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Telegiornaliste anno II N. 24 (56) del 19 giugno 2006
MONITOR
Claudia Marchionni, innamorata della cronaca
di
Nicola Pistoia
Claudia Marchionni, vice caporedattore cronaca del
Tg5, ci ha accolti con
l’attenzione e la curiosità proprie del giornalista, e con rara gentilezza,
negli studi Mediaset della capitale. Una donna che non ama apparire, capace di
stupirsi alla nostra richiesta di una intervista: «Quando Nicola mi ha
contattato, mi sono chiesta come faceste a conoscermi: evito sempre di stare
sotto ai riflettori, sono io a raccontare storie e persone, non viceversa».
Fino a oggi.
Come nasce professionalmente Claudia Marchionni?
«Con una lettera al
Resto del Carlino della mia provincia, Pesaro:
Ho
appena superato la maturità classica. Mi piacerebbe collaborare con voi. Il
responsabile della redazione, Paolo Nonni, mi rispose subito. E così ho
cominciato, a 19 anni, con le brevi di cronaca. Corrispondente da Morciola, il
mio paesino, sì e no mille abitanti. Corrispondente da Morciola, fa sorridere,
vero?».
Quali sono gli aspetti che più ti affascinano della tua professione?
«Ascoltare, leggere, incontrare. Le continue scoperte su quanto l'umanità è
in grado di fare».
Come giudichi il tuo telegiornale rispetto agli altri nazionali?
«Il migliore! Sono sempre legata alla testata per cui lavoro, mi scusino gli
altri».
Se ti chiedessero di lavorare per un altro telegiornale, e fossi costretta a
decidere, quale sceglieresti?
«Non lascerei il
Tg5 per un altro tg. Se proprio mi obbligate a
immaginare un cambio, potrebbe essere per un programma di approfondimento o per
il ritorno al mio primo e mai spento amore: la carta stampata».
Qual è, oggi, il ruolo delle donne nel giornalismo?
«In generale, non temere compiti di gestione, e interpretarli in modo diverso,
se si vuole, con il proprio linguaggio».
Continuando a parlare di donne, chi delle tue colleghe, anche di altri tg,
apprezzi maggiormente?
«Mi trovo benissimo a lavorare con le donne, non solo giornaliste, ma anche
colleghe della produzione, della ricerca immagini, del montaggio, delle
segreterie. Cerco di leggere tutto di Concita De Gregorio, Barbara Spinelli,
Marina Terragni».
In genere è sempre difficile conciliare carriera e famiglia: quando si è
giornaliste le cose si complicano: tu cosa ne pensi?
«Che è molto meno difficile di quanto si pensi, che molte cose sono complicate
dalle parole. E' più semplice viverle, spesso, un passo dopo l'altro, senza
essere troppo esigenti con se stesse, senza vergognarsi di chiedere aiuto. Poi
le donne sono maestre di organizzazione, di incastri che un sudoku diabolico è
niente al confronto».
Il sogno nel cassetto di Claudia Marchionni?
«Nel cassetto di una giornalista ci sono sogni di notizie, raccontate il meglio
possibile, con rispetto ed efficacia».
Che consigli daresti a chi come te volesse intraprendere questa professione?
«Individuare e non lasciarsi sfuggire giornalisti di esperienza e generosi che
facciano notare errori e ingenuità, che correggano, che diano consigli.
Cercare di coprire gli spazi, gli argomenti trascurati dagli altri e su quelli
impegnarsi senza riserve, dare tutto se stessi, o se stesse».
CRONACA IN ROSA
Costituzioniamoci di
Erica Savazzi
Tra Mondiali, Iraq, manovra economica, il
referendum
costituzionale è passato in secondo piano. Nonostante
la sua importanza.
È uno dei casi, infatti, in cui una
riforma fatta male
è molto peggio che una riforma non fatta. Tanto che il
centrodestra, che ha approvato la riforma nella precedente
legislatura a colpi di maggioranza, ha dichiarato che, se
l’esito referendario sarà positivo, la riforma andrebbe a
sua volte rivista e modificata. Come dire: approviamo
qualcosa che poi sarà da cambiare.
Occorre chiarire che la
devolution è solo una parte
della
riforma.
A essere
toccati non sono solo i poteri delle
Regioni, ma l'
intera architettura istituzionale
ideata dai Costituenti in modo da garantire l’equilibrio
tra i poteri dello Stato: il Capo dello Stato, ad esempio,
perderebbe la sua funzione di garanzia, non potendo più
decidere di sciogliere le Camere. Lo farebbe il Primo
Ministro, a sua
discrezione.
La riforma prevede la fine del bicameralismo perfetto:
accanto a una Camera ci sarebbe un
Senato Federale
che
non può dare o togliere la fiducia al governo.
Si
moltiplicherebbero le procedure di approvazione
delle leggi e il premier verrebbe indicato dall’elettorato
durante le votazioni.
La riforma vorrebbe aumentare l’autonomia regionale, ma il
federalismo fiscale - che è quello per cui è nata
la proposta federalista stessa - è
rimandato a data
da destinarsi. Le materie di competenza locale vengono
specificate, ma il governo avrà il diritto di
annullare
i provvedimenti presi a questo livello in nome dell’
interesse
nazionale.
Diminuirebbe l’età richiesta per
essere eletti in Parlamento o alle cariche istituzionali.
Questi sono solo alcuni dei molteplici elementi in gioco. I
Comitati per il
Sì
e per il
No
nei loro siti internet approfondiscono la complessa
questione.
