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Telegiornaliste anno II N. 26 (58) del 3 luglio 2006
MONITOR
Flavia Fratello, dalla carta al monitor di
Nicola
Pistoia
Questa settimana abbiamo incontrato
Flavia Fratello, giornalista televisiva, che
ci ha raccontato la sua carriera, iniziata nella carta stampata per un piccolo
quotidiano di provincia, e che l'ha portata a diventare uno dei volti più noti
di La7.
Come e quando è nata questa passione per il giornalismo?
«Da un estate di vent'anni fa quando per guadagnare qualcosa mentre facevo
l'università fui chiamata dal caporedattore della
Gazzetta di Carpi a
collaborare al giornale. Non lo conoscevo, il mio nome lo ebbe da un'amica
comune. Provai e pensai che non mi ero mai divertita tanto. E così continuai».
È più facile fare la giornalista televisiva, lavorare nella carta stampata
o in radio?
«E' più facile lavorare alla radio, nel senso che non dipendi da nessuno, al
contrario della televisione dove devi giostrarti fra operatori, montatori o, se
sei in studio, con scenografie, luci, registi... A volte sono loro che aiutano
te, e devi essere molto grata. Ma talvolta capita che non ti seguano, e allora è un disastro, fai il doppio della fatica.
Il giornale ha tempi diversi, se fai un errore resta per sempre, però non hai
l'ansia della diretta. Il pezzo almeno lo puoi rileggere!».
Donna e mamma: un binomio tanto abusato da aver convinto tutti, donne
comprese, che se non si è mamme non si è "complete": Flavia, lo
pensi anche tu?
«E allora perché non uomo e padre? La maternità è certamente un'esperienza
importantissima ma non essenziale, anche se sono contenta di averla potuta
vivere. Ma non mi passerebbe mai per la testa di giudicare
"incompleta" una donna che per scelta o per caso non abbia avuto
figli. Così come non riterrei tale un uomo. Ci vogliono padre e madre per fare
un bambino. Dunque la valutazione dovrebbe essere uguale. Fra l'altro non è
certo stato portare mio figlio per nove mesi a rendermi madre.
Ma l'averlo accudito ed amato giorno per giorno».
Come riesci a conciliare carriera e vita privata?
«Organizzandomi. E mettendo a tacere i sensi di colpa. In entrambi i sensi».
La7 rappresenta il terzo polo televisivo italiano: quale credi sia il ruolo
del Tg La7 oggi, al confronto degli altri telegiornali nazionali?
«Io credo che chi guarda il nostro tg lo faccia sapendo, o sperando, di
trovarsi di fronte ad un prodotto meno condizionato di altri. In ogni senso.
L'imparzialità è stata fin dall'inizio la cifra del
Tg La7, unita ad
una grande attenzione per temi spesso ignorati dagli altri, come quelli di
cronaca e politica estera. Così, pure per ciò che riguarda la cronaca, la scelta di
fare un pezzo o meno non è mai stata fine a se stessa, ma sempre legata alla
possibilità di raccontare un fenomeno, una tendenza, e non solo a far
inorridire o rabbrividire il pubblico. Altrettanto dicasi per gli spettacoli.
C'è chi ritiene il nostro tg un po' snob. Io credo che sia semplicemente
un'offerta diversa rispetto ad un panorama abbastanza uniforme verso il basso».
Continuando a parlare di telegiornali: quali sono quelli che non ti
piacciono? Perché?
«In generale non mi piacciono i servizi retorici. Quelli morbosi, quelli che
potrebbero essere spiritosi e sono invece seriosissimi. Li trovi in tutti i tg,
talvolta anche nel nostro. Ma un po' più spesso in
Studio Aperto».
Anche nel giornalismo esiste il luogo comune secondo cui solo chi è bello va
avanti...
«Non è un luogo comune: numerose ricerche hanno dimostrato che le persone più
belle fanno carriera più velocemente, guadagnano in proporzione di più,
eccetera.
E questo avviene in quasi tutti i campi. Non è mia intenzione stare qui a
discutere se sia un bene o no, se sia moralmente accettabile, quali siano le
ragioni, se sia una novità o se sia tutto sommato sempre stato cosi (solo che
ora si nota di più).
Ciò che posso dire è che fortunatamente non si tratta di una verità assoluta.
E che è verissimo che essere belli non basta, perché una bella e scema sarà
superata da una o uno bello e intelligente. E che belli lo si può anche
diventare. Truccatori e parrucchieri fanno miracoli, un look appropriato anche.
La sicurezza nelle proprie capacità più di tutto in assoluto.
E' evidente che dove si lavora sull'immagine, l'immagine conta. A volte più di
uno scoop. Ma è anche vero che a una o a un giornalista si chiede soprattutto
di essere credibile, informato e attendibile. Se poi è anche passabile è
meglio».
Chi delle tue colleghe, anche di altri tg, apprezzi maggiormente?
«Mi piace una conduzione coinvolgente, calda, partecipe. Mi piace moltissimo
Cesara
Buonamici, mi piace
Maria Luisa Busi; delle mie colleghe non posso ovviamente che parlare bene».
