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Telegiornaliste anno II N. 20 (52) del 22 maggio 2006
MONITOR
Katiuscia Laneri, la tv a 360° di
Giuseppe Bosso
Probabilmente i lettori non campani non la conosceranno, eppure
Katiuscia
Laneri, giornalista pubblicista da ormai dieci anni, nella regione del
Vesuvio e della tarantella è un volto abbastanza noto.
Dopo gli inizi alla redazione napoletana de
Il Tempo, ha iniziato una
promettente carriera televisiva non solo come giornalista e conduttrice, ma
anche come produttrice, in qualità di presidente della
Kappaelle,
una società che, pur operando in ambito locale, ha delle strutture e delle
potenzialità considerevoli, degne di un bacino d’utenza animato come quello
partenopeo.
Giornalista e produttrice televisiva: un caso più unico che raro il suo,
almeno per quanto riguarda la Campania: cosa l’ha spinta a questa scelta e
quali erano le sue aspettative?
«Anzitutto per necessità, nel vero senso della parola: purtroppo, a livello di
emittenti locali, è necessario autoprodursi per fare informazione, non ci sono
molte possibilità di inserimento per i giornalisti; e poi anche perché è una
cosa che mi piace, produrre quelle che sono le mie idee. Negli anni sono
riuscita a creare un valido staff di collaboratori che curano ogni aspetto della
realizzazione delle trasmissioni: non ci occupiamo solo del programma in sé, ma
anche di aspetti come il montaggio e le riprese».
Special,
una
delle sue creazioni più note,tratta vari temi legati alla regione campana,
dalla gastronomia agli eventi culturali, passando per l’attualità: quali sono
gli eventi e i personaggi che più le sono rimasti impressi?
«Mentre di solito in ambito giornalistico la parola “special” viene
impiegata per definire servizi di approfondimento legati ad un particolare tema,
questo programma che porto avanti da ormai quattro anni(
testata registrata al
tribunale di Napoli), vuole portare a conoscenza del pubblico le persone,
appunto, “speciali”; per me, dopo ogni puntata, tutto quello che ho trattato
è importante e mi rimane impresso, tutti per me sono meritevoli».
Nel sito della sua casa di produzione, la Kappaelle, si evince, tra gli
scopi, quello di coinvolgere, anche attraverso l’impiego delle nuove
tecnologie, l’utente durante la visione del programma e di essere informati
sempre e comunque: ritiene che in futuro queste nuove tecnologie
(Internet,telefonino, eccetera) soppianteranno la tradizionale informazione
televisiva?
«La tv rimane sempre la regina della comunicazione. Più che soppiantare credo
piuttosto che queste tecnologie possano coprire quegli spazi in cui la
televisione non interviene. Ad esempio, in quei frangenti in cui non si è
potuto seguire un programma o un tg, attraverso l’utilizzo del pc scaricarlo,
o col digitale terrestre scegliere quando vederlo, senza sottostare a forzature
di orario o di palinsesto».
Il giornalismo sta attraversando una fase piuttosto travagliata quanto la
libertà di espressione: secondo lei come potrebbe realizzarsi veramente un
informazione libera e imparziale?
«È sempre stata una delle prerogative che ho seguito nel mio mestiere. Ho
cercato sempre di mettermi nei panni del pubblico che mi ha seguito e nella mia
attività non ho mai permesso a nessuno di intaccare il mio lavoro, nemmeno
quando ho fatto informazione. Se poi ci sono colleghi che lo fanno…».
Ma in ogni caso non è facile per un giovane inserirsi in questo ambiente che
sembra a rischio precarietà: lei cosa suggerirebbe ad un ragazzo o ad una
ragazza che volessero seguire la sua strada?
«Il giornalismo è un lavoro fatto di nottate, e richiede grande passione;
consiglio sicuramente di rimboccarsi le maniche e cercare sempre di proporsi,
perché le occasioni non ci vengono fornite, ma siamo noi a crearcele, giorno
per giorno».
Un recente sondaggio ha affermato che le giornaliste sono le lavoratrici che
poco riescono a conciliare lavoro e vita privata. Lei cosa sente di dire a
riguardo?
«Non sono d’accordo con questo sondaggio. Tutti i lavori portano via del
tempo, anche quello di casalinga. Credo che il non riuscire a conciliare vita
professionale e privata sia più una questione caratteriale che di professione,
altrimenti nemmeno cantanti e attrici riuscirebbero ad avere una loro vita
privata».
CRONACA IN ROSA
Giorgio Napolitano, presidente della
Repubblica di
Stefania Trivigno
Eccolo qui l'
undicesimo
presidente della Repubblica italiana.
Eletto al quarto scrutinio con 543 voti,
Giorgio
Napolitano si è insediato al Quirinale
lunedì 15
maggio.
Il neopresidente ha dedicato l’intera vita alla politica,
agli
ideali di democrazia e di libertà. Ha militato
nell’allora
PCI e ai tempi duri dell’occupazione
tedesca si è messo in gioco personalmente
prendendo
parte all'organizzazione della Resistenza.
