Archivio
Telegiornaliste anno II N. 23 (55) del 12 giugno 2006
MONITOR
Blini,
dai giornali scolastici a Mediaset di
Filippo
Bisleri
Lucia
Blini è il volto della redazione di
Controcampo,
il programma sportivo della domenica sera condotto da
Sandro Piccinini.
Ma Lucia è anche una
bravissima professionista, capace di realizzare
servizi di grande valore e intensità oltre a curare, con arguzia e senza mai
cadere di tono, qualche pagina più di "
colore" per il
settimanale cartaceo
Controcampo. E non dimentichiamo i servizi e le
conduzioni per
StudioSport.
Lucia, come hai scelto di fare la giornalista?
«Ho
sempre sognato di fare la giornalista e di occuparmi di sport. Negli
anni delle scuole medie tenevo un diario e annotavo tutte le mie riflessioni e i
miei commenti in merito agli avvenimenti sportivi che seguivo, quasi sempre alla
tv. Sono sempre stata una grande appassionata. Ho ancora
vecchi quadernetti
con risultati, articoletti corredati da foto ritagliate dai giornali sui tornei
di tennis di
Wimbledon e
Flushing Meadows, anni 1982-83 e
seguenti. I grandi eventi, in modo particolare, mi esaltavano. Così ho chili di
appunti e impressioni sui
Giochi Olimpici di Los Angeles 1984, sui
Mondiali
di calcio e altri ancora.
Al liceo, poi, ho cominciato a mettere in pratica la mia passione, scrivendo sul
giornale della scuola. Ovviamente nelle pagine sportive. Mi occupavo di
intervistare
i giocatori dell'Atalanta, quelli più a portata di mano. Mi sono poi
laureata
in Giurisprudenza e quindi ho frequentato l'
Ifg,
la scuola di giornalismo dell'0rdine lombardo».
Cosa ti piace di più della professione giornalistica?
«Sono
molto curiosa, il che non sempre è un pregio. Comunque questo
lavoro mi permette di soddisfare la mia curiosità: sono sempre informata su
tutto quello che succede in giro per il mondo. Naturalmente non tutto mi
interessa in eguale misura, ma riesco sempre a tenere viva la mia voglia di
sapere e di conoscere».
Cosa significa essere una telegiornalista sportiva di valore nazionale?
«Significa avere il
privilegio di poter seguire eventi di portata mondiale,
di poter
incontrare campioni di valore assoluto,
provare emozioni
forti. Per chi ama lo sport è un grosso dono».
Hai una preferenza per il giornalismo televisivo o ti piacciono anche altri
media come la carta stampata o le radio?
«Ho grande interesse per tutto ciò che è comunicazione. Un
forte amore per
la tv, che ha il pregio di unire l'immagine alla parola. Un buon testo
vestito di ottime immagini, magari con una base musicale, può diventare un
gioiello
che entra nelle case di chi guarda e ascolta e può andare dritto al cuore».
Nella tua esperienza professionale hai un servizio, un personaggio o
un'intervista che più ricordi?
«L'
Olimpiade è l'evento che più ti lascia il segno. Un'esperienza
unica che non può essere paragonata a nessun altro avvenimento sportivo. Per
tre settimane vivi su un altro pianeta, immerso in mille gare da seguire, mille
personaggi da conoscere, mille gesti da ammirare. Come singolo evento mi piace
ricordare un match di pugilato di
Mike
Tyson a Memphis. Un clima pazzesco, molto americano, così diverso dal
nostro».
Puoi raccontarci un episodio curioso della tua vita professionale?
«Ricordo un'intervista a
John
McEnroe. L'attesa è durata
sei ore, durante le quali avevo ben
studiato il discorsetto:
Vabbè che sei McEnroe, che sei stato uno dei più
grandi di sempre, però tutte queste ore di attesa per avere dieci minuti di
intervista! Ebbene, quando poi si è palesato non sono riuscita a far altro
che dirgli:
Grazie! I contenuti dell'intervista, la sua verve, la sua
unicità hanno fatto dimenticare in un attimo quelle lunghissime sei ore in sala
d'attesa».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo?
«Quando ero alla scuola di giornalismo il mio primo maestro è stato
Angelo
Rovelli, un grandissimo cronista della
Gazzetta
dello Sport. È mancato pochi anni fa, però ricordo in modo nitido il
suo modo d'insegnare, di trasmetterti i segreti del mestiere. Con grandissimo
stile. Dai capi avuti in questi anni ho cercato di
studiare e copiare il
meglio di ciascuno. È grazie a loro che ho trovato una mia dimensione».
Tra colleghi e colleghe chi apprezzi di più?
«I colleghi che apprezzo di più scrivono per la carta stampata:
Emanuela
Audisio di
Repubblica
e
Roberta Perrone del
Corriere
della Sera. Per entrambi la qualifica di "
giornalista"
è riduttiva. Sono
scrittori di grande sensibilità».
Tu sei madre. È difficile conciliare il ruolo di mamma con quello di
giornalista?