Scambieresti il tuo ruolo di conduttrice del tg con quello di inviata di
guerra?
«Da quando lavoro in televisione (estate 1991, tg di Videomusic), ho sempre
alternato periodi di conduzione (sia del telegiornale che di trasmissioni) a
periodi di lavoro sul campo. Sono entrambi entusiasmanti e gratificanti, anche
se alla guerra vera e propria non sono mai arrivata. Ma non è detto che non
possa capitare in futuro. Il nostro è un lavoro dove la casualità ha un peso
notevole, dunque nessuna preclusione».
Qualche consiglio ai tantissimi ragazzi che come te vorrebbero intraprendere
questa carriera?
«Consigli? Se potete, fate la gavetta nei giornali locali. Iniziate dal basso,
avrete più spazi, più tempo per capire se e cosa davvero vi piace, più tempo
per imparare. Se pensate di iniziare subito al
Tg1, o avete ottime
"spinte" o siete un po' supponenti. Il che in effetti non guasta. Ma
in minime dosi».
CRONACA IN ROSA Somalia, la pace lontana di
Tiziana Ambrosi
Il
conflitto civile in Somalia dura ormai da quindici
anni. Pochi i momenti di tranquillità vissuti da questa
terra: dal controllo egiziano alla fine dell'Ottocento alla
sottomissione
all'Italia, nel breve periodo colonialista del nostro
Paese. Negli anni '70 il generale
Siad
Barre, filosovietico, assume il potere con un colpo
di stato. La situazione è mal sopportata dalle fazioni e
dai clan locali che si alleano e che,
nel 1991,
abbattono
il regime. Si aprono scontri per la successione al
potere che coinvolgono la popolazione civile. Nei primi anni
'90 le
vittime ufficiali del conflitto sono
350.000.
Vengono inviati i marines a fare da "apripista" ai
Caschi blu dell'ONU, ma la situazione è difficile.
Nel giro di tre anni i
contingenti stranieri vengono
ritirati
(un affresco delle difficoltà del conflitto si trova nel
film
Black
Hawk Down, di Ridley Scott) e nel Paese regna il
caos più totale.
Cominciano gli anni dei "
signori della guerra"
e di Aidid in particolare che si proclama presidente, ma non
è riconosciuto dalle altre fazioni.
L'inesistenza di un potere centrale fa da supporto
all'impunità generale: i
Warlords finanziano le
milizie con il traffico di armi, il saccheggio, la droga, i
rapimenti. I civili vengono coinvolti in una battaglia
più grande di loro.
Solo tre settimane fa il capovolgimento della situazione,
con la
caduta di Mogadiscio e i signori della guerra
in fuga. La capitale ora è controllata dalle
Corti
islamiche, un'organizzazione armata che si ispira al
Corano.
Uno
scacco alla politica americana che supportava
l'Alleanza contro il terrorismo formata dai signori della
guerra e che ora accusa i nuovi padroni di proteggere membri
di
Al Qaeda.
Ma il
timore più grande è che la
Somalia
possa diventare una
nuova culla del fondamentalismo
islamico, paura avvalorata da alcune dichiarazioni
rilasciate dal leader delle Corti
Shek
Sharif Shek Ahmed: «La legge coranica è una buona cosa
per la Somalia. Qui dopo l’indipendenza abbiamo
sperimentato la democrazia. È stato un fallimento». E
conclude: «La Sharia ci può dare sicurezza e può far
ripartire l’economia».
Una
situazione delicata che si fa sempre più
incandescente:
da una parte l'eterogeneità di questo gruppo costituito
tanto da
estremisti quanto da filoni più moderati,
con conseguenti lotte intestine; dall'altra, una situazione
caotica e quasi di guerriglia che non risparmia vittime.
Sono ancora impresse nella mente le immagini dell’
uccisione
del
reporter
svedese Martin Adler, freddato durante una
manifestazione a
Mogadiscio.
Intanto le Corti islamiche denunciano lo sconfinamento di
truppe etiopi. L'impressione è quella di una
bomba ad
orologeria sul punto di scoppiare.
La Somalia che ci ha raccontato
Ilaria
Alpi deve ancora trovare la strada della pace.
FORMAT MEDIA
& MINORI Minorenni tra i
frames di
Serenella Medori
Forse a
credere alla tv sono rimasti i
minorenni.
Forse.
Gli adulti credono nella libertà sotto qualsiasi forma,
credono nell’
uguaglianza purché non danneggi un
uomo a vantaggio di una donna e purché non danneggi una
mamma a vantaggio del papà. Gli adulti credono
nell’uguaglianza e promuovono le quote rosa, credono nella
parità dei
diritti, anche in quelli del Crocifisso.
Non è dato sapere quanto credano ancora nella politica ma
difendono le proprie idee nei circoli, alle cene sociali o
private. Non si sa quanto ancora credano nel Festival di
Sanremo, ma continuano per tenersi occupati con i commenti
nelle settimane successive.
Di sicuro gli
adulti credono nel
calcio, nella
mucca pazza, nella lingua blu, nell’
aviaria.
