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Telegiornaliste anno II N. 19 (51) del 15 maggio 2006
MONITOR
Medori,
paladina dei bambini di
Filippo Bisleri
Serenella Medori è un volto noto per il pubblico di
Tele Tuscia
Sabina 2000, emittente locale di Viterbo che sta sempre più guadagnando in
qualità e appeal. Serenella scrive per noi nella rubrica
Format
sul tema "Media & Minori". L'abbiamo intervistata per farla
conoscere meglio ai nostri lettori.
Serenella, come hai scelto di fare la giornalista?
«Mi si è presentata un'occasione incredibile. Avevo cominciato a scrivere
negli anni dell'università su un piccolo giornale del Lazio nord, diffusione
province di Roma e Viterbo, con sede a Bracciano. Vendevo anche spazi
pubblicitari disegnati da me. Quella è stata l'occasione per ascoltare la
gente. Mi raccontavano tutto senza problemi e così ho cominciato a raccontare
le loro storie, i loro problemi e a riportare lamentele e difficoltà della vita
quotidiana. Il giornale non andava benissimo e la collaborazione terminò. Mi
sono laureata e dopo qualche tempo ho cominciato a cercare un altro editore a
Viterbo. Tra gli annunci economici ho scoperto che
TS2000, la televisione
di Viterbo, stava organizzando la redazione. Erano in città da pochi mesi e,
quando ho chiesto un appuntamento, mi sono presentata con il curriculum e mi
sono ritrovata davanti alle telecamere per un provino! La sera stessa è andata
in onda la mia prima conduzione del tg locale. Senza saperlo avevo cominciato a
seminare
già dall'università. In seguito ho infatti scoperto che il mio primo editore,
citato nel curriculum, era il fratello del direttore di
TS2000».
Cosa ti piace di più della professione giornalistica?
«Parlare con la
gente, senza distinzione. Mi piace la gente comune, mi
piace parlare con i politici di politica, con gli agricoltori di agricoltura,
con le donne, con gli artisti, con gli sconosciuti che hanno qualcosa da
raccontare».
Tra la conduzione in studio e un servizio in esterna cosa preferisci?
«Il
servizio in esterna, e se posso anche occuparmi di montaggio e tutto
ciò che ruota attorno al servizio è ancora meglio. La conduzione di programmi
mi diverte molto perché in una piccola tv non si sa mai fino in fondo cosa può
capitare, anche quando l'argomento è serissimo e preoccupante. Mi eccita quel
margine
di rischio che c'è sempre».
Hai una preferenza per il giornalismo televisivo o ti piacciono anche altri
media come la carta stampata o le radio?
«Non fa differenza per me se scrivo o parlo, l'
importante è raccontare.
Ho fatto una brevissima esperienza di
radio che mi è piaciuta ma non ha
nulla a che vedere con la tv o la carta stampata. Preferisco
scrivere e
raccontare avendo a disposizione lo spazio di un giornale o uno spazio tv,
è una questione di tempi».
Nella tua esperienza professionale hai un servizio, un personaggio o
un'intervista che più ricordi?
«Mi viene subito in mente una scoperta che ho fatto durante l'estate. Avevo
preso la mia telecamera per fare servizi sulla Tuscia in luoghi lontani dai
cosiddetti grandi eventi. Io e mio marito siamo saliti in moto e dopo alcuni chilometri siamo arrivati a
Blera. Il tipico silenzio estivo di un paesino della provincia, qualche vecchina
con uncinetto e centrino e noi a piedi. Vicoli stretti, case di tufo e tante
piante e fiori accanto ai portoncini di legno. All'interno di un cortile in
penombra, ci appaiono dei colori incredibili. Le opere d'arte di un pastore di
ovini, artista, umile e molto amichevole. Davanti alle telecamere ci apre il suo
mondo, orologi, campanelle, quadri, sabbie e conchiglie. Proiettati su un altro
pianeta. Il
servizio scritto, girato e montato da me, con musiche e
intervista, è stato bellissimo».
La tua collega, Anna
Maria Chiariello (Tg5), ha parlato del cronista, dell'inviato, come
di colui o colei che ama sporcarsi ancora le scarpe di fango. Ti ritrovi nella definizione?
«
Assolutamente sì, tuttavia capisco il concetto, ma alcune domande
rimangono: quanti giornalisti si sporcano ancora le scarpe di fango? Tutti
quegli inviati e cronisti che sembrano farlo ancora lo fanno davvero? Anche i
giornalisti
in luoghi di guerra dormono in alberghi e trasmettono dal terrazzo sul
tetto, insomma è come se tra il satellite, gli alberghi e la guerra ci fosse un
tacito accordo. Forse il giornalismo estremo è quello che indaga tra le pieghe
della società, anche senza fare lunghi viaggi, forse è quello provocatorio e
indisponente».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo?
«
Tiziano Terzani. Leggerlo è come trovarsi sul posto e vedere, sentire
e vivere, nel bene e nel male le vicende da lui vissute. Non solo fatti ma anche
i pensieri intimi di un uomo, un giornalista grande come la sua forza di
raccontare la sua malattia, l'ennesimo viaggio, senza ritorno stavolta».
Tra colleghi e colleghe chi apprezzi di più?
«
Maria
Luisa Busi,
Cesara
Buonamici anche se ultimamente sorride troppo,
Enrico Mentana e,
naturalmente,
Claudio Brachino, di Montefiascone, provincia di Viterbo.
Davvero bravi».
Quali ritieni possano essere le difficoltà, per una giornalista, nel
conciliare il lavoro con la famiglia e il ruolo di mamma?
«La
disponibilità. Se si creano dei problemi sono relativi alla
disponibilità di recarsi sul posto a fare interviste anche all'ultimo momento.
Per il resto, se c'è una buona pianificazione del lavoro, un buon rapporto con
i colleghi, si può arrivare ovunque. In una provincia come Viterbo, il fatto più
improvviso e imprevedibile è stato il crollo del museo civico mesi fa! Beh, per
fortuna la mia passione per il giornalismo comunque l'ho messa tra le prime
clausole nel
contratto, verbale, di matrimonio, con obbligo di
accettazione».
Molti sono i giovani che vorrebbero fare i giornalisti. Quali consigli
daresti loro?
