
cielo. Si tratta sempre di un linguaggio giovane, innovativo
e fuori dagli schemi, come quello usato questa volta». Poi
aggiungono: «Scegliendolo sapevamo che saremmo andati
incontro a critiche negative, ma anche a critiche positive».
Un
linguaggio giovane, ecco qual è stato il motore
di questa scelta. Accanto a un rischio calcolato, a dare
valore all’investimento fatto sarebbe stato proprio un
linguaggio definito
innovativo e sicuramente fuori
dagli schemi. La Tv la vedono tutti, non solo i giovani,
eppure a partire dai sedici anni in su tutti avevano
qualcosa da dire a proposito di Vigorsol, soprattutto i
giovani.
(6-continua)
FORMAT
Sottocasa,
Rai1 riprova con la soap di
Giuseppe Bosso
C’era una volta un
genere televisivo appositamente
riservato alle
signore. Genere che, almeno per quanto
riguarda il nostro paese, era quasi interamente incentrato
su un’unica emittente:
Retequattro,
e che soprattutto era piombato sui nostri schermi come una
tempesta dall’altra sponda dell’Atlantico, dal nord con
produzioni di successo come
Quando si ama,
Santa
Barbara e le immortali
Sentieri
e
Beautiful;
dal sud con una lista talmente lunga che ci limitiamo a
ricordare i volti più famosi che per anni hanno stregato le
tante appassionate degli sceneggiati latini, come
Andrea
Del Boca,
Grecia Colmenares e il compianto
Eduardo
Palomo.
Poi la soap opera ha cominciato a trovare terreno
favorevole anche nella mente degli sceneggiatori
nostrani, e dopo qualche tentativo più o meno
riuscito, come Edera, la svolta e l’inizio della
stagione felice sono giunte dieci anni fa con Un
posto al sole, prima vera produzione di lunga durata
del Belpaese. Sono seguite, su sponda Mediaset, in vero e
proprio pendant ad un classico come Beautiful, Centovetrine
e Vivere.
L’ultimo (per ora) capitolo di questa storia sta per avere
inizio, precisamente agli inizi di maggio, proprio quando la
stagione televisiva volge al termine: Rai1
presenta, in risposta ai “titani” schierati da Cologno
Monzese all’ora di pranzo, Sottocasa.
Ambientata in un quartiere romano, la nuova soap vede come
protagonisti principali Giovanni Guidelli (ex
protagonista di Incantesimo), Angela Melillo
(ex soubrette del Bagaglino e vincitrice della prima
edizione del reality game La Talpa), Fabio Testi(
che però comparirà soltanto nelle prime puntate, per poi,
con la sua morte, dare il via alla trama principale su cui
sarà incentrata la prima serie), e un nutrito gruppo di
giovani e validi attori, tra i quali Edoardo Velo, già nel
cast di Vivere, la giovanissima e promettente Martina
Pinto, e Alberto Gimignani, che era tra gli interpreti di Ricominciare,
la prima soap prodotta dal primo canale, che anni fa ebbe
breve e non proprio fortunata vita.
I temi sono sostanzialmente gli stessi che hanno
sempre contraddistinto le soap nostrane: non solo storie
di intrigo e di passione, ma anche attenzione alle problematiche
di ogni giorno, in modo che lo spettatore,
riconoscendosi nei personaggi, si affezioni e segua con
interesse le vicende che coinvolgeranno i protagonisti.
Appuntamento a maggio dunque!
ELZEVIRO L'altare ritrovato di
Antonella Lombardi
Secondo la
leggenda,
Romolo avrebbe fondato la
città di Roma il
21 aprile del 753 a.C.
In una data non casuale, il 21 aprile scorso, tra ultimi
ritocchi, lavori da ultimare e polemiche, sono stati
inaugurati
a Roma l'
Ara
Pacis e il suo nuovo museo nella teca progettata
dall'architetto Richard Meier.
Il museo rappresenta la
prima opera di architettura
realizzata
nel centro storico di Roma dalla caduta del fascismo ai
nostri giorni. In un progetto che tiene conto sia della
necessità di valorizzare che di conservare, si sono usati
materiali e tecnologie che potessero proteggere l'altare da
agenti atmosferici e inquinanti.
Si entra, dunque, e si viene colpiti dalla prospettiva e
dalla
luce: un immenso edificio trasparente, inserito
nel preesistente tessuto urbano, da cui godere di una
vista
inaspettata.