Le sue missioni nelle più
alte cariche dello Stato
iniziano nel lontano 1953 quando viene eletto deputato per
la prima volta. Verrà riconfermato a ogni legislatura fino
al 1996, quando
Romano
Prodi, eletto presidente del Consiglio, lo chiama nel
suo governo per guidare il
ministero
dell'Interno.
Nel 1999, in seguito alla
caduta
del governo Prodi, Napolitano si trasferisce nei
palazzi
dell'UE dove, da europarlamentare, ricopre la carica di
presidente
della Commissione Affari Costituzionali.
Nel 2005 il presidente della Repubblica
Carlo
Azeglio Ciampi lo nomina
senatore a vita.
Nel
messaggio pronunciato davanti alle Camere riunite
in seduta comune, il presidente Napolitano cita per primi i
«
diritti inviolabili dell’uomo» senza distinzione
di sesso, di razza e di età.
Parla poi dell’«
unità e indivisibilità della
Repubblica» e della necessità di tutelare le minoranze
linguistiche perché fonte di ricchezza del Paese.
Conclude esprimendo «il più sentito e
convinto omaggio
a
Carlo Azeglio Ciampi per l’esemplare svolgimento
del suo mandato» e ribadisce, riprendendo gli ideali del
suo predecessore, che «l'
Europa è e deve essere la
nostra seconda patria».
Giorgio Napolitano, che abiterà al Quirinale per i prossimi
sette anni, si è inoltre impegnato a essere il
presidente
di tutti e a operare nel
rispetto dei poteri che
gli assegna la Costituzione.
Buon lavoro, dunque, con l'augurio che possa essere
amato
così come lo è stato il suo predecessore.
FORMAT MEDIA & MINORI
Cinema, sono troppi questi spot di
Serenella Medori
Al cinema qualcosa forse cambierà. Venticinque minuti di
spot prima di
Harry
Potter, ma di solito tutto si aggira attorno ai
quindici, venti minuti.
Si va dai
trailers di altri film alle
diapositive
di esercizi pubblici come pizzerie o simili. In alcuni
multisala sembra ci sia un biglietto, con posto prenotato e
numerato, che indica anche l’ora di inizio del film, dopo
la pubblicità, e si può evitare di entrare nei primi venti
minuti.
È del 2005 un
articolo
di
Repubblica in cui si parla di una sentenza che
riconosce il
risarcimento a due spettatori che,
entrati puntuali in un multisala, hanno dovuto subire una
lunga serie di spot, prima e durante il film, cosa che ha
prolungato la loro permanenza al cinema. In America, a New
York, è iniziata a giugno del 2005 una
sperimentazione
che prevede di dare agli spettatori la comunicazione chiara
dell’
inizio reale del film, spot e trailers a
parte. Lo spettatore pagante può così
scegliere se
vedere o meno la
pubblicità. A dare inizio a questo
progetto è stato John Mc Caulay senior, vice presidente
marketing di
Loews
Cineplex Entertainment, società proprietaria di 198
sale cinematografiche nella sola città di New York, tutte
partecipanti all’esperimento.
Lo spettatore lotta e lo fa
contro l’invadenza degli
spot, un’ invadenza che è essa stessa
considerata
linguaggio, e il suo effetto è ora più potente del
messaggio. È come cercare di mettere a tacere un logorroico
e invadente Alberto Sordi in
Mamma
mia che impressione.
Alcuni addetti ai lavori intervenuti nei blog e nei forum
considerano il flusso pubblicitario come l’occasione
indispensabile per
educare il telespettatore alla
comprensione del linguaggio degli spot: è dunque altresì
probabile che, a breve, a proporsi come educatori saranno
proprio loro, i pubblicitari, i guru del travestitismo
video-verbale!
Possibile scenario futuro? Lo spettatore denuncia il
proprietario della sala per la troppa pubblicità; il
proprietario si rifiuta di mandare spot e trailers prima e
durante il film; i pubblicitari devono trovare altri luoghi
o altri trucchi. Chi vince, lo spettatore o lo spot? E se
vincesse lo
spot integrato, fino a diventare il
nucleo centrale del film sul quale adattare l’intera
trama? Se lo sceneggiatore dovesse scrivere con l’obbligo
di esaltare un prodotto per due ore? Sarebbe il totale
capovolgimento
di Carosello. Ancora una vendetta del codino.
(8-continua)
FORMAT
Buona domenica flop, le ragioni di una crisi di
Giuseppe Bosso
C’era una volta un
reame felice, dove regnavano una
bellissima regina bionda dagli occhi azzurri e un
simpatico
re con i baffi. Ma un brutto giorno la felicità di
questo reame venne turbata dall’avvento di un
nuovo
sovrano, anche lui baffuto ma non altrettanto simpatico,
che in poco tempo portò distruzione e caos.
Così potrebbe, metaforicamente, ma non tanto, riassumersi
la storia dell’ultimo decennio di
Buona
Domenica, un tempo amatissimo contenitore dei
pomeriggi domenicali del popolo italiano, che con la
vincente accoppiata
Cuccarini
-
Columbro
era riuscita a infastidire e
scalzare un
must
come
Domenica
In.