«Provateci! Non aspettate l'occasione giusta, andatele incontro anche se si presenta come tv locale, con una redazione e una segreteria di
redazione che sono praticamente la stessa cosa e lo studio è più piccolo del
vostro salotto. Molti giovani si sono avvicinati a
TS2000, ma spesso,
prima di capire, vedere, scoprire e ambientarsi, presentavano il listino prezzi.
Scrivere poche righe o portare sessanta secondi di girato dai contorni vagamente
blu non sono prove di giornalismo. Spesso era solo ingenuità,
a volte era
proprio presunzione, quello che mancava era l'umiltà e la voglia di
imparare. Intraprendevano la loro guerra personale prima di intraprendere la
loro carriera. Una piccola emittente può essere una grande opportunità.
Provateci e buona fortuna!».
CRONACA IN ROSA
Acqua, un bene da rispettare
di
Tiziana Ambrosi
Il sindaco di Londra,
Ken
Livingstone, ha annunciato di non tirare lo sciaquone da
almeno
quindici mesi.
La malizia con cui una simile notizia viene rilanciata dalle
agenzie di stampa internazionali mette in ombra il
vero
intento del primo cittadino londinese.
Non sciatteria, non scarsa igiene, non avarizia, bensì un
intento di
risparmio della
risorsa
idrica.
Per carità: forse un tantino esagerato, ma con ottime
intenzioni di partenza.
Sì, perché l'acqua dello sciacquone, almeno in Italia, non
è sporca o riciclata. E'
pura e limpida risorsa
proveniente dalla rete idrica. Ogni volta che premiamo il
pulsante di scarico utilizziamo dai dieci ai sessanta litri
di acqua pulita: dieci litri corrispondono a circa una
confezione da sei di bottiglie di acqua minerale da un litro
e mezzo. Per ogni pulizia del gabinetto, quindi, impieghiamo
da sei a quaranta bottiglie di acqua minerale.
Non per esaltare "estremismi" poco praticabili
(addirittura Livingstone obbliga i propri ospiti
all'austerity dello sciacquone): rendiamoci conto di cosa
significhi
schiacciare
un bottone.
Quando l'outing viene dall'estero assume sempre un fascino
esotico. Tuttavia già da tempo c'è chi, anche in Italia,
esprime
preoccupazione nell'ambito del risparmio
energetico: uno per tutti il presidente e fondatore del
Wwf
Italia Fulco
Pratesi.
Al posto dello sciacquone, il vecchio e dimenticato secchio:
si consumano al massimo una decina di litri. Per le
occasioni importanti.
I servizi sanitari più moderni sono dotati di un doppio
pulsante, che permette di dosare il volume di scarico.
Magari quando andiamo al ristorante ricordiamocene.
A chi è portato per il
fai-da-te
e ama poco vedere secchi sparsi per la casa, Pratesi
consiglia di fissare un pesetto al galleggiante della
cassetta, che così ricaricherà a metà.
Altri accorgimenti
salva-acqua:
«Mi lavo i denti bagnando appena lo spazzolino, senza
lasciarla scorrere. Non mi faccio la barba sotto la doccia
ma nel lavandino mezzo pieno. Pensando che con quella stessa
poca acqua un ragazzino delle regioni aride ci si lava, si
disseta, irriga i campi», dice Pratesi.
Le stime dell'
UNICEF
parlano di un miliardo di persone in lotta per la
sopravvivenza
perché privo d'acqua potabile.
Se pensiamo poi che periodi di forte
siccità
e razionamento li abbiamo vissuti anche in Italia in questi
ultimi anni, dovremmo
riflettere un po' di più sulle
risorse che abbiamo
a disposizione.
Per riempire una
vasca da bagno sono necessari quasi
cento
litri d'acqua; per una doccia, la metà.
L'acqua con cui si lavano frutta e verdura, invece che
buttata nel lavandino, può essere usata per
annaffiare
le piante di casa: il risparmio permette di ottenere dei
ritorni
immediati anche in bolletta.
La situazione italiana è per alcuni aspetti disastrosa:
l'acqua piovana viene convogliata all'interno di grondaie e
pluviali ed inviata direttamente nelle fognature stradali.
In molti Paesi quest'acqua diventa preziosissima: è
utilizzabile, attraverso vari sistemi di
collettamento o
di accumulo per lo scarico del gabinetto, per lavare la
macchina, per annaffiare il giardino e per tutte le altre
azioni che non necessitano l'utilizzo di risorsa potabile.
Sicuramente dotare gli edifici di sistemi di questo tipo, già
ben sperimentati, non è difficile. E' anche economico nel
lungo periodo, ma forse manca la volontà.
Senza considerare che siamo tra i
maggiori consumatori
di acqua
minerale in bottiglia. Quando la risorsa più
preziosa, secondo recenti studi,
scorre
dal rubinetto.
Nelle
prossime settimane ci occuperemo ancora di
risparmio
energetico. Con il petrolio alle stelle e la diminuzione
delle disponibilità, cerchiamo di guardare al nostro futuro
e anche al nostro portafoglio.
FORMAT MEDIA E MINORI
Crisi da spot di
Serenella Medori
Tutto ciò che appare in tv è amplificato, non passa
inosservato, neanche uno sfuggente primo piano costituito da
pochi frames. Quando il telespettatore protesta lo fa
avvertendo chiaramente quel senso di
impotenza nei
confronti dei cosiddetti "
colossi del marketing"
contro i quali nulla si può.
Il
potere del telecomando è grande, questo è vero,
ed è grazie a questo strumento che il "teleconsumatore"
può ottenere la sua
vendetta. Basta
cambiare
canale e
rifiutarsi di acquistare il prodotto, ma
la sensazione di impotenza persiste. Dopo Vigorsol e
Fastweb
quanti altri spot si potranno permettere di entrare
spudoratamente nei nostri salotti parlando la loro lingua
innovativa e fuori dagli schemi senza il permesso del
padrone di casa? «Dovrebbe intervenire il Garante!» tuonò
qualcuno, e così fu.
A proposito di linguaggio giovane, anche la
Fiat
ha fatto la sua scelta. In uno
spot
in onda a gennaio 2006, all’interno delle auto alcuni
giovani amici in viaggio cantano allegramente la colonna
sonora firmata da Vasco Rossi.