Da sottolineare è che la riforma che sarà accettata o
respinta alle urne il
25 e il
26 giugno
riguarda tutta la Carta costituzionale:
50 articoli
modificati su 134, e tre articoli aggiunti.
Non si tratta di un gioco. Non si tratta di regole
modificabili con leggerezza.
Sulla Costituzione si basano
tutte le altre
leggi dello Stato italiano. Modifiche
tanto importanti, decise da pochi uomini in poco tempo,
criticate da costituzionalisti e politici, che alla
scrittura della Carta hanno partecipato, non possono essere
fatte a cuor leggero.
FORMAT
MEDIA
& MINORI O luci o ombre di
Serenella Medori
Ci sono almeno
tre categorie di personaggi da
televisione: chi ha già una
carriera alle spalle;
chi ha
interrotto una carriera agli esordi; chi ha
progettato
una carriera. I più fortunati sono certamente primi: hanno
già le giuste conoscenze, un'esperienza che garantisce una
certa immunità dal totale oblio e sanno quali percorsi
seguire.
Nessuno si stupisce più di tanto per le apparizioni e
sparizioni di
Baudo e
Carrà. Per inciso, la
Carrà,
Carosello a parte, ha sempre avuto un ruolo
di conduttrice in un programma o in Italia o in Spagna,
mentre Baudo, conduttore di grande esperienza e di lunga
data, fa ora
pubblicità alle acque minerali o ai
prodotti italiani Doc per il ministero delle Politiche
Agricole, senza che questo intacchi minimamente il suo
personaggio. È stato strano per chi, come la sottoscritta,
è cresciuto con il "super conduttore super Pippo"
vederlo bere e dire
Comprate quest’acqua!.
Per la verità è stato un po' come il
crollo di un mito.
Esisteva evidentemente come un
velo impercettibile
che teneva
lontani i professionisti della tv con la
loro arte
dagli spot che apparivano ridondanti e
banali se paragonati a programmi di due ore con rubriche,
interviste e servizi.
Chi ha
interrotto una carriera per motivi vari si
trova prima o poi a rivedere il proprio presente artistico
con occhi nuovi, specialmente se, come
Giorgio
Mastrota, l’interruzione è avvenuta in un momento
particolare della televisione. In quel momento in cui pagare
dei personaggi televisivi solo per il loro contributo
artistico al programma non era economicamente conveniente e
comunque non era l’unica strada da percorrere.
A pagare, come dovrebbe essere ormai chiaro, è fin troppo
spesso la pubblicità. Così se
Dapporto, pagato
dalla Durbans’, poteva sempre fare affidamento sulla sua
carriera di attore e cabarettista, Mastrota, apparso in tv
come presentatore, non poteva fare completo affidamento su
alternative
e si è probabilmente
trovato, senza volerlo, di
fronte all’affascinante possibilità di tornare alla tv ma
come
presentatore di televendite.
Se la televendita venisse trasformata in un vero e proprio
programma tv forse Mastrota scoprirebbe un rinnovato ruolo
televisivo.
Si può diventare famosi grazie alla
fortuna, grazie alle proprie capacità, grazie alla tenacia,
alla politica, alle conoscenze, ma poi
bisogna restare a
galla.
(12-continua)
FORMAT
Festivalbar 2006, e... state in musica! di
Giuseppe Bosso
Anche quest’anno, puntuale all’alba dell’estate, ha
avuto inizio la
rassegna musicale che da più di
quarant’anni
richiama l’attenzione del pubblico nelle piazze e sul
piccolo schermo, alla ricerca del
tormentone che ci
accompagnerà sulle
spiagge e nelle serate
all’aperto.
L’edizione 2006 del
Festivalbar
ha avuto inizio il primo giugno nel suggestivo scenario di
piazza
del Plebiscito a
Napoli, e si concluderà, come
l’anno scorso rigorosamente in
diretta, agli inizi
di settembre all’
Arena di Verona.
Nemmeno questa edizione della popolare kermesse si farà
mancare la cospicua
partecipazione di
big della
canzone: dai grandi veterani nostrani -
Gianna
Nannini con la sua ormai lanciatissima
Sei
nell’anima;
Luciano
Ligabue con
Le donne lo sanno;
Carmen
Consoli con
Signor Tentenna - agli
idoli
dei teenager:
Cesare
Cremonini,
Samuele
Bersani,
Zero
Assoluto; fino agli immancabili
ospiti stranieri,
tra cui Sergio Mendes, Richard Ashcroft e Lee Ryan.
Dopo la partenza partenopea, il Festivalbar fa scalo a
Trieste e a Chieti, per poi giungere alle due serate finali
nella città di Romeo e Giulietta. Come sempre, l'
obiettivo
della manifestazione, diretta da ormai dieci anni da
Andrea
Salvetti, che si è dimostrato all’altezza del
compianto padre, è quella di
individuare il motivo
simbolo dei mesi torridi (oltre che, naturalmente,
rimpinguare
le casse dei discografici).
Condotto in passato da
beniamini come Alessia
Marcuzzi, Michelle Hunziker e Fiorello, il Festivalbar 2006
è presentato da un
inedito trio formato da
due
bellezze mozzafiato e un simpatico mago. Direttamente
dal palcoscenico di
Sanremo,
Ilary
Blasi in Totti, che così torna a Mediaset dopo un
biennio in Rai; con lei
Cristina
Chiabotto, dolce
Miss Italia 2004 diventata per
Italia1 graffiante
Iena e sicuramente
rivelazione
della stagione televisiva agli sgoccioli.