Chi non ricorda le simpatiche
gag che vedevano
protagonista la coppia più affiatata dell’universo
Fininvest, gli appassionanti
giochi che coinvolgevano
gli ospiti di puntata, e le
performance della
ballerina più amata dagli italiani?
Questa è stata sostanzialmente la ricetta che per un
biennio seguirono i sostituti di Marco e Lorella, Gerry
Scotti e Gabriella Carlucci, i quali, pur forse non con lo
stesso seguito degli illustri predecessori, riuscirono a
mantenere alti gli ascolti del contenitore domenicale di
Cologno Monzese.
Poi,
dieci anni fa, la svolta della trasmissione, con
l’
avvento del
re del talk show,
Maurizio
Costanzo, "mister" di una squadra esplosiva
che aveva in
Fiorello
e
Paola
Barale le sue punte di diamante. Le
prime stagioni
furono
soddisfacenti fino al "
terremoto-reality",
sancito dall’avvento di programmi come
Grande
fratello e
Uomini
e donne, creatura della signora Costanzo
Maria
De Filippi.
In questo momento inizia la rovinosa involuzione che porta,
progressivamente,
Buona Domenica a
trasformarsi
in una sorta di
Processo al reality di biscardiana
ispirazione; due anni fa un’edizione che registra i suoi
principali
ascolti nell’ultima ora consacrata ai
due
fidanzati (veri o presunti non si è mai capito,
sinceramente)
Costantino
e Alessandra, la
presenza costante degli ex
inquilini
della casa più spiata del piccolo schermo e
meno spazio
al vero e proprio intrattenimento che da sempre aveva
caratterizzato il programma.
Infine (o quasi...), l'
ultima annata, quella del
decennale
della gestione Costanzo, in cui i reality show di Mediaset
l’hanno ancora fatta da
padroni, con i vari
contadini,
fratellini e
tronisti sempre al centro delle
puntate. E il
pubblico, come ha reagito? Ascolti
sempre alti, ma lo stesso non si può dire del
gradimento,
e non solo da parte degli spettatori: pare anche da parte
degli stessi
vertici di Canale5 (e a tal riguardo non
paiono casuali le
dichiarazioni
rese da Barbara Berlusconi a
Le invasioni barbariche,
non lusinghiere tanto nei confronti di Costanzo quanto di
Buona
Domenica) e persino degli stessi
protagonisti.
Eleonora e Patrizia, figlia e mamma nella "casa",
in un'
intervista rilasciata alle
Iene ammettono di
vergognarsi
di partecipare al programma, beccandosi l’inevitabile
accusa
di sputare nel piatto ove si sta mangiando, da parte di un
Costanzo che nel frattempo deve quasi
sedare una rissa
tra i reduci dalla
Fattoria
Mastelloni e Cugini di campagna, e replicare a una
Lucarelli
che annuncia di non voler prendere parte alla trasmissione
una volta conclusa l’esperienza marocchina, sostenendo che
il contratto non prevede nulla in tal senso.
Insomma,
da fiera dei sogni a fiera degli incubi il
passo è stato breve, fin troppo, tanto che qualcuno
auspica, dopo un abbondante doppio lustro, un cambiamento
radicale legato al
clamoroso allontanamento del papà
del talk show più longevo del piccolo schermo della nostra
storia.
Ma probabilmente non è tanto nel
cambiamento dei
volti che
Buona domenica potrà risollevarsi da
questa crisi, quanto dalla
mentalità e dalla
gestione dei suoi
contenuti. A settembre ne sapremo
di più.
ELZEVIRO Intervista a Pierre Sorlin di
Francesco Pira
Nello scorso numero di
Telegiornaliste,
abbiamo parlato di
Pierre Sorlin, professore emerito
dell'
università
Sorbonne, grande storico e sociologo,
scrittore.
Piccolo di statura con due occhi azzurri che brillano, parla
e scrive perfettamente quattro lingue: francese, italiano,
inglese e spagnolo, ma ha il rammarico di non conoscere bene
il tedesco.
Oggi, da professore emerito dell’
università
Sorbonne, può permettersi di parlare a ruota libera. Ma
lo fa soltanto delle cose che conosce, evita di fare il
tuttologo.
Per rompere il ghiaccio ti chiede subito di dargli del tu e
ti spiega anche che evita con piacere i giornali ed i
giornalisti. Pochi giorni fa non ha potuto evitarli, quando
ha incontrato gli studenti francesi che protestavano per le
strade di Parigi.
In Italia viene spesso perché dirige il dipartimento
audiovisivo dell’
Istituto storico della resistenza
di Bologna
Ferruccio
Parri. Tiene alcuni seminari per l’
università
di Firenze dove ha un grande amico, il professor
Alessandro Bernardi. Un mese fa è andato anche a Udine per
parlare di cinema, mentre a maggio è intervenuto al
convegno internazionale
Scienza e coscienza,
organizzato dall’Istituto internazionale fiorentino
Lorenzo De Medici, a Tuscania (Viterbo). Qui ha rilasciato
un'intervista al giornalista Francesco Pira.