«Sono fortunata. Emma, cinque anni, è una bimba brava e con una grande capacità
di adattamento. Riesce, nonostante sia così piccola, ad adeguarsi agli orari e
allo stravagante stile di vita che abbiamo. Non mi posso proprio lamentare.
Svolgo
la professione che amo e, quando stacco,
riesco ad essere una mamma
soddisfatta e realizzata. Unica
richiesta di Emma: spegni il telefono!
E ha ragione».
Molti sono i giovani che vorrebbero fare i giornalisti. Quali consigli
daresti loro?
«Consiglio semplicemente di
crederci. Io sono arrivata a Mediaset,
allora Fininvest, come stagista della scuola di giornalismo. Avevo scritto per
qualche giornalino locale e non avevo mai visto una sala di montaggio. Eppure
con
tanto entusiasmo, una
dose massiccia di buona volontà e
grande
umiltà sono riuscita ad imparare e a capire, in fretta, che quello era il
lavoro che desideravo fare, che quello era il
sogno di una ragazzina che
si stava realizzando».
CRONACA IN ROSA
Le sindache di
Erica Savazzi
Durante le recenti
elezioni
amministrative i riflettori si sono accesi per due donne
che sono state elette alla guida di città molto diverse ma
complesse in modo analogo:
Napoli e
Milano,
agli antipodi non solo per posizione geografica, unite nella
scelta di due “
sindache” anche loro agli
antipodi, a cominciare dallo schieramento politico di
appartenenza.
Letizia
Brichetto Moratti,
prima donna sindaco di
Milano,
riassume in sé i caratteri della città:
imprenditrice,
si è sempre occupata di affari, partendo dal brokeraggio
assicurativo, passando per Comit e approdando infine alle
telecomunicazioni.
Nominata presidente della Rai ai tempi del primo governo
Berlusconi (1994 - 1995), nella passata legislatura è stata
ministro dell’Istruzione. La tanto contestata
Riforma Moratti della scuola prende nome, infatti, da lei.
Letizia Moratti si è impegnata a gestire Milano «
come
una famiglia», nel suo programma elettorale ha promesso
bonus bebè, asili nido, riduzione del traffico e
dell'inquinamento ed eliminazione dell’Ici sulla prima
casa.
Eletta al primo turno con il 52% delle preferenze, sostenuta
da tutto il
centrodestra, insiste per apparire
radicalmente diversa dal predecessore Albertini. Una
sensibilità
femminile non potrà che fare bene a Milano, città
indifferente ai più deboli e poco amichevole per i
residenti.
Le sfide principali saranno la qualità dell’
ambiente,
i servizi alle
persone – soprattutto bambini e
anziani -, i
trasporti pubblici e i lavori di
riqualificazione
che coinvolgono diverse aree cittadine. Un unico dubbio: se
il predecessore su molti temi, principalmente quelli
ambientali, ha fallito pur avendo deleghe e potere, potrà
avere la
forza necessaria una signora che già ora si
vede tirare la giacca dai partiti per l’assegnazione degli
assessorati?
Rosa
Russo Iervolino è stata eletta al suo
secondo
mandato come sindaco di
Napoli
col 58,2% delle preferenze. È sempre stata la prima della
classe:
prima donna a parlare all’Assemblea
Generale dei Vescovi italiani e a commentare i documenti
pontifici sull’
Osservatore romano, prima presidente
donna del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana,
prima dirigente donna del Partito popolare italiano, prima
donna a ricoprire la carica di
ministro
dell’Interno.
Rosa Russo Iervolino è stata anche ministro della Pubblica
Istruzione e del Lavoro. Ha contribuito alla riforma del
diritto di famiglia e come parlamentare si è occupata di
disabili, volontariato e tossicodipendenze.
Candidata dell’
Unione, nel suo programma punta su
lotta alla
criminalità, difesa del
territorio,
sviluppo e
valorizzazione della città e della sua
posizione strategica nei rapporti con i Paesi mediterranei.
I cittadini napoletani l’hanno riconfermata perché
proseguisse il lavoro già iniziato. La lotta alla
criminalità, con le varie faide, la riqualificazione di
aree degradate – ad esempio, il famigerato quartiere
Scampia – e la valorizzazione delle potenzialità dei
giovani, troppo spesso lasciati all'influenza dei gruppi
criminali, sono priorità: ma allo stesso tempo sono
difficili
da realizzare. Pare anzi che Napoli sia sempre più
vicina al punto di non ritorno. Riuscirà il sindaco a
ottenere
risultati e a fare quello che non è riuscita a
realizzare nella sua prima legislatura?
CRONACA IN ROSA Un tabù che va scemando
di
Stefania Trivigno
Il primo Paese europeo a riconoscere le
unioni fra
omosessuali e a dar loro il diritto di sposarsi fu la
Danimarca
nell’ormai lontano 1989.
Il lento e sofferto passo dell’Europa in favore di
un’apertura alle coppie gay ha subito uno scossone
significativo grazie alla
Spagna
di
Zapatero,
che nel giugno del 2005 modifica il Codice Civile facendo
rientrare fra coloro che hanno il diritto di contrarre
matrimonio anche persone dello stesso sesso.