Due bellezze nostrane lanciatissime nel dorato mondo dello
show business chiamate ad alternare le esibizioni dei
cantanti in gara per la
gioia dei telespettatori.
Nelle vesti di "
guastatore", Michele
Foresta, alias
Mago
Forest, reduce da
Mai dire Grande Fratello: a lui
il compito di "
disturbare" le due
conduttrici, magari
coinvolgendole, loro malgrado, in
qualcuno dei suoi famigerati - e non sempre azzeccati -
numeri
di magia: del resto, quale mago non vorrebbe due
assistenti così?
ELZEVIRO Jim
Lee: un grande del fumetto
americano si racconta di
Gisella Gallenca
«Disegno fumetti, ma sono andato al college», così si
presenta
Jim Lee, uno tra i
fumettisti americani più
conosciuti del mondo. «Ho una laurea in psicologia, ma
volevo fare il mestiere che ho sempre amato. Così, quando
avevo 21 anni, ho messo insieme un po’ dei miei lavori e
sono andato a una convention a New York. Ho mostrato i miei
disegni a un editor. Gli sono piaciuti e mi ha dato un
lavoro nel campo dei fumetti».
Lo abbiamo incontrato nel backstage di
Mantova
Comics & Games, la prima edizione di un evento
appena nato, ma già di successo (più di
10.000
visitatori in soli
tre giorni). Jim ha risposto a
tutti i nostri interrogativi con molta disponibilità. E con
un tocco di
humor.
Psicologia e fumetti. Sono due ambiti distanti… o no?
«Sì, però le cose studiate all’università hanno anche
trovato un’applicazione nei fumetti. Quando conosci la
psicologia, capisci le motivazioni, il linguaggio del corpo,
le reazioni delle persone… è utile specialmente per
quanto riguarda
Batman, dove i cattivi sono spesso
pazzi! Insomma, non penso che sia necessario essere
psicologi per disegnare fumetti, però aiuta».
Tu sei coreano, hai vissuto negli Stati Uniti, ma ami
molto l’Italia. Quali aspetti di queste tre culture si
possono trovare nei tuoi fumetti?
«Ho vissuto in
Corea solo per cinque anni. Ma sono
americano
al 90%. Mi piace il cibo, e quello coreano è il mio
preferito… mi dà una carica, specialmente quando ho delle
scadenze e devo lavorare duro! Fumettisticamente, però,
sono influenzato soprattutto dall’
America, perché
disegno
supereroi, personaggi che rispecchiano molto
la mentalità americana: una sorta di cowboy coi
superpoteri. Sono personaggi molto individualisti che sanno
prendere in mano la situazione, e questo è molto americano.
L’
Italia, invece, mi piace perché i fumetti che
produciamo non sono solo fatti per guadagnare soldi, ma per
far divertire la gente. E gli italiani sono persone che
amano divertirsi con gli altri e costruire relazioni
sociali, e questo è importante».
Cosa pensi dei fumetti italiani?
«Tutte le volte che vengo qui, incontro nuovi artisti che
lavorano per la
Bonelli,
quindi conosco sempre meglio questi personaggi. Ad ogni
modo, penso che
Milo Manara sia il primo fumettista
europeo e italiano che ho scoperto, diciassette anni fa.
Mentre ero a
Siena in viaggio di nozze, ho comprato
un suo fumetto in libreria. Mi è piaciuto, e diversi
elementi del suo tratto hanno influenzato il mio lavoro.
Anche
Alessandro Barbucci è molto bravo. Poi
Gabriele
dell’Otto,
Giuseppe Camuncoli… sono tutti
fantastici! Il loro lavoro ha relazioni con i fumetti degli
anni Sessanta, e, ancora più lontano, con i maestri della
storia dell’arte. Nel lavoro degli artisti americani è
difficile stabilire un legame, per esempio, con Michelangelo».
Com'è il tuo rapporto con i fan e quale è il disegno più
strano che ti è capitato di regalare a uno di loro?
«Incontro i
fan soprattutto alle convention che si
tengono in tutto il mondo: Australia, Giappone, Italia…
Non mi succede quasi mai di regalare disegni particolarmente
strani, anche perché di solito mi chiedono sempre gli
stessi soggetti. Ma qualche volta mi chiedono di ritrarre i
personaggi insieme a loro o sulle loro macchine, e questo mi
rende un po’ nervoso… Comunque i fan sono sempre grandi,
indipendentemente dalla lingua che parlano».
DONNE Quote rosa tanzanesi di
Erica Savazzi
Da gennaio di quest’anno
sette donne sono
ministri
della
Repubblica
di Tanzania.
Una di loro,
Asha-Rose
Migiro, ha battuto anche un record: è la
prima donna
a presiedere gli
Affari esteri e la Cooperazione
internazionale.
Donne sono anche i ministri di Finanze, Risorse naturali e Turismo, Educazione,
Sviluppo, Allevamento e Giustizia.
In
Tanzania
esistono le
quote rosa: le donne devono essere tra il 20 e il 30% dei
parlamentari.
Questi sette ministri sono però privilegiati: se in politica le donne sono
valutate positivamente – soprattutto dal presidente Jakaya Kikwete che ha
voluto la loro nomina -, lo stesso non accade nella
vita quotidiana.
