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Telegiornaliste anno II N. 21 (53) del 29 maggio 2006
MONITOR
Anna Marino, la giornalista che vola
di
Silvia Grassetti
Ci ha incuriositi, l'iniziativa editoriale di
Anna
Marino e Antonio Alessio Boccia dedicata al mondo dell'aviazione. L'abbiamo
incontrata per saperne di più.
Anna, come ti è venuta l'idea che ti ha portato a scrivere Signori, si
vola!? L'aviazione è uno dei tuoi interessi?
«Volare è un’esperienza che tocca ormai da vicino tutti, più volte in un
anno, in un mese, per alcuni in un giorno. Ed è un’esperienza che si fa alla
cieca, non sapendo nulla o quasi nulla del mondo che ruota intorno al nostro
viaggio in aereo. Sappiamo come si guidano un’automobile, un autobus, a volte
anche come funziona un treno. Ma non come funziona il trasporto aereo, e a volte
questa ignoranza si trasforma in ansia, in paura di volare. Con questo libro non
solo il viaggio in aereo non ha più segreti, ma si può sapere tutto anche su
controlli, sicurezza, responsabilità,
diritti dei passeggeri, curiosità
sui modelli, e soprattutto si possono sfatare quei luoghi comuni che a volte
anche noi giornalisti, ahimè, utilizziamo.
Aggiungo che sono una divulgatrice, una giornalista. E ho studiato legge. Per
questo conosco bene la differenza tra essere informati, conoscere un proprio
diritto o una regola e non averne idea. E conosce bene questa differenza anche
Antonio Alessio Boccia, avvocato civilista milanese, con cui ho scritto il libro
“a quattro mani”, e che è stato una colonna portante per il nostro lavoro.
Signori,
si vola! Tutto quello che avreste voluto sapere sul trasporto aereo e non avete
mai osato chiedere, edito da "La Bancarella Aeronautica", è perciò
una finestra informativa globale sul "sistema aviazione" in Italia ed
in Europa, con un linguaggio adatto non solo agli addetti ai lavori ma anche al
grande pubblico. Si può comperare su internet su
www.bancaero.it
, ma si trova anche nei negozi dell’editore a Torino, a Milano e a Roma, nonché
presso la Hoepli. E per chi è interessato nel libro c’è anche qualche
suggerimento per “business” da realizzare negli aeroporti, grazie anche a
un’intervista concessa da Aeroporti di Roma.
L'idea di un testo sull'aviazione civile ci e' venuta certamente a seguito della
riforma del Codice della navigazione aerea approvato lo scorso anno ed in vigore
dal 21 ottobre 2005: lo spunto ci ha indotto a seguire la falsariga del codice
della navigazione e a suddividere l'opera in 18 capitoli tematici. Ma se
all’origine doveva essere un testo puramente giuridico e di aggiornamento per
gli addetti ai lavori, dopo la catena di disastri aerei nei mesi di agosto e
settembre scorsi ed il successivo clamore mediatico, abbiamo deciso di scrivere
un libro che informi tutti sul funzionamento del sistema aviazione e che serva a
tranquillizzare anche chi viaggerà quest’estate. Ma le radici del mio
interesse risalgono ai tempi dell’università, quando ho affrontato tra i vari
esami anche quello di Diritto aeronautico e spaziale!».
Signori, si vola! è uscito un mese prima della pubblicazione della
prima lista europea di interdizione al volo per quelle compagnie aeree al di
sotto dei canoni di sicurezza, a cui avrai certamente dato un'occhiata: c'è
qualche esclusione che ti ha stupito?
«La pubblicazione della lista nera europea delle compagnie aeree più
pericolose è arrivata in tempo per la stagione estiva. Sull'onda degli
incidenti dell'anno scorso, che comunque nelle statistiche non hanno superato la
media degli ultimi dieci anni. Non mi ha stupito perché la sua nascita ha avuto
un percorso lineare: ogni Stato membro ha comunicato alla Commissione le linee
aeree comunitarie ed extracomunitarie che hanno violato gli standard europei. E
dopo il parere di un comitato di esperti è arrivata la lista nera, la
black
list. Sono le 93 compagnie aeree, soprattutto africane ed asiatiche, messe
al bando dagli aeroporti dell'Unione Europea, e tre hanno limitazioni su
tipologie o singoli velivoli. La lista non contiene linee europee ed è centrata
soprattutto sull'Africa e sull'Asia. L'elenco dei vettori, circa 50 del Congo,
ma anche della Guinea equatoriale, della Sierra Leone, della Liberia, della
Corea del nord, dell'Afghanistan, sarà aggiornato ogni tre mesi, sia in entrata
che in uscita. E’ consultabile su tutti i siti internet, da quello europeo a
quelli delle compagnie aeree a quelli degli aeroporti. E’ questa la vera novità
che dovrebbe stupire tutti: d’ora in poi la lista ci sarà e sarà un metodo
per scoraggiare ogni inosservanza per tutte le compagnie aeree, comprese quelle
europee!».
Il libro che hai scritto insieme ad Antonio Alessio Boccia non si concentra
però sulle compagnie aeree, piuttosto dedica molta attenzione all'aviazione
civile e "amatoriale", se così si può dire. In effetti, anche di
recente le cronache hanno riportato l'ennesimo grave incidente sportivo, che ha
causato la morte di due persone. Incidenti del genere si possono prevenire? E
come?
