Archivio
Telegiornaliste anno II N. 22 (54) del 5 giugno 2006
MONITOR
Cristina Parodi, Miss Eleganza di
Nicola
Pistoia
«Il
Tg5 ha perso uno spazio informativo quotidiano di un ora e mezza che
poteva essere riempito di argomenti più di sostanza». Così
Cristina
Parodi riassume con brevità ed efficacia il passaggio di
Verissimo,
rotocalco della testata giornalistica, a Videonews.
E prosegue: «L'unica sconfitta in questa vicenda televisiva è del
Tg5.
Il
Verissimo di oggi è un altro programma rispetto al mio, non si
possono certo fare paragoni, ma io – continua Cristina - non mi sono
assolutamente pentita della mia scelta. Certo quando qualcuno, come te, mi dice
che sente la mia mancanza a
Verissimo mi fa piacere, ma nulla tolgo alla
professionalità di Paola Perego che ha una storia professionale diversa dalla
mia e che per questo è adatta a fare un programma più di intrattenimento e
meno di informazione».
E dopo la “perdita" di Verissimo, anche le dimissioni
di Lamberto Sposini…
«L’abbandono del tg da parte di Sposini è stato sicuramente una grave
perdita. Sposini rappresenta un pezzo di storia del
Tg5 avendolo fondato
nel 1992 con Mentana e Mimun. Evidentemente la frattura che si era creata con il
direttore era insanabile. Ma questo non modifica la linea editoriale del tg
diretto da Rossella e coadiuvato da altri validissimi vice direttori».
Cristina Parodi ha un’eleganza tutta sua, che esprime con naturalezza anche
quando, invece di intervistare, è lei a trovarsi dall’altra parte del
“microfono”.
C'è chi la definisce, insieme a
Didi
Leoni, una delle giornaliste più raffinate della tv. «Non mi imbarazzo –
ci dice - anzi mi fa molto piacere ricevere complimenti educati e rispettosi».
Essere tra le telegiornaliste più amate d'Italia le fa «un gran piacere, ma è
il pubblico che deve esprimersi sul gradimento. Io ce la metto tutta a fare il
mio lavoro nel migliore dei modi, sono una persona molto critica con se stessa.
Non mi rivedo mai in tv perché non faccio altro che trovarmi difetti. Se invece
i telespettatori e i dati di ascolto rivelano apprezzamenti nei miei confronti
non posso che ringraziare e cercare, proprio per questo, di fare ancora meglio».
Cristina, chi tra le tue colleghe, anche di altri tg, apprezzi di più?
«Se ti riferisci alle conduttrici trovo che siano tutte molto brave e
professionali. Ognuna ha un modo ed uno stile suo di porgere le notizie e di
presentarsi al pubblico. Preferisco di base chi non usa il gobbo elettronico per
leggere le notizie e ha un approccio più naturale con il pubblico».
E' stato difficile tornare ad adattarsi ai ritmi del tg, dopo tante edizioni
di Verissimo?
«E' stato in realtà più facile del previsto, anche se è molto diversa la
conduzione di un tg da un rotocalco pomeridiano. Per me è stato molto
interessante negli anni di
Verissimo provare a creare un linguaggio e una
comunicazione che fosse sia giornalistica ma anche colloquiale e amichevole,
adatta al pubblico pomeridiano, così come è stato bello riprendere invece lo
stile decisamente più sobrio e autorevole del telegiornale delle 20.00».
Come hai iniziato ad appassionarti al giornalismo?
«Ho iniziato come spesso succede collaborando con il quotidiano della mia città,
che è Alessandria. Il giornale si chiama
Il Piccolo e io scrivevo ogni
tanto durante il Liceo Classico. Poi, essendo un’appassionata di tennis e una
ex tennista (fino a 18 anni giocavo a livello agonistico), lavoravo per alcune
riviste specializzate come
Match Ball o
Tennis Italiano, fino a
quando iniziai a lavorare ad Odeon Tv in un programma di calcio. Credo che la
palestra del giornalismo sportivo sia stata molto importante, oltre che
divertente, perché il pubblico che segue lo sport è esigentissimo e molto
attento. Ma il calcio non era esattamente la mia passione e così quando arrivai
a Mediaset (allora era ancora Fininvest), dopo un anno di redazione sportiva,
passai alle news prima con Emilio fede e poi, con l’arrivo di Mentana, al
Tg5.
C’è un servizio, un personaggio o un’intervista che ricordi ancora con
partecipazione?