Fu subito polemica. La Chiesa non tardò a esprimere il
proprio dissenso, così come si alzò forte la voce
contraria di alcuni partiti politici e di quella fetta di
opinione pubblica che era, ed è ancora, convinta che per
amare ed essere amati sia necessario che i due individui
siano di sesso opposto. Lasciando fuori dai diritti anche
soltanto morali una grande percentuale di cittadini.
Un’altra
vittoria per le coppie gay è arrivata in
questi giorni. Ancora una volta dalla Danimarca: una nuova
legge, infatti, consente l'
inseminazione
artificiale a
coppie lesbiche e donne single.
E arriva proprio quando, anche nell'Italia reduce dal
disastroso risultato del referendum sulla procreazione
assistita,
sembra
muoversi qualcosa.
Giorni fa, infatti,
Fabio
Mussi, ministro per la Ricerca, ha ritirato da Bruxelles
il no dell’Italia all’utilizzo di embrioni per la
ricerca scientifica.
Sono piccoli passi verso un futuro più equo per le coppie
omosessuali. Un futuro che non tutti vogliono accettare o
concedere. Troppo grande la paura di ciò che è diverso.
Anche se i sentimenti sono universali.
FORMAT
MEDIA & MINORI A tutta Vetrina di
Serenella
Medori
C’è un altro aspetto dello spettacolo che si cela dietro
alla pubblicità. Mentre si scatena la gara alla
denigrazione di chi vuole partecipare ai
reality-show
per acquisire un po’ di notorietà mai avuta o
semplicemente recuperare la notorietà persa, la pubblicità,
o meglio, le
televendite rendono già da anni lo
stesso servizio:
tenere a galla nomi e volti della tv
che non sono impegnati in veri e propri programmi
televisivi.
Alcuni esempi sono
Walter
Nudo, Pamela di
Non è la Rai, e
Susanna
Torretta, l’amica della contessa assassinata, che sono
emersi e riemersi grazie ai reality.
Patrizia
Rossetti e
Giorgio
Mastrota hanno in comune la conduzione di televendite,
cosa che condividono con
Cesare
Cadeo e
Orietta
Berti.
È
vero che dopo aver avuto anche brevi esperienze televisive
è evidentemente
difficile restare lontani dagli schermi
troppo a lungo. Resterebbe come sicuro punto di riferimento
la professione giornalistica che non sembra contagiata
troppo dalla pubblicità. Eppure Vittorio Feltri e Gad
Lerner mangiano krumiri accennando alla politica in un
periodo in cui imperversa la
par condicio a causa
delle elezioni.
C’è anche chi ha lasciato il tg per presentare programmi
mattutini e finire in lavatrice nel ruolo di "uomo in
ammollo", come
Tiberio
Timperi, ma c’è pure chi ha avuto una significativa
carriera di cantante e ora si trova a parlare di cucina
dietro ai fornelli della televisione.
Forse bisognerebbe parlare di
stile. L’
immagine
di un personaggio televisivo nasce e cresce in base al
numero
e al
tipo di presenze sul piccolo schermo. Per
lasciare che l’immagine, l’icona creata mantenga il suo
fascino ed il suo feeling con il pubblico è
necessario
che resti il
contatto visivo. Niente tv, niente
feeling. Niente tv, niente cibo per narciso.
Niente tv
uguale
crisi di astinenza per molti.
In questo mondo ricco di vetrine c’è anche chi compie i
suoi diciotto anni davanti alla telecamere,
illudendo
generazioni di telespettatori e telespettatrici che non c’è
nulla di meglio. La giovane età aiuta il
desiderio a
vedere un roseo
futuro...
televisivo, e
comincia l’attesa di una qualche proposta di lavoro. Non
per tutti arriva la desiderata telefonata. Si resta così in
ombra perché in tv
non ci sono ruoli secondari.
In tv tutti riescono a godere della stessa luce, ed ecco che
la stella comincia a brillare. Strano? No, affatto. Avete
presente quando vi dicono «A proposito, ti ho visto in tv».
O luci o ombre.
(11-continua)
FORMAT
È nata la tv in formato “baby” di
Nicola Pistoia
Dagli americani ci saremmo aspettati di tutto, anche la
realizzazione di una canale dedicato completamente ai
bambini. E in effetti è successo.
Ma non stiamo parlando di un canale televisivo come gli
altri: infatti
Baby
First Tv è stato pensato solo ed esclusivamente per i
neonati
e per bambini di età compresa tra
zero e due anni.
Nasce come canale d’intrattenimento dove, 24 ore su 24,
vengono trasmesse ninne nanne, storielle molto dolci e
allegre, canzoncine e consigli per le mamme.
Tra i programmi previsti dal palinsesto ce n'è uno molto
particolare: si chiama
I Can Sign e
insegna a
parlare con i gesti. Il tutto senza spot pubblicitari.
Il canale Baby First Tv a giugno dovrebbe arrivare anche in
Italia. Inevitabilmente sono affiorate le polemiche.