La Tanzania è infatti un Paese a basso sviluppo economico, con problemi di
debito pubblico e vastissimi deficit sanitari e scolastici. Ad esempio, l’aspettativa
di vita arriva appena a 45 anni, e solo il 56% delle donne sa leggere e
scrivere.
In Tanzania
nascere donna è quasi una maledizione. Se la neonata è
fortunata la madre sopravvive al parto: la percentuale di
decessi di
puerpere è tra le più alte al mondo. Se la madre muore e non ci sono parenti
che vogliano o possano occuparsi di loro, i bambini sono affidati agli
orfanotrofi.
Secondo le statistiche il 16% dei nati non arriverà ai cinque anni di vita.
Attualmente quasi tutti i bambini hanno la possibilità di frequentare la
scuola. Questo non vuol dire però che siano tutti uguali. I
maschi, a
causa dei retaggi di una cultura patriarcale, sono
considerati migliori,
e solo poche femmine riescono a proseguire gli studi fino alla scuola
secondaria. Se una ragazza resta incinta è costretta ad abbandonare la scuola.
Le
violenze sulle giovani sono molto diffuse, anche da parte degli
stessi insegnanti, perché
non esiste sanzione sociale: subire violenze
in Tanzania è normale.
Il 20% circa della popolazione femminile subisce
mutilazioni
sessuali, in alcune tribù si arriva fino al 100% di
donne escisse. Alle donne sposate è richiesta assoluta
fedeltà, mentre gli uomini sono abituati ad avere avventure
extraconiugali. La
promiscuità dei mariti spesso
significa malattia: gli uomini si infettano col virus HIV e
passano il “regalo” alle mogli. La mortalità per
AIDS
è molto diffusa soprattutto tra i 15 e i 45 anni: non a
caso in Africa si parla spesso di “generazione fantasma”
riferendosi ai giovani adulti.
In Tanzania sono le donne la
parte produttiva della
popolazione. Spetta a loro non solo curare casa, figli e
marito, ma anche lavorare nei campi o gestire piccoli
commerci per avere denaro sufficiente a vivere.
Le quote rosa sono l’ultimo dei loro problemi.
DONNE
Jackie O', la regina americana di
Tiziana Ambrosi
Jacqueline
Lee Bouvier Kennedy Onassis, molti cognomi per una vita
sempre in prima fila.
Nata in una famiglia di origine francese dell'alta borghesia
newyorkese, ha legato per sempre il suo nome alla famiglia
Kennedy.
Quasi una
stirpe reale per la storia d'America.
Il
matrimonio nel 1953 con
John,
la porta ad essere a fianco del marito nel suo
ingresso
in politica, che culminerà con l'
elezione a
Presidente nel 1960. Jack e Jackie, una coppia tanto
luminosa
e invidiata all'esterno, quanto piena di
tradimenti
ed incomprensioni all'interno. Solo molti anni dopo
l'uccisione di John, quando il mito cominciava ad essere
metabolizzato, furono confermate le voci degli
infiniti
tradimenti del Presidente. Moltissime le attrici, tra le
altre Angie Dickinson, Jane Mansfield e
Marylin
Monroe con il suo indelebile e sensuale
Happy
birthday Mr. President.
Jackie aveva pensato persino al
divorzio, ma fu
convinta a rinunciare, anche con un
lauto assegno,
dal non proprio trasparente "capoclan" Joe Kennedy.
Indubbiamente Jackie fu la
prima vera First Lady. La
sua classe e la sua eleganza furono uno degli
assi nella
manica sia della campagna elettorale che della vita alla
Casa Bianca. Non furono certamente anni facili, con il mondo
che si ritrovò ad un passo dalla guerra atomica con la
crisi
dei missili di Cuba, la
Baia
dei Porci, il
muro
di Berlino, il
Vietnam.
Il
22 novembre 1963 il sogno americano si infrange:
il Presidente Kennedy, in lotta con la mafia, a favore
dell'integrazione sociale, dubbioso sulla guerra viene
ucciso
a Dallas, Texas.
Nella storia rimangono fissati i
fotogrammi della
cinepresa
di Abraham Zapruder, dal momento in cui Kennedy viene
colpito a quando Jackie si precipita sul bagagliaio
dell'auto scoperta per recuperare i frammenti del cranio del
marito esploso da una pallottola.
Con il vestito rosa macchiato di sangue e il volto sconvolto
affianca sull'aereo il vicepresidente
Lyndon
Johnson mentre presta giuramento.
Un'
intera nazione la abbraccia ai funerali di Stato,
si commuove al saluto militare del piccolo John John al
passaggio della bara del padre e
rimane sconvolta
quando lei decide di sposare l'armatore greco
Aristotele
Onassis, molto ricco e molto più anziano di lei.
Viene ribattezzata Jackie O', ma il matrimonio non è felice
e si conclude con la morte di Onassis nel 1975.
Gli ultimi anni della sua vita, Jackie O' li ha passati
nell'
ombra, in un appartamento sulla Quinta Strada di
Manhattan. Dopo le
numerose tragedie vissute, gli
aborti spontanei, la morte di John e di suo fratello Robert,
viene colpita da un linfoma. Si spegne nel maggio del 1994,
cinque anni prima della
morte del figlio John John in
un incidente aereo.
Jackie, l'
unica vera regina dell'unica stirpe
"reale" americana. E il mito continua.
TELEGIORNALISTI Roberto Olla
di
Nicola Pistoia
Come nasce professionalmente Roberto Olla?