«Ricordo con grande piacere un incontro informale con Lady Diana durante una
sua visita in Italia. Ebbi l'onore, insieme a pochi altri, di poterle rivolgere
alcune domande e di quella conversazione mi rimane ancora in mente la dolcezza
ma anche la tristezza della principessa del Galles, soprattutto quando le chiesi
se riusciva a passare molto tempo con i suoi figli e lei mi rispose di no.
L'altra persona che ricordo con grande emozione è Papa Giovanni Paolo II, che
ebbi modo di incontrare più volte durante la preparazione dei concerti di Natale in Vaticano, ma che una volta durante
un'udienza privata prese in braccio mia figlia Benedetta, che allora aveva un
anno, e le diede un bacio».
Sei mamma di tre bambini - nettamente sopra la media delle donne italiane;
eppure sembra difficile conciliare lavoro e famiglia, come ci hanno raccontato Maria
Luisa Busi, Karina
Laterza e Adriana
Pannitteri: qual è la ricetta giusta per le donne di oggi?
«E' difficile per me come per tutte le donne che lavorano. Bisogna avere grande
energia e forza di volontà per far quadrare la vita professionale (se è molto
intensa) e quella famigliare. E soprattutto bisogna avere o i nonni molto
disponibili o i mezzi economici per avere un aiuto in casa. E questo purtroppo
non tutte le donne se lo possono permettere».
Che consiglio daresti a chi volesse intraprendere la professione di
giornalista?
«Difficile dare consigli. Il giornalismo è un mestiere che richiede passione,
disponibilità e grande curiosità. Sempre più giovani vogliono intraprendere
questa carriera e utilizzano scuole di formazione che aiutano poi ad inserirsi
in una redazione. Per chi non ha la fortuna di fare questa strada l'unico modo
è insistere iniziando dal basso, dai giornali o dalle televisioni private,
dalle realtà più piccole per fare gavetta prima di tentare il grande salto. L'unico consiglio è non scoraggiarsi subito se gli
inizi danno poca soddisfazione. Come per ogni cosa, bisogna crederci. In bocca
al lupo a tutti».
CRONACA IN ROSA
Un odio secolare di
Stefania Trivigno
Sono passati
cinquant’anni da quando gli alleati
liberarono i prigionieri dei nazisti dai campi di
concentramento.
Allora, incomprensibili seppur ben spiegate motivazioni
razziali spinsero
Hitler e seguaci a rinchiudere,
sfruttare, sfinire, logorare e infine
sterminare milioni
di ebrei.
Quella lunga e dolorosa parentesi storica, però, non può
dirsi ancora definitivamente chiusa: in molti Paesi ci sono
e – considerando l’andazzo – continueranno a esserci
dei burattini che pensano e agiscono in nome e per conto di
una ideologia che sconfina nel più brutale odio verso il
prossimo, visto con ostilità, come un
nemico da
combattere e vincere.
Per i neonazisti il nemico è rappresentato dagli stranieri
presenti nel proprio Paese. Per lavoro, per studio o in
vacanza, non fa differenza. Lo straniero è diverso e rimarrà
tale anche dopo esser passato a miglior vita.
Profanazione di cimiteri ebraici,
violenze
gratuite per chi ha il colore della pelle più scuro e i
lineamenti del viso non europei. E per di più tali
manifestazioni di odio si sono talmente radicate nelle
società che l’opinione pubblica e le forze dell’ordine
non stentano a credere a chiunque sporga denuncia per una
aggressione razzista.
Poi magari, si scopre che uno squilibrato, per non si sa
quale ragione, ha inventato tutto.
Fra due settimane ci sarà il
fischio di inizio dei
Mondiali di calcio e quest’anno tocca alla
Germania
ospitare le nazionali del mondo.
C’è chi sostiene che questa volta non sarà come le
precedenti perché, oltre all’allarme terrorismo, ci
saranno anche squadroni di nazisti, che si sono dichiarati
pronti a minacciare il sereno svolgimento delle gare.
Si auspica, invece, che
Germania
2006 venga ricordato non per l’idiozia di qualcuno, né
per la credulità di qualche altro, ma come una grande
competizione i cui protagonisti siano lo sport e quel po’
di sano patriottismo che non nuoce, ma unisce.