Telefono
Azzurro, tramite il suo presidente
Ernesto Caffo,
si è schierato a favore dei pediatri americani che hanno
bocciato in pieno questo nuovo progetto televisivo. I
medici, infatti, ritengono che sia sbagliato
parcheggiare
bambini così piccoli davanti a una tv, definita
educativa dagli inventori, ma che di educativo non ha nulla.
«Certo è molto meglio di tanta
tv spazzatura che si
vede in giro - ha aggiunto Ernesto Caffo - ma un canale
televisivo non può certo
prendere il posto di mamma e
papà».
Chiara la risposta degli ideatori alle tante e inevitabili
polemiche: «I genitori metterebbero comunque i figli
davanti alla tv, ed è dunque meglio offrire loro contenuti
adatti e affidabili».
Staremo a vedere come andrà a finire, intanto maestre e
baby sitter
sono avvisate.
ELZEVIRO Cinema
e fumetto a confronto a Rovereto di
Antonella
Lombardi
Fratelli nella vita, ma anche nella sorte. Sono il
cinema e il
fumetto,
due mezzi espressivi nati a breve distanza l’uno dall’altro.
Il cinema nasce ufficialmente a Parigi, il 28 dicembre 1895, per opera dei
fratelli
Lumière; il fumetto, il 16 febbraio 1896, quando
Outcault
pubblica la prima tavola di quello che viene ritenuto ormai simbolicamente il
primo eroe dei comics,
The Yellow Kid.
La sorte li farà diventare importanti e
popolari intrattenimenti di massa,
grazie alla loro capacità di ridefinire l’immaginario collettivo attraverso
l’uso della narrazione per immagini.
I
due media accompagnano e, spesso,
anticipano modi e
tematiche
del Novecento, interagendo con esiti artistici talvolta altissimi, riuscendo
al tempo stesso ad essere perfettamente fruibili dal grande pubblico.
Non è quindi un caso che tra i due media esistano da oltre un secolo rapporti
significativi, né che oggi si assista ad un
massiccio ritorno su
pellicola degli eroi disegnati.
Al
Mart di Rovereto,
fino
al 17 settembre, la mostra
Cinema & Fumetto vuole
evidenziare la rete di relazioni che i due media hanno intrattenuto, partendo
dai primi anni del Novecento fino ai giorni nostri. All’interno
dell’esposizione, curata da Roberto Festi, ampio spazio è dedicato alla
produzione
americana ed europea, grazie agli
oltre 350 pezzi originali esposti:
manifesti cinematografici spesso accompagnati dai
bozzetti originali,
tavole e strisce dei comics,
costumi,
foto di scena,
colonne
sonore, pubblicazioni dell’epoca.
Protagonisti: il
Tex a striscia di Bonelli e Galep e la versione
su pellicola interpretata da Giuliano Gemma;
Diabolik,
Kriminal,
Valentina,
Flash Gordon,
Superman,
Tintin,
Asterix,
Lucky Luke, fino ai recentissimi
Spiderman e
Batman.
Ma sono soprattutto i grandi e
multicolori manifesti a conferire un
valore di assoluta originalità alla mostra, come quelli americani, ideati per i
personaggi cult del genere:
Buck Rogers,
Dick Tracy,
Flash
Gordon,
Superman,
Jim della Giungla.
A questi si affiancano le mirabili esecuzioni dei cartellonisti di scuola
italiana che combinando opera d’arte e
sintesi comunicativa
determineranno il successo di una pellicola.
La mostra sarà presente per la durata di un anno in quattro prestigiose sedi
italiane: dopo Rovereto sarà la volta di
Carpi,
Pordenone,
Vicenza.
Ogni sede espositiva presenterà al pubblico, durante il periodo di apertura,
una
rassegna di film.
Per informazioni, si può consultare il
sito
del Mart.
DONNE Più attenzione per l’ambiente
di
Antonella Lombardi
Difendere
e
tutelare il
patrimonio artistico italiano
dagli abusi edilizi, dall’oblio e dagli scempi di
speculatori senza scrupoli.
Preservare la bellezza del paesaggio per trasmettere un
patrimonio di conoscenza e valori alle generazioni future.
Questa la missione del
Fai,
fondo per l’ambiente italiano; questo il senso
dell’instancabile attività della sua presidentessa,
Giulia
Maria Mozzoni Crespi che, in questa intervista
gentilmente concessa a
Telegiornaliste,
racconta come si è arrivati a trasformare in Eden il
giardino dimenticato della
Kolymbetra
ad Agrigento, della
lettera
aperta a Silvio Berlusconi sulle pagine del
Corriere
della Sera, delle raccomandazioni che farebbe al
nuovo
governo. E altro ancora.
Quando e come nasce il suo interesse per l’ambiente e
la sua attività nel Fai?
«Il mio interesse per l’ambiente nasce dal 1965, quando
lavoravo in
Italia
nostra. Il mio interesse per il Fai è nato perché
ho conosciuto il Fai inglese che è il
National
Trust. In
Italia
nostra mi occupavo di attività nelle scuole e tra
queste attività c’era, molto in evidenza, tutto il
problema ambientale».
