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Telegiornaliste anno II N. 25 (57) del 26 giugno 2006
MONITOR
Toffanin, felice di essere giornalista di
Silvia
Grassetti
Essere giornalista significa svolgere «un lavoro stimolante che permette di
approfondire temi e argomenti sempre nuovi. Aver inoltre il privilegio di
informarsi per informare è l'aspetto di questo mestiere che mi da più
soddisfazione. Allo stesso tempo però sento la responsabilità che tutto ciò
implica».
Parola di
Silvia Toffanin, approdata anni fa nelle case degli italiani
dagli schermi di
Passaparola, il programma condotto con successo da Gerry
Scotti, che ben presto ha deciso quale fosse la sua strada, salutando il quiz e
concentrandosi sulla professionalità.
Come nasce la giornalista Toffanin?
«Il mondo della comunicazione e in particolare del giornalismo mi ha sempre
interessata, fin dai tempi del liceo.
Ho scelto di fare questo mestiere cinque anni fa, entrando a far parte della
redazione di
Nonsolomoda. Sono diventata giornalista professionista il 21
settembre 2004».
Sei un personaggio eclettico: conduttrice tv, giornalista,
cittadina del mondo. C'è qualcuna delle tue occupazioni a cui non potresti mai
rinunciare?
«Quelli che hai elencato sono tre aspetti di un’unica occupazione: sono una
giornalista televisiva che per lavoro, passione e interesse, viaggia molto».
Ciò che ti lega alla televisione è amore eterno, o nel tuo futuro
professionale contempli anche la possibilità di lavorare nella radio o nella
carta stampata?
«Perché no! Mi attira l’idea di potermi mettere alla prova con strumenti di
comunicazione diversi.
Ho ancora molto da imparare e sono convinta che un’esperienza in un
quotidiano, o in una radio, sarebbe per me un’ottima palestra e un’occasione
di crescita professionale».
C'è un personaggio incontrato, o un evento, che ricordi con particolare
partecipazione?
«L’incontro con Papa Benedetto XVI. Ogni volta che penso a quel momento mi
commuovo».
Hai un sogno nel cassetto o un progetto, professionale e non?
«Mi piacerebbe in futuro poter dirigere una rivista femminile».
Una esperienza professionale che ricordi con piacere?
«Di sicuro la mia prima intervista a Giorgio Armani.
Ero emozionata e per un istante ho avuto paura di non ricordare più tutto
quello che avrei voluto chiedergli. Per fortuna però dopo i primi minuti di
tensione, mi sono rilassata e tutto è andato bene.
E' un po' la stessa sensazione che si prova ad un esame per il quale si è
studiato molto: quando si arriva davanti al professore ti sembra di non
ricordare più niente».
CRONACA IN ROSA
Shooting room, sì o no? di
Stefania Trivigno
Oltre alle discussioni su Pacs e pillola abortiva, il
governo Prodi si trova ad affrontare il
problema
della droga. Il
ministro della Solidarietà sociale Paolo
Ferrero ha infatti proposto qualche giorno fa
l'introduzione delle cosiddette
shooting room, stanze
ricavate nelle sedi ASL locali e riservate ai consumatori di
stupefacenti.
Presenti già in molti Paesi, quali Germania, Olanda,
Spagna, Svizzera, Lussemburgo, Norvegia, Australia e Canada,
le
stanze del buco avrebbero lo scopo di assicurare
ai tossicodipendenti un
ambiente igienico - fornendo
un kit completo di siringhe e laccio emostatico - e di dare
assistenza sanitaria: i medici controllerebbero le quantità
di droga somministrate per evitare l'overdose.
La dichiarazione del ministro, che per ora si è limitato a
dirsi favorevole alle
shooting room, ha dato il via
alla ormai consueta polemica fra maggioranza e opposizione.
Toni forti sono arrivati dalla
Casa
delle Libertà. Durissimo il commento dell’ex
sottosegretario all’Interno,
Alfredo Mantovano, che
sostiene con fermezza che introdurre le stanze per il buco
equivalga a vivere in uno Stato che spaccia droga e
favorisce la tossicodipendenza.
Sulla stessa linea la
Lega
Nord, che annuncia che ostacolerà con ogni mezzo «questo
e altri progetti mirati ad abbassare il livello di contrasto
alla diffusione di qualsiasi tipo di droga».