CRONACA IN ROSA Quattro passi nel deserto
di
Tiziana Ambrosi
È strano vedere un
imprenditore, laureato in
Economia e Commercio,
correre nel deserto. Anzi
4
deserti, dal nome della manifestazione organizzata da
Racing
the Planet, che consiste nell'
attraversamento dei
quattro deserti più
estremi del mondo: il
Gobi
in Cina, l'
Atacama
in Cile, il
Sahara
in Egitto, e per finire l'
Antartide.
Tra i luoghi più caldi, ventosi, aridi e freddi del nostro
pianeta.
La maratona prevede gare da 250 chilometri per un totale di
mille. Da fare in assoluta autonomia.
L'imprenditore di cui parliamo è l'
italiano - e più
precisamente lombardo -
Francesco
Galanzino, la cui
vita
è sempre stata
centrata sull'ambiente e sulla natura.
Dopo anni passati a praticare sport relativamente estremi,
come lui stesso afferma, ora è venuto il momento di «inanellare
una sorta di "Grande Slam" dei Deserti; un
sogno
fantastico che ho deciso di chiamare "Il Milione"».
Il
Milione,
che oltre a richiamare il magico viaggio di
Marco Polo
in Oriente è anche il
numero simbolico di passi
compiuti per portare a termine le quattro gare: mille
chilometri, per ogni chilometro mille passi, in totale un
milione di passi. Tempo previsto otto mesi, partendo dal
deserto del Gobi e arrivando a dicembre in Antartide.
L'impresa
non è fine a sè stessa: Francesco si fa
portabandiera della lotta alla
desertificazione del
nostro pianeta, contro la noncuranza imperante e a sostegno
della campagna promossa da
Greenpeace
a favore delle fonti energetiche rinnovabili. "Non
possiamo più attendere!", questo il motto contro
l'immobilismo di fronte ai cambiamenti climatici, che ormai
difficilmente si possono definire casuali. Possiamo
riflettere sulle cause, ma non negare ancora che esistano.
Con uno
zaino
di nove chili sulle spalle, per un totale di 25.000 calorie,
sufficienti per sette giorni, Francesco si farà
portavoce
degli slogan "Salviamo il clima", "Più
efficienza, meno emissioni" e, ancora, "Difendi il
pianeta o il pianeta si difenderà da solo".
Tutto ciò, per
sensibilizzare alla
riduzione
della dipendenza dai combustibili fossili, implementare
l'utilizzo delle
fonti rinnovabili, rendendole più
economiche e aumentando l'efficienza degli impianti
esistenti. Più energia, a prezzi più bassi e con
meno
sprechi.
Forse si può cercare di vivere in un mondo migliore,
dove non si combatte per l'acqua e dove le energie sono
distribuite tra tutti, ma spesso tendiamo a
dimenticarcene.
Fortunatamente ci sono persone come Francesco che ogni tanto
ce lo
ricordano.
FORMAT
MEDIA & MINORI Un bel gioco di
Serenella Medori
Uno degli oggetti cult che hanno invaso da anni il mercato,
i teleschermi e i... comodini degli italiani, magari accanto
alle caffettiere di ultima generazione, è sicuramente l’
orologio.
L’orologio oggi non si limita a scandire il tempo, bensì
lo valorizza a suo modo.
La Sector lancia il messaggio dell’orologio prezioso,
resistente e di classe, il volto che lo accompagna è quello
di un noto calciatore. Il
Breil
è di classe e a lui non si rinuncia, il
Festina
è da sogno, e il sogno diventa realtà. L’attrice lo
sogna, si sveglia, esce e qualcuno le propone l’acquisto
dell’orologio sognato.
Il contesto è dubbio: al risveglio l’attrice è in
Oriente, qualcuno si avvicina con una scatola che contiene
l’orologio. La domanda sorge spontanea: è un falso o è
un originale? È solo un suggerimento che rimanda al negozio
o è riciclaggio di merce rubata? Sfumature che non sfuggono
più al
consumatore moderno e consapevole.
È proprio questo che i consumatori chiedono: un
sogno
che diventi realtà grazie a questo gioco dello spot,
quasi una sfida. Il possibile
acquirente, però,
prima di diventare consumatore è telespettatore,
telespettatore
critico, nulla a che vedere con l’era di
Carosello
durante la quale la tv era garanzia di verità: «Lo dice la
tv dunque è vero».