Lei è alla guida del Fai da tanti anni.
«Dalla sua fondazione, nel 1974».
Quali “conquiste” ricorda in particolare?
«Ricordo per esempio quando ci è arrivata la prima grande
donazione dai principi Doria, che è il paese di
San
Fruttuoso, situato nel parco di Portofino in Liguria con
le
tombe
Doria, la
basilica
del Duecento, l’antica
torre
Doria e tutto il comprensorio che ci è stato donato
dalla principessa Orietta Doria negli anni Ottanta. Fu il
primo grande lancio nel Fai».
E’ stato difficile, soprattutto nei primi anni di vita
del Fai, sensibilizzare la gente comune e le istituzioni sul
concetto di tutela ambientale?
«E’ stato difficile allora, ma è difficile anche ora,
perché gli italiani non realizzano l’importanza sociale,
storica e anche, direi, umana che hanno il paesaggio,
l’arte e la bellezza, sia per l’anima sia per il corpo».
Alla conferenza stampa di presentazione della giornata di
primavera lei ha avuto uno scambio di opinioni con lo
scrittore Baricco sul significato della tutela del paesaggio
e sulla memoria dei luoghi da preservare. Qual è il suo
pensiero in proposito e quale il contributo del Fai?
«Noi riceviamo in donazione, in comodato, e talvolta,
raramente, acquistiamo anche dalle Regioni, come tutela, dei
beni di natura o di arte. Li restauriamo e li apriamo al
pubblico; il che mi sembra che sia un fatto molto importante
per il tempo libero, per incentivare il turismo in Italia e
oltretutto per far capire alla gente il valore delle loro
radici e l’importanza dell’Italia nel mondo».
Anche quest’anno il successo della giornata di
primavera del Fai ha superato a pieni voti le vostre
previsioni. C’è un luogo strappato al declino o al
degrado ambientale a cui lei è particolarmente legata?
«Il
giardino
della Kolymbetra di Agrigento: era un ammasso di rovi e
spine sotto le rovine di Agrigento, dove confluivano anche
maleodoranti fognature. Il Fai lo ha avuto in comodato dalla
Regione Sicilia. Abbiamo ripulito tutto, incanalato le fogne
e abbiamo ristrutturato gli antichi ipogei che erano delle
canalizzazioni dell’acqua nel tufo della montagna dove è
costruita Agrigento; questi ipogei, costruiti nel 300 a.C.
dal tiranno di Agrigento, essendo stati svuotati sono
ritornati ad avere l’acqua che ora confluisce nella valle
della Kolymbetra e irriga i nostri orti, i nostri limoni, i
nostri aranci, in questo giardino che è diventato bello
come un Eden».
Lei ha scritto un editoriale, in un numero del giornale
del Fai, sul decreto per la nuova normativa ambientale che
Ciampi ha poi rispedito alle Camere…
«Ho scritto anche una lettera aperta a Berlusconi sul
Corriere
della Sera. Mi rispose il ministro Matteoli, tra
l’altro insultandomi, dicendo delle cose non corrette,
profondamente villane, da causa. Comunque, spero vivamente
che il nuovo governo elimini questa normativa, perché
sarebbe un fatto assolutamente distruttivo per il nostro
ambiente. Non soltanto dal punto di vista estetico, ma anche
per la salute, perché non c’è più un vincolo per le
discariche, dove si può buttare di tutto,
dai reperti radioattivi ai rifiuti ospedalieri… e questi
possono anche contaminare la falda acquifera.
Inoltre non c’è più l’analisi di impatto ambientale,
per cui si può costruire ovunque… e altri fatti
drammatici del genere».
Quali raccomandazioni farebbe al nuovo governo per
incentivare la tutela dell’ambiente e il turismo in
Italia, spesso sottovalutato?
«Prima di tutto chiederei al ministro dell’Ambiente di
cambiare questa pessima normativa. In secondo luogo
chiederei al ministro dei Beni Culturali, Rutelli, di
prestare particolare attenzione alle Sovrintendenze, perché
esse sono i veri guardiani del nostro territorio. In più
chiederei al ministro Rutelli, che è anche ministro del
Turismo, di dare una mano affinché venga fatto e concepito
un turismo ecocompatibile, che non privilegi solo le grandi
città d’arte ma anche i piccoli centri, i tratti di
natura straordinari, attraverso dei circuiti, dei piccoli
musei o con la creazione di piccoli alberghi, non alberghi
immensi; e, soprattutto, che questi nuovi circuiti possano
essere conosciuti dagli stranieri, da quelli che fanno i
giri a cavallo, in motocicletta, o in mountain bike».
DONNE
Fascino immortale di
Tiziana
Ambrosi
Un fascino
ambiguo, misterioso,
sofisticato. Capace di riempire lo
spazio scenico. Il
bianco e nero della pellicola che sfuma e
attenua
i contorni.
Questa l'immagine di Marlene - contrazione di Marie Magdalene - Dietrich che la
storia del cinema ha
fissato nel tempo.