«Gli appassionati del volo sono moltissimi, e non esistono solo l’aviazione
commerciale e quella di Stato. Scuole di volo, aeromobili leggeri, volo da
diporto e sportivo, aviazione d’affari si stanno sviluppando sempre di più.
Ma nel nostro libro spieghiamo che ci sono obblighi e controlli anche in questi
settori: l’Enac, Ente Nazionale Aviazione Civile, per esempio conserva
notevoli poteri sugli
aeromobili privati, dovendo procedere alle
periodiche verifiche obbligatorie sui certificati di navigabilità, licenze,
abilitazioni di volo dei piloti. Nel volo da diporto o sportivo per esempio si
deve usare un casco protettivo, e ci sono regole ben precise di conduzione dei
voli, limiti che devono essere osservati in presenza di determinate condiziono
meteorologiche, quote massime e distanze da aeroporti. E’ una specie di
"lo sapevate che", che magari aiuta tutti a capire quando sono
osservati gli standard di sicurezza, se c’è l’assicurazione obbligatoria,
anche in questi tipi di aviazione, e a tenere gli occhi ben aperti quando ci
capita di utilizzarli in Italia e all’estero. E nel capitolo sui luoghi comuni
si capiscono molte cose in più sugli incidenti aerei e sulla prevenzione…».
Oltre che giornalista, sei una giurista e un'attenta osservatrice del mondo
economico e dell'imprenditoria. Cosa ti piace di più?
«Mi piace osservare, studiare e “tradurre” leggi, regole, meccanismi,
concetti “difficili” per tutti, perché i tecnicismi e la fretta spesso non
ci aiutano a capire le leggi e concetti economici che ci riguardano da vicino e
che dovremmo conoscere: diciamo che al lettore - ascoltatore - telespettatore,
se posso, faccio risparmiare fatica e tempo! Ma soprattutto adoro inchieste,
approfondimenti e interviste ai “grandi personaggi” che arricchiscono tutti
con le loro parole».
Prima di approdare a Ventiquattrore tv hai lavorato anche per un
periodico, Cose di casa: preferisci la tv alla carta stampata, o un
argomento all'altro?
«Tutt’ora scrivo, sempre per il Gruppo Sole 24 Ore, e dopo
Ventiquattrore.tv
in cui ho totalizzato più di 800 puntate tra
Esperto Risponde ed
Help,
trasmissioni di servizio dedicate a lavoro, famiglia, fisco, pensioni, sono
anche approdata a
Radio 24, un’esperienza che ha dato maggiore
completezza al mio percorso professionale. In cui mi sono misurata, come in tv,
con tempi stretti e sintesi. Ma lasciare andare la penna (in modo figurativo
perché è la tastiera che fa da padrona) è sempre un’emozione, sento che il
lavoro sulla carta stampata è davvero palpabile, concreto. A
Cose di Casa
mi occupavo soprattutto di temi di servizio, ma mi è piaciuto anche ampliare i
miei orizzonti, come sempre».
C'è un sogno nel cassetto di Anna Marino?
«Sì. Continuare a scrivere, libri, articoli, ma soprattutto scrivere parole
utili. E continuare a viaggiare, perché adoro salire su un aereo e farmi
portare via: il viaggio inizia già dall’aeroporto!».
CRONACA IN ROSA
60 anni di voto alle donne di
Tiziana Ambrosi
2 giugno 1946 - 2 giugno 2006. Sessanta anni fa l'Italia si
trovava di fronte al
bivio monarchia o Repubblica. Un
passo decisivo per il futuro del Paese, messo in ginocchio
dai combattimenti. Comincia a farsi strada l'idea che il
bacino dell'
elettorato debba comprendere anche le
donne.
Considerato il ruolo che hanno avuto durante gli anni di
guerra, anche attivamente, diventa
impensabile
continuare ad escluderle dalla vita del Paese.
Ricordiamo solo che il
suffragio universale è stato
introdotto nei maggiori Stati europei - Francia, Germania,
Inghilterra - già all'inizio del '900.
Alle donne italiane tocca nel 1946. Ripercorriamone le
tappe.
Nel gennaio 1945 l'Italia è spaccata in due: a sud il Paese
ormai liberato e il
Governo
Bonomi a pieno regime, al nord l'occupazione tedesca e
la Repubblica di Salò. Con decreto legislativo del
2
febbraio 1945, n.23, viene esteso alle donne il diritto
di voto. Per amor di cronaca, le "donne indicate
nell'art. 354" sono le prostitute. Attenzione comunque,
si parla di
diritto al voto attivo, non passivo.
Pertanto una donna non può essere eletta.
Questa "
dimenticanza" sarà
colmata
solamente l'anno successivo con il decreto n.
74
del 10 marzo 1946.
La storiografia ancora si
domanda
se l'estensione del diritto al voto sia stata una
concessione
ormai necessaria o un effettivo
riconoscimento dei
diritti della donna. Resta comunque il fatto che l'affluenza
femminile alle urne il 2 giugno 1946 fu altissima, quasi
dodici milioni di donne, grazie anche alla propaganda
capillare che arrivò fino alla provincia profonda, come
racconta
Tina
Anselmi in
Storia
di una passione politica (
in
questa pagina è possibile scaricarne alcune pagine in
formato .pdf).
Le
elette alla Costituente furono ventuno, giusto per
capire la portata, pari ad un 3,7% del totale. L'estrazione
politica molto variegata: comunisti, Democrazia Cristiana,
socialisti e liste indipendenti.