Si accede da una scalinata centrale da cui si può
contemplare, ad una distanza davvero ravvicinata, la
facciata della chiesa barocca di
San
Girolamo degli Illirici e la vicina chiesa di
San
Rocco.
All'interno, una
galleria con copie dei
ritratti
della
gens augusta, un albero genealogico per far
conoscere al visitatore i complessi intrecci della dinastia
dei giulio-claudii e un plastico con l'originaria situazione
dell'Ara.
Oltre la galleria,
500 metri quadri di cristalli
fanno da cornice all'altare isolato, sgombro da ogni
ostacolo fastidioso per la visione, mentre gli alberi del
lungotevere, fuori, visibili dai lati, ci riportano al
presente. Uno spazio immenso, destinato a trasformarsi
ancora per ospitare un auditorium, una biblioteca e un'opera
d'arte contemporanea appositamente realizzata da Mimmo
Paladino.
Anche i materiali usati rappresentano la sintesi tra passato
e futuro: il
travertino proviene dalle stesse cave
utilizzate per la realizzazione di piazza Augusto Imperatore
negli anni Trenta, mentre il
vetro temperato ha delle
caratteristiche tali da permettere resa estetica,
fonoassorbenza e isolamento termico. «La capacità di
creare il bello non è finita 500 anni fa. Qui abbiamo
l'immagine di una Roma insieme antica e moderna», ha detto
il sindaco di Roma,
Walter Veltroni.
Storicamente, la costruzione dell'Ara fu decretata dal
Senato romano per onorare il ritorno di Augusto dalle
province di Gallia e Spagna e per celebrare la “
pace
augustea”, cioè il raggiungimento di un percorso
trentennale, dalla morte di Cesare alla pacificazione
vittoriosa.
Di qui i rilievi dell'Ara inneggianti alla
prosperità,
alla
religione e al
buon governo, garantiti da
un uomo predestinato.
Un antico senso della progettazione prevedeva inoltre una
disposizione
particolare: l'ingresso dell'altare si apriva su una
meridiana;
su questa, l'ombra di un obelisco (situato oggi in piazza
Monte Citorio) segnava il tempo e percorreva i simboli dello
zodiaco; nel giorno della nascita di Augusto l'ombra puntava
al centro dell'altare, a sancire un
vincolo astrale tra
la nascita del principe e una nuova era di pace.
Per
informazioni e approfondimenti, è possibile
visitare il sito
www.arapacis.it.
DONNE Margaret Thatcher, the Iron Lady
di
Stefania Trivigno
Margaret Thatcher viene eletta
Primo
Ministro inglese nel
1979 e non c’è da
stupirsi che sia proprio la
Gran
Bretagna, il Paese che per la prima volta nella storia
chiama
una donna a governare.
In quegli anni, infatti, si assisteva a una lunga serie di
riforme che, oltre a far balzare il Regno Unito in testa
alla classifica dei
Paesi europei più evoluti
socialmente, preparavano il terreno a una
forte
emancipazione femminile.
Negli anni fra il 1965 e il 1970, fra le altre riforme è
abolita
la pena di morte, si
legalizza l’aborto, si
modifica la
legge sul divorzio e, soprattutto, si
stabilisce che in una condizione di parità di prestazione,
una
donna percepisca lo
stesso stipendio di un
uomo.
Quando la Thatcher inizia a governare la situazione
economica e sociale che si trova a fronteggiare non è
affatto semplice. La Gran Bretagna, infatti, è alle prese
con il cosiddetto periodo del
Winter
of Discontent che vede la classe operaia e i
sindacati alleati in una forte
stagione di scioperi
che culminerà nel 1985 con il grande sciopero dei minatori.
Peter
Gabriel dedicherà all’evento la sua
Don't
give up.
In ambito economico il Primo Ministro mira a una
lotta all’inflazione più che alla disoccupazione.
Secondo la Thatcher, infatti, in un Paese in cui la
disoccupazione
è fisiologica, bisogna puntare in primis al
controllo
dell’inflazione, per poi occuparsi della piena
occupazione che verrà da sé come diretta conseguenza
dell’abbattimento dell’inflazione.