Marlene Dietrich è
figlia di quella Germania che ha intrecciato la
propria storia con la storia del mondo. Nasce ad inizio del secolo scorso, in un
sobborgo di Berlino. Figlia di una gioielliera e di un ufficiale dell'esercito
prussiano, precocemente scomparso. Dopo le seconde nozze della madre, il
patrigno sarà ucciso durante il primo conflitto mondiale.
E' probabile che la
mancanza stabile di una
figura paterna abbia
spinto Marlene a cercarla nell'ambito affettivo. Caratteri forti come
Josef
von Sternberg,
Erich
Maria Remarque,
Billy
Wilder,
Orson
Welles.
Proprio il regista Josef von Sternberg, letteralmente folgorato, la lancia verso
l'olimpo cinematografico. Il primo vero ruolo di spessore è quello di
Lola
Lola, ne
L'angelo
Azzurro, tratto dal libro di
Heinrich
Mann. Un professore, Herr Unrat - il Signor Spazzatura - perde la testa e la
dignità per la ballerina di un teatrino di infima categoria.
Seguono
Marocco,
Shangai
Express,
Venere
bionda, solo per citarne alcuni.
Marlene, con i suoi capelli biondi e la sua bellezza perfetta, sembra uscita dai
manifesti
del
Terzo
Reich. Il ministro della Propaganda
Goebbels
tentò in molte occasioni di presentarla agli occhi del mondo come una delle
icone della nuova Germania, risorta dopo l'annientamento della Prima
Guerra Mondiale.
Numerose
offerte, se non addirittura
corteggiamenti dello stesso
Fuehrer, non riuscirono a convincere Marlene a prestare la sua immagine alla
propaganda.
Tanto che negli anni Trenta
emigra definitivamente negli
Stati Uniti.
Questa rottura secca e trasparente con il nazismo le causò
astio e
diffidenza dai suoi stessi concittadini: il
gran rifiuto che la bollò
come
traditrice della patria.
La filmografia americana si arricchisce di pietre miliari della storia del
cinema:
Scandalo
internazionale di Billy Wilder,
Paura
in palcoscenico di
Hitchcock,
L'infernale
Quinlan di Orson Welles.
Durante il periodo di guerra
si impegna, rimarcando ancora una volta la
sua distanza dal nazismo, con spettacoli e canzoni per allietare il morale delle
truppe americane. Indimenticabile la sua interpretazione di una delle più
famose canzoni contro la guerra:
Lili
Marlene, cantilenata con la sua voce
calda e profonda di fumatrice.
Anticonformista da sempre, un fascino
androgino, una sessualità
ambigua che la portò ad
avere relazioni sentimentali indifferentemente
con
uomini e con donne (alcuni parlano anche di Greta Garbo), passa gli ultimi
anni della sua vita a Parigi, abbandonate le scene. Si spegne nel 1992,
riappacificata
anche con la sua Germania e la sua Berlino, alla quale dedica il suo lascito,
oggi raccolto nel
Museo del Cinema in Potsdamer Platz.
TELEGIORNALISTI Alessandro
Bonan, giornalista Mondiale di Silvia Grassetti
Abbiamo raggiunto telefonicamente Alessandro Bonan, veterano del satellite,
conduttore di Sky Sport, che ci ha parlato del suo impegno con Ilaria
D'Amico in occasione del Mondiale e del "sistema calcio" italiano.
Alessandro, sei uno dei giornalisti più invidiati dagli italiani, potendo
vivere a contatto di gomito con il sogno sexy di tanti, Ilaria d'amico...
«Io sono un po’ preoccupato (ride, ndr), perché quei 30 centimetri di
differenza tra me e Ilaria, 41 col tacco, determinano un po’ di apprensione
durante la diretta, come quella che ci coinvolge per i Mondiali. Tornando seri,
Ilaria è una persona eccezionale, molto semplice e alla mano, che va
conosciuta, perché l’immagine che a volte ne danno i mass media non le rende
giustizia, anche se ultimamente questa tendenza sta cambiando».
Come ha reagito la redazione di Sky all'arrivo di troppi opinionisti esterni
per i Mondiali?
«Perché troppi? Il Mondiale è una cosa grande, non mi sembra siano troppi: in
studio siamo io, Ilaria, Giorgio Porrà e due opinionisti, Mario Sconcerti e
Beppe Servegnini, poi ci sono i collegamenti: una squadra mondiale è composta
da molti campioni. Sono tante le partite che seguiremo, tante le squadre di cui
parlare, diversificheremo le informazioni focalizzando anche le realtà dei
Paesi di provenienza delle squadre: per esempio, sul Sudamerica avremo gli
interventi di Altafini. Ma questo è solo un esempio: ci sono moltissime cose di
cui parlare, e per farlo bene dobbiamo essere tanti. Non “troppi”».
Tra allenatori e giocatori, qual è il carattere più spigoloso per un
intervistatore?