I maggiori fautori del voto alle donne furono i
democristiani, mentre i
comunisti si mostrarono più
cauti, perplessi sostanzialmente per l'
influenza che la
Chiesa potesse avere sull'elettorato femminile, il
quale, peraltro, negli anni successivi si dimostrò invece
molto realista e pratico, fino alle leggi su divorzio e
aborto.
Sessanta anni dopo
festeggiamo
la
nostra Repubblica e l'anniversario del diritto al
voto femminile. Considerando che l'
ultimo governo è
composto da
sole sei donne, viene da pensare che
qualche meccanismo si sia arrugginito.
Concludiamo citando il filosofo tedesco
Marcuse: «L'emancipazione
femminile è un fattore decisivo nella costruzione di una
vita qualitativamente migliore».
Peccato si stia ancora a battibeccare sulle "quote
rosa".
CRONACA IN ROSA Le partigiane di
Stefania Trivigno
Pensando al periodo storico della
Resistenza al nazismo,
la nostra mente è spesso proiettata verso le immagini ben
definite presenti sui manuali di storia.
Sono loro, i
partigiani. Figurini in bianco e nero,
alti o bassi, con barba un po’ incolta, cappello in testa,
maniche della camicia arrotolate, mozzicone di sigaretta fra
le labbra, scarpe rotte e lo
sguardo fiero di chi lotta
per la libertà.
E mentre questi signori impugnavano le armi, c’era anche
chi, lontano dai combattimenti, portava avanti la stessa
battaglia, ma in modalità del tutto differenti.
Le
donne nella Resistenza hanno avuto un ruolo
certamente diverso da quello degli uomini, ma non meno
importante e decisivo.
In quegli anni le donne non impugnavano armi, ma da casa
lottavano per
sfamare i bambini, nel silenzio
percorrevano chilometri a piedi per un po’ di farina
barattata con altri generi alimentari. Le donne prestavano
aiuto
ai feriti e proteggevano i disertori, erano spesso
impegnate come
staffette partigiane, affrontavano
fatiche superiori alle loro forze per portare da una parte
all’altra della città non solo messaggi, anche armi.
Queste donne, soprattutto, erano nello stesso tempo mogli e
madri di combattenti cariche delle ansie, preoccupazioni,
timori e angosce proprie di chi resta a casa e spera di
sentir bussare il proprio caro alla porta.
Oltre alle
donne silenziose, ci sono quelle che si
sono fatte sentire: le
donne apuane che combatterono
e vinsero una battaglia importante. Per protestare contro il
bando di evacuazione della città di Carrara, emanato
dagli occupanti il
7 luglio 1944, centinaia di donne
scesero in piazza e per le strade, gridando davanti al
comando tedesco la propria volontà di non sfollare.
Lottarono per sé, per le proprie famiglie, per la propria
comunità, sconfiggendo l’ipotesi di una diaspora senza
futuro.
Del ruolo delle donne nella Resistenza se ne è parlato in
modo approfondito durante l’incontro
Il coraggio
delle donne nella resistenza, a cura di
FIAP
Lazio e del
Circolo
giustizia e libertà.
L’incontro si è tenuto a Roma lo scorso 27 aprile presso
la Sala multimediale della
Casa
della Memoria e della Storia.
Sono stati proiettati due filmati,
Schegge di vita
e
Le radici delle Resistenza, e ascoltate
testimonianze di donne che hanno raccontato le proprie
sensazioni nel momento della partecipazione al pericolo, il
freddo delle montagne o il silenzio dei coprifuochi, le
violenze viste o subite, le loro compagne perdute. Il tutto
senza retorica e senza mitizzazione. Infatti
la modestia
e la riservatezza dei caratteri di queste donne dà il
senso della loro
dedizione verso gli altri, ma anche
della loro passione per una causa vissuta come fondamentale
per la dignità.
L'incontro è stato il primo di una lunga serie perché la
società prenda coscienza che le scelte di vita, le prove di
coraggio, la capacità di sacrificio da parte delle donne
sono su un livello di assoluta parità con gli uomini.
FORMAT
MEDIA & MINORI Informazione, pubblicità e spettacolo di
Serenella Medori
Informare ed essere informati, nel terzo millennio, è
divenuto un
must: non si può non sapere.
Bisogna
sapere un po’ di tutto. La storia del mondo la
raccontano i
Tg e i programmi di
approfondimento,
la storia del costume la raccontano i filmati pubblicitari e
gli
spettacoli che hanno sempre più protagonisti
scelti tra la gente comune.
La
gente comune? Ma chi è? Non possiamo più parlare
di casalinghe perché gli spot e la moda in tv hanno
insegnato loro a vestire Cavalli. Non possiamo più pensare
al
metalmeccanico
di Lina Wertmüller, sicuramente anche lui ha la sua cintura
firmata e il suo profumo D&G. Ovunque ci sia una tv è
arrivata un’opportunità di vedere e
confrontare gusti,
esigenze e stili di vita diversi.
Il Tg, pur con l’accusa di deformare il vero, affronta la
realtà, la riprende e la narra. Gli
spettacoli
televisivi sono ora delle
vetrine che mostrano la
cosiddetta
gente comune con la sua realtà. La
pubblicità
invece
può creare la realtà. Anche se questo, in
verità, sarebbe il risultato estremo.