Secondo il governo Thatcher, inoltre, una volta eliminate le
industrie statali e
abbattuti gli oneri fiscali,
sarebbero rimasti sul mercato solamente gli operatori più
validi e più competitivi. Forte di questa convinzione, il
governo vara una
politica fiscale tesa a ridurre le
aliquote massime e minime delle imposte sui redditi, ma per
bilanciare aumenta l’IVA dall'8% al 15%.
La conseguenza è evidente e negativa:
i prezzi aumentano,
i prodotti inglesi non esportano più perché troppo cari e
nasce un vero e proprio
conflitto sociale dovuto al
fatto che il 10% dei lavoratori della fascia più alta
ottiene un aumento di stipendio pari al 137%, mentre per la
fascia più bassa l’aumento è del 93%.
Se in un Paese la disoccupazione è fisiologica e non
rientra nei punti principali del programma di governo, è
necessario fare in modo che questa risulti meno grave di
quanto non lo sia nella realtà.
Nel 1980, primo anno di governo Thatcher, la Gran Bretagna
conta circa
due milioni di disoccupati; fra il 1983 e
il 1986 (fine del primo mandato e inizio del secondo) dopo
le varie riforme fiscali
i disoccupati sono più di tre
milioni, ma inspiegabilmente qualche anno dopo
torneranno a essere 2 milioni, poi addirittura 1,6 milioni.
Dunque, se la disoccupazione si vince con l’abbattimento
dell’inflazione, ma quest’ultima non è stata
assolutamente abbattuta, come mai i numeri sono calati così
drasticamente?
Semplice, si
cambia il metodo di rilevamento:
risulta inattivo solo chi è iscritto alle liste di
collocamento e percepisce il sussidio di disoccupazione.
Chi è alla ricerca del primo impiego e non ha sussidi non
rientra fra i disoccupati.
Nonostante il malcontento generale e la crisi economica e
sociale Margaret Thatcher ha governato la Gran Bretagna
ben
tre volte, ma costretta alle dimissioni nel 1991 quando era
a metà del terzo mandato.
Oltre al sistema elettorale britannico, che non necessitava
di una maggioranza per la vittoria, sicuramente mancava una figura
altrettanto forte da opporre.
È stata definita dagli storici The iron Lady, la
donna di ferro, perché è riuscita a tenere la testa alta
anche quando, a livello internazionale, si è vista
costretta a dissociarsi dalle politiche economiche
europee.
Senza dubbio in Europa, almeno finora, è l’unica donna
politica "forte" a essere ricordata.
DONNE ...perché non ci porti pure me
di
Tiziana Ambrosi
Consoliamoci. In Italia il problema - assai difficile - è
quello di non far entrare i violenti negli stadi. In Iran
quello di riuscire a far
entrare le donne.
Con un
coup de théâtre il logorroico presidente
della Repubblica Islamica Ahmadinejad ha ordinato alle
autorità che le
donne
siano ammesse agli stadi.
A quanto pare quello di
donne e calcio dev'essere un
annoso problema, se già 40 anni fa la nostrana
Rita
Pavone smaniava per le
partite della domenica.
Ironia a parte, se per la peperina cantante torinese il
problema erano le scappatelle coniugali, qui siamo piuttosto
ad una fase embrionale: non si chiede di andare a vedere la
partita di pallone, al massimo di
potersi avvicinare allo
stadio.
Ahmadinejad
ha affermato che «con una corretta pianificazione che
rispetti la
dignità e l'onore delle donne, i
migliori posti negli stadi vengano riservati a donne e
famiglie in occasione di partite del campionato nazionale di
calcio e altri importanti incontri».
Altro che discriminazione, anche i posti
migliori!
Il barbuto presidente tuttavia non ha fatto i conti con la
scarsa elasticità mentale dei
mullah sciiti: la
maggioranza ha criticato la dichiarazione, qualche
baldanzoso si è spinto più in là con un'immancabile
fatwa.
Nemmeno da ricordare che la legge di divieto della presenza
femminile allo stadio
vide la luce alla nascita della
Repubblica
teocratica khomeinista nel
1979.
Considerando i già
farraginosi rapporti con la
diplomazia
internazionale non è sembrato il caso di inimicarsi
anche i capi spirituali della stessa estrazione
ultraconservatrice del presidente stesso.
E quindi ben vista è stata l'affrettata
rettifica
delle dichiarazioni.