Professor Sorlin, Lei è un esperto di media: dove va
questa tv?
«Beh, in Italia non molto lontano. In Francia tutto è
molto simile. L’unica oasi felice è il canale Artè che
produce tantissima cultura. Ma ha il 4% d’ascolto. E’
triste vero? In Italia ho visto cose molto belle su
Rai
Educational, anche se ha un modo di narrare la storia
troppo giornalistico. Non è il modo che preferisco. E’ un
canale pedagogico. Noi in Europa abbiamo ancora il mito
della
Bbc.
La tv di Stato inglese è peggiorata, la qualità costa e
quindi ce n’è sempre di meno».
Immaginando un'Europa divisa, spaccata come l'Italia di
oggi, come vede il futuro dell'Europa, ritiene possa
funzionare?
«Non funzionerà. C’erano tre possibilità: fare una
federazione, creare una zona di libero scambio o creare una
nuova entità politica. Questa terza possibilità era la più
coraggiosa, ma nessuno ha voluto percorrere questa terza
via. E’ tutto adesso molto complicato. Lo abbiamo visto
con la Costituzione Europea. E’ passato troppo tempo ed i
risultati sono stati esigui».
Lei è sceso dalle stanze dell’università
Sorbonne ed è andato a parlare con gli studenti in
sciopero. In tanti credono che la protesta studentesca
monterà in Europa, anche in Italia.
«Io penso proprio di no. Ho parlato con loro. Non avevano
una strategia. Non avevano un progetto. I sindacati li hanno
spinti verso una protesta che non aveva una sua dimensione
vera. E’ stato un movimento, non una grande protesta».
Cosa pensa dell’Italia di Silvio Berlusconi?
«In Italia è accaduto quello che presto accadrà in altri
Paesi. Silvio Berlusconi è riuscito ad avviare un processo
pericoloso. E’ la fine delle divisioni di tipo ideologico.
La divisione è sul mito e sull’immagine. Chi lo appoggia
e chi invece lo combatte. Berlusconi ha saputo creare un
mito di se stesso. E’ diventato l’icona di un
individualismo assoluto. L’uomo più ricco d’Italia che
diventa presidente del Consiglio. E soprattutto l’uomo che
non ha mai rivelato da dove viene il suo capitale. E su
questo non parla neanche la sinistra e non capisco il perché!
Ho visto di recente il film di Moretti
Il
Caimano; lui ad un certo punto fa arrivare dal cielo
i soldi, ma anche lui ci lascia nel dubbio. Da dove vengono?».
Quindi lei non crede, come invece scrivono i giornali
internazionali, che il Berlusconismo sia una parentesi
chiusa.
«Affatto. Noi assistiamo, nell’argomentare dell’icona
Berlusconi e dei suoi seguaci, ad una tendenza che colpirà
l’Europa: il rifiuto dello Stato. Nel senso che lo Stato
è un ladro e la ricetta è cercare di fare da solo e quindi
di aggirare le regole».
In una trasmissione televisiva Berlusconi si è
paragonato a Napoleone, ma poi ha detto che era una
battuta...Lei da storico francese vede qualche somiglianza?
«Assolutamente. Napoleone era un vero uomo di potere. Lo
cercava a tutti i costi. Aveva bisogno di un potere
assoluto, di comandare davvero. Berlusconi ha bisogno di
ampliare la sua immagine, e per farlo deve conquistare tutti
i mezzi a disposizione. Lui è un mito e come tale deve
essere celebrato. Altro che sparire, come i miti rimarrà
immortale».
Continuano a morire soldati italiani ed in Iraq si
combatte una brutta guerra. Perché Berlusconi e l’Italia
hanno aderito al patto con l’America...
«Secondo me Berlusconi non voleva la guerra. Aveva però
bisogno di farsi vedere forte, di rafforzare il mito. Di
essere il braccio destro di Bush che è l’uomo più
potente del mondo.
Che lo ha invitato al Congresso e che è suo amico. E il
mito continua».
ELZEVIRO
Il ciclista di
Antonella Lombardi
«Ci sono bambini che non fanno altro che urlare, dalla mattina alla
sera. Questo invece è silenzioso come una notte del deserto. O meglio,
lo sarà finché non lo introdurremo di soppiatto nell'albergo dove
detonerà...».
Sono le parole del protagonista de
Il ciclista, ricoverato in
ospedale dopo un grave incidente in bicicletta, e il
"bambino" a cui fa riferimento altro non è che una bomba da
consegnare al Grand Hotel di Beirut.
Il protagonista di questo
romanzo è un terrorista.
In letteratura esistono dei ritratti di terroristi molto affascinanti:
basti pensare a
L'agente
segreto, di
Conrad, da cui
Hitchcock trasse
l'omonimo film, o, ancora, ai
Demoni
di
Dostoevskij.
Queste ed altre figure di terroristi, fuori dai cliché narrativi,
presentano tratti interessanti, sfaccettati, in grado quasi di
esercitare un discreto fascino sul lettore.