Torniamo indietro. Fino a 25 anni fa gli italiani guardavano
ancora con sospetto gli
spot. Erano percepiti come un
bieco e subdolo tentativo di spingere al consumismo. Oggi
sono diventati un
gioco. Gli spettatori tengono
d’occhio i prodotti ma soprattutto il contesto in cui
vengono collocati. Così nasce anche la
critica comune
sul contenuto degli spot, una critica
consapevole
della differenza che esiste tra prodotto e storia narrata,
tra prodotto e ambientazione.
Le storie banali o non credibili vengono ormai bollate. Fu
così che il buon
Mulino
Bianco scoprì di fare biscotti amati dai consumatori,
ma
spot
ridicoli. Sotto accusa era la famigliola, la tavola
apparecchiata, le tazze, i piattini ciascuno al posto
giusto, del colore giusto ma all’ora sbagliata! Nessuno
imbandisce la tavola alle 7.30 del mattino: tutti a
quell’ora sono già in strada diretti a scuola o a lavoro.
I ritmi sono frenetici, e allora è nata
Alicia,
una caffettiera che viene preparata la sera con un timer che
la accende all’alba del giorno dopo. C’è chi la
posiziona direttamente sul comodino e non c’è neanche più
il bisogno di alzarsi dal letto, altro che culto della
colazione! E se è dunque vero che i biscotti vanno in
controtendenza, il
caffè non solo non lo fa ma
crea
una nuova realtà, impensabile prima dell’avvento di
Alicia. A meno di non dormire in cucina.
(9-continua)
FORMAT
Il Codice: un vero fenomeno
mediatico di
Nicola Pistoia
Due libri straordinari a confronto. Due visioni
diverse della storia. Due verità messe in
discussione l’una dall’altra. Da una parte la Bibbia,
il libro più venduto della storia, dall’altra il Codice
Da Vinci, il secondo romanzo più venduto al mondo.
Il primo esiste da sempre. Il secondo, in solo tre anni, ha
venduto oltre 43 milioni di copie e si propone di
scalfire le fondamenta religiose della vita cristiana, di
cui il primo è la base. Un turbinio di emozioni
controverse, di dogmi falliti e di espressioni
ambigue.
Tutto questo ha accompagnato e accompagnerà ancora la
clamorosa opera di Dan Brown, che ha suscitato
l’interesse mondiale e che ora è approdata anche sui
grandi schermi nonostante la dura opposizione della
Chiesa.
E chi ancora non avesse compreso l’importanza degli
argomenti trattati e le inevitabili conseguenze che essi
hanno scatenato, non potrà perdersi l’appuntamento con Giovanni
Minoli, direttore di Rai
Educational e già conduttore de La storia siamo noi,
il 5 giugno alle 23.40 su Rai3.
Il giornalista avrà l’arduo compito di mettere a
confronto le ipotesi inquietanti riportate nel Codice
con quelle storiche e ufficiali della religione. Il
dibattito sarà animato da una controffensiva molto
motivata, caratterizzata da ospiti illustri come Massimo
Introvigne e il biblista Jean Noel Alessi.
Tutti insieme per cercare di "decodificare"
la figura di Gesù e la sua misteriosa vita. Una caccia
al tesoro che continua a entusiasmare lettori e
telespettatori, lasciandoli come "color che son
sospesi" tra la consapevolezza che sia solo pura
immaginazione e il dubbio che, forse, in fondo qualcosa
di vero ci sia.
FORMAT
Voci alla ribalta
di
Giuseppe Bosso
Fanno parte di quel
piccolo grande mondo del “dietro le
quinte”; di tutto quell’universo che il pubblico,
impegnato ad ammirare i
grandi divi del piccolo e
grande schermo, non conosce. Eppure sono anche loro
componente essenziale del successo di un film o di un
serial.
Grandi voci per grandi volti, questo potrebbe essere
lo slogan dei
doppiatori italiani; dai grandi
pionieri del passato (Renato Izzo, Emilio Cigoli, Pino
Locchi tra i tanti), alle "voci" di oggi, questa
professione
ha sempre avuto grandi protagonisti che hanno aggiunto quel
tocco
in più, che ha contribuito ad affermare nel nostro
Paese opere e personaggi d’oltreconfine.
E poi, non bisogna dimenticarlo, questa è anche un’ottima
scuola da cui sono usciti
grandi artisti della
nostra epoca:
Alberto Sordi,
Nino Manfredi,
Mariangela
Melato,
Giancarlo Giannini,
Gigi Proietti
(sua l’indimenticabile «Adrianaaaa!» del primo
Rocky,
che poi nei successivi capitoli della grande saga avrebbe
“parlato” italiano grazie al compianto
Ferruccio
Amendola). Grandi nomi dello spettacolo che hanno
cominciato proprio così, in una
sala di doppiaggio a
“prestare” la voce a questo o a quel divo straniero.
Una professione
affascinante, ammirata, come dimostra
il
sito
di Antonio Genna, grande banca dati della rete, ma anche,
spesso,
non adeguatamente apprezzata da quello show
business che vorrebbe mantenerla costantemente
relegata
ai piani bassi, alla
periferia dello
star system,
tanto che negli anni non sono mancate
agitazioni di
matrice sindacale per protestare contro questo
atteggiamento.
Del resto, come detto, non sono pochi quelli che hanno fatto
il grande salto dal chiuso delle sale doppiaggio: qualche
nome?