«Senza dubbio, quello di Fabio Capello. A me piacciono molto l’ironia e l’autoironia,
e Capello non abbonda in questo. Ricordo che una volta Capello era ospite in
trasmissione in diretta, e ho dovuto rompere la liturgia classica del programma
perché si era creato un clima di diffidenza: ho sdoganato la questione
denunciando, a telecamere accese, che c’era tensione. Capello è una persona
chiusa, a cui piacerebbe piacere di più, ma gli riesce fino a un certo punto.
Chiuse il programma dicendo che mai come in quel caso si era sentito bene a
parlare di calcio».
E il carattere più facile?
«Ci sono allenatori che conosco da tanti anni, come Spalletti, con cui ho un
rapporto di amicizia. Allenatori che mi piaccciono per la correttezza, di una
qualità superiore, tipo Prandelli, che mi trasmette delle sensazioni positive.
Poi ci sono gli eleganti: Mancini lo è, e con lui si può anche scontrarsi, il
confronto è vivace e leale. Lippi, che ho imparato a conoscere un po’ meglio
negli ultimi anni, è anche lui un po’ chiuso; dice di essere permaloso, perché
altri gli hanno detto che lo è, è uno non facile perché interrompe, se non
gli va la domanda non la subisce, ma contrattacca. I più accattivanti sono i
grandi vecchi, tipo Mazzone».
Chi vince i Mondiali?
«Dovrei dire l’Italia. In realtà non ci credo molto, ma noi italiani siamo
un po’ particolari: in mezzo alle difficoltà più grandi troviamo risorse che
sembravano non esserci. Questo sarà un Mondiale non normale, nel bene o nel
male, ma non normale. Il Mondiale di Trapattoni fu triste, sottotono, questo sarà
molto sopra o molto sotto le righe. Secondo me comunque vincerà il Brasile: ma
spero nella follia dell’Italia».
La moviola, favorevole o contrario? Non è che se ne fa troppo uso?
«La moviola è sovrastimata: di per sé non fa tutti questi danni. La moviola
è un fatto tecnico, ma chiaramente se viene strumentalizzata si fa
un’operazione intellettualmente disonesta e sbagliata. In questi anni la
moviola rappresentava la prova che c’era qualcosa di sbagliato nel calcio, che
è poi venuto fuori. Vedrai che, da ora in avanti, la moviola rappresenterà
l’errore dell’arbitro o l’occhio del professionista. Torneremo a vedere
l’errore arbitrale come un semplice errore».
Calciopoli: come vedi il coinvolgimento dei giornalisti nella vicenda?
«Ho letto due o tre nomi: non mi sembra una cosa diffusa. Non basta per
definire la categoria coinvolta. Avremmo potuto denunciare con un po’ più di
coraggio le situazioni anomale. Alcuni lo hanno fatto, altri non avevano una
forza editoriale in grado di sostenerli».
E’ giusto tornare alla vendita collettiva dei diritti televisivi per avere
una distribuzione più equa delle entrate tra le varie società?
«Sì. Ma qualcuno sostiene che la tv ha rovinato le società: in realtà la tv
ha messo a disposizione una grande quantità di denaro che invece di finire
nelle mani dei giocatori doveva essere distribuita in maniera adeguata. Tutti
hanno l’interesse a far sì che il campionato sia equilibrato: più lo è, e
più il campionato è bello. Quindi, il denaro che Sky mette a disposizione del
calcio, dev’essere il calcio a far sì che sia ripartito in maniera
equilibrata, nel rispetto di un principio tecnico: le società già forti non
possono essere ulteriormente avvantaggiate».
Con Fuori Zona avete dimostrato che una trasmissione sul calcio, senza
esasperare i toni e senza accesi dibattiti, può far colpo sul pubblico…
«Io quest’anno ho fatto un programma di presentazione del week end
calcistico, il venerdì, molto informale: direi che è la strada di Sky, rendere
tutto molto leggero, anche se parlare di leggerezza in questi giorni stona un
po’. Mi piacerebbe fare in futuro una trasmissione sul calcio ancora molto
ironica».
OLIMPIA La riscossa di Marion di
Mario
Basile
«I’m
back». Deve essere stato questo il
primo pensiero di
Marion
Jones appena tagliato il traguardo del
Reebok
Grand Prix di
New York.
La vittoria nei 100 metri allo "
Icahn Stadium"
è il suo
terzo sigillo stagionale, dopo quelli di
Veracruz
in Messico e di
Hengelo
in Olanda.
Questi ultimi, senza dubbio, erano stati
importantissimi
data la lunga assenza dalle corse della statunitense, ma
vincere sulla pista di casa contro le migliori è
un’altra storia. E soprattutto vuol dire che la
regina
è tornata.
Marion si era fermata
volontariamente undici mesi fa.
Ha voluto rimanere lontana dalle gare per quasi un anno.
Lontana da quella che è la sua vita:
correre e regalare
emozioni. Tutta colpa di quel
Victor Conte,
fondatore dell’industria farmaceutica
BALCO, che in
un’intervista nel dicembre 2004 rivelò che la Jones, per
tutto l’arco della carriera, aveva fatto
uso di
sostanze dopanti.