Mohammad Aliabadi, capo dell'organizzazione iraniana per
l'educazione fisica, ha spiegato: «Il programma di aprire
gli stadi alle donne è riservato unicamente alle famiglie e
non vale per le donne non sposate, per le quali sarà
ancora in vigore il divieto di ingresso negli stadi».
Ecco. Senza considerare che non saranno ammesse
promiscuità
di alcun tipo e verranno allestiti appositi
spazi
separati per le spettatrici.
L'inquadramento forse risulta ancora più chiaro se si
considera che questa apertura avviene solamente qualche
giorno dopo l'
inasprimento delle punizioni contro le
violazioni su abbigliamento e comportamenti in pubblico.
A conti fatti quindi
nessuna grande novità. Solo un
giro di parole per non cambiare la realtà delle cose.
Con la speranza che queste
coreografiche
"aperture" non facciano passare in secondo
piano le fanatiche prese di posizione sul nucleare e le
farneticanti dichiarazioni su
Israele.
TELEGIORNALISTI
Andrea
Pamparana, giornalista multitasking di
Nicola Pistoia
Questa settimana abbiamo incontrato
Andrea Pamparana,
vicedirettore del
Tg5 e radiogiornalista "
Indignato
speciale" per Rtl 102.5.
Come ha iniziato ad appassionarsi a questo mestiere?
«Nel 1978, lavoravo in una piccola ma gloriosa rivista,
Critica
Sociale ed eravamo nel pieno del caso Moro».
Andrea Pamparana si sente un giornalista televisivo o
radiofonico?
«Sono un giornalista. Scrivo su quotidiani, faccio tv e
radio da 25 anni, scrivo libri».
Quali sono le differenze tra il giornalismo televisivo,
quello radiofonico e quello della carta stampata?
«In tv devi conoscere il mezzo, saper fare anche la regia e
il montaggio del servizio. In radio devi conoscere i tempi,
il ritmo, usare anche la voce. Sui giornali devi saper
scrivere. Mixa il tutto ed è fatta».
In una recente intervista
a Telegiornaliste, il collega Fabio
Guadagnini di Sky Sport ha affermato che gli unici
giornalisti liberi da giochi di potere o di share sono
quelli che svolgono la professione per i canali satellitari:
è d'accordo?
«No. Fox è satellitare ed è di Murdoch e negli Usa ha una
precisa linea politica. Solo qui in Italia, per convenienza,
Sky è terzista. Quanto allo share lo saranno fino a quando
Murdoch non farà l'accordo con l'Auditel».
Oltre al Suo, quali altri telegiornali apprezza?
«
Sky Tg24 diretto dal mio amico
Emilio Carelli».
Nella Sua carriera c'è un servizio o una notizia che
ricorda con più partecipazione?
«Un'inchiesta sul caso Orlandi nel 1986. Ne parlarono anche
all'estero».
Il mondo del giornalismo di vent'anni fa e quello di
oggi, un confronto.
«Noi avevamo, venti anni fa, grandi maestri: Zucconi, Levi,
Montanelli, tanto per fare tre nomi. Oggi non ci sono, e noi
non siamo a quel livello».
La conduttrice di Verissimo, rotocalco da poco non
più del Tg5, non è giornalista ma presentatrice
televisiva: come cambia il lavoro della redazione, in casi
come questo, per consentire al programma di mantenere lo
standard di qualità
a cui ha abituato i telespettatori?
«Cambia al punto che
Verissimo ora non è più sotto
la testata
Tg5. Ed è meglio così, per tutti».
Probabilmente l'arrivo di Piero Vigorelli, vicedirettore
con delega al programma, aveva contribuito a mantenere
inalterato lo standard qualitativo di Verissimo dal
punto di vista giornalistico...
«Vigorelli è un professionista di grande esperienza e
capacità, un cronista vecchio stampo».
Un consiglio ai tantissimi giovani che vorrebbero
diventare giornalisti?
«Studiare, leggere e scrivere. Tanto lavoro e altrettanta
umiltà. E consumare la suola delle scarpe per interpretare
la gente, senza pensare di fare a poco più di vent'anni
l'editorialista».
OLIMPIA Pianeta Donna Sport, il talk show del calcio rosa
di
Mario Basile
Metti un
talk show con opinionisti esperti, due brave
conduttrici, ospiti importanti e, soprattutto, un argomento
apprezzato dal grande pubblico. Et voilà: il
successo
è garantito. Lo è ancor di più se si parla di
sport
e in particolare di
calcio.