Luca
Ward, veterano del mestiere, che da qualche anno è
anche un volto familiare al pubblico della grande fiction
(da
Centovetrine a
Elisa di Rivombrosa),
Giorgio
Borghetti, protagonista della fiction
Carabinieri
e all’inizio degli anni ’80 voce del bambino
protagonista di un
cult come
E.T.; e infine
un'affermata regista come
Simona
Izzo, primogenita di una delle tante grandi
dinastie
che si sono formate negli anni.
ELZEVIRO A proposito di donne di
Antonella Lombardi
«
Viaggiare è come provarsi diverse vite per vedere
quale ti stia meglio. A volte ti fa male, ti stringe
come stringono un paio di scarpe a chi è abituato a
camminare scalzo. Altre volte, le esperienze vissute durante
il viaggio sono come un cappotto che ti sta grande (…). Un
bel cappotto troppo grande non ti rende elegante ma ridicolo».
Scrive così
José Ovejero, nell’incipit del suo
romanzo
Donne che viaggiano da sole, pubblicato da
Voland.
Una serie di
racconti sul tema del viaggio visto con
gli occhi di
undici donne diverse, in luoghi
immaginati o realmente visitati.
C’è la scienziata austriaca che si reca in Pakistan per
certificare l’autenticità di una mummia, la giovane
senegalese che si imbarca su una carretta del mare verso un
paese sconosciuto, forse inesistente… Tutte hanno voglia
di gettarsi il passato alle spalle in cambio di una nuova
possibilità, magari di un paradiso perduto. E ogni storia
è segnata da quel
desiderio di evasione in cui
ciascuno può ritrovarsi; ma a volte il luogo e l’incontro
sognato non bastano a trasformare la propria vita.
Una riflessione sul “
perché la gente viaggia”:
«Come espiazione?(…) Per convincersi di poter rinunciare
alle ricchezze e ai lussi?», come si chiede la protagonista
di uno dei racconti. Ma anche un
punto di vista inedito
sulle donne che viaggiano sole: «Viaggiate sempre da
sole? Il silenzio che segue la mia domanda rimbomba come una
cannonata. Viaggiamo insieme. Sì, d’accordo, volevo
dire… Vuole dire senza un uomo. Diecimila donne che
viaggiano insieme secondo lui sarebbero da sole».
Un libro che
rompe gli stereotipi più comuni sull’idea
del viaggio e spiazza il lettore con risvolti inusuali.
Dalla stessa casa editrice
Voland,
Acido solforico, il nuovo romanzo di
Amélie
Nothomb che in Francia ha fatto molto discutere. Una
critica
corrosiva e spietata nei confronti dell’
invadenza
dei mass media.
Per le strade di Parigi si aggira una troupe televisiva
inviata a reclutare i concorrenti per un
nuovo reality
show dall’inequivocabile nome
Concentramento,
basato su regole che ricordano il momento più orribile
della storia dell'umanità.
I concorrenti, sottoposti a intollerabili umiliazioni, sono
divisi tra
Kapò e
prigionieri. La vita di
tutti si svolge sotto l’
occhio vigile delle telecamere
e il momento di massima audience arriva quando i
telespettatori decidono l'eliminazione - esecuzione dallo
show di un concorrente attraverso il televoto.
Gli strali della scrittrice, da sempre al centro di
polemiche, colpiscono questa volta, con meno leggerezza
ironica e più disgusto, una società in cui la sofferenza
diventa spettacolo: «
Venne il momento in cui la
sofferenza altrui non li sfamò più: ne pretesero lo
spettacolo. Per essere fermati non serviva alcun
requisito (…) L’unico criterio era l’appartenenza al
genere umano».
Paradossale, inquietante,
avvincente, inchioda
il lettore fino all’ultima pagina, nel tentativo di
scoprire come evolverà una
relazione intensa e
sbilanciata come quella tra
vittime e carnefici.
DONNE Donne al governo di
Erica Savazzi
Solo
sei su ventisei le donne del
governo
Prodi. Francamente
ci aspettavamo di più, dopo le
promesse post-elettorali e le discussioni sulle quote rosa.
Cambiano le maggioranze ma i
problemi rimangono:
uomini che non vogliono lasciare la poltrona, onorevoli che
fanno la voce grossa per ottenere questo o quel ministero,
salti mortali per cercare di mettere tutti d’accordo. E
alla fine chi urla di meno ha sempre la peggio.
A urlare di meno sono le donne,
assenti in campagna
elettorale, scomparse quando si discuteva
sull’assegnazione degli incarichi. Nessuna che abbia
puntato i piedi, e se qualche discussione si è aperta –
vedi il caso di Emma Bonino – è perché un collega
maschio ha voluto rivendicare una nomina.
Tutto sommato
è andata ancora bene: sei donne
ministro contro le due (Moratti e Prestigiacomo) del governo
Berlusconi. Solo una con portafoglio,
Livia
Turco alla Sanità, tre assegnate a ministeri
“femminili”,
Rosy
Bindi alla Famiglia,
Barbara
Pollastrini alle Pari opportunità,
Giovanna
Melandri alle Politiche giovanili e sport. E poi
Linda
Lanzillotta agli Affari regionali e
Emma
Bonino alle Politiche comunitarie con delega al
Commercio estero. Tre di loro hanno già fatto parte della
compagine di governo del 1996.
Ancora una volta le donne si sono dovute
accontentare:
sei ministeri al posto degli otto promessi, solo uno
strategico (la Salute). Non che gli altri siano inutili,
anzi si spera che la presenza femminile possa portare
ventate
di innovazione, per esempio nel campo della famiglia e
delle pari opportunità, però resta un po’ d’amaro in
bocca. Ci voleva
più coraggio, ci voleva un segnale
più evidente per una società che le donne tende ad
allontanarle e discriminarle.