Ora si assiste a quella che è stata definita la stagione
della
pubblimania, una stagione dal fascino
quasi esotico, intrigante e coinvolgente. Niente
persuasione, ma
sogno,
gioco e
divertimento,
questo affascina gli italiani, questo è il risultato di una
delle ultime indagini sociologiche. Sogno, gioco e
divertimento è
ciò che gli italiani chiedono alla
pubblicità.
Gli italiani hanno ormai le loro esigenze dichiarate e tra
queste c’è quella di manifestare le proprie pretese ai
pubblicitari, ai creativi. Vale la pena di citare
Enel
"tre puntini", chi mai penserebbe di disegnare tre
puntini sulla sabbia della spiaggia di Stintino in Sardegna,
in pieno inverno, per inserirvi una spina elettrica!
Una favola, una
bella favola.
Pochi slogan,
messaggi
chiari: questo
colpisce il bersaglio, e il
bersaglio sono le emozioni del
telespettatore che
dagli
spot si aspetta il film. Per Enel "tre
puntini" lo spot è da sogno, ma la bolletta un po’
meno.
(10-continua)
FORMAT
La Tv del futuro parla... satellitare! di
Giuseppe Bosso
Quella dei canali satellitari è ormai una
realtà
consolidata nel nostro Paese, figlia di uno
sviluppo
tecnologico che, giorno dopo giorno, sforna nuove e
suggestive
modalità comunicative che costituiscono
una valida ma ancora non del tutto affermata alternativa
alla tv in "chiaro". Stiamo parlando della
tv
satellitare.
Di
Sky
ormai si è detto tutto - e il contrario di tutto - dalla
sua nascita, nella torrida estate del 2003. Abbastanza
conosciuti sono canali come
Fox,
dedicata alla fiction, e
Boing,
regno dei più piccoli. Speriamo quindi di fare cosa gradita
ai lettori nel condurre un’indagine a più ampio specchio
nella grande panoramica di queste emittenti, alla scoperta
di quelle più
particolari e
curiose.
Anche in questo settore si assiste a una
guerra
all’ultima idea tra i due poli del tubo catodico, Rai
e Mediaset, che negli anni hanno saputo sfornare un’
ampia
gamma di proposte e offerte da lasciare senza parole lo
spettatore più accanito: se Viale Mazzini ha sviluppato una
serie di canali improntati principalmente alla
cultura
e
all’informazione, come
Rai
Educational e
Gambero
Rosso, dalle parti di Cologno Monzese ha trovato terreno
fertile l’intrattenimento di
Happy
Channel e Italia Teen Television.
Grande è poi l’offerta per i cinefili con
Skycinema,
Primafila,
Coming
Soon; per i tifosi, con Milan, Inter e Roma, che sulla
scia dei grandi club stranieri hanno realizzato le proprie
emittenti
televisive; per gli amanti della natura, con
Animal
Planet, che collabora col
Wwf,
e
National
Geographic Channel; per gli appassionati di musica, con
Match
Music e
Video
Italia.
Quanto ai
personaggi, bisogna sottolineare che, se
all'inizio la tv satellitare italiana era principalmente una
palestra per volti più o meno
sconosciuti, col tempo
anche nomi di grido si sono lasciati tentare da questa
esperienza, come
Ambra
Angiolini, che ha condotto la trasmissione
Chicas
su Fox, e
Paola Saluzzi, che si è legata
all’emittente Sat 2000 per tutta la stagione.
Tutto questo dimostra come ci troviamo di fronte a un
settore in
continua espansione che, con un po' di
immaginazione (perché no?), potrebbe, di qui a pochi anni,
cambiare
completamente le nostre abitudini televisive: dalla
"guerra del telecomando" alla "
guerra
della parabola"?
ELZEVIRO Il riscatto della donna oggetto di
Gisella Gallenca
Fonte d’
ispirazione in tutte le epoche. Per la
tradizione, angelo del focolare. Pietra dello
scandalo,
a volte.
Oggetto. Ma anche
soggetto. Quanti
dibattiti, quante polemiche, quanta storia ruota attorno
alla
figura femminile? Passano i secoli, gli ideali
cambiano, gli stili di vita si evolvono sempre più
rapidamente. Ma la donna, con la sua presenza fisica, il suo
ruolo e la sua carica evocativa, continua a rimanere un
punto fermo.
Fino al 30 luglio, all’interno del suggestivo
scenario del
Castello Sforzesco di Vigevano, sarà
una mostra a portare alla ribalta in modo inedito questa
tematica. Un’ampia
esposizione di opere d’arte
(più di 150 artisti e 200 opere) che parte dalla fine
dell’Ottocento per arrivare alla produzione contemporanea.