«Quel che mi ha messo in moto è stata la passione per la
cronaca. Seguo da sempre due vecchie regole. La prima regola
dice:
alla gente interessa la gente. Tra quella gente
mi ci metto anch’io.
Mi interessa molto quel che accade alla gente e so che devo
interessare, con il mio racconto, la gente che mi segue in
televisione. Immagino che questa domanda non si riferisca al
mio curriculum, con dati tipo laurea in filosofia,
eccetera...
Aver studiato regia, aver fatto regie (anche teatrali), aver
diretto attori, è stato molto importante per me e lo
ritengo centrale nella mia formazione. Sono, comunque, nato
in Rai. La parte noiosa di questa mia risposta dice che ho
vinto un concorso come programmista - regista, ma la Rai
(che non era più, ormai, “mamma-rai”), anche se
scrivevo per la carta stampata, per i quotidiani sardi,
anche se svolgevo prevalentemente lavoro giornalistico, non
mi riconosceva il contratto giornalistico (come a tanti
altri miei colleghi, peraltro, costretti a estenuanti
periodi di precariato o di contratti con mansioni e
retribuzione inferiori). Poi, finalmente, la Rai ha
riconosciuto il contratto giornalistico ad alcuni del mio
concorso. Io sono rimasto fuori dagli elenchi dei prescelti
e ho dovuto fare una lunga battaglia personale - ci sono
voluti più di dieci anni, e molta, molta pazienza».
E la tua passione per la storia?
«Tutti i giornalisti hanno passione per la storia. È
implicito, anche se non si dice. Fa parte del mestiere,
dell’
essere giornalisti: Montanelli insegna, Biagi
insegna. Diverso è poi dedicare la propria attività
professionale alla produzione storica, a documentari,
inchieste e servizi di storia. È qualcosa che si è
sviluppato progressivamente. Ho cominciato con un
documentario di storia. Poi me ne hanno chiesto un altro.
Poi ne ho proposto uno io. Finché si è arrivati alla
situazione attuale in cui praticamente non mi bastano i
giorni per tutto ciò che dovrebbe essere prodotto su temi
storici. Richieste, stimoli, spunti, aumentano e se solo
potessimo fare il
Tg1 Storia giornaliero...!
Ma faccio una tenace battaglia dentro di me per continuare a
realizzare qualche servizio o qualche inchiesta di cronaca.
In genere la perdo questa battaglia, ma ogni tanto qualcosa
mi riesce di farla. Comunque, diciamo che la passione per la
produzione di storia in televisione mi è nata dalla
ricerca. Trovo affascinante la ricerca di documenti
audiovisivi (ci sono più di 2.200 archivi audiovisivi degni
di questo nome nel mondo! Una pacchia per i ricercatori!).
Mi entusiasmo quando scopro qualcosa. É stata forte
l’emozione di aver trovato per primo i filmati a colori
del lager di Buchenwald (quel giorno ero assieme a Sergio
Valzania, compagno di diverse avventure di ricerca). Quando
ci sono comparse le immagini davanti, nella sala buia, il
piccolo sfarfallante schermo della moviola ci ha come
paralizzato. Non riuscivamo a parlare tra di noi. Ci siamo
fermati per bere un bidone di orrendo ustionante caffè nero
americano. La ricerca mi esalta: si ha la sensazione di
poter un giorno vedere tutta la storia. Chi l’avrebbe
detto che avremmo visto (e a colori) la suocera di Hitler
tessere le sue trame al nido dell’aquila! Lei sperava in
un matrimonio molto prima, ma comunque, in effetti, per
poche ore, Franziska Braun, madre di Eva, fu suocera di
Hitler.
Mi fa piacere vedere che ora questa passione per il
documento audiovisivo si sta diffondendo, vedere che a
Valmontone proiettano in piazza i filmati del passaggio del
fronte nella loro città, che folle di ragazzi si siedono a
vedere i filmati integrali delle atomiche».
Cosa sarebbe diventato Roberto Olla se non avesse fatto
il giornalista?
«Quanto mi piace rispondere a questa domanda! Vorrei poter
dire che avrei fatto il cuoco. Cucinare è il mio hobby.
Devo sottolineare che in genere i miei ospiti non si
lamentano delle mie proposte. Poiché amo anche la cucina
giapponese, mi sono fatto spedire dal Giappone i coltelli
adatti per il taglio del pesce. È quasi un’esperienza
mistica. Non puoi pensare ad altro perché sono lame così
affilate e tagliano con tale semplicità che se ti distrai
un attimo rischi di farti molto male. Sì, mi piacerebbe
poter rispondere così. Ma non so se ne avrei avuto il
coraggio. La vita del cuoco è sacrificata alla cucina quasi
completamente. Almeno...quella dei cuochi bravi. Forse avrei
fatto il professore, o sarei in qualche ufficio regionale
(dato che avevo vinto da neolaureato anche un concorso alla
regione). Ma sono certo che, cuoco o professore o
funzionario, avrei scritto e descritto, avrei raccontato e
ricercato... e alla fine forse sarei finito di nuovo a fare
il ...giornalista».
Ti senti di fare un confronto tra il giornalismo di venti
anni fa e quello di oggi?