Diventa invece difficile, o quantomeno un’incognita, se il
tema trattato è solo ed esclusivamente il
calcio
femminile. Un mondo ancora
troppo trascurato dai
media nazionali.
Proprio per far luce su questa realtà, da un’idea dei
giornalisti
Andrea Mantovani e
Ivan Bertani è
nato
Pianeta
Donna Sport: il talk show del calcio in rosa.
Entrambi i giornalisti siedono ogni settimana nel salotto
del programma in qualità di opinionisti. La conduzione,
tutta al femminile, è affidata a
Stefania Scamperle
e
Silvia Spillare. Mentre l’altra giornalista della
squadra,
Camilla Buìn, si occupa della carta
stampata.
A completare il tutto ci sono gli ospiti. Il salotto di
Pianeta
Donna Sport accoglie atlete, dirigenti di squadre,
giornalisti specializzati ed altri personaggi illustri del
calcio femminile.
Grande spazio dedicato alle immagini, con i
servizi
sulle partite e le
interviste dagli spogliatoi a cura
di Silvia Spillare e Stefania Scamperle. Ed ancora:
aneddoti
e curiosità su tutto ciò che ruota attorno al mondo
del "pallone rosa".
In onda dal
gennaio scorso sull’emittente
satellitare
Punto
Sat,
Pianeta Donna Sport ha subito raggiunto
ottimi
ascolti.
Molto soddisfatte le
atlete che, grazie al programma,
sono riuscite a conquistare una buona visibilità.
Come hanno affermato gli stessi ideatori della trasmissione,
per il progetto è stato fondamentale l’
intervento
e il
sostegno di personaggi del calibro di
Natalina
Ceraso Levati, presidente della
Divisione
Calcio Femminile, e
Sante Zazza, organizzatore
della
Italy Women’s Cup.
L’appuntamento con
Pianeta Donna Sport è tutti i
venerdì
alle 20.30 su Punto Sat, canale
866 del circuito
Sky.
EDITORIALE
La
meglio gioventù di
Antonella Lombardi
Certe cose,
invecchiando, acquistano
pregio e
valore.
Altre, invece,
soffrono il passare del
tempo senza per questo migliorare le proprie qualità: la
politica
italiana è una di queste. Da troppo tempo
incapace di
esprimere un vero
ricambio generazionale e rompere
vecchi
tabù.
Lo ha ricordato, con una battuta, il presidente di
Confindustria,
Luca
Cordero di Montezemolo, commentando la candidatura di
Andreotti alla presidenza del Senato: «E' una settimana
particolare, perché
all'insegna della gioventù».
All'estero questa incapacità di rinnovamento della classe
dirigente italiana ha colpito molto (
Clinton, in
America, concluse il suo mandato presidenziale che era
cinquantenne).
Una situazione politica, quella italiana, dove gli animi non
si sono affatto rasserenati. Alle votazioni per il
presidente del Senato si è parlato di “
pizzini”,
e il primo commento del dimissionario presidente del
Consiglio, tra
elettori scatenati come
tifoserie
avversarie, è stato un «
Mi
rimpiangerete», come se stare all'opposizione volesse
dire sparire dalla scena politica. Segno di una
visione
monca della democrazia.
Nonostante la vittoria alle urne, seppure risicata,
ogni
scelta sembra una
concessione strappata
illegittimamente all'avversario. Un
messaggio pericoloso
e sempre più sottile. Le polemiche non si spengono, tra
soliti vecchi nomi e
poltrone solidamente attaccate
al... proprio spirito di servizio.
In fondo, per dare un
messaggio diverso al Paese,
basterebbe dimostrare di poter raggiungere l'accordo su un
nome per il
dopo Ciampi.
Magari una donna.
Di candidate illustri ce ne sono, e non sono affatto da meno
rispetto ai loro colleghi uomini. Ma chissà per quale
oscuro retaggio, le
donne italiane in politica
sembrano seguire le sorti delle
sirene di Ulisse: si
teme sempre che quando aprono bocca, lo facciano solo per
causare problemi.
L'emancipazione femminile oggi sembra una questione datata,
tanto più che molti si dicono solidali con le donne. Lo ha
dimostrato
Roberto Castelli, dicendo di vedere «con
piacere» una candidatura femminile al Colle. Peccato che
subito dopo abbia aggiunto: «Non credo che ora ci sia un
Ciampi in gonnella».