Questo è facile da verificare: basta controllare i dati
relativi al crollo delle vendite di carne bovina, ovina e
avicola nei primi cinque anni del nuovo millennio.
Gli adulti credono ai propri figli. Gli
adulti credono
nei propri figli, ci credono talmente tanto che orde di
studiosi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, assistenti
sociali, medici, sacerdoti e presentatori tv hanno dato vita
alla campagna in favore del "No", quel
"No" detto al momento giusto, quel "No"
che fa crescere.
Gli stessi studiosi ammettono che proprio i figli,
soprattutto i
minorenni, sono forse rimasti gli
unici
a credere che «
Se lo dice la Tv allora è vero».
Magrissimo è bello, la merendina è meglio di un panino - a
meno che non sia quello di
McDonald's
o quello con la
Nutella
-,
le
Bratz
sono meglio di
Barbie
e sporcare tutta la casa va bene, basta avere il giusto
smacchiatore universale. Sono
pochi i genitori che
riescono ancora a
dire «No» con una certa fermezza,
mentre molti
cedono alle richieste dei figli, specie
se molto piccoli, o molto abili.
I
pubblicitari questo
lo sanno e tutto si
traduce in «
Il figlio chiede e i genitori acquistano».
Con la crescita il figlio diventa genitore e libero di
acquistare ciò che vuole, finalmente! Smettete dunque di
chiedervi perché il vostro amico o la vostra amica ha una
quantità industriale di scarpe, borse, libri che non ha mai
usato.
Inutile chiedersi perché il nostro vicino di casa arrivi
con l’auto che cede sotto il peso di venti confezioni da
otto di succo di frutta, succo che i suoi figli non
riusciranno mai a bere perché nel frattempo sarà scaduto!
Forse con la raccolta di punti riuscirà ad avere quello
splendido zainetto.
Con la marca del succo stampata sopra...
(14-continua)
FORMAT
Storie sotto il sole di
Nicola Pistoia
Per i palinsesti di
Rai
e
Mediaset
l’estate 2006 sarà decisamente rovente.
In particolare ci riferiamo ai
vecchi e nuovi telefilm
che animeranno i due principali poli televisivi in un
periodo che non punta a sfiorare i picchi di ascolto
raggiunti durante la stagione invernale, ma che si propone
di offrire valide alternative a chi non vuole (o non può)
andare al mare.
Partiamo proprio dalla tv di Stato. Nonostante il
dissenso
dei vertici di viale Mazzini sull'includere nei palinsesti
giornalieri famosi serial o sit-com, oggi la Rai è
costretta a combattere una dura lotta con la diretta
concorrente, e offre quindi una
vasta scelta di telefilm.
Mai nella storia della televisione un telefilm con
protagoniste femminili era durato più a lungo (otto anni,
178 episodi), neppure
Charlie’s Angels. Ora la
serie conclusiva di
Streghe viene trasmessa da
Raidue
ogni giovedì.
Vi ricordate
Friends? Quel gruppo di sei amici alle
prese con i problemi più disparati? Uno di loro ha fatto
carriera: un po’ come succede tra i cantanti, ha deciso di
mettersi in proprio.
Matt LeBlanc è infatti il
protagonista del nuovo telefilm di Rai 2 -
in onda dal
lunedì al venerdi alle 18.50- dal titolo
Joey.
Questo serial è stato pensato, dopo la chiusura di
Friends,
per raccontare la nuova vita di
Joey
Tribbiani, col suo sogno di diventare una star di
Hollywood.
Sempre la
seconda rete propone lo spassosissimo
Due
uomini e mezzo: uno dei telefilm più visti in
America. Il protagonista è lo scapolo Charlie costretto a
cambiare vita quando suo fratello e il nipotino decidono di
trasferirsi da lui. La serie va in onda
ogni giorno alle
19.15.
Non mancano poi le repliche dei grandi telefilm, come quelle
de
Il commissario Rex, che nonostante tutto riescono
a totalizzare oltre due milioni di telespettatori.
La prossima vi racconteremo le novità e le gradite conferme
di Mediaset.
(1-continua)
ELZEVIRO Arte e cultura: gli appuntamenti
dell’estate italiana di
Gisella Gallenca
L’
estate è ormai cominciata. E anche quest’anno
la
creatività e il
fermento artistico non
vanno in vacanza, ma rimangono ad animare le giornate di
coloro per cui il relax non è solo divertimento, ma anche
un’occasione per vedere, conoscere e soddisfare la propria
curiosità.
Numerose sono le
mostre organizzate nelle città e
nelle province del nostro Paese che rimarranno
aperte
per i mesi di
luglio e di
agosto. Forse vale
la pena di approfittare delle ore libere, per regalarsi un
attimo di distrazione dai problemi della quotidianità.
In questi giorni, ad esempio, sono in corso due eventi di
grande prestigio che danno al grande pubblico la possibilità
di vedere da vicino la
pittura di alcuni
maestri
del Novecento.