«Francamente non vedo grandi differenze. Era difficile ed
è difficile. C’erano ingerenze politiche e ci sono
ancora. Era duro cominciare il mestiere e lo è sempre. Ma
facciamo assieme un ragionamento. C’è stato un notevole
sviluppo tecnologico: venti anni fa qualcuno usciva ancora
con la Arriflex e bisognava attendere lo sviluppo della
pellicola, oggi si esce con la telecamera Beta o la
digitale. Ma dal punto di vista dell’interferenza delle
attrezzature sul lavoro giornalistico, non ci sono stati
cambiamenti sostanziali. Solo da poco stiamo cominciando a
vedere in azione mezzi tecnici così leggeri che possono non
interferire con la situazione in cui si agisce, con
l’evento da riprendere, con l’emozione della persona da
intervistare. Ma le loro potenzialità vengono svilite,
purtroppo, dalle teorie produttive che ci si fanno sopra. Mi
riferisco a chi immagina che questi mezzi “leggeri”
vengano usati non per migliorare il lavoro ma per
risparmiare sul lavoro, ipotizzando una sorta di giornalista
da “one man show”, che se la suona, se la canta e se la
balla. Riprende con la cinepresa, mette i microfoni,
controlla l’illuminazione naturale o artificiale che sia,
scrive i testi e se li legge, fa le domande, risolve i
problemi pratici tipo guidare la macchina, ottenere i
permessi, far firmare eventuali liberatorie, pagare tasse e
visti, si appunta nomi di persone, di luoghi e di strade,
telefona a sindaci o poliziotti, torna in redazione, ricerca
le immagini che servono per il pezzo dagli archivi e si
monta da solo il tutto, magari scegliendosi una musica
adatta, se necessario. No, grazie. Il cineoperatore è un
mestiere preciso ed è un grande mestiere. Il montatore è
un altro ben preciso mestiere e altrettanto grande. Il
producer è una figura fondamentale in ogni tipo di
produzione, dai reportage di guerra ai documentari di
storia. L’offerta di mezzi leggeri, quasi invisibili, che
la tecnologia ci sta iniziando a presentare, non serve a
risparmiare sul costo del lavoro di un’azienda. Serve
(servirebbe) a risolvere finalmente il problema
dell’interferenza facendo evolvere il linguaggio filmico
di news ed inchieste.
Usare queste nuove possibilità solo per risparmiare
significa impoverire il linguaggio delle news televisive,
fino a metterne a rischio la vita stessa. Piccole emittenti
di realtà locali, o piccole emittenti tematiche, possono
anche tentare di seguire questa strada del giornalista tutto
fare, proprio perché operano in una realtà ristretta.
Credo meno alle possibilità di effettuare inchieste con
queste modalità produttive per le grandi reti. Mi chiedo:
sindacalmente il lavoro di chi opera così come verrà
tutelato? Si applicheranno contratti di lavoro e leggi
vigenti? Che possibilità di sviluppo, di crescita
professionale avrà chi opera con questo sistema? Sarà
giustamente retribuito o sarà strangolato dal teorema del
massimo risparmio? Come potrà andare avanti se non riceverà
contributi da altre professionalità come il cineoperatore e
il montatore? Non si correrà il rischio di creare
emarginati che potranno fare solo quel mestiere e che non
sapranno mai rapportarsi ad un montatore o ad un operatore
o, perché no, in lavori importanti anche ad un produttore?
Ecco, posso solo intravedere le differenze tra il
giornalismo televisivo di venti anni fa e quello che
qualcuno oggi comincia a ipotizzare per i prossimi anni».
Come ci si sente a lavorare in un tg importante come il
tuo? È una bella responsabilità?
«Sì, è una bella responsabilità. Il
Tg1 ti dà
molto, moltissimo. È un valore aggiunto su ogni tuo lavoro.
Il
Tg1 si porta appresso una delle più grandi
tradizioni televisive e delle più costanti fedeltà
d’ascolto del mondo e ogni volta le regala al tuo pezzo.
Bisogna rispettarle (tradizione e fedeltà) dando molto ad
ogni servizio, ad ogni speciale, ad ogni inchiesta. Quel
valore aggiunto che il
Tg1 ti dà ogni volta è il
frutto del lavoro decennale di tanti e tanti colleghi prima
di te: se non lo disperdi, se lo onori, sul piano
professionale ne avrai grandi vantaggi. Però devi anche tu
fare la tua parte, anche tu devi dare, devi lasciare
qualcosa che accresca il valore aggiunto del
Tg1. Non
puoi solo prendere. Sarebbe un furto. Certo, dal punto di
vista della fatica... si finisce per lavorare moltissimo! E
con la tensione a mille!».
Chi tra i tuoi colleghi, anche di altri tg, apprezzi di
più?
«Domanda piacevolmente perfida. All’inizio della
professione i più giovani osservano il lavoro dei colleghi
più anziani, ma presto si accorgono sulla loro pelle di una
delle deformazioni professionali più diffuse: prima o poi
ogni giornalista finisce per credersi il migliore. Alcuni,
inoltre, sono convinti di aver fatto la scuola serale per
essere dio.
Andiamo oltre lo scherzo, ora. Se mi guardo attorno non
posso che apprezzare (e guardare con piacere) il lavoro di
corrispondenti come
Claudio
Pagliara e
Antonio
Caprarica, vedo quanta fatica c’è dietro la
“leggerezza” (nel senso adoperato da Calvino del
termine) dei servizi di
Vincenzo
Mollica (lo incrocio spesso, “il presidente”,
sorridente, carico di cassette negli anditi come me, come
incrocio, sempre stracariche di cassette,
Manuela
Lucchini, riflessiva,
Carlotta Mannu,
spumeggiante). Vedo quanto deve essere “presente”
Fabio
Zavattaro per fare il vaticanista come lo fa lui. Ammiro
la voglia di partire per conoscere e far conoscere, ogni
volta come la prima volta, di
Pino
Scaccia, di
Tiziana
Ferrario.