Dopo l'11 settembre, però, la
situazione è cambiata anche
in letteratura. Ci si è preoccupati più del contesto psicologico
delle vittime e meno del terrorismo.
Viken
Berberian, autore libanese che vive tra New York e Marsiglia, ha
scritto per
Minimum
Fax Il ciclista. Terminato nel 1998, il libro è uscito in
America dopo l'11 settembre.
Il protagonista di questo interessante romanzo non è una vittima, ma
un terrorista che si muove in un contesto assurdo, dai tratti surreali.
Il libro si apre con una citazione tratta dal testo
Sorvegliare
e punire, di
Michel Foucault, un saggio che analizza la
funzione sociale della pena per estendersi alle forme della visibilità
del potere (quanto più è "marchiante" e pubblico un
supplizio, tanto più sarà palese il potere dell'autorità).
Appare pertanto evidente come il terrorismo sia usato, ne
Il
ciclista, per raccontare qualcos'altro, per tentare di penetrare
una realtà complessa qual è quella del Medioriente; realtà che ci
viene restituita anche da altre considerazioni del protagonista, come
le sue descrizioni accurate della
cucina mediorientale, cui si
ricorre in diverse metafore: «Invece di omelette ripiene di formaggio,
sgranocchieremo i fichi d'india della zona, spinosi all'esterno ma
teneri all'interno, un po' come la popolazione di questo posto
polveroso».
O ancora: «
Nel Medioriente persino le papaye sono permeate di
politica». Riferimenti al cibo che risultano calzanti, persino
quando si tenta di spiegare la convivenza tra Occidente e Medioriente:
«Molti locali qui hanno ancora nomi americani. Sembra che la città
dica: sono le truppe straniere che non ci vanno giù. Ma le vostre
icone culturali, le vostre patatine fritte raffinate e unte, i vostri
splendidi pancake cotti sulla piastra (...) sono più che gustosi.
Colonizzateci col vostro cibo».
I profumi della cucina mediorientale, la
sensualità di un mondo
arcano, l'amore per il sesso da parte del protagonista fanno irruzione
nella realtà asettica di una stanza d'ospedale, ma rendono anche più
credibile una figura come quella del
kamikaze, mai idealizzata,
ma anzi percorsa da dubbi e angosciose domande: «Come ha fatto la
furia della violenza, casuale o pianificata (...) a imbrattare la
nostra visione del mondo?».
Il ciclista colpisce per una vena d'
ironia spiazzante,
sempre presente, piena di paradossi che non si risolvono in una
completa assoluzione del personaggio.
L'
ambiguità della situazione, mantenuta fino alla fine, fa
intravedere uno spiraglio di speranza.
Un libro da leggere, per cercare di capire meglio una realtà complessa
con un
approccio non convenzionale.
DONNE Ritratto d’artista di
Erica Savazzi
Moglie e madre, come le sue coetanee vissute
nell’Ottocento. Ma anche
artista, e per di più di
genio. Berthe Morisot era la
perfetta rappresentante
della sua epoca e del suo mondo: figlia di ricchi
borghesi, istruita, elegante.
Ma con qualcosa in più: il talento. Per fortuna sua - e
nostra - i genitori la educano alla pittura, e ne
riconoscono subito le capacità. Allora - Berthe nasce nel
1841 - alle donne non era consentito ricevere
un’istruzione superiore. Ma grazie alla sua
costanza
(sua sorella, Edna, con la quale studiava, smette di
dipingere per sposarsi) e all’incontro con
personaggi
che credono in lei e la fanno progredire nella sua arte,
i quadri di Berthe oggi sono opere d’arte riconosciute.
Inizia a studiare con Joseph Guichard, un pittore accademico
che le presenterà Corot. Ed è proprio
Corot
che la inizierà alla pittura
en plein air. Per più
di dieci anni espone al
Salon, storica istituzione
artistica diventata col tempo espressione della chiusura
accademica.
Diventa amica e
modella di
Edouard
Manet, che la immortala in undici
ritratti
e la fa posare nel dipinto
Il
balcone, rielaborazione del tema delle donne sedute
sul terrazzo già utilizzato da Goya.
Sposa poi
Eugène,
fratello di Edouard, dal quale avrà una
figlia,
Julie.
Contravvenendo al giudizio di Manet, nel
1874
partecipa alla
prima mostra impressionista nello
studio del fotografo Nadar,
unica donna fra uomini
del calibro di
Monet,
Pissarro
e
Renoir.
Entrata a far parte del gruppo impressionista, espone le sue
opere in ogni edizione della mostra.
Essendo una donna le è difficile dipingere
en plein air
come gli altri suoi colleghi, quindi si dedica a una
pittura
più
intima, casalinga. Ritrae quasi solo
donne,
la
madre,
la
sorella,
le signore dell’alta borghesia. L’ambiente di cui fa
parte.
Con delicatezza racconta storia di
madri e figli, di
neonati
e di
ragazze
in abito da sera. Racconta di
cura
filiale, di
donne sole, e molto spesso
pensose,
concentrate, intente alla lettura o appena sorridenti: tutte
comunque
tranquille,
silenziose, quasi in un
mondo a parte, dove la presenza maschile è solo intuita,
suggerita.