Lo stesso
Victor Conte in quel periodo era al centro
di uno
scandalo perché la sua BALCO era accusata di
aver fornito
steroidi anabolizzanti a diversi
sportivi americani. Conte e gli altri imputati hanno poi
patteggiato la pena. Su Marion invece non è stato trovato
nessun
elemento compromettente. Neanche in merito a un suo
possibile uso di
stupefacenti, su cui gli stessi
inquirenti del caso BALCO arrivarono ad indagare.
Ma i successi della statunitense erano ormai
macchiati,
anche quelli di
Sidney
2000: quelli che l’avevano fatta entrare nella storia.
Alle Olimpiadi australiane vinse
cinque medaglie:
nessuna donna c’era riuscita in una stessa edizione dei
giochi.
Così Marion dovette fare i conti con l’
ostracismo
degli organizzatori delle più importanti manifestazioni di
atletica, specialmente quelle europee, che
non gradivano
la sua partecipazione. Da qui la decisione di fermarsi. E
come se non bastasse, in mezzo a tutto ciò arrivò anche la
separazione dal compagno
Tim Montgomery, da cui aveva
avuto un
figlio poco prima che anche lui restasse
coinvolto nello scandalo BALCO.
Quest’anno a Marion è stato concesso di
tornare a
gareggiare, o meglio, di
tornare a vivere. Le
vittorie in Messico e in Olanda erano già un
gran
traguardo, ma a Marion non bastava. Voleva vincere a
casa, davanti alla sua gente, davanti alle migliori. Solo
così avrebbe dimostrato di essere ancora la
numero uno.
«A New York correrò più forte», aveva avvisato.
Ha mantenuto la promessa. Anche la giamaicana
Veronica
Campbell leader mondiale 2006 dei 100 metri, si è
dovuta arrendere a sua maestà Marion Jones.
Di certo la
rinascita di Marion non è finita qui.
Ora ha in mente un solo obiettivo:
Pechino
2008.
EDITORIALE Un
limite al peggio di
Silvia Grassetti
«Ancora mi chiedo perchè ci ostiniamo a volere che gli arabi siano come noi,
non succederà mai».
Apro l’editoriale con queste parole di
Patrizia
Camassa, caporedattore di Teleregione Puglia. Dopo l’ultimo attentato
costato la vita e la salute ad altri militari italiani, credo che le parole di
chi nei Paesi musulmani, Iraq, Afghanistan, c’è stato, costituiscano una
testimonianza importante per tutti.
«In Iraq ci sono stata quando rapirono Umberto Cupertino – prosegue Patrizia
-, di San Michele di Bari. Un'esperienza forte, un altro mondo, ma che merita
rispetto,
e tanto».
In
Afghanistan Patrizia ha visto «bimbi di quattro, cinque anni che
sbucavano fuori dal ciglio della strada all'improvviso e a piedi nudi, con le
guance rosse dal freddo, vestiti a malapena con una tuta, e gridavano, stendendo
le manine,
Italiani, NATO, fame... pane! Noi ci fermavamo – continua la
telegiornalista -, con tutti i rischi del caso, e i nostri
militari,
persone
meravigliose, gli davano biscotti, merendine, li prendevano in braccio e li
coccolavano, come se fossero figli loro».
Forse il
busillis sta proprio qui, nella
confusione tra
missione
di pace e missione di
guerra che fin dal primissimo giorno dopo gli
attentati alle Twin Towers ha contraddistinto le successive operazioni militari:
come potevano stare assieme la
benevolenza verso gli “
italiani brava
gente” e l’appoggio incondizionato agli USA nella loro volontà di
occupazione di nazioni sovrane e delle loro risorse?
Allora tiriamoci fuori dal coro dei “via l’Italia subito” e dei
“restiamo fino alla fine”: la
democrazia non si esporta, non è merce
ma un fatto culturale. E
cultura è
rispetto delle differenze, e
responsabilità.
Poso la penna, ma resto a riflettere su queste altre parole di Patrizia Camassa,
che forse indicano la direzione corretta su cui concentrare gli sforzi per un
futuro più giusto, a Occidente come a Oriente:
«Quando sono rientrata in Italia era il 24 dicembre, la notte di Natale, non
riuscivo a smettere di pensare a quei bambini e guardavo l'abbondanza intorno a
me. A mio figlio dissi che era un ragazzo davvero fortunato.
Dopo qualche giorno ho iniziato a contattare aziende di prodotti alimentari,
pasta, olio, pelati, acqua minerale e latte, ho comprato
tantissima
cioccolata, tanta da riempire un camion, la FIGC pugliese mi regalò palloni
e mascotte. Contattai il Colonello che comandava il contingente e il cappellano
militare in missione, e grazie a loro ho spedito tutto, con la preghiera di
rifornire
gli orfanotrofi e i bimbi, le loro famiglie per strada. Così è stato. Ho
adottato due bambini a distanza, che ho conosciuto lì. Ogni tanto spedisco del
vestiario.
Ma
come si può
restare insensibili?».