A
Mamiano di Traversetolo, in provincia di
Parma,
sarà aperta, fino al 16 di luglio, la mostra
Da Monet
a Boltanski: Capolavori del ‘900 dal Musée d’Art
Moderne di Saint-Etienne, presso la
Fondazione
Magnani-Rocca. Un lungo percorso, che accompagna il
visitatore alla scoperta di uno tra i più fertili periodi
della storia dell’arte. Si parte da
Monet, per
giungere ai protagonisti contemporanei attraverso le opere
scelte dal direttore del
Musée di Saint-Etienne, Lóránd
Hegyi. Tra i lavori esposti troviamo anche quelli di
Louis Marcoussis, rappresentante del
Cubismo,
Jaques Villon, fratello di
Duchamp,
Francis
Picabia e ancora
Victor Brauner, con quattro
capolavori surrealisti,
Hans Hartung, con la sua
pittura gestuale,
Andy Warhol e
Roy Lichtenstein,
per finire con
Christian Boltanski.
A
Venezia, invece, presso la
Collezione
Peggy Guggenheim si terrà fino al
24 settembre
l’attesissima mostra
Lucio Fontana. Venezia/New York.
Oltre ad alcune celebri tele dell’artista, troviamo alcuni
pezzi unici, come le cosiddette
“venezie”: una
serie di lavori in cui Fontana adotta, per la prima volta,
titoli poetici dedicati in maniera esplicita a una città.
Segue la serie
“New York” insieme a inediti
materiali d’archivio, disegni e ritratti fotografici.
Saranno comunque le due serie, preziose e, per certi versi
inedite, a diventare emblema di
rappresentazione
delle
due città: un fatto che certamente desterà
nel pubblico grande interesse e una certa novità.
Tra le esposizioni più curiose, infine, troviamo
Vrooooom!
Italia in Moto. 100 Anni di Arte, Costume e Design,
fino al
3 settembre a
Riccione,
presso gli spazi espositivi di Villa Mussolini.
Un percorso lungo un secolo, illustrato da manifesti
d’epoca, fotografie storiche e da una spettacolare
sequenza di
opere d’arte
ispirate alle moto
e al loro mito (fra cui spiccano artisti come
Balla,
Dottori,
Sironi, Funi e Depero). E poi le
moto, vere
protagoniste di questo evento: dai
modelli storici
fino quelli più attuali, per
raccontare in modo
inedito
un secolo di storia, di cambiamenti e di
evoluzione tecnologica e sociale.
DONNE Ambiente, la speranza sono i giovani
di
Antonella Lombardi
Dal
1975 il Fai,
Fondo per l’ambiente italiano, si
occupa di salvaguardare e tutelare il patrimonio naturale e
artistico del nostro Paese. La presidentessa del Fai
Giulia
Maria Mozzoni Crespi ha
raccontato ai microfoni di
Telegiornaliste
la missione del
Fai,
tra sacrifici, conquiste e progetti.
Questa settimana abbiamo intervistato Giulia Miloro, capo
della delegazione
Fai
Messina; con lei parliamo di tutela ambientale al
Sud.
Come nasce il suo interesse per l’ambiente e il suo
impegno nella delegazione Fai Messina?
«Nasce con me, vivo in una città meravigliosa dove il mare
e la natura sono due componenti essenziali e questa
situazione viene vissuta dai messinesi come un dato di
fatto. Mi sono resa conto che, se questo per me è uno
stimolo al rispetto ed alla salvaguardia di ciò che mi
circonda,
molti sono invece
totalmente
indifferenti. Il Fai mi ha dato l’opportunità di far
aprire gli occhi ai miei concittadini, attirando la loro
attenzione su cosa li circonda, sui
beni artistici di
notevole valore storico
che il terremoto ci ha lasciato».
Vuol dirci qualcosa della sua esperienza femminile, a
capo di una delegazione Fai? Ritiene sia più difficile per
una donna?
«L’inizio è stato difficilissimo, non perché sono
donna, ma perché il Fai era totalmente sconosciuto. Ho
cominciato presentandomi nei vari uffici per far conoscere
la fondazione e contemporaneamente organizzare la
Giornata
di Primavera. A Messina sono conosciuta, ho un aspetto
dolce e rassicurante e mi hanno accolto con serenità,
pensando che li avrei lasciati nell’oblio; invece ho
cominciato a chiedere
permessi impossibili per la
loro incompetenza e inettitudine. Mi hanno ostacolata in
tutti i modi, con risultati pessimi per loro; hanno pensato
che in poche centinaia avrebbero scoperto la loro
inettitudine, ma, ahimè, l'hanno scoperta migliaia e
migliaia di persone».
E’ più arduo, al Sud, far capire il concetto di tutela
ambientale?
«E’ un atteggiamento atavico, sembra che la
fortuna di
vivere in
posti meravigliosi ci sia dovuta e non
ci rendiamo conto che tutto deve essere amato, curato e
protetto tutti i giorni. Niente rimane per sempre, senza
amore».
Come vede il futuro dell’ambiente al Sud? Quanto
incidono, secondo lei, sulle possibilità di sviluppo, gli
abusi edilizi e i recenti condoni?