Fuori dal mio telegiornale mi piace come
Maria
De Medici conduce il
Tg3, ammiro la passione per
tutto il patrimonio artistico dei servizi di
Fernando
Ferrigno sempre sul
Tg3, trovo impeccabile la
radio di
Aldo Forbice. So quanta forza di volontà
c’è nelle colleghe che lavorano a
Uno Mattina,
nella redazione cronaca... quante pagine ho ancora?
Ora che mi ci hai fatto pensare, in realtà sono tanti i
colleghi e le colleghe che apprezzo... sarebbe bene porsi
questa domanda (anche da soli, nell’intimità) più
spesso!».
Chi sono stati, se ne ha avuti, i suoi maestri?
«Ho avuto la fortuna di poter osservare dietro le quinte il
lavoro di Beniamino Placido quando faceva televisione e ho
avuto il tempo di poter assorbire tutto il possibile. Piero
Melograni è per me un maestro nella ricerca storica (anche
lui con una particolare passione per il documento
audiovisivo). Giuseppe Carlo Marino mi ha insegnato a
mettere assieme anche cocci di documenti e parti di
informazioni per tracciare un quadro complessivo
(fondamentale nell’analisi del fenomeno storico mafia). Ho
avuto la fortuna di osservare (e lavorare con) Lio Beghin
mentre scriveva scena per scena prime serate anche di tre
ore. È stata una fortuna osservare (e lavorare per) Angelo
Guglielmi e il suo metodo di direzione. Ho passato e
ripassato le sequenze di Piero Angela per cercare di capire
il suo metodo nel parlare ai telespettatori. Un saggio
pescatore di corallo, chiamato da tutti Geppetto, che viveva
nel Sinis, sul Capu Mannu, nel punto più ad ovest della
Sardegna, mi ha insegnato a staccarmi da tutto ciò e mi ha
sempre ricordato di osservare la vita senza portarmi sempre
appresso il filtro dell’elettrodomestico televisore. Così,
la vita anche solo per godersela, nel bene e nel male».
Radio, tv e carta stampata: un aggettivo per ognuno di
questi mezzi di comunicazione
«La radio, divertente. La tv, abbagliante. La carta
stampata, indispensabile».
Un consiglio a tutti coloro che vorrebbero intraprendere
questa carriera?
«Impossibile dare consigli. È diventato davvero troppo
duro intraprendere questa carriera. Posso dire di stare
molto attenti ai bagliori della tv. Non si può scegliere,
decidere, in base a quelli. La realtà è che ogni giorno
bisogna produrre un pezzo. A volte bisogna cucinarlo per
tre, quattro, cinque, anche otto versioni diverse, con i
nuovi aggiornamenti, per le successive edizioni. E il giorno
dopo si ricomincia. Certo ogni tanto capitano i bagliori e
magari anche qualche piccolo scoop. Ma se ci si ammala di
scoop è già finita! Allora il quotidiano del lavoro di
giornalista finisce col diventare insopportabile e voi per
primi che avete preso la professione dal lato sbagliato
finite per diventare insopportabili. Ecco, mi son fatto
prendere la mano. Non è possibile dare consigli. Anche
perché, nel caso, sarebbero troppi. Posso però ricordare
anche la seconda regola (finora ho comunicato solo la prima,
alla gente interessa la gente). Ma anche la seconda,
se ci si riflette bene sopra, potrà essere utile:
il
pubblico è sanguinario».
OLIMPIA Intervista doppia: Scamperle - Spillare
di
Mario Basile
Pianeta
Donna Sport, in onda ogni
venerdì alle 20.30 su
Punto
Sat (
Sky,
canale 866), è il
primo talk show del calcio
femminile. Questa settimana
Telegiornaliste ha
incontrato le due conduttrici,
Stefania Scamperle e
Silvia
Spillare.
Siete conduttrici e inviate della trasmissione Pianeta
Donna Sport. Quale dei due ruoli preferite?
Stefania - «Senza dubbio l'inviata. Probabilmente
per una questione di carattere, amo molto di più l'azione,
la ricerca, il “giornalismo d'assalto”, mettere in
risalto la notizia, le persone, più che me stessa».
Silvia - «La conduzione è più vicina al mio
carattere, ma ammetto che fare l’inviata è più
emozionante».
Il programma parla solo di calcio femminile. E’ una
scelta dettata dal fatto che il nostro è un Paese “calciocentrista”?
In futuro ci sarà spazio anche per gli altri sport in rosa?
Stefania - «Abbiamo fatto una scelta coraggiosa. Il
calcio maschile è lo sport più visto, che riscuote maggior
interesse, di pubblico, di sponsor, ma che si sta
progressivamente allontanando dalla sua connotazione
“sportiva”. Il calcio femminile rimane un mondo
inesplorato, che ha bisogno di visibilità per poter vivere
e che merita attenzione. Da qui è partita la sfida:
dimostrare come uno sport ritenuto prettamente maschile si
addica anche al mondo femminile. E non è detto che non si
possa allargare a tutta una serie di sport in rosa, magari
tra qualche anno però, visto l’impegno che richiede».
Silvia - «La trasmissione è nata per dare spazio
alla figura femminile nello sport, ma si è focalizzata sul
calcio femminile quasi naturalmente».