La
delicatezza delle sue protagoniste è anche la
leggerezza
del colore:
bianco, soprattutto, in miriadi di
sfumature diverse. La luce gioca col
bianco
degli abiti e della pelle, col passare del tempo le
pennellate
diventano sempre più
veloci: dalla precisione della
lezione accademica, all’attenzione per luci e ombre, alle
veloci pennellate di colore.
Oggi i quadri di Berthe Morisot, vissuta in un’epoca di
vitalità
artistica che riesce a
interiorizzare e
personalizzare, sono sparsi in musei e collezioni private di
tutto il mondo: il
Musée
Marmottan di Parigi e la
National
Gallery of Arts di Washington sono le istituzioni che ne
ospitano le collezioni più vaste.
DONNE L’uomo che aiuta le donne di
Erica Savazzi
Per una volta deroghiamo alla linea editoriale di questa
rubrica e trattiamo di un
uomo. Un uomo che però nel
suo lavoro tiene sempre ben presenti le donne, i loro
bisogni e i loro diritti. Parliamo di
Christian
Dupont, ministro belga della Funzione Pubblica e
dell’Integrazione Sociale.
Nato nel 1947, laureato in filologia germanica, Christian
ama l’insegnamento e la cultura. Ha iniziato tardi a
occuparsi di politica: alla fine degli anni ’80 è stato
eletto consigliere comunale e poi Borgomastro a
Pont-à-Celles;
deputato dal 1995 al 2003, ha occupato la carica di ministro
della Cultura, della Funzione pubblica, dei Giovani e dello
Sport per la Comunità francese.
Nel febbraio 2005 ha presentato una proposta di legge per
consentire le
pari opportunità nella pubblica
amministrazione. Pari opportunità fra uomini e donne ma
anche per stranieri e invalidi, cominciando dalla
formulazione del bando di concorso (ad esempio evitare
denominazioni prettamente maschili per alcune posizioni) e
dalla sua divulgazione (creare enti che informino gli
stranieri sulla possibilità di accedere alla selezione).
«Il piano d’azione contiene più di ottanta provvedimenti
precisi, concreti e realisti. L’obiettivo non è di
favorire alcune persone a discapito di altre, ma di
dare
a tutti le stesse possibilità», ha dichiarato Dupont
in una
intervista.
In collaborazione con l'
Institut
pour l'égalité des femmes et des hommes, associazione
che mira a
combattere ogni forma di
discriminazione,
il ministro ha creato una
Carta
con la quale gli
uomini si impegnano a
sostenere
attivamente l’uguaglianza tra uomini e donne.
Presentata il 7 marzo 2006 durante la conferenza
Ensemble
vers l'égalité: les hommes, porteurs de changement?,
il documento sostiene che per costruire una società
veramente paritaria sia necessaria la partecipazione di
tutto il corpo sociale, uomini compresi. I firmatari del
documento (sia singoli che associazioni) si impegnano
attivamente a promuovere l'
uguaglianza sociale,
economica, politica e professionale dei sessi, compreso
un
riequilibrio dei ruoli sociali e del tempo
dedicato alla sfera privata e a quella pubblica.
Sacrosanta l’introduzione di una reale parità di tutti i
soggetti nella pubblica amministrazione, molto apprezzabile
l’opera di sensibilizzazione della popolazione maschile
sulle problematiche femminili, ma forse nel secondo caso
sarebbe stato meglio vedere il ministro lavare i piatti o
fare la spesa: alle dichiarazioni d’intenti non sempre
segue l’azione concreta nel quotidiano.
TELEGIORNALISTI
Intervista a Enzo Barlocco di
Mario Basile
Enzo Barlocco non si definisce un giornalista sportivo, ma
uno sportivo giornalista. E' quello che emerge
dall'intervista che ha rilasciato in esclusiva a
Telegiornaliste.
Come ha iniziato a fare questo mestiere?
«Direi molto per caso, perché in realtà io, venendo dallo
sport attivo - ho giocato a pallanuoto, in nazionale, ho
fatto un’Olimpiade, diversi campionati europei, eccetera,
ero stato contattato per fare “l’esperto” quando partì
la vecchia Telemontecarlo. Circa, se non sbaglio, ventidue o
ventitré anni fa. E c’era un programma che parlava di
vari sport tra cui la pallanuoto: io illustravo tecnicamente
le partite. Poi mi è stato chiesto se me la sentivo di
commentare le Olimpiadi di Los Angeles del 1984,
naturalmente non sul posto ma un po’ da Montecarlo e un
po’ da Milano, da un bugigattolo che avevamo nella sede
Rai. E quindi è nata così la cosa. Poi sono stato ancora
per molti anni a fare il collaboratore, finché non sono
entrato come dipendente nel ’91».
Che cosa la affascina maggiormente del suo lavoro?