Nella scheda si legge che la campagna pubblicitaria, grazie
al suo linguaggio giovane e fresco, aveva come obiettivo
quello di
confermare la simpatia che gli italiani
nutrono verso il marchio automobilistico nazionale. Lo
spot
è piaciuto e la Fiat sta vivendo un periodo di
incremento delle vendite, basta guardarsi intorno: siamo
invasi dalle Fiat Panda e anche le Punto in circolazione
stanno diventando numerose. Sarà per il linguaggio giovane
e fresco dello spot?
C’è chi coltiva la speranza di vedere un giorno
Carosello,
redivivo, che anima gli schermi al plasma e si moltiplica e
si rigenera magari nella banda larga, ma
Carosello è
tale anche grazie al suo linguaggio un po’ antiquato.
Allora un
Carosello del terzo millennio non
rinuncerebbe al colore e all’interattività del digitale
terrestre, dovrebbe fare i conti con i banner su internet e
con la
mobile advertising, avete presente quegli
"spottini" sul cellulare? Sarebbe un
Carosello
diverso ma potrebbe
mantenere lo spirito e la
comicità espressi da Proietti e De Sica.
Tuttavia
Carosello non perde tempo ed entra in rete
con
Carmencita
per pubblicizzare uno spot più lungo che va in onda in tv,
restando al passo coi tempi. Carmencita è anche sui
telefoni cellulari! Aiuto! Spengo il cellulare per
difendermi dagli spot?! Anche da quelli di
Carosello?!
Cancello
mms tenendo il telefono in una mano mentre
con il telecomando nell’altra faccio zapping tv?
Crisi
da spot.
(7-continua)
FORMAT
Quando la tv racconta se stessa di
Nicola Pistoia
Raccontare la tv è qualcosa di inimmaginabile. Bisognerebbe
andare
indietro di oltre cinquant'anni per capire
come è cambiata, per trovare risposte sulla nuova
televisione e, perché no, ricordare un passato che forse
non ritornerà più. Bei ricordi sicuramente.
L'
attuale tv non piace a nessuno, o forse piace a
pochi. Quei pochi che però continuano a far esplodere i
dati auditel davanti a programmi come i
reality o
come le interminabili
fiction. Quei pochi che, al
cosiddetto “quarto potere”, affidano tutto: i loro
momenti liberi, le loro aspettative e, per certi aspetti, il
loro futuro.
Anni
Luce, in onda ogni domenica pomeriggio su La7, si
propone di raccontare la verità e la
genuinità della
televisione di una volta, di porre l’accento su quella
moderna, sempre più legata alla
faziosità e al
compromesso, e di aprire, chissà, uno spiraglio sul
passato, sperando che serva da esempio.
Filmati in bianco e nero che evocano nella mente dei
telespettatori più longevi ricordi emozionanti, e in quelli
più giovani uno spettacolo puro e sopratutto fatto di
professionalità. La trasmissione mescola piccoli e grandi
eventi, approfondisce il significato di famose storie
nazionalpopolari con voci, immagini e suoni che ne
restituiscono la dimensione, il fascino e l’importanza.
Sviluppa un
collage di documenti eterogenei e li
incastra in una composizione semplice da seguire.
Personaggi come
Totò,
Mina,
Alberto Sordi ma anche grandi uomini della storia
come
Mussolini,
Kennedy e
Pertini,
tutti insieme per raccontare una tv che oggi pare essere
fuori da ogni schema intellettivo.
Anni Luce è fatto
di ironia e attenzione, di sguardo rilassato e fermo sul
Paese bello e sfaccettato, con ospiti gradevoli, che rendono
il programma molto
meno impegnativo di quanto si
voglia immaginare. Una garbata leggerezza si sovrappone a
sentimentalismi lacrimosi.
Sarebbe quindi opportuno che la televisione raccontasse se
stessa
più spesso.
ELZEVIRO La primavera lisboeta
di
Nicola Pistoia
La
suggestiva e affascinante Lisbona spalanca le sue
porte al turismo mondiale grazie ad una serie di iniziative
che onorano la bella stagione e che rendono ancora più
interessante la capitale portoghese.
Si riscoprono quartieri che profumano di mare, vivaci e
popolari, come il
Barrio Alto e l’
Alfama,
intrigo affascinante di stradine che regala visioni da
brivido a picco sulla città.
Si percepiscono le sensazioni vive e sfuggenti delle
armonie
calde e sensuali del fado, che risuonano ovunque. E si
condividono le emozioni di un popolo che ha voglia di vivere
e confrontarsi con un nuovo mondo, da cui sembra essere
stato, perennemente,
lontano.
Fino al
21 maggio, il
Centro
Culturale di Belém ospita la rassegna più importante
mai dedicata prima alla pittrice messicana
Frida Kahlo,
vissuta nella prima metà del secolo scorso e moglie di un
altro mito dell’arte: Diego Rivera. Una
mostra vivace
che si mescola con l’austerità dell’arte barocca, di
cui i palazzi di
Praça do Imperio sono pregni.
La città continuerà ad offrire emozioni forti ed
autentiche, grazie agli oltre
cento palcoscenici,
allestiti in giro per i quartieri della capitale.
Dal 26
maggio al 4 giugno il
Parco
Bela Vista ospita un megaconcerto dove saranno
protagonisti cantanti del calibro di
Sting e
Anastacia.
Da una parte il rock, dall’altro la magica atmosfera del
fado.
Dal 12 al 30 giugno, infatti, le
caratteristiche stradine si animeranno di musicisti,
cantastorie, sensuali ballerine e si potranno gustare le
immancabili
sardine alla griglia.
Dopo il tramonto, la folla invade le stradine e i
marciapiedi, illuminate dalla
Biennale
internazionale della Luce (
dal 1 al 9 giugno),
alla ricerca di un bar o una terrazza, dove potersi
rilassare per affrontare un nuovo giorno fatto ancora di
feste, musiche e tanto mistero. Locali come il
Fragil
o il
Pavilhão Chinés, caffé cult ubicati in
palazzoni stile liberty nel cuore del Barrio Alto,
frequentati da modelle, pubblicitari, giornalisti e gente
comune, offrono coktails gustosi davanti ad un
panorama
indimenticabile.