Un evento dal titolo quasi provocatorio,
La donna
oggetto: miti e metamorfosi al femminile 1900-2005,
curato da Luca Beatrice, critico attento di nuova
generazione.
Il percorso si svolge attraverso le immagini per scoprire la
progressiva crescita del ruolo culturale e sociale della
figura femminile. Una trama che si articola in
quattro
sezioni, in ciascuna delle quali si compone il ritratto
di un’epoca. Un progetto realizzato secondo una
prospettiva di genere, a volte sdrammatizzato con ironia.
Si parte da grandi
maestri dell’inizio del
Novecento
come Casorati,
Boccioni, Picasso e
Guttuso, ma
anche
Matisse, Klee,
Klimt, per giungere alle
artiste italiane contemporanee, con una serie di creazioni
che propongono un’ulteriore riflessione sulla condizione
della donna.
La
carica sensuale di questi soggetti appare
sublimata, filtrata dallo sguardo di autori (ma anche
autrici) che hanno scritto pagine importanti nella storia
dell’arte dello scorso secolo.
Qualche esempio: il
Ritratto di Miss Rita Philip Lydig
di Boldini, un’immagine da cui traspare una donna moderna,
amante del progresso e protagonista della società mondana,
o le
Donne sotto il bombardamento di Guttuso.
C’è posto anche per le icone dello star system ritratte
da
Andy Warhol, e per le modelle esangui e
semivestite di Vanessa Beecroft; i décollage di
Mimmo
Rotella in cui si celebra tanto la diva
Marilyn
Monroe quanto la pornostar
Moana Pozzi o, per
citare altri esempi, la serie
Great American Nudes di
Wesselman e le opere della svizzera Silvie Fleury, la quale
esponeva, alle mostre, i “trofei” conquistati durante le
ore di shopping nei negozi più lussuosi della città.
La
fotografia d’autore costituisce il cuore della
terza sezione. Dai famosi scatti di
Man Ray,
straordinario interprete del corpo femminile, a quelli di
David
Lachapelle (suo quello di
Naomi Campbell:
Cat
house del 1999), Robert Mapplethorpe, Alexander
Rodchenko, Nan Goldin e Franco Fontana.
Infine,
quindici giovani artiste rappresentano la
creatività
italiana femminile, per una visione assolutamente
contemporanea.
Maggiori informazioni sono presenti sul sito del
Comune
di Vigevano.
ELZEVIRO Questa settimana, scelti per voi
di
Antonella Lombardi
A
Roma torna il
Festival
internazionale delle letterature: fino al 22 giugno sarà
possibile ascoltare grandi scrittori come
Nadine Gordimer,
Josè Saramago,
Erri De Luca,
Alessandro
Baricco e altri, nel suggestivo scenario della Basilica
di Massenzio.
A
Torino è partito il
concorso
per critici teatrali in erba: un progetto emozionante e
divertente per avvicinare i ragazzi al teatro e ai suoi
linguaggi.
Al
cinema:
Volver
di Pedro Almodovar, splendido affresco dell'universo
femminile;
Anche
libero va bene, felice esordio alla regia di Kim
Rossi Stuart;
infine
Radio
America, la nuova commedia di Robert Altman.
In
libreria, un
manuale
di sopravvivenza per capire meglio internet e costruire
un sito su misura.
DONNE Passeggiatrici in passerella di
Erica Savazzi
Sono più di 200.000 gli uomini che ogni anno vanno in
Brasile
per trovare compagnia. Uomini alla ricerca di donne per una
notte, ma anche adulti alla ricerca di bambini e bambine (ne
ha parlato recentemente un
servizio
delle
Iene).
In questo spazio però raccontiamo una storia diversa, una
storia che insegna che donne comprate e vendute come oggetti
possono avere
grandi potenzialità, se solo ci si
crede. Non una storia da
Pretty Woman, qui si va
oltre.
Sono novanta le prostitute coinvolte nel progetto di
AMOCAVIM
(Associazione dei Residenti e degli Amici di Vila Mimosa)
che sono diventate stiliste e modelle.
La fondazione, con aiuti statali e l’appoggio
dell’UNESCO, ha creato una
griffe di moda,
Gatinha
(gattina)
Mimosa, alla quale lavorano solo le
squillo del quartiere: Vila Mimosa è infatti la zona a luci
rosse di Rio de Janeiro.