«Mah, per me devo dire da un certo punto di vista, essendo
sempre stato all’interno dello sport - che poi fosse
pallanuoto, calcio o altro, alla fine ci sono sempre delle
radici comuni – è un modo... è stato un modo di
prolungare la mia permanenza all’interno dell’ambiente
sportivo».
Lei si occupa di sport. E’ vero quello che si dice dei
giornalisti sportivi: meno preparati degli altri?
«(Ride,
ndr) Ora qui è una bella lotta secondo me.
Nel senso che ci possono essere giornalisti sportivi poco
preparati, ma ce ne sono molti anche che si occupano di
cronaca, di politica o di altre cose. Io vedo invece una
cosa: molti giornalisti sportivi che poi sono passati alla
politica e alla cronaca con ottimi risultati. Mi viene in
mente Antonio Ghirelli, che era direttore del
Corriere
dello Sport e poi è stato anche un giornalista politico
di buon livello. Ho visto meno giornalisti provenire da
altre branche occuparsi di sport. Quindi secondo me non è
vera questa cosa».
Lei è un esperto di sport d’acqua. Per quale motivo
questi sport, nonostante abbiano dato tanto all’Italia a
livello di successi, sono meno seguiti rispetto a discipline
che ci hanno riservato meno soddisfazioni?
«Mah…un po’ perché sono stati commessi molti errori
nel passato, diciamo agli albori delle sponsorizzazioni,
agli albori dell’interesse della tv nei confronti dei vari
sport. Si sono persi degli autobus, dei treni. E quindi poi
rimontare è stato difficile. Un po’ perché forse c’è
anche una difficoltà oggettiva. Intanto in un’epoca in
cui naturalmente è importante e prevalente l’influenza
delle sponsorizzazioni, gli sport da piscina hanno ben poco
da mettere in mostra. Perché purtroppo quello che spunta è
soltanto la testa, ecco. Perciò è difficile che lo
sportivo che viene da uno sport acquatico possa trasformarsi
in un uomo sandwich, se non quando è al di fuori della sua
attività».
Nella sua esperienza professionale, quale personaggio
dello sport l’ha colpita maggiormente?
«Devo dire che ce ne sono tanti. Io posso ricordare con
grande partecipazione il fatto di essere stato presente
nello stadio di Città del Messico quando John Carlos e
Tommy Smith alzarono il pugno con la mano nera, con la mano
guantata, che ormai è entrato nella storia… questo mi
colpì molto. Anche se poi la conoscenza diretta nei loro
confronti non c’è stata, nel senso che ci si incontrava
casualmente al villaggio, oppure si faceva qualche partita a
ping pong. Ma questo è un episodio che mi aveva colpito
molto, ecco. L’atleta che in assoluto mi ha colpito di più
è stato Mohammed Alì».
Chi sono stati i suoi modelli di giornalismo? Ne ha
avuti?
«Direi di no, anche perché essendo venuto da altre
esperienze non è che mi sono mai ispirato… Potrei dire
che quando ero ragazzo mi piaceva leggere gli articoli di
Gianni Brera, ecco. Però non posso dire che mi sono
ispirato a lui, anche perché ho seguito percorsi
completamente diversi».
Tra i suoi colleghi chi apprezza di più?
«Ce ne sono parecchi. Diventa un po’ antipatico fare dei
nomi».
Risposta diplomatica.
«No, ma potrei dimenticarne qualcuno e questo non mi piace.
Poi ce ne sono alcuni che sono apprezzabili: parlando di
televisione, ci sono alcuni che sono molto bravi come
telecronisti; magari lo sono meno come giornalisti in sé,
alcuni che sanno stare bene davanti al video, altri che
invece non si vedono mai ma riescono a costruire dei servizi
e a presentare le notizie in un modo molto bello».
Ci sono tantissimi giovani che sognano di fare i
giornalisti. Lei cosa consiglierebbe loro?
«Sembra una frase scontata, ma direi che la cosa più
importante è studiare. Prima di tutto in senso lato, perché
avere cultura è fondamentale in una professione come
questa, sennò si rischia di non capire l’importanza delle
notizie, di sopravvalutarne alcune e sottovalutarne altre.
Poi di non scoraggiarsi alle prime contrarietà, perché
questa è una professione che è abbastanza anomala e non
segue dei percorsi lineari. Ci sono alcuni che riescono a
trovare subito la strada, altri che si massacrano in
interminabili liste di attesa. Non è un momento facile
questo, sicuramente no. Perché le leggi, cioè i nuovi
contratti, sono abbastanza penalizzanti. Non vedo un futuro
molto luminoso. Questo aldilà della professione, che invece
è stimolante».
OLIMPIA
L'ultimo Processo
di
Mario Basile
Calciopoli ha travolto anche lui.
Aldo
Biscardi, il padre del
Processo
del Lunedì, ha lasciato
La7
e si è preso una
pausa di riflessione. Ha dichiarato che gli servirà per
meditare sul futuro. O sugli errori? Chissà.
Sembrava essere morto così il
Processo, trasmissione
culto del giornalismo sportivo del Belpaese, dopo
venticinque
anni di onorato servizio. Ucciso dallo
scandalo
che cambierà il calcio italiano.