Partecipando a questa atmosfera, ci si dimentica del tempo
e, al calar della notte, scende un
sipario naturale
che lascia il posto ad una vita fatta di suoni, ombre e
tantissime stelle.
ELZEVIRO
Fotografia, uno sguardo sul
mondo di
Antonella Lombardi
Il
Novecento e la "necessità della fotografia": è
l'idea che anima il
Festival
internazionale di fotografia di
Roma e che sembra legare in
un filo rosso anche altre due mostre tuttora in corso a
Venezia
e a
Milano.
Tre percorsi interessanti in tre città
diverse che colpiranno l'attenzione di semplici curiosi, ma anche degli
appassionati e dei "cultori" di quest'arte.
La mostra
Venezia 1948-1986: la scena dell'arte, alla
Collezione
Peggy Guggenheim, condurrà il visitatore in un viaggio
straordinario per immagini attraverso scatti inediti e sorprendenti che
ritraggono artisti e protagonisti delle Biennali di Venezia dal 1948 al
1986 come
Picasso,
Matisse,
Dalí,
Fontana,
Rauschenberg e altri.
Un viaggio nel tempo attraverso le fasi storiche, i momenti, le
atmosfere che hanno segnato la scena artistica internazionale riunita a
Venezia in occasione delle Esposizioni Internazionali.
Il bianco e nero della mostra si fa
colore della memoria e,
grazie alle storie che le immagini raccontano, diventa una sorta di
guest book, di quelli usati da Peggy per chiedere agli ospiti di
lasciare un segno, passando dalla sua casa-museo. Le fotografie
costituiscono un compendio e insieme un
controcanto alle opere
presenti nel museo, restituendo l’intensità del clima artistico di
quei decenni
tra contestazione e arte impegnata.
Una scena non solo italiana che stava cambiando velocemente e che,
grazie a nuove correnti artistiche, posizioni radicali e contestatarie,
stava progettando il suo futuro.
Per visitarla, c'è tempo fino al 21 maggio.
A
Milano, invece, alla
Fondazione
Antonio Mazzotta, è in corso una mostra dedicata a
tre straordinari
fotografi del cinema e dello spettacolo,
Sam Shaw,
Tazio
Secchiaroli e
Chiara Samugheo, e alla lettura che essi hanno
dato dell'
immagine del divo:
Vicini alle stelle. Marilyn
& Marlon, Sofia & Marcello e il loro mondo.
Oltre 300 scatti che celebrano icone e protagonisti del cinema degli
anni Cinquanta (Shaw), Sessanta (Secchiaroli), Settanta (Samugheo).
Tra i numerosi soggetti, spiccano gli omaggi a quattro icone degli anni
Cinquanta e Sessanta: due divi assoluti americani,
Marilyn Monroe
e
Marlon Brando, e due volti italiani molto amati, quali
Sofia
Loren e
Marcello Mastroianni. In mostra, a Milano, fino al
25 giugno.
Chiudiamo il nostro percorso ideale a
Roma, dove la quinta
edizione del
Festival
internazionale di fotografia dà, attraverso il suo fitto
programma, una rilettura articolata del Novecento. Si va dal lavoro
ironico di
Martin Parr sul turismo di massa ai reportage
fotogiornalistici di
Mario Dondero, alle opere del
World
Press Photo (il massimo riconoscimento del settore), alla
fotografia intesa da
Giuseppe Cavalli come opera d'arte
svincolata dalla sua originaria funzione documentaria, ai ritratti di
registi e personaggi come
Pasolini e
Orson Welles,
icone
del Novecento, e a molto altro ancora.
Storia, cronaca e personaggi del mondo per ricostruire contraddizioni e
tendenze di un secolo interessante come il Novecento. Per informazioni
è possibile visitare il
sito
della mostra.
DONNE Una donna alla Knesset di
Erica Savazzi
Dalle elezioni israeliane del 23 marzo scorso è nato il
diciassettesimo
Knesset,
ovvero il diciassettesimo Parlamento israeliano. E
all’unanimità i deputati hanno eletto una
donna
come loro
presidente.
Dalia Itzik è membro del partito vincitore della
consultazione elettorale,
Kadima, nuova formazione
centrista nata poco prima della grave malattia che ha
colpito il suo fondatore, l'ex Primo Ministro Ariel Sharon.
Nata a Gerusalemme nel 1952, laureata in letteratura, Dalia
ha alle sue spalle una
lunga carriera politica:
questa è la sua
quinta legislatura.
Ministro dell’Ambiente, dell’Industria e del Commercio
e, nella sedicesima Knesset, della Comunicazione, Dalia è
la prima donna a ricoprire la carica di presidente
dell’assemblea parlamentare. Nel frattempo è anche
riuscita a formarsi una
famiglia: è infatti sposata
e madre di tre figli.
I 120
deputati hanno
applaudito alla
proclamazione; l’ex presidente del parlamento, il deputato
di destra Reuven Rivlin, si è detto convinto che sarà
un’autorità
super partes. Un ottimo risultato,
considerando che le
donne
elette in Parlamento sono state solo diciassette, e che il
governo
presieduto da Ehud Olmert può contare
solo su
due
donne: il ministro dell’educazione Yuli Tamir e il
vice Primo Ministro e ministro degli Esteri Tzipi Livni.
Non sarà una legislatura facile da affrontare per Dalia:
dopo la vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi il
dialogo
fra i due Stati si è fatto ancora più
difficile e
la
violenza, con tanto di attentati kamikaze
palestinesi e attacchi dell’esercito israeliano, continua.
Ma i problemi emergeranno anche all’interno del
Parlamento: il Primo Ministro
Olmert,
per accelerare il processo di pace, propone infatti una
strategia di
real politik che comprende lo sgombero
delle colonie israeliane in Cisgiordania, sulla scia di
quanto già iniziato da Sharon nella striscia di Gaza. Non
sarà facile far accettare a tutti questa scelta.
DONNE Elma Gardner, la prima donna in tv
di
Tiziana Ambrosi
Ci sono persone che entrano a far parte della nostra
quotidianità,
spesso anche a nostra insaputa. Una di queste è
Elma
Gardner, affettuosamente soprannominata Pem.
Pem sposa nel 1926 un giovane e capace inventore,
Philo
T. Farnsworth. Il suo nome rimane nella storia come
colui che mise a punto la prima
televisione
elettrica.