D’altra parte, rispetto ad alcuni colleghi maschi poi
diventati ministri, le
donne hanno dimostrato
molta
più educazione: niente risse, niente pretese, niente
urla e minacce.
E a chi dice che Rosy Bindi non dovrebbe gestire il
ministero della Famiglia perché, secondo lui, lesbica,
diciamo in tutta sincerità che
dalle donne dovrebbe
prendere
esempio e imparare l’educazione, perché non è
tollerabile che un parlamentare – che rappresenta tutti i
cittadini – scenda a così bassi livelli.
Con certi uomini in libertà è già un miracolo che le
donne al governo siano sei.
DONNE Nilde, 53 anni in Parlamento di
Erica Savazzi
Il 2 giugno si celebrano i sessant’anni dalle prime
elezioni dell’Italia liberata dal fascismo, quando si
scelse la Repubblica e venne eletta l’Assemblea
Costituente. Ventuno donne entrarono a far parte dei
delegati scelti per scrivere il nuovo ordinamento dello
Stato, e
Leonilde Iotti, detta
Nilde, fu una
di quelle.
Era giovanissima allora, appena
ventiseienne, ma
aveva già alle spalle molte esperienze. Seguendo le orme
del padre, morto nel ’34, allo scoppiare della Seconda
Guerra Mondiale si iscrisse al
Partito Comunista.
Partecipò alla
Resistenza svolgendo il ruolo di
porta-ordini: era cioè la postina dei partigiani, compito
pericoloso e importantissimo. Nella sua città, Reggio
Emilia, divenne responsabile dei
Gruppi di Difesa della
Donna – organizzazione che mobilitava le donne allo
scopo di aiutare i combattenti anti-fascisti trovando generi
di prima necessità, preparando rifugi, nascondendo armi.
Laureata in Lettere all’Università Cattolica di Milano
grazie ai sacrifici dei genitori – la famiglia era in
condizioni economiche precarie – venne chiamata a far
parte della “
Commissione dei 75” che doveva
redigere
la
Costituzione.
Ricorderà questa esperienza come «la più grande scuola
politica, a cui abbia mai avuto occasione di partecipare».
Da allora Nilde Iotti fu
rieletta a ogni legislatura,
fino alle sue dimissioni da parlamentare nel settembre 1999,
preludio alla sua scomparsa.
È ricordata per essere stata le
prima donna a presiedere
la Camera dei Deputati: e lo fece ininterrottamente
dal
1978 al 1992, una permanenza da record sullo scranno più
alto di Montecitorio.
Nel suo lavoro di parlamentare fu
innovatrice e
precorritrice di tematiche oggi più che mai attuali. Si
batté per ottenere il riconoscimento dei
diritti delle
donne – allora le donne era completamente sottoposte
al padre o al marito -, per l’
uguaglianza nel
diritto al lavoro, per l’uguaglianza giuridica dei
coniugi, per la legge sul
divorzio e sull’
aborto.
Nella sua
Relazione sulla Famiglia del 1946
scrive: «Dal momento che alla donna è stata riconosciuta,
in campo politico, piena eguaglianza, ne consegue che la
donna stessa dovrà essere emancipata dalle condizioni di
arretratezza e di inferiorità in tutti i campi della vita
sociale e restituita ad una posizione giuridica tale da non
menomare la sua personalità e la sua dignità di cittadina».
Quando viene chiamata alla presidenza della Camera
invoca
anche la necessità di
riforme costituzionali che
eliminino il bicameralismo perfetto, diminuiscano il numero
dei parlamentari e introducano un ruolo più forte delle
Regioni.
Innovatrice e scandalosa allo stesso tempo: fu ufficialmente
riconosciuta come “
compagna” di un uomo. L’uomo
in questione era
Palmiro
Togliatti, leader comunista trent'anni più vecchio e
per di più già sposato. Si erano conosciuti in ascensore,
alla Camera: fu una storia d’amore
disdicevole, per
l’Italia di allora, osteggiata anche dai colleghi di
partito.
Adottarono una bambina, il cui padre era
morto per difendere la fabbrica in cui lavorava, consentendo
a Nilde di avere la figlia che altrimenti non sarebbe mai
arrivata.
Fu sempre
equilibrata,
sobria,
elegante,
convinta che «il Parlamento, non può e non deve essere
superato dai tempi. Nel senso che il Parlamento diventi
iniziativa, stimolo, confronto e incontro delle volontà
politiche del Paese». Il presidente Napolitano, nel suo
discorso
di insediamento, l’ha ricordata come
esempio delle
«formidabili risorse delle energie femminili».
TELEGIORNALISTI
Andrea Mantovani, giornalista e
allenatore di
Mario Basile
E' stato il primo giornalista - allenatore nel Veneto. Ex
calciatore,
Andrea Mantovani ha iniziato la carriera
giornalistica pochi anni fa, dopo aver appeso le scarpette
al chiodo. Oggi è uno dei volti di
Pianeta Donna Sport:
il primo talk-show tutto dedicato al calcio femminile.
Come ha iniziato a fare il giornalista?
«A dire la verità il fatto di fare il giornalista non era
assolutamente contemplato nei miei progetti presenti e
futuri, ma, come tutte le cose migliori della mia vita, è
capitato per caso. Sono una persona che crede nel destino,
anche se qualche volta bisogna dargli una mano».