E invece no: il giorno dopo il benservito di Tronchetti
Provera, arriva la notizia che
ripartirà
su Odeon Tv.
Aldo Biscardi è un uomo dotato di un’
intelligenza
fine. Aver ideato un programma rimasto sulla cresta
dell’onda per oltre un quarto di secolo lo testimonia.
Anche negli anni Ottanta l'
Italia era Paese di santi,
poeti, navigatori e appassionati di calcio.
Il buon Aldo lo sapeva e così nel
1980 inventò il
Processo.
Il successo fu enorme.
Il pubblico amò da subito le dominanti
chiacchiere da Bar
sport, gli
ospiti famosi e non che ogni
settimana popolavano l’aula del
Processo, e lo
stesso personaggio
Aldo Biscardi, prima coordinatore
e poi conduttore dalle
gaffes e dalle
frasi
sgrammaticate.
I risultati non cambiarono neanche quando il programma
traslocò dalla
Rai
a
Tele+, da qui a
Telemontecarlo,
e quindi a La7.
Adesso la
storia del
Processo, e forse anche
quella del settantaseienne Biscardi, nella tv che conta è
giunta al
termine. Troppo grave ciò che è successo.
Le
conversazioni
telefoniche tra lui e Moggi hanno svelato che i
dibattiti
che tanto appassionavano la gente, la
moviola e
perfino il
televoto, facevano parte di un copione
riveduto e corretto a suo piacere da Big Luciano.
Non è bastata a Biscardi l’
ultima puntata del suo
Processo,
in cui ha tentato di svestire i panni dell’accusato e
indossare quelli dell’accusatore. Purtroppo per lui i
vertici
di La7 non si sono impietositi e hanno deciso di
chiudere il programma, costringendo così il giornalista ad
autosospendersi.
Evidentemente
Tronchetti Provera non ha gradito che
una trasmissione in onda sulla sua rete fosse accusata di
essere uno dei mezzi con cui
Luciano Moggi giostrava
i suoi interessi. Questo proprio non lo ha sopportato.
EDITORIALE
Il dolore non ha titolo
dalla nostra corrispondente
Silvia
Garnero
BUENOS AIRES - La discussione riguardo la pubblicazione, di
qualche giorno fa, della foto del figlio di Jennifer Zacconi,
assassinata al nono mese di gravidanza, dal suo ex amante di
34 anni, ha scatenato in Italia una polemica che a mio
giudizio dovrebbe rimanere in secondo piano. La foto che
mostra Hevan, il bambino morto, vestito di bianco pubblicata
sul
Gazzettino di Venezia, ha suscitato disgusto e
approvazioni commuovendo il giornalismo italiano, che ha
dibattuto sul significato più o meno etico della foto.
A parte questo, e senza voler togliere alcuna importanza a
tale discussione, che rimarrà eterna, credo che il
principale motivo etico, civico e urgente di questa
discussione sia quello di capire il tema di fondo, molte
volte raccontato dal nostro
portale;
la
violenza brutale, in molti casi assassina,
commessa
contro le donne, e la doppia morale di molti
uomini, che termina appena inizia il duplice impegno.
In questo caso, negando una paternità mai desiderata, Lucio
Niero ha deciso di percorrere la strada più dura, quella
della morte, certo non sua. Ma chi sa quanto e come riuscirà
a vivere dopo aver commesso questo duplice omicidio e dopo
che la società italiana e quella mondiale si è resa conto
del gesto crudele che ha compiuto, guardando in faccia quel
bambino a cui ha tolto la vita, spezzando anche quella di
una ragazza
seppellendola viva.
La foto è stata scattata dalla nonna del bambino, dopo
l’autopsia della ragazza. E questa vicenda non è soltanto
una discussione giornalistica, bensì interessa anche la
Chiesa che ha sempre considerato il feto come un essere
umano, al contrario di quelli che difendono l’aborto e si
schierano in una posizione diversa.
Ma cadere su questi temi, per ora secondari, significherebbe
togliere debita importanza alla vicenda che vorrei
considerare come principale, ossia cercare di capire il
perché
di tanta violenza. Una violenza che mesi fa ha tolto la vita
ad un altro bambino: il piccolo Tommaso Onofri.
Se la società non è capace di riconoscere e curare i
propri mali, allora dovrà rassegnarsi a vederli crescere.
Tornando al caso di Jennifer Zacconi, i genitori della
ragazza sono stati favorevoli alla
pubblicazione della
foto, con l’intento di spingere la legge e la società
a rendersi conto che si è trattato di un duplice omicidio
(confessato), quello della ventenne e di suo figlio, e che
quindi auspichi ad una pena dura, come il carcere a vita.
La condanna sociale e giuridica non dovrebbe dimenticare che
esistono milioni di casi simili a questo, che si commettono
quotidianamente per la mancanza di una ferrea politica di
educazione, diffusione e prevenzione della
non violenza
contro le donne e i bambini.
Purtroppo, succede molto spesso che ci ascoltano quando
ormai è inutile.