Già negli anni venti erano stati effettuati diversi
esperimenti con apparecchi televisivi funzionanti con sistemi
di tipo
elettromeccanico.
Quello di Farnsworth fu il primo completamente elettrico:
sulla base di questo "canovaccio", la tecnologia
ha permesso di sviluppare apparecchiature
sempre più
sofisticate ed economiche.
In un'intervista rilasciata nel 2002 al
San Francisco
Chronicle Elma Garner ricorda «come fosse ieri» la
mattina in cui nel laboratorio del marito apparvero le prime
immagini: «Era uno schermo molto piccolo, delle
dimensioni di un francobollo. Subito, rimanemmo stupefatti.
Era troppo bello per essere vero. Poi Phil disse:
Bene,
ce l'hai, la televisione elettrica»
La prima immagine mai trasmessa fu di Elma, ritratta con gli
occhi chiusi. Era il
1929, Elma la prima donna in tv.
Oggigiorno siamo talmente abituati ad avere a portata di
mano televisione, radio, telefono, che spesso dimentichiamo
la
portata storica e le
mutazioni sociali e
culturali che invenzioni di tale portata hanno generato.
E' difficile immaginare l'emozione per quelle prime immagini
nel laboratorio di casa Farnsworth. Come il treno dei
fratelli
Lumière, che tanta paura provocò, o la prima
trasmissione
transatlantica di Marconi.
Affascinanti storie di persone caparbie ed ingegnose, che
molto spesso non ebbero vita facile o il giusto
riconoscimento.
L'invenzione del primo apparecchio televisivo elettrico fu
infatti
reclamata
dalla
RCA,
che attribuiva l'innovazione al proprio ingegnere capo,
Vladimir Zworykin.
Una sorte simile a quella che toccò all'italiano
Meucci,
che solo dopo 113 anni è stato infine dichiarato dalla
Corte statunitense come il
padre
del telefono, a discapito di Bell.
Da sempre Elma ha combattuto perché la storia attribuisse
gli onori alla giusta persona. Più
caparbia del
marito, timido e maggiormente interessato alla scienza che
alle battaglie.
Pem, la prima donna della tv, ormai novantottenne
si è
spenta a fine aprile in una casa di riposo nello Utah.
Anche grazie alla sua tenacia, Philo Farnsworth rimane il
padre di uno dei più potenti mezzi di comunicazione
esistenti.
TELEGIORNALISTI
Andrea Pancani, giornalista e
comunicatore di
Mario Basile
Da bambino la sua massima aspirazione era quella di
fare
il giornalista.
Andrea Pancani è riuscito a coronare il
suo sogno. Oggi è uno dei volti di
Omnibus,
il talk-show di
La7.
La sua
grande esperienza nella carta stampata, nelle
radio, in televisione e nel campo dell’informazione via
web, l’hanno reso un
profondo conoscitore dei mezzi
di comunicazione.
Andrea, quando hai deciso di fare il giornalista?
«L’ho deciso, come dire, involontariamente quando ero
piccolissimo. Non ho una memoria storica, ma me l’hanno
raccontato i miei genitori perché, ma questo è vero non è
una battuta, ero un ragazzino piccolissimo, un bimbo, che
mangiava i giornali. Cioè i miei dovevano nascondere i
giornali sui ripiani alti delle librerie o su altri mobili
perché io strappavo i giornali e mi mangiavo le pagine.
Adesso è chiaro che io lo dico ironicamente, però
probabilmente era un po’ un mestiere predestinato nella
mia vita, evidentemente».
Raccontaci dei tuoi inizi.
«La prima cosa che ho fatto è stato un giornalino insieme
a mio fratello e mia sorella, considera che mio fratello ha
due anni meno di me e mia sorella ha sei anni meno di me.
Quindi da ragazzino, potevo avere nove o dieci anni, mia
sorella quattro e mio fratello ne aveva otto, io ho deciso
di fare a casa un giornalino. E già mi sentivo, come dire,
direttore di questo giornalino, insomma, perlomeno
promotore, coordinatore. E avevo assegnato loro degli
articoli, tipo a mia sorella “Con che cosa ti piace
giocare?” o “Come ti trovi col papà e la mamma?”, e a
mio fratello “Come va la scuola elementare?”, non lo so,
o “Come va con i tuoi amici?”. Abbiamo fatto questo
giornalino che aveva anche molti disegni, ovviamente essendo
dei bambini, e pochissimo testo scritto. E poi aveva altre
cose ritagliate da altri giornali o fumetti che avevamo, che
poi incollavamo sopra. Questa è stata la mia vera prima
prova giornalistica, “autonominandomi” direttore.
Naturalmente i miei sono stati molto contenti perché questo
per loro rappresentava anche la calma familiare: eravamo
tutti presi da questo giornalino e non potevamo rompere le
scatole ai genitori. E questa è stata la prima esperienza.
Dal punto di vista serio, invece, qualche anno dopo, da più
grande, io ho fortemente sentito che questo era il mio
mestiere, la cosa che potevo saper fare. E molti anni fa, ma
moltissimi anni fa - ahimé ho un’età – io seguivo
molto la musica come tutti i ragazzi: sono cresciuto a pane
e rock. E quindi grandi gruppi rock, band dell’epoca –
sono del ’61, ho quasi quarantacinque anni – e ci fu un
giornale che nacque a Roma che si chiamava
Nuovo sound,
ovviamente esistevano i giornali storici musicali come
Ciao
2001, nacque questo giornale grazie alla volontà di un
vecchio giornalista musicale che io conoscevo di nome.
Quando ho scoperto che aveva tirato fuori questo giornale,
scrissi, io non vivevo a Roma, dicendo che volevo
collaborare. Non mi fu data nessuna risposta. Finché però
questo giornale poi, decise di mettere le recensioni dei
lettori. Io andai a un concerto di Venditti nella zona in
cui abitavo. Mandai una recensione e mi fu pubblicata.
Questo fu il più grande orgoglio della mia vita, ma
soprattutto dimostrare ai miei genitori, ai miei amici, a
chi frequentavo che io questo sogno lo potevo coronare.