Secondo voi, per quale ragione poche persone seguono il
calcio femminile? Troppi pregiudizi verso questa disciplina?
Stefania - «L’idea che mi sono fatta, dopo questi
mesi a contatto con le persone che questo mondo lo vivono
quotidianamente, è che sia un problema culturale. Per
esempio negli USA il calcio è considerato uno sport
femminile, e di conseguenza viene seguito più di quello
maschile. Poi ovviamente c’è il discorso
sponsorizzazioni, ma qui entriamo in altri campi».
Silvia - «Il calcio femminile è poco seguito perché
manca una cultura in tal senso, e noi fin dall’inizio ci
siamo impegnati per “educare” questo pensiero
maschilista».
Spostiamo il discorso più in generale: come vi spiegate
il fatto che lo sport femminile è in generale meno seguito
di quello maschile, indipendentemente dalla disciplina?
Stefania - «Pregiudizio. Non si riesce ad entrare
nell’ottica che una donna ha una sua identità e si
approccia allo sport in maniera diversa dall’uomo: con
meno forza fisica, forse con più costanza e sicuramente
dove l’emotività gioca un forte ruolo. Lo sbaglio più
grande dello spettatore è voler paragonare lo sport
maschile e quello femminile. Sono due realtà diverse.
Entrambe belle, ma diverse».
Silvia - «Devo ripetermi, rispondendo che è una
questione di mentalità maschilista che va davvero cambiata».
Seguite anche altri sport o solo il calcio?
Stefania - «Amo molto seguire l’atletica. Mi piace
l’idea dell’atleta che lavora molto su se stesso per
superarsi continuamente».
Silvia - «Mi interessano anche la pallavolo, il
nuoto e il pattinaggio artistico».
C’è qualche vostra collega che apprezzate
maggiormente?
Stefania - «Sicuramente tra le mie preferite ci
sono:
Cristina
Parodi e
Ilaria
D’Amico. Le ammiro per la grande professionalità,
classe e modestia che le contraddistingue».
Silvia - «Sinceramente non ho un modello a cui mi
ispiro, ma stimo Cristina Parodi perché riesce ad essere
professionale e semplice».
Professionalmente parlando, c’è un sogno, un progetto
che intendete realizzare in futuro?
Stefania - «Il più grande sogno sarebbe quello di
riuscire ad unire le due attività che adesso sto portando
avanti in maniera separata: il giornalismo e
l’architettura».
Silvia - «Il mio sogno più grande lo sto
realizzando: a luglio mi laureerò in giurisprudenza. Mi
piacerebbe svolgere la professione di avvocato con successo,
ma so che non è una strada in discesa».
EDITORIALE Il grande assente
di
Antonella Lombardi
«
Chi fa impresa al Sud è un eroe»: l'ha detto il
presidente di Confindustria,
Montezemolo.
E di
eroi involontari, solitari, caparbi,
martiri,
è piena la storia del
Meridione. Puntualmente
rimpianti dallo Stato quando è ormai troppo tardi;
ignorati, quando il loro grido di allarme cerca di scuotere,
inutilmente, l’immobilità circostante e quando
certi
silenzi sono più eloquenti delle parole.
Per anni l’imprenditore del tonno
Filippo Callipo,
presidente della Confindustria calabrese,
si è battuto
contro il silenzio e la solitudine dell’eroe,
denunciando
il racket e le difficoltà di fare impresa al Sud. Ha
invocato l’esercito per contrastare la malavita, ha
scritto all’ex presidente della Repubblica
Ciampi,
ha chiesto, sconsolato, all’allora ministro degli Interni
Pisanu,
cosa rispondere al proprio figlio che vorrebbe fare, da
grande, l’imprenditore al Sud.
Si è
indignato
per l’omicidio di
Francesco
Fortugno, vicepresidente della Regione Calabria.
Ma,
dice
Callipo, a parte «qualche latitante arrestato e un
po’ di pulizia fatta qua e là,
non vedo grandi
mutamenti in Calabria. Basta, non ce la faccio più, se
continuo a denunciare quello che gli altri non vogliono mai
denunciare finirà che mi prenderanno per pazzo».
E’ frustrante constatare tanta amarezza e solitudine in
una storia di successo, fatta di conquiste e genuino
ingegno. Nel difendere l’
idea
vincente della propria azienda, fino a poco tempo fa
Callipo diceva ai giornalisti: «La capacità di fare gruppo
è una diretta conseguenza del nostro legame con il
territorio. E poi vuole mettere la
soddisfazione che c’è
a fare impresa al Sud?».
Oggi questa soddisfazione si scontra con la
realtà della
cronaca, con l’ultima, barbara,
esecuzione
di un agricoltore che aveva denunciato i propri estorsori.
Segnali che si scontrano con il silenzio imbarazzante dello
Stato.
Non è necessario scomodare
annosi dibattiti sulla
questione meridionale e sulla più recente “
questione
settentrionale”. La
criminalità è un’
emergenza
nazionale che, da anni, grazie a un silenzio sovente
colpevole e ingombrante, sta uccidendo le risorse di un
intero Paese.
Se un'
impresa che ha successo è costretta a chiudere perché
ostacolata dalla malavita, allora non ci sarà possibilità
di riscatto per nessuno, mentre la disoccupazione continuerà
a fornire
humus alla criminalità. Lo
Stato,
grande
assente, lo sa. Ma a volte, è più comodo lasciare che
agiscano gli eroi involontari di tutti i giorni.