Qual è il tipo di giornalismo che predilige?
«Naturalmente quello sportivo, anche se scrivo anche di
cronaca in alcune testate. Sono una persona che ama mettersi
continuamente in discussione. Esempio: mi sono messo in
testa di diventare il primo giornalista allenatore in tutto
il Veneto. Caparbio come sono, dopo due mesi di estenuante
corso, assieme anche ad ex professionisti del calcio, ci
sono riuscito: sono anche un allenatore patentato».
Lei è uno degli ideatori della trasmissione Pianeta
Donna Sport. Cosa vi ha spinto a realizzare un programma
interamente dedicato al calcio femminile?
«Si, sono uno degli ideatori. L'altro, lo sottolineo, è
Ivan Bertani, mio socio ed amico in questa avventura. Per
quanto riguarda la molla che ci ha traghettato in questo
mondo, per prima cosa, la caparbietà di Bertani ad
insistere su questo movimento: io ci ho solo messo il mio
dinamismo, e naturalmente la mia competenza. Poi il fatto
che questo calcio è una realtà che deve crescere e quindi
vogliamo prenderla per mano e diventare grandi assieme.
Inoltre questo movimento è puro ed incontaminato da falsità
e pregiudizi. E questo non è cosa da poco».
...soprattutto in questo momento. Nonostante vada in onda
da pochi mesi, Pianeta Donna Sport ha raggiunto in
poco tempo buonissimi ascolti. Da dove nasce questo
successo?
«Non vorrei essere banale, ma la cosa nasce dall'impegno di
tutti e dal fatto che pensiamo di essere i primi ed unici a
dedicarci così integralmente al calcio femminile italiano
di A, B e C».
Infatti la vostra trasmissione è l’unica nel panorama
nazionale che dia piena visibilità al calcio femminile.
Secondo lei perché programmi di questo tipo non trovano
spazio anche sulle maggiori reti nazionali?
«Penso che sia una questione di mentalità e di mass media.
Più visibilità porta più sponsor. E’ una ruota che gira
dalla notte dei tempi. In Germania, come nel Nord Europa, il
calcio femminile è molto visto, più conosciuto. Un giorno
forse ci avvicineremo, ma vedo ancora lontano il fatto di
diventare come loro».
Cosa manca, oltre alla visibilità, al calcio femminile
per fare un decisivo salto di qualità ed affermarsi
definitivamente tra gli sport più seguiti in Italia?
«Tanta visibilità, tanti sponsor e tanti soldi per
promuovere il marchio “calcio femminile”. Questo a mio
avviso è il flusso necessario per ottenere i risultati. Ma
prima di tutto manca l'unità tra le società. Devono creare
un gruppo dirigenziale solido che si faccia sentire nei
piani alti con una programmazione marketing ben pianificata
e concreta. L'unità dà la forza!».
C’è qualche aneddoto della sua carriera che ricorda
con maggiore affetto?
«La mia vita è tutta un aneddoto. Sto conquistando spazio
a livello cartaceo e televisivo, però sono triste ed un
po’ arrabbiato perché più vai avanti e più ti accorgi
di amici di circostanza e magari di altri che hai lasciato e
pensandoci bene erano persone veramente sincere nei tuoi
confronti».
Ha avuto dei modelli di giornalismo?
«Brera era il giornalista più colto del giornalismo
sportivo italiano del ‘900. Sono cresciuto con le sue
massime ed il suo modo, a dir poco sarcastico, di eludere
con battute il problema e poi spalmarlo in maniera semplice
per poi tramutarlo in notizia alla portata di tutti».
Un consiglio ai tanti ragazzi che vogliono intraprendere
la carriera giornalistica.
«Beh, sono un ragazzo anche io dall’alto dei miei 34
anni. A parte gli scherzi, io credo che i giovani siano
privi della cultura del “farsi le ossa”: vogliono tutto
e subito. Non fanno la dovuta gavetta e ancor peggio non
provano o non hanno provato sulle spalle l’argomento in
questione, proiettandosi nel mondo del lavoro senza
preparazione adeguata. Nel mio caso sono un giornalista
sportivo ed ho giocato fino a 31 anni, poi le circostanze
come ho detto mi hanno portato a fare il giornalista.
Consigli ai giovani? Andate avanti a testa bassa, ponetevi
degli obiettivi, uno alla volta, non dieci di fila e piano
piano vi costruirete un regno di cultura e praticità. Altro
consiglio, ascoltate tutti e tutto, magari dandogli anche
ragione, poi fate quello che volete. Ma attenzione: appena
diventerete qualcuno subirete una serie di ingiurie e
diffamazioni impressionanti, il tutto perché state
lasciando il segno. Non preoccupatevi, fa parte del gioco,
ve lo dice Andrea Mantovani».
OLIMPIA
Lube, la vittoria più bella di
Mario Basile
C’era una volta il tempo in cui nel calcio anche le
piccole
squadre potevano diventare
grandi e vincere.
Nessuno ha dimenticato le
favole tricolori di
Cagliari
e
Verona,
così come le
vittorie in campo nazionale ed europeo
di
Napoli
e
Sampdoria.
Negli anni il mondo del pallone è cambiato: vincono solo i
più
potenti e non c’è posto per le
outsider
nell’olimpo del calcio italiano.