Certo, era una cosa molto piccola, come ti puoi rendere
conto. Molto simbolica. Però per me fu l’inizio della
carriera giornalistica. E difatti non è un caso che io sono
stato un giornalista musicale all’inizio. Una delle mie
prime esperienze - non la primissima, ma una delle prime –
è stata lavorare proprio allo storico
Ciao 2001. Ho
avuto questa grande fortuna, quindi sono molto felice di
aver lavorato per questa rivista che è stata un must
dell’editoria musicale in Italia».
Prima di arrivare in tv, hai lavorato in radio.
Attualmente curi sul sito di La7 la rubrica Aperte
virgolette. Quali sono le differenze tra questi diversi
modi di fare informazione? Tu quale preferisci?
«Io sono nato nelle radio, però prima di arrivare in tv
sono passato per i giornali. Nel senso che io poi sono nato
in una cooperativa di giornalisti che facevano pubblicazioni
per le regioni. E’ stato il primo gruppo editoriale
italiano che si era inventato i giornali regionali con una
parte nazionale, fatta a Roma dove io lavoravo, uguale per
tutti questi giornali e poi una parte, invece, solo locale.
Quindi io sono nato giornalisticamente nella carta stampata.
In verità, è curioso dirlo: io credo di essere un buon
animale televisivo. Mi riconosco uno che in televisione è
se stesso. Non ho pose, non ho atteggiamenti finti, non sono
il giornalista che dice “Cambiamo decisamente pagina…”
perché prova imbarazzo a passare da una notizia
all’altra. So fare bene gli slalom tra le parole, diciamo
così. Quindi mi ritengo un buon giornalista televisivo. Però
tra tutti questi mezzi quello che io adoro di più è la
radio. Io credo che come la radio non ci sia nulla. Lo dico
mio malgrado, essendo un giornalista televisivo, insomma.
Mi chiedi qual è il linguaggio che preferisco…internet mi
piace moltissimo. Non solo perché potenzialmente hai un
bacino di utenti immenso, sterminato. Chiunque ti può
leggere da qualsiasi parte del mondo, quindi questo è molto
bello saperlo. Poi magari non succede, ma potenzialmente è
bello saperlo. Mi piace internet anche per un altro motivo:
puoi usare un linguaggio più moderno, più diretto, più
fresco, più disinibito, anche più accattivante per certi
versi. Questo perché non devi essere necessariamente o
istituzionale, comunque non parli a un pubblico televisivo,
o troppo imbalsamato».
Oggi sei uno dei volti di Omnibus, il talk show di
La7. Nonostante l’orario “proibitivo”, poiché va in
onda alle sette del mattino, riesce ad avere un ottimo
seguito di pubblico. Qual è il segreto del vostro successo?
«Il segreto del successo del programma nasce dal successo
di una formula che ormai è collaudata da molto tempo in
televisione. E soprattutto in una televisione di nicchia
come la nostra, funziona tutto quello che crea abitudine.
Vale per tutte le televisioni, ma per la nostra in
particolare. Non solo: per una televisione piccola e di
nicchia come la nostra, prima che un prodotto si affermi,
non ci vogliono tre mesi come in una grande tv. Ci vogliono
tre anni. Difatti noi dopo tre anni circa che esiste
Omnibus,
pur se con dei cambiamenti e delle correzioni, oggi
raccogliamo i risultati e il successo di tutto questo con
ascolti molto importanti, non solo per
Omnibus, ma
nei confronti proprio di quella che è la media della rete.
Quindi un successo che nasce: dalla tenacia di fare un
programma tutti i giorni sempre uguale, ma sempre diverso,
perché fortunatamente i fatti sono diversi; da un buon
affiatamento di squadra, ma più che affiatamento di squadra
direi dal fatto che ognuno sa cosa deve fare e lo fa al
meglio. C’è un buon lavoro di squadra nel senso che
ognuno sa che ruolo riveste e come lo deve rivestire. Questa
è la cosa positiva.
Se dovessi fare una critica, direi che probabilmente ci
dovrebbe essere uno sforzo maggiore da parte di tutti di
Omnibus
di trovare personaggi nuovi, di proporre temi nuovi e di
variare qualche cosa. Perché è vero che squadra vincente
non si cambia, ma è anche vero che nella vita soprattutto
se una formula funziona qualche correttivo lo devi fare.
Devi fare qualche esperimento».
Molti pensano che in Italia non esista una vera libertà
di stampa e che, di conseguenza, solo nei blog si può avere
un’informazione veramente libera. Tu stesso sei un blogger.
E’ vero? E quali sono i pregi e i difetti di questo nuovo
modo di comunicare?
«Io non mi allineo assolutamente, non mi iscrivo tra quelli
che dicono che in Italia non c’è la libertà di stampa.
L’Italia è uno dei Paesi che ha più testate in assoluto.
Parlo di tutto: quotidiani, periodici, eccetera. Abbiamo una
ricchezza a entrare in edicola che per chi non è pratico,
intanto è imbarazzante perché non sa cosa scegliere. Poi
ormai insieme ai giornali c’è di tutto, quindi entrare in
un’edicola è come entrare in un supermercato. Io credo
che la nostra ricchezza di testate sia straordinaria. Non è
una ricchezza finta, fasulla, solo di testate: è una
ricchezza di voci, di opinioni, di settori, di tutto. Quindi
non credo proprio a chi dice “La libertà di stampa è in
pericolo…il regime, i pochi gruppi...”. No, credo
piuttosto che il vero problema dell’Italia sia che gran
parte della stampa, soprattutto dei grandi giornali, siano
omologati, che siano molto uguali tra loro, siano abbastanza
istituzionali, siano paludati. Ma soprattutto hanno un
grande difetto: i grandi giornali non sono fatti per un
pubblico e una generazione giovane, ma io direi moderna. La
rete perché funziona? Perché sempre più giovani si
informano sulla rete? Perché interessa anche loro. Perché
sa proporre temi stimolanti. Perché intercetta alcune delle
cose vere che viviamo tutti i giorni. Mentre i giornali sono
per la classe dirigente del Paese. Però non fotografano
quotidianamente questo Paese, o meglio, lo fotografano, ma
molto parzialmente. La rete, invece, nella sua offerta
straordinariamente grande e anche col suo modo di scrittura,
la sua tecnica, il suo linguaggio è molto più vicina alle
persone.