L’intento è quello di fornire alle ragazze una
professione
e
nuove conoscenze che possano aiutarle a uscire dal
mercato della prostituzione, approfittando della grande
occasione che offre loro la presenza del
Carnevale più
famoso al mondo. Imparare a creare gli abiti, apprendere la
storia delle celebrazioni e conoscere la samba è un modo
sicuro per trovare lavoro. Si tratta quindi di creare nuove
professionalità
spendibili sul mercato.
La linea di abiti Gatinha Mimosa debutterà ufficialmente a
settembre, ma già si preparano costumi da bagno, biancheria
intima, pantaloni e magliette. I
prezzi saranno
popolari,
circa dieci reais (quattro euro) per una maglietta. I
prodotti saranno commercializzati tramite la società
franco-brasiliana Moda Fusion.
Questo però è solo uno dei progetti di AMOCAVIM.
L’associazione infatti si occupa di
informare
le prostitute sulle malattie sessualmente trasmissibili,
soprattutto AIDS e sifilide, di organizzare corsi di
formazione,
eventi
e conferenze, e si batte per ottenere il riconoscimento
della prostituzione come lavoro - è il mestiere più antico
del mondo - con conseguente diritto alla salute e alla
dignità
per le lavoratrici.
Forse presto avremo capi Gatinha Mimosa nei nostri armadi.
DONNE
Joan Baez, la pasionaria del
folk americano di
Tiziana Ambrosi
Sangue caldo: madre irlandese, padre messicano, un
mix
esplosivo, che non è certo rimasto occultato durante
tutto l'arco della vita e della carriera di
Joan
Baez.
Una voce
vibrata, brillante, capace di raggiungere
qualsiasi ottava e di
emozionare, sia per la
melodicità che per i contenuti.
Sì, perchè società,
diritti civili,
no alla
guerra sono sempre stati un punto fermo nelle canzoni
della Baez. L'incontro e il legame - professionale ed
affettivo - con
Bob
Dylan hanno fatto convergere ed amplificato i loro
messaggi, rendendoli vere e proprie icone dell'impegno
politico.
Dylan intraprese alte strade, mentre il
coraggio e la
caparbietà di Joan rimasero
inviolati. Tanto
da essere addirittura
arrestata per evasione fiscale,
rifiutandosi di versare la quota di tasse destinata
all'impresa bellica in Vietnam.
We
shall overcome diventa quasi un inno alla
disobbedienza. Un bisogno di pace che sfocia nella più
grande manifestazione musicale e culturale di tutti i tempi,
Woodstock,
dove Joan, incinta e con il marito David Harris in prigione
per rifiuto alla leva, ottiene una cassa di risonanza
spaventosa e la sua
The Night They Drove Old Dixie Down
diventa uno dei dieci singoli più venduti negli Stati
Uniti.
Altre manifestazioni ed altri arresti seguirono, e le
battaglie, a 65 anni d'età, non sono ancora finite: la
mobilitazione questa volta è per la
tutela di un parco situato
a sud di Los Angeles. E quale modo migliore, per risvegliare
le pigre telecamere, se non un'azione eclatante?
E così Joan la
pasionaria si è trasferita su un
albero, che fa parte di un parco collettivo di quasi sei
ettari dove sono coltivate frutta e verdura. Abitato e
lavorato per lo più da immigrati latino americani. Non
abbastanza evidentemente per fermare il proprietario dalla
vendita. Al posto del polmone verde il grigio cemento di un
nuovo comparto industriale.
Ma Joan non si trova da sola, accanto a lei una grande
veterana delle battaglie per la salvaguardia del patrimonio
boschivo:
Julia
"Butterfly" Hill, che a 22 anni, nel 1997, si
arrampicò su una
sequoia californiana
discendendone
solamente dopo due anni, con la certezza che non sarebbe
stata abbattuta. Sono in buona compagnia.
TELEGIORNALISTI Paolo Cecinelli, lo sportivo
giornalista di
Nicola Pistoia
Paolo Cecinelli ha iniziato la professione di giornalista
nel 1983 come commentatore di rugby a
Il Giornale di
Indro Montanelli. Ha collaborato con diverse testate tra
cui
Il Corriere dello Sport e
Tuttosport.
Attualmente è caporedattore centrale di La7 Sport.
Paolo, come hai iniziato ad appassionarti a questa
professione?