«Se me lo avesse chiesto ieri sarei stata più ottimista;
purtroppo l’interesse del singolo, politico o potente che
sia, prevarica tutto. Anche la stampa, purtroppo, alcune
volte tace. Spero nelle
nuove generazioni. Il Fai,
come lei sa, lavora con le scuole e qui ho avuto risultati
meravigliosi per la
Giornata di Primavera: i ragazzi
fanno a gara per lavorare con noi. I giovani hanno scoperto
la loro città e so che stimolano i loro genitori a
protestare.
La speranza sono loro».
DONNE
Eva Maria Duarte, Evita Perón di
Stefania Trivigno
Argentina,
primi
anni Venti: la situazione politica, tra
elezioni
truccate e
golpe militari, crea un profondo
divario sociale ed economico nella popolazione: da una parte
i pochi, ricchi proprietari terrieri; dall’altra la folta
schiera dei poveri appartenenti alle classi sociali
medio-basse.
Fra queste, anche la famiglia della piccola
Eva Maria
Duarte, orfana di padre e costretta a un lungo periodo
di miserie e sofferenze.
Nessuna possibilità di riscatto. Nel paese natale non c’è
posto per chi non vuole accontentarsi della quotidianità, né
per chi sogna un futuro migliore.
Per questo motivo, non ancora maggiorenne, Eva si
trasferisce a
Buenos
Aires dove si trova, però, a dover fare i conti con una
realtà che non è la sua.
La grande città è spesso sinonimo di difficoltà a
inserirsi in un contesto tutto nuovo, soprattutto quando,
almeno all’inizio, sembra dimostrare soltanto indifferenza
e ostilità.
Eva però ha un carattere forte. Ha personalità e coraggio.
E non si lascia mettere in ginocchio neanche quando la sua
serenità rischia di essere intaccata dai pettegolezzi.
Accade quando, in un bar della capitale, incontra il
cantante di tango
Augustin
Magaldi. L’uomo la aiuta a
sfondare nel mondo del
cinema e della radio. Interpreta una piccola parte nel
film
La señora de Pérez e lavora per
Radio
el Mundo.
Arrivano presto la popolarità, ma anche le malignità: il
successo della donna sarà attribuito alla sua relazione con
il cantante.
Per Eva la vera
svolta arriva qualche anno dopo,
durante una raccolta di fondi destinati alle vittime del
terremoto che ha raso al suolo la città di
San
Juan. E’ in questa occasione, infatti, che la donna
incontra il colonnello
Juan
Domingo Perón, allora all’inizio della carriera
politica.
La leggenda, o meglio, le dicerie vogliono che fra i due si
sia trattato di un
vero colpo di fulmine. Fatto sta
che Juan Domingo ed Eva si sposeranno l’anno successivo.
Nel 1946 arriva la prima vittoria del colonnello Perón alle
elezioni presidenziali, ed Eva, che da questo momento in poi
sarà chiamata affettuosamente
Evita dalla
"sua" gente, intensifica il suo
impegno nel
sociale.
Evita Perón diviene
portavoce delle classi operaie,
prendendo a cuore i
lavoratori, i meno abbienti e le
donne.
Si batte per la
costruzione di strutture ospedaliere e di
scuole. Lotta per ottenere il
suffragio universale
esteso anche alle donne, conquista che arriverà nel
1947.
E non si ferma qui: Evita fa sua la passione politica del
marito e, grazie all’appoggio delle donne e dei
lavoratori, gli assicura la
seconda vittoria nel 1951.
Al termine di un'odissea politica, fatta di alti e bassi,
comunque vittoriosa per i coniugi Perón, Evita inizia a
rendersi conto di
essere malata:
Evita si spegne
nel 1952, a soli 33 anni di età.
L'
Argentina non l’hai mai dimenticata: in suo onore
sono stati scritti libri, girati film e dedicate città.
Sono passati più di cinquanta anni dalla sua morte, ma il
suo impegno politico, la sua passione per il sociale, le sue
interminabili lotte per riscattare i meno fortunati sono
sopravvissute
al cambio generazionale.
TELEGIORNALISTI Scarpe buone e un quaderno di appunti
di
Antonella Lombardi
Giornalista di lungo corso della carta stampata, napoletano,
Niki Barbati si è occupato per oltre dieci anni di
televisione e, in precedenza, di
cronaca. Ha lavorato
al
Messaggero
Veneto, al
Tempo,
e ora è vice caposervizio degli interni al
Messaggero
di Roma. Ha seguito gli
anni di piombo della cronaca
italiana, la
nascita della tv commerciale e, ora,
seppure saltuariamente, anche lo
sport.
Ricorda, divertito, di quando gli show di
Benigni e
Celentano
lo “costringevano” a riscrivere in fretta gli articoli
per diverse volte…
Come hai iniziato?