L'esempio degli altri Stati europei può forse chiarire gli
aspetti oscuri della proposta
shooting room: in
Svizzera la somministrazione controllata di eroina, iniziata
nel 1991 e confermata con referendum nel 1997 e 1999, ha
avuto effetti positivi, perché – spiega
Umberto
Veronesi – «la dipendenza da eroina è diventata
sempre più un problema medico e ha perso la sua immagine di
atto di ribellione».
Tuttavia, se la sperimentazione – che, sottolinea il
ministro
per la Famiglia Rosy Bindi, non è fra le priorità del
governo, né nel suo programma – si avviasse anche in
Italia, si assisterebbe a un paradosso, passando dalla Legge
Fini
- Giovanardi a un atteggiamento in apparenza permissivo
nei confronti del problema.
CRONACA IN ROSA
Friburgo città ecologica di
Tiziana Ambrosi
Friburgo,
nel cuore della Foresta Nera, è la
città tedesca
ecologica per eccellenza. Nonostante i suoi 210.000
abitanti, ha una media di superficie coperta a pannelli
solari tra le
più alte in Europa.
La fisionomia attuale di Friburgo affonda le proprie radici
a quasi un
quarto di secolo fa, quando venne
edificato il primo fabbricato - un condominio popolare - con
innovazioni radicali dal punto di vista ecologico e
tecnologico.
Un efficiente
isolamento termico della struttura e la
messa in opera di
pannelli solari sulle superfici esposte
a sud hanno permesso notevoli risparmi energetici.
Tanto da indurre l'amministrazione comunale a spingere
sempre più verso una "ecologizzazione" della città.
Dal singolo edificio alla
nascita di veri e propri
agglomerati urbani con standard ambientali elevatissimi.
Basti pensare al progetto del quartiere
Am
Schlierberg: cinquanta villette a schiera in grado
di
autosostenersi energeticamente, con pannelli
fotovoltaici, utilizzo di materiali isolanti - i telai sono
in legno - e impianti di riutilizzo dell'aria.
Una
curiosità sono i
balconi, in metallo e
staccati dal corpo principale in modo da non creare un ponte
termico.
Un connubio tra
produzione attiva di energia -
mediante la centrale fotovoltaica -
e passiva -
intesa come risparmio e limitazione dello spreco.
Il quartiere solare non è l'unico esempio di edilizia
ecologica della città tedesca.
Altri progetti sono
in programma oppure già realizzati, come la
Sonneschiff
- la Barca Solare, un ampio complesso di edifici e
abitazioni; o il quartiere
Vauban.
Molto particolare, anche da un punto di vista architettonico
l'
Heliotrop®.
L'edificio, oltre ad avere forma cilindrica e sistemi di
risparmio e accumulo d'acqua,
segue il movimento del sole
attraverso una piattaforma girevole, esponendo alla luce le
vetrate.
L'elevata percentuale di sfruttamento di energie rinnovabili
ha alle spalle una solida
politica energetica basata
su
tariffe incentivanti: più si usano energie
pulite, più si accede a facilitazioni e supporto per la
realizzazione degli impianti.
Una politica analoga in
Italia è quasi del tutto assente,
almeno a livello nazionale. Nonostante la firma del trattato
di Kyoto, gli standard richiesti sono ancora molto lontani.
Qualche
eccezione c'è, come
Carugate,
provincia di Milano, poco più di 12.500 abitanti. Il Comune
si è dotato di un
regolamento
edilizio incentrato su un approccio sostenibile
dell'edilizia, che combina le esigenze attuali e quelle
delle future generazioni.
Tre i punti fondamentali:
risparmio energetico,
utilizzo di
fonti rinnovabili e di
tecnologie
bioclimatiche.
FORMAT MEDIA
& MINORI Restare a galla di
Serenella Medori
Restare a galla non è semplice,
riconvertire il
proprio
lavoro lo è ancora meno, ma esiste chi da
attore diventa produttore, da presentatore diventa autore di
programmi, senza che un ruolo escluda necessariamente
l’altro.
Riconvertire. Questa potrebbe essere la parola
chiave. Come si fa a riconvertire una carriera televisiva
avviata ma interrotta? Come si fa a convivere con la fama
ottenuta rapidamente da giovani sconosciuti e le
televendite?