Fortunatamente negli altri sport i
sogni possono
ancora realizzarsi. La conferma arriva dalla
pallavolo,
dove la
Lube
Macerata si è laureata
Campione d’Italia per
la prima volta nella sua storia. In sessantuno anni
nessuna
squadra di volley marchigiana era riuscita in
quest’impresa.
La storia della
Lube inizia
sedici anni fa.
All’epoca parlare di scudetto era pura follia, ma la
squadra è forte, e dopo
cinque anni arriva nella
massima serie. Il
2000 è l’anno della svolta.
Approda a Macerata
Ivan
Miljkovic, fresco
campione olimpico a Sidney con
la Jugoslavia.
Con il serbo la squadra fa il
salto di qualità ed
ottiene le prime vittorie. Macerata conquista in cinque anni
due
Coppe Italia, due
Coppe CEV e la
Coppa
dei Campioni. Il tricolore però è ancora un
tabù
da sfatare. Tanto che arriva anche l’impietoso paragone
con l’
Inter:
si spende tanto, si vince poco e si cambia con troppa
frenesia.
Quest’estate il patron
Sileoni decide di
cambiare
rotta. Individua nel tecnico
Fefé
De Giorgi, autore l’anno prima di un ottimo campionato
alla guida di
Perugia, l’uomo giusto per condurre
la squadra allo scudetto e lo ingaggia. Il progetto è
triennale:
cambiare spesso e investire tanto è una tattica che ha
fallito. Invece i risultati gli danno ragione subito. La
Lube, benché colpita dalla
tragica
scomparsa del nuovo acquisto Golas, domina la
regular
season e vince la
terza Coppa CEV della sua
storia.
Ai playoff i biancorossi arrivano alla finale contro i
campioni
in carica della
Sisley
Treviso.
Dopo quattro gare il punteggio è di perfetta parità: 2-2.
L’ultima gara è da brividi: chi vince è Campione
d’Italia. Trascinata da uno strepitoso
Miljkovic la
Lube supera la Sisley con un secco
tre a zero e fa
esplodere i
tredicimila spettatori presenti al Bpa
Palas di Pesaro.
A fine gara il tecnico
De Giorgi ha voluto dividere
con tutti, ma soprattutto coi giocatori, i meriti
dell’impresa: «Da soli non si può fare niente. Il merito
è di tutti, in particolar modo dei giocatori. E’ una
squadra che ha dimostrato una grande voglia di migliorare.
Tutti hanno lottato e hanno fatto la loro parte».
Non a caso la sua Lube era stata definita una
squadra
operaia che sa fare gruppo. D’ora in avanti sarà
ricordata come una
squadra operaia che ha scritto la
storia.
EDITORIALE Autogol dell’informazione di
Silvia Grassetti
In un momento storico che si presta volentieri alle
metafore
calcistiche – cominciando dalle cacofoniche
espressioni “calciopoli” e “piedi puliti”, parlare
di autogol dell’informazione è di certo ridondante. Ma
efficace.
Citiamo solo di passaggio le molte
intercettazioni
pubblicate prima del tempo, che se fanno sensazione, non
siamo certi facciano anche informazione – per fortuna,
personaggi del calibro di Francesco Saverio Borrelli
renderanno un buon servizio agli italiani tutti. Le citiamo
soltanto, perché altre
brutte figure del giornalismo
ci hanno fatto arrossire, negli ultimi giorni. E forse è il
caso di rifletterci un po’ su.
Erika
De Nardo, la famosa matricida, una decina di giorni fa
ha giocato una partita di
pallavolo. Qualcuno è
riuscito a non sbirciare la ragazza, ripresa da telecamere e
fotocamere sul bordo del campo, sigaretta tra le dita, che
sorrideva e scherzava con le sue “amiche”?
Diciamocelo: se nessuno ci avesse informato che la De Nardo
aveva giocato a pallavolo, saremmo stati in qualche senso
defraudati del nostro diritto alla
notizia?
Il
mea culpa del giorno dopo, che ha accomunato la
gran parte dei mass media, ha il sapore delle lacrime del
proverbiale coccodrillo.
Prima pubblichiamo le foto e
alziamo la tiratura. Aumentiamo lo share.
Dopo
cospargiamoci il capo di cenere.
Ma una figuraccia non bastava. Sentivamo il bisogno di dare
risonanza al patetico tentativo della Banelli di passare,
una volta di più, per una
collaboratrice di
giustizia
strategica. La brigatista rossa, pentita
fuori tempo massimo, le cui dichiarazioni sono arrivate
puntualmente
con un
sospetto momento di ritardo rispetto ai
riscontri degli investigatori, ma che ha potuto fin da
subito usufruire dei benefici di legge, pochi giorni fa ha
ribadito:
due
basisti delle ex BR sarebbero ancora a piede libero.
Non è chiaro se grazie alla collaborazione della Banelli si
riuscirebbe a localizzarli, e di certo è positivo tenere la
guardia alzata. Ma quella che è
passata per ultim’ora
è notizia
vecchia di due anni. Troviamo deludente
che gli organi di informazione abbiano sguinzagliato gli
strilloni a urlare
allarmi. Specialmente perché la
compagna So qualcosa da guadagnare, a sembrare ancora un
teste strategico, ce l’ha.
Non è troppo chiedere a chi per mestiere informa di
far
nascere un dubbio nelle coscienze dei lettori, degli
spettatori. E che sia un dubbio con una funzione:
far
riflettere. Dobbiamo informare.
Altro che far vendere una copia in più.