«Accedere alla professione giornalistica è una delle cose
più difficili da ottenere. La mia gavetta inizia da un
giornale di provincia, il
Messaggero
Veneto, a Udine. Lì riempivamo sei pagine di
cronaca per una città di 80.000 abitanti. Una gavetta nel
vero senso della parola: non è facile misurarsi con
l'esigenza quotidiana di trovare notizie di bianca o di nera
e riempire tante pagine per una cittadina tranquilla. Così
ho fatto l’
emigrante, da Napoli a Udine, nonostante
la scuola napoletana del giornalismo abbia padri illustri,
basti pensare a firme come
Antonio
Ghirelli,
Gino
Palumbo, Carlo Nazzaro, storico direttore del
Roma
e Mario Stefanile, famoso critico letterario».
Di cosa si occupa il vice caposervizio degli interni?
«Durante la quotidiana riunione di redazione decide con
altri quali sono gli argomenti da privilegiare nelle varie
sezioni, poi coordina, impagina e titola, cercando di
organizzare le notizie nella pagina con una certa coerenza».
Tutto ciò in tempi folli…
«Sì, i tempi sono strettissimi. Meno in alcune parti della
giornata, ma quando si avvicina l’orario di chiusura si
deve andare a tamburo battente. Grazie al computer è
possibile cambiare il giornale a una velocità prima
impensabile».
Questo processo vi permette di stare molto di più sulla
notizia…
«Si, è uno dei pochissimi meriti del computer».
Mai capitato di non fare in tempo o non sapere come
chiudere un pezzo?
«No, non può capitare, altrimenti cambi mestiere».
Dopo Udine sei andato a Roma…
«Sì, qui ho seguito le vicende legate alle
Brigate
Rosse, i famosi
anni
di piombo, quando c’era un morto al giorno. Ricordo
che quando arrestarono la
Mambro
uscii dalla redazione la mattina per la segnalazione di una
banalissima rapina alle poste a Roma ma, strada facendo, si
capiva che non poteva trattarsi di una semplice rapina e che
dietro c’erano i NAR (
Nuclei
Armati Rivoluzionari); c’era stato un conflitto a
fuoco e lei era stata ferita… Sono tornato al giornale la
sera alle 22.00 e, una volta arrivato, ho dovuto scrivere al
volo tutto quanto».
Come si riesce a registrare gli eventi senza farsi
coinvolgere troppo emotivamente?
«E’ una capacità che si acquisisce col tempo e che il
giornalista deve avere. Bisogna separare le emozioni dal
proprio lavoro. Non è piacevole per nessuno vedere ciò che
resta del cadavere di un uomo che si è gettato dal sesto
piano di un palazzo».
Serve un pizzico di cinismo?
«No, non c’è nessun cinismo, perché un professionista
è capace di mettere da parte le emozioni e raccontare
quello che è successo».
Ci sono episodi di cronaca che ti hanno colpito
particolarmente?
«In genere i casi che riguardano i bambini, come Cogne o i
due
fratellini
di Gravina scomparsi; oppure grandi eventi come il
crollo delle Torri Gemelle o la morte di Papa Wojtyla; un
evento nel vero senso della parola, sia dal punto di vista
religioso che giornalistico».
Non credi che, nel caso di Cogne, ci sia stata
un’esagerazione, magari da una certa parte
dell’informazione che ha trasformato quel caso in uno
show, sacrificando la notizia?
«Bisogna distinguere i giornali e i
tg dai talk show
e dai rotocalchi. Non credo si sia esagerato. La gente
voleva sapere cosa era successo; adesso è stanca, perché
nel frattempo la notizia è diventata vecchia, ma è così
per tutti i fatti di cronaca, il nostro compito è informare
l’opinione pubblica nel momento in cui un fatto succede,
sta al lettore la scelta di cambiare pagina o canale, se
questa non gli interessa».
Spesso si dice che nel modo di fare oggi giornalismo si
fa meno cronaca e si passa più tempo davanti al monitor di
un computer, consumando meno le suole delle scarpe per
andare in giro a cercare la notizia. E’ così?
«No, non è vero. Un giornale come il
Messaggero
vende soprattutto grazie alla cronaca e allo sport. Gli
eventi della città vanno seguiti consumando le proprie
scarpe, sfruttando tutti i contatti utili che si hanno e, se
non si fa così, il giorno dopo la differenza con le altre
testate si nota. Non è un lavoro che si possa fare a
tavolino.
Può capitare, quando si riceve una notizia da un posto
fisicamente irraggiungibile, di dover rielaborare
un’agenzia di stampa, ma è un’operazione che si sente,
a meno che non si abbiano le capacità di uno scrittore come
Dino
Buzzati».
Nei vari passaggi da un settore all’altro del giornale,
avevi un caporedattore che ti seguiva per spiegarti un po’
le cose?
«No, questo è un mestiere che si ruba agli altri: guardi,
osservi, leggi e ti fai le ossa da solo, poi magari un
articolo può venirti meglio di un altro ma è una cosa da
mettere in conto. Però il professionista più anziano che
ti consegna le chiavi della professione e i suoi trucchi
c’è sempre, anche se non è una figura istituzionale».
Un bello stimolo…
«Sì, è un bello stimolo, ma a volte molto snervante.