In un programma di intrattenimento come ce ne sono tanti, la
conduttrice ha fatto sedere nello stesso studio, alla
presenza di altri ospiti, un giovanissimo opinionista dalla
lingua tagliente e un presentatore di televendite. Ascoltare
e osservare la conversazione si è rivelato ben presto
assurdo, con connotazioni grottesche: personaggi tv di varia
origine e i telespettatori ascoltavano l’opinionista di
recente fama. Dopo alcuni lunghissimi secondi di solitario
sproloquio il presentatore di televendite ha interrotto
commentando: «Potresti venire con me a fare le televendite!».
Giusto! Chi ha esperienza televisiva fa le televendite, chi
non ne ha fa l’ospite - opinionista. Facile!
Segue un incredibile moltiplicarsi di domande. Chi dei due
gode di maggior importanza? Chi dei due si sente più
rispettato? Quale dei due è un
prodotto televisivo?
Quale dei due è
prodotto dell’esperienza? Quali
esperienze sono più importanti per fare televisione? Che
valore viene dato al conduttore che intervista illustri
sconosciuti in aria di notorietà? Pippo Baudo lo avrebbe
fatto?
Probabilmente Baudo non è un adeguato termine di paragone,
dal momento che forse la sua esperienza televisiva è
talmente grande che ha già fatto tutto, tranne il
Grande
Fratello!
Come nascono i
personaggi televisivi? Chi sono nella
realtà? Un’altra domanda si pone il
curioso
telespettatore, attento e critico:
che fanno per
vivere?
(13-continua)
FORMAT
Mammucari diventa Professore di
Nicola Pistoia
Dopo le polemiche sul suo ultimo programma televisivo,
Distraction,
reo di aver confermato ancora una volta quanto la nostra Tv
apprezzi il trash,
Teo
Mammucari torna più carico che mai, e in versione Prof.
È infatti al timone di un nuovo show targato Canale 5.
Cultura
moderna il titolo, in onda ogni giorno al posto di
Striscia
la notizia. In realtà non parliamo di qualcosa alla
Enzo Biagi, alla
Philippe Daverio, ma i
presupposti, o per lo meno le speranze, ci sono tutte.
È un programma nuovo sia per il pubblico sia per il
conduttore, che per la prima volta si cala nei panni di un
severo insegnante. Ogni giorno
cinque concorrenti
presenti in studio sono chiamati a rispondere a una
serie
di quesiti per cercare di indovinare il vip misterioso:
in palio ci sono
500.000 euro.
Anche in questa nuova trasmissione non poteva certo mancare
lo zampino del “terribile”
Antonio
Ricci, padre della satira televisiva, che torna dopo
tanti anni a indossare le vesti di preside, ma questa volta
per gioco. Le
risate - accompagnate da
un pizzico
di cultura - sono assicurate, con la speranza che i
critici televisivi incomincino a storcere meno il naso e
imparino ad apprezzare quell'
allegria e quella
spensieratezza
che rendono ogni programma di Mammucari uno spasso.
E intanto l'ex iena assicura: «Dopo 45 puntate
divento
intellettuale».
ELZEVIRO Sofonisba. Una vita per la pittura e la
libertà di
Antonella Lombardi
Per una donna è sempre stato difficile affermarsi nel campo
professionale. Figuriamoci durante il
Rinascimento,
quando il destino e la vita delle donne venivano decisi da
altri e la dote era spesso l’unica unità di misura del
loro valore.
Eppure,
Sofonisba Anguissola,
pittrice
cremonese nata nel 1531, fu una delle poche che riuscirono
ad affermarsi grazie al proprio talento.
Di famiglia nobile, ma di scarse disponibilità economiche,
Sofonisba riuscì a farsi apprezzare alle corti dei re.
Nel 1559, arrivata alla corte di Filippo II di Spagna,
diventa dama della regina Isabella di Valois e poi
ritrattista
della famiglia reale fino alla sua morte, avvenuta a
Palermo nel 1625.
Le sue competenze nel campo letterario e musicale la rendono
protagonista della vita artistica del tempo, un riferimento
culturale per pittori come
Anton Van Dyck, che
Sofonisba incontra a Palermo, alla corte del
viceré di
Sicilia Emanuele Filiberto di Savoia. E’ stimata da
Rubens,
Vasari e
Caravaggio. Quest’ultimo, per il
suo celebre dipinto
Fanciullo
morso da un ramarro, si ispirerà a un’opera
dell’artista cremonese.
Sofonisba si afferma nella ritrattistica, continuando a
dipingere, fino agli ultimi anni della sua vita, nonostante
un forte calo della vista.
Alla sua morte, viene seppellita nella chiesa palermitana di
San Giorgio, da lei stessa affrescata.