«Ho smesso di giocare a rugby a livello agonistico per un
incidente di gioco, e scrivere di sport è stata la maniera
per rimanere vicino al rugby».
Quali sono, secondo te, gli aspetti più gratificanti del
fare giornalismo?
«Il fatto di poter raccontare delle storie, belle o brutte,
e di rapportarsi con la gente».
È vero quello che si dice dei giornalisti sportivi, cioè
che siano meno preparati degli altri?
«Credevo il contrario! A parte gli scherzi, non mi
piacciono i luoghi comuni. Penso che dipenda molto dalle
singole persone, da come sono fatte, dalla loro
professionalità. Quanto ci si prepara per fare
un'intervista o per fare una telecronaca».
Cosa pensi dei colleghi sportivi degli altri tg? E in
particolar modo chi aprezzi maggiormente?
«Mi piace lo stile asciutto. In video credo che ognuno
esprima la propria personalità, ma non bisogna mai
esagerare. Mi piacciono molto Maurizio Martinelli del
Tg2
e
Ilaria
Capitani del
Tg3».
Preferisci la carta stampata, la radio o la Tv?
«E' come chiedere se ti piacciono le brune, le bionde o le
rosse. Giornali, radio e tv? Tutto è giornalismo,
l'importante è che sia di qualità. Sento molto la radio e
credo ci siano dei bellissimi programmi giornalistici di
approfondimento, con i giornali convivo tutto il giorno, li
leggo la mattina, poi li tengo sulla scrivania e li riprendo
anche in maniera schizofrenica. Il fascino della tv sono le
immagini e la diretta. Due elementi che la rendono molto
efficace ma anche molto breve».
Secondo te, l'attuazione del digitale terrestre ha
cambiato il modo di fare informazione, nella fattispecie
quella sportiva?
«Non ancora. Per il momento è cambiata solo la tecnologia».
Chi sono stati i tuoi maestri, i tuoi modelli?
«Indro Montanelli, fu lui che mi coinvolse. Ero un
collaboratore saltuario de
Il Giornale ed incontrai
il grande Indro a Milano in redazione. Due pacche sulla mia
spalla e restai "fulminato". In seguito ho avuto
la fortuna di crescere vicino a Paolo Rosi ed Alberto
Marchesi».
Il tuo sogno nel cassetto?
«Dare più spazio agli sport vari, recuperare in tv
l'atletica leggera, la regina di tutti gli sport».
Un consiglio a chi volesse intraprendere come te la
carriera giornalistica?
«Avere molta determinazione e pazienza».
OLIMPIA La fine di un campione di
Mario
Basile
«Il ciclista
Marco
Pantani è stato trovato
morto questa sera in un
residence di Rimini». Brevi e taglienti queste poche parole
spezzarono il sogno dei tifosi del
Pirata
nella fredda notte di San Valentino di due anni fa.
Aspettavano la sua
rinascita, volevano vederlo di
nuovo arrampicarsi sulle salite più ripide e
staccare
anche la sua ombra. Invece l’avevano perso
per
sempre.
Chi conosceva
Marco Pantani sapeva che in realtà il
Pirata se ne era andato cinque anni prima: il
5 Giugno
1999 a
Madonna
di Campiglio: il giorno in cui fu
fermato
al Giro d'Italia per ematocrito alto.
Gli anni a venire furono solo una
lenta agonia verso
la fine. A nulla valsero i
ritorni, le
due
vittorie di tappa al Tour de France del 2000 davanti ad
Armstrong,
né l’affetto di amici e familiari.
Dopo i
fatti di Madonna di Campiglio il Pirata si
sentì
perseguitato sia dalle accuse di quelli che
fino a poco prima lo
osannavano sia dalla
giustizia
sportiva che cominciò su di lui un vero e proprio
gioco
al massacro. Basti pensare alle indagini per la presunta
frode sportiva alla del
Milano
- Torino del ’95 o alla storia della
siringa di
insulina al Giro 2001. In entrambi i casi fu
scagionato,
ma per l’opinione pubblica contò poco: era comunque
colpevole.
Tuttavia il vero cruccio del
Pirata continuava ad
essere
Madonna di Campiglio. Voleva dimostrare che
non aveva cercato di fregare nessuno, anzi lui stesso era la
vittima. Del resto sarebbe stato da stupidi
buttare
via così ingenuamente un
Giro già vinto, ben
sapendo che all’inizio della penultima tappa i primi dieci
in classifica vengono
sempre controllati. Tante
ombre
avvolgono quelle analisi.