Quando stai chiudendo il giornale guardi le agenzie di
stampa sperando che nel frattempo non sia successo nulla,
per avere quantomeno il tempo di mandare in stampa quello
che hai fatto, poi si rimette tutto in discussione.
Nell’ultima mezz’ora preghi sempre che non succeda
niente».
La sensazione che si ha dall’esterno dell’ambiente
giornalistico è quella di un ambiente molto chiuso, dove a
girare sono sempre i soliti nomi.
«Questa professione prima si tramandava di padre in figlio,
adesso non più. Oggi ci sono i ragazzi che escono dalla
scuole di giornalismo e poi quelli che scelgono la strada
coraggiosa del free lance dove va avanti il migliore; è una
strada rischiosa, ma come tutte le libere professioni, può
dare le sue soddisfazioni».
Si è più liberi da free lance?
«Indubbiamente sì, ma si è anche più responsabili verso
se stessi e non sempre è piacevole. Ogni giorno si devono
avere idee nuove da proporre al giornale che può bocciarle
tutte: in tal caso non ci si deve demoralizzare ma
continuare ad essere propositivi».
Come vedi oggi questa precarizzazione nel giornalismo e
perché adesso si fanno molti più scioperi di prima?
«E’ un braccio di ferro tra giornalisti ed editori e come
tutte le lotte contrattuali alla fine troverà uno sbocco.
Prima c’erano gli editori puri che si occupavano solamente
dei giornali, adesso invece ci sono grandi capitali che, in
parte, vengono dirottati nell’editoria».
Dopo la cronaca ti sei occupato di televisione.
«E’ stata un’esperienza divertentissima dove ho
conosciuto un mondo totalmente nuovo. Erano gli anni in cui
nasceva
Mediaset,
dell’arrivo a
Canale
5 di personaggi come Raffaella Carrà e Pippo Baudo,
e di Berlusconi che, all’epoca, era soltanto il
proprietario della televisione…».
E’ vero che quando Benigni fece la sua “irruzione”
a Fantastico mettendo in imbarazzo la Carrà hai
dovuto rifare quattro volte il pezzo?
«Con Benigni non sai mai cosa succederà e cosa dirà,
anche perché spesso non lo sa nemmeno lui… Chi, come me,
si occupava di televisione, seguiva l’evento per poter
fare poi il resoconto sul giornale. All’inizio si prepara
subito un pezzo finto, mantenendosi sul vago per la prima
edizione, poi guardi la tv e aggiorni di continuo il primo
pezzo. Con Benigni e con Celentano lo stesso articolo si
riscrive tre o quattro volte… Gli altri ridono e tu invece
lavori mentre qualcuno pensa pure che ti stai divertendo!».
Adesso invece ti occupi di sport?
«Quando ci sono grandi eventi come le Olimpiadi o i
Mondiali alcune persone vengono spostate per dare una mano
nella redazione, ma non si occupano stabilmente di quello».
A proposito di sport, che idea ti sei fatto di Moggi e
“calciopoli”?
«Succede un po’ dappertutto, non solamente in Italia.
E’ accaduto anche in Germania e credo ci siano altri
settori dove può accadere. Il calcio è molto più
importante perché muove molti più soldi».
Non è irritante sentir dire: «si sapeva, ce lo
aspettavamo». La gente comune, i tifosi sono sembrati
delusi nel vedere così colpiti i valori fondanti dello
sport…
«Però gli stessi tifosi che prima accusavano ora hanno
almeno la soddisfazione di poter dire “lo sapevo!”.
Adesso sono tutti attaccati al televisore a seguire la
nazionale, anche perché lo scandalo ha riguardato, per
fortuna, le strutture, i dirigenti, ma non i giocatori».
E come giudichi la dichiarazione
di Cannavaro, corretta il giorno successivo?
«La dichiarazione di un giocatore tifoso, d’istinto».
Anche tu credi che per via di calciopoli tutti gli occhi
saranno puntati sull’Italia?
«In realtà sì, non siamo molto amati all’estero, basti
ricordare l’arbitro Moreno in Corea».
OLIMPIA La favola magica di Totò di
Mario Basile
Ogni
mondiale
porta, inevitabilmente, alla ribalta un
eroe. Un
condottiero
a cui la nazionale di turno, durante la kermesse iridata,
affida il proprio
destino, come se fosse dotato di
poteri straordinari. Nella maggior parte dei casi sono i
grandi
giocatori a sobbarcarsi questa responsabilità. Altre
volte, però, può capitare che arrivi l'
eroe che non ti
aspetti.
E così accadde
sedici anni fa. Nessuno si aspettava
che ai mondiali un
ragazzo del Sud, appena sbarcato
nel mondo del calcio che conta, avrebbe accompagnato non
solo la nostra nazionale, ma un intero Paese verso quel
sogno chiamato “
Coppa del Mondo”.
Il suo nome è
Salvatore
Schillaci, ma per tutti fu subito
Totò. Un
nomignolo semplice destinato a diventare
un’eco
mondiale.