Io sono uno di quei giornalisti che non è favorevole alla
rete, ma di più! Io sono una di quelle persone che insegna
pure giornalismo all’università e ai ragazzi dice “La
rete è fenomenale…meno male che esiste il web…e poi il
blog…il videoblog …e tutto quello che la rete offre”.
Io sono assolutamente favorevole alla rete, ai suoi
linguaggi e tutte le novità che ha portato. Però non credo
che la rete abbia avuto tutti questi vantaggi perché non
esiste libertà di stampa nei mezzi tradizionali in Italia.
No, è una cosa in più, che arricchisce, diversa,
complementare o alternativa, dato che molti ragazzi si
informano solo sulla rete e non leggono un giornale. Ma non
è che la rete è forte perché non c’è libertà di
stampa».
Professionalmente parlando, hai qualche sogno ancora da
realizzare?
«Redazionalmente io credo che questo sia l’ultimo anno
che faccio
Omnibus. Io a giugno chiudo questo ciclo
che dura da dieci anni, perché non si può dimenticare che
lo faccio da Telemontecarlo. Dopo dieci anni di questa vita
da sveglia alle 4:15 tutte le mattine - chiariamo, è un
lavoro che faccio con una passione estrema ancora perché
adoro questo mestiere - però aldilà di tutto, credo che
professionalmente uno abbia voglia di misurarsi con altre
cose, altre sfide. E quindi pur essendo affezionatissimo al
programma, ma soprattutto a un programma che ho contribuito
a costruire perché io sono stato uno di quelli che ha
contribuito alla nascita di
Omnibus, oggi credo di
aver bisogno di altre sfide. Quindi spero che ci siano
queste altre sfide. Poi se saranno nella mia televisione, o
sulla carta stampata, o in un grande network radiofonico, o
in un’altra tv: questo non lo so».
C’è qualche collega che stimi particolarmente?
«Stimo molto quei colleghi, ma ne vedo sempre meno, che
hanno voglia di sfide, di misurarsi con cose diverse. Lo
dico io che pure da tanti anni faccio la stessa cosa. Però
io adoro chi ha voglia di provare le cose. Chi sa che questo
mestiere è talmente cambiato che oggi bisogna parlare di
comunicatori e non di giornalisti, forse, e gli piace
provarsi in tutti i campi della comunicazione: la tv,
internet, la radio, i giornali, le piccole sfide editoriali,
e magari insegnare anche, come è capitato a me, o tentare
di insegnare. Io lo faccio naturalmente nel mio piccolissimo
perché lo faccio come addetto ai lavori, non sono
ovviamente un docente di ruolo. Però provarsi con le tante
cose della comunicazione. Quindi io adoro chi si mette
sempre alla prova, chi ama le sfide, chi ama cambiare posti
di lavoro, misurarsi con altre cose. Perché non credo che
questo sia indice di irrequietezza, credo che sia indice,
invece, di una grande vivacità intellettuale. Il
giornalista può fare tante cose. Ed è bello che si provi
in tante cose.
Invece questo è uno dei grandi problemi di questo Paese:
noi abbiamo un mercato imbalsamato. Quindi, aldilà del
fatto che uno debba essere bravo e debba avere dei talenti,
passare da una tv all’altra o da un giornale all’altro
sono eventi rari. E’ molto difficile. Non c’è
flessibilità in questo mestiere. E questa è la cosa che a
me fa più male. Perché pensare che in altri mestieri c’è
e in questo no, me la dice lunga anche su quanto è
imbalsamato questo mestiere, quanto è arretrato, quanto è
poco innovativo. Mentre dovrebbe essere uno dei mestieri più
innovativi del mondo, visto che ha la presunzione di
raccontare il mondo».
Quindi per te le doti principali che deve avere un
giornalista sono saper comunicare ed essere pronto a nuove
sfide?
«Ti rispondo con una brevissima classifica, naturalmente un
po’ provocatoria. Le prime due doti che deve avere un
giornalista sono: l’elasticità mentale e la curiosità.
Ma l’elasticità mentale ancora di più. Poi deve
conoscere un po’ di psicologia e un po’ di sociologia,
oltre ovviamente l’inglese, internet e tutte queste cose
qui. E poi deve essere proprio un curioso del mondo. Saper
scrivere? Oggi conta molto meno rispetto a prima,
soprattutto se lavori in tv. Ma deve avere il gusto della
curiosità. E il gusto soprattutto di rapportarsi agli
altri, di starli a sentire. Diceva Kapuscinski, il grande
reporter polacco, che “il cinico non è adatto a questo
mestiere”. Smontando tutto quello che si è sempre detto
dei giornalisti. Ovvero che dovevano essere freddi, cinici
sennò non potevano raccontare le cose. Lui prende questo
concetto dall’altro punto di vista. Lui dice che se si è
cinici non ci si può mettere in sintonia con le persone.
Quindi non riesci a capire come vivono, cosa fanno, quali
sono i loro desideri, i loro sogni: non li sai raccontare.
Io credo molto in questo comandamento di questo grande
reporter. Devi essere lucido, pronto, preparato,
determinato, ma non cinico che è un’altra cosa».
Per chiudere: molti ragazzi sognano di fare questo
mestiere. Quale consiglio daresti loro?
«Di provarci fino alla morte. Io sono una persona che non
scoraggerà mai nessuno che vuol fare questo mestiere. Io
non sono figlio di giornalisti, non sono parente di
giornalisti e ce l’ho fatta con i miei mezzi. A chi lo
vuol fare dico soltanto di provarci fino alla morte. Tanto.
Se lo si vuol fare, nonostante l’accesso alla professione
difficile, i problemi e tutto quello che sappiamo, ci si
arriva. Ho visto che la vita fa una grande selezione
naturale, ma se c’è la tenacia e si hanno, magari anche
in embrione, quelle qualità che dicevo prima, alla fine ci
si arriva a fare questo mestiere».
OLIMPIA
Se telefonando di
Mario
Basile
Tempi duri per i
furbetti. Dopo
Ricucci
& Co. a cadere nella trappola delle
intercettazioni
telefoniche stavolta è un furbetto pallonaro:
Luciano
Moggi.