Sofonisba. Una vita per la pittura e la libertà di
Millo Borghini, pubblicato da
Spirali,
è il libro che ripercorre adesso la vita e l’opera di
questa artista cremonese, meno famosa di altre pittrici
salite in seguito alla ribalta dell'arte, come
Artemisia
Gentileschi o Angelica Kaufmann.
Il testo, un saggio di valore scientifico, ha il tono
piacevolmente narrativo, corredato di immagini dei dipinti
dell’artista, e illustra così le tappe della vita
affascinante di questa donna,
unica rappresentante della
pittura italiana rinascimentale al femminile, in
un'epoca in cui le donne, salvo casi eccezionali, non erano
riconosciute per la loro attività.
ELZEVIRO Roma: di scena il fumetto indipendente
di
Antonella Lombardi
Il
fumetto indipendente italiano è rappresentato a
Roma dalla
mostra Varie umanità. La
contemporaneità nel fumetto indipendente, dove gli
autori Maurizio Ribichini, Davide Reviati e Stefano Misesti
affrontano e commentano, in
totale libertà grafica e
narrativa, la contemporaneità, negli aspetti intimi e
personali, così come in quelli sociali, se non apertamente
politici.
Differenti tra loro per segno e per scelte narrative, i tre
autori sono accomunati dal fatto che, nei loro fumetti,
esplicitamente od implicitamente parlano del
mondo
contemporaneo, evidenziando in particolare “varie
umanità”.
Maurizio Ribichini ha collaborato con le più
importanti fanzine e testate dedicate a questo tipo di
fumetto, tra cui:
Schizzo,
Accattone,
Orme.
Ha collaborato inoltre all’antologia
Antonio Vivaldi,
una biografia a fumetti a fianco di Sergio Toppi.
Davide Reviati è tra i fondatori del gruppo di
artisti Vaca (Vari Cervelli Associati). Ha realizzato
storyboard per film e spettacoli teatrali e pubblicato sue
storie su varie riviste del settore.
Infine,
Stefano Misesti, illustratore affascinato dal
medium fumetto, ha collaborato con le più importanti
testate di genere, tra cui
Kerosene,
Schizzo,
Liberaria,
Fagorgo.
La mostra è affiancata dalla rassegna di video di
animazione
CTRL+ALT+TOONS del gruppo
www.inguine.net.
Una
realtà nata sul web e sviluppatasi anche in un
quadrimestrale cartaceo,
Inguine Mah!gazine, con il
meglio del fumetto indipendente internazionale.
I
video offrono una naturale cornice alla mostra,
trattandosi di
animazioni realizzate in larga misura
da altri fumettisti della
scena indipendente:
Gianluca Costantini, Davide Ragona, Davide Saraceno, Manfred
Regen, Minimalab, Paper Resistance, Squaz, Davide Catania,
Blu, Ericailcane, Ale Staffa, Leonardo Guardagli.
La mostra, a cura di Emiliano Rabuiti per il
Centro
Fumetto Andrea Pazienza, è aperta fino al
27 luglio,
a
Roma, negli spazi della sala Santa Rita.
DONNE Makeba: il canto della Pace
di
Nicola Pistoia
Il
Sudafrica e
Miriam
Makeba si fondono tra di loro per dare vita ad uno
spettacolo
unico al mondo, fatto di canti e
speranze, di
suoni ed
emozioni, di melodie ancestrali e di
sorrisi.
La piccola Miriam nacque nel 1932 a Johannesburg da una
famiglia povera e straziata dalla politica dell’
apartheid.
La sua nascita, così come l’intera vita, sono legate al
miracolo: una vita intervallata da brutalità e squarci di
luce, che le hanno permesso di
lottare ed andare
avanti senza mai fermarsi e senza
mai cedere alle
ingiustizie.
Negli anni '50 il suo percorso cambia grazie all’incontro
con
Nelson
Mandela, che in quel periodo stava organizzando l’
African
National Congress.
Da quel momento inizia per Miriam l'impegno nella politica,
contrassegnato da insidie e contrasti, tanto da essere
costretta
ad abbandonare il proprio Paese nel 1960.
Quando Mandela nel 1990 viene arrestato, a Miriam sembra
quasi di perdere un punto di riferimento. Ma, passato lo
sgomento, continua la battaglia per la giustizia. La sua
intera esistenza è stata caratterizzata dalla
lotta
estenuante contro il razzismo e a favore della pace. Un
ideale che nel 1986 l’ha portata a vincere il
premio
per la pace Dag-Hammerskjöld.