Fabrizio Borra, fisioterapista di Marco, racconta che
la sera prima della tappa il valore dell’ematocrito di
Pantani, misurato dai medici della squadra,
è sotto
la soglia massima di ben due punti. Al mattino invece con le
analisi dell’
UCI
risulta
fuori norma. Ma i medici vogliono vederci
chiaro e al pomeriggio Pantani viene sottoposto a Imola ad
analisi del sangue complete in un
laboratorio
regolarmente riconosciuto dalla federazione ciclistica.
I valori tornano ad essere
normali.
Pantani si sente vittima di un
complotto. Per tutti
d’ora in avanti sarà un
dopato. Proprio lui che
mai
in carriera è stato, e sarà, trovato positivo all’esame
antidoping. L’ematocrito alto infatti
non conferma
l’assunzione di sostanze proibite, in quanto è un valore
che
può variare in base a diversi fattori. Inoltre
nessuno ha mai pensato che nel controllo possa essere stato
commesso casualmente qualche sbaglio. Si era troppo
impegnati a preparargli il rogo.
Il 5 Giugno 1999 il campione Marco Pantani
finì di
colpo, ma non l’affetto dei suoi cari e dei tifosi. Non
bastò. Tanti lo abbandonarono e questo per lui
fu troppo.
Si rifugiò nella
cocaina, un rifugio che diventò
morte
una sera di febbraio.
EDITORIALE Totò versus Rita di
Antonella
Lombardi
Schiva, gentile, disponibile, fino a poco tempo fa
farmacista di professione; colpita da una tragedia personale
e insieme collettiva quando perde il fratello, magistrato,
in una strage di mafia.
Lei è
Rita Borsellino. Il suo impegno contro la
mafia e l’illegalità diffusa inizia da lì, per
proseguire con l’associazione
Libera
fondata da
Don Ciotti.
Lui, politico di lungo corso, raccoglie l’eredità
lasciata da Calogero Mannino alla guida della Democrazia
Cristiana in Sicilia, aderisce all’Udc e nel 2001 viene
eletto presidente della regione Sicilia.
Lui è
Totò Cuffaro, detto «
U vasa vasa»,
per quei baci che distribuisce con fervore mentre saluta.
Due candidature e due stili opposti, due volti diversi della
stessa regione.
L’impegno di Rita Borsellino parte dal “basso” con i
"
comitati
per Rita", il tam tam via internet e poi la
candidatura alle
Primarie: scelta che fa storcere il
naso persino a certa
sinistra
che dovrebbe sostenerla. Un
simbolo per
contrastare il successo assoluto di Cuffaro e un elettorato
tradizionalmente di centrodestra.
Se Rita parla di
lotta alla mafia, Totò risponde
facendo tappezzare Palermo di manifesti con su scritto: «
La
mafia fa schifo», pensando così di mettere a tacere
indiscrezioni
e veleni sulla sua
iscrizione nel registro degli indagati
per "
concorso
esterno in associazione mafiosa" nell’inchiesta
sulle talpe alla Procura di Palermo.
Qualche buontempone pensa subito a come ironizzare sulla
vicenda e prepara un
cartellone alternativo: «
La
mafia fa schifo, ma Totò Cuffaro mancu cugghiunìa»:
non scherza. «Scherzi da prete», ribatte qualcuno. «Il re
è nudo», si affretta a dire qualche altro.
Totò
Cuffaro distribuisce sorrisi e stoccate, si
dice sicuro della vittoria, ma allo stesso tempo
si
reca al santuario di Maria Santissima dei Miracoli,
sulle Madonie: oltre
due ore di meditazione e preghiere,
perché non si sa mai…
Di contro, la Borsellino parla di «
decuffarizzare
la Sicilia» e di «rivoluzione culturale». Sorride ai
ragazzi che si riversano giù dal
treno
speciale Rita express, organizzato apposta per
permettere a tanti studenti fuori sede di venire a votare in
Sicilia spendendo una modica cifra.
Si scandalizza quando scopre la pervasività del
voto di
scambio, lei che finora dalla politica era stata lontana
e che per averlo detto viene addirittura presa in giro.
Alla fine, vince Cuffaro, con il
53% dei voti. Rita
ha perso con il 42%. La Sicilia non ha voltato pagina.
Viene da pensare alla battuta del film di Benigni,
Johnny
Stecchino: «
Il più grosso problema della città
di Palermo? Il traffico».