Infanzia difficile quella di Totò. Cresciuto a
Palermo,
nei quartieri del
rione Capo prima e al
Cep
poi, dove, con una palla di stracci, comincia a tirar fuori
quella
tenacia che lo condurrà lontano.
Scuola? Manco a parlarne: la sua vita è il calcio. Anzi, il
gol.
La carriera vera e propria inizia nel
Messina.
Qui incontra
Zdenek
Zeman e
Franco
Scoglio, uomini destinati a scrivere
pagine
importanti del nostro calcio e che saranno fondamentali
per la sua crescita. Nel
1989, la
svolta decisiva:
Schillaci passa alla
Juventus.
Al debutto nella massima serie,
Totò sorprende
tutti:
quindici gol. Reti che convincono il ct
Vicini
a inserirlo nella truppa azzurra di
Italia
90, dietro gente del calibro di
Vialli,
Serena,
Carnevale,
Mancini
e
Baggio.
Il
colpo di scena nella prima gara
contro
l’Austria: entra a dieci minuti dal termine e segna il
gol della vittoria. La favola è appena cominciata.
Totò diventa titolare e segna gol a raffica: di testa
contro la Cecoslovacchia, sinistro folgorante all’Uruguay,
destro da opportunista contro l’Irlanda. E’ l’uomo del
momento: i suoi
occhi spiritati fanno breccia nel
cuore della gente.
Il sogno svanisce in semifinale, contro l’Argentina di un
Maradona
talmente forte da saper battere praticamente da solo,
seppure ai rigori, la migliore squadra del torneo. Stavolta
non basta l’ennesima prodezza di Totò. Nella finale di
consolazione contro l’Inghilterra, Schillaci
trasforma
il rigore che lo incorona
capocannoniere e
miglior giocatore del mondiale.
L’incantesimo però finisce lì. Al rientro in campionato
Totò non è più lui. Bastano poche stagioni con in mezzo
il passaggio all’
Inter,
tanti
infortuni e
diversi problemi familiari a
spingerlo di nuovo nell’anonimato. Gli
ultimi giorni di
gloria li spende in
Giappone,
dove per tre anni fa felici i suoi nuovi tifosi dagli occhi
a mandorla.
Nel
1997 smette di giocare e torna nella sua
Palermo
dove apre una
scuola di calcio; poi cerca di nuovo le
luci della ribalta con la partecipazione all’
Isola
dei famosi e le
comparsate a
Quelli
che il calcio.
Nuova visibilità, con la gente che dimostra di
volergli ancora bene. Sarà per la sua
schiettezza,
per la sua simpatia, per il suo aspetto “ringiovanito” o
forse semplicemente perché è una
leggenda vivente.
Grazie Totò, è sempre bello rivederti, ma quando eri
in
campo era tutta
un’altra cosa.
EDITORIALE Arroganza nazionale di
Silvia Grassetti
Ancora ai tempi della campagna elettorale per le politiche
2006, Silvio Berlusconi aveva definito “
coglioni”
quelli che non avessero votato per la cosiddetta “Casa
delle libertà”. Libertà di dar fiato alle trombe,
probabilmente.
Lo ha dimostrato Francesco
Speroni, eurodeputato,
leghista della vecchia scuola, quella che con Bossi e
Miglio, tra gli altri, diede vita all’allora Lega
Lombarda. Speroni è rimasto tanto scioccato dal “No”
alla riforma costituzionale da sbottare: «Gli
italiani
fanno
schifo».
Alla faccia del comportamento “onorevole”: abbiamo
visto, anche di recente, i nostri parlamentari sbraitare,
urlare, scalmanarsi.
Senza ritegno.
E senza ritegno li vediamo sempre più spesso, intercettati
che gridano “al complotto!”, indagati che urlano “è
una congiura!”; li vediamo tentare di convincerci che il
“qualcuno” di turno li perseguita per impedire loro il
rinnovamento
del Paese.
Diceva
Enzo Biagi, qualche tempo fa, ma non tanto,
che alle parole bisogna fare attenzione, che chi informa ha
grande potere su chi è informato, e che per questo deve
comportarsi in modo
responsabile. Aveva ragione, e la
sua riflessione può e deve essere trasportata nella
politica: i politici hanno
potere, e devono
maneggiarlo
senza offendere quelli che il potere l’hanno loro
delegato.
In Italia non è forse più successo, dopo l’esperienza
dell’Assemblea Costituente. “
Mani pulite” e la
Prima Repubblica ce lo mostrarono. Durante la Seconda
Repubblica è però anche
caduto il comune senso del
pudore, sarà forse a causa della
spettacolarizzazione
che la tv permette e che qualcuno sa, sapeva, cavalcare. E
allora,
avanti Savoia, se mi è permessa una
citazione quantomai attuale.
C’è il Mondiale a distrarci, ma lo stesso le ultime
settimane hanno registrato l’ormai consueto tran tran di
nomi illustri indagati e “
sospettati di”:
Storace, Daniela Fini, Dell’Utri, Salvatore Sottile.
C’è chi s’è inventato una
battuta per definire
un partito. Ma quella definizione sarebbe da estendere a
tutta la politica odierna.
Arroganza nazionale.