Tutto questo seguendo la sua massima aspirazione: il
canto.
Una musica che trasmette speranza. Un ritmo che come un
solco segna tragicamente gli
eventi terribili della vita
e del popolo sudafricano, ma che guarda avanti nella
convinzione di un futuro migliore.
La musica della Makeba è un
vero canto di pace, a
metà strada tra il
rock e il
rhythm and blues,
insaporito dall’antica tradizione trobadorica africana.
Suoni che l’hanno fatta apprezzare in tutto il mondo.
Una cosa è certa: non si può comprendere a fondo questo
straordinario personaggio se prima non si è conosciuto il
Sudafrica.
DONNE
Simone la ribelle di
Erica Savazzi
Quest’anno ricorrono i
vent’anni dalla morte di
Simone
De Beauvoir, intellettuale che, durante una vita che ha
attraversato tutto il ventesimo secolo, ha contribuito a
modificare l’immagine della donna.
Simone nasce in una
famiglia borghese parigina, molto
tradizionalista: genitori credenti, famiglia numerosa,
davanti a lei un buon matrimonio e una vita da casalinga. In
realtà dimostra fin dall’adolescenza di essere una
ribelle.
Nel suo libro più famoso,
Memorie di una ragazza per
bene, racconta di aver
perso la fede a
quattordici anni.
Inizia così la sua rivolta contro le tradizioni. Decide di
diventare una scrittrice, studia e si iscrive alla Scuola
Normale Superiore. Lì
incontra il ventitreenne
Sartre, che mostra già le sue grandi doti. Studiano insieme per
un concorso di filosofia: Sartre vince il primo premio e
Simone il secondo. Alcuni affermano che in realtà Simone fu
la migliore: il suo essere donna la relegò in seconda
posizione.
Sartre e Simone
non si lasciarono più. Tutti e due
geniali, tutti e due scrittori e filosofi. Una coppia
perfetta. In realtà il loro rapporto non fu semplice. Non
si sposarono mai, decisero di essere una
coppia aperta:
ognuno con le proprie scappatelle. Un
film
andato in onda di recente in Francia racconta di amanti
rubati l’uno all’altra, di giochi crudeli, di una De
Beauvoir che non sposa l’uomo che ama per restare vicino a
Sartre. Certo è che sono ricordati come la
prima coppia
moderna, non sancita ufficialmente dal vincolo
matrimoniale.
La
questione femminile ha sempre accompagnato la vita
di Simone de Beauvoir, fin dal momento in cui, ragazza,
decide di
non voler diventare come sua madre,
perfetta moglie e madre borghese. Il suo saggio
Il
secondo sesso, pubblicato nel 1949, fece scandalo. «
Donna
non si nasce ma si diventa», scriveva. Non si è donna
per biologia, ma per
cultura, una cultura che fa
diventare deboli e succubi dell’uomo. Una anticipazione
del
femminismo, che la prese a modello e ispirazione.
Inizialmente estranea alla politica, dopo la Seconda Guerra
Mondiale si ricrede, fino a teorizzare una
letteratura
impegnata. Contraria alla guerra d’Algeria, denuncia
la pratica della tortura e invita i giovani a disertare il
servizio militare. Durante il '
68 sarà a
fianco
di studenti ed operai.
Se Sartre vinse il premio Nobel, lei conquistò il più
prestigioso
riconoscimento letterario francese, il
Goncourt,
nel 1954, col romanzo
I mandarini. Nel 1981 Simone
scrive la sua ultima opera,
La cerimonia degli addii:
narra gli ultimi dieci anni di vita dell’uomo cui fu
vicina per tutto il tempo: Sartre, scrittore, filosofo e
compagno. Nonostante tutto.
TELEGIORNALISTI Giordano: «Il mio tg è giovane e
moderno» di
Mario Basile
«La dote che deve assolutamente avere un direttore è la
disponibilità a sobbarcarsi un sacco di rogne di cui non
avrebbe nessuna voglia di occuparsi». Parola di
Mario Giordano, quarant’anni, da sei
direttore di
Studio
Aperto: il notiziario di
Italia
1.
A chi gli domanda come abbia fatto ad arrivare
così
presto a quest’incarico risponde: «Bisognerebbe
chiederlo a chi mi ha chiamato. Ero inviato al
Giornale,
ma lavoravo già in tv - avevo fatto
Pinocchio con
Gad Lerner ed ero stato al
Tg1 - un pomeriggio mi è
arrivata a sorpresa una telefonata. In poche ore la mia vita
è cambiata».