Le
conversazioni al telefono del dg bianconero,
intercettate dagli inquirenti, hanno confermato quella che
era
la sensazione di tutti: il
sistema calcio
in Italia era tutto, o quasi, nelle sue mani. Designatori,
arbitri, procuratori, perfino giornalisti e moviolisti
figuravano tra i cortigiani di Re Luciano. Tutti gli
obbedivano pena
l’esclusione dal clan degli amici,
che in parole povere voleva dire restare fuori dall’elite
del pallone. Ne sanno qualcosa
Zeman e
Simoni.
Luciano
Moggi sembra un personaggio uscito dalla penna di uno
scrittore. Sul suo conto fioccano da sempre numerose
leggende. Uomo
scaltro e
ambiguo, da giovane
fa il ferroviere fino a quando non diventa dirigente di
calcio a tempo pieno. Come abbia fatto è un mistero che
alimenta il suo mito.
Piccoli scandali offuscano i grandi risultati
ottenuti al
Torino
e al
Napoli,
ma Luciano ne esce
indenne e tutto viene presto messo
da parte. Il calcio sa dimenticare in fretta quello che
deve
dimenticare. I successi ottenuti con la
Juventus
sono storia recente, ma per molte persone sono macchiati dal
doping. Accusa
dribblata al termine di un
estenuante
processo.
Ma stavolta tra
arbitri da istruire,
Maserati
da consegnare,
squalifiche da cancellare e
segretarie
da accontentare perché depositarie di scomode verità,
Re Luciano
ha
abdicato. Gli sono costate care quelle chiacchierate al
telefono. Adesso è perfino
indagato da due procure,
insieme ai vertici della
Gea,
gestita da suo figlio
Alessandro, per associazione a
delinquere finalizzata alla
frode sportiva.
Sull’onda della vicenda Moggi si è abbattuto
un
terremoto su tutto il sistema calcio. Il cosiddetto
“palazzo” si sta sgretolando. Le
indagini sulla
Gea, che coinvolgono anche
Chiara
Geronzi in corso a Roma e a Napoli hanno subito una
brusca accelerata. La società che controllava oltre
duecento
calciatori, sia ufficialmente che ufficiosamente, ha già
annunciato la sua
chiusura definitiva entro la fine
di Giugno. E’ la fine di un monopolio costruito sul metodo
“
sii dei nostri e diventerai qualcuno”.
Neanche il tempo di stupirsi che l’accusa di
frode
sportiva si estende anche alla
classe arbitrale.
Tra questi ultimi anche nomi importanti come quello di
Massimo
De Santis, la cui partecipazione al mondiale
è
sfumata, e di
Tullio
Lanese, presidente dell'Aia, che si è autosospeso dalla
sua carica.
Pochi giorni prima erano arrivate le
dimissioni
di Franco Carraro da presidente della
FIGC.
Atto doveroso secondo alcuni. Di certo è una
decisione
coraggiosa lasciare quando c'è un’
indagine da
gestire,
un mondiale da affrontare e
la
candidatura a Euro 2012 ancora aperta. Ma cosa ha spinto
Carraro ad andarsene? Probabilmente ha capito di non essere
più
credibile in quel ruolo. Oppure anche lui è
invischiato in questa
brutta storia?
La
sua successiva iscrizione nel registro degli indagati
della Procura di Napoli conferma quest’ipotesi. Le
indagini hanno poi rivelato il coinvolgimento di altri club
come
Milan,
Lazio e
Fiorentina.
Dulcis in fundo completano il quadro la
vicenda
scommesse che vede protagonisti il bianconero Buffon e i
suoi ex compagni Chimenti, Maresca e Iuliano e l'accusa di
falso
in bilancio per
Antonio
Giraudo.
E se
i tifosi s’indignano, i diretti interessati
non sono da meno. Il primo commento di
Moggi è
stato: « E’ una buffonata». Il campionato lo era
sicuramente.
Giraudo, a proposito delle
intercettazioni, si è scagliato contro gli inquirenti: «
Sono stati violati i nostri diritti». E quelli dei tifosi
invece?
EDITORIALE
Armi e libertà
di
Stefania Trivigno
Questa volta è successo in
Florida.
Una donna di 65 anni è stata uccisa da
due poliziotti
perché, con coltello e pugnale,
minacciava di morte
i
familiari che in quel momento erano a casa con lei.
I due agenti accorsi hanno utilizzato contro la vittima la
stun
gun, un aggeggio che libera forti scariche elettriche.
La donna, inoffensiva perché costretta su una sedia a
rotelle, è
deceduta all’istante.
Si tratta solo dell’ultimo fatto di cronaca che vede
coinvolte le forze dell’ordine in casi di violenza
gratuita; come gratuito, e stolto, sarebbe generalizzare su
un presunto abuso di potere da parte della polizia, o sul
fatto che spesso si sia preferito ricorrere alla
violenza
come migliore difesa.
Tuttavia, in una società sempre più costruita su basi
quali reality show e Playstation,
Pokemon e
Power
rangers, in cui bambini e adolescenti, per crescere,
necessitano di prendere
esempio da determinati
modelli
(scelti con criteri spesso consumistici), il singolo neo
rappresentato dal poliziotto violento può diventare indice
di un serio problema sociale.
L’America è grandiosa, l’America è
freedom, è
meltin’
pot e democrazia. In America la Statua della Libertà ed
Ellis Island al suo fianco danno il benvenuto ai milioni di
turisti e stanno lì a dire che, da quelle parti,
bianchi
e neri e gialli e rossi convivono. Ma quella stessa
America vende
armi nei supermercati senza chiedere il
porto d’armi a chi le acquista. È l’America di chi
dorme con la pistola sotto il cuscino per stare più
tranquillo e di chi preme il grilletto per difendersi.
Solo per
legittima difesa, però.
Ma la mattina del 20 aprile del 1999 ai giovani autori del
massacro della
Columbine
School, le bombe a mano, i fucili da guerra e varie armi
automatiche non sono servite per legittima difesa.
In quel caso, come in altri, si è parlato di rabbia, odio,
razzismo, rancore e risentimento.
Se è vero che i
ragazzi spesso
imitano,
emulano, perché come cuccioli di belve stanno imparando
come si vive nella giungla sociale, c’è da interrogarsi
su chi sono stati i loro
maestri. E se come
risposta
al disagio sociale che crea, un Paese esalta l'efficacia
della
pena di morte, forse le domande da porsi
richiederanno una riflessione più profonda di quanto non
sembri in superficie.