E, così, ancora una volta, sembra opportuno
scegliere
nel segno della continuità, per calmare i bollenti
spiriti. Si è proposto perfino un
Ciampi-bis.
Apprezzamento per l'operato svolto o
paura di cambiare?
A volte, le sirene, non riescono proprio a tacere.
COLPO D'OCCHIO La politica italiana vista da Pierre Sorlin
di
Antonella Lombardi
Pierre Sorlin, professore emerito della
Sorbonne,
grande storico e sociologo, è uno che
non le manda a
dire. E sul "caso Berlusconi" ha le idee molto
chiare.
Intervenuto al convegno internazionale
Scienza e
coscienza, tenutosi a Tuscania, nel cuore della Maremma
laziale, ha rilasciato alcune dichiarazioni forti sulla
politica italiana.
Sulla divisione del nostro Paese, ad esempio, non ha dubbi:
«Silvio
Berlusconi ha spaccato il Paese in due. E'
un fatto storico che non accadeva dai tempi della guerra
fredda. Anche se in maniera diversa. Allora c'era una
divisione ideologica, oggi invece Berlusconi, grazie alle
televisioni, è riuscito a creare il mito di se stesso».
E sulla
spaccatura elettorale, Sorlin profetizza: «Quello
che è accaduto in Italia, il Paese diviso in due,
accadrà
anche in altri paesi europei molto presto. Leggo sui
giornali internazionali che l'era Berlusconi è finita. Ne
dubito fortemente, anzi, molti altri in Europa seguiranno il
suo esempio».
E se il presidente del Consiglio uscente si è paragonato
prima all'
unto
dal Signore, poi a
Napoleone, Sorlin ribatte: «L'imperatore
francese cercava il potere vero. Berlusconi cerca
l'affermazione personale e ha creato tanti piccoli
berlusconini».
Sorlin, studioso di sociologia del cinema e autore di
diverse
opere
sull'argomento, ha visto anche il
film di Moretti,
Il
caimano, e della pellicola sottolinea come «a un
certo punto fa arrivare i soldi e ironizza sulla ricchezza
del mito Berlusconi. Invece,
in Italia, un
incredibile
silenzio impedisce di capire come l'uomo più ricco del
Paese ha fatto tanta fortuna».
Quando arriva la notizia dell'ultimo
attentato contro
il contingente italiano a
Kabul, Pierre Sorlin
commenta: «Berlusconi non voleva la
guerra in Iraq ed
è stato trascinato da
George Bush. Si è messo al
suo fianco per far vedere in tv, a tutta l'Italia, che lui
è amico di un potente».
Che all'estero la figura di Berlusconi fosse oggetto di
dibattito quanto e forse più che in Italia si sapeva già;
ma in un Paese come il nostro, che ha introiettato la
censura, e che è abituato a
gaffe ed
esternazioni
spiazzanti poi puntualmente
smentite,
non si è più abituati a sentire opinioni così schiette,
come se certe vicende fossero una parte “fisiologica” e
naturale della vita politica del Paese. Le spaccature e le
polemiche restano forti, mentre si è
assopito il senso
di indignazione e protesta del cittadino.
E a proposito di
proteste, Sorlin ricorda anche
l'esperienza dell'incontro con gli
studenti in
sciopero a
Parigi: «Non ho trovato in loro una
strategia seria, ma soltanto la spinta emotiva da parte dei
sindacati a riprendere il movimento. Dietro non c'era e non
c'è un progetto. Dubito che questa protesta, come hanno
scritto i media italiani, potrà contaminare anche il vostro
Paese».
La storia degli ultimi anni del nostro Paese torna, così, a
far discutere di sé. Il tempo sarà in grado di fornire
ancora altri giudizi.
Lo scrittore
Roland Barthes ha affermato: «
La
storia è isterica. Essa prende forma solo se la si
guarda, e per guardarla bisogna esserne esclusi».
Intanto, in alcune
case italiane, c'è ancora traccia
di un'altra piccola storia,
un album che è arrivato
a molti italiani prima delle elezioni, facendo discutere
giornalisti,
politici e gente comune:
Una storia italiana. Quasi
un “fotoromanzo” è stato detto.
Forse è ancora presto, ma
è storia anche quella,
storia di cui ci si dovrà ricordare.