Direttore a trentaquattro anni, non male per uno che
ha ancora nitido il
ricordo degli inizi. «Questa
professione ce l’avevo in testa fin da bambino –
prosegue Giordano – ho cominciato collaborando con
quotidiani locali, piccoli pezzi di sport o sui problemi
degli agricoltori. Poi come tutti, una collaborazione dopo
l'altra, anni di abusivato, i primi contratti, eccetera…».
Anche se gli
ascolti premiano il suo telegiornale, i
critici
non mancano. Questi ultimi puntano il dito sulla troppa
attenzione ai
reality, al
gossip e alle
notizie
di meteo. I più cattivi dicono addirittura che
Studio
Aperto, in fondo, non è nemmeno un tg. La replica del
direttore è secca: «I dati di ascolto confermano che sono
molte di più le persone che apprezzano
Studio Aperto.
Tutte le critiche sono le benvenute, ma noi abbiamo
inventato una formula nuova che piace e che avvicina al
mondo dell'informazione chi altrimenti ne starebbe del tutto
lontano».
Mario Giordano non va per il sottile neanche quando spiega
il
motivo per cui è costretto ad occuparsi della
televisione
che non gli piace. «Perché se uno fa il direttore di tg e
non ama il calcio, che fa? Non si occupa delle partite della
Nazionale? E allo stesso modo - continua - se uno fa il
direttore di un tg e non ama il
Grande Fratello, che
fa? Non si occupa di un fenomeno sociale, di un evento che
viene guardato da milioni di telespettatori? E perché? Per
snobismo?».
Il direttore cita la
Nazionale di calcio. Logico
chiedergli un commento sullo
scandalo che ha colpito
il mondo del pallone in Italia. «Una banalità: penso che
chi ha sbagliato debba pagare. Anche se, per caso, dovessimo
vincere i mondiali. Quali provvedimenti deve prendere
l’Ordine dei Giornalisti per i colleghi coinvolti? Non ho
molta fiducia in questi provvedimenti - spiega - anzi, io
sarei per l'abolizione di tutti gli Ordini».
E se forse il nostro calcio ha qualcosa da invidiare a
quello estero, secondo Giordano non si può dire altrettanto
dell’
informazione. «Non vivo nel mito del
giornalismo estero che spesso è molto peggio del nostro.
Troppa faziosità nel giornalismo italiano? Più che altro
ci sono troppe persone più vicine ai palazzi che al
pubblico».
Faziosi o no, molti giornalisti italiani si stanno aprendo
alla
nuova frontiera dell’informazione: il
web.
Mario Giordano è uno di questi. Sono numerosi gli utenti
che frequentano il suo blog. «Credo che siamo alla vigilia
di una rivoluzione dell'informazione. E bisogna essere
pronti a cogliere tutti i fermenti di novità. Alla base
della rivoluzione ci sarà l'interattività».
Eppure per molti il
giornalismo è ancora una
professione poco innovativa, non aperta ai giovani e che
necessita di maggiore flessibilità. «Per quanto ci
riguarda siamo aperti, flessibili, giovani e moderni. Basta
fare un salto nella nostra redazione per accorgersene».
OLIMPIA Intervista a Katia Serra
di
Mario Basile
Laureata in scienze motorie,
consigliere federale
della
FIGC,
collaboratrice di
Walter Pettinati di
Calciodonne
e
testimonial delle figurine
Panini.
Ma soprattutto
grande calciatrice. Tutto questo è
Katia
Serra. Una carriera iniziata vent’anni fa quando a
Bologna
decisero di puntare sul talento di quella
ragazzina che, instancabile, correva su e giù per la
fascia. Un
talento confermatosi negli anni a seguire
con svariati
successi e presenze in
Nazionale.
Telegiornaliste.com ha incontrato Katia Serra per parlare
ancora di
calcio femminile e dei suoi
progetti
futuri.
Avrà certamente seguito lo scandalo che ha colpito il
calcio maschile. Un suo commento in merito.
«Come rappresentante del calcio femminile il mio commento
è legato al fatto che sicuramente i valori e i presupposti
sui quali si basa la nostra disciplina sono altri. Diciamo
che in questo momento il calcio maschile ha poco di sport e
molto di business e, come donna di sport, questa cosa mi fa
soffrire, non mi piace. Vorrei che la nostra disciplina
riuscisse ad acquisire più spazio e più dignità in
funzione proprio di quei valori che la contraddistinguono»
Quindi si può dire che il calcio femminile rappresenti
quel calcio “romantico” che il calcio maschile ha smesso
col tempo di essere?
«Si, diciamo probabilmente il calcio maschile che c’era
stato agli inizi. E quindi anche noi oggi giochiamo
fondamentalmente per una grande passione, per un grande
amore per il gioco della palla, indifferentemente da quelli
che sono i risvolti o gli aspetti di contorno. Per cui la
definizione che lei ha dato la trovo ottima: calza a
pennello con la nostra situazione».
Con l’arrivo di Rossi in FIGC pensa che possa cambiare
qualcosa in meglio per il calcio femminile? Sarà istituito
un campionato professionistico anche per le donne?
«E’ ancora prematuro parlare di calcio professionistico
nel femminile perché mancano i numeri. Quello che io mi
auguro, e che si augura tutto il movimento, è la possibilità
di fare un progetto di sviluppo che sia su basi pluriennali
proprio per lanciare questa disciplina che da sempre si
trova invece in una situazione di conflitto tra le esigenze
della Nazionale, in quanto per essere atlete di Nazionale ci
si deve organizzare in un certo modo, e l'attività dei
club, che richiede un impegno minore e quindi viaggia anche
dal punto di vista federale da un altro punto di vista: da
una parte la FIGC, dall’altra la Lega Nazionale
Dilettanti. Questo doppio canale crea delle difficoltà
nella gestione e nella crescita della disciplina. Di certo
sarebbe il momento propizio per farsi ascoltare e cercare di
capire che sotto questo aspetto qualche cosa andrebbe
cambiato per rendere più agevole l’attività del calcio
femminile».
Perché il calcio femminile in Italia è meno seguito
rispetto a quello di altri Paesi come Germania e Stati
Uniti? C’è ancora una mentalità troppo chiusa?
«Quest’ultimo è un aspetto. Anche se bisogna dire che
comunque è migliorata la situazione. Se mi avesse fatto
questa domanda anni fa le avrei solo detto: “Si, il motivo
è questo”. Oggi le dico che il motivo era questo, lo è
ancora, però piano piano fortunatamente qualcosa sta
cambiando in termini di mentalità. Ma tutti i cambiamenti
richiedono tempi lunghi per poter avvenire in maniera
stabile e duratura. Sicuramente questo è sempre stato il
grande limite, ma come sta cambiando la mentalità del Paese
nei confronti della condizione della donna lo si vede anche
nello sport, in questo caso nel calcio femminile. Io vedo
uno spiraglio, non ancora una porta aperta, ma sicuramente
uno spiraglio».
Qualche anno fa lei ha dichiarato che il problema delle
calciatrici era la tecnica, in quanto le ragazze si
avvicinavano troppo tardi a questo sport. La situazione è
migliorata col tempo?
«Sì, sotto questo aspetto decisamente sì. Infatti questa
cosa era legata al fatto che non si faceva attività
giovanile o se ne faceva veramente poca. Oggi, invece, ci
sono più società organizzate in tale direzione e c’è
anche più richiesta da parte delle ragazzine che, vedendolo
magari in televisione o vedendolo praticare dai loro amici o
fratelli, vogliono avvicinarsi e chiedono di poter giocare.
Più la ragazzina inizia da piccolina a giocare, più
l’aspetto tecnico ne guadagna perché alle spalle ci sono
più anni di addestramento».
Parliamo della sua carriera. Dopo tredici anni di A1, a
gennaio è tornata in B con il Cervia. Cosa l’ha spinta a
prendere questa decisione?
«Fondamentalmente delle esigenze familiari: volevo
avvicinarmi a casa. Poi in questa società ho trovato anche
dei presupposti di mentalità di cercare di fare lo sport
con dei canoni di professionalità e di serietà che non
avevo riscontrato in altre società. Anche questo aspetto è
stato una molla che mi ha spinto in questa direzione. Poi
non le nascondo che ho già invece parlato con la società
perché mi manca l’agonismo della A1. Un agonismo
chiaramente superiore, è normale che sia così. Quindi cosa
farò in estate onestamente non lo so, si vedrà tutto
quanto poi, però di certo sono stata bene, mi sono trovata
bene e auguro a questa società, indipendentemente da Katia
Serra, di continuare a praticare il calcio con una certa
mentalità e di crescere nel tempo. Ripeto indipendentemente
da Katia Serra, eventualmente».
Una decisione che comunque le ha portato fortuna perché
ha ritrovato anche la Nazionale.
«Sì e no. Nel senso che sì, l’ho ritrovata, poi però
è stata anche un problema la categoria per continuare ad
essere parte della Nazionale. Diciamo che sotto questo
aspetto c’è grande differenza tra la serie A e la serie
B. Di conseguenza il CT mi ha fatto capire che per rientrare
nel giro azzurro bisognerebbe essere stabili in serie A,
perché si tratta di due campionati differenti. L’ho
ritrovata sono stata molto contenta in quanto per me è
sempre un punto di riferimento importante far parte della
Nazionale e indossare la maglia azzurra, però per poterci
rimanere in pianta stabile vanno fatte scelte diverse. Per
cui anche sotto questo profilo l’estate verrà affrontata
con delle riflessioni a 360 gradi».
Quali sono quindi i progetti futuri di Katia Serra? Un
ritorno in serie A1?
« Magari (ride,
ndr)! Si, l’obiettivo è questo.
Però sono anche consapevole che è un momento particolare
che si ripercuote nel calcio dilettantistico e a maggior
ragione nel calcio femminile. E’ un momento in cui anche
l’economia italiana non aiuta certo gli sport minori a
operare al meglio. Questo è l’obiettivo, ma non è detto
che si possa concretizzare facilmente. Non sono più una
ragazzina che pur di giocare è disponibile ad andare
dappertutto, ovviamente, e ci sono anche delle altre
esigenze che fanno meditare a fondo se una scelta è giusta
o nel tempo potrebbe non rivelarsi quella che uno sperava».
EDITORIALE Rai: di tutto, di più di
Antonella Lombardi
«
Porcelle doc»: così sono state definite le
aspiranti starlette
pronte
a tutto, pur di apparire in una trasmissione tv. Un
appellativo filtrato dalle
intercettazioni
telefoniche pubblicate in seguito all’avvio dell’
inchiesta
che sta mostrando l’oscuro
sottobosco della televisione
pubblica.
Nulla di nuovo sotto il sole: lo scambio di favori ottenuti
giocando la carta del sesso è pratica diffusa sin dai tempi
di
Cleopatra. Anche
Luchino Visconti affrontò
l’argomento, nel suo celebre film
Bellissima,
affidando ad Anna Magnani il ruolo di una madre ostinata e
(quasi) senza scrupoli, pur di garantire alla propria figlia
un luminoso avvenire sotto le
luci della ribalta.
Una prassi che si sperava essere rara, in uso magari tra i
livelli più bassi dello show business, ma che sta invece
colpendo nomi e cariche illustri; un
reato che porta
il nome di concussione sessuale.
Gli anni delle battaglie per la liberazione della donna,
contro la
mercificazione del corpo e per la parità
tra i sessi sembrano conquiste lontane.
A quanto pare, per fare carriera, la scorciatoia è sempre
attuale e ben volentieri imboccata. Anche il
Premier
si è mostrato sgomento per la «strumentalizzazione e il
disprezzo avuti nei confronti delle donne».
Quello che colpisce davvero è il
vuoto in cui tutto
è avvenuto: di
idee, pudore,
fiducia in se
stesse.
In un articolo sul
Corriere
della Sera il critico televisivo
Aldo
Grasso confronta la «gestione Craxi della Rai,
innovativa nei contenuti e coraggiosa nell’affrontare
l’ibridazione dei generi», con l’ultima debole gestione
Rai.
La Tv di stato, persa con l’arrivo dei tempi moderni
l’originaria
funzione pedagogica, non ha saputo
rinnovarsi, ma ha preferito coltivare
logiche di potere
che hanno prevalso sulla sperimentazione e sulla creatività.
Oggi vanno di moda la donna e l’
uomo senza qualità
(che
Musil
ci perdoni!): il
talento è un’attitudine che si
coltiva con sacrificio e costanza, virtù sconosciute in
questi tempi di
reality, “
tronisti” e
qualunquismo.
Così, c’è chi difende la propria condotta invocando il
mobbing
e gli
ostacoli
incontrati.
Ma c’è anche chi vorrebbe continuare a
pagare il
canone per vedere una
tv di qualità.
Una tv di servizio pubblico, e
non da pubblici servizi.